L'amichevole cinefilo di quartiere

Articoli con tag ‘Recensioni’

Vice – L’uomo nell’ombra


– «Le famiglie importanti spesso scordano una semplice verità, che io conosco».
– «Quale verità?»
– «La conoscenza è potere».
– [alle guardie]: «Tenetelo fermo. [le guardie immobilizzano Baelish] Tagliategli la gola. [gli puntano un pugnale alla gola] Fermi, aspettate. Ho cambiato idea, lasciatelo libero. Tre passi indietro, voltatevi, chiudete gli occhi. [Le guardie fanno esattamente questo][a Baelish] Il potere… è potere».

Aidan Gillen (Petyr Baelish) e Lena Headey (Cersei Lannister), Il trono di spade, episodio 2×01, Il Nord non dimentica.

TRAMA: L’ascesa all’interno della Casa Bianca del politico repubblicano e conservatore Dick Cheaney, diventato vicepresidente degli Stati Uniti durante i mandati di George W. Bush.

RECENSIONE:

Diretto da Adam McKay, che nel 2016 con La grande scommessa vinse un Oscar per la sceneggiatura, Vice è un potente e vibrante ritratto della vita di un uomo che ha donato la sua vita al servizio del Potere.

Elemento così apparentemente immateriale nella forma, astratto quanto un sentimento ma devastante nei suoi usi, il Potere è mezzo e veicolo attraverso il quale vengono condizionate quotidianamente le vite di milioni di persone, spesso senza che essi nemmeno se ne accorgano.

Il Potere è ciò che stabilisce le regole di condotta, ciò che fa cadere bombe sulla tua città, ciò che tenta di aumentare il prestigio internazionale dello Stato in cui vivi.

Il Potere è tutto questo, ed anche di più.

Come signori Macbeth che per seguire una fumosa e ambigua profezia tramano alla detronizzazione di Re Duncan, i Cheney hanno dato tutto loro stessi per il raggiungimento di un obiettivo ultimo: essere detentori di quel Potere, di quel prestigio, di quella superiorità effimera ma molto pratica che consiste nel decidere, nell’avere la possibilità di far diventare la propria parola come Legge.

Come si riesce a rendere quindi un personaggio grigio e burocratico come Cheney in un tema di vasto interesse cinematografico?

Arricchendo la narrazione: il film riesce a tenere alta l’attenzione dello spettatore nei confronti della trama nonostante i suoi 135 minuti di durata, e questo pur tendendo sovente a spiegare per filo e per segno molti passaggi tecnico-politici all’interno della trama, che non lesina l’introduzione, anche se breve, dei più svariati personaggi.

Grazie all’uso di piccoli espedienti narrativi, colpi di scena e dialoghi veramente ispirati è quindi piuttosto difficile annoiarsi durante la visione del film, cosa che sulla carta avrebbe potuto risultare non semplice visto il predominante tema politico statunitense.
Ciò permette di rendere al meglio la storia di quest’uomo, che ad un primo sguardo parrebbe scarsamente carismatico e grigio, ma che attraverso i vari passaggi della pellicola che mostrano la sua evoluzione si rivela allo stesso tempo estremamente persuasivo e convincente, scovando opportunità dove altri non ne vedono.

Con una regia ricca di “scorsesismi” (narratore diretto, sfondamento della quarta parete, uso di vere e proprie didascalie), McKay unisce nella sua opera i crismi della più ironica commedia, vero e proprio giornalismo documentaristico à la Michael Moore con tanto di fact checking ed evidenziando come la tragedia che è la Storia sia il risultaro di una enorme farsa.

Un ragazzone del Wyoming amante della birra e con la tendenza alle scazzottate si trasforma, grazie ad una sfrenata ambizione e all’attitudine nel trovarsi al posto giusto nel padre putativo della nazione, un non-eroe sottile e furbissimo, spietato verso i suoi avversari e diventato tutt’uno con quel Potere che tanto ha sempre cercato.

Vecchio, grasso e pelato, il suo stesso aspetto fisico è archetipico di quel politico repubblicano stereotipato da dibattito su Fox News.
A differenza però di una mera parodia, che avrebbe anche potuto provocare risate sguaiate, ma senza centrare appieno il bersaglio, il Chaney di Bale è ridicolo ma mai divertente: un arrampicatore calcolatore che riempie Washington di suoi uomini e suoi uffici per controllare il controllabile, e che arriva al potere dopo un passato da ubriacone senza obiettivi diversi da quelli ovvi e basilari del benessere e del comando, per sé e per la sua cricca.

L’ironia di McKay, non è quindi un semplice mezzo per fare ridere, ma assume i connotati di vero strumento narrativo, che serve ad illustrare il Male non nella sua banalità, ma nella sua pochezza contenutistica: un uomo che migliora esponenzialmente la propria condizione sociale sfruttando preziose informazioni, azzardate possibilità e la tremenda miopia intellettuale di coloro che lo circondano.

Cheney è un personaggio shakespeariano, Riccardo III che ha tenuto sia il cavallo che il regno.

Ennesima ottima trasformazione fisica da parte di Christian Bale, che ha aumentato il proprio peso corporeo di oltre venti chili grazie ad un regime alimentare basato sulle torte: per qualità il risultato è ottimo, molto simile, anche se virato più sulla commedia, a quello di Gary Oldman ne L’ora più buia.

Amy Adams come sempre eccezionale, qui nei panni di Lynne Cheney con una parrucca bionda che è ordinanza per la consorte bianca di un politico statunitense e che unita alle sue parimenti bionde figlie talvolta ricorda il make-up di Kate McKinnon nell’imitazione di Hillary Clinton.
Lynne è la Lady Macbeth che sostiene ed alimenta le ambizioni del marito (che sono poi le sue) per un posto al sole nel grande palco decisionale di Washington, colei che tenta di appoggiare in ogni modo la carriera militare di un uomo che passa da soldato semplice, spettatore di decisioni dalla portata mastodontica, a vero e proprio generale con capacità decisionali quasi illimitate.

Ottimo anche il cast di contorno, tra cui spiccano Steve Carell nei panni di un luciferino e viscido Donald Rumsfeld ed uno strepitoso Sam Rockwell come George W. Bush, che come in W. di Oliver Stone viene rappresentato anche in Vice come un incompetente idiotone circondato da squali.

Film decisamente consigliato.

Annunci

Green Book

Il Negro Motorist Green Book, conosciuto come “Green Book” era una guida annuale per automobilisti afroamericani, pubblicata dal 1936 al 1966 ed elencante i servizi e luoghi relativamente cordiali nei loro confronti, in modo che essi potessero evitare disagi quali il rifiuto del cibo, dell’alloggio o il rischio di arresto arbitrario.

TRAMA: New York, 1962. Tony, italoamericano, lavora come buttafuori in un locale. Rimasto senza impiego, accetta di scarrozzare per gli Stati Uniti il pianista Don Shirley, impegnato in una tournée.

RECENSIONE:

Ispirato a una storia vera, questo film sul razzismo non è un film sul razzismo.

Non solo, almeno.

È un film sull’identificazione del sé all’interno di un nucleo socio-culturale.

Sul rapporto tra individuo e gruppo.

La pellicola eviscera questi temi attraverso il personaggio di Don Shirley (uno splendido Mahershala Ali, Miglior attore non protagonista agli ultimi Golden Globes): talentuoso pianista nero, colto, raffinato ed elegante, con l’anima spaccata in due per il suo trovarsi a metà strada tra le immagini egualmente stereotipate di due etnie contrapposte.

Egli non è “veramente nero” poiché distaccatosi, negli Stati Uniti di inizio anni ’60 profondamente razziali ancor più che razzisti, da una condizione di povertà economico-culturale a cui molti afroamericani erano sottoposti.

Ma non è nemmeno un “bianco acquisito”, perché pur intrattenendo grazie al suo indubbio talento musicale la facoltosa alta società del profondo sud del Mississippi è proprio da questa vessato, subendo la ghettizzazione di alberghi, negozi e persino strade.

Accanto al musicista vi è il verace e vorace Tony “Lip” Vallelonga (Viggo Mortensen), che più italo che americano, dopo alcune incomprensioni iniziali derivanti dal contatto forzato tra due pianeti distanti, si prenderà a cuore le sorti del suo momentaneo capo, comprendendo meglio la profonda lacerazione del di lui animo e riuscendo al contempo ad insegnargli ciò che la sua condizione altolocata non gli ha permesso di comprendere.

L’acqua della vita del film sono ovviamente i confronti dialettici più o meno accesi tra i due protagonisti, che proprio perché diversissimi in tutto riusciranno a creare un rapporto di reciproco rispetto sfociato poi in amicizia; coppia apparentemente male assortita, i corrispettivi punti di vista sugli Stati Uniti, sull’onore e sull’accettazione del proprio essere riescono a sfumare il bianco/nero di partenza in un pastoso grigio indistinto, appianando barriere sociali che ancora oggi il Nuovo Continente fatica a superare.

Green Book è l’ennesima pellicola che partendo da un passato più o meno recente va a suscitare nello spettatore un confronto mentale con l’attualità, dimostrando così che la Storia è sì la migliore maestra, ma si trova ad insegnare a una classe di sordi.

Consigliato.

Kidding

TRAMA: Protagonista da oltre 30 anni di uno show tv educativo per bambini, Jeff Piccirillo è conosciuto come Mr. Pickles. Buono, gentile e carico di consigli utili su tutti gli aspetti della vita, Jeff ha una vita privata disastrosa a cui il buonsenso di Mr. Pickles e il sostegno della sorella e del padre non riescono più a far fronte.

RECENSIONE:

Meraviglioso affresco di un uomo ben oltre l’orlo di una crisi di nervi, Kidding è una serie televisiva che mantenendo incisività nella sua durata non eccessiva (dieci episodi da mezz’ora scarsa ciascuno) presenta una storia interessante fatta di segreti e lacerazioni interiori.

Ogni personaggio ha infatti una doppia natura, che viene sapientemente svelata nel corso degli episodi: interpretati da un cast veramente in forma, ognuno di essi si tramuta in una figura controversa, attraverso anche un intelligente e non banale parallelismo tra la vita reale ed il microcosmo del programma tv, fatto di pupazzi stereotipici aventi una caratterizzazione basilare a misura di bambino.

Il contrasto tra il mondo crudo della vita quotidiana, con i suoi problemi, anche molto gravi, ed il regno della fantasia a misura dei più piccoli viene a sfociare in una distinzione quasi manichea tra verità e menzogna, identità pubbliche e private, facciate e interiorità.

Tornano a collaborare Michel Gondry e Jim Carrey dopo Se mi lasci ti cancello: Gondry, alla regia in più di metà degli episodi ha il grande merito di avervi impresso la sua impronta artistica e visiva, in particolare per quanto riguarda l’artigianalità tipica della creazione dei pupazzi del programma.

Il Signor Cetriolini di Carrey (con ovvi rimandi, durante il corso della serie, alla relativa verdura) è probabilmente la persona più dolce e gentile del mondo, prodiga di buoni consigli, sa far riflettere i bambini, coccolarli e divertirli (chiaro riferimento al realmente esistente Mister Rogers di Fred Rogers); anche nella vita reale il suo alter-ego Jeff Piccirillo non è un ipocrita, ma un uomo buono che tenta di vivere nella rettitudine più totale.

Un improvviso lutto provoca però un grave scisma psicologico nella mente di Jeff, che comincia ad accumulare una sobbollente rabbia che tende ad esplodere in situazioni di particolare stress, cosa che anche la sua vita lavorativa non gli lesina.

Non riuscendo a separare la sua vita privata da quella pubblica, sorge infatti un enorme problema legato alle difficoltà dell’uomo che si scontrano con l’immutato ed immutabile candore del personaggio (che deve rimanere “asessuato” e “sposato” anche se nello show non si sa con chi): iniziano quindi ad emergere le conseguenze negative di quello che è a tutti gli effetti un esaurimento nervoso: tanto da un lato il rapporto con i giovani spettatori che vedono in lui uno zio candido, quanto la più materiale catastrofe economica che potrebbe recare all’azienda di famiglia (diretta dal padre e in cui lavora anche la sorella come creatrice di pupazzi) e che costituisce un impero da centinaia di milioni di dollari.

Lo stesso titolo americano, Kidding (che significa “prendere in giro”, ma anche“ingannare”) fornisce un’azzeccata idea del tono della serie.

Jim Carrey mattatore, dimostra una volta di più che diretto da mano sapiente può essere ben più dell’esagerato buffone di The Mask o Bugiardo Bugiardo; l’attore canadese mostra nelle cinque ore complessive della prima stagione una varietà di emozioni e stati d’animo pazzesca, riuscendo ad essere efficacissimo sia come bonario e fatato Mr. Pickles che come il tormentato uomo di mezza età Jeff Piccirillo.

Ottimi anche gli interpreti di contorno: da Frank Langella padre totemico e dalla lingua tagliente, al giovanissimo Cole Allen ottima scoperta in un doppio ruolo, passando per le meravigliose Catherine Keener e Judy Greer nei panni di due donne tanto diverse quanto simili, nell’attraversamento di una crisi e nel desiderio di appagamento sessuale.

Consigliato, in attesa della confermata seconda stagione.

Aquaman

Il supereroe che vi farà bagnare.

TRAMA: Dopo gli eventi raccontati in Justice League Aquaman deve fare ritorno ad Atantide per assumere il suo ruolo di sovrano. Ma il Protettore degli Oceani viene chiamato a una nuova sfida, dovendo difendere il suo trono e la Terra dall’attacco congiunto del suo fratellastro principe Orm e di Black Manta.

RECENSIONE:

Concorso di Mister Canotta Bagnata intorno al quale è stato inspiegabilmente costruito un film, Aquaman è una delle pellicole più raffazzonate e baraccone dell’ultimo biennio: sfociando più che sovente nel trash (in)volontario fallisce nel tentativo di offrire uno spettacolo che non sia solo visivamente apprezzabile, ma anche narrativamente consistente.

Nello specifico il film presenta infatti una sceneggiatura troppo pigra e debole, che si limita ad inanellare ogni cliché possibile ed immaginabile tra quelli appartenenti al filone narrativo dei film supereroistici, uniti al classico viaggio dell’eroe.

Vorrei far notare che questo qui indossa dei pantaloni di pelle attillati in fondo al mare.

Possiamo notare, perciò, il protagonista recalcitrante al ritorno in un mondo che odia pur essendo in parte suo, il parente ambizioso e malvagio, lotte intestine di potere con la presenza sullo sfondo di una guerra imminente… tutti elementi cardine della tipologia narrativa di riferimento, con in aggiunta l’aggravante di una banale semplicità espositiva che si tenta però di ammantare di un fastidioso alone di complessa solennità, deleteria per un fumettone muscolare e scanzonato come questo.

Aquaman è infatti un film coattissimo.

«Aquamenne è er fijo da’a reggina de Atlantide e ‘sti pezzenti non je vojono da’ er trono! A’NFAMI-I!»

Equivalente cinematografico del cugino Carmine che in piedi sul Tagadà canta L’Amour Toujours con canottiera bianca, pantaloni Adidas stile Freddie Mercury a Wembley ’86 e petto peloso ornato da crocifisso con Cristo di due chili, la pellicola vede le vicende di un simpatico bietolone che divide equamente il proprio tempo tra il menare cazzotti, elargire battute di dubbio gusto e farsi insultare un po’ da chiunque altro.

Incrocio tra lo Steve Reeves icona dei sandaloni e Bud Spencer, questo colosso con gli shatush piglia a cartoni tutto ciò che gli capita a tiro, mandando tanti saluti a temi di vaga introspezione psicologica quali “anche se sono cattivi, non dobbiamo accopparli”, “svisceriamo il rapporto tra i supereroi e i normali esseri umani” e “perché Kevin Costner ha deciso di crepare nell’uragano?”

Input psicologici emergono da elementi scontati quanto la colomba pasquale il sei luglio: il solito flashback scorreggione sul nostro prode che da infante viene emarginato dai bulletti, solita incapacità di adattamento al mondo in cui ci si trova a causa sia delle proprie abilità quanto per il proprio lignaggio, solita contrapposizione tra chi lo odia, chi lo teme e chi ammira come una celebrità.

«Aspetta un attimo, sarò mica finito in una vergognosa cazzatona…?»

Personaggio che piacerebbe molto a zio Spartaco che gestisce una macelleria al Testaccio ascoltando gli stornelli mentre legge la formazione da’a Maggica, l’Aquaman di Jason Momoa è un tizio veramente enorme.

Ponendo la sua fisicità da Übermensch al servizio di un character ahinoi banalotto, escludendo l’ovvio fascino da bisteccone esercitato su un pubblico femminile con discreta fame, questo Arthur Curry è un semplice pupazzone dall’introspezione abbozzata, che vaga per il mondo con il sorriso ebete di colui che si è appena fumato il calumet della pace con Toro Seduto mentre in fondo al mar con il granchio Sebastian ci sta il suo fratello, sosia sfigato di Eminem a dare battaglia a destra e manca.

Jason Momoa alle prese con la tipica reazione delle fan in sua presenza.

Non basta a sollevare le sorti di Aquaman una discreta capacità registica per quanto riguarda le scene sottomarine che, abbondando di mostri vari, strizzano anche l’occhio alla fantascienza di svariati decenni or sono.
Apprezzabile e ben reso il gioco portante tra le differenze di fisica subacquea e superficiale, ma tale elemento, pur in un cinecomic, dovrebbe essere un contorno visivamente piacevole, e non l’asse portante di un film che, perdonate il facile gioco di parole, fa acqua un po’ da tutte le parti.

Amber Heard solita ultrafigona bidimensionale che con i suoi capelli rossi e l’essere quasi sempre zuppa d’acqua offre un sottotesto porno che presumo di non dover spiegare: poco sorprendentemente il suo personaggio funge da mero (o Mera) satellite amoroso del protagonista, potendo essere sostituito con un cartonato a forma di vagina senza alterare il risultato narrativo.

Ok.

Willem Dafoe come mentore potrebbe anche essere una scelta azzeccata, se non fosse che pure il suo ruolo possieda la profondità narrativa di una pozzanghera. Dolph Lundgren senza spiezzare in due nessuno con annesso imbarazzante crine rubicondo pare a suo agio in un cinecomic più o meno quanto il formaggio sugli spaghetti allo scoglio.

E i cattivi?

Beh, entrambi minestre più che riscaldate: uno è un Black Manta di rara piattezza che funge da mero veicolo per la vendetta unita ad una rivalsa generazionale buttata abbastanza a casaccio.

Ho detto Black MANTA, non MAMBA…

L’altro è l’Ocean Master di Patrick Wilson, aficionado di Wan con cui è alla quinta collaborazione e che, oltre a possedere uno dei nomi più ridicoli nella storia del fumetto americano, imbastisce con Momoa il rapporto che sussisterebbe tra Edmund e Edward del Re Lear se il Bardo avesse scritto tale opera sotto effetto di pesanti oppiacei.

Ogni tanto si parlano, poi si menano, poi si parlano mentre si menano…

Un film che è una burinata unica.

Consigliato però se siete in possesso di una vagina funzionante.

TOP/FLOP 2018

Ovvero il meglio e il peggio dell’anno appena trascorso. IMHO, ovviamente.

Dopo le edizioni 2012201320142015, 2016, e 2017, torna il mio breve riassunto dell’ultima annata cinematografica, con il top e il flop di ciò che mi è capitato di vedere in questo 2018.

Per ogni pellicola il link alla recensione (in blu se presente).

N.B. Come sempre NON è una vera e propria classifica, i film sono inseriti in semplice ordine alfabetico.

 

TOP 2018:

La ballata di Buster Scruggs di Joel ed Ethan Coen.

Efficace antologia di fiabe nere inserite nel peculiare mondo del selvaggio West, sei episodi che vanno a pennellare ritratti di Copley raffiguranti varie anime in cerca di redenzione, di amore, di realizzazione personale.

Nonostante varie incursioni nel grottesco, l’atmosfera che si respira e nera e sulfurea come polvere da sparo, caratterizzata da uno spiccato fatalismo che, in connubio con un’impronta parabolica e quasi assurdamente pedagogica, rende le peripezie degli uomini crude favole degli sterminati Grimm che sono gli Stati Uniti.

 

Il filo nascosto di Paul Thomas Anderson.

Elegante e sofisticato come un abito di alta sartoria, un film che riesce al contempo nella non facile impresa di raffigurare un ritratto di coppia intenso sotto l’alone opacizzante delle formalità.

Day-Lewis solito fuoriclasse per quella che è la sua ultima apparizione sulle scene e costumi premiati giustamente con l’Oscar per una trama fitta di piccole accortezze, che come minute cuciture vanno ad ornare il reticolato di stoffa che è la vita.

 

L’isola dei cani di Wes Anderson.

La summa di tutto ciò che è Wes Anderson: gli stilemi, le tecniche narrative, la tipologia di personaggi… il tutto unito ad un’efficace rappresentazione delle discriminazioni, delle paure e della forza dell’amicizia trasposte nel rapporto tra un ragazzo ed il suo compagno a quattro zampe.

Cast a cinque stelle, una pellicola che scalda il cuore ad amanti degli animali e non, simpatica e commovente.

 

Roma di Alfonso Cuarón.

Il ritratto di una famiglia borghese nella torrida Città del Messico del 1971 per un affresco in movimento di rara potenza emotiva.
Un Amarcord in salsa messicana si dipana con una città in tumulto sullo sfondo, in cui violenza e passione vengono simboleggiate da immagini ora metaforiche, ora concrete e sanguigne.

Un film di donne, di madri, di persone semplici ma combattive.

 

Tre manifesti a Ebbing, Missouri di Martin McDonagh.

Commedia nera che rappresenta la rabbia di una madre in furiosa e determinata ricerca di risposte, una pellicola amara in cui un’intera cittadina con le sue debolezze, mancanze e rancori funge da corollario al dramma di un singolo.

Eccezionale il terzetto McDormand – Harrelson – Rockwell per un pugno nello stomaco diretto alla comfort zone dello spettatore, un dramma fuori dagli schemi.

 

MENZIONE SPECIALE: Bohemian Rhapsody di Bryan Singer.

Atto d’amore verso una delle più grandi band della storia della musica, pur non attenendosi fedelmente alle reali vicende del gruppo riesce a giostrare il comparto musical-emozionale in modo estremamente azzeccato, risultando un’esperienza multimediale non limitata al mero cinema.

Sugli scudi un cast identico agli originali.

 

FLOP 2018:

Cinquanta sfumature di rosso di James Foley.

Inseguimenti in auto, ricatti, tentativi di omicidio ed altre amenità per il film che, abbia pietà Nostro Signore, sancisce la conclusione di questa discesa in picchiata verso gli abissi della follia umana, orpellata dalle solite patetiche pruriginate per intrigare la casalinga di Voghera.
Ovviamente terzo miglior incasso in Italia del 2018, avanti così.

Uno dei franchise più orribilmente imperdonabili nella storia della cinematografia, chi ne ha promosso la diffusione dovrebbe avere la decenza di vergognarsi.

 

211 – Rapina in corso di York Shackleton.

Puttanata da un’ottantina di minuti che Nicolas Cage passa a latrare come un vecchio bulldog ferito, immerso in una tristissima accozzaglia di stereotipi, così esagerati da risultare francamente offensivi per l’intelligenza dello spettatore.

Ogni tanto si spara ma senza grinta, ogni tanto si parlotta ma senza acume, ogni tanto si cazzeggia semplicemente per tirare avanti il brodo. Un pimpante tedio mortale come solo Nick Gabbia può regalarci.

 

Hurricane – Allerta uragano di Rob Cohen.

La sagra dell’assurdo: una pellicola catastrofica nel senso letterale del termine, con effetti speciali raccapriccianti, una recitazione che mi sentirei sporco anche al solo commentare ed un inseguimento finale che farebbe impallidire per scempiaggine quello dell’aeroporto di Fast & Furious 6.

Cosa ci facciano qua dentro degli onesti mestieranti come Toby Kebbell e Leslie Bibb è un mistero.

 

Pupazzi senza gloria di Brian Henson.

Se vi ha fatto ridere prenotate un intervento di vasectomia.

Pago io.

 

Slender Man di Sylvain White.

Benvenuti nel 2012, signore e signori: se realizzare una pellicola fuori tempo massimo su di una creepypasta divenuta poi videogioco non vi sembra un’idea sufficientemente stronza, sappiate che questo film è pure un’abominevole cazzata.

Unite ogni stereotipo immaginabile riguardante le zoccolette high school carismatiche quanto scarpiere e gli horroracci da quattro soldi: avrete come risultato un’atroce robaccia che non dovrebbe trovarsi sul piano dell’esistente.

 

MENZIONE SPECIALE: Malevolent – Le voci del male di Olaf de Fleur Johannesson.

Una trama noiosa con al centro dei personaggi noiosi caratterizzati in modo noioso, mostrati attraverso scelte registiche noiose che sviluppano temi noiosi tramite un montaggio noioso per un film noioso, ideale per la posologia nella cura dell’insonnia.

Un’ora e mezza della mia vita che non avrò indietro mai più.

 

RECENSIONI 2018 PIÙ LETTE (collegamento cliccando sul titolo):

  1. Jurassic World – Il regno distrutto
  2. Avengers: Infinity War
  3. Animali fantastici – I crimini di Grindelwald
  4. Sono tornato
  5. Bohemian Rhapsody
  6. Venom
  7. Tre manifesti a Ebbing, Missouri
  8. Solo: A Star Wars Story
  9. Cinquanta sfumature di rosso
  10. La forma dell’acqua

 

Come sempre, un ringraziamento a coloro che mi hanno seguito durante questo 2018 cinematografico e un augurio a tutti di buon anno nuovo, che spero sia ricco di soddisfazioni.

E di buon cinema.

Amici come prima


Con Cinepanettone si indicano alcuni film comico-demenziali di produzione italiana destinati a uscire nelle sale cinematografiche durante il periodo natalizio.
Il neologismo, comparso stabilmente nei media in lingua italiana sul finire del 1997, fu originariamente coniato in senso dispregiativo dai critici cinematografici per indicare quei film natalizi – da cui il riferimento a uno dei dolci italiani tradizionali per questa festività, il panettone – di grande diffusione pubblica e ritenuti al tempo a vocazione principalmente commerciale; in special modo le commedie della coppia Boldi-De Sica, che si caratterizzano per una certa tendenza a ripetersi nella trama e nelle situazioni, per il tipo di comicità a buon mercato, per una greve volgarità nonché, ciononostante, per i grandi incassi nelle sale italiane.
Ben presto, tuttavia, il neologismo è diventato di uso comune e ha perso in parte la sua connotazione negativa, al punto che gli stessi attori e autori hanno preso a indicare le loro opere con questo nome.

TRAMA:
Quando parte delle quote societarie di un hotel milanese di lusso vengono cedute a un gruppo cinese, lo storico direttore dell’albergo viene licenziato in tronco dalla figlia del proprietario della struttura.

Rimasto senza un lavoro e senza risparmi, travestendosi da donna riesce a farsi assumere sotto mentite spoglie proprio come badante del suo ex datore di lavoro.

RECENSIONE:


Vi ripeto, signori, che la vostra inchiesta è inutile.


Trattenetemi qui per sempre, se volete; rinchiudetemi o giustiziatemi, se proprio vi occorre una vittima per propiziare l’illusione che chiamate giustizia, ma non posso dichiarare più di quanto abbia già fatto.

Ho raccontato in perfetta sincerità tutto quello che ricordo: non ho cambiato né nascosto niente, e se c’è qualcosa che rimane nel vago è perché la mia mente è obnubilata: l’esperienza che ho avuto è orribile e l’orrore è ancora avvolto nel mistero.

Vi ripeto che non so che cosa sia successo a Serenate, anche se credo – spero – che egli si trovi ormai nella pace dell’oblio, ammesso che una simile condizione esista.


È vero che per quasi trent’anni sono stato il suo più caro amico e ho condiviso con lui, almeno in parte, le terribili ricerche nel campo del cinema; non negherò, sebbene la mia memoria sia incerta e lacunosa, che il vostro testimone possa averci visti insieme su un’auto, alle nove e mezza di quella terribile notte, diretti alla multisala.

Ma di quello a cui abbiamo assistito poi, e del motivo per cui, la mattina dopo, mi hanno trovato solo sul bordo della strada, devo insistere che non so niente a parte quello che ho già ripetuto tante volte.

Dite che nessun film, nel presente o nel passato, corrisponde alla pellicola da me descritta; vi rispondo che so soltanto quello che ho visto.


Sarà stato un incubo, un’apparizione: spero che si riduca tutto a questo, ma è esattamente ciò che ricordo da quando ci immergemmo nel buio della sala.
Sono stati momenti terribili, e non so assolutamente perché Serenate non sia tornato… Lui o la sua ombra, o quel film orrendo che non posso descrivere…

Come ho già detto, gli eccentrici interessi di Serenate mi erano noti e in parte familiari. Possedeva una vasta raccolta di libri rari su argomenti cinematografici. Quanto alla natura dei suoi studi… devo dire ancora una volta che non li capivo fino in fondo? Ora mi sembra una grazia, perché si trattava di cose terribili in cui mi addentravo più per una sorta di riluttante fascinazione che per trasporto naturale. Ricordo il gelo che provai, la notte prima della disgrazia, nel vedere la sua espressione quando mi espose la teoria del perché nel cinema certi filoni non si corrompono, ma rimangono floridi e redditizi nelle sale anche per decenni.


Adesso non mi sorprende più, perché penso che abbia conosciuto orrori che non riesco nemmeno a immaginare.


Adesso temo per lui.


Ancora una volta ripeto che non ho un’idea precisa di quale fosse il nostro scopo quella notte. Certo aveva a che fare col blog che Serenate gestiva, l’antico sito web in caratteri indecifrabili che aveva iniziato a redigere ormai sei anni prima, ma giuro che non so che cosa si aspettasse di scoprire.

Il luogo era un cinema così pieno di pubblico occasionale che metteva i brividi. Su tutto regnava un odore indefinibile che le mie assurde fantasie associavano alla putrefazione della materia cerebrale. Dappertutto si vedevano i segni dell’abbandono e della decrepitezza, e avevo l’impressione che Serenate ed io fossimo i primi esseri senzienti a invadere un regno di idiozia che durava da decenni.


Il mio primo atto nella terribile sala, a quanto ricordo, fu di fermarmi con Serenate davanti a una barista semidimenticata. Non ci fu bisogno di parlare, perché il luogo e il compito che ci aspettava sembravano noti, e senza aspettare prendemmo i popcorn e cominciammo a chiacchierare.

Dopo averne mangiati l’intera scatola, che consisteva in un’immenso bicchiere di cartone, facemmo qualche attimo di silenzio per esaminare le pareti zeppe di poster nel loro complesso, e penso che Serenate facesse alcune riflessioni mentali.

Poi tornò al blog sul cellulare e, usando le dita come piccoli martelletti, cercò di preparare la base della recensione che prendeva forma sullo schermo, cercando una metafora portante che facesse da colonna vertebrale all’articolo. Non ci riuscì e mi pregò di aiutarlo. Finalmente le nostre forze unite trovarono un’idea, di cui discutemmo e che mettemmo da parte.


Intanto i piccoli schermi del locale rivelarono i trailer, da cui si spanse un’imbecillità così disgustosa che distogliemmo lo sguardo inorriditi. Dopo un momento, tuttavia, lo guardammo di nuovo e scoprimmo che la loro deficienza era meno insopportabile.

A questo punto ricordo il nostro scambio verbale: Serenate mi apostrofò a lungo, con la sua voce per niente turbata dal film spaventoso che ci attendeva. «Mi dispiace doverti chiedere di restare fuori dalla sala» disse «ma sarebbe un crimine permettere a qualcuno che ha nervi fragili come i tuoi entrare qui. Né le tue esperienze, né quello che ti ho raccontato possono darti un’idea di quello che dovrò vedere. È un lavoro da masochisti, e dubito che possa esser fatto da uno che non abbia nervi d’acciaio senza perdere la ragione o addirittura la vita; non voglio offenderti, lo sa il cielo se non mi farebbe piacere averti accanto, ma in un certo senso la responsabilità è mia e non posso portare un fascio di nervi come te a quella che sarebbe la morte o la pazzia. Ti dico che non immagini di che si tratta! Prometto di tenerti informato di ogni mossa attraverso il telefono: come vedi ho abbastanza campo da poter arrivare al centro della terra e tornare indietro!»


Ricordo ancora quelle parole pronunciate con freddezza e ricordo le mie proteste. Ero disperatamente ansioso di accompagnare il mio amico nelle profondità dell’idiozia audiovisiva, ma lui fu inflessibile. Una volta minacciò di abbandonare la serata se avessi insistito: minaccia che si rivelò efficace perché lui aveva le chiavi dell’automobile.


Ricordo molto bene tutto questo, anche se non so più cosa fosse ciò a cui puntavamo.


Dopo essersi assicurato che, mio malgrado, non lo avrei seguito, Serenate prese il suo biglietto e preparò il cellulare. A un suo cenno presi il telefono e sedetti su una vecchia sedia scolorita, vicino al ragazzo che strappava i biglietti.
Poi mi strinse la mano, si mise il cellulare in tasca e scomparve nell’indescrivibile nugolo di persone in fila per lo strappo del foglietto stampato. Per un attimo continuai a vedere il profilo della sua testa; ma la figura scomparve all’improvviso e il contatto visivo finì presto: probabilmente aveva voltato un angolo.

Ero solo, ma collegato con le profondità dell’abisso attraverso la connessione internet il cui simbolo si stagliava sul mio schermo telefonico sotto le luci della sala d’attesa, giallastre. Nel silenzio la mia mente concepiva le più macabre fantasie, e i grotteschi cartonati sembravano assumere una loro orribile personalità, una vita senziente.


Ombre amorfe si annidavano nei recessi più scuri dell’antisala dalle piastrelle e s’aggregavano, in una specie di processione rituale, dietro i banconi del bar; ombre che, fra l’altro, non potevano essere proiettate da fari così intensi. Ogni tanto consultavo l’orologio alla luce dei neon e accostavo l’orecchio, più ansioso che mai, al telefono, ma per più di un quarto d’ora non sentii niente. Poi sentii una debole vibrazione e chiamai il mio amico con voce tesa.


Per apprensivo che fossi, non ero preparato alle parole che uscirono dal ricevitore né al tono di Serenate, il più allarmato e incoerente che gli avessi mai sentito. L’uomo che poco prima mi aveva lasciato con tanta impassibilità, ora mi parlava in un balbettio a fior di labbra che faceva più effetto di un urlo: «Dio, se potessi vedere quello che sto vedendo io!». Non riuscii a rispondere: senza parole, non mi restava che aspettare. Poi tornarono le sillabe spezzate: «È terribile… mostruoso… incredibile!».


Stavolta la voce non mi tradì e feci una serie di domande concitate. Ma soprattutto continuavo a ripetere: «Serenate, che cos’è? Che cos’è?». La voce del mio amico era rauca dalla paura e ora, credetti, incrinata di disperazione: «Non posso dirtelo! È troppo al di là di quello che possiamo concepire… Non oso dirtelo, nessuno può saperlo e continuare a vivere! Gran Dio, non avrei mai immaginato QUESTO!».

Di nuovo silenzio, a parte il mio torrente di domande incoerenti e paurose. Poi la voce di Serenate, nell’abisso della più nera costernazione: «Per l’amor di Dio, alzati e scappa finché sei in tempo! Presto, lascia perdere tutto e corri via da qui… è la tua unica possibilità! Fai come ti dico e non chiedermi di spiegarti!».


Avevo sentito, eppure non riuscii a far altro che ripetere le mie domande concitate. Ero circondato dalle locandine, dai tavolini e dalle sedie; al di là di quella sala d’attesa covava un pericolo che andava oltre il potere dell’immaginazione umana. Ma il mio amico correva rischi maggiori dei miei, e nonostante la paura provai il rimorso che potesse giudicarmi capace d’abbandonarlo in quelle circostanze. Altri disturbi, poi un grido pietoso di Serenate: «Squagliatela! Per l’amor di Dio, metti giù quella lastra e squagliatela!».


C’era qualcosa, nello slang infantile di quell’uomo evidentemente fuori di sé, che stimolò le mie facoltà. Presi una decisione e gridai: «Serenate, coraggio! Vengo anch’io!». Ma a questa proposta il suo tono degenerò nella disperazione: «Non farlo, non puoi capire! È troppo tardi ed è colpa mia. Alzati e scappa… non c’è nient’altro che tu o chiunque altro possa fare!».

Il tono cambiò di nuovo, acquistando stavolta toni più moderati; sembrava rassegnato, al di là di ogni speranza, ma ancora capace di preoccuparsi per me. «Fai presto, finché sei in tempo!» Cercai di non dargli retta, di vincere la paralisi che mi stringeva e mantenere la promessa di aiutarlo. Ma il suo prossimo bisbiglio mi trovò ancora imprigionato dalle catene dell’orrore. «Fai presto! È tutto inutile… devi andare… Meglio uno che due… il blog…» Una pausa, altri disturbi e poi la voce debolissima di Serenate: «Ormai è quasi finita… non rendere le cose più difficili… alza quel maledetto culo e salvati la vita… Stai perdendo tempo… Addio, non ci rivedremo più».


Qui i sussurri di Serenate si trasformarono in un lamento, poi il lamento diventò un urlo carico del terrore di tutti i tempi… «Maledizione a quelle cose infernali… legioni… Mio Dio! Squagliatela, squagliatela, squagliatela!»


Poi fu il silenzio.

Non so per quanti secoli rimasi impietrito dov’ero, borbottando o gridando al telefono. Più volte, in quel periodo interminabile, sussurrai, implorai, urlai: «Serenate! Serenate, rispondimi, sei là?».

Poi venne l’orrore supremo, la cosa inconcepibile e quasi irriferibile.


Ho detto che dopo l’ultimo urlo di Serenate sembrarono passare secoli e che solo le mie grida rompevano l’orribile silenzio. Ma dopo un poco il ricevitore trasmise un’altra vibrazione e io tesi le orecchie per ascoltare. Gridai ancora: «Serenate, sei là?» e in risposta sentii la frase che mi ha oscurato il cervello.

Signori, non cercherò di spiegare cosa fosse, a chi appartenesse quella voce, né cercherò di descriverla bene, perché le prime parole mi fecero perdere conoscenza e crearono un vuoto mentale che si dissolse un poco solo quando mi ripresi in ospedale.


Dirò che era profonda, rauca, tremolante, remota, ultraterrena, inumana, scorporata? A che servirebbe? Fu la fine della mia esperienza, come è la fine di questa storia.


La sentii e persi contatto con il mondo, la sentii mentre stavo pietrificato in quel cinema conosciuto, fra i cartonati cadenti e i poster rovinati, i bicchieri di Pepsi marciti e la puzza di popcorn.


La sentii con chiarezza, dal profondo della maledetta sala aperta, mentre guardavo ombre amorfe e necrofaghe danzare sotto un’orribile falce di luna. E questo è ciò che disse:




«MA CHE È ‘STA CAFONATA?!»

Bumblebee


Sei film sui Transformers? Seriamente?

TRAMA: 1987. In fuga e male in arnese, il robot alieno Bumblebee trova rifugio nella discarica di una località balneare sulle coste della California. Viene trovato da una ragazza che prova a metterlo in sesto, e che presto si accorge di avere a che fare con un’automobile fuori dall’ordinario…

RECENSIONE:


Che due maroni ‘sti robottoni giganti ho visto primo terzo e quarto e non saprei dire quale mi abbia fatto venire la gastrite peggiore ma siccome la vita è sofferenza e il cinema è pure peggio siamo oggi qui riuniti per celebrare la scomparsa della mia sanità mentale già messa a durissima prova lungo il corso di svariati anni farciti di troiate invereconde che mi sorbisco a cadenza settimanale perché amo più il cinema di me stesso non fiori ma opere di bene ok già che il regista non sia più Michael Bay vorrà dire che forse ci risparmieremo la tristissima immagine della ragazza con un’età che potrebbe essere sua figlia inquadrata a pecora sì lo so che sarebbe più corretto definirla posizione prona però dai non stiamo qua a sottilizzare alla fine sempre di mandolino in primo piano si sta disquisendo poi oh il tipo è anche quello che ha diretto Kubo e la spada magica che dici esticazzi ma fidatevi che è un film proprio bellino


quindi booom pronti via ed è già tutto uno sparare con gente totalmente a caso a mio parere francamente indistinguibili l’uno dall’altro meno male che siccome il target di pubblico è quello dei bambinotti e quindi la dobbiamo spiegare ai venti-trentenni con la mentalità di ragazzini delle medie oltre che ai suddetti pischelli facciamo che i buoni sono quelli colorati mentre i cattivi sono tutto un grigiore che oh sembrerà anche una pignoleria ma cazzo sul campo di battaglia se ti si para davanti un limone alto quattro metri sarà ben più visibile da colpire rispetto ad una ferraglia fumé però dai il concetto dei Transformers è stato creato per venire usufruito da spettatori ehm diciamo semplici quindi bon


spara che ti spara Bumblebee il nostro simpatico roito arriva sulla Terra ed è doppiato dal pallavolista Ivan Zaytsev che fin per carità sicuramente sarò stronzo io ma non comprendo il nesso logico tra schiacciare una palla a cento e passa chilometri orari ed il mondo della recitazione poi se vogliamo immergerci nella più becera polemica si potrebbe anche aggiungere che avessero scelto un calciatore apriti cielo ma non siamo qui per quello o forse sì comunque il martello non parla molto visto che come ben si sa il compagno B ha il dispositivo vocale scassato e quindi dopo aver mostrato questo interessantissimo background sull’handicap del nostro prode arrivano pure i militari ottusi perché dove ci sono pianeta Terra + alieni ci sono i militari ottusi il robot scappa e taglio su Hailee Steinfeld


che dico io capisco avrà i suoi conti da pagare però osteria te sei stata nominata all’Oscar per Il Grinta dove recitavi per i Coen con Bridges, Damon e Brolin e poi mi finisci a fare la quota vulva per i quindicenni segaioli che sì ti avviso subito su di te si spareranno un numero di raspe così alto che se i proverbiali problemi alla vista consequenziali fossero documentati medicalmente figlia mia corri ad aprire un negozio di cani-guida che incassi di Hollywood spostatevi e siccome bisogna masturbarsi fino a farsi riconoscere una percentuale di invalidità per il tunnel carpale giovanile oltre ad essere una bella tana pur fregandosene del suo aspetto la squinzia è pure appassionata di meccanica e musica rock benvenuti nel regno di Fantasilandia con la tipa che invece di passare i pomeriggi da boh Sephora Pandora o che cazzo ne so va dallo sfasciacarrozze a ravanare nella ferraglia in un’immagine che è una strizzata d’occhio così potente ai nerd che per cortesia signora Palmira non mi faccia parlare


trova ‘sto rottame parte il segnale che richiama i cattivi GESÙ CRISTO È LA STESSA TRAMA PRINCIPALE DEL REMAKE DI PREDATOR A TUTTO L’EQUIPAGGIO ABBANDONARE LA NAVE RIPETO ABBANDONARE LA NAVE momento famigliare scorreggione come pochi poi classica sequenza rimettiamo in piedi il catorcio che fa molto Herbie il maggiolino tutto matto che era matto ma non malefico in cui la tipa entra per la prima volta dentro all’auto che oh mi è venuto in mente adesso pensate fosse stato il contrario robot femmina e sbarbatello maschio che ci entra dentro che carico metaforico ci avrebbero picchiato giù insomma poi il coso giallo si sveglia e inizia a fare casini ennesimo stereotipo sull’imparare gli usi e costumi terrestri arrivano i cattivi facendo un gran bordello e accompagnati da un sottofondo di musica schitarrante tirato fuori paro paro dalla libreria license free di YouTube che fa tanto sono arrivati i cattivi e via di cazzate che servono a costruire il rapporto tra i due emarginati che mamma mia è di una pigrizia affossante


incontro tra le due fazioni di antagonisti che ah già, vi ho per caso detto che il leader dei militari è John Cena no dico John Cena you can’t see me quello che fino all’altroieri schienava degli ammassi di steroidi su un ring e mo’ gli danno pure dei soldi per sbraitare davanti allo schermo ma come ci siamo ridotti dico io vabbè tra una gag e l’altra sulla musica anni ’80 e altra acqua per far germogliare il legame vulva-maggiolone ci schiaffano pure dentro un interesse amoroso di cui sentivo la mancanza come della neve il 3 luglio e via ad introdurre un personaggio che non vale il tempo che sto sprecando per menzionarlo nel frattempo i cattivi ottengono il controllo dei satelliti terrestri che ovviamente figurati se avrà delle ripercussioni negative siamo in società di noi ti puoi fidar poi talmente a caso che pensavo fosse subentrato per errore un film diverso viene tirata fuori una gara di tuffi che è una delle metafore sul coraggio più tristi nella storia della narrazione vendetta a base del robot che non sa dosare le forze poi pure la casa sfasciata perché mamma mia che pazienza IL ROBOT NON SA DOSARE LE FORZE e dopo circa un’ora dall’ultima volta c’è lo scontro tra bestioni metallici ossia il punto nevralgico su cui dovrebbe basarsi ‘sta baracconata infame


ma forse anche no perché nonostante ci troviamo a che fare con esseri potentissimi provenienti da un altro pianeta la situazione la risolvono dei ragazzini in tempesta ormonale che ai tempi nostri se chiamava voja de scopa’ poi ovviamente salta fuori che dei tizi che si chiamano Ingannevoli ci hanno ingannati oh mio Dio Bumblebee è morto bu-hu piangiamo e invece no gli danno la scossa finché non si sveglia e io boh a questo punto mi sarei aspettato pure la lacrima magica che le scende dalla guancia e gli cade sul petto poi il robottone pacioccone diventa una fottuta macchina da guerra inizia a spaccare tutto a dimostrazione che siamo innanzi ad una pellicola per raffinati intellettuali momento Il gigante di ferro e poi via verso la scazzottata con i villain che ovviamente pur essendo in due lo attaccano uno alla volta come le note basi del duello ottocentesco e figurati se un ferrovecchio che ha subito legnate fino adesso non riesce ad abbattere due tizi molto più in forma di lui solita percentualona a cazzo che non va più avanti


solita tipa che dobbiamo trovare un modo perché dia il suo contributo ovviamente i buoni vincono perché magari ci siamo scordati che ‘sto qua è un prequel quindi come cazzo fa a crepare però vabbé, risalta fuori la questione tuffi che mi stavo giusto chiedendo come avrebbero fatto a risolverla essendo così campata per aria e poi finale banalotto che ci dobbiamo lasciare anche se ci vogliamo tanto bene perché le nostre due famiglie non vogliono ah no quello è un altro film poi sub-finale in cui la tipa non la smolla alla spalla boy inutile perché nei film se sei una donna forte devi pure essere anaffettiva che cazzo almeno un bacetto all’idiota non morivi mica secondo me poi ognuno la vede come crede.

Che film del cazzo.

Tag Cloud