L'amichevole cinefilo di quartiere

Articoli con tag ‘Blog’

Speakers’ Corner – Velvet Buzzsaw

Scritto e diretto da Dan Gilroy dopo essersi fatto un aerosol con il Vinavil, Velvet Buzzsaw è una debolissima cazzatona che pur avendo un’impressionante faretra a disposizione riesce nel non semplice obiettivo di centrare ogni bersaglio con la precisione di Mr. Magoo.

Irritante soprattutto constatare che la critica all’arte contemporanea, mondo vacuo in cui la forma predomina sulla sostanza, sarebbe stata nettamente più efficace se solo ci si fosse sforzati, in fase di sceneggiatura, di calcare la mano con maggiore determinazione verso figure umane tratteggiate troppo pigramente, e che perciò subiscono sferzate facilone e sterili.

La pellicola si tramuta presto, inoltre, in un mero Final Destination in salsa Guggenheim, poiché la vicenda principale (opere di uno sconosciuto pittore uccidono chiunque si trovi ad averne a che fare) non è supportata da un’adeguata esplorazione psicologica di personaggi che paiono cartonati da stereotipo comico.

Affettati direttori di musei che si rivelano squali pronti a scannarsi per ospitare la collezione dell’artista di grido. 
Ok, quindi?
Ambiziose curatrici disposte a tutto per una rapida scalata sociale. 
Ok, quindi?
Rancorosi installatori che covano ambizioni artistiche non volendo più marcire dal lato sbagliato dell’attenzione. 
Ok, quindi?

Per deformazione professionale, ho trovato interessante il critico bisex di Jake Gyllenhaal, che si fa corrompere in base a vantaggi personali per stroncare o elogiare un artista a convenienza, ma anch’esso risulta un character troppo bidimensionale e senza brio.
Immerso in un oceano di nulla, il ruolo del recensore non è purtroppo minimamente approfondito, proprio lui che forse più di tutti avrebbe meritato tridimensionalità data la sua funzione di ponte tra l’opera ed il pubblico.

Immane spreco di cast: oltre al già citato Gyllenhaal abbiamo infatti volti noti ed in gamba come Rene Russo, Toni Collette, Tom Sturridge ed un John Malkovich il cui personaggio non ho sinceramente capito che utilità pratica abbia ai fini dello svolgimento della trama.

Velvet Buzzsaw: un film che vuole essere un ritratto al vetriolo del microcosmo dell’arte moderna senza contenere una critica al microcosmo dell’arte moderna.

Bocciato senza attenuanti.

Annunci

Speakers’ Corner – Office Uprising

Sorta di via di mezzo tra The Belko Experiment (per le tematiche di base e la cruda violenza) e Benvenuti a Zombieland (per il tono scanzonato e gli sfondamenti della quarta parete) Office Uprising è una piacevole commediola horror che va a fruttare discretamente bene l’ora e mezza spesa nella sua visione.

Intrappolati in una fabbrica di armi in cui quasi tutti i loro colleghi sono diventati degli zombie aggressivi e ipercinetici, i nostri improbabili eroi si trovano ad affrontare una deriva sociale e mentale dei normali rapporti lavorativi, con i vari settori aziendali che vengono esagerati da una trama che spinge pesantemente l’acceleratore sulla violenza, portando lo spettatore a risate e sani facepalm.

L’ironia è infatti così presente da far prevalere nettamente il genere commedia sull’horror, grazie soprattutto a personaggi che sono vere e proprie caricature ambulanti; riuscendo a non prendersi minimamente sul serio il film guadagna molti punti, mostrandosi al pubblico per ciò che veramente è: una pellicola molto leggera e ai limiti del nonsense.

Oltre alla classica baracconata di grana grossa, però, volendo osservare con occhio più attento è possibile riscontrare in questa pellicola uno sberleffo sano e beffardo rivolto alle unità produttive che compongono una grande azienda, con l’universo umano che popola quotidianamente i suoi uffici venire massacrato sia in senso letterale che figurato.

Nel cast il giovane in rampa di lancio Brenton Thwaites, la Jane Levy protagonista di Man in the Dark, Karan Soni, il Dopinder di Deapool e un esilarante Zachary Levi come main villain.

Menzione d’onore per la sequenza ambientata nel settore Risorse Umane, che pur durando solo quattro minuti è un piccolo gioiello.

Simpatico senza pretese.

Speakers’ Corner – La Marvel punta sul “Girl Power”. Ma non così tanto.

marvel avengers capitan

A destra il cavallo vincente, a sinistra una tizia espressiva come Jason Statham in una tutina da pilota di Mazinga.

Diciamocela tutta: che il trailer di Captain Marvel sia stato seguito dopo soli quattro giorni dal teaser del prossimo Avengers, l’evento cinematografico più atteso del prossimo anno (che fa capire come siamo messi, ma questa è un’altra storia), è la dimostrazione più lampante possibile che del film su Carol Danvers non frega un tubo nemmeno a quelli che lo hanno realizzato.

Perché non gli interessa? Perché la pellicola con Brie Larson diventerà l’equivalente femminile di quello che Black Panther fu nei confronti del pubblico afroamericano: lanciare sul mercato alla bell’e meglio un supereroe che possiede solo un briciolo di carisma rispetto a personaggi introdotti già parecchi anni (e film) fa in modo da usarlo come un mero e facile mezzo per attirare nelle sale fasce di spettatori statisticamente meno inclini al genere.

Su BP la prova provata sono i tentativi di pomparlo e doparlo in modo disumano ad ogni premiazione possibile (oltre alla recente candidatura ai Golden Globes, basti pensare al putiferio generato da quella geniale idea dell’Oscar al film popolare), per CM le infelici dinamiche temporali con cui si è scelto di pubblicizzarlo.

oscar film popolare

Sparata che ha ricevuto ampi consensi.

Va anche rilevato un altro fattore che accomuna i destini dei due super: la loro peculiarità estetica.

T’Challa di Chadwick Boseman è andato ad inserirsi in un panorama filmico in cui Spawn e il Catwoman con Halle Berry sono a dir poco indecenti, Falcon, War Machine e Storm (aridaje con Halle Berry) hanno ruoli comprimari, mentre il Cyborg della Justice League è un misto delle due.

Se aggiungiamo all’equazione che Hancock con Will Smith evidentemente non conta e del povero Blade di Wesley Snipes nessuno pare avere memoria (vergognatevi: il primo è carino, il secondo anche ed il terzo pure, a parte il fatto che esiste), la nomea di first black superhero era facilmente ottenibile, seppur falsuccia.

pantera nera

Batman dovrebbe farti causa per plagio.

E Captain Marvel con le donne?

Beh, c’è Wonder Woman. Che è della DC.

La già citata Catwoman. Sempre DC.

Il Suicide Squad harleycentrico. Ancora DC.

Ok, e la Marvel?

Beh, oddio: Elektra con Jennifer Garner lasciamo perdere, per la Donna Invisibile ci hanno provato due volte (Alba e Mara) e stendiamo un pietoso velo… l’unica che potrebbe rivendicare lo scettro è la Vedova Nera, oggetto sessuale interpretato da un’attrice apprezzata dal pubblico generalista quasi esclusivamente anche come oggetto sessuale.

Quindi stesso principio del principe di Wakanda.

vedova nera sedere

Un’espressività soda come il marmo.

Supereroe africano perché, sorpresona, una fascia di pubblico è di origini africane.

Supereroe con la vagina perché, sorpresona, una fascia di pubblico ha la vagina.

Che tristezza.

Non è un problema di per sé che la “Casa delle idee” abbia come idea principale quella di fare dei gran soldi: è l’obiettivo principale di ogni mega-impero commerciale che si rispetti, e da fruitore dei loro prodotti bisogna prenderne atto.

Ma magari, ecco, la prossima volta… un po’ meno spudorati

Gli Incredibili 2

Era anche ora.

TRAMA: All’orizzonte, ci sono nuove avventure per la ‘normale famiglia di supereroi’, mentre il piccolo Jack Jack inizia a dare sfogo sempre più frequentemente ai suoi poteri.

RECENSIONE:

Anno Domini 2004.

Tecnologia:

– Nasce il social network Facebook e viene lanciata la prima versione del browser Mozilla Firefox.

Cinema:

Il ritorno del re vince 11 Premi Oscar, eguagliando il record di Ben Hur e Titanic.

Politica:

– Le elezioni in Spagna sono vinte dal socialista Zapatero, seguito negli Stati Uniti da George Bush jr., che inizia il suo secondo mandato presidenziale.

Costume:

– I Queen diventano il primo gruppo rock occidentale ufficialmente autorizzato a vendere un proprio album in Iran.
La compilation però contiene solo i brani a sfondo sociale e non quelli che parlano d’amore. Costa 1 dollaro ed ha anche la traduzione dei testi.

Calcio:

– Il campionato europeo viene vinto a sorpresa dalla Grecia.

Ah, già, esce anche al cinema Gli Incredibili, pellicola d’animazione della Pixar che verte su di una famiglia di supereroi, primo film della casa della lampada a vedere come protagonisti personaggi umani.
Ottimo riscontro di critica e pubblico (630 milioni di dollari d’incasso mondiale), per un seguito hanno aspettato quattordici anni.

Però di Cars ne sono usciti tre.

Gli Incredibili 2 è una più che buona pellicola, che mette in mostra il brio dei bei vecchi tempi proponendo il consueto piacevole mix di azione, humour e sentimenti; un cocktail mai stucchevole che riesce a soddisfare le esigenze sia del pubblico giovanile a cui il film è naturalmente rivolto, sia di quella schiera di spettatori che assistettero da giovani al primo episodio.

Grazie anche ad una trama che temporalmente è diretto prosieguo di quella del capitolo precedente (con un piccolo effetto straniante dovuto ai quattordici anni trascorsi solo nella “vita reale” mentre i nostri eroi sono rimasti identici, famiglia Dorian Gray), non si incappa nel rischio sbrodolamento narrativo inserendo sottotrame raffazzonate o dovute a carenza di idee, ma si può notare invece un sottile fil rouge che dona al sequel maggiore forza espositiva.

Però di Cars ne sono usciti tre.

E per questo film hanno aspettato quattordici anni.

Temi portanti de Gli Incredibili come la diffidenza nei confronti dei supereroi, i conflitti interiori di questi ultimi trattati come fuorilegge anche se animati dalle più pure intenzioni, e di conseguenza anche l’accettazione di sé e del proprio bagaglio di potenzialità, vengono qui ulteriormente approfonditi grazie al plot principale (un magnate dei media vuole far tornare i “super” legali ed accettati) e ad un’espansione globale del disegno narrativo.

La famiglia è quindi ancora portante, qui più che mai visto il ribaltamento di ruoli in casa, con il forzuto Bob costretto suo malgrado a fare il casalingo mentre la sua consorte diventa un volto pubblico per la causa pro eroi, ma ciò che prima era confinato tra le quattro mura domestiche viene enormemente ampliato dalla causa mondiale e collettiva per modificare la legge che mise i mascherati al bando.

Si aggiungono perciò tematiche come il bisogno o meno di figure al servizio della legge ma in qualche modo superiori ad essa, il conciliare faccende umane “normali” con la necessità e la volontà di proteggere la propria comunità di appartenenza, l’importanza che può assumere valenza positiva o negativa del ruolo dei media in una società dipendente dalla tecnologia come quella occidentale ed il rischio di diventare troppo dipendenti da figure eroiche ma in un certo senso “esterne” per la risoluzione dei propri problemi.

Però di Cars ne sono usciti tre.

E per questo film hanno aspettato quattordici anni.

Nessun elemento viene tralasciato.

Le sequenze d’azione sono adrenaliniche, di ampio respiro e sfruttano efficacemente le peculiari capacità di ogni eroe coinvolto: estremamente piacevole è infatti assistere a scene in cui la forza bruta, l’agilità elastica, la velocità, i campi di forze o i poteri criogeni vengono uniti al servizio della spettacolarità e del divertimento.

L’humour è molto presente senza essere però forzato o cercando la risata ad ogni costo in qualsiasi momento (guarda e impara, Marvel): i problemi del capofamiglia sono esilaranti e la caratterizzazione dei vari membri Parr crea un’ottima alchimia di gruppo risultando piacevole e leggero per l’occhio esterno del pubblico.

I temi già citati precedentemente offrono al film molti spunti di riflessione interessanti, che consentono agli adulti di meglio identificarsi nei personaggi e di essere più facilmente catturati da una trama non complessa ma nemmeno banale e scontata.

Però di Cars ne sono usciti tre.

E per questo film hanno aspettato quattordici anni.

Buon doppiaggio italiano, nonostante un generale cambio di voci rispetto al primo film, con Adalberto Maria Merli e Laura Morante sostituiti da Fabrizio Pucci e Giò Giò Rapattoni.

Simpatico ritorno di Amanda Lear negli stravaganti panni di Edna Mode, la schermitrice paralimpica Bebe Vio in un ruolo secondario non è neanche male, terrificante Ambra Angiolini che recita come ai tempi di Non è la Rai.

Che fatica.

Molto carino il consueto cortometraggio di apertura Pixar, l’allegorico Bao.

Oscar per il miglior film popolare

L’Oscar per il “Miglior film popolare” è un’idea imbecille.

Pacific Rim – La rivolta

… e allora il robot tira un pugno PPAMM, e allora il primo mostro ruggisce e fa RROARRR, e allora il secondo mostro graffia il robot e fa SCRRRAAA…

TRAMA: A dieci anni dagli eventi del primo film, il programma Jeager è diventato lo strumento di difesa ufficiale dell’umanità. Quando i kaiju attaccano di nuovo la Terra, ma molto più forti di prima, il figlio del defunto comandante Stacker e sua sorella adottiva Mako fanno parte di un gruppo di piloti che dovrà guidare una nuova squadra di robot per difendere il pianeta.

TRAMA, QUELLA VERA:

– Pronti, via e subito una letale combinazione di spiegone inutile e voce fuori campo.
Ottimo, al secondo numero cinque la pellicola mette in chiaro le cose e so già che il mio cervello potrà rimanere in modalità aereo per le prossime due ore.

– Riepilogo di cose già viste, con scene tratte direttamente dal primo Pacific Rim.
Non ci state nemmeno provando.

– «Io non sono mio padre». «No, IO sono tuo padr»… ok, non mischiamo la merda con la cioccolata.

– In scene da favela statunitense con una fotografia che imbarazzerebbe i videoclip di Sean Paul, si aggira un John Boyega selvatico travestito da un incrocio tra il Will Smith del capolavoro filosofico Independence Day e il cestista Blake Griffin.

A che minuto siamo arrivati?

– Le persone disarmate sono intelligenti. Quelle armate sono stupide. Ti vogliamo bene, NRA ❤
Ah, messaggio piuttosto ironico per una pellicola basata sui cugini occidentali dei Transformers.

– Un robot a controllo neurale gigante e funzionante viene assemblato in un capannone da una sola ragazzina con le stesse competenze ingegneristiche di uno scienziato della NASA.

Azzarderei a dire che cazzata peggiore non potrò vederla, ma aspetto con trepidazione che il film mi stupisca.

– La ragazzina carina con le stesse competenze ingegneristiche di uno scienziato della NASA è pure cazzuta, indipendente e possiede un pessimismo che sfiora la preveggenza.

Sono soverchiato da queste ondate di realismo…

– Altra partecipazione del figlio di Clint Eastwood in una cagata invereconda. Ci credo che poi suo padre sbrocca e parla con le sedie vuote…

– La Blonde Bitch! Che meraviglia, sono riusciti ad incastrare in una pellicola di fantascienza caciarona pure uno dei più irritanti stereotipi da teen movie scolastico. Quando arrivano il quarterback stronzo e i nerd simpatici?

– Interessantissima diatriba sino-statunitense sull’esigenza di avere dei droni comandati da remoto piuttosto che ammassi di ferraglia con all’interno dei cristiani.
Rimpiango i trattati commerciali al centro della trama de La minaccia fantasma.

Forse.

– «Non mi fido della tecnologia» SOLO IO HO PRESENTE CHE QUESTO È UN FILM SU DEI ROBOT GIGANTI? PRONTO???

– Diario del recensore. Siamo al minuto trenta, ed escludendo i flashback, di mostri non se ne è visto mezzo.

– “SYDNEY. AUSTRALIA” da non confondere con “SYDNEY. UZBEKISTAN”.

– Il primo antagonista dei robot è, rullo di tamburi… un altro robot, con cui si ingaggia uno scontro a cazzotti come tra Rocky e Apollo.

Seriamente?

– “SHANGHAI. CINA” da non confondere con “SHANGHAI. GIOCO DEI BASTONCINI”.

– “Bigger is better”, ehi, credevo fosse importante come lo usi o quanto duri…

– Ringrazio il film per non avere osato mettere “SIBERIA. RUSSIA”, perché credo che tale didascalia mi avrebbe fatto esplodere le orbite.

– Uno dei plot twist più telefonati della stroria si rivela in realtà…

No, rimane uno dei plot twist più telefonati della storia.

– Non sapendo bene quale linea narrativa seguire, il film opta democraticamente per seguirle tutte, diventando un confuso marasma condito da cose giganti che distruggono altre cose giganti.

– Riferimento alla scena delle sfere Newton del primo capitolo.

Cazzata era, cazzata rimane.

– Tokyo distrutta come se non ci fosse un domani, non ci si pone minimamente il problema di portare lo scontro fuori dal centro abitato.
Il Superman di Man of Steel vi fa una pippa.

– In un mondo ultratecnologico, in cui si ritiene che per abbattere dei mostri preistorici giganti la soluzione migliore sia quella di costruire degli altrettanto pantagruelici rottami umanoidi, per accoppare il boss di fine gioco si ricorre alla strategia di Wile E. Coyote del colpire il nemico facendogli cadere un’incudine sulla testa.

Cosa avevo detto sul farmi stupire?

Questo era, in breve, Pacifi Rim – La rivolta.

Una baracconata infame.

It (2017)

Galleggiano.

TRAMA: A Derry, una piccola cittadina del Maine, un gruppo di 7 ragazzini, conosciuti come ‘Il Club dei Perdenti’, si trova faccia a faccia con la personificazione stessa del Male, incarnata da una creatura capace di mutare aspetto e che, spesso, si mostra con le inquietanti fattezze di un clown di nome Pennywise.
Tratto dal romanzo omonimo di Stephen King (1986).

RECENSIONE: Visto che negli ultimi anni la tendenza produttiva cinematografica è quella di catapultarsi follemente in remake, reboot e trasposizioni varie da altri media, non poteva scampare a tale compulsivo processo l’opera letteraria più nota del prolifico romanziere horror Stephen King, già vista su schermo con la tanto celebre quanto mediocre ed edulcorata serie tv del 1990.

È da evidenziare però un elemento importante che differenzia nettamente la nuova versione di It da molti altri riadattamenti visti fino ad oggi.

Questo non è fatto con i piedi.

Per la regia dell’argentino Andy Muschietti, che ha sostituito Cary Fukunaga in una fase di pre-produzione piuttosto tribolata, It è un film che, pur distaccandosi per molti aspetti dal romanzo di partenza, riesce comunque a coglierne perfettamente lo spirito, offrendone quindi una versione rivisitata che però non smarrisce la rotta originaria.

Molteplici infatti sono gli elementi divergenti tra opera letteraria e cinematografica: a partire dalla collocazione temporale (1957-1958 nel libro, 1988-1989 nel film, con conseguente cambiamento delle citazioni pop) alle trasformazioni di It (che abbandona mostruosità classiche come licantropo, mummia o volatile gigante per passare ad incarnazioni psicologicamente più macabre e sottili), passando per il background dei ragazzini (sforbiciato pesantemente), analizzando la pellicola nei dettagli si possono cogliere moltissimi cambiamenti, i quali però, come già detto, non vanno ad inficiare la resa dell’opera poiché vengono mantenuti i binari narrativi e psicologici di partenza, senza stravolgere il senso del romanzo ma riadattandolo con rispetto ed efficacia.

Gli stessi personaggi hanno di conseguenza subito una rivisitazione: più maturi nel comportamento, nei riferimenti e nel linguaggio rispetto ai tipici ragazzini di fine anni cinquanta, i membri del Club dei Perdenti sono giovanotti tostarelli che coraggiosamente decidono di affrontare il Male rafforzati dalla loro stessa unione.
Molti che diventano Singolo faccia a faccia con il Singolo che diventa molti, pur con una semplificazione piuttosto evidente delle loro origini familiari, essi riescono ad incarnare la natura delle loro controparti cartacee rendendole delle rispettosissime e ben fatte versioni modernizzate.

La regia di Muschietti omaggia il romanzo grazie principalmente all’azzeccata scelta di imbastire un tono molto più dark e cruento rispetto alla miniserie per la tv, rendendo ad esempio vivide e violente scene prima solo accennate e centrando quindi lo stile king-iano.
Ciò risulta estremamente funzionale alla buona riuscita dell’opera, essendo l’antagonista infatti un essere totalmente malvagio e senza caratteristiche psicologiche che possano contribuire ad una redenzione o ad una spinta empatica nei suoi confronti (come potrebbe accadere nei confronti di un villain umano).

It è una scoria malefica che contamina nel corso dei secoli una cittadina nutrendosi simbioticamente dei suoi abitanti e della paura. Un terrificante, abominevole ed asettico “Esso” acquisisce molta più potenza tanto emotiva quanto scenica se vengono enfatizzati la sua sete di sangue e il desiderio di terrorizzare i suoi giovani antagonisti, e in ciò aiuta moltissimo anche il montaggio del film, che riesce a dosare bene sequenze cariche di tensione con altre seguenti caratterizzate da tagli a raffica.

Tra l’interpretazione di Pennywise il Clown Danzante offerta da Tim Curry e quella di Bill Skarsgård, su cui verteva probabilmente il più grande punto interrogativo relativo alla nuova versione, la differenza è più o meno la stessa che sussiste, a proposito di pagliacci, tra quella di Jack Nicholson e Heath Ledger per il Joker della DC.

Stesso personaggio, stesso nome, ma approcciato in modo talmente diverso da generare un confronto che però viene subito a cadere, semplicemente considerando che entrambe le incarnazioni si adattano perfettamente al relativo contesto.

Se Curry era un clown più classico, ridanciano ed esagerato nel suo grottesco, adatto perciò ad uno show televisivo della ABC, Skarsgård è un macabro pagliaccio estremamente violento, perfettamente in linea con il maggiore gore di un film R-rated 2017.

Per esplicare in modo molto chiaro e netto le differenze, basta analizzare la scena in cui Pennywise compare ai Perdenti attraverso immagini di repertorio, nelle due versioni.

Colori e vivacità nella prima, ambientata in una soleggiata giornata all’aperto, atmosfera cupa di una stanza buia con colonna sonora martellante nella seconda.

Buona scelta di cast per i giovani protagonisti, tutti azzeccati nelle rispettive parti.

Dal balbettante leader de facto Bill Denbrough, il più toccato dalla malvagità del mostro a causa della sua perdita, al linguacciuto comic relief Richie Tozier fino al delicato ed ipocondriaco Eddie Kaspbrak, ogni anima dei Losers è interpretata da un ragazzino in grado di offrire pregevoli interpretazioni.

Menzione speciale per la Beverly Marsh di Sophia Lillis, personaggio in una versione matura più di giovane donna che di ragazzina, con l’attrice molto brava a gestire la doppia fragilità-forza del personaggio e il senso di appartenenza al gruppo dei maschi.

La metà giovanile del romanzo viene trasposta su grande schermo in una più che discreta pellicola, cruda versione metal della resa precedente e che dimostra una gradevole qualità complessiva.

Visto il grande successo riscontrato presso critica e pubblico (maggiore incasso di tutti i tempi per un film horror) è auspicabile che tale film contribuisca ad un’inversione di rotta in fase produttiva: non più remake o reboot di ottimi prodotti di successo, alla ricerca di un facile successo commerciale che spesso sfocia in un impietoso confronto con le gemme del passato, ma rivisitazioni migliorative di prodotti audiovisivi limitati.

Sperare non costa nulla.

Tag Cloud