L'amichevole cinefilo di quartiere

Archivio per la categoria ‘Supereroi’

Birds of Prey e la fantasmagorica rinascita di Harley Quinn


Cristo, la cavalleria è proprio morta: così tante belle fanciulle e niente rose?

Solo pistole?

Benvenuti nella giungla…

TRAMA: Dopo aver abbandonato il Joker, Harley Quinn e altre tre donne in lotta contro il crimine, Black Canary, Huntress e Renee Montoya, uniscono le forze per salvare la vita di una bambina minacciata da un malvagio signore della droga.

RECENSIONE:

Diretto dell’esordiente cinese Cathy Yan, al suo primo lungometraggio ad alto budget…



No, come inizio è troppo classico…



Dopo Suicide Squad ritorna Margot Robbie nei (pochi) panni di…



Nah, troppo banale…



Ok, ragazzi, la butto sull’informale: questo film è una boiatona.

Suicide Squad era una roba da cavarsi gli occhi con un cacciavite arrugginito.
E ovviamente hanno dovuto dargli un sequel.

Margot Robbie si sta creando una carriera basata su personaggi sfaccettati ed interessanti.
E ovviamente ritorna a fare il punching ball del Joker.

Ghostbusters, Ocean’s 8 e Charlie’s Angels hanno floppato più del Betamax.
E ovviamente Hollywood propina al pubblico un’altra inutile pellicola action con cast femminile.

OVVIAMENTE.

Birds of Prey e un titolo che sarebbe piaciuto a Lina Wermüller fallisce sotto ogni singolo punto di vista, non offrendo un prodotto apprezzabile né per umorismo, né per azione e tantomeno non per la sua costruzione narrativa, che risulta insipida e banale.

La sceneggiatura, probabilmente scritta percuotendo una tastiera con degli assorbenti usati, è infatti basata per una buona prima metà su piani temporali intrecciati che rendono l’esposizione non complessa in sé, ma inutilmente contorta.
Essa non è inoltre arricchita dall’umorismo, visto che la sua presumibile brillantezza Quinncentrica stanca troppo presto: la presentazione di situazioni sopra le righe che facciano da traino per le gag è infatti estremamente ripetitiva, troppo focalizzata sulle espressioni da MoNelLa PaXXXeReLla della Robbie e sul meccanismo “È matta, quindi fa quel cazzo che le pare”.


Se ciò riesce a provocare nello spettatore un solco lungo il viso come una specie di sorriso nel primo paio di occasioni, un così scontato meccanismo non è assolutamente sostenibile per una (luuuunga… leeeeenta…) ora e quaranta di pellicola, che risulta ripetitiva in maniera stomachevole, anche vista la scarsa fantasia delle sequenze più movimentate.

Asia Argento, sei proprio tu…?

Le scene d’azione hanno schemi di combattimento così lineari e impiegatizi da renderle letteralmente eterne, basandosi unicamente su interi, stancanti minuti di fanciulle che menano le mani in modo assai poco coreografico contro bestioni grossi il doppio di loro.

Oltre a mostrare più calci contro le palle in questo film che nell’ultima Finale di Champions League, gli scontri di Birds of Prey e la prossima volta scegliete un titolo più corto offrono dannatamente poco, sia perché relativi su personaggi che non dispongono di particolari abilità se non quella di usare calci e pugni (escludendo Black Canary, sfruttata poco sorprendentemente con il buco del culo), sia per il loro minutaggio tedioso e affossante.

In pratica Birds of Prey e l’inarrestabile discesa dei miei coglioni è The Raid con le sue cose.

Posh me la ricordavo diversa…

Pregevole inoltre che un film teoricamente basato sull’empowerment femminile e sull’affermazione di indipendenza delle donne, che possono spaccare i culi dei maschietti quando più lo desiderino, abbia una trama che trae le sue origini fondanti dalla possibilità di trattare Harley Quinn come un pezzo di carne perché non ha più la protezione di Joker.

Harley è rispettata solo perché ha un partner suonato, violento e sadico, che potrebbe verosimilmente porre in atto tremende vendette contro chi faccia del male ad una sua proprietà (ovviamente più per affermare il proprio alphismo nei confronti di possibili rivali che non per difendere “l’amata”).
E quindi una volta che la separazione acquisisce dominio pubblico, Quinn diventa il bersaglio di tutti coloro a cui abbia fatto torti in passato: minacciata da una lista infinita di figure in cerca di vendetta, passa metà del tempo a scappare e l’altra metà prigioniera o in pericolo.

IL MODELLO FEMMINILE, signore e signori.

Con la nuova serie di coltelli Miracle Blade…

Caratterizzazione dei personaggi così inesistente che in confronto le Spice Girls sono personaggi di Dostoevskij.

Nel parco squinzie, oltre all’Arlecchino del nudo frontale di The Wolf of Wall Street, spiccano infatti:

– Black Canary, che è tosta, sarcastica e aggressiva.
– Huntress, che è tosta, sarcastica e aggressiva.
– Renee Montoya, che è tosta, sarcastica e aggressiva.
– Cassandra Cain, che è un odioso, piccolo mostriciattolo insopportabile.

Eh, già: se buona parte della trama di un film viene incentrata sul difendere un pischello, magari non scriverlo simpatico quanto carta igienica vetrata potrebbe essere un’idea vincente.

Vista la scrittura pedestre dei personaggi, ovvio che il cast di contorno assuma un’importanza risibile, sia mai che non risplenda abbastanza l’ex psichiatra di Arkham.

Tra le vagine da esposizione fa specie se non altro Mary Elizabeth Winstead, che ormai suppongo possieda un dipinto che invecchi al posto suo.

Solo ❤ per MEW

Ella Jay Basco, la giovane interprete di Cassandra Cain (Dante Basco è suo zio, mi è venuto in mente solo ora di controllare) ha un’unica espressione basata sui suoi imbolsiti occhi a mandorla (ma come già scritto ha in mano un personaggio osceno, quindi non me la sento di gettarle la croce addosso).

Due personaggi sulla carta interessanti come Black Canary e Victor Zsasz averli o meno sarebbe stato indifferente: bidimensionale pheega tosta la prima, che nel caso ve lo stiate chiedendo no, non c’entra quasi un’ostia con la sua controparte originale fumettistica, mentre il secondo offre un apporto inferiore persino a quello nel videogioco Batman: Arkham Asylum.

In cui lo stendevi saltandogli addosso…


Però Serenate cinematografiche è un blog crudo ma anche onesto, in cui viene dato a Cesare quel che è di Cesare.

Posso essere ironico o sarcastico ai limiti del socialmente accettabile, ma quando trovo qualcosa che mi sorprenda non mi faccio problemi a riconoscerlo.

Grande attore che a causa di ricatti, avidità o turbe psichiche accetta di recitare in un troiaio” non è l’idea di un prossimo episodio di Black Mirror.



È lui.

 

Sarò sincero.

Ewan McGregor non ho davvero capito cosa cazzo ci faccia qua dentro.

Villain oscuro e tormentato dell’Uomo pipistrello, qui il buon Black Mask è una patetica e tristanzuola macchietta.
L’ex rampollo miliardario Roman Sionis, che in un impeto di furia verso l’alta società che tanto disprezza uccide i genitori per poi indossare una maschera realizzata con l’ebano della bara del padre, qui è poco più che un cazzone dalla lingua lunga, la fissa per l’igiene (?), uno sfumato sottotesto omosex (???) e la minacciosità discutibile.


E lo diamo da interpretare ad uno degli attori più talentuosi della sua generazione.

Ma perché???

È finita, Ewan. Sto più in alto di te…

Come in Suicide Squad, colonna sonora senza alcun senso logico se non proporre un’accozzaglia in stile compilation stagionale di Hot Party che non riesce a dotare di uno stile definito il lato acustico di questa sòla.

Birds of Prey e se fosse stato un porno almeno sarebbero stati contenti i segaioli è purtroppo un filmetto da quattro soldi, caratterizzato da uno sfruttamento superficiale e becero del materiale di partenza, ironia insulsa, combattimenti noiosi ed un mancato senso del ritmo espositivo che lo rende una palla immane.

Questo film è spazzatura.

Evitatelo come i monatti.

Joker (film 2019)


“Ride bene chi ride ultimo” (proverbio popolare, origine sconosciuta): mai cantar vittoria prima dell’epilogo di una vicenda; meglio ridere o gioire di un evento quando lo stesso si è concluso, onde evitare spiacevoli sorprese.

TRAMA: 1981. In una Gotham City sempre più preda del degrado e della disuguaglianza sociale, Arthur Fleck è un individuo profondamente alienato che vive in un appartamento dei bassifondi: oltre a una perenne depressione, l’uomo soffre di un raro disturbo che gli provoca improvvisi e incontrollabili attacchi di risate…

RECENSIONE:

Diretto da quel Todd Phillips che si è fatto un nome principalmente nell’ambito delle commedie demenziali, Joker è un’efficace cinecomic che cinecomic non è, essendo estremamente sui generis e non possedendo praticamente nulla di fumettoso se non i nomi di personaggi celebri.
Joker opta infatti per una scelta molto coraggiosa in proporzione al clamore trasportato dal suo stesso nome: sostituire il materiale per sua natura camp dell’opera cartacea con un interessantissimo spaccato sociale che va a mostrare un assunto tanto banale quanto veritiero.

L’ambiente influenza enormemente l’individuo.

La società che vede come suo campo di battaglia la caotica e degradata Gotham City è infatti un bieco Victor Frankenstein ormai preda dei propri deliri megalomani: prima gioca con le sue creature tentando di spingere la propria stessa capacità creatrice e plasmatrice verso nuovi ed estremi orizzonti, per poi additare gli abbietti figli di tale opera contro natura come “mostri”, esseri da evitare ed emarginare per la salute degli individui “normali”, concetto quantomai relativo.

Ed è proprio qui che va ad inserirsi il protagonista del film.

Il buffone allo sbando Arthur Fleck è un’anima in pena che lo stesso concilio dei propri simili non tenta di risollevare dal un destino apparentemente segnato di grettezza e sciatteria.
Piagato dai propri patemi psicofisici (corpo debole ed emaciato come a simboleggiare l’assenza della vir necessaria ad un riscatto umano, mente dipendente dagli psicofarmaci e di conseguenza non in possesso della lucidità necessaria per anticipare coerentemente il pensiero all’azione) e costretto in un mondo che in fondo non gli appartiene, Arthur soffre.

Soffre perché svolge un lavoro che adora visceralmente, ma che gli preclude sbocchi per una carriera migliore.
Pur portando gioia ai piccini in un ospedale infantile, Arthur sogna il palco, le luci, la ribalta; il suo desiderio più vivido è che la sua arte comica possa arrivare al maggior numero di persone possibile, e che il suo scopo nel piano dell’esistenza diventi quello di portare felicità e gioia al prossimo.

Soffre perché è emarginato: dagli altri clown suoi colleghi, che lo considerano uno svitato inquietante; dalle donne, che per ovvi motivi non lo inquadrano come individuo attraente; da sua madre, che lo confina in uno stato quasi infantile nel suo costringerlo suo malgrado a starle vicino nella malattia; infine dal suo stesso idolo, che vede come obiettivo siderale irraggiungibile.

Se il personaggio clownesco e malvagiamente ridanciano, che il pubblico ha imparato a riconoscere come nemesi di Batman attraverso decenni di lotte senza esclusioni di colpi, è solitamente rappresentato quale archetipo della follia, il Fleck di Joker è invece la manifestazione carnale della sofferenza.

Ciò porta il piano rappresentativo da quello grottesco (un criminale psicopatico che si traveste da pagliaccio, a simboleggiare il contrasto manicheo tra il bene della risata e l’empietà delle azioni malvagie) a quello empatico (un individuo angustiato e angariato, verso cui lo spettatore possa provare un sensibile trasporto emotivo.

Eccellente in tal senso si colloca una fotografia magistrale, in cui nulla viene lasciato al caso (soprattutto per quanto riguarda simmetrie ed utilizzo del colore), che azzecca il tiro rendendo la messa in scena efficace e visivamente accurata senza risultare pretenziosa.

La descensio ad inferos di un ultimo e di un disgraziato non è solo individuale ma anche collettiva, con l’individuo povero che si inserisce in un clima di tensione sociale verso i ricchi (esemplificati attraverso i vestiti eleganti e gli interessi colti come il teatro) da parte di coloro che come lui patiscono le avversità dovute alla bassezza del ceto sociale e delle relative ristrettezze economiche.

Thomas Wayne in questo senso è il moloc: un essere spietato che scruta il mondo sottostante con la superbia conferitagli dalla propria torre d’avorio, ignaro e totalmente avulso alle sofferenze di coloro grazie ai quali è riuscito a costruire l’impero economico che della sua famiglia porta il nome.

Joaquin Phoenix è magistrale nell’incarnare la debolezza fisica e mentale di un uomo trattato come un punching ball da una vita di dolori e privazioni; corpo snello e ossuto, sguardo di rara intensità emotiva, Phoenix caratterizza Fleck come un povero Cristo che la vita tramuta in bomba pronta ad esplodere: un fuoco d’artificio che aspetta solo di detonare in un’apoteosi di colore e rumore dopo un percorso rettilineo verso il cielo.

Al suo fianco una Frances Conroy fragile come un fuscello, costretta al domicilio a causa di una malattia invalidante che paradossalmente castra ancora di più Arthur, costretto quindi in una prigione casalinga.
Pur volendo molto bene al figlio, proprio il suo comportamento gli è dannoso, non capendo a fondo quale sia la via giusta per aiutare Arthur a trovare il barlume di felicità che ella stessa aneli per lui.

Robert De Niro gigione ed istrione, in un ruolo che prende palesemente spunto da Re per una notte di Scorsese (in cui il ruolo del presentatore era sulle spalle di Jerry Lewis), elemento ironico considerato quanto a sua volta Joker tragga spunto da Taxi Driver.

Joker si dimostra in conclusione un’opera maiuscola, avente come pregio principale considerare solo come un mero punto di partenza uno dei personaggi più iconici dei fumetti, utilizzandolo però senza adagiarsi sulla sua popolarità, ma per veicolare una storia dinamica mai così cruda e vera.

Non imprigionata nelle pagine patinate di una rivista, ma viva e carnale in un’esposizione cinematografica emotivamente potente quanto stilisticamente raffinata ed apprezzabile.

Consigliato.

L’angelo del male – Brightburn


Non è un uccello.

Non è un aereo.

TRAMA: Brandon è un bambino vivace, intelligente, curioso, che si trova a suo agio più con gli adulti che con i coetanei.
La sua particolarità? È stato adottato da una coppia di contadini dopo essere piovuto dal cielo dentro un’astronave…

RECENSIONE:

Diretto da David Yarovesky e prodotto da quel James Gunn con cui Yarovesky ha collaborato per i vari Guardiani della Galassia, Brightburn è una piccola chicca che riesce a ritagliarsi un suo spazio di nota sgomitando in un genere ultrasaturo come quello supereroistico.

L’originalità del film deriva ovviamente da un finalmente benvenuto cambio di rotta riguardo la stantia figura del superuomo: egli infatti non è più un essere il cui unico obiettivo è portare salvezza all’umanità, tanto altruista e generoso da sfociare nel messianico, ma diventa una terribile minaccia che l’uomo comune semplicemente non ha mezzi per affrontare.

Encomiabile per la resa qualitativa di Brightburn il buon dosaggio tra le sezioni più familiari ed introspettive, in cui soprattutto attraverso i primi piani sul problematico Brandon (un efficace Jackson A. Dunn) si va a comprendere la discesa nelle tenebre di un ragazzino, e la pura violenza esplicita e corporea.

Quest’ultima non si crogiola nel gore, optando invece per scegliere pochi momenti mirati in cui spargere il sangue.
Anche questa è una direzione narrativa che centra il bersaglio, dato che in tal modo l’opera non deraglia in un facilone ammazza-tutti di grana grossa, mantenendo invece un focus addirittura quasi di dramma famigliare con un contorno di superpoteri.

Ovvia ed esplicitata direttamente nella storia è la metafora della pubertà: il passaggio cardine del risveglio sessuale, della masturbazione e delle pulsioni nei confronti di ciò che si anela carnalmente scorre in parallelo con la scoperta di sé da parte di un ragazzino, il cui sé è però contenitore di capacità uniche.

Se l’acquisto di riviste pornografiche, la consultazione di siti hard o le giovanili veglie oltre le ore 23.00 a guardare canali televisivi locali sono fasi sostanzialmente normali ed innocue, rendersi conto di quali devastanti conseguenze possa avere un proprio pugno o accorgersi di poter volare diventano esperienze che solo con una profonda maturità mentale possono essere sfruttate ed incanalate nella direzione del bene.

Oltre al già citato Dunn, la cui espressione facciale normalmente imperscrutabile aggiunge un’enorme dose di inquietudine nello spettatore, buona prova per Elizabeth Banks, che dopo anni di ragazzacce si cimenta in un ruolo materno più consono alla sua età (portata comunque magnificamente).

Apprezzabile anche la durata contenuta (meno di un’ora e mezza), che fa sì che la pellicola non si perda in sbrodoli narrativi inutili, ma mantenga una traiettoria climatica efficace.

Nota di profondo demerito per i distributori italiani, che hanno scelto di appioppare un sottotitolo banale e stupido ad un film il cui originale “Luminosa bruciatura” ha una potenza esplicativa imparagonabile.

Consigliato.

Avengers: Endgame


I can do this all day.

TRAMA: Dopo l’ecatombe causata da Thanos, i supereroi superstiti uniscono le proprie forze per contrastarlo e salvare l’Universo.
Quarto episodio della saga Avengers dopo The AvengersAge of UltronInfinity War.

RECENSIONE:

Ventiduesima pellicola del Marvel Cinematic Universe a undici anni da quell’Iron Man che fu pioniere di questo fortunatissimo franchise (quasi quattro miliardi di incassi complessivi, escludendo quest’ultimo film), Endgame è la conclusione di un progetto cinematografico a tre fasi.

Il cosiddetto “Marvel Cinematic Universe” (o MCU) si era infatti proposto di erodere il più possibile la distanza tra due mezzi narrativi parecchio diversi: il fumetto ed il cinema.
Se nel primo, infatti, personaggi e trame possono coesistere senza particolari problematiche di costruzione, in quanto è sempre possibile un colpo di spugna che resetti eventuali stalli narrativi, nel secondo tale salvataggio in corner non è possibile a causa di diritti d’autore non necessariamente uniti in un unico soggetto (d’ora in poi sì, con la famosa acquisizione da parte della Marvel-Disney del pacchetto ex Sony).
Il target era quindi creare una sorta di macro-storia che introducesse gradualmente moltissimi personaggi andando a costruire un mondo a cui il pubblico si affezionasse nella sua globalità.

In attesa della quarta fase, composta dai già annunciati sequel di Doctor Strange, Black PantherGuardiani della Galassia più gli ennesimi stand-alone che tanto bene fanno al marketing, va quindi a concludersi un arco narrativo di medio-lungo periodo per gli standard attuali, che vedono un ritorno di fiamma di quegli universi condivisi il cui apripista è stato quello dei mostri Universal tra gli anni ’20 e ’50.

Alla regia di Endgame abbiamo ancora i Russo Brothers from Cleveland, Ohio, già dietro la macchina da presa per The Winter Soldier, Civil War e ovviamente Infinity War, il tutto per un’ovvia ricerca di continuità stilistica che sulla carta è idea non disprezzabile; effettivamente questo fil rouge artistico si nota, sia nella regia che nei toni, ma è azzoppato ed ostacolato proprio dal fattore “fine di un viaggio” che permea l’opera.

Dopo un abbondante decennio di risa, goliardia, humour e cazzeggio, la Marvel infatti scopre improvvisamente il desiderio di dimostrarsi adulta, proprio per fornire una degna conclusione ad una storia che ha accompagnato la crescita del proprio stesso pubblico, se vogliamo similarmente a quanto accaduto con l’Harry Potter della Warner Bros.

Il problema è che come una bambina che si impiastricci il viso con i trucchi rubati alla madre e indossandone i tacchi per atteggiarsi a donna matura, lo spettacolo qui fornito è un misto tra l’involontariamente ridicolo ed il grottesco: la causa è riconducibile soprattutto a dialoghi che veleggiano spesso oltre il confine del cringe e ad una gestione dei picchi emotivi troppo didascalica, farcita infatti da troppi semplicismi che vedono un’esposizione narrativa avente un solo obiettivo.

Essere compresa anche da uno spettatore avente il Quoziente Intellettivo di un oleandro.

Un climax maturo non è perciò possibile, non solo a causa di alcune scelte improntate verso una direzione diametralmente contraria a quella della profondità introspettiva (leggasi: gag idiote a raffica), ma soprattutto poiché manca una fondamentale fiducia verso l’intelletto del pubblico: esso purtroppo non viene trattato da adulto, bensì per l’ennesima volta come un branco di entusiasti tontoloni a cui è necessario spiegare come unire i puntini numerati di rabbia, tristezza, paura e rimpianti perché non lo si ritiene in grado di tracciare da solo la linea che li congiunga.

Pur con un’apprezzabile sforzo di amalgamare nel modo più organicamente fattibile i vari episodi della saga (per un’ottimale comprensione di Endgame è consigliabile la visione di tutte le pellicole precedenti), la resa risulta inoltre alquanto confusionaria e dispersiva.

Non tanto per il tema del viaggio del tempo in sé (nonostante alcuni suoi elementi fondanti vengano elisi sbrigativamente senza ricevere adeguato spazio espositivo), quanto per l’inserimento di scene o addirittura intere sequenze quasi inutili ai fini del plot principale, difetto piuttosto pesante in un’opera dalle abbondanti tre ore di durata che a posteriori avrebbero potuto essere sicuramente sfoltite da tali zavorre inutili.

Non bastano infatti i numerosissimi camei (che non verranno menzionati onde evitare spoiler) di personaggi apparsi nei vari stand alone per fornire organicità ad un film che si sviluppi su più trame incrociate, soprattutto quando esse risultano talvolta mero veicolo affinché lo spettatore venga indirizzato a momenti emozionali introspettivamente statici.
Questi ultimi risultano ben poco aiutati dalle già citate deleterie linee di dialogo, sempre più simili a quelle scritte da George Lucas per i prequel di Guerre Stellari, in cui i personaggi esprimono continuamente i propri stati d’animo invece di agire in base ad essi, scelta che sarebbe stata molto più adulta.

Per quanto riguarda il cast, considerando anche le timbrate di cartellino estemporanee in Endgame compaiono veramente cani e porci: strizzate d’occhio continue ai fan dei film, peccato che nel cinema sia presente anche il fattore “spreco di attore” che qui raggiunge l’iperuranio, con interpreti dal peso considerevole costretti a causa di un loro ruolo di contorno nel Tizio-Man di turno ad una-due battute, quando non direttamente sfruttati come elemento di tappezzeria sullo sfondo.
Appunto sicuramente capzioso e pignolo, ma da cinefilo piange il cuore.

Se la regia dei Russo mostra i muscoli soprattutto nelle numerose scene d’azione, spesso esagerate e coreografiche, e in un discreto utilizzo delle ambientazioni delle pellicole precedenti si nota purtroppo che i movimenti di camera non riescono a nascondere sotto un tappeto di spettacolarità la polvere della povertà narrativa.

Spiace che la regia di questi blockbuster venga quindi utilizzata solo come punto laser luminoso per distrarre il proprio gatto, senza conferirle quella profondità artistica che trasformerebbe un prodotto precipuamente per masse in un’offerta artistica.

Elemento di continuità riscontrabile in Endgame, ma generalmente in tutto il MCU, è il ruolo preponderante di quel Tony Stark che anche in questo conclusivo capitolo subisce un’evidente fellatio narrativa, con tanti saluti ad una coralità che pare evidente nella forma ma che purtroppo non si concretizza in una sostanza che si basa pedissequamente su ben pochi personaggi.

Tutti gli eroi sono uguali, ma qualche eroe è più uguale degli altri.

Punto particolarmente negativo, oltre alle comparsate di personaggi dallo spazio risicatissimo, l’aura di scempiaggine che permea Thor e Hulk, che come già in Thor: Ragnarok sono derubricati e mere macchiette pseudo-comiche dall’effetto facepalm immediato e dalla quasi fastidiosa tediosità.

Persino un antagonista caratterizzato sorprendentemente bene come Thanos in Infinity War viene qui appiattito con la pialla della bidimensionalità, con tanto di aggiunta di un vero e proprio discorso da villain unito ad esclamazioni più attinenti ad un antagonista di James Bond che ad un essere mosso da una distorta visione di pace e prosperità per l’universo.

Capitan Misandrica a risolvere problemi come Mr. Wolf, nota lieta l’utilizzo che viene fatto del personaggio di Occhio di Falco, se non altro nella prima metà di pellicola, peccato che anche lui venga successivamente risucchiato nel vortice dell’imbarazzante.

Pur con alcuni segmenti nient’affatto disprezzabili (seppur pochi e brevi) e numerosissime strizzate d’occhio ai conoscitori dell’Universo Marvel non solo per quanto esposto sul grande schermo ma anche nei fumetti, che dimostra positivamente l’attenzione verso questo multimediale franchise, Avengers: Endgame è come un bicchierone di popcorn formato famiglia: pur potendo accompagnare centottanta minuti della nostra vita risultando gustosi e saporiti, non è un pasto che riempia lo stomaco.

Un ragazzino che gioca a fare l’adulto invece di un adulto che parli (anche) ai ragazzini.

Di Shazam! e di un breve speziato riassunto del DCEU

Link alle recensioni nei titoli (se presenti in blu).

L’uomo d’acciaio (2013)

«So’ figo, so’ bello, so’ fotomodello»

Ammazza, che stronzata.

Una scadente robaccia che nonostante un Henry Cavill perfetto come Superman (mentre in versione Clark Kent proprio no, con la sua montagna di muscoli imbarazzante per un patatone campagnolo) ed un Michael Shannon che boh, almeno ci prova, inanella una serie di scempiaggini a raffica che lo portano a risultare una baracconata atroce.

Tra la morte di Jonathan Kent che pare uscita da Il mago di Oz, il piano di Zod che fa più acqua del Titanic e il ruolo insopportabilmente stereotipato di Lois, due ore e venti per stomaci forti.

Ciliegine sulla torta la telecamera impugnata da un epilettico, il montatore uso a esagerare con i Negroni sbagliati e la sezione iniziale ambientata su Krypton, la cui CGI definirei a livello di Pokémon Argento.

Voto al film: 4

Voto a Russell Crowe che si “uploada nel mainframe della nave”: 8 per essere riuscito a pronunciare una battuta del genere rimanendo serio.

Batman v Superman: Dawn of Justice (2016)

«Non ti permettere mai più, mai più… ok? MAI PIÙ! MAI PIÙ! NON NOMINA’ MIA MADRE!!! MAII!!! MAI!!! TI STACCO LA FACCIA, IO!»

Altro giro, altra boiatona allucinante che serve solo ad introdurre la Lega della Giustizia.

Da cani.

E poi basta.

Due ore e mezza ricolme di sottotrame sbrodolate ed ingarbugliate senza ritegno, ognuna delle quali risulta stupida o addirittura inutile se presa fine a se stessa, a cui va aggiunta la famigerata regia fracassona di Zack Snyder stracolma dei soliti simboli fallici utili per sminchiare lo sminchiabile.

Avviso per tutti gli alieni semi-invulnerabili: mia madre si chiama Daniela.

Paradossale che quel beefcake di Ben Affleck non sia poi nemmeno così pessimo, mentre Gal Gadot riceve uno spazio narrativo pensato da gente che si nutre di Viakal.

Sì, l’episodio successivo ribalterà i ruoli.

Voto al film: 3

Voto a Lex Luthor interpretato da Jesse Eisenberg:
9 secondo Stevie Wonder.


Suicide Squad 
(2016)

«Ma quindi le fiere del fumetto sono piene di troiette vestite come te?»

Uno dei film più pompati, stupidi e inutili negli ultimi dieci anni di cinema.

E ci sto andando leggero.

Scene d’azione noiosissime, personaggi piatti come un tavolo da biliardo, troppo ironico per essere un film serio, troppo visivamente scuro per considerarsi una pellicola scanzonata.

Ah, è inutile svenarsi per una colonna sonora piena di hit in stile CD masterizzato “CoMpIlAsCiOn CaNzOnI GaNzE” se il 90% di loro viene piazzata a sottofondo di scene con cui non c’entrano una mazza.

Chi consideri icona femminile da ammirare un personaggio vittima di infiniti abusi psicofisici come Harley Quinn andrebbe preso a calci nel sedere.

Will Smith ormai non ci prova più.

Voto al film: 3

Voto alle terga di Margot Robbie in shorts:
10

Wonder Woman (2017)

“Ed è solo quando mi ritrovai sul fondo melmoso della trincea, con i proiettili che mi fischiavano a pochi centimetri dalla testa, che capii che solo la donna con la spada ed il lazo mi poteva salvare…”

Ha dei difetti, ma in confronto alle porcate viste finora sembra La donna che visse due volte.

Azzeccato connubio di azione e trama, pellicola che nonostante diversi personaggi parecchio sopra le righe riesce a non sfociare in una invereconda cazzatona come i suoi colleghi di universo.

Gal Gadot si riscatta dallo striminzito ruolo di vagina parlante a cui era stata ridotta in BvS, e ciò è cosa buona e giusta.

Danny Hustoun e David Thewlis rimandati a settembre.

A differenza del punching ball del Joker, Diana Prince è davvero un personaggio femminile forte e da prendere come esempio.

Bèstie.

Voto al film: 6,5

Voto al finale che pare
Dragon Ball Z: oltre 9000


Justice League
 (2017)

Il green screen dello sfondo è imbarazzante.

Pellicola che racchiude tutti gli elementi del genere supereroistico, sia positivi (pochi) che negativi (una slavina).

Quindi sì, bisogna sorbirsi le solite scene action piene di minions indistinguibili da massacrare, i soliti salvataggi per il rotto della cuffia, le solite battutine tra i vari eroi, il solito solitume.

Ben Affleck bolso ed imbarazzante come un cinquantenne bronchitico a calcetto.

Il modo in cui viene reintrodotto il personaggio di Superman mi ha provocato un facepalm così poderoso da causarmi una lesione del lobo frontale.

Che due balle la menata delle scatole.

Justice League, ovvero gli Avengers ma meno omosessuali.

Voto al film se si è amanti del genere: 6

Voto al film se non si è amanti del genere:
3 di stima.


Voto alla CGI per nascondere i baffi di Henry Cavill:
1


Aquaman
 (2018)

Ho visto un porno in cui i protagonisti erano conciati uguale. Però recitavano meglio.

Almeno il 70% delle inquadrature di questo film sembrano copertine di Men’s Health: mega manzo raffigurato di tre quarti, canotta alzata a mostrare l’addominale scultoreo sormontato dal titolo DIMAGRISCI ANCHE TU 25 CHILI CON LA DIETA DELLA SPARTAN RACE o puttanate succedanee.

Khal Drogo che elargisce cazzottoni come Bud Spencer, quasi mi aspettavo stendesse un cristiano grazie ad una flessione del pettorale.

Per un pubblico dai gusti semplici.

Molto.

Molto semplici.

Se siete in possesso di un utero funzionante e vi siete sciroppate questa cagata siderale al posto di Wonder Woman solo perché qua c’è il maschione, meritate di vivere ne Il racconto dell’ancella.

Nicole Kidman sciolta e frizzante come un termosifone di ghisa, Amber Heard ad una recita delle elementari interpreterebbe “pastorella num. 2”.

Regia di James Wan francamente inspiegabile.

Voto al film: 4

Voto ad una rappresentazione dell’Italia che imbarazzerebbe Arlecchino:
2


Shazam! 
(2019)

«Sì, insomma, ero lì bello tranquillo con i miei amici nel 1988 quando salta fuori uno degli Skarsgård truccato come un clown…»

Pensavo sinceramente peggio.

Non sto scherzando.

Il miglior pregio di questo film è che la sua stupidità (notevole) sia giustificata dall’unione contemporanea di due importanti temi comici: nuovo eroe scopre i suoi poteri + ragazzino si ritrova nel corpo di un adulto.

Partendo quindi da un presupposto di puro disimpegno, Shazam! non è affatto disprezzabile: azione colorata, dialoghi idioti ma consoni al tema generale, un cattivo bidimensionale ma interpretato da un buon attore e un Zachary Levi sugli scudi.

Peccato la sciatteria vergognosa nella raffigurazione dei Peccati Capitali, che eslcudendo “Gola = quello grasso” e “Avarizia = l’unico con quattro braccia” rende i mostri praticamente indistinguibili.

Simpatici i ragazzini (Jack Dylan Grazer sugli scudi), con il complicato stato delle case-famiglia rappresentato in maniera piuttosto dolce e calda.

Azzeccato doppiaggio italiano, tanto love la canzone che accompagna i titoli di coda.

Voto al film: 6

Voto all’applicazione che riconosce le canzoni:
8

Captain Marvel


TRAMA: Anni Novanta. La Terra viene coinvolta in una guerra galattica fra due razze aliene. Carol Danvers, pilota dell’aeronautica degli Stati Uniti, indossa il costume di Captain Marvel e diventa uno dei supereroi più potenti del pianeta.

 

 

 

 

RECENSIONE:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

 

 

 

Speakers’ Corner – The Umbrella Academy

Basata sull’omonimo fumetto di Gerard Way, frontman del gruppo punk-rock “My Chemical Romance”, The Umbrella Academy è una serie televisiva supereroistica che pur piazzando qua e là buon idee sia sul lato tecnico-visivo che sulla sponda prettamente narrativa, non riesce purtroppo a spiccare all’interno di un’offerta tematica ultrasatura come quella dei superumani.

La trama alterna simpatiche ed astruse bizzarrie relative alla disfunzionale famiglia protagonista (sei fratelli si riuniscono alla morte del proprio padre adottivo e cercano di sventare un’enorme minaccia) quanto una serie di cliché ormai arcinoti e dallo svolgimento banale, con il risultato di assistere ad una prosecuzione della storia ondivaga e zoppicante.

La mancanza di una chiara direzionalità espositiva si fa sentire anche per quanto concerne la caratterizzazione dei personaggi, con un’impressione di “freno a mano tirato” che limita un approfondito svisceramento a trecentosessanta gradi di individui sicuramente non noiosi, ma piuttosto limitati nel loro tratteggio psicologico, che avrebbe potuto e dovuto essere ben più esteso.

Tra il cast abbiamo un fin troppo ingessato Tom Hopper, Dickon Tarly de Il trono di spade, Robert Sheehan forse uno dei migliori del gruppo insieme al giovane Aidan Gallagher ed Ellen Page, la cui recitazione sofferente è qui molto più croce che delizia.

Ottime potenzialità, risultato solo passabile.

Peccato.

Spider-Man: Un nuovo universo


Da grande cinefilia derivano grandi responsabilità.

TRAMA: A causa di un macchinario costruito da Kingpin, gli Spider-Man di universi differenti convergono in uno solo in cui l’Uomo Ragno è Miles Morales, un ragazzo di Brooklyn di origini portoricane.

RECENSIONE:

Raro caso di pellicola Marvel non avente come target intellettivo persone reduci da una commozione cerebrale grave, Spider-Man: Un nuovo universo è un esempio lampante di come anche la Casa delle Idee possa sfruttare le suddette idee per proporre al pubblico dei prodotti adatti a tutte le fasce di età, a patto che si decida di anteporre la narrativa sull’azione.

Il film vede infatti come pregio principale quello di riuscire ad orchestrare una storia in cui trovino ampio spazio e realizzazione degli importanti temi morali ed introspettivi, quali il trovarsi o meno a proprio agio nell’ambiente sociale circostante, la ricerca della propria strada indipendentemente dalle pressioni esterne e, ovvio leitmotiv nel caso del Tessiragnatele, la presa di coscienza delle proprie responsabilità.

Ogni versione dell’Uomo Ragno (talvolta nemmeno uomo, talvolta nemmeno umano) incarna infatti una particolare inclinazione dello stesso generico personaggio, risultando un catalogo di figure che sono allo stesso tempo tutti il medesimo individuo e tutti soggetti differenti.

Dall’imbolsito Peter B. Parker in crisi umana e “professionale” ad una tetra versione Noir direttamente uscita dalle pagine di un romanzo hard boiled, fino ad una colorata loli nipponica filo-robot e ad un assurdo maiale fuori di testa, lo spettatore si trova quindi di fronte interessanti varietà di un elemento che già conosce bene, risultando affascinato ma non negativamente spiazzato.

Tra le versioni alternative spicca sicuramente Gwen Stacy, proveniente da una realtà in cui è stato Parker a morire e il cui personaggio è stato scritto con un mix veramente azzeccato di girl power, indipendenza e grinta, senza però sembrare esagerato o forzato.
Non una principessa da salvare né una spietata guerriera picchia-tutti, quindi, ma una semplice giovane donna combattiva e decisa, che lotta per ciò in cui crede non facendosi mettere i piedi in testa dai maschietti.

Ciao, Emma Stone.

L’azione è sì presente, ma più a corredo dell’elemento umano che a suo scapito: grande contributo al lato intrattenimento viene dato da uno stile grafico che se nella raffigurazione delle figure umane risulta piuttosto particolare, quindi può piacere o meno, nei fondali mostra efficacemente i muscoli grazie ad un caleidoscopio di colori meraviglioso ed affascinante.

Elemento di pregio è anche l’ironia, anch’essa azzeccata e, soprattutto, inserita con misura e gusto, a differenza dello sbrodolamento di gag a casaccio ormai consueto per il luciferino connubio Marvel-Disney.

Degno di nota anche il comparto voci in lingua originale, tra cui risaltano Hailee Steinfeld come Gwen, Liev Schreiber per Kingpin e Mahershala Ali per Aaron Davis e Nicolas Cage per Spider-Man Noir.

Una delizia.

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