L'amichevole cinefilo di quartiere

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Wonder Woman

Saffo sofferente!

TRAMA: Diana di Themyscira, principessa delle Amazzoni, è cresciuta amata dalla madre Hippolyta e dal suo popolo su un’isola lontana dalla civiltà. Quando l’umano Steve Trevor compie un atterraggio di fortuna su Themyscira, fa scoprire a Diana l’esistenza di una terribile guerra mondiale che sta sconvolgendo il mondo.
Convinta di essere in grado di fermare il conflitto, Diana lascia per la prima volta la sua casa, pronta a riportare la pace.

RECENSIONE: “Diana Prince”, chi era costei?
La cosiddetta “Wonder Woman” è un personaggio nato nel 1941 dalla mente di William Moulton Marston, ed è una guerriera amazzone caratterizzata da un paio di bracciali indistruttibili, un lazo che obbliga chi vi viene intrappolato a dire la verità, un gonnellino inguinale ed un aeroplano invisibile.

Sì, i fumettisti negli anni Quaranta si drogavano a bestia.

Tutte queste caratteristiche rendono la Donna Meraviglia il personaggio più irrealistico della Triade DC; bene ma non benissimo, visto che gli altri due sono un alieno petrofobico che porta le mutande sopra le braghe ed un miliardario traumatizzato che esce di notte per picchiare a sangue i cattivi vestito da chirottero.

Diretto dalla Patty Jenkins di Monster, Wonder Woman è un buon film che riesce ad imbastire una origin story a tratti piuttosto convenzionale, ma non trascurata nelle sue componenti.

Ad una parte iniziale comprensibilmente piuttosto lenta e noiosa (pecca non rara in questa tipologia di pellicole, dato che bisogna introdurre un sacco di elementi non dando per scontato che lo spettatore già li conosca), seguono due successivi terzi più agili e in cui meglio si sfrutta il personaggio sia sul lato introspettivo, con un maggiore sviluppo caratteriale, che combattivo, con un maggiore uso del menare le mani.

Ma non è questo il pregio principale del film.
Poi ci arriviamo, ve lo dico dopo.

La regia e la fotografia non sono disprezzabili, riuscendo a dare aria visivamente all’opera per quanto si possano notare talvolta dei fondali un po’ finti e pataccosi (specie in una breve sequenza iniziale con Diana bambina, quasi a livelli dei fondali a scorrimento di Superman del 1978) a causa dell’ovvio e spropositato uso del green screen.

Lo stesso corpo di Diana pare talvolta un po’ troppo “rimbalzoso”: grazie a Dio non si raggiungono i livelli di infamia del famigerato Hulk di Ang Lee in cui l’alter ego di Bruce Banner pareva un’enorme pallina da ping pong verde, ma avrei personalmente preferito una resa della fisicità più… ehm… “fisica”.

Nonostante ciò credo che il film abbia un ottimo pregio.

Dopo ve lo dico.

La sceneggiatura come già accennato è piuttosto ortodossa e convenzionale.

L’eroina scopre il mondo fuori dalla sua oasi felice, arriva in un luogo in cui deve imparare a vivere da “persona normale” adattandosi a quelle che per noi sono convenzioni mentre per lei forzature, dimostra di avere una marcia in più rispetto agli altri e poi giù un sacco di eroiche legnate.

A parte dei dialoghi piuttosto banali ed esageratamente manichei (il combattimento finale pare Dragon Ball), la scrittura del film non risulta fastidiosa o scemotta come in altri comic movies, ed il pubblico sentitamente ringrazia.

Ma il vero pregio del film è un altro, poi ci arriviamo.

Gal Gadot non mi aveva impressionato (per usare un eufemismo) con il suo cameo allungato in Batman v Superman, (probabilmente non riesco ad apprezzarla perché mia madre non si chiama Ippolita), ma avendo qui due ore abbondanti di film dedicati a lei devo dire che la mia opinione sia parzialmente cambiata.

Continuo a sostenere che le sue doti recitative possano essere ampiamente migliorabili, e la sua personificazione di Wonder Woman in alcune sequenze appare più un cosplay non particolarmente brillante che una vera e propria incarnazione, però nel complesso risulta sufficientemente credibile negli striminziti panni di un personaggio che di credibile non ha quasi un tubo.

Sul supporting cast poco da dire.

Chris Pine, che di raffa o di raffa gli fanno sempre guidare una motocicletta, non sfigura come soldatino motivato, regalando inoltre alcune espressioni impagabili quando la modella israeliana gli fa lo spiegone su amazzoni, divinità e altre per lui assurdità varie.

Le uniche due guerriere che spiccano oltre la protagonista solo l’Ippolita di Connie Nielsen e l’Antiope di Robin Wright, ma entrambe hanno troppo poco spazio su schermo per essere sviluppate.
Discorso simile per i compari di Pine (tra cui l’Ewen Bremner di Trainspotting) e per Danny Huston, ancora una volta militare cattivone dopo quella volta in cui ha imprigionato Wolverine e creato il Deadpool del discount.

Ma l’aspetto migliore del film è un altro.

Volete sapere quale?

VIENE FINALMENTE RAPPRESENTATO IN UN BLOCKBUSTER UN MODELLO POSITIVO PER LE DONNE.

Questo film potrà anche non essere il massimo della memorabilità, ma ha il gigantesco pregio di offrire in un prodotto ultra-mainstream un personaggio femminile che possa essere da esempio per il pubblico, appunto, femminile.

Dato che nella maggior parte dei casi tali characters sono scritti uno più orribilmente dell’altro, penso sia una buonissima cosa ciò che si vede qui: una donna determinata, che compie delle scelte per il bene delle altre persone pensando prima a loro che a se stessa, che non esita a combattere per il giusto e che, pur non essendo infallibile, cerca comunque di rimediare ai propri errori.

Non è una bambolina da salvare.

Non è una psicopatica irrazionale.

Ci voleva così tanto per vederla al cinema???

Meno Bella Swan, più Diana Prince.

Baywatch

Scollature, panettoni
Rigoglio sano di femminili ormoni
Colline bianche e solchi misteriosi
dove si appuntano gli sguardi dei golosi
perché al mondo, al mondo
ci sono troppe poppe, poppe, poppe.

TRAMA: Il guardaspiaggia Mitch è impegnato ad addestrare nuove reclute, tra cui Matt, un nuotatore professionista. Contemporaneamente, coinvolge i ragazzi in una serie di folli indagini su un probabile traffico di droga che coinvolge la proprietaria di un esclusivo club…

RECENSIONE: È mio dovere avvisarvi: questo film ha un enorme difetto.

Non è per tutti.

Come ogni opera a tinte fortemente intellettuali, infatti, la profondità dei suoi contenuti non è immediatamente raggiungibile dalla comune mente umana; al contrario, essa necessita di una concentrazione non indifferente e di un impegnativo sforzo psicologico da parte dello spettatore, che rischia di perdere le più sfuggenti sfumature dell’esperienza narrativa a cui si trova innanzi.

Amo il cinema da che ne ho memoria e credetemi, penso di non peccare di arroganza affermando che abbiamo qui raggiunto una vetta difficilmente avvicinabile da parte dei futuri prodotti cinematografici, che avranno in Baywatch un confronto purtroppo per loro impari e, temo, perso in partenza.

Un film pregno di contenuti filosofici, metaforici ed introspettivi.

Come Bergman, ma più tettoso.

Come Tarkovskij, ma con più addominali.

Come Godard, ma con più battute sui peni.

Novello Virgilio, con i miei umili mezzi cercherò di accompagnarvi in questa esperienza sensoriale e farvi comprendere attraverso i miei scritti quanto questo film, questa pellicola, questa… magna opera costituisca non solo una delle pietre miliari della storia del cinema, ma anche una delle fondamenta della cultura occidentale.

Partiamo dall’ovvio: le donne del film.

Questi angeli dalle forme giunoniche scesi da un iperuranio lontano e trascendentale non sono, come solo uno stolto potrebbe pensare, un espediente per attirare frotte di pubblico maschile dall’ormone birichino, ma fungono da chiaro richiamo al concetto più puro di femminilità: la maternità da cui tutti noi deriviamo.

Per quanto possiamo essere cresciuti a livello psico-fisico, ognuno di noi proviene dal grembo materno e dal seno, che allattandoci ha fornito a noi pargoli il primo nutrimento e la prima fonte di energie per affrontare il mondo.

Il continuo ed ipnotico sballonzolamento di tali enormi seni mediante una slow motion che oltrepassa di gran lunga il mediocre Matrix rappresenta nello specifico l’aspetto più imprevedibile della femminilità: la donna è un essere in continuo cambiamento ed evoluzione, un mondo in movimento da scoprire, ogni giorno sempre nuovo.

Quale genialità, quale meraviglia, quale epifania inoltre nell’ammirare la donna a contatto con l’acqua, immagine in cui solo i più ignoranti possono non cogliere il chiaro trait d’union con La nascita di Venere, capolavoro quattrocentesco del Botticelli a cui la pellicola strizza chiaramente l’occhio.

Ma Baywatch, da masterpiece quale è non si limita ad una delle metà del cielo.

No, sarebbe troppo facile: anche l’uomo deve essere innalzato.

The Rock non è semplicemente un omone simpatico usato per fare da piacione.

Zac Efron non è semplicemente il ragazzetto caruccio che gli faccia da spalla comica.

No, i loro fisici scultorei sono chiaro richiamo alle forme maschili perfette: essi sono dei David di Michelangelo, degli uomini vitruviani le cui carni spinte fisicamente al massimo fanno giustamente vergognare il maschio comune, il cui fisico assume la connotazione di quello del maestro Pregadio in confronto all’Übermensch samoano ed al golden boy di High School Musical.

Focalizzandosi sulle gag comiche, sotto un abilissimo travestimento da sgangherate puttanate esse celano un sottotesto dalla profondità filosofica e narrativa tranquillamente paragonabile al misticismo di Osho.

Zac Efron vestito da donna non è per nulla un patetico tentativo di risata facile tramite il trito espediente dell’uomo en travesti, ma anzi è diretto esempio del superamento della ormai limitante separazione tra i sessi.
Prima di distinguerci tra uomini e donne siamo innanzitutto persone: Efron donna è un messaggio di pace ed uguaglianza di grande memorabilità e spessore umano, un po’ la versione moderna dell’Ich bin ein Berliner di Kennedy o dell’I have a dream di Martin Luther King.

Le continue battute su peni e tette nascondono un evidente retrogusto amaro, che freudianamente si può estrinsecare nella difficoltà del corteggiamento e nello scontro tra razionalità sociale ed istinto animalesco, il tutto condito da un alone malinconico che non può non ricondurre la mente al comico ma allo stesso tempo triste vagabondo impersonato da Charlie Chaplin.

Ma Baywatch non si accontenta di scavare nella profondità dell’intelletto, vuole sfidare il pubblico, tendendogli una trappola.

La CGI del film è infatti veramente orribile: uno spettatore poco accorto potrebbe pensare “Porca puttana, ma questi effetti speciali sono lammerda! Sembrano fatti con Windows 98!”

Ed è lì che casca l’asino: è ovvio che tale scarsa cura sia voluta, e questa è una sottile quanto sagace critica all’industria hollywoodiana stessa, che punta troppo sulla forma e poco sulla sostanza.

Come Ned Ludd a fine Settecento, Baywatch compie una coraggiosa opera di distruzione nei confronti della tecnologia, in quanto essa non è più servitrice dell’uomo, ma suo feticcio anti-sociale.

Quale mirabile inventiva.

Sugli attori, penso che dilungarsi sulle loro performance sarebbe offensivo verso Stanislavskij, Strasberg, Chekhov e gli altri grandi maestri della recitazione.

Se Efron e Dwayne Johnson hanno un’alchimia che supera di gran lunga quelle delle grandi coppie del passato (spazzati via Lemmon e Matthau, Martin e Lewis, Redford e Newman), il cast femminile offre interpretazioni la cui cristallina qualità trascende nettamente i limiti umani.

Se la bionda Kelly Rohrbach, che non riesco a comprendere come sia solo una modella di Sports Illustrated tanto è brava e naturale (ve la butto lì: siamo di fronte alla nascita della nuova Marilyn?) richiama sapientemente con i suoi infiniti primi piani sulle terga la celebre Venere Callipigia, la mora Alexandra Daddario conferma le straordinarie doti recitative già mostrate nell’eccellente serie tv True Detective.

Enormi doti recitative.

Così come il movimento impressionista si separò dai canoni artistici tradizionali dell’arte ottocentesca, così Baywatch traccia una netta linea di demarcazione nei confronti della Settima Arte come eravamo abituati a conoscerla.

C’è stato un prima di questo film e ci sarà un dopo questo film.

Capolavoro.

 

 

 

P.S. Dopo la recensione faceta, qualche nota più seria.

Per quanto il film sia costituito da due ore di scempiaggini, ammetto che la loro totale imbecillità ed il mai prendersi sul serio mi abbiano strappato ben più di una risata.

Efron e Johnson come coppia comica hanno un’alchimia migliore di quanto mi aspettassi.

I personaggi femminili sono dei tettuti soprammobili bidimensionali (a parte le poppe). Se siete maschietti non sarà un brutto vedere, ma anche i due fustacchioni citati sopra possono sollazzare l’occhio delle fanciulle.

Le battute sono talmente tante che per la legge dei grandi numeri qualcuna per forza va a segno; la maggior parte sono simpatiche, dai.

La CGI è terrificante.

Come film trash-demenziale non neanche male.

Pirati dei Caraibi – La vendetta di Salazar

We’ve got us a map, (a map!)
To lead us to a hidden box,
That’s all locked up with locks! (with locks!)
And buried deep away!

We’ll dig up the box, (the box!)
We know it’s full of precious booty!
Burst open the locks!
And then we’ll say HOORAY!

TRAMA: Jack Sparrow si trova a dover affrontare una flotta di marinai fantasma guidati dal capitano Armando Salazar, fuggiti dal Triangolo del Diavolo per ucciderlo.
Jack si avvia quindi alla ricerca del leggendario tridente di Poseidone, che può diventare la sua unica speranza di salvezza.

PREMESSA: Qualche anno fa scrissi una sbrodolata infinita un articolo relativo al franchise dei Pirati dei Caraibi nel suo complesso. In questa recensione non farò quindi molti riferimenti ai suoi alti (pochi) e bassi (terribili): se volete leggervi un mio parere più specifico, trovare il post a questo link.

RECENSIONE: Nel capitolo numero cinque della saga cinematografica basata su un’attrazione di Disneyland, il nostro eroe Jack Sparrow affronta una ciurma con poteri sovrannaturali

il cui capitano è collegato a lui in qualche modo

facendosi aiutare da un ragazzo e una ragazza

e l’unico modo per salvare la pelle è trovare un artefatto/oggetto/luogo magico e potentissimo.

Cara Disney e caro Jerry Bruckheimer, non per essere irrispettoso, ma…

AVREMO MICA UN PO’ FINITO LE IDEE???

Per la regia del duo norvegese  Joachim Rønning/Espen Sandberg, La vendetta di Salazar è un pirate-movie piuttosto ordinario, che al di là dell’ovvio bailamme legato ai classici effettoni speciali e creature sovrannaturali varie imposta un colorato e rassicurante giocattolone incassa-soldi senza infamia né lode.

Il più grande merito e allo stesso tempo limite della pellicola è infatti quello di agganciarsi piuttosto pedissequamente al primo e migliore capitolo della saga (La maledizione della prima luna): se da un lato tale scelta contribuisce a dimenticarsi dell’orrore del quarto episodio (povero Ponce de León…), dall’altro il suo essere così… ehm… primalunesco svaluta di parecchio la sua indipendenza artistica oltre che una futura ed eventuale memorabilità.

Detto con altri termini, si ha complessivamente l’impressione più dell’omaggio che del seguito.

Sì, insomma, pare la versione cappa e spada de Il risveglio della Forza.

L’azione è come al solito presente e molto sopra le righe, con un uso abbastanza “disinvolto” delle leggi fisiche ed una computer grafica pregevole nei dettagli ma ogni tanto zoppicante sull’ampio spettro (gli sfondi sono talvolta un problema), ma se prese con leggerezza divertono e quello è il loro scopo.
Assistendo ad una rocambolesca assurdità dietro l’altra si può anche sorridere, apprezzando il fatto che la pellicola (come le sue precedenti, del resto), abbia l’enorme merito di non prendersi quasi mai sul serio.

Nonostante l’ilarità di base probabilmente il segmento iniziale del film avrebbe potuto essere parecchio snellito: al di là delle (eccessive) due ore e mezza di durata, la storia infatti fatica parecchio ad entrare a pieni giri, incartandosi troppo fin da subito in una presentazione dei vari personaggi farraginosa e narrativamente pesante.

Ricorrendo inoltre al mai domo espediente del flashback, particolarmente fastidioso quando l’esposizione è così quantitativamente ricca.

Anche le new entries sono un po’ sprecate: se l’Henry Turner di Brenton Thwaites è una palese copia carbone del padre Orlando Bloom, la scienziata di Kaya Scodelario avrebbe potuto ricevere maggiore introspezione, risultando invece un character piatterello e con un background piuttosto buttato lì.

Non bastano purtroppo una notevole avvenenza (sul serio, è Carina di nome e di fatto) ed un piccato sarcasmo da strong independent woman per irrorare di luce artistica un personaggio mero meccanismo di una macchina studiata per gli incassi.

Stesso discorso può essere esteso al Salazar interpretato da Javier Bardem, la cui caratterizzazione si limita a “odia i pirati, ha una nave della Madonna, ad un certo punto lo si vede addentare una mela”: un po’ troppo poco per un antagonista che sulla carta avrebbe potuto essere molto più complesso (ad esempio ampliando il suo far parte, suppongo, della marina spagnola e quindi legalmente parlando essere uno dei “buoni”).

Johnny Depp è un Passero particolarmente ubriaco ed è sempre… il solito: ironia, trasandatezza, sconcerie varie ed un solida relazione amorosa con la bottiglia.

Personaggio che si fonde con l’interprete?

Ottimo doppiaggio italiano, su cui spiccano i “soliti” Fabio Boccanera, Roberto Pedicini e Pietro Ubaldi; alcuni giochi di parole piuttosto vanno un po’ persi (ad esempio la gag di “horologist” capito come “whoreologist”) ma ho sentito adattamenti nostrani peggiori.

Il giudizio finale dipende dallo spettatore:

– Non è una gran roba, ma c’è di peggio.

– C’è di peggio, ma non è una gran roba.

Alien: Covenant

Kiss me, k-k-kiss me
Infect me with your love and fill me with your poison
Take me, t-t-take me
Wanna be a victim, ready for abduction
Boy, you’re an alien, your touch so foreign
Its supernatural, extraterrestrial

TRAMA: L’equipaggio della nave spaziale Covenant si imbatte in quello che reputa una sorta di paradiso inesplorato: in realtà si tratta di un mondo oscuro e particolarmente pericoloso il cui unico abitante è l’androide David, sopravvissuto all’ecatombe della spedizione Prometheus.

RECENSIONE: A distanza di trentotto anni dal primo Alien, dopo trentuno anni dall’unico sequel decente di Alien, un lustro successivo rispetto al pessimo prequel di Alien e pochi mesi dopo un ridicolo plagio di Alien, torna al cinema la saga di Alien, con un sequel del prequel di Alien che quindi è anche prequel del primo Alien.

Per la regia di (mi piange il cuore a dirlo) Ridley Scott, Alien: Covenant oltre ad essere un film sensato, utile e richiesto più o meno quanto un salvagente nel deserto riesce nella non trascurabile impresa di fallire sia come seguito dell’inguardabile Prometheus sia come antipasto di Alien.

Se concedere ulteriore spago ad un progetto francamente imbecille come raccontare le origini dello xenomorfo (Mi dite che senso ha? Chi sentiva la necessità di conoscere da dove saltasse fuori? Chi aveva bisogno di una pellicola del genere?) aveva già poco grano salis di suo, Covenant si riallinea ai binari del fumo senza arrosto, con altre domande senza risposta, altri personaggi memorabili come il trentesimo decimale del π ed un altro motore narrativo che si ingolfa, arranca e gira pressoché a vuoto.

Tra tutte le pecche del film, la principale è senza dubbio una:

I PERSONAGGI SONO UNA MANICA DI RITARDATI.

Irrazionali, avventati e con la varietà emotiva di una carta da briscola, i characters vengono macellati più per conseguenza di loro scelte palesemente suicide che a causa della pericolosità dell’alieno: non si esagera affermando che se la crew avesse tenuto un comportamento rientrante nella normale e comune logica la pellicola sarebbe finita al minuto 15-20.

Non è che sono cattivi.

È che sono proprio stupidi.

Altro difetto enorme in fase di sceneggiatura è stata la scelta di organizzare i personaggi principali in coppie marito-moglie: data infatti la scemenza generale dei contenuti, tale idea ha come risultato elaborazioni del lutto praticamente inesistenti e la sensazione che la naturale empatia dello spettatore per i personaggi sia forzata, non dipendendo infatti dall’averli a cuore ma perché si subiscono costantemente richiami ai legami esistenti tra di essi.

Sì, insomma, al venticinquesimo “mio marito/mia moglie” stavo per accendere un cero in onore della legge Fortuna-Baslini.

Ed è un peccato, considerati i buoni nomi del cast.

Se la Katherine Waterston di Animali fantastici è una Ripley wannabe meno cazzuta e piuttosto incolore, non avendo forse la stoffa per interpretare un’ammazza-mostri, il povero Fassbender pare qui la versione del discount di Jeremy Irons ne Inseparabili, divenendo veicolo di metafore e richiami aulici piuttosto scorreggioni e mal posti.

Parti di contorno per Billy Crudrup, Danny McBride e Demián Bichir, che spero per loro siano stati pagati parecchio.

A tutto ciò si aggiungono limiti di genere arcinoti a chi guarda i film ma evidentemente non a chi li realizza; andando in modalità lista della spesa abbiamo:

– Fotografia saldata sul “ciano”: due ore ininterrotte di blu-nero che, fidatevi, la mattina successiva alla visione del film vi faranno apprezzare la luce del sole come mai prima;

– Storia sulle origini di qualcosa inutilmente incasinata e contorta: non solo mi spieghi da dove ciccia fuori ‘sto aborto nonostante non me ne possa fregare di meno, ma me lo spieghi pure da cani.

– Il mostro si vede troppo (in alcune sequenze è addirittura fermo al centro dell’obiettivo), togliendo paura, sorpresa ed imprevedibilità, cose, si sa, poco importanti nell’horror.

– Uccisioni così esagerate o sopra le righe da risultare trash/ridicole invece di spaventose/nauseanti/orrorifiche;

– Rimandi a capitoli della saga nettamente migliori che acuiscono ancor di più, come se ce ne fosse il bisogno, un divario qualitativo abissale tra vecchio e nuovo.

Alien: Covenant è l’ennesima brodaglia imbastita alla viva il parroco solo per il gusto di sfruttare un brand celebre ed amato che sarebbe anche ora si lasci in pace.

http://www.brocardi.it/codice-penale/libro-secondo/titolo-iv/capo-ii/art410.html

Un film veramente idiota e inutile.

Fast & Furious 8

La brum di Toretto ha un buco nella gomma.

TRAMA: La squadra di Dominic Toretto sembra aver finalmente trovato la tranquillità tanto desiderata.
Purtroppo i guai sono dietro l’angolo, e questa volta si manifestano sotto le spoglie di una spietata terrorista informatica, che riesce a spezzare l’equilibrio della squadra trascinando Dominic dalla sua parte.
Per riportarlo alla ragione, Letty, Hobbs e gli altri saranno costretti a chiedere aiuto ad un loro vecchio nemico, Deckard Shaw.

 

RECENSIONE:

Carro armato (??)

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Dodge Charger.

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Nissan IDX.

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Jaguar F-Type Coupe.

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Corvette Stingray 1966.

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Bentley GT BR9 coupe.

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Subaru BRZ.

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Lamborghini Murcielago.

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Mercedes AMG GT.

.

Corvette 1966.

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Ford Fairlane 1956.

 

VROOM VROOM BANG BUM PATA-PAM CRASH.  

Bla bla bla famiglia, bla bla bla tradimento, bla bla bla il mio pene è più lungo del tuo, bla bla bla stereotipi imbecilli a camionate, bla bla bla techno mumbo-jumbo campato per aria.

Che cazzo ci fa Kurt Russell in ‘sta roba?

Che cazzo ci fa Charlize Theron in ‘sta roba?

Che cazzo ci fa Helen Mirren in ‘sta roba?

Se una serie come questa arriva al capitolo OTTO esiste un problema.

 

Buona Pasqua.

Power Rangers (2017)

Potere del cristallo del… ah, no, sbagliato serie.

TRAMA: Cinque ragazzi che vivono nell’immaginaria cittadina di Angel Grove vengono scelti dal Destino per diventare i nuovi Power Rangers, invincibili guerrieri mascherati pronti a difendere la Terra dalle forze del Male guidate dalla strega intergalattica Rita Repulsa, in cerca di vendetta per essere stata sconfitta dalla precedente squadra di combattenti.

RECENSIONE: “Power Rangers”, chi erano costoro?

I Power Rangers, personaggi nati nell’omonima serie televisiva del 1993, sono dei tizi che combattono il male vestiti con costumi sgargianti e caratterizzati dall’utilizzo di mosse dalla dubbia serietà estetica.

Ok, questa gag era scontata ma ero in dovere morale di farla, ora basta facezie.

Per quanto io sia consapevole che i produttori di Hollywood venderebbero la propria madre per un buon incasso al botteghino, sinceramente non credevo che volessero raschiare il barile TANTO IN FONDO da recuperare una serie televisiva che, pur famosissima e di enorme successo commerciale (gadget e altro), era piuttosto trash persino per gli esagerati Nineties, decennio in cui misura e sobrietà non erano particolarmente di casa.

E invece eccoci qui, nell’Anno Domini 2017 ad assistere ad una “nuova” versione di questi “fantastici” eroi.

E com’è?

Direi una deboluccia ed inutile porcatina.

Uno dei peggiori difetti di questa pellicola e che, non mi stancherò mai dirlo, costituisce veramente il MALE dei film action, è di avere un’introspezione psicologica sui personaggi veramente DA QUATTRO SOLDI, aggravata ulteriormente dal fatto che, fin dalle prime sequenze che li vedono protagonisti, possiamo notare come i nostri pisquani denotino lo stesso carisma dei manichini dei Grandi Magazzini.

Tali connotazioni da Adolescente problematico 1.0 hanno come unica funzione quella di accentuare il solito solitume dell’ascesa “zero to hero” di questa manica di coglioni, la cui caratterizzazione dovrebbe avvicinarli al pubblico per aiutarlo ad identificarsi in essi.

E quindi, attraverso un segmento iniziale dalla durata ETERNA (un terzo abbondante delle quasi due ore totali) e dalla velocità di crociera pari alla moviola della Domenica Sportiva, via ad uno stereotipo dietro l’altro: dalla star dello sport in declino alla cheerleader reietta, dal nerd semi-autistico, alla lesbica (??) sarcastica all’asiatico tosto, il tutto interpretato da “attori” espressivi come un elenco telefonico.

Ripensandoci, non è difficile essere empatici nei loro confronti.

Se avete la varietà emotiva di una trota salmonata.

O se siete morti dentro.

E un po’ anche fuori.

Le sequenze action non sono imbarazzanti come nella serie tv, (cazzo, almeno le infinite capriole all’indietro e le pose plastiche con tanto di esplosione alle spalle ce le siamo risparmiate) ma risultano comunque scialbe nel loro aderire perfettamente a delle semplici legnate su legnate su legnate inferte a dei mostri che si avviano fieri verso l’inevitabile morte come manichini da crash test, ed indistinguibili uno con l’altro nella loro minionità.

La conseguenza di ciò è duplice:

In primis la parte più noiosa del superhero movie, ossia la scoperta dei poteri da parte del/la ragazzo/a di turno, è entusiasmante come la vernice che si asciuga, non essendoci varietà oltre ai già stravisti “faccio salti lunghissimi”, “rompo le cose senza volerlo perché non mi rendo conto della mia improvvisa forza” et similia.

In secundis quando FINALMENTE cominciano le battaglie sono due palle comunque, perché è tutto calcio, pugno, salto, pugno, calcio, salto con la partecipazione delle ondate e ondate di figli abortiti di Mordiroccia come allegra carne da macello.

A parte qualche piccolissima punta stilistica, la regia è inoltre notevolmente piatta, non riuscendo perciò a rendersi ancora di salvezza almeno visiva in caso di opere con scarsa sceneggiatura (tipo questa, ma ad essere buoni) o con idee di base senza forte appeal.

Fun fact: ascoltato in lingua italiana, mi ha fatto sorridere constatare che i nostri doppiatori sono molto più famosi dei semisconosciuti attori a cui prestano la voce: abbiamo infatti tra gli altri Davide Perino (Elijah Wood, Jesse Eisenberg), Letizia Ciampa (Emma Watson, Emilia Clarke) e Flavio Aquilone (Tom Felton, Zac Efron).

Ah, e Bill Hader è sostituito per uno stranamente sopportabile Alpha 5 da Nanni Baldini.

Pur con un restyling grafico anche piuttosto piacevole e “moderno”, la Rita Repulsa di Elizabeth Banks è un villain assai poco sviluppato, che ha solamente tre funzioni: piatta incarnazione del Male con background narrativo easy easy, nutrimento per il trasformismo della Banks e sfizioso materiale masturbatorio per quattordicenni.

Bryan Cranston come Zordon è un dimenticabilissimo tamerlano che per scelte di trama piuttosto banalotte e/o squallide non riesce ad imprimere la sensazione di potente e saggia guida che connoterebbe il personaggio.

Evidentemente per metterci il faccione lo hanno pagato bene.

Per quanto ovviamente non si potesse pretendere la luna, Power Rangers è un film pessimo e disutile, la cui uscita odierna in un panorama cinematografico dominato dai supereroi fumettistici non ha alcun senso logico, rendendo inevitabile un impietoso confronto.

Adatto esclusivamente ai fan della serie, e poi e poi.

Go go fuori dalle balle.

Life – Non oltrepassare il limite

Nello spazio nessuno può sentirti copiare.

TRAMA: I sei membri di una stazione spaziale internazionale si trovano in missione nel cosmo e sono impegnati ad analizzare un campione di materiale proveniente da Marte che potrebbe costituire la prova dell’esistenza di forme di vita aliene.
Inaspettatamente il frammento, di natura organica, si dimostra dotato di intelligenza e aggressività.

RECENSIONE: L’equipaggio di un’astronave affronta un alieno che cerca di accopparli uno dopo l’altro.

Trama originale, non l’avevo mai sentita.

Ah no, scusate, l’avevo sentita in UNO DEI FILM PIÙ FAMOSI DELLA STORIA DEL CINEMA.

Life è Alien.

No, non ho detto che “lo ricorda”.

Non ho detto che “ci assomiglia”.

LO È.

In una sua versione ovviamente peggiore, più noiosa, più raffazzonata.

E più diversamente intelligente.

Per la regia di Daniel Espinosa, Life è un film profondamente inutile nel suo essere una copia carbone di un’altra opera arcinota che pur con quasi quattro decadi sulla groppa giganteggia artisticamente nei confronti di questo suo clone abortito, che rivela l’onta di nulla aggiungere al classico tòpos della minaccia esterna in ambiente interno.

Nonostante infatti un piacevole e ben realizzato piano sequenza iniziale, che risulta tirando le somme l’unica nota lieta di una composizione stridente e stonata, Life nemmeno tenta di crearsi un proprio binario narrativo, il quale avrebbe evitato una perenne sensazione di déjàvu gradevole quanto leccare la sabbia.

E sapete cosa sarebbe meglio fare piuttosto che assistere ad un pessimo remake di Alien?

Oltre a fissare il sole per due ore?

RIGUARDARSI IL FOTTUTO ALIEN. 

Tolta come già detto l’apertura, regia e fotografia si rivelano piuttosto mediocri: basata troppo spesso su jump scares e sul solito solitume dell’atmosfera opprimente la prima, troppo blu-nera la seconda, enfatizzando talmente tanto l’ovvio (l’astronave non è sicura, è terreno di caccia, lo abbiamo capito) da portare fastidio e noia per un occhio che vista la pochezza complessiva dell’opera avrebbe in realtà disperato bisogno di beveraggio artistico.

Passiamo ai temi?

Sfruttare l’arroganza umana creando una storia in cui un gruppo di persone si trova di fronte ad una minaccia che persino per un branco di homo sapiens sapiens si rivela più che ostica è un buon modo per instillare il germe della paura.

Il problema è che per essere avvincente, una minaccia deve costituire una certezza nell’esistenza (cioè deve essere davvero un pericolo per i protagonisti, e fin qua ci siamo) ma un’incertezza nei modi di esecuzione e nelle sue caratteristiche intrinseche (In cosa consiste l’avversario? Quanto male può fare? Cosa può sfruttare per uccidere?).

Legandoci a questo discorso, uno dei tanti grossi difetti di Life è molto semplice.

L’alieno è troppo forte.

Se un antagonista, per quanto minaccioso, ha un punto debole, si crea un meccanismo inconscio per cui il pubblico è curioso di vedere con il prosieguo della storia se e come questo tallone d’Achille verrà sfruttato, quanto ci impiegheranno a notarlo e chi trionferà in conclusione.

Ma se io spettatore mi ritrovo davanti ad una FOTTUTA BESTIA RESISTENTE AD OGNI OFFESA POSSIBILE ED IMMAGINABILE, tale schema mentale non funziona più, perché darò per scontato che entro la fine della pellicola i nostri prodi verranno macellati tutti senza pietà.

Se ho ragione mi autospoilero il finale, e quindi chi cazzo me l’ha fatto fare di sprecare due ore della mia vita.

Se ho torto, il film che sto guardando dimostra di non avete una costruzione narrativa lineare, perché molto probabilmente per superare tale empasse si affiderà a risvolti di sceneggiatura imbecilli o ad un vero e proprio deus ex machina stupido o random.

Il cast, pur vantando nomi noti, è sprecato principalmente per due motivi: il primo è che ovviamente trovandosi immersi in un doppione risultano assai poco memorabili, il secondo è che purtroppo la loro caratterizzazione psicologica è spessa quanto il domopak, quindi lo spettatore non è coinvolto nelle esperienze negative che essi vivono.

E non c’è nulla di peggio per l’intrattenimento che vedere un personaggio di un film crepare orribilmente e rendersi conto che emotivamente non ce ne frega proprio un tubo.

Jake Gyllenhaal è probabilmente è l’unico peone che riesce ad essere soddisfacente, approfittando del notevole screen time a lui riservato e dell’essere circondato da un branco di carne da macello multietnica che serve solo a far scommesse su chi nutrirà per primo l’alieno.

Ed approfittando anche di una Rebecca Ferguson, scosciatona ed in topless di spalle nell’ultimo Mission: Impossible, espressiva quanto un idrante.

Un ultimo appunto per i distributori italiani: capisco che le tag-lines originali del film “Be careful what you search for” e “We were better off alone” fossero rispettivamente un po’ stupidotta la prima e portatrice di qualche problema in fase di traduzione la seconda, ma cosa mi significa l’aggiunta del sottotitolo “Non oltrepassare il limite”?

Pare Il titolo di una pubblicità progresso contro l’eccesso di velocità sulla strada.

Un filmaccio.

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