L'amichevole cinefilo di quartiere

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It (2017)

Galleggiano.

TRAMA: A Derry, una piccola cittadina del Maine, un gruppo di 7 ragazzini, conosciuti come ‘Il Club dei Perdenti’, si trova faccia a faccia con la personificazione stessa del Male, incarnata da una creatura capace di mutare aspetto e che, spesso, si mostra con le inquietanti fattezze di un clown di nome Pennywise.
Tratto dal romanzo omonimo di Stephen King (1986).

RECENSIONE: Visto che negli ultimi anni la tendenza produttiva cinematografica è quella di catapultarsi follemente in remake, reboot e trasposizioni varie da altri media, non poteva scampare a tale compulsivo processo l’opera letteraria più nota del prolifico romanziere horror Stephen King, già vista su schermo con la tanto celebre quanto mediocre ed edulcorata serie tv del 1990.

È da evidenziare però un elemento importante che differenzia nettamente la nuova versione di It da molti altri riadattamenti visti fino ad oggi.

Questo non è fatto con i piedi.

Per la regia dell’argentino Andy Muschietti, che ha sostituito Cary Fukunaga in una fase di pre-produzione piuttosto tribolata, It è un film che, pur distaccandosi per molti aspetti dal romanzo di partenza, riesce comunque a coglierne perfettamente lo spirito, offrendone quindi una versione rivisitata che però non smarrisce la rotta originaria.

Molteplici infatti sono gli elementi divergenti tra opera letteraria e cinematografica: a partire dalla collocazione temporale (1957-1958 nel libro, 1988-1989 nel film, con conseguente cambiamento delle citazioni pop) alle trasformazioni di It (che abbandona mostruosità classiche come licantropo, mummia o volatile gigante per passare ad incarnazioni psicologicamente più macabre e sottili), passando per il background dei ragazzini (sforbiciato pesantemente), analizzando la pellicola nei dettagli si possono cogliere moltissimi cambiamenti, i quali però, come già detto, non vanno ad inficiare la resa dell’opera poiché vengono mantenuti i binari narrativi e psicologici di partenza, senza stravolgere il senso del romanzo ma riadattandolo con rispetto ed efficacia.

Gli stessi personaggi hanno di conseguenza subito una rivisitazione: più maturi nel comportamento, nei riferimenti e nel linguaggio rispetto ai tipici ragazzini di fine anni cinquanta, i membri del Club dei Perdenti sono giovanotti tostarelli che coraggiosamente decidono di affrontare il Male rafforzati dalla loro stessa unione.
Molti che diventano Singolo faccia a faccia con il Singolo che diventa molti, pur con una semplificazione piuttosto evidente delle loro origini familiari, essi riescono ad incarnare la natura delle loro controparti cartacee rendendole delle rispettosissime e ben fatte versioni modernizzate.

La regia di Muschietti omaggia il romanzo grazie principalmente all’azzeccata scelta di imbastire un tono molto più dark e cruento rispetto alla miniserie per la tv, rendendo ad esempio vivide e violente scene prima solo accennate e centrando quindi lo stile king-iano.
Ciò risulta estremamente funzionale alla buona riuscita dell’opera, essendo l’antagonista infatti un essere totalmente malvagio e senza caratteristiche psicologiche che possano contribuire ad una redenzione o ad una spinta empatica nei suoi confronti (come potrebbe accadere nei confronti di un villain umano).

It è una scoria malefica che contamina nel corso dei secoli una cittadina nutrendosi simbioticamente dei suoi abitanti e della paura. Un terrificante, abominevole ed asettico “Esso” acquisisce molta più potenza tanto emotiva quanto scenica se vengono enfatizzati la sua sete di sangue e il desiderio di terrorizzare i suoi giovani antagonisti, e in ciò aiuta moltissimo anche il montaggio del film, che riesce a dosare bene sequenze cariche di tensione con altre seguenti caratterizzate da tagli a raffica.

Tra l’interpretazione di Pennywise il Clown Danzante offerta da Tim Curry e quella di Bill Skarsgård, su cui verteva probabilmente il più grande punto interrogativo relativo alla nuova versione, la differenza è più o meno la stessa che sussiste, a proposito di pagliacci, tra quella di Jack Nicholson e Heath Ledger per il Joker della DC.

Stesso personaggio, stesso nome, ma approcciato in modo talmente diverso da generare un confronto che però viene subito a cadere, semplicemente considerando che entrambe le incarnazioni si adattano perfettamente al relativo contesto.

Se Curry era un clown più classico, ridanciano ed esagerato nel suo grottesco, adatto perciò ad uno show televisivo della ABC, Skarsgård è un macabro pagliaccio estremamente violento, perfettamente in linea con il maggiore gore di un film R-rated 2017.

Per esplicare in modo molto chiaro e netto le differenze, basta analizzare la scena in cui Pennywise compare ai Perdenti attraverso immagini di repertorio, nelle due versioni.

Colori e vivacità nella prima, ambientata in una soleggiata giornata all’aperto, atmosfera cupa di una stanza buia con colonna sonora martellante nella seconda.

Buona scelta di cast per i giovani protagonisti, tutti azzeccati nelle rispettive parti.

Dal balbettante leader de facto Bill Denbrough, il più toccato dalla malvagità del mostro a causa della sua perdita, al linguacciuto comic relief Richie Tozier fino al delicato ed ipocondriaco Eddie Kaspbrak, ogni anima dei Losers è interpretata da un ragazzino in grado di offrire pregevoli interpretazioni.

Menzione speciale per la Beverly Marsh di Sophia Lillis, personaggio in una versione matura più di giovane donna che di ragazzina, con l’attrice molto brava a gestire la doppia fragilità-forza del personaggio e il senso di appartenenza al gruppo dei maschi.

La metà giovanile del romanzo viene trasposta su grande schermo in una più che discreta pellicola, cruda versione metal della resa precedente e che dimostra una gradevole qualità complessiva.

Visto il grande successo riscontrato presso critica e pubblico (maggiore incasso di tutti i tempi per un film horror) è auspicabile che tale film contribuisca ad un’inversione di rotta in fase produttiva: non più remake o reboot di ottimi prodotti di successo, alla ricerca di un facile successo commerciale che spesso sfocia in un impietoso confronto con le gemme del passato, ma rivisitazioni migliorative di prodotti audiovisivi limitati.

Sperare non costa nulla.

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Baby Driver – Il genio della fuga

My daddy was the family bassman
My mamma was an engineer
And I was born one dark gray morn
With music coming in my ears
In my ears.

TRAMA: Baby è un giovane ma abilissimo autista che lavora per un’organizzazione criminale alquanto strampalata capitanata dal ricco e misterioso Doc. Dopo aver conosciuto una dolce e bella cameriera, Baby medita sempre più seriamente di smettere con le rapine; proprio quello che potrebbe essere l’ultimo colpo metterà in pericolo il suo amore e la sua stessa vita.

RECENSIONE: Scritto e diretto da Edgar Wright, Baby Driver è un action movie pimpante e scanzonato, che riesce a spiccare in un genere piuttosto saturo grazie ad un approccio più easy e frizzante della media ed al ruolo preponderante della colonna sonora.

Il regista britannico, celebre per opere molto divertenti come la cosiddetta “Trilogia del Cornetto” (composta da L’alba dei morti dementi, Hot Fuzz, La fine del mondo) e Scott Pilgrim vs the World, riesce infatti ad incanalare la musica nella pellicola rendendone parte integrante in modo talmente massiccio ma allo stesso tempo azzeccato che essa risulta un vero e proprio personaggio.

Di qualità generale ottima, con pezzi tra gli altri di Queen, Blur, Barry White, Simon & Garfunkel, Beck, Beach Boys e Commodores, la musica si adatta infatti precisamente all’umore del protagonista ed al mood delle diverse scene, completandole efficacemente affrancandosi quindi da essere semplice “rumore di sottofondo”, fondendosi invece con le sequenze stesse arricchendole.

Musica che inoltre nel film non solo è semplicemente “ascoltata”, ma anche menzionata, discussa attraverso aneddoti e ricordi, caricata di significati che vanno oltre il mero abbinamento di note e testi.

Attraverso espedienti tecnici intelligenti (come le parole di un testo che compaiono su muri ed insegne mentre il protagonista cammina, i proiettili che vengono sparati a ritmo), lo spettatore si immerge nel mondo di Baby (un bravo Ansel Elgort, già visto in Colpa delle stelle) indossando i suoi auricolari, coperta di Linus contro la violenza intrinseca del suo lavoro e coniugando immagini e suoni.

Senza un buon comparto visivo però lo sforzo della soundtrack sarebbe inutile, e Wright riesce ad imbastire sequenze scene action adrenaliniche senza sfociare troppo in demenziali esagerazioni alla Fast & Furious, comunque spingendosi oltre il limite mantenendo però buonsenso.

Inseguimenti e scontri a fuoco risultano inoltre ben realizzati poiché il punto di vista focale rimane sempre quello dell’autista: ciò che non succede in sua presenza non esiste, è fuori dalla sua portata sensoriale, e si aumenta in questo modo l’immedesimazione del pubblico in ciò a cui sta assistendo senza perdersi in troppe soggettive che servirebbero solo ad appesantire il meccanismo di prosecuzione della pellicola.

Colonna sonora e sapienza nelle scene action riescono a conferire personalità vivace al film,  che si esalta nonostante una trama di base piuttosto ordinaria (criminale vuole uscire dal giro a causa dell’amore per una donna), e rendendo Baby Driver un piacevole unicum.

In una realtà gravida di scavezzacollo sopra le righe, l’amore è il salvagente che permette a Baby di non affogare nel pantano morale in cui suo malgrado è rimasto invischiato.
La colonna sonora diventa qui “rosa con i brillantini” (cit.), esaltandosi attraverso canzoni che veicolino il più positivo dei sentimenti e che si aiutano con gli stessi nomi dei personaggi, sostituendosi ai dialoghi.

Cast azzeccato anch’esso, che riesce a creare buona coralità pur mantenendo in primo piano il protagonista.

Se di Elgort, come già accennato, si può apprezzare la bravura e la capacità di essere credibile come tipo taciturno, solitario e “bravo ragazzo” nonostante la professione, il resto della crew è variegato e piacevolmente sopra le righe.

Dal “Pazzo” di Jamie Foxx, al “Buddy” di Jon Hamm, alla “Darling” di Eiza González, ogni pedina si muove su una scacchiera di piombo, musica ed adrenalina creando un interessante microcosmo di umanità perduta.
Menzione speciale per il sempre ottimo Kevin Spacey, nei panni di un boss criminale sui generis e breve apparizione del bassista dei Red Hot Chili Peppers Flea.

In un panorama cinematografico in cui molti registi/sceneggiatori action pare non abbiano superato lo stadio evolutivo dei crostacei, una pellicola veramente di buona qualità, piacevole e divertente.

Colonna sonora eccezionale.

Consigliato.

Dunkirk

«We shall fight on the beaches, we shall fight on the landing grounds, we shall fight in the fields and in the streets, we shall fight in the hills; we shall never surrender».

TRAMA: 1940. Durante l’avanzata dei panzer attraverso la Francia, soldati alleati francesi e britannici sono circondati dai pari tedeschi sulle coste della Manica: l’unica via di fuga è rappresentata da un’evacuazione via mare.

RECENSIONE: Per la regia di Christopher Nolan, Dunkirk è un film di rara potenza sensoriale, che racconta la cosiddetta “Operazione Dynamo” (così chiamata perché discussa con Winston Churchill nella stanza nel quartier generale della Marina al cui interno era collocata una dinamo che forniva l’elettricità) senza fronzoli che non siano funzionali all’esposizione narrativa stessa.

Abbandonando in parte uno dei difetti principali della sua filmografia (una costante megalolalia che, pur fautrice anche di citazioni entrate nella cultura pop, risulta talvolta fastidiosa e fine a se stessa), Nolan opta per una più confacente e scarna asciuttezza dialettica decisamente efficace, che infatti ben si adatta alla trama e ne rende più diretto l’impatto emotivo sul pubblico.

In uno scenario bellico caratterizzato da una opprimente sensazione di ansia e che, in quanto conflitto armato, dipende direttamente dalla volontà dell’uomo, l’opera pone le sue basi sui quattro elementi naturali, che incidono con cieca indifferenza sulle sorti dei personaggi coinvolti.

La terra è una gabbia senza sbarre, che vede dimenarsi sulla propria superficie quattrocentomila anime in pena strette nella doppia morsa del nemico e di alcune decine di miglia marittime impossibili da attraversare.
Di notevole impatto in particolare la sequenza iniziale del film, che eliminando i titoli di testa introduce lo spettatore nelle viuzze della cittadina francese in un deserto irreale, tenuto sotto scacco da un nemico invisibile ma letale.

La “terra” è anche ascrivibile alla nazione, alla patria, bramata da migliaia e migliaia di giovani stranieri in terra straniera ed ostile, una landa in cui l’ombra di un nemico mai visibile si allunga minacciosa a ghermire giovani vite.

Interessante il capovolgimento nel significato sia concreto che metaforico dell’acqua, alla quale comunemente viene affibbiata una connotazione positiva legata alla vita ed al suo sostentamento mentre incarna qui la doppia valenza di minaccia e speranza.

Se la seconda è dovuta all’incertezza sull’eventuale arrivo di aiuti britannici, con l’occhio di soldati e graduati che volge verso la foschia della Manica, la prima è legata al costante pericolo di annegamento, con navi e barche che possono improvvisamente mutare in sepolcri artificiali sotto i colpi ostili.

Acqua quindi tramite di spostamento ma allo stesso tempo terribile ostacolo, che può in pochi minuti tanto offrire aiuti quanto riempire polmoni: numerose sono in tal senso le scene in cui uno o più personaggi rischiano di affogare, e grazie ad una buona costruzione per immagini tali sequenze riescono ad essere opprimenti ed efficacemente ansiogene.

L’aria è il regno dei mezzi volanti, che alla guisa di angeli metallici possono assumere il ruolo di protettori o sterminatori.
Combattendo a centinaia di metri dal suolo una battaglia allo stesso tempo legata a quella terrestro/marittima (per il loro già citato ruolo offensivo o di supporto) ma anche avulsa da essa, poiché implica dinamiche belliche a se stanti e riconducibili nella loro dinamica ricca di contrattacchi quasi ad ancestrali duelli medievali, essi possono far pendere l’ago della bilancia del conflitto in pochi concitati secondi.
Ben resi dalla regia le schermaglie aeree, spettacolari ma senza essere ridicolmente esagerate.

Il fuoco è la morte. Pura e semplice.
Proiettili, bombe, siluri, esplosioni ed incendi sono presenza asfissiante, poiché anche i momenti di quiete possono essere repentinamente spezzati da un nuovo attacco, un nuovo pericolo o una nuova offensiva di varia fattura.
I visi tesi dei soldati, anche di comparsa, rendono bene l’idea di una situazione assai complicata, in cui è perenne la minaccia a livello del terreno, quanto del mare o dall’alto.

La fotografia esalta il secondo e il terzo elemento giostrando molto bene con l’azzurro e l’arancione, che vengono utilizzati in moltissime tonalità diversi (soprattutto il primo), dalle più accese e limpide fino alle più fosche e spente aiutando in questo modo la connotazione emotiva della scena.
Dopo Interstellar altro ottimo lavoro quindi di Hoyte Van Hoytema ed efficaci scelte di illuminazione e colore, grazie alle quali i soldati sono formiche marroni/nere che picchiettano la brulla spiaggia con il mare sullo sfondo, ad aumentare ancora di più la condizione di difficoltà umana di fronte all’atroce semplicità del territorio.

Ottima anche la colonna sonora del maestro Hans Zimmer, la cui quasi costante presenta contribuisce enormemente al crescendo di tensione all’interno dell’opera.
Molto efficace in particolare l’uso del ticchettio, suono legato indissolubilmente al trascorrere del tempo e a sua volta connesso quindi alle tre linee narrative dalle tempistiche differenti presenti nel film (una settimana per la terra, un giorno per l’acqua e un’ora per l’aria) e al Tempo come tema caro al regista.

Per rendere più efficace la coralità, buona la scelta nel casting di non dare prevalenza specifica a nessuno degli interpreti, creando invece molti piccoli ruoli che, come tessere di un mosaico, rendano tutte insieme il quadro generale.
Come nomi noti, oltre a Tom Hardy nei panni dell’aviatore si segnalano Kenneth Branagh, il premio Oscar Mark Rylance e Cillian Murphy, altro aficionado di Nolan e particolarmente bravo nel ruolo di un soldato traumatizzato dagli eventi.

Menzione speciale per il giovane Fionn Whitehead nei panni del soldato protagonista della sezione terrestre, la cui espressione perennemente corrucciata e le poche parole costituiscono tratti azzeccati nella costruzione del personaggio.

Dunkirk è in conclusione un’ottima pellicola, che racconta senza inutili spettacolarizzazioni e sovrastrutture una storia di uomini e di guerra, unendo ad una sceneggiatura tanto semplice nei contenuti quanto ben riuscita nella rappresentazione un comparto tecnico di tutto rispetto.

Notevole.

La torre nera

Colui che scrive recensioni ha dimenticato il volto di suo padre.

TRAMA: New York. Il giovane Jake è tormentato da strani sogni e visioni in cui ricorrono tre immagini: un uomo vestito di nero, un pistolero e una torre nera. Un giorno, seguendo le indicazioni contenute in uno dei suoi sogni, Jake viene catapultato in una dimensione parallela; qui incontra l’uomo che occupa i suoi incubi, Roland Deschain…
Tratto dall’omonimo ciclo di romanzi di Stephen King.

PREMESSA: Pur essendo un amante delle opere del Re ed essermi divorato più di venti suoi scritti tra romanzi e raccolte di racconti, non ho letto la serie letteraria de La torre nera. Il mio giudizio verterà quindi esclusivamente sulla pellicola.

RECENSIONE:

Maratona – Record Mondiale: 2 ore, 2 minuti e 17 secondi (Dennis Kipruto Kimetto – 2014).
100 metri piani – Record Mondiale: 9 secondi e 58 centesimi (Usain Bolt – 2009).

Basate entrambe sulla corsa, esse sono due discipline sportive completamente diverse, che richiedono allenamento fisico ed approccio mentale agli antipodi: in atletica sono la distanza più lunga e quella più corta.
Un po’ come yin e yang nella filosofia cinese.

Se per quanto riguarda il percorso libro –> film lo yin è Lo Hobbit, favoletta per bambini trasposta in tre film da complessivi 470 minuti (quattrocentosettanta, Dio vi fulmini), lo yang è questo La torre nera, una mezza schifezza di un’ora e mezza tratta da una serie di otto libri da quattromiladuecento pagine totali.

Ma perché…?

Mi sarò probabilmente dimenticato il volto di mio padre, ma raramente ho assistito ad un film che trasmetta una tale idea di raffazzonaggine, dovuta principalmente all’ovvia liofilizzazione delle tempistiche e alla conseguente incapacità di soffermarsi su cosucce piuttosto importanti quali risvolti della trama, introspezione psicologica dei personaggi e dettagliume vario.

Characters, situazioni e, boh, cose vengono impunemente sbrodolate in faccia al pubblico senza offrirgli strumenti per comprenderle ed apprezzarle, non essendoci davvero il tempo materiale per farlo e dando quindi per scontato che ci si innamori fatalmente della storia, come colpiti dal dardo di Cupido.

Che è in assoluto il modo peggiore per tentare di farsi apprezzare.

La pecca principale del film è quindi il presentare troppa carne al fuoco sfruttandola malissimo, affidandosi prevalentemente al carisma degli attori (poi ne parliamo) e non assumendo un’identità propria non solo in riferimento all’opera letteraria di partenza, ma anche in senso più strettamente cinematografico.

Ad una prima sezione piuttosto noiosotta ambientata nella nostra realtà, farcita di tutti gli stereotipi sfascia-gonadi possibili ed immaginabili sul ragazzino “diverso e problematico”, segue una parte centrale nel Medio-mondo che sarebbe stato auspicabile fosse durata circa il triplo in modo da permettere immersività allo spettatore, concetto evidentemente estraneo ai produttori del film, guidati probabilmente dal mantra “questa roba piacerà perché si spara”.

Ed è proprio qui dove sarebbe dovuta scattare la scintilla vitale che il film deraglia nel meno che mediocre, sfiorando molti (troppi) elementi narrativi senza porca puttana approfondirne mezzo e mostrando una maledetta fretta non permettendo il naturale germoglio dei semi narrativi.

Terza ed ultima sezione il ritorno sulla terra, senza dubbio la parte peggiore data la fastidiosissima presenza di stanchissime gag già viste e straviste relative a normali elementi della nostra società e sul come possano sembrare bizzarri ad un completo estraneo, o viceversa.

Oltre ad uno scontro finale di raro piattume.

Che tedio.

Visivamente può essere godibile solo a chi non abbia grandissima esperienza cinematografica, dato il comparto grafico non offre elementi di particolare meraviglia, limitandosi a toccare pigramente meccaniche estetiche già più che collaudate (e i mostri… e i predoni… e la magia nera…) supportate da una regia operaia e impalpabile.

Le stesse pistole di Roland, che avrebbero potuto essere l’ira di Dio, pur spingendo ridicolmente l’acceleratore sulla bravura del gunslinger sono in fin dei conti piuttosto ordinarie, non mostrando nulla che un John Wick qualsiasi non abbia già presentato intrattenendo decisamente di più.

O un immarcescibile Clint, a cui il personaggio letterario di Roland è ispirato.

In una fotografia un po’ troppo spenta e che tendendo a tinte dark abbastanza a caso perde l’occasione di sfruttare il colore per delineare in modo più netto elementi magici o banalmente la differenza tra Bene e Male, si muove un cast riconducibile ai soli due grandi nomi.

Attori di indiscussa bravura e carisma, sia Idris Elba che Matthew McConaughey escono dalla pellicola con le ossa rotte.

Meglio il primo del secondo, non per meriti particolari ma semplicemente perché il Walter Padick del texano (chiamarlo direttamente “Randall Flagg” no?) è un antagonista scritto con gli alluci che avrebbe meritato molto di più sia in termini di screen-time che in approfondimento narrativo.

Fattori estremamente importanti nella definizione di un villain come “da dove viene?”, “perché ha scopi malvagi?”, “da dove derivano le sue capacità?” sono bellamente ignorati dal film, optando invece per una caratterizzazione stile “Killgrave dei poveri” che spesso sfiora il ridicolo involontario.

Elba d’altro canto è un attore figo che interpreta un personaggio figo, seppur piatto come una tavola da surf, e quindi la mediocrità del suo character è più sopportabile, per quanto ampiamente dimenticabile come il suo rivale e quasi altrettanto ridicolo.

Tom Taylor passabile come ragazzino con gli occhioni sbarrati da hobbit, il resto del cast ha il peso narrativo di sagome cartonate parlanti.

Un’occasione toppata malamente, un film confuso e assemblato alla bell’e meglio che rende cattivo servizio ad uno degli scrittori più famosi, amati e prolifici del nostro tempo.

Peccato.

Prima di domani

Loop temporale: espediente narrativo nel quale dei personaggi sono costretti a ripetere esperienze o a rivivere in continuazione vicende già avvenute, in un ciclo continuo che si ripete all’infinito.

TRAMA: Una liceale si ritrova costretta a rivivere costantemente il suo ultimo giorno sulla Terra, terminato con un tragico incidente d’auto.

RECENSIONE: Nonostante il tema di partenza sia piuttosto abusato nonché virato in un po’ tutte le salse (dalla commedia, con l’arci-noto Ricomincio da capo con un istrionico Bill Murray, alla fantascienza guerresca di Edge of Tomorrow, al thriller con Source Code, alla demenzialità di Io vengo ogni giorno), la continua ripetizione della stessa giornata è un elemento narrativo sempre piuttosto interessante e con numerosi spunti.

Questo Prima di domani, film indipendente tratto dall’omonimo romanzo di Lauren Oliver, lo intinge in un’ agra salsa teen che, pur essendo talvolta banale sia nelle forme che nei contenuti, riesce comunque a buttare lì quelle tre o quattro sotto-trame che forniscono alla pellicola il minimo di spessore necessario per raggiungere la sufficienza.

La giovane Samantha (una Zoey Deutch che ricorda esteticamente una versione giovane di Rose Byrne) si rende conto sempre più, con lo scorrere dei cicli, del microcosmo che la circonda, poiché vivendo numerose volte le stesse piccole e grandi esperienze riesce appunto a dare loro peso maggiore rispetto ad una superficiale prima vista, e di conseguenza a concentrarsi su di esse.

Ciò porta ad un classico percorso di maturazione caratteriale, rappresentato in modo relativamente semplice ma tutto sommato efficace, che conduce la protagonista ad un passaggio da fiero elemento del classico gruppetto di gallinelle high-school ad una maggiore consapevolezza del ruolo attivo o passivo che possa avere in determinate vicende.

Da contorno al tema principale alcune solite tematiche scolastiche: il bullismo, l’accettazione o meno di una persona da parte del branco, la sessualità, il godersi l’adolescenza sono sparse lungo l’ora e mezza di durata senza essere affossanti o prolisse, ma fungendo, appunti da arricchimento narrativo.

Buona interpretazione da parte del giovane cast, abbastanza credibile nei vari ruoli della leader, dell’emarginata, del ragazzo timido vari ed eventuali.

Costato cinque milioni di dollari, nel mondo ne ha incassati circa quattordici (di cui seicentomila euro in Italia).

Godibile.

Spider-Man: Homecoming

A forza di reboot, mi sarei aspettato zio Ben interpretato da Tobey Maguire.

TRAMA: Dopo il suo incontro con gli Avengers, Spider-Man/Peter Parker è tornato a New York e sotto la guida del suo nuovo mentore, il miliardario Tony Stark, tenta di trovare un equilibrio tra i suoi impegni di supereroe e la vita di un normale adolescente.

RECENSIONE: Tornate a casa dopo una giornata di lavoro.

Siete fuori da dieci-dodici ore ed avete addosso una stanchezza da mettere K.O. un alce.

Entrate. Vi togliete le scarpe. Vi sistemate.

E bevete un bicchiere d’acqua fresca.

Vi svolta la giornata? Vi ristora tutto di un colpo dalla vostra fatica? Vi sentite persone nuove e rinvigorite?

No.

Però è piacevole e vi dà sollievo.

Spider-Man: Homecoming è un bicchiere d’acqua fresca.

Non è un capolavoro. Ha dei difetti. Il rapporto con la fonte artistica originaria è talvolta piuttosto “conflittuale”.

Ma è un film carino.

E tanto basta.

Il tanto discusso ringiovanimento di Peter Parker fa sì che ad un personaggio immediatamente apprezzabile dal pubblico (il bravo ragazzo sfigatello dal cuore d’oro che salva la gente sotto mentite spoglie) si aggiunga il grande tema del cambiamento adolescenziale.

Niente inizio classico con la morte di zio Ben e grandi responsabilità derivanti da grandi poteri, ma un giovane uomo in divenire che cerca di trovare il proprio posto del mondo mettendo a disposizione le proprie capacità in favore del prossimo; compiendo errori, agendo con avventatezza, facendo “pratica” con le sue stesse potenzialità e non valutando talvolta appieno le conseguenze delle proprie azioni, ma sempre con il Bene come obiettivo.

La pellicola riesce a cavalcare questi temi con metodo, alternando ordinatamente le diverse fasi narrative mantenendo un giusto equilibrio.
Sequenze scolastiche in cui Peter attraversa esperienze comuni per un ragazzo della sua età (la cotta, i bulli, le materie, il rapporto con il migliore amico) si susseguono a quelle più tradizionalmente supereroistiche (scoperta delle potenzialità del costume, combattimenti, salvataggio delle persone) riuscendo a centrare il bersaglio su entrambe, non stancando troppo lo spettatore affossandosi su una di esse ma dando loro la giusta consistenza nello storytelling.

Nonostante, come già accennato, vengano bypassate le origini del personaggio, in Homecoming il superhero movie viene a fondersi efficacemente con il viaggio di formazione, mostrando quindi lo sbocciare, attraverso esperienze brillanti e negative, dell’uomo quanto dell’eroe.

Passando ad elementi più classici, l’azione è adrenalinica ed efficace, sfruttando tutte e tre le dimensioni dello spazio grazie alle peculiari abilità di eroe ed antagonista: vengono perciò a crearsi duelli aerei ben orchestrati da regia e montaggio, che riescono a rendere l’altezza parte integrante degli scontri.

Una fotografia colorata e vivida contribuisce inoltre alla piacevolezza dell’opera, e dato che, ovviamente, in questa tipologia di pellicole l’occhio vuole la sua parte il risultato generale è in tal senso più che accettabile.

L’ironia tipica della Marvel è presente, seppur in quantità positivamente minore e più focalizzata sull’imbranato/scanzonato protagonista che sul farcire la pellicola di vagonate di battutine più o meno sceme; si ride perciò meno ma si (sor)ride meglio, con gag e momenti brillanti maggiormente omogenei e che causano reazioni molto meno sguaiati rispetto ad opere precedenti.

Forse un po’ troppo abusato da Hollywood il ruolo piuttosto sterile del “ciccione buontempone” qui incarnato dal Ned di Jacob Batalon, ma come spalla ilare tutto sommato ci può anche stare.

I difetti del film risiedono principalmente nei cambiamenti che esso ha portato rispetto alla visione ultra-classica dell’universo narrativo dell’Uomo Ragno.

Capisco che ringiovanendo il protagonista anche la carta d’identità di zia May ne guadagni, ma la cinquantatreenne Marisa Tomei, pur in versione ingenua e protettiva, è forse troppo giovanile per il ruolo, elemento accennato inoltre dal fatto che raramente venga chiamata con il suo ruolo di parentela, ma molto spesso semplicemente per nome.
Stona inoltre il Flash Thompson guatemalteco interpretato dal remissivo Zero di Grand Budapest Hotel Tony Revolori, presenza più stupida che intimidatoria quale dovrebbe essere.

Buona prova per Michael Keaton nei panni di Adrian “Avvoltoio” Toomes, ben doppiato da Luca Biagini.
L’attore della Pennsylvania, già “animale volante” nei due Batman di Burton e nel meraviglioso Birdman di Iñárritu, riesce a conferire una buona rappresentazione di uno dei cattivi più sfigati ed inutili minori dello spara-ragnatele senza risultare macchiettistico o banale.

Spider-Man: Homecoming è in conclusione un buon film, che permette a Peter Parker di ritornare alla casa madre dopo il pessimo secondo Amazing; scommessa fin qui vinta, per una pellicola che delle sei finora dedicate al personaggio si pone qualitativamente sotto solo al secondo film di Raimi.

Carino lo stile registico dell’inizio, così come la sequenza dei titoli di coda.

Bedevil – Non installarla

Questa app ha accesso a: Cronologia app e dispositivo, informazioni riguardanti l’attività avvenuta sul dispositivo, quali app sono in esecuzione, la cronologia di navigazione e i segnalibri; utilizza i dati dei contatti, la posizione del dispositivo ed uno o più dei seguenti elementi: file sul dispositivo (ad esempio, immagini, video o audio), memoria esterna del dispositivo; utilizza le fotocamere e i microfoni del dispositivo.

Parte dell’informativa di installazione dell’app Instagram.


TRAMA: 
Cinque adolescenti ricevono un invito a installare sul proprio smartphone un’app di supporto chiamata Bedevil. Una volta avviata, l’app si rivela inaspettatamente dotata di volontà propria ed inizia a perseguitare i ragazzi.
Letteralmente.

RECENSIONE: Per la regia dei fratelli Abel e Burlee Vang, Bedevil – sottotitolo italiano inutile è una deboluccia mediocrata che pur avendo la concreta possibilità di mettere molta carne al fuoco decide di svicolare approcci introspettivi per optare sui classici cliché del teen horror.

Un peccato, perché vista la trama della pellicola si sarebbero potuti agganciare con relativa facilità temi importanti e di grande attualità sociale.
La dipendenza, soprattutto relativa ai giovani, per smartphone e dispositivi digitali, i rapporti umani ormai cristallizzati dietro un asettico schermo luminoso e la fragilità di una generazione che pur avendo tutto a palmo di mano presenta ancora paure feroci ed irrazionali sono purtroppo pennellate solo lievemente abbozzate da un film che perde più di un’occasione per affondare il colpo.

Il ricorso estenuante agli stilemi triti e ritriti del genere incanala inoltre precocemente la pellicola su binari ormai troppo noti, non consentendole di emergere in un’area narrativa ultra-saturata dai numerosissimi film a budget medio-basso (tra cui appunto questo) tutti troppo simili e per questo dimenticabili.

L’uso decisamente eccessivo di jump-scares spesso più che telefonati, dei classici movimenti di camera circolari effettuati nel tentativo di immergere lo spettatore in una stanza chiusa e di infinite inquadrature storte stile Battaglia per la Terra (non lo conoscete? Beati voi…) sono inviti troppo espliciti a far sobbalzare il pubblico sfruttando reazioni automatiche del nostro corpo più che un serio tentativo di creare un’atmosfera inquietante.

Sembra come se Bedevil ti dicesse…

… e non dovrebbe essere la pellicola a imporlo forzosamente, dovrebbe essere naturale conseguenza di ciò che viene mostrato.

L’applicazione killer assume ben presto la classica connotazione dell’entità sovrannaturale a caccia di vittime in uno spazio chiuso, dato che Bedevil spesso ricade, gira che ti rigira, nell’inseguimento ripetitivo fine a se stesso invece di costruire gradualmente relazioni vittime-carnefice più elaborate.

Il classico gruppo di attori da firme amerigano, ossia troppo bellocci per essere realistici, alcuni leggermente oltre l’età dei rispettivi personaggi e dalla introspezione buttata lì alla vaga solo per dovere di firma offre una prova complessivamente senza infamia né lode.

Lieve spicco per la protagonista, la diciottenne texana Saxon Sharbino, più che altro perché interpreta l’unico character a cui sia richiesta varietà emotiva a differenza degli altri paralumi bipedi che la circondano.

Nota di merito a Roberto Pedicini come voce italiana dell’app, sempre bravo anche nei film più insignificanti.

Bedevil non è un film “brutto” o mal fatto in senso oggettivo, ma ha il grande difetto generale di osare poco e di sprecare ben più di un’opportunità narrativa interessante, temendo forse di fare il passo più lungo della gamba ma ottenendo paradossalmente l’effetto opposto.

Più da direct to home video che da cinema.

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