L'amichevole cinefilo di quartiere

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Avengers: Endgame


I can do this all day.

TRAMA: Dopo l’ecatombe causata da Thanos, i supereroi superstiti uniscono le proprie forze per contrastarlo e salvare l’Universo.
Quarto episodio della saga Avengers dopo The AvengersAge of UltronInfinity War.

RECENSIONE:

Ventiduesima pellicola del Marvel Cinematic Universe a undici anni da quell’Iron Man che fu pioniere di questo fortunatissimo franchise (quasi quattro miliardi di incassi complessivi, escludendo quest’ultimo film), Endgame è la conclusione di un progetto cinematografico a tre fasi.

Il cosiddetto “Marvel Cinematic Universe” (o MCU) si era infatti proposto di erodere il più possibile la distanza tra due mezzi narrativi parecchio diversi: il fumetto ed il cinema.
Se nel primo, infatti, personaggi e trame possono coesistere senza particolari problematiche di costruzione, in quanto è sempre possibile un colpo di spugna che resetti eventuali stalli narrativi, nel secondo tale salvataggio in corner non è possibile a causa di diritti d’autore non necessariamente uniti in un unico soggetto (d’ora in poi sì, con la famosa acquisizione da parte della Marvel-Disney del pacchetto ex Sony).
Il target era quindi creare una sorta di macro-storia che introducesse gradualmente moltissimi personaggi andando a costruire un mondo a cui il pubblico si affezionasse nella sua globalità.

In attesa della quarta fase, composta dai già annunciati sequel di Doctor Strange, Black PantherGuardiani della Galassia più gli ennesimi stand-alone che tanto bene fanno al marketing, va quindi a concludersi un arco narrativo di medio-lungo periodo per gli standard attuali, che vedono un ritorno di fiamma di quegli universi condivisi il cui apripista è stato quello dei mostri Universal tra gli anni ’20 e ’50.

Alla regia di Endgame abbiamo ancora i Russo Brothers from Cleveland, Ohio, già dietro la macchina da presa per The Winter Soldier, Civil War e ovviamente Infinity War, il tutto per un’ovvia ricerca di continuità stilistica che sulla carta è idea non disprezzabile; effettivamente questo fil rouge artistico si nota, sia nella regia che nei toni, ma è azzoppato ed ostacolato proprio dal fattore “fine di un viaggio” che permea l’opera.

Dopo un abbondante decennio di risa, goliardia, humour e cazzeggio, la Marvel infatti scopre improvvisamente il desiderio di dimostrarsi adulta, proprio per fornire una degna conclusione ad una storia che ha accompagnato la crescita del proprio stesso pubblico, se vogliamo similarmente a quanto accaduto con l’Harry Potter della Warner Bros.

Il problema è che come una bambina che si impiastricci il viso con i trucchi rubati alla madre e indossandone i tacchi per atteggiarsi a donna matura, lo spettacolo qui fornito è un misto tra l’involontariamente ridicolo ed il grottesco: la causa è riconducibile soprattutto a dialoghi che veleggiano spesso oltre il confine del cringe e ad una gestione dei picchi emotivi troppo didascalica, farcita infatti da troppi semplicismi che vedono un’esposizione narrativa avente un solo obiettivo.

Essere compresa anche da uno spettatore avente il Quoziente Intellettivo di un oleandro.

Un climax maturo non è perciò possibile, non solo a causa di alcune scelte improntate verso una direzione diametralmente contraria a quella della profondità introspettiva (leggasi: gag idiote a raffica), ma soprattutto poiché manca una fondamentale fiducia verso l’intelletto del pubblico: esso purtroppo non viene trattato da adulto, bensì per l’ennesima volta come un branco di entusiasti tontoloni a cui è necessario spiegare come unire i puntini numerati di rabbia, tristezza, paura e rimpianti perché non lo si ritiene in grado di tracciare da solo la linea che li congiunga.

Pur con un’apprezzabile sforzo di amalgamare nel modo più organicamente fattibile i vari episodi della saga (per un’ottimale comprensione di Endgame è consigliabile la visione di tutte le pellicole precedenti), la resa risulta inoltre alquanto confusionaria e dispersiva.

Non tanto per il tema del viaggio del tempo in sé (nonostante alcuni suoi elementi fondanti vengano elisi sbrigativamente senza ricevere adeguato spazio espositivo), quanto per l’inserimento di scene o addirittura intere sequenze quasi inutili ai fini del plot principale, difetto piuttosto pesante in un’opera dalle abbondanti tre ore di durata che a posteriori avrebbero potuto essere sicuramente sfoltite da tali zavorre inutili.

Non bastano infatti i numerosissimi camei (che non verranno menzionati onde evitare spoiler) di personaggi apparsi nei vari stand alone per fornire organicità ad un film che si sviluppi su più trame incrociate, soprattutto quando esse risultano talvolta mero veicolo affinché lo spettatore venga indirizzato a momenti emozionali introspettivamente statici.
Questi ultimi risultano ben poco aiutati dalle già citate deleterie linee di dialogo, sempre più simili a quelle scritte da George Lucas per i prequel di Guerre Stellari, in cui i personaggi esprimono continuamente i propri stati d’animo invece di agire in base ad essi, scelta che sarebbe stata molto più adulta.

Per quanto riguarda il cast, considerando anche le timbrate di cartellino estemporanee in Endgame compaiono veramente cani e porci: strizzate d’occhio continue ai fan dei film, peccato che nel cinema sia presente anche il fattore “spreco di attore” che qui raggiunge l’iperuranio, con interpreti dal peso considerevole costretti a causa di un loro ruolo di contorno nel Tizio-Man di turno ad una-due battute, quando non direttamente sfruttati come elemento di tappezzeria sullo sfondo.
Appunto sicuramente capzioso e pignolo, ma da cinefilo piange il cuore.

Se la regia dei Russo mostra i muscoli soprattutto nelle numerose scene d’azione, spesso esagerate e coreografiche, e in un discreto utilizzo delle ambientazioni delle pellicole precedenti si nota purtroppo che i movimenti di camera non riescono a nascondere sotto un tappeto di spettacolarità la polvere della povertà narrativa.

Spiace che la regia di questi blockbuster venga quindi utilizzata solo come punto laser luminoso per distrarre il proprio gatto, senza conferirle quella profondità artistica che trasformerebbe un prodotto precipuamente per masse in un’offerta artistica.

Elemento di continuità riscontrabile in Endgame, ma generalmente in tutto il MCU, è il ruolo preponderante di quel Tony Stark che anche in questo conclusivo capitolo subisce un’evidente fellatio narrativa, con tanti saluti ad una coralità che pare evidente nella forma ma che purtroppo non si concretizza in una sostanza che si basa pedissequamente su ben pochi personaggi.

Tutti gli eroi sono uguali, ma qualche eroe è più uguale degli altri.

Punto particolarmente negativo, oltre alle comparsate di personaggi dallo spazio risicatissimo, l’aura di scempiaggine che permea Thor e Hulk, che come già in Thor: Ragnarok sono derubricati e mere macchiette pseudo-comiche dall’effetto facepalm immediato e dalla quasi fastidiosa tediosità.

Persino un antagonista caratterizzato sorprendentemente bene come Thanos in Infinity War viene qui appiattito con la pialla della bidimensionalità, con tanto di aggiunta di un vero e proprio discorso da villain unito ad esclamazioni più attinenti ad un antagonista di James Bond che ad un essere mosso da una distorta visione di pace e prosperità per l’universo.

Capitan Misandrica a risolvere problemi come Mr. Wolf, nota lieta l’utilizzo che viene fatto del personaggio di Occhio di Falco, se non altro nella prima metà di pellicola, peccato che anche lui venga successivamente risucchiato nel vortice dell’imbarazzante.

Pur con alcuni segmenti nient’affatto disprezzabili (seppur pochi e brevi) e numerosissime strizzate d’occhio ai conoscitori dell’Universo Marvel non solo per quanto esposto sul grande schermo ma anche nei fumetti, che dimostra positivamente l’attenzione verso questo multimediale franchise, Avengers: Endgame è come un bicchierone di popcorn formato famiglia: pur potendo accompagnare centottanta minuti della nostra vita risultando gustosi e saporiti, non è un pasto che riempia lo stomaco.

Un ragazzino che gioca a fare l’adulto invece di un adulto che parli (anche) ai ragazzini.

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Di Shazam! e di un breve speziato riassunto del DCEU

Link alle recensioni nei titoli (se presenti in blu).

L’uomo d’acciaio (2013)

«So’ figo, so’ bello, so’ fotomodello»

Ammazza, che stronzata.

Una scadente robaccia che nonostante un Henry Cavill perfetto come Superman (mentre in versione Clark Kent proprio no, con la sua montagna di muscoli imbarazzante per un patatone campagnolo) ed un Michael Shannon che boh, almeno ci prova, inanella una serie di scempiaggini a raffica che lo portano a risultare una baracconata atroce.

Tra la morte di Jonathan Kent che pare uscita da Il mago di Oz, il piano di Zod che fa più acqua del Titanic e il ruolo insopportabilmente stereotipato di Lois, due ore e venti per stomaci forti.

Ciliegine sulla torta la telecamera impugnata da un epilettico, il montatore uso a esagerare con i Negroni sbagliati e la sezione iniziale ambientata su Krypton, la cui CGI definirei a livello di Pokémon Argento.

Voto al film: 4

Voto a Russell Crowe che si “uploada nel mainframe della nave”: 8 per essere riuscito a pronunciare una battuta del genere rimanendo serio.

Batman v Superman: Dawn of Justice (2016)

«Non ti permettere mai più, mai più… ok? MAI PIÙ! MAI PIÙ! NON NOMINA’ MIA MADRE!!! MAII!!! MAI!!! TI STACCO LA FACCIA, IO!»

Altro giro, altra boiatona allucinante che serve solo ad introdurre la Lega della Giustizia.

Da cani.

E poi basta.

Due ore e mezza ricolme di sottotrame sbrodolate ed ingarbugliate senza ritegno, ognuna delle quali risulta stupida o addirittura inutile se presa fine a se stessa, a cui va aggiunta la famigerata regia fracassona di Zack Snyder stracolma dei soliti simboli fallici utili per sminchiare lo sminchiabile.

Avviso per tutti gli alieni semi-invulnerabili: mia madre si chiama Daniela.

Paradossale che quel beefcake di Ben Affleck non sia poi nemmeno così pessimo, mentre Gal Gadot riceve uno spazio narrativo pensato da gente che si nutre di Viakal.

Sì, l’episodio successivo ribalterà i ruoli.

Voto al film: 3

Voto a Lex Luthor interpretato da Jesse Eisenberg:
9 secondo Stevie Wonder.


Suicide Squad 
(2016)

«Ma quindi le fiere del fumetto sono piene di troiette vestite come te?»

Uno dei film più pompati, stupidi e inutili negli ultimi dieci anni di cinema.

E ci sto andando leggero.

Scene d’azione noiosissime, personaggi piatti come un tavolo da biliardo, troppo ironico per essere un film serio, troppo visivamente scuro per considerarsi una pellicola scanzonata.

Ah, è inutile svenarsi per una colonna sonora piena di hit in stile CD masterizzato “CoMpIlAsCiOn CaNzOnI GaNzE” se il 90% di loro viene piazzata a sottofondo di scene con cui non c’entrano una mazza.

Chi consideri icona femminile da ammirare un personaggio vittima di infiniti abusi psicofisici come Harley Quinn andrebbe preso a calci nel sedere.

Will Smith ormai non ci prova più.

Voto al film: 3

Voto alle terga di Margot Robbie in shorts:
10

Wonder Woman (2017)

“Ed è solo quando mi ritrovai sul fondo melmoso della trincea, con i proiettili che mi fischiavano a pochi centimetri dalla testa, che capii che solo la donna con la spada ed il lazo mi poteva salvare…”

Ha dei difetti, ma in confronto alle porcate viste finora sembra La donna che visse due volte.

Azzeccato connubio di azione e trama, pellicola che nonostante diversi personaggi parecchio sopra le righe riesce a non sfociare in una invereconda cazzatona come i suoi colleghi di universo.

Gal Gadot si riscatta dallo striminzito ruolo di vagina parlante a cui era stata ridotta in BvS, e ciò è cosa buona e giusta.

Danny Hustoun e David Thewlis rimandati a settembre.

A differenza del punching ball del Joker, Diana Prince è davvero un personaggio femminile forte e da prendere come esempio.

Bèstie.

Voto al film: 6,5

Voto al finale che pare
Dragon Ball Z: oltre 9000


Justice League
 (2017)

Il green screen dello sfondo è imbarazzante.

Pellicola che racchiude tutti gli elementi del genere supereroistico, sia positivi (pochi) che negativi (una slavina).

Quindi sì, bisogna sorbirsi le solite scene action piene di minions indistinguibili da massacrare, i soliti salvataggi per il rotto della cuffia, le solite battutine tra i vari eroi, il solito solitume.

Ben Affleck bolso ed imbarazzante come un cinquantenne bronchitico a calcetto.

Il modo in cui viene reintrodotto il personaggio di Superman mi ha provocato un facepalm così poderoso da causarmi una lesione del lobo frontale.

Che due balle la menata delle scatole.

Justice League, ovvero gli Avengers ma meno omosessuali.

Voto al film se si è amanti del genere: 6

Voto al film se non si è amanti del genere:
3 di stima.


Voto alla CGI per nascondere i baffi di Henry Cavill:
1


Aquaman
 (2018)

Ho visto un porno in cui i protagonisti erano conciati uguale. Però recitavano meglio.

Almeno il 70% delle inquadrature di questo film sembrano copertine di Men’s Health: mega manzo raffigurato di tre quarti, canotta alzata a mostrare l’addominale scultoreo sormontato dal titolo DIMAGRISCI ANCHE TU 25 CHILI CON LA DIETA DELLA SPARTAN RACE o puttanate succedanee.

Khal Drogo che elargisce cazzottoni come Bud Spencer, quasi mi aspettavo stendesse un cristiano grazie ad una flessione del pettorale.

Per un pubblico dai gusti semplici.

Molto.

Molto semplici.

Se siete in possesso di un utero funzionante e vi siete sciroppate questa cagata siderale al posto di Wonder Woman solo perché qua c’è il maschione, meritate di vivere ne Il racconto dell’ancella.

Nicole Kidman sciolta e frizzante come un termosifone di ghisa, Amber Heard ad una recita delle elementari interpreterebbe “pastorella num. 2”.

Regia di James Wan francamente inspiegabile.

Voto al film: 4

Voto ad una rappresentazione dell’Italia che imbarazzerebbe Arlecchino:
2


Shazam! 
(2019)

«Sì, insomma, ero lì bello tranquillo con i miei amici nel 1988 quando salta fuori uno degli Skarsgård truccato come un clown…»

Pensavo sinceramente peggio.

Non sto scherzando.

Il miglior pregio di questo film è che la sua stupidità (notevole) sia giustificata dall’unione contemporanea di due importanti temi comici: nuovo eroe scopre i suoi poteri + ragazzino si ritrova nel corpo di un adulto.

Partendo quindi da un presupposto di puro disimpegno, Shazam! non è affatto disprezzabile: azione colorata, dialoghi idioti ma consoni al tema generale, un cattivo bidimensionale ma interpretato da un buon attore e un Zachary Levi sugli scudi.

Peccato la sciatteria vergognosa nella raffigurazione dei Peccati Capitali, che eslcudendo “Gola = quello grasso” e “Avarizia = l’unico con quattro braccia” rende i mostri praticamente indistinguibili.

Simpatici i ragazzini (Jack Dylan Grazer sugli scudi), con il complicato stato delle case-famiglia rappresentato in maniera piuttosto dolce e calda.

Azzeccato doppiaggio italiano, tanto love la canzone che accompagna i titoli di coda.

Voto al film: 6

Voto all’applicazione che riconosce le canzoni:
8

Captain Marvel


TRAMA: Anni Novanta. La Terra viene coinvolta in una guerra galattica fra due razze aliene. Carol Danvers, pilota dell’aeronautica degli Stati Uniti, indossa il costume di Captain Marvel e diventa uno dei supereroi più potenti del pianeta.

 

 

 

 

RECENSIONE:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

 

 

 

Speakers’ Corner – The Umbrella Academy

Basata sull’omonimo fumetto di Gerard Way, frontman del gruppo punk-rock “My Chemical Romance”, The Umbrella Academy è una serie televisiva supereroistica che pur piazzando qua e là buon idee sia sul lato tecnico-visivo che sulla sponda prettamente narrativa, non riesce purtroppo a spiccare all’interno di un’offerta tematica ultrasatura come quella dei superumani.

La trama alterna simpatiche ed astruse bizzarrie relative alla disfunzionale famiglia protagonista (sei fratelli si riuniscono alla morte del proprio padre adottivo e cercano di sventare un’enorme minaccia) quanto una serie di cliché ormai arcinoti e dallo svolgimento banale, con il risultato di assistere ad una prosecuzione della storia ondivaga e zoppicante.

La mancanza di una chiara direzionalità espositiva si fa sentire anche per quanto concerne la caratterizzazione dei personaggi, con un’impressione di “freno a mano tirato” che limita un approfondito svisceramento a trecentosessanta gradi di individui sicuramente non noiosi, ma piuttosto limitati nel loro tratteggio psicologico, che avrebbe potuto e dovuto essere ben più esteso.

Tra il cast abbiamo un fin troppo ingessato Tom Hopper, Dickon Tarly de Il trono di spade, Robert Sheehan forse uno dei migliori del gruppo insieme al giovane Aidan Gallagher ed Ellen Page, la cui recitazione sofferente è qui molto più croce che delizia.

Ottime potenzialità, risultato solo passabile.

Peccato.

Spider-Man: Un nuovo universo


Da grande cinefilia derivano grandi responsabilità.

TRAMA: A causa di un macchinario costruito da Kingpin, gli Spider-Man di universi differenti convergono in uno solo in cui l’Uomo Ragno è Miles Morales, un ragazzo di Brooklyn di origini portoricane.

RECENSIONE:

Raro caso di pellicola Marvel non avente come target intellettivo persone reduci da una commozione cerebrale grave, Spider-Man: Un nuovo universo è un esempio lampante di come anche la Casa delle Idee possa sfruttare le suddette idee per proporre al pubblico dei prodotti adatti a tutte le fasce di età, a patto che si decida di anteporre la narrativa sull’azione.

Il film vede infatti come pregio principale quello di riuscire ad orchestrare una storia in cui trovino ampio spazio e realizzazione degli importanti temi morali ed introspettivi, quali il trovarsi o meno a proprio agio nell’ambiente sociale circostante, la ricerca della propria strada indipendentemente dalle pressioni esterne e, ovvio leitmotiv nel caso del Tessiragnatele, la presa di coscienza delle proprie responsabilità.

Ogni versione dell’Uomo Ragno (talvolta nemmeno uomo, talvolta nemmeno umano) incarna infatti una particolare inclinazione dello stesso generico personaggio, risultando un catalogo di figure che sono allo stesso tempo tutti il medesimo individuo e tutti soggetti differenti.

Dall’imbolsito Peter B. Parker in crisi umana e “professionale” ad una tetra versione Noir direttamente uscita dalle pagine di un romanzo hard boiled, fino ad una colorata loli nipponica filo-robot e ad un assurdo maiale fuori di testa, lo spettatore si trova quindi di fronte interessanti varietà di un elemento che già conosce bene, risultando affascinato ma non negativamente spiazzato.

Tra le versioni alternative spicca sicuramente Gwen Stacy, proveniente da una realtà in cui è stato Parker a morire e il cui personaggio è stato scritto con un mix veramente azzeccato di girl power, indipendenza e grinta, senza però sembrare esagerato o forzato.
Non una principessa da salvare né una spietata guerriera picchia-tutti, quindi, ma una semplice giovane donna combattiva e decisa, che lotta per ciò in cui crede non facendosi mettere i piedi in testa dai maschietti.

Ciao, Emma Stone.

L’azione è sì presente, ma più a corredo dell’elemento umano che a suo scapito: grande contributo al lato intrattenimento viene dato da uno stile grafico che se nella raffigurazione delle figure umane risulta piuttosto particolare, quindi può piacere o meno, nei fondali mostra efficacemente i muscoli grazie ad un caleidoscopio di colori meraviglioso ed affascinante.

Elemento di pregio è anche l’ironia, anch’essa azzeccata e, soprattutto, inserita con misura e gusto, a differenza dello sbrodolamento di gag a casaccio ormai consueto per il luciferino connubio Marvel-Disney.

Degno di nota anche il comparto voci in lingua originale, tra cui risaltano Hailee Steinfeld come Gwen, Liev Schreiber per Kingpin e Mahershala Ali per Aaron Davis e Nicolas Cage per Spider-Man Noir.

Una delizia.

Aquaman

Il supereroe che vi farà bagnare.

TRAMA: Dopo gli eventi raccontati in Justice League Aquaman deve fare ritorno ad Atantide per assumere il suo ruolo di sovrano. Ma il Protettore degli Oceani viene chiamato a una nuova sfida, dovendo difendere il suo trono e la Terra dall’attacco congiunto del suo fratellastro principe Orm e di Black Manta.

RECENSIONE:

Concorso di Mister Canotta Bagnata intorno al quale è stato inspiegabilmente costruito un film, Aquaman è una delle pellicole più raffazzonate e baraccone dell’ultimo biennio: sfociando più che sovente nel trash (in)volontario fallisce nel tentativo di offrire uno spettacolo che non sia solo visivamente apprezzabile, ma anche narrativamente consistente.

Nello specifico il film presenta infatti una sceneggiatura troppo pigra e debole, che si limita ad inanellare ogni cliché possibile ed immaginabile tra quelli appartenenti al filone narrativo dei film supereroistici, uniti al classico viaggio dell’eroe.

Vorrei far notare che questo qui indossa dei pantaloni di pelle attillati in fondo al mare.

Possiamo notare, perciò, il protagonista recalcitrante al ritorno in un mondo che odia pur essendo in parte suo, il parente ambizioso e malvagio, lotte intestine di potere con la presenza sullo sfondo di una guerra imminente… tutti elementi cardine della tipologia narrativa di riferimento, con in aggiunta l’aggravante di una banale semplicità espositiva che si tenta però di ammantare di un fastidioso alone di complessa solennità, deleteria per un fumettone muscolare e scanzonato come questo.

Aquaman è infatti un film coattissimo.

«Aquamenne è er fijo da’a reggina de Atlantide e ‘sti pezzenti non je vojono da’ er trono! A’NFAMI-I!»

Equivalente cinematografico del cugino Carmine che in piedi sul Tagadà canta L’Amour Toujours con canottiera bianca, pantaloni Adidas stile Freddie Mercury a Wembley ’86 e petto peloso ornato da crocifisso con Cristo di due chili, la pellicola vede le vicende di un simpatico bietolone che divide equamente il proprio tempo tra il menare cazzotti, elargire battute di dubbio gusto e farsi insultare un po’ da chiunque altro.

Incrocio tra lo Steve Reeves icona dei sandaloni e Bud Spencer, questo colosso con gli shatush piglia a cartoni tutto ciò che gli capita a tiro, mandando tanti saluti a temi di vaga introspezione psicologica quali “anche se sono cattivi, non dobbiamo accopparli”, “svisceriamo il rapporto tra i supereroi e i normali esseri umani” e “perché Kevin Costner ha deciso di crepare nell’uragano?”

Input psicologici emergono da elementi scontati quanto la colomba pasquale il sei luglio: il solito flashback scorreggione sul nostro prode che da infante viene emarginato dai bulletti, solita incapacità di adattamento al mondo in cui ci si trova a causa sia delle proprie abilità quanto per il proprio lignaggio, solita contrapposizione tra chi lo odia, chi lo teme e chi ammira come una celebrità.

«Aspetta un attimo, sarò mica finito in una vergognosa cazzatona…?»

Personaggio che piacerebbe molto a zio Spartaco che gestisce una macelleria al Testaccio ascoltando gli stornelli mentre legge la formazione da’a Maggica, l’Aquaman di Jason Momoa è un tizio veramente enorme.

Ponendo la sua fisicità da Übermensch al servizio di un character ahinoi banalotto, escludendo l’ovvio fascino da bisteccone esercitato su un pubblico femminile con discreta fame, questo Arthur Curry è un semplice pupazzone dall’introspezione abbozzata, che vaga per il mondo con il sorriso ebete di colui che si è appena fumato il calumet della pace con Toro Seduto mentre in fondo al mar con il granchio Sebastian ci sta il suo fratello, sosia sfigato di Eminem a dare battaglia a destra e manca.

Jason Momoa alle prese con la tipica reazione delle fan in sua presenza.

Non basta a sollevare le sorti di Aquaman una discreta capacità registica per quanto riguarda le scene sottomarine che, abbondando di mostri vari, strizzano anche l’occhio alla fantascienza di svariati decenni or sono.
Apprezzabile e ben reso il gioco portante tra le differenze di fisica subacquea e superficiale, ma tale elemento, pur in un cinecomic, dovrebbe essere un contorno visivamente piacevole, e non l’asse portante di un film che, perdonate il facile gioco di parole, fa acqua un po’ da tutte le parti.

Amber Heard solita ultrafigona bidimensionale che con i suoi capelli rossi e l’essere quasi sempre zuppa d’acqua offre un sottotesto porno che presumo di non dover spiegare: poco sorprendentemente il suo personaggio funge da mero (o Mera) satellite amoroso del protagonista, potendo essere sostituito con un cartonato a forma di vagina senza alterare il risultato narrativo.

Ok.

Willem Dafoe come mentore potrebbe anche essere una scelta azzeccata, se non fosse che pure il suo ruolo possieda la profondità narrativa di una pozzanghera. Dolph Lundgren senza spiezzare in due nessuno con annesso imbarazzante crine rubicondo pare a suo agio in un cinecomic più o meno quanto il formaggio sugli spaghetti allo scoglio.

E i cattivi?

Beh, entrambi minestre più che riscaldate: uno è un Black Manta di rara piattezza che funge da mero veicolo per la vendetta unita ad una rivalsa generazionale buttata abbastanza a casaccio.

Ho detto Black MANTA, non MAMBA…

L’altro è l’Ocean Master di Patrick Wilson, aficionado di Wan con cui è alla quinta collaborazione e che, oltre a possedere uno dei nomi più ridicoli nella storia del fumetto americano, imbastisce con Momoa il rapporto che sussisterebbe tra Edmund e Edward del Re Lear se il Bardo avesse scritto tale opera sotto effetto di pesanti oppiacei.

Ogni tanto si parlano, poi si menano, poi si parlano mentre si menano…

Un film che è una burinata unica.

Consigliato però se siete in possesso di una vagina funzionante.

Speakers’ Corner – La Marvel punta sul “Girl Power”. Ma non così tanto.

marvel avengers capitan

A destra il cavallo vincente, a sinistra una tizia espressiva come Jason Statham in una tutina da pilota di Mazinga.

Diciamocela tutta: che il trailer di Captain Marvel sia stato seguito dopo soli quattro giorni dal teaser del prossimo Avengers, l’evento cinematografico più atteso del prossimo anno (che fa capire come siamo messi, ma questa è un’altra storia), è la dimostrazione più lampante possibile che del film su Carol Danvers non frega un tubo nemmeno a quelli che lo hanno realizzato.

Perché non gli interessa? Perché la pellicola con Brie Larson diventerà l’equivalente femminile di quello che Black Panther fu nei confronti del pubblico afroamericano: lanciare sul mercato alla bell’e meglio un supereroe che possiede solo un briciolo di carisma rispetto a personaggi introdotti già parecchi anni (e film) fa in modo da usarlo come un mero e facile mezzo per attirare nelle sale fasce di spettatori statisticamente meno inclini al genere.

Su BP la prova provata sono i tentativi di pomparlo e doparlo in modo disumano ad ogni premiazione possibile (oltre alla recente candidatura ai Golden Globes, basti pensare al putiferio generato da quella geniale idea dell’Oscar al film popolare), per CM le infelici dinamiche temporali con cui si è scelto di pubblicizzarlo.

oscar film popolare

Sparata che ha ricevuto ampi consensi.

Va anche rilevato un altro fattore che accomuna i destini dei due super: la loro peculiarità estetica.

T’Challa di Chadwick Boseman è andato ad inserirsi in un panorama filmico in cui Spawn e il Catwoman con Halle Berry sono a dir poco indecenti, Falcon, War Machine e Storm (aridaje con Halle Berry) hanno ruoli comprimari, mentre il Cyborg della Justice League è un misto delle due.

Se aggiungiamo all’equazione che Hancock con Will Smith evidentemente non conta e del povero Blade di Wesley Snipes nessuno pare avere memoria (vergognatevi: il primo è carino, il secondo anche ed il terzo pure, a parte il fatto che esiste), la nomea di first black superhero era facilmente ottenibile, seppur falsuccia.

pantera nera

Batman dovrebbe farti causa per plagio.

E Captain Marvel con le donne?

Beh, c’è Wonder Woman. Che è della DC.

La già citata Catwoman. Sempre DC.

Il Suicide Squad harleycentrico. Ancora DC.

Ok, e la Marvel?

Beh, oddio: Elektra con Jennifer Garner lasciamo perdere, per la Donna Invisibile ci hanno provato due volte (Alba e Mara) e stendiamo un pietoso velo… l’unica che potrebbe rivendicare lo scettro è la Vedova Nera, oggetto sessuale interpretato da un’attrice apprezzata dal pubblico generalista quasi esclusivamente anche come oggetto sessuale.

Quindi stesso principio del principe di Wakanda.

vedova nera sedere

Un’espressività soda come il marmo.

Supereroe africano perché, sorpresona, una fascia di pubblico è di origini africane.

Supereroe con la vagina perché, sorpresona, una fascia di pubblico ha la vagina.

Che tristezza.

Non è un problema di per sé che la “Casa delle idee” abbia come idea principale quella di fare dei gran soldi: è l’obiettivo principale di ogni mega-impero commerciale che si rispetti, e da fruitore dei loro prodotti bisogna prenderne atto.

Ma magari, ecco, la prossima volta… un po’ meno spudorati

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