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Pillole di cinema – Il libro della giungla (2016)

il-libro-della-giungla-poster-2Welcome to the jungle
We take it day by day
If you want it you’re gonna bleed
But it’s the price you pay

TRAMA: Mowgli è un bambino allevato dai lupi. Quando la tigre Shere Kahn, nota mangiatrice d’uomini, annuncia di voler eliminare qualsiasi traccia dell’uomo dalla giungla, Mowgli parte all’avventura…

PREMESSA: Considerata la fama della storia, risalente al 1894, la recensione seguente potrebbe contenere spoiler (anticipazioni sulla trama).

PREGI:

– Giancarlo Magalli über alles: Già doppiatore per la Disney in Hercules (diede voce al satiro Filottete), il conduttore televisivo romano interpreta vocalmente in maniera efficace il re delle scimmie Louie (“Luigi” nell’italianizzazione del 1967), ben connotato in questa versione come una sorta di incrocio tra un monarca assoluto e il colonnello Kurtz di Apocalypse Now.

Aiutato infatti dal cambio di caratterizzazione del personaggio tanto introspettivo quanto estetico (qui Luigi è un gigantopithecus, là era un orango) rispetto al classico animato, la sua voce risulta ottimamente inquietante e addirittura “tenebrosa”, abbinandosi alla perfezione con il character.

– CGI avente un senso: grande pregio dell’opera è costituito da una non posticcia e fuori luogo sovrabbondanza di computer grafica, che riesce a risultare credibile sia nella ricostruzione della giungla come ambiente sia degli specifici animali che la popolano.

Paradossalmente è di aiuto la scarsa presenza umana (solo un bambino), che toglie quindi i creatori della pellicola dall’impiccio dovuto all’armonizzazione tra realtà e immagini al computer, talvolta piuttosto ardua nei film che utilizzino troppi effetti speciali.

Spicca particolarmente in positivo l’espressività conferita ai musi degli animali, che diventano così veri e propri “volti” diminuendo drasticamente la distanza tra pubblico e personaggi.

Per un regista che ha in curriculum i primi due episodi di Iron Man e l’assurdo Cowboys & Aliens (la cui idea di base ha senso quanto “Eschimesi & Nazisti” o “Prussiani & Watussi”), mica male.

il libro della giungla

– Kaa femmina: In generale credo sia necessaria molta cautela quando si opti per il cosiddetto genderswapping (ossia il cambiamento di genere di un personaggio canonicamente di un determinato sesso).

In questo caso specifico però il pitone ben si presta ad una virata femminile, sia considerando fattori pratici come l’ipnosi (che praticata da un individuo di sesso opposto assume valore vagamente erotico oltre che predatorio), sia approdando sul terreno del simbolismo legato a temi come tentazione, pericolo e, perché no, algida bellezza.

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– (Almost) Song-free movie: Ok, vi vedo già affilare i forconi e riempire di pece le torce, per cui mi spiego meglio.

In una pellicola in live action la solita vagonata di cantate Made in Disney sarebbe piuttosto ridicola.

Quindi per quanto la celeberrima The Bare Necessities, comunque presente anche qui, sia carina ed appartenga alla storia del relativo genere, non esagerare con le note lo considero un punto a favore.

Per essere una pellicola della House of Mouse, fortunatamente nessuna canzone su quanto sia valoroso e buono il protagonista, su quanto la bella ragazza voglia “di più” non essendo una semplice statuina, su quanto cattivo sia il cattivo o su quanto comica sia la spalla comica.

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DIFETTI:

– Ho detto “ALMOST”…: I Wan’na Be Like You ce la cucchiamo anche qui, e data la già citata connotazione darker di Luigi non è che abbia molto senso.

E pensare che nella versione originale in lingua inglese se la canta Christopher Walken ne ha probabilmente ancor meno.

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– Riprende con relativa fedeltà la versione animata: Che di per sé non è un difetto, ma qualcuno potrebbe mal digerire la relativa poca novità di questo prodotto cinematografico, oltre che arrabbiarsi per ogni (necessaria) modifica.

Se non altro si risparmia allo spettatore la grottesca immagine di un orso vestito come Carmen Miranda.

E gli avvoltoi-Beatles.

Consigliato o no? Sicuramente sì. Non fatevi ingannare dall’apparenza da ennesimo remake senza senso: questa versione de Il libro della giungla potrebbe stupirvi in positivo.

Pacific Rim

pacific-rim-la-locandina-italiana-275593Tipo Transformers però ancora più “cazzo bum bum”.

TRAMA: Il mondo è sotto l’attacco di giganteschi mostri, noti come Kaiju. Per fronteggiarli vengono ideati enormi robot antropomorfi chiamati Jaegers, controllati simultaneamente da piloti le cui menti sono collegate a una rete neurale.

RECENSIONE: Film diretto e scritto da Guillermo del Toro, papà dei due Hellboy (a molti sono piaciuti un sacco, io ho trovato il primo buono) e de Il labirinto del fauno (a molti non è piaciuto, a me sì) che qui dà sfogo senza mezzi termini alle sue manie infantili più sfrenate.

Robot vs mostri? Quale bambino non ha fantasticato almeno una volta su qualcosa del genere? Enormi bestie primordiali che si scontrano con il ricavato più moderno della tecnologia umana, in un’epica guerra che sancirà il vincitore tra bestialità e ragione. Eroismo a pacchi, scienza farlocca quanto basta e via a menarsi.

Il problema è che tanto questa cosa è una figata con gli occhi e la mente di un bambino, tanto diventa idiota una volta passati i 18 anni, età raggiunta la quale si può votare, guidare un’automobile e giudicare i film con un po’ di criterio.

Se la regia può anche risultare funzionale e ben fatta, dovendo filmare moltissime scene ciclopiche che possono risultare piacevoli, gli stereotipi, con personaggi spessi come un foglio di carta ed eccessivamente caricaturizzati, contribuiscono a far virare il film verso il blockbuster senza pretese sgretolando l’idea di partenza.

Gli attori non sono estremamente conosciuti. Il protagonista è Charlie Hunnam, che interpreta lo stereotipo del soldato americano dei film degli anni duemila, ossia trentenne, bianco e gradasso. Più li vedo nei film è più ho nostalgia di quando gli eroi action erano montagne austriache inarrestabili o italoamericani con la paresi e la voce di Ferruccio Amendola. Quelli sì che spaccavano culi! Poi ci sono Idris Elba, che aggiunge un’altra perla alla sua collana formata da Thor (con cui si è rimbambito Kenneth Branagh), Prometheus (con cui si è rimbambito Ridley Scott) e Ghost Rider (su cui non ho neanche la forza di fare battute). Accanto a Elba l’asiatica Rinko Kikuchi, con un personaggio irritante a dir poco. Comparsate di russi glaciali e australiani cazzuti.

In poche parole manca solo un francese raffinato e i luoghi comuni razziali e razzisti ce li siamo giocati tutti.

Fotografia di Guillermo Navarro, di buona fattura ma troppo poco per sollevare un film con problemi del genere.

Della sceneggiatura, scritta dallo stesso del Toro e da Travis Beacham, ho preferito non discorrere in maniera troppo diffusa perché non è buona educazione parlare degli assenti.

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: Transformers, Power Rangers, varie ed eventuali.

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