L'amichevole cinefilo di quartiere

Doppio Misto: nuova rubrica (che, come tutte le rubriche, potrebbe anche chiudere con questo articolo) relativa a due film completamente diversi nel genere e nella valutazione.
In questo caso, no.

MATRIX RESURRECTIONS

TRAMA: Afflitto da strani ricordi, la vita di Neo prende una svolta inaspettata quando si ritrova all’interno di Matrix, pur senza esserne consapevole.

RECENSIONE:

Nonostante il vostro cambio di residenza, nome, sesso, codice fiscale e talvolta pianeta, riuscite ahivoi ad essere invitati, dopo un lasso di tempo inquadrabile intorno ai comunque mai troppo pochi vent’anni, ad una reunion di ex compagni di classe.

O di ex colleghi di lavoro.
O di ex chierichetti.
O di ex scout.
O di ex attivisti di partito.

O una differente occasione mondana altrettanto demoralizzante, repellente ed esecrabile.

Appena arrivati sul luogo della tragedia greca in perfezionamento vi rendete conto, oltre che se magari aveste trascorso la serata a vedervi quella saga di horror indonesiani su Netflix avrebbe avuto il suo perché, di esservi appena tuffati a bomba in un contesto ai limiti del fantozziano, dal quale vi appaiono chiare come la colpevolezza di O. J. Simpson le seguenti, atroci verità:

– Metà degli invitati è assente;

– Tra i desaparecidos NON ci siete voi, ma in compenso hanno dribblato la piaga biblica i pochi tizi che rimembrate con genuina simpatia, oltre a coloro che maggiormente avreste voluto rivedere;

– Tutti i presenti, nessuno escluso, è nettamente peggiorato rispetto alla versione che voi ricordiate di loro;

– Tutte le donne, nessuna esclusa, sono sposate e con figli; i loro mariti, ovviamente trascinati dalle consorti perché il borioso allevatore è moralmente tenuto a presentare il proprio bove alla fiera annuale, sono un incrocio tra Jason Momoa, ma più figo, e Sergio Marchionne, ma più ricco.
E più vivo;

– L’argomento principale di questa frizzantina serata è quanto si era belli e spaccafighe tre o quattro lustri fa, topic il quale inconsapevolmente non fa altro che accentuare ancor di più quel deserto post-nucleare che può definirsi l’attuale situazione sociopersonale dei presenti;

– Gli stessi organizzatori di questo diabolico sabba si lamentano indefessamente di aver estratto dal cilindro un’idea tanto imbecille.

Io ho speso otto euro e centoquaranta minuti della mia esistenza terrena per una trollata.

Sapete quante escort di lusso ci si paga, con otto euro?

Ok, zero, ma non è questo il punto.

Il punto è che non basta innaffiare un buon 70% di film con la tesi, ritengo più consona a Ponzio Pilato avente di fronte Barabba e Gesù che ad un regista, del «Oh, raga, io però ‘sta roba non ero mica tanto convinto di farla» per obnubilare uno spettatore normodotato che SÌ, QUESTA ROBA PERÒ L’HAI FATTA E CI STAI ANCHE GUADAGNANDO IL GRANO.

Matrix Resurrections ha badilate di problemi: contiene tanto per cominciare una marea di meta-critica scorreggiona con tanto di superfluo parallelismo videoludico, unita a continui e nella loro ripetitiva insistenza estenuanti riferimenti alla trilogia precedente (pure con vecchi spezzoni e fotogrammi inseriti sulle gengive del pubblico con la grazia di un tackle di Nobby Stiles); in più alcuni personaggi sono stati recastati pur mantenendo gli stessi nomi, così che, a parte una vagherrima affinità di ruolo (comunque incarnabile direttamente da personaggi ex novo), poco abbia senso che si facciano chiamare ancora così…

Questo film è un pastrocchio mal scritto, di cui non solo non si sentiva la minima necessità viste le già discutibili COSA 2 e COSA 3, ma il cui stile espositivo malfatto intorbidisce ancor di più un universo narrativo già di per sè non dei più lineari, in un tentativo puerile e sterile di continuare a mungere le aride mammelle di una vacca ferma al cinema dal 2003.

Anno in cui, tra le altre cose, il mondo fu terrorizzato da un’epidemia respiratoria partita dalla Cina.

Keanu Reeves al quale ormai non modificano più la solita acconciatura barbuta da mezzo hippy e che si esibisce qui in ancor meno espressioni di quanto John Wick ci abbia abituato, al personaggio di Carrie-Ann Moss hanno appioppato un marito di nome Chad (vi ho già parlato di quanto sia FINISSIMA la sceneggiatura?), Yahya Abdul-Mateen II e Neil Patrick Harris che dovrebbero trovarsi degli agenti migliori, Jonathan Groff come Agente Smith me lo preferivo quando minacciava di uccidere tutti i suoi sudditi perché li ama troppo.

Il primo Matrix fece interrogare il pubblico sul rapporto tra finzione artificiale e realtà.

Questo Matrix mi fa interrogare, oltre che sulle mie discutibili scelte in materia di intrattenimento, sul perché le Wachowski, da sole o in coppia, continuino a creare film dopo averli floppati tutti.

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MOTHER/ANDROID

TRAMA: Una ragazza incinta, fugge da un mondo post apocalittico dove gli androidi hanno preso il sopravvento.

RECENSIONE:

State facendo la spesa dentro un supermarket (sì, questo è l’articolo delle analogie di vita vissuta) in un grigio e nebbioso sabato mattina come tanti altri.

Vi trovate nella corsia dei latticini, ed il vostro pensiero più elaborato è decidere se preferiate comprare lo yogurt all’amarena oppure quello alla vaniglia, mentre gli altoparlanti trasmettono il solito rassicurante miscuglio di radio commerciale, musica ambient da supermercato e qualche sporadico annuncio da parte delle casse.

Ad un certo punto, senza nessun segno preparatorio o premonitore che possa avvertirvi del cambiamento imminente, sentite provenire da quegli stessi diffusori una potentissima e sonora bestemmia.

Stupefatti, alzate gli occhi dal ripiano e iniziate a guardarvi intorno nella vostra corsia, accorgendovi però che nessuno degli altri clienti pare aver notato la cosa, e che i vostri compari consumatori stiano perciò continuando a riempire ceste e carrelli come nulla di strano fosse successo.

Un devastante sospetto vi colpisce quindi la mente.

“L’ho sentito SOLO IO?”

Mother/Android è così.

Un’ora e quaranta di pura noia, con dei ritmi narrativi dalla lentezza letale per qualsiasi tasso di attenzione, anche il più ferreo, intervallati però da momenti di psicotica follia trash, così campati per aria rispetto al tono generale della pellicola da farvi seriamente dubitare di esserveli solo immaginati.

Eterne scampagnate nelle foreste verdi-plumbee più consone ad un documentario turistico sul trekking nei boschi, con pochi e scarni dialoghi tra due bot che tentino disperatamente di imitare le conversazioni umane non riuscendoci, dal cui torpore letargico lo spettatore si sveglia solo quando gli piove in capo una qualche puttanata delle più fragorose, che sembra letteralmente copia-incollata da un’opera completamente diversa e che, se non altro, dona un minimo di brio a quella che altrimenti sarebbe una palla al piede carceraria che non offra alcuno spunto di interesse.

In un calderone fumante di stereotipi e cliché del cinema sci-fi “alla buona”, in cui non vengono ovviamente spiegati metà degli avvenimenti mostrati e in cui lo stato dell’umanità nel suo complesso è “nebuloso” per usare un eufemismo, la coppia di protagonisti si aggira come due gatti nei vicoli di un film noir (magari apparisse Robert Mitchum a sparargli) senza mostrare allo spettatore alcuna caratterizzazione degna di nota o che possa donare loro un minimo di tridimensionalità.

Se ci aggiungiamo poi che un buon 80% delle scelte compiute dai characters per muovere in avanti una trama narcolettica siano piagate da una stupidità così rara ed estrema da sfiorare i livelli del ritardo mentale patologico, si ha un film che è un misto tra una presa in giro per il buonsenso dello spettatore e un test per la sua capacità di sopportazione.

I momenti WTF, per quanto siano estremamente ridicoli nella loro esagerazione, e tutti da gustare per comprendere appieno a quali livelli l’idiozia e la superficialità di una pellicola possano giungere non sono però nemmeno così frequenti da farlo immergere totalmente nel settore del trash comico, in quanto pur presentando delle invereconde cazzate, Mother/Android si mantiene inutilmente serioso e cupo.

Disse Leo Ortolani: “Chloe Moretz, l’attrice con due sole espressioni: con sigaro e senza sigaro (e Chloe Moretz non fuma)”… purtroppo qui non siamo molto lontani.

Da vedere solo con il dito pigiato sul Fast Forward.

Commenti su: "Doppio Misto: Matrix Resurrections / Mother/Android" (2)

  1. Rieccomi! Ma non lo aggiorni più il tuo blog?

  2. Di questi ho visto solo il primo.
    Abbastanza superfluo in termini artistici, ma immagino sarà stato apprezzato dai nostalgici e da chi intasca il dinero.
    Personalmente ho apprezzato un po’ il finale: se fosse stato un film Disney, mi sarei aspettato Neo senza superpoteri che regge la borsa a Trinity mentre le fa da marito-trofeo 😛
    E comunque, ringrazio di aver avuto il buon senso di evitare la pizzata-rimpatriata di classe propostami anni fa: fino ai 26 anni circa, pensavo a un contesto del genere per levarmi dei sassolini dalle scarpe ai danni di alcuni compagni e insegnanti, poi grazie al cielo i sassolini si sono ridotti in polvere e mo’ non li sento più, avendo superato i 40 ^^

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