L'amichevole cinefilo di quartiere

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It (2017)

Galleggiano.

TRAMA: A Derry, una piccola cittadina del Maine, un gruppo di 7 ragazzini, conosciuti come ‘Il Club dei Perdenti’, si trova faccia a faccia con la personificazione stessa del Male, incarnata da una creatura capace di mutare aspetto e che, spesso, si mostra con le inquietanti fattezze di un clown di nome Pennywise.
Tratto dal romanzo omonimo di Stephen King (1986).

RECENSIONE: Visto che negli ultimi anni la tendenza produttiva cinematografica è quella di catapultarsi follemente in remake, reboot e trasposizioni varie da altri media, non poteva scampare a tale compulsivo processo l’opera letteraria più nota del prolifico romanziere horror Stephen King, già vista su schermo con la tanto celebre quanto mediocre ed edulcorata serie tv del 1990.

È da evidenziare però un elemento importante che differenzia nettamente la nuova versione di It da molti altri riadattamenti visti fino ad oggi.

Questo non è fatto con i piedi.

Per la regia dell’argentino Andy Muschietti, che ha sostituito Cary Fukunaga in una fase di pre-produzione piuttosto tribolata, It è un film che, pur distaccandosi per molti aspetti dal romanzo di partenza, riesce comunque a coglierne perfettamente lo spirito, offrendone quindi una versione rivisitata che però non smarrisce la rotta originaria.

Molteplici infatti sono gli elementi divergenti tra opera letteraria e cinematografica: a partire dalla collocazione temporale (1957-1958 nel libro, 1988-1989 nel film, con conseguente cambiamento delle citazioni pop) alle trasformazioni di It (che abbandona mostruosità classiche come licantropo, mummia o volatile gigante per passare ad incarnazioni psicologicamente più macabre e sottili), passando per il background dei ragazzini (sforbiciato pesantemente), analizzando la pellicola nei dettagli si possono cogliere moltissimi cambiamenti, i quali però, come già detto, non vanno ad inficiare la resa dell’opera poiché vengono mantenuti i binari narrativi e psicologici di partenza, senza stravolgere il senso del romanzo ma riadattandolo con rispetto ed efficacia.

Gli stessi personaggi hanno di conseguenza subito una rivisitazione: più maturi nel comportamento, nei riferimenti e nel linguaggio rispetto ai tipici ragazzini di fine anni cinquanta, i membri del Club dei Perdenti sono giovanotti tostarelli che coraggiosamente decidono di affrontare il Male rafforzati dalla loro stessa unione.
Molti che diventano Singolo faccia a faccia con il Singolo che diventa molti, pur con una semplificazione piuttosto evidente delle loro origini familiari, essi riescono ad incarnare la natura delle loro controparti cartacee rendendole delle rispettosissime e ben fatte versioni modernizzate.

La regia di Muschietti omaggia il romanzo grazie principalmente all’azzeccata scelta di imbastire un tono molto più dark e cruento rispetto alla miniserie per la tv, rendendo ad esempio vivide e violente scene prima solo accennate e centrando quindi lo stile king-iano.
Ciò risulta estremamente funzionale alla buona riuscita dell’opera, essendo l’antagonista infatti un essere totalmente malvagio e senza caratteristiche psicologiche che possano contribuire ad una redenzione o ad una spinta empatica nei suoi confronti (come potrebbe accadere nei confronti di un villain umano).

It è una scoria malefica che contamina nel corso dei secoli una cittadina nutrendosi simbioticamente dei suoi abitanti e della paura. Un terrificante, abominevole ed asettico “Esso” acquisisce molta più potenza tanto emotiva quanto scenica se vengono enfatizzati la sua sete di sangue e il desiderio di terrorizzare i suoi giovani antagonisti, e in ciò aiuta moltissimo anche il montaggio del film, che riesce a dosare bene sequenze cariche di tensione con altre seguenti caratterizzate da tagli a raffica.

Tra l’interpretazione di Pennywise il Clown Danzante offerta da Tim Curry e quella di Bill Skarsgård, su cui verteva probabilmente il più grande punto interrogativo relativo alla nuova versione, la differenza è più o meno la stessa che sussiste, a proposito di pagliacci, tra quella di Jack Nicholson e Heath Ledger per il Joker della DC.

Stesso personaggio, stesso nome, ma approcciato in modo talmente diverso da generare un confronto che però viene subito a cadere, semplicemente considerando che entrambe le incarnazioni si adattano perfettamente al relativo contesto.

Se Curry era un clown più classico, ridanciano ed esagerato nel suo grottesco, adatto perciò ad uno show televisivo della ABC, Skarsgård è un macabro pagliaccio estremamente violento, perfettamente in linea con il maggiore gore di un film R-rated 2017.

Per esplicare in modo molto chiaro e netto le differenze, basta analizzare la scena in cui Pennywise compare ai Perdenti attraverso immagini di repertorio, nelle due versioni.

Colori e vivacità nella prima, ambientata in una soleggiata giornata all’aperto, atmosfera cupa di una stanza buia con colonna sonora martellante nella seconda.

Buona scelta di cast per i giovani protagonisti, tutti azzeccati nelle rispettive parti.

Dal balbettante leader de facto Bill Denbrough, il più toccato dalla malvagità del mostro a causa della sua perdita, al linguacciuto comic relief Richie Tozier fino al delicato ed ipocondriaco Eddie Kaspbrak, ogni anima dei Losers è interpretata da un ragazzino in grado di offrire pregevoli interpretazioni.

Menzione speciale per la Beverly Marsh di Sophia Lillis, personaggio in una versione matura più di giovane donna che di ragazzina, con l’attrice molto brava a gestire la doppia fragilità-forza del personaggio e il senso di appartenenza al gruppo dei maschi.

La metà giovanile del romanzo viene trasposta su grande schermo in una più che discreta pellicola, cruda versione metal della resa precedente e che dimostra una gradevole qualità complessiva.

Visto il grande successo riscontrato presso critica e pubblico (maggiore incasso di tutti i tempi per un film horror) è auspicabile che tale film contribuisca ad un’inversione di rotta in fase produttiva: non più remake o reboot di ottimi prodotti di successo, alla ricerca di un facile successo commerciale che spesso sfocia in un impietoso confronto con le gemme del passato, ma rivisitazioni migliorative di prodotti audiovisivi limitati.

Sperare non costa nulla.

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Pillole di cinema – Kong: Skull Island

Non sono stati i recensori, è stato il cinema che ha ucciso la bestia.

TRAMA: Un gruppo di esploratori particolarmente assortito raggiunge una sperduta isola del Pacifico: tanto bella quanto pericolosa, questa terra è il regno di un gigantesco gorilla.

RECENSIONE:

PREGI:

– CGI: Elemento su cui i film di puro intrattenimento dovrebbero basarsi, ma che talvolta si rivela una più o meno evidente delusione, l’aspetto prettamente visivo dell’opera è ben realizzato e risulta una piacevole sorsata d’acqua fresca per la sete dell’occhio.

Vegetali e mostri vari creati virtualmente grazie al computer sono infatti ben armonizzati con la controparte materiale e “reale” dell’ambientazione (attori e location) offrendo un’amalgama convincente e non fastidiosamente posticcia.

L’ottavo King Kong del grande schermo è in particolare una bestia di proporzioni gargantuesche: con i suoi oltre trenta metri di altezza è un titano che supera nettamente le sue precedenti incarnazioni (per darvi un’idea il Kong più recente, quello di Peter Jackson, era alto una decina di metri) ed è visivamente efficace nel suo veicolare la potenza della natura sull’uomo.

– Ritmo: Senza scomodare Marie Claire D’Ubaldo e la sua The Rhythm is magic, la cadenza narrativa è basilare in un action movie, e questo Skull Island ne ha una piuttosto apprezzabile, grazie alle sue due orette di durata ricche di avvenimenti e relativamente povere di chiacchiere inutili.

Lo spettatore che si mette a guardare un film del genere si aspetta infatti poche cose precise: un primate colossale che spacca tutto, dinosauri, mostri preistorici e comprimari che crepano in modi orribili.
Niente scambi di battute sui massimi sistemi o pseudo pretese filosofiche scorreggione e fuori contesto: personalmente ciò di cui mi accontento è che i dialoghi siano basilari e sufficienti, la storia va benissimo anche lineare e un po’ di sana esagerazione naturalistica.

Tutti elementi qui presenti.

Me felice.

DIFETTI:

– È comunque un po’ la solita menata: Come facilmente intuibile, non siamo di fronte ad un’opera che spicchi per inventiva.
Unite un’isola estremamente ostile come clima, flora e fauna ad un branco di cialtroni male in arnese ed il massimo dell’imprevedibilità sarà scommettere con i vostri amici sull’ordine esatto in cui i vari personaggi ci lasceranno le penne.

Qualcosina-ina di un po’ più articolato del solito in fase iniziale non esenta il film dall’eccessiva ordinarietà della trama.

– I personaggi: Banali come Focus Storia che manda in onda uno speciale sul nazismo, i characters di Kong: Skull Island sono poco più che pedine del Cluedo da macellare.
Nonostante possano essere utili per spostare l’attenzione dello spettatore sul mostro, la loro eccessiva piattezza diventa un boomerang e porta a scarsa empatia da parte del pubblico, che non vede in loro qualcuno alle cui vicende appassionarsi.

Il giovane scienziato desideroso di sapere, i militari guerrafondai e patriottici, il reduce suonato in stile Dennis Hopper di Apocalypse Now e l’agente governativo viscido sono macchiette troppo bidimensionali per spiccare, con inoltre l’aggravante di avere il volto di ottimi attori (Tom Hiddleston, John Goodman, Samuel L. Jackson…).

Nel cast spiccano particolarmente in negativo…

– …Brie Larson ed il suo personaggio: la Weaver di Brie Larson è indubbiamente il personaggio peggio gestito dell’intera sceneggiatura: se come già detto gli altri membri del gruppo sono quasi archetipi, la fotografa pacifista, sospettosa e determinata avrebbe potuto ricevere migliore trattamento introspettivo, con l’aggiunta di sfumature purtroppo non presenti nel film.

A questa occasione mancata si unisce un’interpretazione non particolarmente esaltante e quasi “annoiata” dell’attrice, come se il disaster movie fosse una tappa obbligata per affermarsi nel cinema mainstream dopo l’Oscar vinto nel 2015 e prima dell’approdo alla Marvel.

Ah, dimenticavo, solita polemica pruriginosa ed inutile sulle sue (grosse e belle) tette in fase di promozione del film.

Che pazienza.

Consigliato o no? Dipende essenzialmente da quanto apprezziate il genere di appartenenza.

Kong: Skull Island non è certamente un film memorabile e si limita a fare il suo senza tentare escamotages imprevedibili, ma devo ammettere che nel suo ambito ci sono molte pellicole nettamente peggiori.

Per una serata leggera ci può stare.

Fast & Furious 8

La brum di Toretto ha un buco nella gomma.

TRAMA: La squadra di Dominic Toretto sembra aver finalmente trovato la tranquillità tanto desiderata.
Purtroppo i guai sono dietro l’angolo, e questa volta si manifestano sotto le spoglie di una spietata terrorista informatica, che riesce a spezzare l’equilibrio della squadra trascinando Dominic dalla sua parte.
Per riportarlo alla ragione, Letty, Hobbs e gli altri saranno costretti a chiedere aiuto ad un loro vecchio nemico, Deckard Shaw.

 

RECENSIONE:

Carro armato (??)

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Dodge Charger.

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Nissan IDX.

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Jaguar F-Type Coupe.

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Corvette Stingray 1966.

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Bentley GT BR9 coupe.

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Subaru BRZ.

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Lamborghini Murcielago.

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Mercedes AMG GT.

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Corvette 1966.

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Ford Fairlane 1956.

 

VROOM VROOM BANG BUM PATA-PAM CRASH.  

Bla bla bla famiglia, bla bla bla tradimento, bla bla bla il mio pene è più lungo del tuo, bla bla bla stereotipi imbecilli a camionate, bla bla bla techno mumbo-jumbo campato per aria.

Che cazzo ci fa Kurt Russell in ‘sta roba?

Che cazzo ci fa Charlize Theron in ‘sta roba?

Che cazzo ci fa Helen Mirren in ‘sta roba?

Se una serie come questa arriva al capitolo OTTO esiste un problema.

 

Buona Pasqua.

Power Rangers (2017)

Potere del cristallo del… ah, no, sbagliato serie.

TRAMA: Cinque ragazzi che vivono nell’immaginaria cittadina di Angel Grove vengono scelti dal Destino per diventare i nuovi Power Rangers, invincibili guerrieri mascherati pronti a difendere la Terra dalle forze del Male guidate dalla strega intergalattica Rita Repulsa, in cerca di vendetta per essere stata sconfitta dalla precedente squadra di combattenti.

RECENSIONE: “Power Rangers”, chi erano costoro?

I Power Rangers, personaggi nati nell’omonima serie televisiva del 1993, sono dei tizi che combattono il male vestiti con costumi sgargianti e caratterizzati dall’utilizzo di mosse dalla dubbia serietà estetica.

Ok, questa gag era scontata ma ero in dovere morale di farla, ora basta facezie.

Per quanto io sia consapevole che i produttori di Hollywood venderebbero la propria madre per un buon incasso al botteghino, sinceramente non credevo che volessero raschiare il barile TANTO IN FONDO da recuperare una serie televisiva che, pur famosissima e di enorme successo commerciale (gadget e altro), era piuttosto trash persino per gli esagerati Nineties, decennio in cui misura e sobrietà non erano particolarmente di casa.

E invece eccoci qui, nell’Anno Domini 2017 ad assistere ad una “nuova” versione di questi “fantastici” eroi.

E com’è?

Direi una deboluccia ed inutile porcatina.

Uno dei peggiori difetti di questa pellicola e che, non mi stancherò mai dirlo, costituisce veramente il MALE dei film action, è di avere un’introspezione psicologica sui personaggi veramente DA QUATTRO SOLDI, aggravata ulteriormente dal fatto che, fin dalle prime sequenze che li vedono protagonisti, possiamo notare come i nostri pisquani denotino lo stesso carisma dei manichini dei Grandi Magazzini.

Tali connotazioni da Adolescente problematico 1.0 hanno come unica funzione quella di accentuare il solito solitume dell’ascesa “zero to hero” di questa manica di coglioni, la cui caratterizzazione dovrebbe avvicinarli al pubblico per aiutarlo ad identificarsi in essi.

E quindi, attraverso un segmento iniziale dalla durata ETERNA (un terzo abbondante delle quasi due ore totali) e dalla velocità di crociera pari alla moviola della Domenica Sportiva, via ad uno stereotipo dietro l’altro: dalla star dello sport in declino alla cheerleader reietta, dal nerd semi-autistico, alla lesbica (??) sarcastica all’asiatico tosto, il tutto interpretato da “attori” espressivi come un elenco telefonico.

Ripensandoci, non è difficile essere empatici nei loro confronti.

Se avete la varietà emotiva di una trota salmonata.

O se siete morti dentro.

E un po’ anche fuori.

Le sequenze action non sono imbarazzanti come nella serie tv, (cazzo, almeno le infinite capriole all’indietro e le pose plastiche con tanto di esplosione alle spalle ce le siamo risparmiate) ma risultano comunque scialbe nel loro aderire perfettamente a delle semplici legnate su legnate su legnate inferte a dei mostri che si avviano fieri verso l’inevitabile morte come manichini da crash test, ed indistinguibili uno con l’altro nella loro minionità.

La conseguenza di ciò è duplice:

In primis la parte più noiosa del superhero movie, ossia la scoperta dei poteri da parte del/la ragazzo/a di turno, è entusiasmante come la vernice che si asciuga, non essendoci varietà oltre ai già stravisti “faccio salti lunghissimi”, “rompo le cose senza volerlo perché non mi rendo conto della mia improvvisa forza” et similia.

In secundis quando FINALMENTE cominciano le battaglie sono due palle comunque, perché è tutto calcio, pugno, salto, pugno, calcio, salto con la partecipazione delle ondate e ondate di figli abortiti di Mordiroccia come allegra carne da macello.

A parte qualche piccolissima punta stilistica, la regia è inoltre notevolmente piatta, non riuscendo perciò a rendersi ancora di salvezza almeno visiva in caso di opere con scarsa sceneggiatura (tipo questa, ma ad essere buoni) o con idee di base senza forte appeal.

Fun fact: ascoltato in lingua italiana, mi ha fatto sorridere constatare che i nostri doppiatori sono molto più famosi dei semisconosciuti attori a cui prestano la voce: abbiamo infatti tra gli altri Davide Perino (Elijah Wood, Jesse Eisenberg), Letizia Ciampa (Emma Watson, Emilia Clarke) e Flavio Aquilone (Tom Felton, Zac Efron).

Ah, e Bill Hader è sostituito per uno stranamente sopportabile Alpha 5 da Nanni Baldini.

Pur con un restyling grafico anche piuttosto piacevole e “moderno”, la Rita Repulsa di Elizabeth Banks è un villain assai poco sviluppato, che ha solamente tre funzioni: piatta incarnazione del Male con background narrativo easy easy, nutrimento per il trasformismo della Banks e sfizioso materiale masturbatorio per quattordicenni.

Bryan Cranston come Zordon è un dimenticabilissimo tamerlano che per scelte di trama piuttosto banalotte e/o squallide non riesce ad imprimere la sensazione di potente e saggia guida che connoterebbe il personaggio.

Evidentemente per metterci il faccione lo hanno pagato bene.

Per quanto ovviamente non si potesse pretendere la luna, Power Rangers è un film pessimo e disutile, la cui uscita odierna in un panorama cinematografico dominato dai supereroi fumettistici non ha alcun senso logico, rendendo inevitabile un impietoso confronto.

Adatto esclusivamente ai fan della serie, e poi e poi.

Go go fuori dalle balle.

Life – Non oltrepassare il limite

Nello spazio nessuno può sentirti copiare.

TRAMA: I sei membri di una stazione spaziale internazionale si trovano in missione nel cosmo e sono impegnati ad analizzare un campione di materiale proveniente da Marte che potrebbe costituire la prova dell’esistenza di forme di vita aliene.
Inaspettatamente il frammento, di natura organica, si dimostra dotato di intelligenza e aggressività.

RECENSIONE: L’equipaggio di un’astronave affronta un alieno che cerca di accopparli uno dopo l’altro.

Trama originale, non l’avevo mai sentita.

Ah no, scusate, l’avevo sentita in UNO DEI FILM PIÙ FAMOSI DELLA STORIA DEL CINEMA.

Life è Alien.

No, non ho detto che “lo ricorda”.

Non ho detto che “ci assomiglia”.

LO È.

In una sua versione ovviamente peggiore, più noiosa, più raffazzonata.

E più diversamente intelligente.

Per la regia di Daniel Espinosa, Life è un film profondamente inutile nel suo essere una copia carbone di un’altra opera arcinota che pur con quasi quattro decadi sulla groppa giganteggia artisticamente nei confronti di questo suo clone abortito, che rivela l’onta di nulla aggiungere al classico tòpos della minaccia esterna in ambiente interno.

Nonostante infatti un piacevole e ben realizzato piano sequenza iniziale, che risulta tirando le somme l’unica nota lieta di una composizione stridente e stonata, Life nemmeno tenta di crearsi un proprio binario narrativo, il quale avrebbe evitato una perenne sensazione di déjàvu gradevole quanto leccare la sabbia.

E sapete cosa sarebbe meglio fare piuttosto che assistere ad un pessimo remake di Alien?

Oltre a fissare il sole per due ore?

RIGUARDARSI IL FOTTUTO ALIEN. 

Tolta come già detto l’apertura, regia e fotografia si rivelano piuttosto mediocri: basata troppo spesso su jump scares e sul solito solitume dell’atmosfera opprimente la prima, troppo blu-nera la seconda, enfatizzando talmente tanto l’ovvio (l’astronave non è sicura, è terreno di caccia, lo abbiamo capito) da portare fastidio e noia per un occhio che vista la pochezza complessiva dell’opera avrebbe in realtà disperato bisogno di beveraggio artistico.

Passiamo ai temi?

Sfruttare l’arroganza umana creando una storia in cui un gruppo di persone si trova di fronte ad una minaccia che persino per un branco di homo sapiens sapiens si rivela più che ostica è un buon modo per instillare il germe della paura.

Il problema è che per essere avvincente, una minaccia deve costituire una certezza nell’esistenza (cioè deve essere davvero un pericolo per i protagonisti, e fin qua ci siamo) ma un’incertezza nei modi di esecuzione e nelle sue caratteristiche intrinseche (In cosa consiste l’avversario? Quanto male può fare? Cosa può sfruttare per uccidere?).

Legandoci a questo discorso, uno dei tanti grossi difetti di Life è molto semplice.

L’alieno è troppo forte.

Se un antagonista, per quanto minaccioso, ha un punto debole, si crea un meccanismo inconscio per cui il pubblico è curioso di vedere con il prosieguo della storia se e come questo tallone d’Achille verrà sfruttato, quanto ci impiegheranno a notarlo e chi trionferà in conclusione.

Ma se io spettatore mi ritrovo davanti ad una FOTTUTA BESTIA RESISTENTE AD OGNI OFFESA POSSIBILE ED IMMAGINABILE, tale schema mentale non funziona più, perché darò per scontato che entro la fine della pellicola i nostri prodi verranno macellati tutti senza pietà.

Se ho ragione mi autospoilero il finale, e quindi chi cazzo me l’ha fatto fare di sprecare due ore della mia vita.

Se ho torto, il film che sto guardando dimostra di non avete una costruzione narrativa lineare, perché molto probabilmente per superare tale empasse si affiderà a risvolti di sceneggiatura imbecilli o ad un vero e proprio deus ex machina stupido o random.

Il cast, pur vantando nomi noti, è sprecato principalmente per due motivi: il primo è che ovviamente trovandosi immersi in un doppione risultano assai poco memorabili, il secondo è che purtroppo la loro caratterizzazione psicologica è spessa quanto il domopak, quindi lo spettatore non è coinvolto nelle esperienze negative che essi vivono.

E non c’è nulla di peggio per l’intrattenimento che vedere un personaggio di un film crepare orribilmente e rendersi conto che emotivamente non ce ne frega proprio un tubo.

Jake Gyllenhaal è probabilmente è l’unico peone che riesce ad essere soddisfacente, approfittando del notevole screen time a lui riservato e dell’essere circondato da un branco di carne da macello multietnica che serve solo a far scommesse su chi nutrirà per primo l’alieno.

Ed approfittando anche di una Rebecca Ferguson, scosciatona ed in topless di spalle nell’ultimo Mission: Impossible, espressiva quanto un idrante.

Un ultimo appunto per i distributori italiani: capisco che le tag-lines originali del film “Be careful what you search for” e “We were better off alone” fossero rispettivamente un po’ stupidotta la prima e portatrice di qualche problema in fase di traduzione la seconda, ma cosa mi significa l’aggiunta del sottotitolo “Non oltrepassare il limite”?

Pare Il titolo di una pubblicità progresso contro l’eccesso di velocità sulla strada.

Un filmaccio.

Serenate. Parole e opinioni in libertà – Descrivere il vostro film preferito in modo che sembri il peggiore di sempre.

Ovvero, vedi titolo.

pollice giù imperatore commodo thumb

Gironzolando per Facebook, antro di perdizione a base di bufale, citazioni sbagliate e foto di gatti, ho notato un post che proponeva una sfida divertente.

Essa consiste nel provare a raccontare le premesse o l’ambientazione generale del proprio film o serie tv preferito/a nel modo peggiore possibile, facendone risaltare solo i difetti o le lacune, ed esponendola quindi come se fosse veramente pessima o imbecille.

Questa è quindi la trama del mio film preferito, raccontata in modo che sembri una vera merda.

TRAMA: Il film comincia con la morte di un vecchio, che si scopre subito essere il protagonista dell’opera.
Nonostante quindi pronti, via e c’è già uno spoiler, il regista (che qui è pure sceneggiatore, attore protagonista, produttore, bibitaro del set e parafulmine umano) decide di vomitare sul pubblico una serie di flashback talmente lunghi e numerosi da mettere in imbarazzo Stephen King, cercando quindi di sfruttare l’effetto Tenente Colombo, che riesce a spopolare in tv nonostante riveli subito l’assassino.

Lo scopo di queste analessi (termine da persone acculturate) è capire il significato dell’ultima parola del defunto, dando quindi per scontato che A) essa abbia un senso, B) al pubblico gliene fotta qualcosa e che C) il vegliardo non fosse già da tempo roso da demenza senile, overdose di viagra e teledipendenza da Colpo grosso.

In pratica l’intera storia è solo una scusa per non chiudere il film dopo i primi cinque minuti, tipo Michael Bay.

Bene, questo era il mio contributo alla causa.

E voi?

Riuscireste, per un gioco perverso e autolesionista, a sminchiare il vostro film preferito?

Se ne avete la voglia ed il coraggio lasciate pure un commento.

La bella e la bestia (2017)

«L’amore a prima vista può scoppiare anche nei confronti di un conto corrente.»
Zsa Zsa Gabor.

TRAMA: Per salvare il padre, la giovane Belle accetta di andare a vivere presso il castello incantato della temibile Bestia, una creatura soggiogata da una terribile maledizione.
Adattamento con attori in carne e ossa dell’omonimo classico d’animazione Disney.

RECENSIONE: Parliamo dei brutti film.

I brutti film offrono un pessimo spettacolo agli occhi del pubblico, sono uno spreco di tempo e di soldi e in casi estremi possono addirittura contribuire alla denigrazione dell’arte d’appartenenza.

Per quanto schifo possano fare, però, la negatività si conclude con la comparsa dei titoli di coda.
La pellicola finisce, ti alzi e te ne vai.

Esiste qualcosa di peggiore rispetto ad un cattivo film?

Sì.

Un cattivo esempio.

Un cattivo esempio inserisce un tarlo nella mente di una persona; questo germe cresce e si sviluppa nel corso degli anni influenzando l’ospite, portando quindi a conseguenze negative sul lungo termine.

La bella e la bestia, film d’animazione del 1991, non è certamente un pessimo film, anzi, è uno dei capisaldi della Casa di Topolino.

Il suo enorme problema è di essere una pellicola fintamente profonda, basata in realtà sul potere del denaro e che SPOILER ALERT nonostante la sua aura di condanna alla superficialità e di elogio alla bellezza interiore si conclude con una coppia bella (fuori) e ricca, che vive in un castello circondata da servitù.

Questa sua versione in live action, ennesima operazione di marketing da parte della grande D negli ultimi anni e nel prossimo futuro, è piuttosto anonima nel suo basarsi troppo pedissequamente sul materiale di partenza, con modifiche ed aggiunte che incidono solo superficialmente sul risultato finale.

Ambientazioni, dialoghi e caratterizzazione dei due personaggi principali sono infatti pressoché le medesime, non osando spingersi al di là di un comodo e rassicurante sentiero narrativo già tracciato.

O, detto più semplicemente, non volendo fare altro che incassare soldi sfruttando la nostalgia dilagante.

Ciò che il pubblico ottiene è un film abbastanza inutile sia nel caso si ami il classico Disney (perché gli è inferiore sul piano qualitativo) sia nel caso opposto (perché almeno là si aveva la scusa dell’animazione che contribuisce alla sospensione dell’incredulità).

Così come Cenerentola, anche La bella e la bestia ha inoltre il problema di non comprendere appieno la differenza tra animazione e live action: bisognerebbe sempre tenere bene a mente, infatti, che ciò che riesce bene in uno dei due mondi non necessariamente può essere trasposto efficacemente nell’altro.

È questo l’esempio dei servitori del castello: se nell’opera Disney hanno un design simpatico ed azzeccato, qui sono… beh…

Raccapriccianti.

E non è un problema dello styling adottato dal regista Condon e soci, ma semplicemente che essi per come sono concepiti non possono essere resi in modo realisticamente accettabile.

Una delle poche note liete del film è il cambiamento nel rapporto tra Gaston (Luke Evans) e Le Tont (Josh Gad), in cui il secondo, con una caratterizzazione omosessuale piuttosto evidente, non è più un semplice punching-ball del primo per fini di comic relief ma assume un ruolo di moderato consigliere.

Gaston inoltre passa da essere un grosso, palese, irrealistico imbecille (poiché essendo di bell’aspetto il cartoon doveva spiegare ai bambini in modo esagerato perché egli sia da considerare un personaggio negativo) all’essere un grosso, palese realistico imbecille, guadagnandone quindi in una profondità narrativa di cui il personaggio aveva disperatamente bisogno.

Un devo dire azzeccato Evans riesce perciò a dare vita ad un antagonista originariamente bidimensionale in modo da renderlo più attinente alla realtà delle cose, elemento molto utile perché, appunto, siamo di fronte ad una versione che al di là dell’ovvio fattore fantasy e fiabesco si presume debba proporsi come versione più realistica.

Protagonista del film è l’inglese Emma Watson, in un ruolo di ragazza altezzosa, amante dei libri e piuttosto antipatica.

Ok, in un altro ruolo del genere.

La sua Belle è praticamente la medesima di quella doppiata da Paige O’Hara nel 1991: vuole di più, non si accontenta della vita agreste nel piccolo borgo, tiene molto a suo padre Maurice (qui un piuttosto spento e malsfruttato Kevin Kline) eccetera eccetera.

Hanno dato carne ad un cartone animato, nulla di più.

Si sentiva quindi la mancanza dell’ennesima versione di questa celeberrima fiaba?

No, anzi, se c’è un’opera Disney che proprio NON aveva bisogno del live action è questa: passino il più che gradevole Il libro della giungla di Jon Favreau o il prossimo Mulan, ma qui abbiamo a che fare con un’opera TROPPO inflazionata, vista e rivista in ogni salsa, che non necessita di nuovi adattamenti che alla fine della fiera “nuovi” non lo sono per nulla.

Un film ipocrita utile come un salvagente bucato.

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