L'amichevole cinefilo di quartiere

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L’ora più buia

Non ho nulla da offrire se non recensioni, sangue, fatica, lacrime e sudore.

TRAMA: Nel 1940 Winston Churchill, da pochi giorni Primo ministro della Gran Bretagna, deve affrontare una delle sue prove più turbolente e definitive: decidere se negoziare un trattato di pace con la Germania nazista o continuare la guerra per difendere gli ideali e la libertà della propria nazione.

RECENSIONE: IL Tottenham Hotspur Football Club è una società calcistica londinese fondata nel 1882 con sede nell’omonimo sobborgo di Londra.

Il nome Hotspur si riferisce a Sir Henry Percy detto appunto Hotspur, l’Harry Hotspur di cui si parla nell’Enrico IV di Shakespeare, e che viveva in quel luogo nel XIV secolo.

 

Non vincono un trofeo da dieci anni, l’ultimo trionfo europeo risale alla Coppa UEFA del 1984 e il più recente dei due campionati conquistati reca data 1961.

Nella sua rosa attuale sono presenti giovani di enorme qualità (dalla cintura in su Alli, Son ed Eriksen sopra tutti), colonne delle rispettive nazionali (il portiere francese Lloris, il difensore belga Vertonghen) ed altri giocatori interessanti, come il terzino gallese Davies e l’usato sicuro Llorente.

La stella della squadra è però il centravanti.

Harry Kane, soprannominato uragano (ovvia assonanza con il nome), ha vinto la classifica dei marcatori del campionato inglese negli ultimi due anni, è momentaneamente in testa a quella del 2017/2018 e con la casacca degli Spurs ha segnato in data attuale centoventisette goal in centonovantatré presenze.

Nel 2017 ha superato il record di reti in un anno in Premier League di Alan Shearer con un totale di 42 reti, diventando il miglior marcatore dell’anno in Europa con 58 reti all’attivo.

Nonostante questi dati eccezionali, la squadra si trova solo al quinto posto del campionato, mentre in Champions League, pur con un primo posto nel girone ai danni del Real Madrid battuto 3-1 a Londra, hanno pescato agli ottavi di finale la Juventus finalista perdente l’anno scorso.

Perché vi sto parlando di calcio invece che de L’ora più buia?

Perché vi sto parlando del Tottenham invece che del film?

Perché questo film È il Tottenham.

Una stella, alcune cose buone di contorno.

Ma poi basta.

Come il Tottenham ha la maggior risorsa nella punta, L’ora più buia spicca principalmente grazie alla prova a dir poco maiuscola di Gary Oldman.

Molto somigliante a Winston Churchill grazie ad un trucco di pregevole fattura, Oldman riesce a fondersi con il bulldog britannico non solo nel parlato (consigliatissima la visione in lingua originale) ma in tutta una serie di piccoli gesti, mosse e sfumature che sommate tra loro riescono a creare un’ottima mimesi tra attore e personaggio.

Dal sigaro fumato di gusto al bicchiere sempre pronto, dalla scorbutica impazienza fino al caloroso desiderio di combattere, il Churchill qui mostrato è un uomo fiero che si trova ad osteggiare una delle più grandi minacce della storia umana con atteggiamento risoluto ma non scellerato.

L’andamento ondivago tra il vigore iniziale e lo scoramento centrale, quando si fa ostica la pressione degli avversari, conferisce al Primo Ministro una connotazione umana che lo allontana da una graniticità che sarebbe stata deleteria e macchiettistica.
Il rapporto con la moglie e la dattilografa (rispettivamente Kristin Scott Thomas e Lily James, recentemente in Baby Driver), pur essendo queste figure piuttosto abbozzate, contribuisce all’emersione di un cuore d’oro sotto la patina burbera, arricchendo la gamma introspettiva del personaggio.

Apprezzabili per chi sia interessato alla Storia della prima metà del Secolo breve gli avvenimenti narrati e i vari riferimenti a quelli cronologicamente precedenti (il matrimonio tra Edoardo VIII e Wallis Simpson, la disastrosa campagna di Gallipoli); per uno spettatore più generalista, invece, possono essere utili due film: Il discorso del re, che fruttò l’Oscar a Colin Firth per il ruolo di re Giorgio VI interpretato qui da Ben Mendelsohn ed il recente Dunkirk.

Pregevole inoltre la resa storica, con una cura evidente nei costumi e persino nel filtro fotografico tali da rendere credibile e palpabile l’atmosfera degli anni quaranta.

Di contro, Joe Wright non riesce a conferire alla sua opera una regia stilisticamente apprezzabile, limitandosi ad un approccio piuttosto ordinario che, pur non essendo di per sé dannoso, difficilmente riesce ad esaltare la pellicola nel complesso.

Non bastano qualche carrellata, alcune inquadrature perpendicolari dall’alto ed un discreto uso della luce per elevare il film da un mero compitino, ed è un peccato considerando quanto un attore protagonista così eccelso avrebbe potuto creare se unito ad una regia ariosa e più ricca.

Anche la sceneggiatura, tralasciando l’ovvio fattore storico, ricalca un po’ troppo fedelmente alcuni stilemi classici: se gli avversari esteri come figure opprimenti e sempre più vicine possono risultare efficaci, non si può dire lo stesso dei banali nemici interni (capitanati dal visconte Halifax di Stephen Dillane, noto al grande pubblico come Stannis de Il trono di spade), del rapporto altalenante con il sovrano o della funzione meramente satellite dei due ruoli femminili già citati.

Alcune sequenze, poi, paiono piegarsi un po’ troppo pigramente nel concetto ed entusiasticamente nel contenuto al carisma del leader, sfuggendo ad una sobrietà che sarebbe stata ben più consona per il tono generale della pellicola, ironico sì ma sempre abbastanza equilibrato.

Magari la Juventus la battono lo stesso.

Magari l’Oscar a Gary Oldman lo danno lo stesso.

Ma rimane comunque il Tottenham.

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Tre manifesti a Ebbing, Missouri

Il Missouri prende il nome dalla tribù indiana Siouan dei Missouri, che significa “canoa”.

TRAMA: Sono trascorsi molti mesi dall’omicidio della figlia e nulla è stato scoperto in merito, così una donna decide di fare una cosa improvvisa e originale, sfidando lo sceriffo della sua città.

RECENSIONE: Scritto e diretto dal britannico Martin McDonagh (suo anche il gioiellino In Bruges), Tre manifesti a Ebbing, Missouri è una commedia nerissima e sulfurea, un pezzo di carbone estratto dalla miniera ancora caldo e fumante che racconta i tormenti di una persona dal carattere combattivo e spigoloso.

Focus della pellicola è una piccola guerra urbana basata sull’estremo desiderio di giustizia di una donna lacerata interiormente, il cui dolore è alimentato da una rabbia sotterranea ma inestinguibile come magma, che porta la Mildred di Frances McDormand a gesti estremi.

La tipica cittadina del midwest americano dimostra tutte le proprie debolezze, scoperchiando tramite la sapiente mano del regista e sceneggiatore le piccole grandi problematiche dei suoi abitanti, venendo a formarsi un microcosmo di maschere infelici e rancorose; sotto una patina di pub conviviali, vie residenziali ordinate e case di campagna in mezzo ad ampi prati si dipanano quindi piccolezze umanissime che rendono i personaggi vivi e veri.

Tra poliziotti razzisti, interessi amorosi non corrisposti e piccole vendette, Tre manifesti sfrutta una vicenda che spesso sfocia nel surreale per un racconto caustico ed efficace, che riesce a presentare personaggi ben più sfaccettati di quanto sembrino senza scadere nel consueto errore di donare alla sua protagonista un’aura di bontà e perfezione.

La stessa Mildred infatti non è il classico character bidimensionale verso cui lo spettatore patteggia immediatamente ed indefessamente per le intere due ore di durata del film, ma viene tratteggiata con una caratterizzazione molto più realistica, che aumenta la veridicità della storia.
Non ci si fa problemi nel mostrarla rancorosa sproporzionatamente, testarda ai limiti della maniacalità o mentre esterna la sua rabbia nei confronti di una generalità indistinta di persone, e ciò la dota di un’umanità estremamente cruda ma realistica.

Il dramma individuale si fonde con la situazione cittadina globale, creando legami bizzarri e facendo emergere opinioni contrastanti sulla bontà o meno dello sputtanamento dell’ordine costituito.
La polizia stessa è sottoposta ad un’ottica non di autorevole tutrice di uomini sotto un’ala di rigore, ma corpo formato da uomini banali e contraddittori, che sotto il distintivo sono persone esattamente come tutti gli altri e che come gli altri possono lasciarsi prendere da rabbia e odio.

La regia usa sapientemente la macchina da presa, non lasciando neanche la scena dialogata più banale al caso ed esibendosi in un efficacemente stilistico piano sequenza che impreziosisce la crudezza anche espositiva del film come un diadema.

Pur essendo McDonagh britannico (e notandosi in parte nello stile tagliente dei dialoghi), la sua opera risente degli echi dei fratelli Coen, sia per un’ambientazione mostrata in maniera molto diretta e veritiera, sia per la già citata caratterizzazione dei personaggi, le cui vicende si incastrano alla perfezione nel grande puzzle dell’intreccio.

Ottimo tutto il cast, in cui spiccano particolarmente la McDormand, ottima nel rappresentare una figura apparentemente ostinata e granitica ma da cui emerge in alcuni frangenti la grande umanità e Sam Rockwell, poliziotto razzista e mammone la cui falcata claudicante da troll unita al pancione alcolico rendono una perfetta maschera che possa veicolare tanto comicità involontaria quanto disprezzo o pietà.

Tre manifesti a Ebbing, Missouri è una pellicola fondata sulla rabbia.

Sulle conseguenze che essa possa avere.

E su cosa possa farla placare.

Jumanji – Benvenuti nella giungla

Nella giungla dovrai stare finché un film decente non compare.

TRAMA: Quattro studenti del liceo, mettendo mano alle vecchie cose accatastate nel magazzino della loro scuola, trovano una vecchia console per videogiochi e iniziano una partita a Jumanji, un gioco di ruolo ambientato nella giungla. I quattro finiscono per ritrovarsi realmente nel bel mezzo del gioco con il corpo e la fisionomia dei personaggi scelti come avatar all’inizio della partita.

RECENSIONE: Buonasera e benvenuti ad Achille: La gioia del ritrovamento.

Nella puntata di oggi ci immergeremo insieme in una terra lontana e ricca di misteri, in cui possiamo riscontrare ecosistemi tra i più vari tra quelli presenti sul nostro pianeta: il Cinema.

Esso è una regione estremamente vasta, che nonostante oltre un secolo di intense esplorazioni serba ancora molti segreti nei suoi anfratti più remoti; proprio per questo è caratterizzata da un’enorme ricchezza di specie animali, che oggi osserveremo insieme.

Ci troviamo subito in un ambiente urbano dell’emisfero boreale, in cui possiamo ancora cogliere numerosi resti archeologici delle antiche popolazioni che in tempi ormai remoti abitavano questi luoghi.

Tali gruppi umani erano detti gli Stereotipi, popoli di origine indoafricano-eurasiatico-antartica di cui purtroppo poche testimonianze attendibili sono arrivate ai giorni nostri: a causa di tale penuria, gli storici hanno dato convenzionalmente a queste genti caratterizzazioni tipiche e basilari, sicuramente ben lontane dall’estrema complessità della loro società.

Solitamente, le più comuni raffigurazioni storiche mostrano infatti uomini e donne di questa civiltà divisi radicalmente tra individui alfa e beta: negli uomini i primi erano quelli di maggiore stazza fisica e, al contempo, minore quoziente intellettivo, mentre le per le donne la distinzione era legata principalmente alla loro promiscuità sessuale, molto più accentuata nelle alfa.

Spostandoci nell’ambiente tropicale possiamo assistere ad un fenomeno piuttosto frequente: l’aggregazione in una sorta di branco da parte di animali appartenenti a specie diverse, che decidono di unire le forze per un obiettivo comune (denominato in natura “cachet”) formando una bizzarria eterogenea dall’alchimia pressoché inesistente.

Notiamo subito che, come solitamente accade, tali vertebrati prediligono habitat a bassa percentuale di accuratezza visiva, trovandosi spesso a proprio agio più in zone la cui artificiosità sia maggiormente evidente piuttosto che stanziandosi in porzioni di ambiente maggiormente ricche e curate.

Il primo animale di cui possiamo chiaramente riconoscere la figura è il pachyrockus samoani, più comunemente noto come “Rock”.

Tale enorme plantigrado fa della stazza fisica e della possente muscolatura, prevalentemente degli arti superiori e del petto, la sua più efficace arma di attacco e difesa; le sue relazioni sociali con le altre creature paiono invece sfruttare, in un modo ancora oggetto di studi da parte dei naturalisti, la sua scarsa capacità di trasmettere stati emotivi all’esterno.

Secondo alcuni studiosi, inoltre, pare che questa colossale creatura possa essere imparentata con un altro animale di notevoli dimensioni, l’Arnoldus schwarzerensis austriaci, ormai quasi estinto ma che pare essere stato riportato con successo in natura dopo un periodo di cattività in una riserva naturale della California.

Al suo fianco notiamo due creature galliformi di minori dimensioni, apparentemente assai simili: il macrogaster melanojacki e il kevinhartus vulgaris minimus.

Entrambi sono animali piuttosto bizzarri: il primo è stato per anni ritenuto erroneamente un discendente dello scomparso johnbelushi esilarantis, mentre sulla specie del secondo vi sono opinioni discordanti, dato che la sua eccelsa capacità di mimetizzazione lo rende facilmente confondibile anche ad un occhio esperto con altri animali della famiglia vulgaris come il petrachristi, il tuckerchristi o il chappellansis, tutti discendenti del macrostoma eddiemurphensis.

Chiude il gruppo un’esemplare di karengilla rubraceps, un mustelide appartenente alla famiglia delle bellaefregnae.

Tali animali sono stati osservati dall’uomo per millenni, pare infatti che già gli antichi babilonesi li avessero studiati a lungo: proprio da loro deriva la leggenda, giunta sino a noi, che un singolo crine di queste creature abbia una potenza di traino estremamente elevata.

Caratteristica tipica riscontrabile in queste lande è che le bellaefregnae vengano utilizzate nel gruppo solo come distrazione visiva per eventuali predatori, limitando perciò drasticamente le loro abilità, in realtà pari a quelle degli animali di sesso maschile.

Questo eterogeneo gruppo di animali, una volta riunitosi, si divide i compiti in una ormai consolidata e prevedibile gerarchia sociale, caratterizzata da un maschio dominante, due individui di contorno con una funzione definita in natura “spalla comica” e l’unica femmina del branco avente il ruolo già menzionato.

Solitamente le varie attività di comunicazione sono ridotte, prevedibili ed elementari, preferendo il branco dedicarsi alla caccia, agli spostamenti e agli scontri con animali molto comuni, i cosiddetti “minions” o “pigliasberle”, di specie e famiglia indefinite.

L’ostacolo principale del gruppo è un animale antagonista, che qui possiamo notare essere un esemplare di cannavalus comunus italiae.

L’antagonista, o “villain” è una creatura bipede avente un fabbisogno giornaliero di circa dieci tra espressioni facciali cattive, minacce inutili e comparsate casuali, e che comunica mediante urla sconnesse berciate senza convinzione.
Solitamente esso non ha un’identità definita, potendo svariare tra una vasta gamma di animali che assumono le medesime caratteristiche dettate dal ruolo imposto loro dall’ecosistema.

Per motivi che gli etologi non sono ancora riusciti a comprendere appieno, solitamente il branco non affronta subito l’antagonista, perdendo molto tempo in relazioni sociali inutili condite dalla formazione di coppie totalmente randomiche, comunicazioni fastidiose e spalle comiche che tentano in ogni modo di attirare l’attenzione su di loro attraverso comportamenti irrazionali e scarsamente intelligenti.

Anche lo scontro vero e proprio è basato su una serie di attività rumorose basate sull’esagerazione, tendendo gli animali ad estremizzare il più possibile le loro caratteristiche peculiari.
Concluso loro scontro è facile notare, inoltre, un cambiamento comportamentale repentino di questi vertebrati, indicato da alcuni studiosi come “maturazione interiore raffazzonata”, e che porta gli animali ad essere immotivatamente soddisfatti di loro stessi.

Per concludere, in questa esplorazione abbiamo potuto notare in prima persona numerosi elementi già approfonditamente studiati dai naturalisti, avendo osservato tanto gli stravaganti comportamenti degli animali quanto le in fin dei conti ordinarie interazioni tra di essi.

Il nostro viaggio per oggi è giunto al termine, vi ringraziamo per averci seguito qui questa sera, e appuntamento alla prossima puntata.

Coco

Messico e nuvole
La faccia triste dell’America
Il vento soffia la sua armonica
Che voglia di piangere ho.

TRAMA: Messico. Il dodicenne Miguel, aspirante musicista a dispetto del divieto impostogli dalla famiglia di praticare canzoni e strumenti, sta per fare luce su un mistero vecchio di secoli. Accidentalmente, entra nella Terra dei Morti e…

RECENSIONE: Per la regia di Lee Unkrich (Toy Story 2 e 3, Monsters & Co, Alla ricerca di Nemo), Coco racconta le vicende di un giovane messicano che se ne va in giro con una chitarra.

Ok, un altro messicano che se ne va in giro con una chitarra.

Il diciannovesimo lungometraggio della Pixar opta ancora per l’affronto di tematiche adulte, focalizzandosi sul sempre interessante topos del rapporto tra vivi e defunti, con tutto il corollario ad essa relativo.

Il conseguente rapporto tra le tre dimensioni temporali (passato, presente e futuro, à la Canto di Natale) viene rappresentato con una grazia utile ad essere reso comprensibile per i più giovani, che potrebbero trovarsi spiazzati dal dualismo vita/morte, ma allo stesso tempo risulta contenutisticamente apprezzabile anche per gli adulti.

Se posizionalmente non vi è grande differenza tra il regno dei vivi e quello dei morti dato che sfruttando la componente spiritica è come se coincidessero, a parte il visivamente spettacolare ponte di fiori, ciò che fa da padrone in Coco è infatti il tempo.

Ieri, oggi e domani si fondono in un calderone in cui vengono ad elidersi le differenze tra i tre fino a farli confluire in un unico cammino, in cui la Morte appare solo come un mero passaggio tra la dimensione reale e quella spiritica, senza però inficiare l’umanità del soggetto che la sperimenti.

A collegare vivi e morti c’è la musica, che in taluni casi diventa un vero e proprio psicopompo per i defunti, oltre a mezzo di espressione emotivo estremamente potente.

Con l’accompagnamento musicale i sentimenti diventano vividi e maggiormente intensi, con le note che sostengono come impalcature invisibili la gioia, il dolore o l’infatuazione, che possono in questo modo spandersi nell’aere riversandosi sugli astanti.

Simile per struttura a The Brave, non solo per una localizzazione geografica peculiare (qui il Messico, là la Scozia), ma anche per il tema del giovane in ebollizione che si ribella ai dettami della propria famiglia, la vicenda si dipana forse in modo un po’ troppo sbrigativo, con in particolare un segmento conclusivo eccessivamente rapido e che tarpa in parte le ali allo sviluppo introspettivo di protagonista e congiunti.

Da sottolineare inoltre che le ragioni che spingono la famiglia a detestare la musica vengono in parte banalizzate, mettendo in luce esclusivamente positiva il piccolo Miguel, il cui comportamento viene agli occhi dello spettatore giustificato a prescindere; manca perciò quell’avvicinamento più biunivoco presente, appunto, in The Brave, in cui sia la madre che la figlia comprendevano le ragioni dell’altra mitigando i propri ostinati eccessi.

Oltre all’ovvio focus sul giovane protagonista, che riesce ad essere disubbidiente ma simpatico e non fastidioso, buona resa narrativa di Mamma Imelda, probabilmente il personaggio di contorno più riuscito, e di un Ernesto de la Cruz che, canterino, seduttore ed idolatrata star del cinema, ricorda un Elvis Presley in salsa guacamole.

Colorata carta da parati gli altri caratteristi, a partire dagli infiniti membri della famiglia Rivera fino agli altri morti più o meno caratterizzati, eccezion fatta per una spassosa Frida Kahlo.

Buon doppiaggio dei protagonisti, in particolare di Emiliano Coltorti nei panni del goffo Hector, mentre stupisce Mara Maionchi, a suo agio nei panni di una vecchia rimbambita (per cortesia, niente ironia facile) e protagonista di uno dei momenti più emotivamente toccanti del film.

Coco è complessivamente quindi un buon film, che sfrutta l’atmosfera magica del Messico per confezionare un prodotto adatto a grandi e piccini.

Non il massimo dell’eccellenza in termini di trama, ma sicuramente una pellicola più che discreta.

BLACK MIRROR, STAGIONE 4 – CLASSIFICA EPISODI

black-mirror-podio

Sinceramente non ho mai amato le classifiche in campo cinematografico.

E infatti è la seconda volta che ne scrivo una, dopo quella relativa alla terza stagione della stessa serie.

Ok.

Breve classifica scritta per il solito motivo (stagione composta da appena sei episodi) e considerando la mia inguaribile e preoccupante mania il mio notevole interesse per il prodotto.

Prima di partire, ripeto le medesime tre premesse importanti.

  1. È una classifica PERSONALE e SOGGETTIVA, non sono le Tavole della Legge.
  2. Tutti gli episodi mi sono piaciuti, per cui il mio giudizio complessivo sulla stagione è ampiamente positivo. Ok, no, qui diciamo che in generale gli episodi non mi siano dispiaciuti, ma purtroppo ho notato un calo qualitativo a livello di sceneggiatura rispetto alle stagioni precedenti.
  3. Parlerò abbastanza liberamente, ergo questo articolo CONTIENE SPOILER SULLE TRAME E SUI FINALI.

Se non avete già guardato TUTTI E SEI gli episodi, NON CONTINUATE A LEGGERE.

Detto questo, pronti, partenza e VIA.

 

6° POSTO – USS CALLISTER

Le vicende di un equipaggio spaziale nascondono molto più di quanto sembrino…

Per chi abbia visto la stagione, questa potrebbe sembrare un’ultima posizione piuttosto strana vista la particolarità dell’episodio in relazione agli altri.

USS Callister non è una puntata mal fatta, anzi, introduce nella serie elementi nuovi (la fantascienza spiccatamente vecchio stile, la parodia esplicita, un’ironia più che marcata) che possono piacere e costituire al contempo un interessante diversivo rispetto ai canoni standard a cui lo Specchio Nero ha abituato il pubblico.

Dal mio personale punto di vista, però, ho trovato l’esagerazione troppo marcata (sì, lo so che è un paradosso) e pur apprezzando il tema di fondo relativo al negativo uso del potere unito allo sfogo delle proprie frustrazioni, credo che un approccio più drammatico sarebbe stato maggiormente congeniale ed efficace.

La creazione di avatar virtuali dotati di vita e personalità proprie non mi ha colpito quanto altre tematiche precedentemente trattate nella serie, rendendo l’episodio una sorta di Toy Story per adulti o poco più.

USS Callister è inoltre uno degli episodi di questa quarta stagione il cui finale (lieto) non mi ha convinto: avrei preferito che, dopo tutto il travaglio relativo al liberarsi del proprio comandante, l’equipaggio venisse incenerito dalla nave del giocatore incontrato dopo essere entrati nel mondo online.

Penso sarebbe stata una conclusione beffardamente crudele ed in linea con lo spirito quasi grottesco dell’episodio.

 

5° POSTO – ARKANGEL 

Uno strumento elettronico sperimentale, detto Arkangel, inserito nel cervello dei bambini permette di monitorarne posizione, stimoli visivi, parametri vitali e altro.

Diretto da Jodie Foster, Arkangel ha il difetto di essere l’episodio più narrativamente lineare dei sei, ossia di non presentare il tanto celebre plot twist finale tipico della serie.

Se infatti sul lato tecnico abbiamo una costruzione visiva più che buona (comunque presente in ognuno dei nuovi episodi) con una regia solida ed una fotografia azzeccata, la trama è purtroppo avara di sorprese.

Da Black Mirror ci si aspetta un ribaltamento delle apparenze iniziali che invece qui non avviene, con una conclusione più buonista di quanto sembri (non ha molto senso che la madre sopravviva per poi farla disperare per l’abbandono della figlia) e banalità evitabili.

Anche qui non male l’esplorazione della tecnologia come aiuto nel controllo dei figli che diventa però dipendenza, intromissione nella loro vita e generica mancanza di fiducia, ma sarebbe stato forse meglio un approccio più severo e tagliente.

Convincenti ed abbastanza somiglianti tra loro le varie attrici scelte per interpretare Sara nel corso degli anni, anche se a dare volto alla sua versione quindicenne è la palese ventenne Brenna Harding.

 

4° POSTO – BLACK MUSEUM

Una giovane viaggiatrice entra in un “Museo Nero” che raccoglie oggetti relativi a terribili crimini commessi grazie all’uso della tecnologia.

Posto strategicamente a conclusione della stagione, Black Museum è un auto-tributo alla serie pieno di citazioni ed easter egg ad altri episodi messi apposta per il compiacimento dei fan.

Piacevole rivedere il simbolo di White Bear, il fumetto di Quindici milioni di celebrità e tutti i numerosi riferimenti al San Junipero, anche se per un non fan potrebbero essere elementi inutilmente ridondanti.

Similmente a White Christmas, la trama è costituita da più storie legate tra loro; le trame sono piuttosto interessanti (particolarmente quella in apertura con protagonista il dottore) e ben esplicate nonostante il minore tempo a loro disposizione, mentre la macro-storia che le racchiude termina con una punizione di stampo dantesco che ho trovato narrativamente azzeccata.

Sugli scudi nel ruolo dell’anfitrione del museo Douglas Hodge, che a mio parere offre una delle interpretazioni migliori della stagione.

Un divertissement, forse più di USS Callister.

 

3° POSTO – CROCODILE

Un’indagine assicurativa viene svolta mediante l’uso di uno strumento che permette di visualizzare su schermo i ricordi delle persone.

Thriller ben orchestrato e con i tasselli al posto giusto, Crocodile è anche l’episodio forse più riconducibile nella struttura ad un classico Black Mirror (futuro non troppo lontano, personaggi moralmente discutibili, finale amaro).

Apprezzabile che la vicenda venga portata avanti a causa di un elemento di scarsa importanza rispetto agli altri (un banale incidente urbano porterà alla scoperta di due omicidi) e che in una serie così proiettata al futuro vi sia il tema dell’oscuro passato che ritorna a tormentare le persone.

Importante anche la questione della privacy, con i ricordi che vengono letteralmente estratti dalle menti per essere utilizzati a scopo investigativo e che risulta determinate per il deflagrare irrecuperabile della vicenda.

Ottima fotografia, molto algida e che ben si confà al tono generale dell’episodio, che diventa via via sempre più violento e tenebroso.

 

2° POSTO – HANG THE DJ

Il libero corteggiamento è scomparso, sostituito da un’app che seleziona automaticamente i partner ideali, indicando inoltre quanto dureranno le varie relazioni.

Sintetizzando Hang the DJ in una frase: le premesse migliori della stagione ma con uno sfruttamento non all’altezza.

Come scrissi l’anno scorso, ho veramente adorato l’episodio Nosedive della terza stagione, perché l’ho trovato una ficcante critica nei confronti della digitalizzazione via via sempre più estrema della società e specchio di un non molto lontano futuro di ulteriore inaridimento dei rapporti umani.

Hang The DJ avrebbe potuto proseguire su questa strada virando però più specificatamente sulle relazioni amorose, già negli anni Dieci caratterizzate dall’uso di app per incontri (Tinder et similia) e orientate quindi verso un’oggettivazione della coppia.
Ci si limita invece ad imbastire una vicenda sempre più ripetitiva e a gradazione ascendente che porta però ad un colpo di scena non solo troppo banale e deludente, ma che a ben vedere rivela troppi spunti in comune con USS Callister.

Un vero peccato, perché una diversa conclusione avrebbe potuto rendere questo episodio uno dei migliori dell’intera serie.

Carinamente goffo Joe Cole, deliziosa Georgina Campbell.

 

1° POSTO – METALHEAD

Una donna cerca di sopravvivere in una terra desolata piena di guardie robotiche a forma di cane.

Un gioiello.

Unico episodio in bianco e nero della serie, in questa stagione Metalhead è anche il più breve (41 minuti, il più lungo è USS Callister che ne dura 76) ed il più vago nella sua esposizione narrativa.

Proprio questo è uno dei suoi più grandi pregi.

Del mondo in cui si svolge la vicenda non si sa praticamente nulla (è un futuro prossimo o remoto?), così come degli stessi protagonisti (chi sono? Cosa stanno cercando di fare? Sono i “buoni” o in realtà siamo immedesimati nei “cattivi”?) e ciò permette di focalizzarsi esclusivamente su ciò a cui si sta assistendo, in modo da cogliere ogni piccolo particolare che possa fornire risposta ai nostri quesiti.

Ciò porta ad un crescendo di ottima tensione, con la caccia alla donna sempre più pressante e lo spettatore che si trova a patteggiare per lei senza remore, essendo ella l’unico veicolo attraverso cui egli possa capire ciò che sta accadendo.

Fotografia eccellente, Maxine Peake ottima in un quasi one-woman show ed un finale azzeccato, con una coda estremamente malinconica ed efficace.

Metalhead è narrativamente come una parentesi, che si apre e si chiude tralasciando ciò che non è contenuto al suo interno.

A mio avviso, Metalhead è quindi l’episodio migliore della quarta stagione.

Che dire in generale di questa stagione 4?

Buona, ma in calo.

Non so se sia dovuto al fisiologico esaurimento di idee di Charlie Brooker o per via delle tempistiche più strette legate a Netflix (senza di essa, dodici episodi in un anno li avremmo visti con il binocolo), ma devo ammettere che, pur attestandosi gli episodi su buoni livelli dal punto di vista visivo, le loro sceneggiature iniziano a mostrare alcune crepe.

Forse sarebbe auspicabile in caso dell’uscita di nuovi episodi un paio di anni di sosta, in modo da raccogliere le idee e organizzare con calma la stesura di nuove storie.

Viceversa, temo che la quantità possa diventare sempre più inversamente proporzionale alla qualità.

TOP/FLOP 2017

stairway to heaven highway to hell

Ovvero il meglio e il peggio dell’anno appena trascorso. IMHO, ovviamente.

Dopo le edizioni 2012201320142015 e 2016, torna il mio breve riassunto dell’ultima annata cinematografica, con il top e il flop di ciò che mi è capitato di vedere in questo 2017.

Per ogni pellicola il link alla recensione (se presente).

N.B. Come sempre NON è una vera e propria classifica, i film sono inseriti in semplice ordine alfabetico.

Green thumbs up on white.

TOP 2017:

Arrival di Denis Villeneuve.

Il linguaggio come mezzo di contatto con un diverso che più diverso non si può (alieni seppioidi) viene sviluppato attraverso una trama intensa, che non ha timore di prendersi i propri giusti tempi ed arricchita visivamente da un comparto tecnico di tutto rispetto.

Sci-fi ben lontano dal crogiolo di azione ed esplosioni che solitamente viene presentato allo spettatore, Arrival opta invece per un approccio più ragionato ed interessante, risultando un ottimo film sia nella forma che nella sostanza.

 

Blade Runner 2049 di Denis Villeneuve.

Altra pellicola del regista canadese, Blade Runner 2049 riesce a proporre un rischioso sequel che non crolla affatto sotto il peso del capolavoro precedente, ma che al contrario parte dalle sue basi per aggiungervi nuove idee interessanti, un’ambientazione ottimamente resa ed uno sviluppo dei personaggi ragionato.

Gosling bravo nei panni di un enigmatico protagonista, Harrison Ford in un ritorno migliore rispetto a quello di Han Solo ne Il risveglio della forza e l’eccellente fotografia di Roger Deakins per uno dei pochi Capitoli Due usciti di recente che meritino visione.

 

Dunkirk di Christopher Nolan.

Un celebre episodio della Seconda Guerra Mondiale mostrato su schermo attraverso i macroconcetti elementali (aria, acqua, terra, fuoco) e fisici (tempo, materia e spazio) riuscendo a condensare il tutto all’interno di un’ora e quaranta intensa ed ansiogena.

Tanti piccoli ruoli sparsi per la vicenda che enfatizzano la collettività dell’azione, grazie anche a linee temporali intrecciate in cui tutti i binari si congiungono verso un obiettivo comune.

 

La La Land di Damien Chazelle.

Ottimo musical che fonde specifici elementi di elevata qualità (colonna sonora, coreografie) ad una storia d’amore interessante tra due personaggi ben scritti.

Notevole fotografia ed una coppia Emma Stone / Ryan Gosling in stato di grazia, per un viaggio nella versione più magica ed ovattata di Los Angeles, strizzando un occhio al passato e proiettandosi verso il futuro.

 

Silence di Martin Scorsese.

Intenso dramma storico sulla forza della Fede nelle avversità e pellicola piuttosto atipica per il regista italoamericano, che offre un film riflessivo ed emotivamente pregno.

Buona prova di Andrew Garfield come gesuita in un Giappone ostile e misterioso, notevole dose di tensione e diversi spunti introspettivi ben sviluppati, che portano a porsi più domande di quelle a cui si possa dare immediata risposta.

 

MENZIONE SPECIALE: Logan – The Wolverine di James Mangold.

Pellicola supereroistica che spicca prepotentemente nel genere attraverso un approccio narrativo ben più riflessivo rispetto alle altre, con forti tinte da western crepuscolare ed un attore che chiude il suo ciclo artistico sul personaggio nel miglior modo possibile.

 

Red thumbs down on white.

FLOP 2017:

Cinquanta sfumature di nero di James Foley.

Quella tra le donne ed il soffione della doccia è comunque una storia d’amore migliore rispetto a questa trashata da Harmony di terza serie.

Impreziosito da due protagonisti espressivi quanto un guard rail, una Kim Basinger tirata fuori dalla ghiacciaia tipo Ötzi e dei dialoghi che essendo slavine di merda uditiva mi hanno fatto rivalutare positivamente l’automutilazione, un film che fa della pruriginosità becera da discount la sua unica ragion d’essere.

 

Fast & Furious 8 di F. Gary Gray.

Pellicola i cui difetti possono essere sintetizzati nel numero all’interno del titolo.
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La mummia di Alex Kurtzman.

Film così ben realizzato e di successo da aver fatto deragliare il macroprogetto narrativo di cui tecnicamente avrebbe dovuto fare da apripista (il Dark Universe, con i mostri classici della Universal), La mummia è una brodaglia in disperata ricerca di identità.

Tra un Tom Cruise che continua a fare il g-g-giovane nonostante la carta d’identità bussi cinquantacinque, Russell Crowe che Dio sa quando tornerà a recitare bene ed una sceneggiatura tenuta insieme con lo sputo spiccano spiegoni ripetitivi ed interminabili, che riescono nella titanica impresa di rendere nostalgica la ragade anale del 1999 con Brendan Fraser.

 

Thor: Ragnarok di Taika Waititi.

Cazzatona di grana più che grossa, che tenta di nascondere sotto una patina colorata e caciarona una storia scritta a caso da un bambino di sei anni che fa acqua da tutte le parti.

Dopo i più che sufficienti Doctor StrangeSpider-Man: Homecoming Guardiani della Galassia vol. 2 la Marvel ritorna ad un divertimento fastidiosamente prescolare e prevedibile, rovinando lo sviluppo narrativo di alcuni personaggi ed inserendone nuovi dotati di ben poca sostanza.

 

La torre nera di Nikolaj Arcel.

Film che paga cara l’idea folle di condensare otto libri in un’unica pellicola da novanta minuti, questa orribile uscita estiva è uno sfocato guazzabuglio fecale di idee accennate, mal sfruttate o ignorate.

McConaughey ed Elba sprecatissimi, effetti speciali mediocri, un tono generale confuso ed indefinito per quello che indubbiamente si rivela uno dei peggiori adattamenti su schermo di King.
Il che è tutto dire, Cristo.

 

MENZIONE SPECIALE: La bella e la bestia di Bill Condon.

Ennesima trasposizione inutile di una storia deviata in cinquanta salse, questa versione del 2017 risulta di qualità piuttosto scarsa in parecchi suoi elementi.
CGI spaventosa, canzoni eterne e mal eseguite, trucco della bestia ridicolo, Emma Watson in versione KristenStewartesca e Luke Evans come Gaston unico a salvarsi.

 

RECENSIONI 2017 PIÙ LETTE:

1) Dunkirk
2) La La Land
3) Baywatch
4) Alien: Covenant
5) Wonder Woman
6) Pirati dei Caraibi – La vendetta di Salazar
7) Cinquanta sfumature di nero
8) Guardiani della Galassia vol. 2
9) Logan – The Wolverine
10) It

Come sempre, un ringraziamento a coloro che mi hanno seguito durante questo 2017 cinematografico e un augurio a tutti di buon anno nuovo, che spero sia ricco di soddisfazioni.

E di buon cinema.

Star Wars: Gli ultimi Jedi

Recensire o non recensire, non c’è “provare”.

TRAMA: Rey prosegue il suo epico viaggio verso la scoperta della Forza insieme a Luke Skywalker. Nel frattempo Finn, Poe ed il resto della Resistenza devono vedersela con il Primo Ordine…

RECENSIONE: Dopo Il risveglio della Forza ci si imbarca nell’ottavo giro di giostra (più appendici varie ed eventuali) attraverso la galassia lontana lontana.

Ora, io non so se la Forza scorra potente in questa pellicola.

Perché Gli ultimi Jedi ha dei problemi.

Seri.

Scritto e diretto da Rian Johnson, Gli ultimi Jedi è un’opera piuttosto mediocre che purtroppo non sfrutta al meglio le basi narrative impostate dal suo predecessore, ingarbugliando eccessivamente una trama che viene così resa inutilmente complessa e accartocciandosi su se stessa senza dare una vera svolta al racconto.

Pur presentando infatti elementi di sceneggiatura piuttosto interessanti (su cui non posso essere specifico onde evitare spoiler), ne Gli ultimi Jedi essi affondano in due pecche evidenti che permeano l’intero film: l’errato contesto e la ridondanza.

Per quanto riguarda il primo, temo che il colpevole maggiore abbia la voce argentina e due enormi rotonde orecchie nere, visto che l’ironia che qui si respira è quasi di stampo marveliano per quanto forzata e guizzante fuori dal nulla.
La leggerezza dei toni cozza con le tematiche generali del film, e l’epico scontro tra Lato Chiaro e Lato Oscuro (qui ancora più leitmotiv del film precedente) non assume la drammaticità che teoricamente dovrebbe avere insito, venendo invece diluito e smorzato dal contesto più ampio in cui avvengono determinate situazioni.

Le gag inoltre si susseguono troppo freneticamente ed in modo troppo parcellizzato per essere apprezzate diventando magari in futuro iconiche (alla “Ti amo” – “Lo so” de L’impero colpisce ancora, per intenderci) e sono spalmate su un po’ tutti i personaggi, contribuendone all’appiattimento introspettivo rendendoli quindi tutti un po’ troppo simili.

Se nelle pellicole precedenti avevamo infatti l’ironia savia e pungente di un Obi-Wan, l’ingenuità di un giovane Skywalker, la tosta linguaccia della determinata Organa e la guasconeria sfrontata di Han, qui ogni character fa battute di un po’ ogni tipo in un po’ ogni situazione.

E ciò è male, soprattutto quando vengono sviliti gli antagonisti (povero generale Hux…) facendo subire loro gag che farebbero imbarazzare i Looney Tunes.

Ehi, Domhnall, lo sai che in questo film sei una macchietta imbarazzante?

Per la seconda, dispiace constatare quanto elementi estremamente validi vengano sviliti anche a causa della loro ripetizione idiotproof sul grugno dello spettatore.

Senza fare spoiler, il rapporto tra Kylo Ren e Rey si fortifica grazie ad un espediente che personalmente ho trovato ben pensato, apprezzandolo molto.

O meglio, apprezzandolo molto la prima volta che lo hanno utilizzato e non le successive tre-quattro, piuttosto banalotte ed inutili nel ribadire quanto già ormai assodato.

Non sviluppato poi benissimo l’importante tema del rapporto tra Rey e Luke, allieva e maestro ma anche due anime in cerca di riscatto (la prima) e redenzione (il vecchio Jedi) a causa della minaccia terribile che pende sulle sorti e della galassia.

Skywalker straziato dall’errore nel considerare Ben Solo, figlio del fraterno amico Han, come un nuovo potenziale alfiere della Forza, incarna un maestro molto diverso da coloro che abbiamo già visto nella saga.
Yoda, Obi-Wan (per Anakin prima e il figlio poi) e lo stesso Qui-Gon (ne La minaccia fantasma) venivano presentati con molta dedizione all’addestramento del prossimo, mentre la riluttanza di Luke, seppur giustificata, viene resa troppo schematicamente ed ottusamente visto il pericolo rappresentato dal Primo Ordine e dallo stesso Kylo Ren.

La relazione maestro-allieva si inserisce nell’ormai consolidata tematica tipica di questa saga del confronto generazionale, in cui da un lato le colpe dei padri, biologici e non, ricadono sui figli quanto dall’altro ci sia una vecchia guardia che può agire talvolta in riparazione di esse (dall’archetipo Darth Vader che si ribella all’imperatore fino a tutti gli altri).

Purtroppo Rey-Luke è la più deboluccia fin qui vista.

La speranza, altro grande topos narrativo di Guerre Stellari è qui talmente estremizzato da risultare antitetico: i personaggi la smarriscono molto velocemente, a causa anche alla deleteria estremizzazione dei ribelli come quattro gatti disgraziati contro un esercito gigantesco.

Gli scontri armati, per quanto ben realizzati visivamente (a cominciare dalla battaglia spaziale iniziale d’apertura, veramente spettacolare), sono anch’essi estremamente ripetitivi e spesso presentano il ricorso ad azioni suicide e disperate.
Come detto poc’anzi, anche questo è un espediente che funziona se viene utilizzato dalla sceneggiatura come extrema ratio, non ogni Cristo di volta.

Visivamente la pellicola è ottima, e visti budget, previsto ritorno di pubblico e sviluppo tecnologico sarebbe stato uno scandalo il contrario.
Per quanto riguarda le fantasiose creature presenti, se i porg, sottospecie di quaglie con gli occhioni dolci, mi hanno fatto venire la PTSD ripensando agli odiosi ewoks de Il ritorno dello Jedi, ho trovato carini ma fintarelli i fathiers (cavalli coniglieschi giganti) e già migliori le vulptex.

Ottimo uso in generale del colore, dal rosso-nero-bianco dell’impero del Primo Ordine alle consuete tonalità terrose verde-marrone della Resistenza.
Eccessivo il giallo-nero del pianeta Campione d’Italia, un po’ troppo caricato e stereotipato sulla negatività del denaro e che porta a dialoghi di scarsa innovatività sullo schierarsi oppure no in caso di grandi conflitti.

John Boyega nonostante un’entrata in scena degna dei tre marmittoni recita tremendamente sotto le righe per tutto il film, venendo surclassato dalla brava Kelly Marie Tran, sulla cui back-story avrei preferito maggiore focalizzazione.

Oscar Isaac, pur bene in parte e con un personaggio trattato piuttosto con riguardo in fase di sceneggiatura, continua a darmi l’impressione di uno a cui manchi il punto per fare blackjack, Daisy Ridley si conferma il membro del cast che offre l’interpretazione migliore mentre Adam Driver ha una pericolosità altalenante tra  Adolf Hitler e Dennis la minaccia.

Tra le new entries del cast, piuttosto dimenticabili i bravi Laura Dern dal crine magenta e Benicio del Toro doppiato in modo agghiacciante da Adriano Giannini.
Sempre a proposito di doppiaggio, personalmente credo stoni abbastanza la voce del pur ottimo Francesco Prando su Mark Hamill: dovendo trovare un sostituto dello scomparso Claudio Capone, avrei preferito in sua vece una tonalità più matura come, per dirne un paio, Luigi La Monica o Mario Cordova.

Gli ultimi Jedi porta il nome di una saga entrata nella storia del cinema e divenuta simbolo di una cultura pop-nerd di enorme successo, quindi mi aspetto incassi uno sproposito al botteghino.

Ma rimane uno spreco artistico ed un’occasione mal sfruttata.

Peccato.

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