L'amichevole cinefilo di quartiere

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Star Wars: Gli ultimi Jedi

Recensire o non recensire, non c’è “provare”.

TRAMA: Rey prosegue il suo epico viaggio verso la scoperta della Forza insieme a Luke Skywalker. Nel frattempo Finn, Poe ed il resto della Resistenza devono vedersela con il Primo Ordine…

RECENSIONE: Dopo Il risveglio della Forza ci si imbarca nell’ottavo giro di giostra (più appendici varie ed eventuali) attraverso la galassia lontana lontana.

Ora, io non so se la Forza scorra potente in questa pellicola.

Perché Gli ultimi Jedi ha dei problemi.

Seri.

Scritto e diretto da Rian Johnson, Gli ultimi Jedi è un’opera piuttosto mediocre che purtroppo non sfrutta al meglio le basi narrative impostate dal suo predecessore, ingarbugliando eccessivamente una trama che viene così resa inutilmente complessa e accartocciandosi su se stessa senza dare una vera svolta al racconto.

Pur presentando infatti elementi di sceneggiatura piuttosto interessanti (su cui non posso essere specifico onde evitare spoiler), ne Gli ultimi Jedi essi affondano in due pecche evidenti che permeano l’intero film: l’errato contesto e la ridondanza.

Per quanto riguarda il primo, temo che il colpevole maggiore abbia la voce argentina e due enormi rotonde orecchie nere, visto che l’ironia che qui si respira è quasi di stampo marveliano per quanto forzata e guizzante fuori dal nulla.
La leggerezza dei toni cozza con le tematiche generali del film, e l’epico scontro tra Lato Chiaro e Lato Oscuro (qui ancora più leitmotiv del film precedente) non assume la drammaticità che teoricamente dovrebbe avere insito, venendo invece diluito e smorzato dal contesto più ampio in cui avvengono determinate situazioni.

Le gag inoltre si susseguono troppo freneticamente ed in modo troppo parcellizzato per essere apprezzate diventando magari in futuro iconiche (alla “Ti amo” – “Lo so” de L’impero colpisce ancora, per intenderci) e sono spalmate su un po’ tutti i personaggi, contribuendone all’appiattimento introspettivo rendendoli quindi tutti un po’ troppo simili.

Se nelle pellicole precedenti avevamo infatti l’ironia savia e pungente di un Obi-Wan, l’ingenuità di un giovane Skywalker, la tosta linguaccia della determinata Organa e la guasconeria sfrontata di Han, qui ogni character fa battute di un po’ ogni tipo in un po’ ogni situazione.

E ciò è male, soprattutto quando vengono sviliti gli antagonisti (povero generale Hux…) facendo subire loro gag che farebbero imbarazzare i Looney Tunes.

Ehi, Domhnall, lo sai che in questo film sei una macchietta imbarazzante?

Per la seconda, dispiace constatare quanto elementi estremamente validi vengano sviliti anche a causa della loro ripetizione idiotproof sul grugno dello spettatore.

Senza fare spoiler, il rapporto tra Kylo Ren e Rey si fortifica grazie ad un espediente che personalmente ho trovato ben pensato, apprezzandolo molto.

O meglio, apprezzandolo molto la prima volta che lo hanno utilizzato e non le successive tre-quattro, piuttosto banalotte ed inutili nel ribadire quanto già ormai assodato.

Non sviluppato poi benissimo l’importante tema del rapporto tra Rey e Luke, allieva e maestro ma anche due anime in cerca di riscatto (la prima) e redenzione (il vecchio Jedi) a causa della minaccia terribile che pende sulle sorti e della galassia.

Skywalker straziato dall’errore nel considerare Ben Solo, figlio del fraterno amico Han, come un nuovo potenziale alfiere della Forza, incarna un maestro molto diverso da coloro che abbiamo già visto nella saga.
Yoda, Obi-Wan (per Anakin prima e il figlio poi) e lo stesso Qui-Gon (ne La minaccia fantasma) venivano presentati con molta dedizione all’addestramento del prossimo, mentre la riluttanza di Luke, seppur giustificata, viene resa troppo schematicamente ed ottusamente visto il pericolo rappresentato dal Primo Ordine e dallo stesso Kylo Ren.

La relazione maestro-allieva si inserisce nell’ormai consolidata tematica tipica di questa saga del confronto generazionale, in cui da un lato le colpe dei padri, biologici e non, ricadono sui figli quanto dall’altro ci sia una vecchia guardia che può agire talvolta in riparazione di esse (dall’archetipo Darth Vader che si ribella all’imperatore fino a tutti gli altri).

Purtroppo Rey-Luke è la più deboluccia fin qui vista.

La speranza, altro grande topos narrativo di Guerre Stellari è qui talmente estremizzato da risultare antitetico: i personaggi la smarriscono molto velocemente, a causa anche alla deleteria estremizzazione dei ribelli come quattro gatti disgraziati contro un esercito gigantesco.

Gli scontri armati, per quanto ben realizzati visivamente (a cominciare dalla battaglia spaziale iniziale d’apertura, veramente spettacolare), sono anch’essi estremamente ripetitivi e spesso presentano il ricorso ad azioni suicide e disperate.
Come detto poc’anzi, anche questo è un espediente che funziona se viene utilizzato dalla sceneggiatura come extrema ratio, non ogni Cristo di volta.

Visivamente la pellicola è ottima, e visti budget, previsto ritorno di pubblico e sviluppo tecnologico sarebbe stato uno scandalo il contrario.
Per quanto riguarda le fantasiose creature presenti, se i porg, sottospecie di quaglie con gli occhioni dolci, mi hanno fatto venire la PTSD ripensando agli odiosi ewoks de Il ritorno dello Jedi, ho trovato carini ma fintarelli i fathiers (cavalli coniglieschi giganti) e già migliori le vulptex.

Ottimo uso in generale del colore, dal rosso-nero-bianco dell’impero del Primo Ordine alle consuete tonalità terrose verde-marrone della Resistenza.
Eccessivo il giallo-nero del pianeta Campione d’Italia, un po’ troppo caricato e stereotipato sulla negatività del denaro e che porta a dialoghi di scarsa innovatività sullo schierarsi oppure no in caso di grandi conflitti.

John Boyega nonostante un’entrata in scena degna dei tre marmittoni recita tremendamente sotto le righe per tutto il film, venendo surclassato dalla brava Kelly Marie Tran, sulla cui back-story avrei preferito maggiore focalizzazione.

Oscar Isaac, pur bene in parte e con un personaggio trattato piuttosto con riguardo in fase di sceneggiatura, continua a darmi l’impressione di uno a cui manchi il punto per fare blackjack, Daisy Ridley si conferma il membro del cast che offre l’interpretazione migliore mentre Adam Driver ha una pericolosità altalenante tra  Adolf Hitler e Dennis la minaccia.

Tra le new entries del cast, piuttosto dimenticabili i bravi Laura Dern dal crine magenta e Benicio del Toro doppiato in modo agghiacciante da Adriano Giannini.
Sempre a proposito di doppiaggio, personalmente credo stoni abbastanza la voce del pur ottimo Francesco Prando su Mark Hamill: dovendo trovare un sostituto dello scomparso Claudio Capone, avrei preferito in sua vece una tonalità più matura come, per dirne un paio, Luigi La Monica o Mario Cordova.

Gli ultimi Jedi porta il nome di una saga entrata nella storia del cinema e divenuta simbolo di una cultura pop-nerd di enorme successo, quindi mi aspetto incassi uno sproposito al botteghino.

Ma rimane uno spreco artistico ed un’occasione mal sfruttata.

Peccato.

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Flatliners – Linea mortale

Elettroencefalogramma piatto: quello che vi verrà guardando questo film.

TRAMA: Intenzionati a indagare i misteri della morte e dell’Aldilà, cinque studenti di medicina compiono una pericolosa esperienza pre-morte.

RECENSIONE: Remake dell’omonimo mediocre film del 1990 diretto dal tizio che ha quasi ammazzato Batman, Flatliners mantiene la sua curiosa maledizione inca relativa al regista, visto che qui abbiamo l’esimio Niels Arden Oplev, già alla guida del celeberrimo (su questo blog) Dead Man Down con Colin Farrell e Noomi Rapace, cagatona stellare ed a mio parere una delle piaghe cinematografiche più pallose che occhio umano abbia mai dovuto subire.

Dai, Colin, non guardarmi così, lo sai anche tu…

Qui il nostro re Mida al contrario riesce nell’impresa di rendere visivamente inappagante un tema (l’afterlife e i suoi misteri) che avrebbe potuto anche essere vagamente interessante e spettacolarizzabile, scegliendo invece di farcirlo pigramente con cliché tecnici vuoti e stravisti.

Tra slow motion di dubbia utilità, birichine copulazioni off-screen ed apparizioni molto poco appariscenti, la pellicola si rivela frizzante e sbarazzina all’incirca quanto il bingo degli anziani il giovedì sera.
Potrei dilungarmi ulteriormente sullo stile registico alternante primi piani di gente catatonica (non sapevo avessero piazzato delle telecamere dentro al cinema) ai soliti ripetitivi jump-scares telefonati un quarto d’ora prima, ma preferisco mettervi una foto di ciò che vedo dalla finestra di camera mia, a simboleggiare la ricerca dell’orizzonte insita nella natura umana e quella di contenuti per un blogger che non sa come arrivare a fine articolo.

La sceneggiatura ha come missione ascetica quella di catalizzare ogni stereotipo umanamente immaginabile del genere.

Riuscendoci.

Tra personaggi smussati con l’ascia, motivazioni che definire farlocche sarebbe cavalleresco eufemismo, sentimentalismo che aspettatevi una causa per plagio dalla Harmony ed una sottospecie di para-morale scorreggiona che non può mai mancare, Flatliners inanella una scenaccia dietro l’altra senza prendersi la briga di fermarsi ad approfondire meccaniche narrative banalissime.

Sorprende che questo film sia stato scritto dallo stesso Ben Ripley che aveva messo il suo talento (questa è squallida, scusatemi) nell’apprezzabile Source Code di Duncan Jones; potrei partire con una filippica sull’importanza e la crucialità della scrittura nella rappresentazione cinematografica essendo quest’ultima una storia per immagini, ma se non si sono impegnati loro nel realizzarlo, non vedo perché dovrei farlo io nel recensirlo.

Vi metto perciò qui sotto il video del primo allunaggio, momento storico per l’umanità e sicuramente spettacolo migliore di questo liquame su pellicola.

In particolare spiccano negativamente i personaggi, il cui spessore narrativo è paragonabile alle sagome di Indovina chi? e che si ritrovano ad ammazzarsi e resuscitarsi a vicenda perché… yawn… perché… per….

Zzzzzzzzzzzzz….

Scusate, mi ero abbioccato.

Nel cast spiccano l’Ellen Page degli X-Men, il Diego Luna di Rogue One, la Nina Dobrev di Tette e Vampiri e… boh, basta, altre facce a caso che interpretano cartonati parlanti.

Ora sarebbe il momento di criticare negativamente ogni stereotipo caratteriale (il donnaiolo, l’ambiziosa, la stressata, il bravo ragazzo…), ma piuttosto vi inserisco il video dei rigori di Italia-Francia del 2006, perché è un pagina sportiva allegra e si rivedono desaparecidos tipo Iaquinta.

Torna dal film originale Kiefer Sutherland nei panni del dottor Cameo de Inutilis: speravo fosse in realtà l’agente Jack Bauer in incognito giunto lì per ammazzarli (definitivamente) tutti e invece no.

Peccato.

Flatliners – Linea mortale: una valida alternativa ad osservare per un’ora e quaranta il sole.

Smetto quando voglio – Ad Honorem

Laurea honoris causa (o ad honorem): titolo accademico onorifico conferito da una università (o da altra istituzione equivalente) a una persona che si è distinta in modo particolare, nella materia di laurea, nel corso della propria vita.

TRAMA: Nonostante l’aiuto fornito alla polizia, Pietro e la banda dei ricercatori sono ancora nei guai. Ora, in carcere ci sono proprio tutti. Chi è il misterioso produttore di droghe sintetiche che li ha incastrati? In cosa consiste esattamente il suo diabolico piano a base di gas nervino?

RECENSIONE: Dopo Smetto quando voglio Smetto quando voglio – Masterclass, uscito sempre quest’anno, si conclude la trilogia con protagonisti il neurobiologo Pietro Zinni e il suo sconclusionato gruppo di laureati.

Più una storia divisa in tre atti incrociati che una trilogia di opere a se stanti (consigliata la visione solo a chi ha visto i primi due film, in caso contrario la comprensione delle dinamiche sarebbe piuttosto confusa), questo Ad Honorem riesce a chiudere le vicende principali completando un percorso narrativo circolare.

Elementi delle prime due pellicole che parevano inizialmente secondari assumono senso logico, con una sceneggiatura che mantiene apprezzabile globalità costruttiva senza perdersi in complicazioni fini a se stesse.
Positiva l’aggiunta di un background all’antagonista che, per quanto semplice, consente di capirne più efficacemente le motivazioni e a dargli quello spessore caratteriale benefico in un’opera con personaggi comici piuttosto estremizzati.

La comicità si mantiene di pregevole fattura ed è strutturata sui consueti più livelli di lettura: sono presenti gag corporali quanto specifici riferimenti culturali-scientifici utili per la caratterizzazione professionale delle “migliori menti in circolazione”, situazioni comiche basate sugli equivoci o altre sulla esagerazione della situazione stessa, linguaggio forbito oppure romanesco, e l’insieme del tutto permette di ridere di elementi diversi in base alla soggettività dello spettatore.

Tra una gag e l’altra si trova il tempo anche per una critica al sistema italiano dell’istruzione, in cui pullulano raccomandazioni, una burocrazia farraginosa ed inutile, tagli su tagli alle eccellenze e notevoli difficoltà per ricercatori, professori meritevoli e gli stessi allievi.

Per quanto tale critica sia piuttosto didascalica è positivo trovarla anche in questo terzo capitolo, essendo il leit motiv da cui nasce l’intera storia a partire dal primo film (il protagonista decise di commerciare droga perché non gli venne rinnovato l’assegno di ricerca dall’università) ed inserendo così un elemento di carattere sociale.

I vari componenti della banda mantengono una propria connotazione caratteriale che oltre a renderli apprezzabilmente simpatici si amalgama bene con quella degli altri membri, grazie ad una scrittura frizzante che riesce a ritagliare ad ognuno un piccolo spazio ilare.

Sugli scudi in particolare il solito Stefano Fresi, qui mattatore nella divertentissima scena della rappresentazione teatrale, e maggior spazio per il Murena di un ottimo Neri Marcorè, anche lui fornito di un passato che gli conferisca tridimensionalità.

Consigliato.

The Place

[…] Quando la fanciulla fu sola, ritornò per la terza volta l’omino e disse: “Che cosa mi dai se ti filo la paglia anche questa volta?” – “Non ho più nulla,” rispose la fanciulla. “Allora promettimi,” disse l’omino, “quando sarai regina, di darmi il tuo primo bambino.”
Tremotino, fratelli Grimm (1857).

TRAMA: Roma. Un uomo misterioso si siede sempre allo stesso tavolo di un ristorante, pronto a esaudire desideri. In cambio, i suoi clienti devono svolgere per lui degli incarichi precisi.

RECENSIONE:

Tratto dalla serie tv statunitense The Booth at the End, The Place è un buon film corale che mostra allo spettatore i patimenti di poveri diavoli, i cui desideri più o meno futili costituiscono il fulcro di ardue scelte morali.

“Place” che è spazio immanente ma dotato di vita propria, trasmessagli dai soggetti che vi entrano ed escono; pur essendo un immobile di mattoni e cemento, il locale in cui si svolgono le vicende diventa un elemento cangiante, sia per la varia gamma di stati d’animo che le conversazioni portano appresso, sia per l’organizzazione del bar stesso.

Colazione, pranzo, aperitivo e cena, il The Place dal nome così comune ed anonimo è un blob ondeggiante, che mantiene il suo punto focale nell’enigmatico personaggio che siede sempre allo stesso tavolo e allo stesso posto, raccogliendo confidenze ed appunti su di una altrettanto enigmatica agenda.

Legame, oltre che con la serie tv di partenza, anche relativo a Cose Preziose, sottovalutato romanzo di Stephen King in cui un vecchio antiquario dona oggetti bramati dai suoi clienti in cambio del compimento di azioni moralmente più che discutibili.

Mastandrea calmo ed asettico, quasi totemico, propone patti atroci con la professionalità di un agente immobiliare: la moralità delle persone come topos principale, con una dimostrazione sociologica su cosa ognuno di noi sia disposto a fare quando spinto da bisogni umani sentimentali e non.

Ognuno di noi vuole qualcosa, è la natura di esseri umani a fondarsi sulla perenne insoddisfazione: ciò che è interessante è l’osservare quali tipi di scelte siamo disposti a compiere per arrivare al raggiungimento di ciò che aneliamo.

La regia di Paolo Genovese, che ritorna a collaborare con alcuni degli attori del suo ultimo Perfetti Sconosciuti (Mastandrea, Giallini, Rohrwacher), utilizza un taglio teatrale piuttosto azzeccato, con il “Place” che diventa vero e proprio palcoscenico, terra di passaggio di personaggi sì abbozzati ma con alcune caratteristiche precisamente definite che contribuiscono a renderli più particolareggiati di quanto il poco screen time permetterebbe.

Altruismo ed egoismo si fondono in un vorticoso e passionale tango, con ripensamenti, indecisioni, evoluzioni del percorso compiuto dai characters alla ricerca di ciò a cui più ambiscono.

Tutto oro ciò che luccica? In realtà no, The Place non è un’opera esente da difetti.

Come ogni film a episodi (anche se bisognerebbe parlare più appropriatamente di trame intrecciate), alcune sottotrame risultano meglio sviluppate rispetto ad altre, che si dimostrano al contrario un po’ troppo didascaliche o con potenziale mal sfruttato.

Secondariamente si nota una colonna sonora che, seppur di buona fattura, alla lunga diventa ad essere troppo invasiva, sottolineando talvolta passaggi che sarebbero stati altrettanto potenti emotivamente (o forse anche di più) se accompagnati solo dai dialoghi.

Difficile descrivere ulteriormente una pellicola basata così pesantemente sul fattore psicologico: in generale The Place è un buon film che, pur con qualche proiettile in canna non sparato, riesce nell’obiettivo di proporre brevi storie discretamente interessanti su moralità soggettiva e limiti etici.

Consigliato.

Blade Runner 2049

I’ve seen things.

TRAMA:
Los Angeles, 2049. Un agente della polizia cittadina, K, fa una scoperta che rischia di gettare nel caos totale quello che resta di una società ormai in rovina. Tale disvelamento lo porta sulle tracce di un ex-cacciatore di replicanti, Rick Deckard, scomparso dalla circolazione da circa 30 anni.

RECENSIONE:

Per la regia del canadese Denis Villeneuve, ancora operante nel genere fantascientifico dopo il più che buon Arrival della scorsa annata, Blade Runner 2049 è un ottimo film che riesce a non sfigurare al cospetto di uno dei più grandi cult della cinematografia moderna, superando così a pieni voti la prova del salto nel buio dovuta appunto al mettere le mani su una pellicola tanto importante.

Pellicola basata sensorialmente sulla vista, con l’occhio che diventa portale di scambio di informazioni a doppio senso, Blade Runner 2049 riesce a sfruttare questo tema anche per quanto concerne l’elemento scenico, andando a creare sequenze che fondono ottimamente elementi filosofico-politici di per sé astratti con una loro efficace rappresentazione visiva.

Attraverso gli occhi vengono innanzitutto identificati i replicanti, tanto a causa del posizionamento del loro numero identificativo quanto tramite il test di Voight-Kampff del primo capitolo; il veicolo sensoriale maggiormente usato per relazionarsi al mondo che ci circonda, in una società basata sulla sempre più galoppante digitalizzazione (internet, media, pubblicità…) nell’universo di Blade Runner è Lettera Scarlatta della propria natura, umana o artificiale che sia, indirizzando quindi il proprio destino verso un orizzonte di prospera autonomia o di preda cacciata dalla comunità stessa.

Fotografia che fa giustamente la voce grossa, con un uso del colore quasi pittorico nel suo sfruttare la stessa pigmentazione di base declinata però in molteplici quantità di toni differenti riuscendo a creare delle inquadrature tanto virtuose quanto eleganti.
L’arancione, il blu, il verde, il bianco si scompongono in moltissime variazioni di loro stessi creando inquadrature suggestive e sensazionalmente vivide. Ogni scena pare un affresco, risultando tanto granitica nella disposizione spaziale degli elementi, spesso statici e talvolta rigidamente mastodontici, quanto fluida e liquida grazie ad un colore cangiante e ad una luce che accompagna a braccetto i corpi con l’efficacia di rotaie parallele.

Importantissima tematica del film è ovviamente il rapporto tra uomini e macchine, che non sono però divisi mediante una separazione duale manichea, ma si ha la presenza di un avanzamento tecnologico su vari substrati.
Oltre ai replicanti veri e propri, distinti in base a modelli di serie in un’ottica paragonabile agli attuali telefoni cellulari, abbiamo infatti macchinari di vario tipo, ologrammi e figure che si avvicinano chi più chi meno alla “qualifica” di essere umano.

Come nella Creazione di Michelangelo, in cui le dita di Adamo e Dio sono vicinissime senza tuttavia toccarsi, così lo spazio di manovra e distinguo tra replicanti e nati umani si assottiglia sempre più, creando interessanti questioni etiche e narrative.

Tra le creazioni artificiali vi sono coloro che anelano profondamente essere considerate umane, mentre sull’altro fronte alcuni umani hanno la funzione di mantenere intatto il muro tra i due mondi; echi sottilmente (ma nemmeno tanto) politici e classisti in cui considerando, come già detto, l’enorme quantità di variabili presenti in “vita”, vengono a crearsi numerose zone grigie tra una fazione e l’altra.

Ryan Gosling sfrutta la recitazione misurata e tra le righe che lo caratterizza attorialmente offrendo un’interpretazione totemica che ben si confà al personaggio.

Serio, conciso e diretto all’obiettivo, il K di Gosling è un individuo lavorativamente senza fronzoli che nasconde però una complessità che si manifesta in modo evidente con il prosieguo della trama.
Un elemento di scompiglio in un mondo sull’orlo di una crisi devastante, che entrerà in contatto con esseri dell’uno e dell’altro schieramento nel corso di un’indagine assai complessa e dalle particolari conseguenze morali.

Jared Leto come imprenditore-santone cieco (anche qui ritorna il tema dell’occhio) il quale sopperisce alla mancanza sensoriale grazie ad una “vista” assai lunga sul futuro che gli consenta di cambiare società ed economia stesse.

Era necessario produrre questo sequel?

No.

Sono personalmente favorevole a Capitoli 2 a distanza di decenni?

Men che meno.

Ma devo ammettere che Blade Runner 2049 mi abbia colpito molto positivamente.

 

P. S. Per meglio comprendere la trama di Blade Runner 2049 si consiglia, oltre ovviamente alla visione del primo capitolo, anche di recuperare i tre cortometraggi rilasciati dalla Warner prima dell’uscita del film, e che fungono a collegamento tra gli eventi presentati nelle due pellicole.

Baby Driver – Il genio della fuga

My daddy was the family bassman
My mamma was an engineer
And I was born one dark gray morn
With music coming in my ears
In my ears.

TRAMA: Baby è un giovane ma abilissimo autista che lavora per un’organizzazione criminale alquanto strampalata capitanata dal ricco e misterioso Doc. Dopo aver conosciuto una dolce e bella cameriera, Baby medita sempre più seriamente di smettere con le rapine; proprio quello che potrebbe essere l’ultimo colpo metterà in pericolo il suo amore e la sua stessa vita.

RECENSIONE: Scritto e diretto da Edgar Wright, Baby Driver è un action movie pimpante e scanzonato, che riesce a spiccare in un genere piuttosto saturo grazie ad un approccio più easy e frizzante della media ed al ruolo preponderante della colonna sonora.

Il regista britannico, celebre per opere molto divertenti come la cosiddetta “Trilogia del Cornetto” (composta da L’alba dei morti dementi, Hot Fuzz, La fine del mondo) e Scott Pilgrim vs the World, riesce infatti ad incanalare la musica nella pellicola rendendone parte integrante in modo talmente massiccio ma allo stesso tempo azzeccato che essa risulta un vero e proprio personaggio.

Di qualità generale ottima, con pezzi tra gli altri di Queen, Blur, Barry White, Simon & Garfunkel, Beck, Beach Boys e Commodores, la musica si adatta infatti precisamente all’umore del protagonista ed al mood delle diverse scene, completandole efficacemente affrancandosi quindi da essere semplice “rumore di sottofondo”, fondendosi invece con le sequenze stesse arricchendole.

Musica che inoltre nel film non solo è semplicemente “ascoltata”, ma anche menzionata, discussa attraverso aneddoti e ricordi, caricata di significati che vanno oltre il mero abbinamento di note e testi.

Attraverso espedienti tecnici intelligenti (come le parole di un testo che compaiono su muri ed insegne mentre il protagonista cammina, i proiettili che vengono sparati a ritmo), lo spettatore si immerge nel mondo di Baby (un bravo Ansel Elgort, già visto in Colpa delle stelle) indossando i suoi auricolari, coperta di Linus contro la violenza intrinseca del suo lavoro e coniugando immagini e suoni.

Senza un buon comparto visivo però lo sforzo della soundtrack sarebbe inutile, e Wright riesce ad imbastire sequenze scene action adrenaliniche senza sfociare troppo in demenziali esagerazioni alla Fast & Furious, comunque spingendosi oltre il limite mantenendo però buonsenso.

Inseguimenti e scontri a fuoco risultano inoltre ben realizzati poiché il punto di vista focale rimane sempre quello dell’autista: ciò che non succede in sua presenza non esiste, è fuori dalla sua portata sensoriale, e si aumenta in questo modo l’immedesimazione del pubblico in ciò a cui sta assistendo senza perdersi in troppe soggettive che servirebbero solo ad appesantire il meccanismo di prosecuzione della pellicola.

Colonna sonora e sapienza nelle scene action riescono a conferire personalità vivace al film,  che si esalta nonostante una trama di base piuttosto ordinaria (criminale vuole uscire dal giro a causa dell’amore per una donna), e rendendo Baby Driver un piacevole unicum.

In una realtà gravida di scavezzacollo sopra le righe, l’amore è il salvagente che permette a Baby di non affogare nel pantano morale in cui suo malgrado è rimasto invischiato.
La colonna sonora diventa qui “rosa con i brillantini” (cit.), esaltandosi attraverso canzoni che veicolino il più positivo dei sentimenti e che si aiutano con gli stessi nomi dei personaggi, sostituendosi ai dialoghi.

Cast azzeccato anch’esso, che riesce a creare buona coralità pur mantenendo in primo piano il protagonista.

Se di Elgort, come già accennato, si può apprezzare la bravura e la capacità di essere credibile come tipo taciturno, solitario e “bravo ragazzo” nonostante la professione, il resto della crew è variegato e piacevolmente sopra le righe.

Dal “Pazzo” di Jamie Foxx, al “Buddy” di Jon Hamm, alla “Darling” di Eiza González, ogni pedina si muove su una scacchiera di piombo, musica ed adrenalina creando un interessante microcosmo di umanità perduta.
Menzione speciale per il sempre ottimo Kevin Spacey, nei panni di un boss criminale sui generis e breve apparizione del bassista dei Red Hot Chili Peppers Flea.

In un panorama cinematografico in cui molti registi/sceneggiatori action pare non abbiano superato lo stadio evolutivo dei crostacei, una pellicola veramente di buona qualità, piacevole e divertente.

Colonna sonora eccezionale.

Consigliato.

Dunkirk

«We shall fight on the beaches, we shall fight on the landing grounds, we shall fight in the fields and in the streets, we shall fight in the hills; we shall never surrender».

TRAMA: 1940. Durante l’avanzata dei panzer attraverso la Francia, soldati alleati francesi e britannici sono circondati dai pari tedeschi sulle coste della Manica: l’unica via di fuga è rappresentata da un’evacuazione via mare.

RECENSIONE: Per la regia di Christopher Nolan, Dunkirk è un film di rara potenza sensoriale, che racconta la cosiddetta “Operazione Dynamo” (così chiamata perché discussa con Winston Churchill nella stanza nel quartier generale della Marina al cui interno era collocata una dinamo che forniva l’elettricità) senza fronzoli che non siano funzionali all’esposizione narrativa stessa.

Abbandonando in parte uno dei difetti principali della sua filmografia (una costante megalolalia che, pur fautrice anche di citazioni entrate nella cultura pop, risulta talvolta fastidiosa e fine a se stessa), Nolan opta per una più confacente e scarna asciuttezza dialettica decisamente efficace, che infatti ben si adatta alla trama e ne rende più diretto l’impatto emotivo sul pubblico.

In uno scenario bellico caratterizzato da una opprimente sensazione di ansia e che, in quanto conflitto armato, dipende direttamente dalla volontà dell’uomo, l’opera pone le sue basi sui quattro elementi naturali, che incidono con cieca indifferenza sulle sorti dei personaggi coinvolti.

La terra è una gabbia senza sbarre, che vede dimenarsi sulla propria superficie quattrocentomila anime in pena strette nella doppia morsa del nemico e di alcune decine di miglia marittime impossibili da attraversare.
Di notevole impatto in particolare la sequenza iniziale del film, che eliminando i titoli di testa introduce lo spettatore nelle viuzze della cittadina francese in un deserto irreale, tenuto sotto scacco da un nemico invisibile ma letale.

La “terra” è anche ascrivibile alla nazione, alla patria, bramata da migliaia e migliaia di giovani stranieri in terra straniera ed ostile, una landa in cui l’ombra di un nemico mai visibile si allunga minacciosa a ghermire giovani vite.

Interessante il capovolgimento nel significato sia concreto che metaforico dell’acqua, alla quale comunemente viene affibbiata una connotazione positiva legata alla vita ed al suo sostentamento mentre incarna qui la doppia valenza di minaccia e speranza.

Se la seconda è dovuta all’incertezza sull’eventuale arrivo di aiuti britannici, con l’occhio di soldati e graduati che volge verso la foschia della Manica, la prima è legata al costante pericolo di annegamento, con navi e barche che possono improvvisamente mutare in sepolcri artificiali sotto i colpi ostili.

Acqua quindi tramite di spostamento ma allo stesso tempo terribile ostacolo, che può in pochi minuti tanto offrire aiuti quanto riempire polmoni: numerose sono in tal senso le scene in cui uno o più personaggi rischiano di affogare, e grazie ad una buona costruzione per immagini tali sequenze riescono ad essere opprimenti ed efficacemente ansiogene.

L’aria è il regno dei mezzi volanti, che alla guisa di angeli metallici possono assumere il ruolo di protettori o sterminatori.
Combattendo a centinaia di metri dal suolo una battaglia allo stesso tempo legata a quella terrestro/marittima (per il loro già citato ruolo offensivo o di supporto) ma anche avulsa da essa, poiché implica dinamiche belliche a se stanti e riconducibili nella loro dinamica ricca di contrattacchi quasi ad ancestrali duelli medievali, essi possono far pendere l’ago della bilancia del conflitto in pochi concitati secondi.
Ben resi dalla regia le schermaglie aeree, spettacolari ma senza essere ridicolmente esagerate.

Il fuoco è la morte. Pura e semplice.
Proiettili, bombe, siluri, esplosioni ed incendi sono presenza asfissiante, poiché anche i momenti di quiete possono essere repentinamente spezzati da un nuovo attacco, un nuovo pericolo o una nuova offensiva di varia fattura.
I visi tesi dei soldati, anche di comparsa, rendono bene l’idea di una situazione assai complicata, in cui è perenne la minaccia a livello del terreno, quanto del mare o dall’alto.

La fotografia esalta il secondo e il terzo elemento giostrando molto bene con l’azzurro e l’arancione, che vengono utilizzati in moltissime tonalità diversi (soprattutto il primo), dalle più accese e limpide fino alle più fosche e spente aiutando in questo modo la connotazione emotiva della scena.
Dopo Interstellar altro ottimo lavoro quindi di Hoyte Van Hoytema ed efficaci scelte di illuminazione e colore, grazie alle quali i soldati sono formiche marroni/nere che picchiettano la brulla spiaggia con il mare sullo sfondo, ad aumentare ancora di più la condizione di difficoltà umana di fronte all’atroce semplicità del territorio.

Ottima anche la colonna sonora del maestro Hans Zimmer, la cui quasi costante presenta contribuisce enormemente al crescendo di tensione all’interno dell’opera.
Molto efficace in particolare l’uso del ticchettio, suono legato indissolubilmente al trascorrere del tempo e a sua volta connesso quindi alle tre linee narrative dalle tempistiche differenti presenti nel film (una settimana per la terra, un giorno per l’acqua e un’ora per l’aria) e al Tempo come tema caro al regista.

Per rendere più efficace la coralità, buona la scelta nel casting di non dare prevalenza specifica a nessuno degli interpreti, creando invece molti piccoli ruoli che, come tessere di un mosaico, rendano tutte insieme il quadro generale.
Come nomi noti, oltre a Tom Hardy nei panni dell’aviatore si segnalano Kenneth Branagh, il premio Oscar Mark Rylance e Cillian Murphy, altro aficionado di Nolan e particolarmente bravo nel ruolo di un soldato traumatizzato dagli eventi.

Menzione speciale per il giovane Fionn Whitehead nei panni del soldato protagonista della sezione terrestre, la cui espressione perennemente corrucciata e le poche parole costituiscono tratti azzeccati nella costruzione del personaggio.

Dunkirk è in conclusione un’ottima pellicola, che racconta senza inutili spettacolarizzazioni e sovrastrutture una storia di uomini e di guerra, unendo ad una sceneggiatura tanto semplice nei contenuti quanto ben riuscita nella rappresentazione un comparto tecnico di tutto rispetto.

Notevole.

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