L'amichevole cinefilo di quartiere

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La torre nera

Colui che scrive recensioni ha dimenticato il volto di suo padre.

TRAMA: New York. Il giovane Jake è tormentato da strani sogni e visioni in cui ricorrono tre immagini: un uomo vestito di nero, un pistolero e una torre nera. Un giorno, seguendo le indicazioni contenute in uno dei suoi sogni, Jake viene catapultato in una dimensione parallela; qui incontra l’uomo che occupa i suoi incubi, Roland Deschain…
Tratto dall’omonimo ciclo di romanzi di Stephen King.

PREMESSA: Pur essendo un amante delle opere del Re ed essermi divorato più di venti suoi scritti tra romanzi e raccolte di racconti, non ho letto la serie letteraria de La torre nera. Il mio giudizio verterà quindi esclusivamente sulla pellicola.

RECENSIONE:

Maratona – Record Mondiale: 2 ore, 2 minuti e 17 secondi (Dennis Kipruto Kimetto – 2014).
100 metri piani – Record Mondiale: 9 secondi e 58 centesimi (Usain Bolt – 2009).

Basate entrambe sulla corsa, esse sono due discipline sportive completamente diverse, che richiedono allenamento fisico ed approccio mentale agli antipodi: in atletica sono la distanza più lunga e quella più corta.
Un po’ come yin e yang nella filosofia cinese.

Se per quanto riguarda il percorso libro –> film lo yin è Lo Hobbit, favoletta per bambini trasposta in tre film da complessivi 470 minuti (quattrocentosettanta, Dio vi fulmini), lo yang è questo La torre nera, una mezza schifezza di un’ora e mezza tratta da una serie di otto libri da quattromiladuecento pagine totali.

Ma perché…?

Mi sarò probabilmente dimenticato il volto di mio padre, ma raramente ho assistito ad un film che trasmetta una tale idea di raffazzonaggine, dovuta principalmente all’ovvia liofilizzazione delle tempistiche e alla conseguente incapacità di soffermarsi su cosucce piuttosto importanti quali risvolti della trama, introspezione psicologica dei personaggi e dettagliume vario.

Characters, situazioni e, boh, cose vengono impunemente sbrodolate in faccia al pubblico senza offrirgli strumenti per comprenderle ed apprezzarle, non essendoci davvero il tempo materiale per farlo e dando quindi per scontato che ci si innamori fatalmente della storia, come colpiti dal dardo di Cupido.

Che è in assoluto il modo peggiore per tentare di farsi apprezzare.

La pecca principale del film è quindi il presentare troppa carne al fuoco sfruttandola malissimo, affidandosi prevalentemente al carisma degli attori (poi ne parliamo) e non assumendo un’identità propria non solo in riferimento all’opera letteraria di partenza, ma anche in senso più strettamente cinematografico.

Ad una prima sezione piuttosto noiosotta ambientata nella nostra realtà, farcita di tutti gli stereotipi sfascia-gonadi possibili ed immaginabili sul ragazzino “diverso e problematico”, segue una parte centrale nel Medio-mondo che sarebbe stato auspicabile fosse durata circa il triplo in modo da permettere immersività allo spettatore, concetto evidentemente estraneo ai produttori del film, guidati probabilmente dal mantra “questa roba piacerà perché si spara”.

Ed è proprio qui dove sarebbe dovuta scattare la scintilla vitale che il film deraglia nel meno che mediocre, sfiorando molti (troppi) elementi narrativi senza porca puttana approfondirne mezzo e mostrando una maledetta fretta non permettendo il naturale germoglio dei semi narrativi.

Terza ed ultima sezione il ritorno sulla terra, senza dubbio la parte peggiore data la fastidiosissima presenza di stanchissime gag già viste e straviste relative a normali elementi della nostra società e sul come possano sembrare bizzarri ad un completo estraneo, o viceversa.

Oltre ad uno scontro finale di raro piattume.

Che tedio.

Visivamente può essere godibile solo a chi non abbia grandissima esperienza cinematografica, dato il comparto grafico non offre elementi di particolare meraviglia, limitandosi a toccare pigramente meccaniche estetiche già più che collaudate (e i mostri… e i predoni… e la magia nera…) supportate da una regia operaia e impalpabile.

Le stesse pistole di Roland, che avrebbero potuto essere l’ira di Dio, pur spingendo ridicolmente l’acceleratore sulla bravura del gunslinger sono in fin dei conti piuttosto ordinarie, non mostrando nulla che un John Wick qualsiasi non abbia già presentato intrattenendo decisamente di più.

O un immarcescibile Clint, a cui il personaggio letterario di Roland è ispirato.

In una fotografia un po’ troppo spenta e che tendendo a tinte dark abbastanza a caso perde l’occasione di sfruttare il colore per delineare in modo più netto elementi magici o banalmente la differenza tra Bene e Male, si muove un cast riconducibile ai soli due grandi nomi.

Attori di indiscussa bravura e carisma, sia Idris Elba che Matthew McConaughey escono dalla pellicola con le ossa rotte.

Meglio il primo del secondo, non per meriti particolari ma semplicemente perché il Walter Padick del texano (chiamarlo direttamente “Randall Flagg” no?) è un antagonista scritto con gli alluci che avrebbe meritato molto di più sia in termini di screen-time che in approfondimento narrativo.

Fattori estremamente importanti nella definizione di un villain come “da dove viene?”, “perché ha scopi malvagi?”, “da dove derivano le sue capacità?” sono bellamente ignorati dal film, optando invece per una caratterizzazione stile “Killgrave dei poveri” che spesso sfiora il ridicolo involontario.

Elba d’altro canto è un attore figo che interpreta un personaggio figo, seppur piatto come una tavola da surf, e quindi la mediocrità del suo character è più sopportabile, per quanto ampiamente dimenticabile come il suo rivale e quasi altrettanto ridicolo.

Tom Taylor passabile come ragazzino con gli occhioni sbarrati da hobbit, il resto del cast ha il peso narrativo di sagome cartonate parlanti.

Un’occasione toppata malamente, un film confuso e assemblato alla bell’e meglio che rende cattivo servizio ad uno degli scrittori più famosi, amati e prolifici del nostro tempo.

Peccato.

Pillole di cinema – Il libro della giungla (2016)

il-libro-della-giungla-poster-2Welcome to the jungle
We take it day by day
If you want it you’re gonna bleed
But it’s the price you pay

TRAMA: Mowgli è un bambino allevato dai lupi. Quando la tigre Shere Kahn, nota mangiatrice d’uomini, annuncia di voler eliminare qualsiasi traccia dell’uomo dalla giungla, Mowgli parte all’avventura…

PREMESSA: Considerata la fama della storia, risalente al 1894, la recensione seguente potrebbe contenere spoiler (anticipazioni sulla trama).

PREGI:

– Giancarlo Magalli über alles: Già doppiatore per la Disney in Hercules (diede voce al satiro Filottete), il conduttore televisivo romano interpreta vocalmente in maniera efficace il re delle scimmie Louie (“Luigi” nell’italianizzazione del 1967), ben connotato in questa versione come una sorta di incrocio tra un monarca assoluto e il colonnello Kurtz di Apocalypse Now.

Aiutato infatti dal cambio di caratterizzazione del personaggio tanto introspettivo quanto estetico (qui Luigi è un gigantopithecus, là era un orango) rispetto al classico animato, la sua voce risulta ottimamente inquietante e addirittura “tenebrosa”, abbinandosi alla perfezione con il character.

– CGI avente un senso: grande pregio dell’opera è costituito da una non posticcia e fuori luogo sovrabbondanza di computer grafica, che riesce a risultare credibile sia nella ricostruzione della giungla come ambiente sia degli specifici animali che la popolano.

Paradossalmente è di aiuto la scarsa presenza umana (solo un bambino), che toglie quindi i creatori della pellicola dall’impiccio dovuto all’armonizzazione tra realtà e immagini al computer, talvolta piuttosto ardua nei film che utilizzino troppi effetti speciali.

Spicca particolarmente in positivo l’espressività conferita ai musi degli animali, che diventano così veri e propri “volti” diminuendo drasticamente la distanza tra pubblico e personaggi.

Per un regista che ha in curriculum i primi due episodi di Iron Man e l’assurdo Cowboys & Aliens (la cui idea di base ha senso quanto “Eschimesi & Nazisti” o “Prussiani & Watussi”), mica male.

il libro della giungla

– Kaa femmina: In generale credo sia necessaria molta cautela quando si opti per il cosiddetto genderswapping (ossia il cambiamento di genere di un personaggio canonicamente di un determinato sesso).

In questo caso specifico però il pitone ben si presta ad una virata femminile, sia considerando fattori pratici come l’ipnosi (che praticata da un individuo di sesso opposto assume valore vagamente erotico oltre che predatorio), sia approdando sul terreno del simbolismo legato a temi come tentazione, pericolo e, perché no, algida bellezza.

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– (Almost) Song-free movie: Ok, vi vedo già affilare i forconi e riempire di pece le torce, per cui mi spiego meglio.

In una pellicola in live action la solita vagonata di cantate Made in Disney sarebbe piuttosto ridicola.

Quindi per quanto la celeberrima The Bare Necessities, comunque presente anche qui, sia carina ed appartenga alla storia del relativo genere, non esagerare con le note lo considero un punto a favore.

Per essere una pellicola della House of Mouse, fortunatamente nessuna canzone su quanto sia valoroso e buono il protagonista, su quanto la bella ragazza voglia “di più” non essendo una semplice statuina, su quanto cattivo sia il cattivo o su quanto comica sia la spalla comica.

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DIFETTI:

– Ho detto “ALMOST”…: I Wan’na Be Like You ce la cucchiamo anche qui, e data la già citata connotazione darker di Luigi non è che abbia molto senso.

E pensare che nella versione originale in lingua inglese se la canta Christopher Walken ne ha probabilmente ancor meno.

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– Riprende con relativa fedeltà la versione animata: Che di per sé non è un difetto, ma qualcuno potrebbe mal digerire la relativa poca novità di questo prodotto cinematografico, oltre che arrabbiarsi per ogni (necessaria) modifica.

Se non altro si risparmia allo spettatore la grottesca immagine di un orso vestito come Carmen Miranda.

E gli avvoltoi-Beatles.

Consigliato o no? Sicuramente sì. Non fatevi ingannare dall’apparenza da ennesimo remake senza senso: questa versione de Il libro della giungla potrebbe stupirvi in positivo.

Pacific Rim

pacific-rim-la-locandina-italiana-275593Tipo Transformers però ancora più “cazzo bum bum”.

TRAMA: Il mondo è sotto l’attacco di giganteschi mostri, noti come Kaiju. Per fronteggiarli vengono ideati enormi robot antropomorfi chiamati Jaegers, controllati simultaneamente da piloti le cui menti sono collegate a una rete neurale.

RECENSIONE: Film diretto e scritto da Guillermo del Toro, papà dei due Hellboy (a molti sono piaciuti un sacco, io ho trovato il primo buono) e de Il labirinto del fauno (a molti non è piaciuto, a me sì) che qui dà sfogo senza mezzi termini alle sue manie infantili più sfrenate.

Robot vs mostri? Quale bambino non ha fantasticato almeno una volta su qualcosa del genere? Enormi bestie primordiali che si scontrano con il ricavato più moderno della tecnologia umana, in un’epica guerra che sancirà il vincitore tra bestialità e ragione. Eroismo a pacchi, scienza farlocca quanto basta e via a menarsi.

Il problema è che tanto questa cosa è una figata con gli occhi e la mente di un bambino, tanto diventa idiota una volta passati i 18 anni, età raggiunta la quale si può votare, guidare un’automobile e giudicare i film con un po’ di criterio.

Se la regia può anche risultare funzionale e ben fatta, dovendo filmare moltissime scene ciclopiche che possono risultare piacevoli, gli stereotipi, con personaggi spessi come un foglio di carta ed eccessivamente caricaturizzati, contribuiscono a far virare il film verso il blockbuster senza pretese sgretolando l’idea di partenza.

Gli attori non sono estremamente conosciuti. Il protagonista è Charlie Hunnam, che interpreta lo stereotipo del soldato americano dei film degli anni duemila, ossia trentenne, bianco e gradasso. Più li vedo nei film è più ho nostalgia di quando gli eroi action erano montagne austriache inarrestabili o italoamericani con la paresi e la voce di Ferruccio Amendola. Quelli sì che spaccavano culi! Poi ci sono Idris Elba, che aggiunge un’altra perla alla sua collana formata da Thor (con cui si è rimbambito Kenneth Branagh), Prometheus (con cui si è rimbambito Ridley Scott) e Ghost Rider (su cui non ho neanche la forza di fare battute). Accanto a Elba l’asiatica Rinko Kikuchi, con un personaggio irritante a dir poco. Comparsate di russi glaciali e australiani cazzuti.

In poche parole manca solo un francese raffinato e i luoghi comuni razziali e razzisti ce li siamo giocati tutti.

Fotografia di Guillermo Navarro, di buona fattura ma troppo poco per sollevare un film con problemi del genere.

Della sceneggiatura, scritta dallo stesso del Toro e da Travis Beacham, ho preferito non discorrere in maniera troppo diffusa perché non è buona educazione parlare degli assenti.

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: Transformers, Power Rangers, varie ed eventuali.

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