L'amichevole cinefilo di quartiere

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Pillole di cinema – Il libro della giungla (2016)

il-libro-della-giungla-poster-2Welcome to the jungle
We take it day by day
If you want it you’re gonna bleed
But it’s the price you pay

TRAMA: Mowgli è un bambino allevato dai lupi. Quando la tigre Shere Kahn, nota mangiatrice d’uomini, annuncia di voler eliminare qualsiasi traccia dell’uomo dalla giungla, Mowgli parte all’avventura…

PREMESSA: Considerata la fama della storia, risalente al 1894, la recensione seguente potrebbe contenere spoiler (anticipazioni sulla trama).

PREGI:

– Giancarlo Magalli über alles: Già doppiatore per la Disney in Hercules (diede voce al satiro Filottete), il conduttore televisivo romano interpreta vocalmente in maniera efficace il re delle scimmie Louie (“Luigi” nell’italianizzazione del 1967), ben connotato in questa versione come una sorta di incrocio tra un monarca assoluto e il colonnello Kurtz di Apocalypse Now.

Aiutato infatti dal cambio di caratterizzazione del personaggio tanto introspettivo quanto estetico (qui Luigi è un gigantopithecus, là era un orango) rispetto al classico animato, la sua voce risulta ottimamente inquietante e addirittura “tenebrosa”, abbinandosi alla perfezione con il character.

– CGI avente un senso: grande pregio dell’opera è costituito da una non posticcia e fuori luogo sovrabbondanza di computer grafica, che riesce a risultare credibile sia nella ricostruzione della giungla come ambiente sia degli specifici animali che la popolano.

Paradossalmente è di aiuto la scarsa presenza umana (solo un bambino), che toglie quindi i creatori della pellicola dall’impiccio dovuto all’armonizzazione tra realtà e immagini al computer, talvolta piuttosto ardua nei film che utilizzino troppi effetti speciali.

Spicca particolarmente in positivo l’espressività conferita ai musi degli animali, che diventano così veri e propri “volti” diminuendo drasticamente la distanza tra pubblico e personaggi.

Per un regista che ha in curriculum i primi due episodi di Iron Man e l’assurdo Cowboys & Aliens (la cui idea di base ha senso quanto “Eschimesi & Nazisti” o “Prussiani & Watussi”), mica male.

il libro della giungla

– Kaa femmina: In generale credo sia necessaria molta cautela quando si opti per il cosiddetto genderswapping (ossia il cambiamento di genere di un personaggio canonicamente di un determinato sesso).

In questo caso specifico però il pitone ben si presta ad una virata femminile, sia considerando fattori pratici come l’ipnosi (che praticata da un individuo di sesso opposto assume valore vagamente erotico oltre che predatorio), sia approdando sul terreno del simbolismo legato a temi come tentazione, pericolo e, perché no, algida bellezza.

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– (Almost) Song-free movie: Ok, vi vedo già affilare i forconi e riempire di pece le torce, per cui mi spiego meglio.

In una pellicola in live action la solita vagonata di cantate Made in Disney sarebbe piuttosto ridicola.

Quindi per quanto la celeberrima The Bare Necessities, comunque presente anche qui, sia carina ed appartenga alla storia del relativo genere, non esagerare con le note lo considero un punto a favore.

Per essere una pellicola della House of Mouse, fortunatamente nessuna canzone su quanto sia valoroso e buono il protagonista, su quanto la bella ragazza voglia “di più” non essendo una semplice statuina, su quanto cattivo sia il cattivo o su quanto comica sia la spalla comica.

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DIFETTI:

– Ho detto “ALMOST”…: I Wan’na Be Like You ce la cucchiamo anche qui, e data la già citata connotazione darker di Luigi non è che abbia molto senso.

E pensare che nella versione originale in lingua inglese se la canta Christopher Walken ne ha probabilmente ancor meno.

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– Riprende con relativa fedeltà la versione animata: Che di per sé non è un difetto, ma qualcuno potrebbe mal digerire la relativa poca novità di questo prodotto cinematografico, oltre che arrabbiarsi per ogni (necessaria) modifica.

Se non altro si risparmia allo spettatore la grottesca immagine di un orso vestito come Carmen Miranda.

E gli avvoltoi-Beatles.

Consigliato o no? Sicuramente sì. Non fatevi ingannare dall’apparenza da ennesimo remake senza senso: questa versione de Il libro della giungla potrebbe stupirvi in positivo.

Pillole di cinema – Ave, Cesare!

ave-cesare locandinaCensurus te salutat.

TRAMA: Anni ’50. Una star di Hollywood scompare nel bel mezzo delle riprese di un kolossal ambientato nell’antica Roma.
Un impiegato della casa di produzione del film è chiamato a risolvere l’inghippo in breve tempo.

PREGI:

– Coen Brothers: 15 Nominations agli Oscar di cui 4 vinti tra film, regia e sceneggiatura, confermano qui la loro sottile ironia con venature nere.
Regia patinata per ricreare le atmosfere fifties e sceneggiatura da cui emerge prepotentemente una densa satira verso un mondo popolato da star viziate, viziose e da accudire come ricchi bambinoni.

A differenza di altre loro opere abbiamo però meno sciabola e più fioretto, con la presenza di una (lontana) luce di benevolenza che scende sul cinema in senso lato, reso quindi arte che quindi si eleva dalle ontologiche bassezze della natura umana.

ave cesare coen

– Cast: I Coen hanno spesso portato in scena storie incarnate da un nutrito gruppo di interpreti, e ciò contribuisce a creare numerose sfaccettature nella trama stessa, essendo così la vicenda influenzata da molteplici personaggi.

Ave, Cesare! riesce in particolare ad incanalare lo spirito delle chiassose e complicate produzioni cinematografiche anni ’50 (non che quelle odierne non lo siano…) dando corpo a una nutrita schiera di faccendieri di vari livelli, tutti coinvolti, a diverso titolo, nella realizzazione di ciò che viene proiettato su schermo per la gioia e l’intrattenimento del pubblico.

L’Ave, Cesare! del film non è quindi una semplice pellicola, ma una costosa baracconata dalla impervia realizzazione che mette a dura prova la capacità di organizzazione di un ostinato Josh Brolin.

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– Satira e riferimenti a badilate: Uno degli elementi che meglio riesce ad evidenziare al conoscenza di una determinata materia è la capacità di criticarla intelligentemente evidenziandone difetti e limiti.

In questa pellicola, agli occhi dei conoscitori del settore, è chiaramente visibile un’acuta e spesso farsesca stilettata scenica nei confronti del dietro le quinte del cinema di mezzo secolo or sono (ed anche qui, facili parallelismi con ciò che avviene oggi).

Il risultato è una serie di esagerazioni comiche metacinematografiche su vari archetipi personali, che riescono a centrare perfettamente il bersaglio mettendo alla berlina uno star system spesso visto “da fuori” come una gabbia dorata, ma in realtà composto da una varia e misera umanità.

Se l’Ave, Cesare! del titolo è palesemente Ben Hur, anche il cast veste i panni di noti alfieri della MGM: nei ruoli principali George Clooney è uno stralunato incrocio tra Charlton Heston e Kirk Douglas, Channing Tatum è un simil-Gene Kelly e il personaggio di Scarlett Johansson prende pesantemente spunto da Esther Williams.

Tilda Swinton rappresenta la giornalista gossippara Hedda Hopper, il giovane cowboy di Alden Ehrenreich è Roy Rogers mentre il personaggio di Veronica Osorio fa riferimento a Carmen Miranda.

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DIFETTI:

– Troppi riferimenti al cinema anni ’50: o in generale alle modalità di realizzazione di un film.
Se tale ingrediente rende Ave, Cesare! un vino dal retrogusto antico delle proprie terre per chi sia ferrato in materia, potrebbe d’altro canto rendere assai difficile la comprensione di alcune dinamiche di sceneggiatura per degli spettatori più digiuni.

Il rischio è quindi di scadere in un’autoreferenzialità eccessiva e sopportata con malavoglia da gran parte del pubblico, che ha la sensazione di trovarsi di fronte un oratore il cui argomento prediletto sia se stesso.

ave cesare fiennes

– La trama è un pretesto: in Ave, Cesare! il plot è un semplice mezzo attraverso il quale è veicolata la già menzionata critica satirica.

Esso è quindi solo un traino, e ciò può spiazzare chi sia maggiormente uso a pellicole più… “tradizionali”: il protagonista della storia è un faccendiere che rappresenta il suo studio ma è al contempo incarnazione del cinema stesso, a sua volta alveare che ha valore ontologico solo in relazione alle api che lo compongono.

ave cesare brolin

Consigliato o no? Se siete un minimo appassionati di cinema (o più propriamente della sua storia) Ave, Cesare! potreste considerarlo uno dei film più divertenti dell’anno.
In caso contrario, probabilmente vi saranno evidenti più le sue pecche che le virtù.

Avengers: Age of Ultron

avengers 2 locandinaCi son due super agenti e un tizio in armatura
Due piccoli mutanti, un robot assassino
Un dio, un bestione, un veterano
Non manca più nessuno
Solo non si vedono
I due uomini-insetto.

TRAMA: Per aiutare gli altri Vendicatori, Tony Stark ha creato Ultron, un’avanzata intelligenza artificiale auto-cosciente. Ultron però non ha sentimenti umani, e presto il suo intelletto superiore capisce che l’unico modo per rendere migliore la vita sulla Terra è eliminare la minaccia principale per essa: l’uomo.

RECENSIONE: Chi conosce questo blog sa che i miei giudizi sono piuttosto diretti, dato che personalmente preferisco far capire immediatamente cosa io pensi di una pellicola piuttosto che perdermi in giri di parole senza costrutto.

Perciò lo dico subito.

Appartenente ad un genere che io amo alla follia (e di cui ho già detto un gran bene ad esempio QUI, QUI e QUI), Avengers: Age of Ultron è in assoluto il film più bello che io abbia mai visto.

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Se fosse (mettiamo il caso) un film mediocre avrei iniziato scrivendo:

Avete presente quelle persone molto vivaci, estroverse, esagitate e che non stanno mai ferme?
Avete presente quando qualcuno chiede loro di fare per una volta “le persone serie”, e per quanto essi ci provino si vede lontano un chilometro che non ce la fanno?
Ecco, Avengers: Age of Ultron è la stessa cosa.

avengers martello

E invece no: come recensore mi sento molto in imbarazzo, perché so già che nessun altro film nei prossimi anni (ma che dico anni, decenni) potrà eguagliare le vette artistiche raggiunte da questa magna opera dell’umano intelletto.

Così come il sommo Dante si trova in soggezione nel descrivere a parole la bellezza ultraterrena del Paradiso, io da umile scribacchino cercherò di spiegare con il mio povero favellare la magnificenza di questo film, che fissa sicuramente un irrangiungibile ed iperuranico standard qualitativo che mai avrei pensato potesse essere toccato da una creazione umana.

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Bene, partiamo.

Avete presente quelle americanate basate su esplosioni, battutacce figaccione ed esagerazioni?

Ecco.

Avengers-Age-of-Ultron- esplosione

Dimenticatevele.

La sublime intelligenza di questo film sta innanzitutto nella cornice: l’aver optato per un contesto più cupo e drammatico è GENIALE.

Le pellicole Marvel infatti sono notorie per la loro atmosfera cupa, dark, molto drammatica e cruda. Difficilmente si ride (come sapete, sono film molto asciutti e assai seriosi) e la sensazione di opprimente negatività li permea per tutta la loro durata.

Certo, se per ipotesi fossero state spesso delle cazzatone ridanciane con personaggi gradassi e ridicoli, l’effetto risultante sarebbe stato quello di inserire i Teletubbies a Gotham City, ma dato che, come già detto, Iron-Man, Thor e Capitan America in un contesto più serio ci stanno DA DIO, tale mossa è azzeccatissima.

avengers 2 cast

Le già citate atmosfere serie sono acuite ancor di più dai dialoghi, sempre composti e misurati.
MAI ci si lascia andare a battute fuori contesto giusto per strappare una risata facilona e telecomandata al pubblico, preferendo in loro vece degli scambi di parole più umili e sotto le righe.
Ciò permette all’opera di non sembrare ASSOLUTAMENTE una viril gara a chi possegga il fallo più imponente, aumentando al contrario la sensazione di aver di fronte personaggi complessi e sfaccettati all’interno di vicende drammatiche.

La sceneggiatura inoltre è calibrata al millimetro, non presentando affatto buchi di sceneggiatura o passaggi iniziali di trama troppo veloci per essere compresi appieno dal pubblico.

avengers scena

E quindi, i personaggi?

Una delle critiche più assurde che viene loro rivolta è che a parte le superficiali differenze di un soldato, un miliardario, un principe nordico, un mulatto, un albino, una zanzara, la mia libidine, in fin dei conti essi siano un po’ tutti uguali.

Tale rimostranza è insensata.

Ad esempio:

-Iron-Man è un tizio amato da tutti con un’armatura scintillante;

-Capitan America è un tizio amato da tutti con uno scudo scintillante;

-Thor è un tizio amato da tutti con un martello scintillante.

Come potete non notare le gigantesche differenze tra loro?!

Attraverso la moderna cinematografia questi fulgenti eroi gonfiano i loro eburnei petti proseguendo la tradizione narrativa che raccoglie Gilgamesh, Ulisse, Beowulf e Orlando, non facendoli affatto sfigurare ma anzi portando l’epica ad un livello superiore.

avengers 2 stark thor america

Altra critica stupida è di essere un universo troppo maschile, e che il personaggio di Vedova Nera sia basato esclusivamente sull’aspetto estetico.

BAL-LE.

I personaggi Marvel sono la versione moderna (e migliore, ovviamente) del pantheon greco: anch’esso era composto principalmente da divinità maschili, mentre le dee incarnavano solitamente aspetti dell’animo negativi e deprecabili.

Come la vendetta. O la discordia. O la saggezza.

Attuale Venere Callipigia, Black Widow con le sue grazie completa ottimamente il gruppo testosteronico, ritagliandosi uno spazio importante e non risultando AFFATTO una semplice donnina da mostra, ma imponendosi come un personaggio tridimensionale e profondo.

avengers 2 vedova nera

Qui un lapalissiano esempio della suddetta tridimensionalità.

Ma la sagacia di un sequel si riscontra anche dalle new entries rispetto all’opera precedente, e qui hanno fatto veramente il botto: Scarlet Witch e Quicksilver sono stati due surplus che oserei definire meravigliosi.

avengers scarlet quicksilver

La prima è interpretata da Elizabeth Olsen, sorella minore delle celeberrime Ashley e Mary-Kate, con le quali forma la dinastia hollywoodiana più famosa ed importante (Coppola? Barrymore? Pfff!), ed è un character basato sull’inganno, una sorta di semplice trickster al femminile.

Ciò è azzeccatissimo, in quanto Scarlet nell’universo fumettistico non è PER NULLA un personaggio assai complesso, protagonista magari di uno dei più interessanti what if della Marvel, e quindi, essendo di poco conto, connotarla dandole solo un paio di caratterizzazioni è stata una gran mossa.

avengers no more mutants
Per quanto riguarda il di lei fratello Argentovivo, il merito di Avengers: Age of Ultron è di essere stato il PRIMO film a portare tale mutante sul grande schermo.
Se, per puro costrutto teorico, lo stesso personaggio fosse comparso in un precedente film della grande M, magari addirittura protagonista di una scena molto ben realizzata, allora si sarebbe avuta una sensazione di già visto.

Dato che così NON È, ce lo si gode per la prima volta.

Ma ogni eroe deve avere un antagonista, e Ultron è il meglio che si possa avere.

Il rischio di usare come villain un robot assassino che si libera dei vincoli che lo legavano agli esseri umani è di ottenere uno strampalato incrocio tra HAL 9000 e Pinocchio.

Così è stato?

Ma va là: Ultron non scade MAI in situazioni che sfiorino il ridicolo dove il suo corpo enorme e la sua mente neonata lo rendano simile a Kronk de Le follie dell’imperatore.
Sempre misurato e composto, questo robot mantiene la serietà e l’alone minaccioso del precedente antagonista degli Avengers, ossia Loki, che ricordiamo essere lampante esempio di villain austero e serioso.

Potrei dilungarmi ulteriormente a descrivere l’inusitata meraviglia di tale pellicola, ma credo di essermi già ampliato eccessivamente, e non voglio quindi rovinarvi una visione estatica del film.

Perciò qui concludo.

 

 

N.d.A. Dato che in questa recensione ci sono andato giù piuttosto deciso con il sarcasmo, una precisazione seria.

Così come per tutti gli articoli da me scritti, ricordo che in questa sede esprimo solo mie personali opinioni motivate (tale annotazione è presente anche nella home page di questo blog) virate spesso sull’esagerazione comica; se vi piace qualcosa di cui ho parlato male o viceversa, dipende molto semplicemente da gusti ed interessi di ciascuno.

Tutto qui. Ognuno ha le sue preferenze.

Io da Signor Nessuno mi permetto semplicemente di scrivere i miei personali giudizi, che dipendono dalla mia personale visione del cinema e dai miei gusti in materia.

Precisato questo, spero che non ve la siate troppo pres…

folla inferocita avengers

Come non detto.

Lucy

LucyIn the Sky with Besson?

TRAMA: A Lucy viene inserito nello stomaco un pacchetto contenente una strana sostanza. Quando, a seguito di un pestaggio, il pacchetto si lacera e il suo contenuto viene assorbito dall’organismo, la ragazza si accorge di aver acquisito capacità incredibili.

RECENSIONE: Ehi, tu!

Sì, dico a te!

Sei un regista altalenante, che passa da buone opere a cazzatine senza pretese?

Hai creato un film basandoti su un’idea che, oltre ad essere farlocca, è pure già vista e stravista?

Non sai come attirare l’interesse verso la tua pellicola, che se fosse diretta dal Signor Nessuno verrebbe ritirata dalle sale dopo un week end, e poi e poi?

Non ti preoccupare, abbiamo la soluzione per te!

Abbiamo creato Tette™!

Con l’uso di Tette™ avrai torme di spettatori che non vedranno l’ora di andare in sala a sciropparsi la tua brodaglia, perché saranno ipnotizzati dai due meloni forniti gentilmente al tuo film dalla nostra impresa.

Che cosa stai aspettando?

Scegli la qualità!

Scegli l’affidabilità!

Scegli Tette™!

seno

Gag a parte, penso di aver spiegato quale sia l’unico motivo di interesse di Lucy.

Se vi è capitato di vedere Limitless, uscito tre anni fa, o la serie televisiva Kyle XY (2006-2009), direi che la visione di questo film sia pressoché inutile.

Premettendo che l’ultima opera di Besson (il disimpegnato Cose nostre – Malavita) mi aveva divertito parecchio, avrei sperato in una pellicola decisamente più originale ed incisiva per un suo ritorno alla “roba seria”.
Lucy infatti si rivela essere un classico film di inseguimento, con una regia che talvolta centra il bersaglio ma allo stesso tempo zavorrato da una sceneggiatura, sempre di Besson, con una quantità di cliché spaventosa.

lucy pistola

Se visivamente ci può anche stare qualche virtuosismo (l’inserimento di scene naturalistiche alla Superquark serve a…?), uniti agli effetti speciali relativi alla visione “metafisica” da parte della protagonista e al solito ABC degli action/pursuit movie, la sceneggiatura ha tantissimi tòpoi noti e stereotipati.
La persona comune/sbandata che diventa il fulcro della vicenda, il fuggitivo che ha involontariamente qualcosa che i cattivi vogliono, la polizia con l’unico detective in gamba che capisce la situazione, il vecchio scienziato che opera per il bene dell’umanità… tutti elementi visti in troppi film per non avere una sensazione di déjà vu perenne.

lucy scena

Per quanto riguarda invece l’assunto principale della pellicola (l’utilizzo da parte degli esseri umani di solo il 10% della propria capacità cerebrale) preferisco non perdere tempo in una confutazione piuttosto evidente, e rimando direttamente alla pagina di Wikipedia che tratta l’argomento (la trovate qui http://it.wikipedia.org/wiki/Sfruttamento_del_10%25_del_cervello).

Come protagonista una monoespressiva e tettosa Scarlett Johansson ci può stare se non la vedi (Lei) o se il suo personaggio fa da vera e propria bomba sexy di turno (Don Jon); in situazioni da one-woman show servirebbe invece qualcuna con più carisma e abilità recitative (tipo Jodie Foster o Marion Cotillard, per dire).

Morgan Freeman è stato colpito dalla sindrome di Samuel L. Jackson, ossia il letale morbo che porta a comparire in decine e decine di film a caso, tanto per avere il proprio nome sul manifesto, mentre il Min-sik Choi che tanto aveva impressionato nei film di Park Chan-wook qui è sprecato come invitare David Letterman a Colorado Cafè.

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Lucy: attori principali e regista troppo famosi per essere un B-movie, film troppo brutto e con un’idea principale troppo imbecille per essere un’opera seria.

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: i recenti Limitless (2011) di Neil Burger e Transcendence (2014) di Wally Pfister.

Bon, e con questa chiudiamo il cerchio:

Captain America: The Winter Soldier

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Porta in alto la mano / segui il tuo capitano / muovi a tempo il bacino / questo è proprio un filmettino.

TRAMA: Due anni dopo la battaglia di New York, Steve “Capitan America” Rogers cerca di adattarsi alla contemporaneità. Dovrà entrare in azione per fronteggiare una serie di attentati contro lo S.H.I.E.L.D.

RECENSIONE: Terzo seguito di The Avengers (dopo Iron Man 3 Thor: The Dark World) questo film, intelligente come tirare un calcio ad un grizzly addormentato, è a conti fatti un semplice action movie fracassone con una spolverata di spy-story casinista e high-tech.

Gli ingredienti tipici del film disimpegnato infatti ci sono tutti: un sacco di cose che esplodono a casaccio per far contenti gli spettatori di età prescolare e i maniaci della distruzione tipo Michael Bay, scazzottate da orbi inutili visto che tutti i personaggi sono armati fino ai denti e tante scene cittadine in cui la distruzione è libera da regole e cognizione.

Il protagonista è un eroe che cerca di salvare in tutti i modi le cose più belle di questo mondo (come ad esempio la pace, la giustizia e le tette) menando le mani, pompando i muscoli e poco altro, mostrando un’introspezione psicologica basilare e scontata, mancando di quei guizzi che possano rendere un personaggio interessante.

Non avendo la smargiasseria (per me estremamente irritante) di un Tony Stark o l’enorme sofferenza interiore di un Bruce Banner, Capitan America rimane ciò per cui è nato: un bidimensionale omone che nel suo essere eroico fa da propaganda all’americanità spiccia, la quale si autopubblicizza dimostrando che con un po’ di munizioni, tanta forza di volontà e uno sprezzo del pericolo rasente l’autolesionismo si possono risolvere tutti i problemi.

Tipo Bruce Willis, in pratica.

Alcuni mi dicono che anche nel mondo reale il rispetto e i muscoli vadano di pari passo, per cui mi devo scordare il primo se non mi faccio i secondi, però essendo questo un film indirizzato ad un pubblico (con un’età mentale fin troppo) giovane ci si aspetterebbe una specie di morale positiv…

Seh, buonanotte: in questa pellicola non si va purtroppo oltre un: “i buoni devono vincere perché ciò è giusto, i cattivi devono perdere perché ciò è giusto”, concetto rassicurante quanto superficiale.

Captain-America-The-Winter-Soldier-Chris-Evans-Samuel-L-Jackson

Per quanto riguarda directing e writing qui non c’è molto da dire.

Alla regia dopo il mestierante Joe Johnston  per il primo capitolo e Joss Whedon per The Avengers abbiamo i fratelli Anthony e Joe Russo; la loro regia si collega alla già citata dose strabordante di azione, che viene esaltata attraverso anche un uso a tratti frenetico del montaggio e un occhio particolarmente attento a sparatorie ed esplosioni.

La sceneggiatura della coppia Markus-McFeely (sceneggiatori del primo film, di Thor: The Dark World e di Pain & Gain di Michael Bay), contiene elementi triti e ritriti come il desiderio di rivalsa, il tradimento e il sempre caro concetto del “pochi contro tanti” (recentemente “apprezzato” in 300 – L’alba di un impero 47 Ronin), con tanta piattezza, poca incisività e penalizzando alcuni spunti che forse avrebbero meritato maggiore approfondimento.

A differenza dei due film usciti nel 2005 e nel 2007 qui Chris Evans non interpreta  la Torcia Umana, un supereroe della Marvel, bensì Capitan America, un supereroe della Marv…

No, aspetta, sono un po’ confuso…

Ma con tutti gli attori che ci sono a 'sto mondo, non potevano prenderne un altro, Cristo?!

Ma con tutti gli attori che ci sono a ‘sto mondo, non potevano prenderne un altro?

Vabbé, ‘sto bietolone qua interpreta un personaggio forte come un leone, agile come una gazzella ed espressivo come una caldaia.
Gioirà probabilmente il pubblico femminile vista la sovraesposizione di muscoli, ma dal punto di vista recitativo siamo alle basi dell’actor studio, e nonostante la voce di Marco Vivio, molto adatta al personaggio, come attore costui non è un granché.
Tipo Megan Fox al contrario, per intenderci.

Quindi capisco che l’età e l’arteriosclerosi galoppino, ma vedere Robert Redford fare da non protagonista a Chris Evans è come vedere gli U2 aprire il concerto ai Gazosa; nonostante questo grande attore c’entri con il mondo dei supereroi come Jenna Jameson con un corso di catechesi, il suo personaggio riesce a dare quel minimo minimo di verve al film, non limitandosi a recitarci dentro per la paga, come fanno molti (troppi) interpreti con un’età da cimitero degli elefanti, ma cercando di guadagnarsi il cachet.

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Parlando di bravi attori sprecati, di Samuel L. Jackson pagato a cottimo per fare ruoli secondari ovunque ormai non mi sorprendo più, per me sarà sempre Jules Winnfield e che si fotta Fury cavallo del West.

Scarlett Johansson inserita per soddisfare in un colpo solo i feticisti del latex, delle rosse e delle donne-oggetto.

E delle attrici-oggetto.

Se il primo episodio aveva come unico motivo di esistere fare da apripista insieme ad altri (ho perso il conto di quanti) film alla cazzatona sui Vendicatori, questo avrà senso probabilmente solo per la seconda pellicola su questo gruppo di supereroi.

Scusate la domanda, ma solo io penso che sprecare tempo e soldi per creare film che siano semplicemente funzioni di un futuro film sia stupido?

In conclusione una pellicola da vedere solo se siete alla disperata ricerca di Ignoranza, altrimenti è consigliabile come fare il bagno nel catrame.

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: Tutti i (troppi) film della Marvel e tutti i (troppi) film d’azione in stile one man show.

Lei

Amore 2.0

her-lei-poster-itaTRAMA: Futuro prossimo. Theodore, un uomo solo ed introverso, acquista un sistema operativo basato su un’intelligenza artificiale che si sviluppa e si evolve grazie alle esperienze. Con il passare del tempo tra lui e Samantha (nome che tale sistema si è dato) verrà a crearsi un legame sempre più forte.

RECENSIONE: Per la regia e la sceneggiatura (premiata agli ultimi Oscar) di Spike Jonze, Lei è una pellicola che riesce ad essere incredibilmente malinconica ed allo stesso tempo dolce, dando una spinta di vivacità ad un genere (il cosiddetto “film romantico”) che spesso si appiattisce troppo o sulla commedia insipida come l’acqua o sull’insostenibile drammone in cui le emozioni sono teleguidate.

Un film che a dispetto di quanto possa sembrare non ha come punto nevralgico il rapporto tra l’uomo e la macchina, bensì le relazioni tra esseri umani, in quanto l’intelligenza artificiale diventa via via sempre più simile ad una persona: la pellicola va infatti ad assottigliare sapientemente la linea di demarcazione tra uomo e oggetto, rendendo sempre più difficile questa distinzione manichea.

Un ottimo elemento del film è inoltre l’aver scelto come protagonista una persona (interpretata da Joaquin Phoenix) che è sola non per suoi difetti banali ed evidenti.
Può sembrare stupido detto in questo modo, ma se il personaggio principale avesse manifeste pecche estetiche o caratteriali, il pubblico si “adagerebbe” mentalmente su queste caratteristiche, indicandole come motivazioni della sua solitudine senza riflettere con più profondità ed attenzione su cosa voglia dire essere soli.

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Se Theodore avesse problemi estetici il discorso sarebbe quindi “È ovvio che è da solo: è sfregiato/mutilato/un cesso.”, mentre se il suo problema fosse un carattere negativo sarebbe considerato dallo spettatore una sorta di Ebenezer Scrooge (cioè da solo perché tratta male gli altri) e si trarrebbero le stesse conclusioni.

Invece no: qui abbiamo un uomo “nella media”, e il suo essere “nella media” pone in risalto non il suo aspetto o il suo carattere, bensì la sua solitudine (uno dei temi principali della pellicola) unita alla difficoltà nelle relazioni con l’altro sesso, dando quindi enorme profondità al film e contribuendo alla partecipazione emotiva ed intellettuale dello spettatore a ciò che sta guardando.

Nonostante questo film mi sia piaciuto molto, siccome sono un pessimo venditore di me stesso vi dico le due critiche negative più ovvie che tale opera potrebbe sollevare:

1) Lei è come Il curioso caso di Benjamin Button (di David Fincher, 2008): quello se lo guardi al contrario diventa un film come tanti altri, questo se al sistema operativo sostituisci una ragazza vera diventa un film come tanti altri.
2) Il fatto che una persona abbia un rapporto del genere con una macchina è più inquietante che romantico.

Considerazioni entrambe legittime.
Considerazioni entrambe un po’ troppo superficiali.

Essendo un’opera basata sulle emozioni, la razionalità non è un criterio utile per valutarne la qualità: è più utile osservare le reazioni dei personaggi, e concentrandosi su esse credo che Jonze in sede di scrittura abbia fatto un ottimo lavoro per realismo ed intensità emotiva.
Anche la gioia provata da Theodore è genuina, e riesce a sfondare lo schermo arrivando allo spettatore, che quindi anche per quanto riguarda le emozioni positive si sente coinvolto in ciò a cui sta assistendo, attraversando assieme al protagonista le montagne russe di un rapporto.

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Phoenix  recita veramente bene perché si mantiene sempre sotto le righe senza risultare noioso o piatto, anzi, lo spettatore cerca continuamente di scoprire sempre di più del suo personaggio.
Il suo patetismo (specialmente nella parte iniziale della pellicola) riesce a non scadere nel ridicolo e lui contribuisce a creare un’ottima rappresentazione dell’uomo comune.
Un tipo come potremmo conoscerne a decine, pensandoci un attimo.

Il sistema operativo Samantha è una personalità artificiale come non si vedeva (ovviamente con le ovvie differenze di film, genere e personaggio) dai tempi di HAL 9000 di 2001: odissea nello spazio (1968), a mio parere uno dei migliori cattivi (forse “il” miglior cattivo) della storia del cinema.
Ovviamente lei non vuole uccidere nessun astronauta, ma penso che il suo evolversi attraverso ciò che “vive” e “sente” sia rappresentato in modo straordinario, e come già accennato è veramente difficile avvertire la differenza tra il suo personaggio e una ragazza reale.

In ruoli femminili minori abbiamo Amy Adams (vista recentemente in American Hustle L’uomo d’acciaio) come amica dolcemente complicata di Theodore, Olivia Wilde (Rush) e Rooney Mara (ex Lisbeth Salander nella versione americana di Millennium).

Capitolo doppiaggio.
Si sono scatenate molte polemiche dopo la scelta di Micaela Ramazzotti come voce italiana di Samantha, doppiata in originale da Scarlett Johansson (recentemente nella positiva sorpresa Don Jon).
Premesso che io ho visto questo film solo in italiano, quindi non posso fare un confronto tra le due interpretazioni, credo che per quanto riguarda i talent in sede di doppiaggio ci siano stati esempi sia migliori (Tullio Solenghi come Scar ne Il re leone) che peggiori (Fabio Volo in Kung Fu Panda e praticamente tutto il cast di Shark Tale).
A parte qualche caduta un po’ troppo romanesca, penso quindi che sarebbe potuta andare molto peggio.

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Un film veramente bello e ben realizzato.

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: Il padre (forse “nonno”) di tutti i film d’amore, ossia Casablanca (1942) di Michael Curtiz, per quanto riguarda le interazioni tra uomo e macchina S1m0ne (2002) di Andrew Niccol e nell’ambito “storie d’amore particolari” il recente Moonrise Kingdom (2012) di Wes Anderson.

Don Jon

don jon“I Vangeli e il Manifesto del partito comunista sbiadiscono; il futuro del mondo appartiene alla Coca-Cola e alla pornografia.” cit. Nicolás Gómez Dávila, scrittore colombiano.

TRAMA: Jon è un bravo ragazzo italo-americano che ama andare ad allenarsi in palestra e uscire la sera con gli amici. È anche un grande seduttore, in quanto abborda facilmente moltissime ragazze, ma nonostante questo non riesce ad avere una compagna fissa.
Il suo problema? È un fanatico dei film porno.

RECENSIONE: Diretto, scritto ed interpretato da Joseph Gordon-Levitt, al suo debutto dietro alla macchina da presa, Don Jon è un film che mostra in maniera intelligente una grave dipendenza, da cui è difficile uscire al pari della ossessione per gli stupefacenti o per gli alcolici. Il protagonista è un personaggio attraverso cui lo spettatore vede le difficoltà di una persona che esteriormente sembra avere tutto, ma che è bloccata dal punto di vista relazionale, non riuscendo a trovare la sua dimensione all’interno dell’ambiente-coppia.

La sceneggiatura riprende i classici canoni delle commedie romantiche, aggiungendo però pepe attraverso l’esplorazione del lato nascosto della sessualità, non fermandosi banalmente a situazioni standard come l’incontro, il primo bacio e la prima volta, ma inserendosi nel legame tra il sesso in quanto atto vero e materiale e la sua rappresentazione mentale da parte di un soggetto.

L’incontro con la classica brava ragazza, interpretata da Scarlett Johansson, pone in contrasto la mentalità esageratamente sessuomane con le esigenze di una persona vera, che in quanto tale ha pensieri e sentimenti, dando quindi avvio alla visione del corpo femminile non come insieme di ossa, muscoli e sangue ma come concezione più matura e rispettosa.

La pornografia e l’attrazione per essa è raccontata non scadendo né nel ridicolo né nel triviale, mantenendo uno sguardo amico e al tempo stesso critico. Questa è una freccia nell’arco del film, in quanto l’argomento è di per sé scottante e c’era il rischio di volgarizzarlo più di quanto fosse necessario.

Come attore, Gordon-Levitt interpreta questo Jersey boy in maniera efficace, fornendo una gamma di atteggiamenti in rapporto ai soggetti e oggetti verso cui si relaziona (amici, famiglia, donne, palestra, cura per la casa) che ne fanno un archetipo all’apparenza scontato ma interiormente ricco di sfumature. La Johansson ha un buon ruolo e se abbandonasse supereroi e filmetti potrebbe far valere il detto tanto usato a sproposito secondo cui “a volte la bellezza è un fattore negativo perché nasconde le nostre vere capacità bla bla bla”. Julianne Moore in queste parti è quasi una sicurezza.

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: sul rapporto tra pornografia e persone appassionate di essa penso che film acuti come questo non ce ne siano. Molto particolare.

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