L'amichevole cinefilo di quartiere

Articoli con tag ‘Cinema’

Sonic – Il film


Must review faster…

TRAMA: Il riccio blu Sonic, proveniente da un altro mondo, si ritrova minacciato dalle mire del Dottor Robotnik e dalle pretese del governo degli Stati Uniti.
Lo aiuterà un poliziotto dall’animo gentile…

RECENSIONE:

Opinione su questo film nell’ottica di una pellicola per famiglie e ragazzini all’insegna del disimpegno più palese?

Questa.

Un’opera media nel senso più stretto del termine.

Perfettamente a suo agio nel genere di appartenenza.

Null’altro da dire.

Madre!


Dimmi, Jean Claude.


TRAMA: Quando un celebre poeta e la sua giovane moglie accolgono in casa due ospiti inattesi, iniziano a verificarsi episodi inquietanti e il loro rapporto idilliaco si trasforma in un incubo infernale.

RECENSIONE:

Se per capire se ti sia piaciuto o meno un film devi rifletterci sopra la mattina seguente credo sia un bene a prescindere, perché significa che ciò che hai visto la sera prima ti ha lasciato qualcosa.

Madre!, oltre a fornire ulteriore prova che Darren Aronofsky dovrebbe sniffare molto meno Viakal (o molto di più), offre una rappresentazione metaforica della Genesi di indubbio impatto visivo, anche se sicuramente potrebbe risultare indigesta ad un pubblico poco partecipe.

La pellicola richiede infatti un’attenzione al simbolismo interno non indifferente, dovuta sia alla scelta di rendere piuttosto scarna la trama fattuale in sé, sia per la presenza di dialoghi asciutti e talvolta relativamente criptici.

La Creazione, il frutto proibito, il circolo uroborico di vita e morte collegate ciclicamente ed il rapporto tra un Dio produttore e un’umanità che è sia prodotto stesso che fruitrice si delinea attraverso scelte visive potenti e sicuramente azzeccate.

La casa come Terra, a delineare il parallelismo tra l’abitazione più piccola e intima di un essere umano e quella più enorme e generica, è un vero e proprio personaggio dotato di vita propria, in un rapporto simbiotico con la sua curatrice non a suo agio vista la presenza di soggetti estranei visti come intrusi invasori.

I dialoghi presentano un’alternanza di conoscenza ed ignoranza che è tipica non solo dell’umanità in sé, ma anche del nostro rapporto con il trascendente.
Il Dio di Javier Bardem si trova talvolta ad avere informazioni celate alla Terra di Jennifer Lawrence, mentre al contrario ignora totalmente le motivazioni che spingano le folle a comportamenti deviati.

La divinità scrittrice, che offre con intenti positivi un prodotto alla massa, ne subisce poi l’eccessivo fanatismo e la tracimazione delle loro debolezze che esso comporta: l’Uomo infatti non è in grado di apprezzare il Bello di per sé, perché odio, egoismo ed avidità lo corrompono impedendogli di trovare la serenità in un bene condiviso con i suoi simili.

Madre! è un’opera sicuramente ambiziosa, che in quanto tale non ha trovato nè l’approvazione generale della “poca” critica (spaccata in due), nè il supporto al botteghino del “grande” pubblico (costato 30 milioni di dollari, non è arrivato a 45).
Nonostante ciò un film che merita sicuramente la visione, se non altro per la sua prepotente ricchezza tematica e per la particolarità dell’idea alla base.

Birds of Prey e la fantasmagorica rinascita di Harley Quinn


Cristo, la cavalleria è proprio morta: così tante belle fanciulle e niente rose?

Solo pistole?

Benvenuti nella giungla…

TRAMA: Dopo aver abbandonato il Joker, Harley Quinn e altre tre donne in lotta contro il crimine, Black Canary, Huntress e Renee Montoya, uniscono le forze per salvare la vita di una bambina minacciata da un malvagio signore della droga.

RECENSIONE:

Diretto dell’esordiente cinese Cathy Yan, al suo primo lungometraggio ad alto budget…



No, come inizio è troppo classico…



Dopo Suicide Squad ritorna Margot Robbie nei (pochi) panni di…



Nah, troppo banale…



Ok, ragazzi, la butto sull’informale: questo film è una boiatona.

Suicide Squad era una roba da cavarsi gli occhi con un cacciavite arrugginito.
E ovviamente hanno dovuto dargli un sequel.

Margot Robbie si sta creando una carriera basata su personaggi sfaccettati ed interessanti.
E ovviamente ritorna a fare il punching ball del Joker.

Ghostbusters, Ocean’s 8 e Charlie’s Angels hanno floppato più del Betamax.
E ovviamente Hollywood propina al pubblico un’altra inutile pellicola action con cast femminile.

OVVIAMENTE.

Birds of Prey e un titolo che sarebbe piaciuto a Lina Wermüller fallisce sotto ogni singolo punto di vista, non offrendo un prodotto apprezzabile né per umorismo, né per azione e tantomeno non per la sua costruzione narrativa, che risulta insipida e banale.

La sceneggiatura, probabilmente scritta percuotendo una tastiera con degli assorbenti usati, è infatti basata per una buona prima metà su piani temporali intrecciati che rendono l’esposizione non complessa in sé, ma inutilmente contorta.
Essa non è inoltre arricchita dall’umorismo, visto che la sua presumibile brillantezza Quinncentrica stanca troppo presto: la presentazione di situazioni sopra le righe che facciano da traino per le gag è infatti estremamente ripetitiva, troppo focalizzata sulle espressioni da MoNelLa PaXXXeReLla della Robbie e sul meccanismo “È matta, quindi fa quel cazzo che le pare”.


Se ciò riesce a provocare nello spettatore un solco lungo il viso come una specie di sorriso nel primo paio di occasioni, un così scontato meccanismo non è assolutamente sostenibile per una (luuuunga… leeeeenta…) ora e quaranta di pellicola, che risulta ripetitiva in maniera stomachevole, anche vista la scarsa fantasia delle sequenze più movimentate.

Asia Argento, sei proprio tu…?

Le scene d’azione hanno schemi di combattimento così lineari e impiegatizi da renderle letteralmente eterne, basandosi unicamente su interi, stancanti minuti di fanciulle che menano le mani in modo assai poco coreografico contro bestioni grossi il doppio di loro.

Oltre a mostrare più calci contro le palle in questo film che nell’ultima Finale di Champions League, gli scontri di Birds of Prey e la prossima volta scegliete un titolo più corto offrono dannatamente poco, sia perché relativi su personaggi che non dispongono di particolari abilità se non quella di usare calci e pugni (escludendo Black Canary, sfruttata poco sorprendentemente con il buco del culo), sia per il loro minutaggio tedioso e affossante.

In pratica Birds of Prey e l’inarrestabile discesa dei miei coglioni è The Raid con le sue cose.

Posh me la ricordavo diversa…

Pregevole inoltre che un film teoricamente basato sull’empowerment femminile e sull’affermazione di indipendenza delle donne, che possono spaccare i culi dei maschietti quando più lo desiderino, abbia una trama che trae le sue origini fondanti dalla possibilità di trattare Harley Quinn come un pezzo di carne perché non ha più la protezione di Joker.

Harley è rispettata solo perché ha un partner suonato, violento e sadico, che potrebbe verosimilmente porre in atto tremende vendette contro chi faccia del male ad una sua proprietà (ovviamente più per affermare il proprio alphismo nei confronti di possibili rivali che non per difendere “l’amata”).
E quindi una volta che la separazione acquisisce dominio pubblico, Quinn diventa il bersaglio di tutti coloro a cui abbia fatto torti in passato: minacciata da una lista infinita di figure in cerca di vendetta, passa metà del tempo a scappare e l’altra metà prigioniera o in pericolo.

IL MODELLO FEMMINILE, signore e signori.

Con la nuova serie di coltelli Miracle Blade…

Caratterizzazione dei personaggi così inesistente che in confronto le Spice Girls sono personaggi di Dostoevskij.

Nel parco squinzie, oltre all’Arlecchino del nudo frontale di The Wolf of Wall Street, spiccano infatti:

– Black Canary, che è tosta, sarcastica e aggressiva.
– Huntress, che è tosta, sarcastica e aggressiva.
– Renee Montoya, che è tosta, sarcastica e aggressiva.
– Cassandra Cain, che è un odioso, piccolo mostriciattolo insopportabile.

Eh, già: se buona parte della trama di un film viene incentrata sul difendere un pischello, magari non scriverlo simpatico quanto carta igienica vetrata potrebbe essere un’idea vincente.

Vista la scrittura pedestre dei personaggi, ovvio che il cast di contorno assuma un’importanza risibile, sia mai che non risplenda abbastanza l’ex psichiatra di Arkham.

Tra le vagine da esposizione fa specie se non altro Mary Elizabeth Winstead, che ormai suppongo possieda un dipinto che invecchi al posto suo.

Solo ❤ per MEW

Ella Jay Basco, la giovane interprete di Cassandra Cain (Dante Basco è suo zio, mi è venuto in mente solo ora di controllare) ha un’unica espressione basata sui suoi imbolsiti occhi a mandorla (ma come già scritto ha in mano un personaggio osceno, quindi non me la sento di gettarle la croce addosso).

Due personaggi sulla carta interessanti come Black Canary e Victor Zsasz averli o meno sarebbe stato indifferente: bidimensionale pheega tosta la prima, che nel caso ve lo stiate chiedendo no, non c’entra quasi un’ostia con la sua controparte originale fumettistica, mentre il secondo offre un apporto inferiore persino a quello nel videogioco Batman: Arkham Asylum.

In cui lo stendevi saltandogli addosso…


Però Serenate cinematografiche è un blog crudo ma anche onesto, in cui viene dato a Cesare quel che è di Cesare.

Posso essere ironico o sarcastico ai limiti del socialmente accettabile, ma quando trovo qualcosa che mi sorprenda non mi faccio problemi a riconoscerlo.

Grande attore che a causa di ricatti, avidità o turbe psichiche accetta di recitare in un troiaio” non è l’idea di un prossimo episodio di Black Mirror.



È lui.

 

Sarò sincero.

Ewan McGregor non ho davvero capito cosa cazzo ci faccia qua dentro.

Villain oscuro e tormentato dell’Uomo pipistrello, qui il buon Black Mask è una patetica e tristanzuola macchietta.
L’ex rampollo miliardario Roman Sionis, che in un impeto di furia verso l’alta società che tanto disprezza uccide i genitori per poi indossare una maschera realizzata con l’ebano della bara del padre, qui è poco più che un cazzone dalla lingua lunga, la fissa per l’igiene (?), uno sfumato sottotesto omosex (???) e la minacciosità discutibile.


E lo diamo da interpretare ad uno degli attori più talentuosi della sua generazione.

Ma perché???

È finita, Ewan. Sto più in alto di te…

Come in Suicide Squad, colonna sonora senza alcun senso logico se non proporre un’accozzaglia in stile compilation stagionale di Hot Party che non riesce a dotare di uno stile definito il lato acustico di questa sòla.

Birds of Prey e se fosse stato un porno almeno sarebbero stati contenti i segaioli è purtroppo un filmetto da quattro soldi, caratterizzato da uno sfruttamento superficiale e becero del materiale di partenza, ironia insulsa, combattimenti noiosi ed un mancato senso del ritmo espositivo che lo rende una palla immane.

Questo film è spazzatura.

Evitatelo come i monatti.

Dov’è il mio corpo?


Basato sul romanzo del 2006 Happy Hand di Guillaume Laurant, Dov’è il mio corpo? è un delicato ed intenso film d’animazione, che offre uno svolgimento narrativo emozionante corredato da toni profondi.

Sì, lo so cosa starete pensando: “Cristo, Mattia, UN ALTRO film in cui una mano mozzata si anima e cerca di ricongiungersi con il resto del suo corpo? Che palle, ne ho già visti a decine!”

Eh, lo so, purtroppo le idee interessanti scarseggiano… nonostante ciò, sia l’arto tagliato che affronta il moderno caos della metropoli zampettando verso il suo ex proprietario sia il suddetto protagonista la cui vicenda viene narrata mediante flashback (quando ancora era un pezzo di carne unico) vanno a formare un doppio binario di viaggio (corporeo e di maturazione caratteriale) che offre un parallelismo di intenti quanto mai azzeccato.


Il membro più taciturno della famiglia Addams è infatti una potente metafora di insoddisfazione e incompletezza, il simbolo tangibile e fisico della necessità di trovare la propria strada nel mondo, attraverso la ricerca di un ambiente e di un percorso a noi confacente.

La mano ha un unico scopo: quello di ritornare ad essere un elemento del tutto, dell’organicità plurale che è l’anatomia umana: lo stesso desiderio di ciascuno di noi, che nella propria vita tenti, attraverso alternative più o meno varie, di inserirsi in una società complessa e variegata mediante le scelte scolastiche, professionali e sentimentali che via via ci si dipanano davanti.

Il giovane Naoufel ha subito più di una grave perdita nel corso della sua breve esistenza, dovendosi adattare ad uno stile di vita complesso e in cui continua a trovarsi pesce fuor d’acqua.

Il caso però dà e toglie, offrendogli l’opportunità di una piccola ma significativa svolta alla propria vita; noi vediamo il ragazzo in una condizione inizialmente miserabile, ma attraverso i ricordi, persino tattili, della sua mano destra possiamo andarne a conoscere le vicissitudini e le speranze, formando un potente rapporto empatico non solo con lui, ma persino con il suo arto perduto.

Animazione dallo stile particolare, con un pregevole uso del bianco e nero per i ricordi nel protagonista da bambino e del colore quando è adulto, la scelta di avere pochi ma significativi personaggi di contorno fa sì che lo spettatore si concentri sulle entità separate dello stesso individuo, rendendoli due personaggi propriamente distinti.


Ciò che avrebbe potuto risultare grottesco e respingente riesce quindi invece ad attrarre dolcemente, senza scadere in una crudezza immotivata o in eccessivi deragliamenti nel melenso.

I primi piani sulla mano durante i ricordi sono un elemento di rara efficacia, e riescono a trasmettere allo spettatore delle sensazioni tattili estremamente difficili da rendere tramite un mezzo audiovisivo come il film.

Distribuito da Netflix, candidato ai prossimi Oscar come miglior film d’animazione, dura un’ora e venti.


Non avete scuse.

1917


Per guerra di trincea s’intende un tipo di guerra di posizione nella quale la linea del fronte consiste in una serie di fortificazioni difensive. Conobbe il suo apice nei sanguinosi combattimenti della prima guerra mondiale: solamente durante la battaglia di Verdun (febbraio-dicembre 1916) 700.000 soldati vennero feriti o uccisi, senza che la linea del fronte mutasse in maniera sostanziale.

I soldati molto spesso morivano a causa della poca igiene ed erano soggetti al rischio di impazzire.

TRAMA: Nel 1917, all’apice della prima guerra mondiale, due giovani soldati britannici stanziati nel nord della Francia vengono incaricati di consegnare un dispaccio che avverte di un imminente attacco a sorpresa dell’esercito tedesco ritiratosi oltre la Linea Hindenburg.
Per salvare le vite di oltre 1600 commilitoni, tra cui il fratello di uno di loro, i due cominciano una solitaria corsa contro il tempo attraverso il fronte occidentale, avventurandosi in territorio nemico.

RECENSIONE:

Diretto da Sam Mendes e ispirato dai racconti di guerra di suo nonno, 1917 è un viaggio di speranza e desolazione: due giovani prodotti del proprio Paese, mandati a lottare per esso in terra straniera, diventano loro malgrado i latori di un’informazione che potrebbe salvare o condannare migliaia di altri loro omologhi.

È il singolo quindi a tenere nelle proprie mani le sorti del collettivo: il congiunto (in questo caso il fratello di uno dei protagonisti) diventa un primus inter pares emotivo che è apparente ma non realmente effettivo, in quanto nella grande visione delle cose egli non è altro che una pecora mischiata al gregge di soldati la cui vita è appesa ad un filo.

Non si salva il parente, ma il gruppo di cui egli fa parte.

Ad assumere la parte del leone in questo film è l’elemento strettamente tecnico.

La scelta infatti di un unico piano sequenza lungo circa due ore contribuisce a rendere lo spettatore un terzo compagno d’armi dei due caporali; egli può quasi respirare l’aria pesante del campo di battaglia, provare sulle sue spalle l’affanno dei soldati e sentire il pesante macigno costituito dalla loro opprimente situazione in terra ostile.

Importantissima è quindi l’erosione della distanza tra l’opera e il suo pubblico, poiché è fondamentale lo sviluppo di empatia nei confronti di personaggi che si trovano a compiere una missione perigliosa e complessa.
Venire trasportati in un’epoca ed in un contesto così diversi dal nostro catapulta lo spettatore dal tranquillo tepore imbottito della sala cinematografica ad una landa fredda ed impregnata del gelido alito della morte, suscitando in lui sensazioni profondamente estranee al suo stato attuale.

Ogni anfratto in cui si entri, ogni trincea che si percorra, ogni metro di fango che si debba conquistare strisciando è un passo in più verso l’obiettivo, verso i commilitoni da salvare, e allo stesso tempo un rischio in meno da superare e conquistare.

Ogni figura professionale che abbia svolto la sua parte nelle riprese tecniche di 1917 ha svolto un lavoro egregio: il finto piano sequenza, pur evidente grazie a dei “neri” saltuari, è veramente ben orchestrato, piegando il passare del tempo (in realtà molto più dilatato rispetto ai centoventi minuti circa di durata filmica) ad uso dell’efficacia espositiva della narrazione, e scegliendo angolazioni di ripresa sempre ficcanti ed appropriate.

Non si teme perciò un effetto spaziale straniante dovuto alla magari difficile comprensione dello spazio circostante le figure umane, ma si sceglie sempre quanto vicino o lontano debba sostare l’occhio della camera in relazione alla specifica posizione dei personaggi.
In tal modo lo spettatore può rendersi saltuariamente conto di cosa circondi i soldati, di quanta strada abbiano ancora da percorrere e quale sia l’ostacolo in cui si trovino o debbano scavalcare.

Cast sorretto da due giovani protagonisti, accompagnati in ruoli di contorno da interpreti ben più noti ed esperti.

George MacKay (Bill Turcotte nella miniserie 22.11.63 tratta dall’omonimo romanzo di Stephen King) è il membro della coppia più in balia degli eventi: un giovane uomo che, trovatosi affidatario quasi per caso di una missione estremamente ardua, tenta di portarla a termine sorretto unicamente da una solida determinazione.
Emblema del buon soldato, che esegue gli ordini scegliendo però al contempo la modalità effettivamente giusta nel seguirli, il suo caporale Scofield subisce una mutazione di arco psicologico dopo il primo terzo di pellicola, portandolo in seguito ad essere un personaggio a cui lo spettatore possa meglio relazionarsi.

Dean-Charles Chapman (Tommen Baratheon ne Il trono di spade) è invece quello più coinvolto emotivamente dalla missione, sia perché colui a cui principalmente è stata affidata, ma soprattutto in quanto tra i commilitoni in pericolo di cadere in una trappola dei tedeschi si trova suo fratello maggiore.
Qui il dovere legato alla professione bellica si trova perciò a fondersi con l’amore familiare: esiste solo una direzione di marcia, che dev’essere per forza avanti; non c’è bisogno di discutere o di temporeggiare inutilmente, pena il rischio di subire una devastante perdita.

Mark Strong, Colin Firth, Benedict Cumberbatch e Richard Madden interpretano vari ufficiali che incarnano le diverse anime del potere in tempo di guerra: la determinazione, l’empatia verso i sottoposti, la severità e il rigore della disciplina.

Poche battute per ciascuno di loro, grandi nomi che vengono posti in secondo piano in modo da non distrarre l’attenzione dal percorso principale.

Una pellicola maestosa per una vicenda appassionante.

Jojo Rabbit


Adolf, amico mio. Abbracciami, guascone.

TRAMA: Nella Germania nazista del 1945, Johannes Betzler detto Jojo è un bambino di dieci anni che vive solo con la madre, trascorrendo le proprie giornate in compagnia del suo amico immaginario: una versione infantile e buffonesca di Adolf Hitler, frutto della sua cieca ammirazione per il regime in cui è nato e cresciuto.
Liberamente tratto dal romanzo del 2004 Il cielo in gabbia di Christine Leunens

RECENSIONE:

Detesto La vita è bella.

Non è colpa mia, è che mi disegnano cosi.

Credo sia uno dei filmetti più faciloni degli ultimi trent’anni, una banale alternanza di scenette gioiose (nella prima parte) e deprimenti (nella seconda) proposte in entrambi i casi piattamente.

Un film cucito su misura per un pubblico che presenti un impegno intellettuale ed artistico pari a zero, una pellicola che vede il suo più enorme difetto nello spernacchiare non tanto il regime nazista quanto, paradossalmente, il dolore di tutti coloro che hanno sofferto per le atrocità degli anni ’30 e ’40 del Novecento.

I lager ridotti a campo giochi a premi.

Che scemi gli ebrei a creparci a milioni.

Quando si considera l’opportunità di donare un tono ironico e delicato ad un periodo storico tra i più cupi che l’uomo abbia mai conosciuto, io consiglio sempre il pregevolissimo Train de vie – Un treno per vivere di Radu Mihăileanu.

Le tragicomiche vicende di un villaggio ebraico che acquista un treno per fingersi un convoglio ferroviario nazista (con tanto di cittadini agghindati da ufficiali) e poter raggiungere in questo modo la Terra Promessa passando dall’Unione Sovietica è infatti un piccolo gioiello che troppo spesso viene oscurato dal più celebre “cugino”.

Li mortacci vostri.

Jojo Rabbit non è La vita è bella.

Non ne ha la pretenziosità, non ne ha la banalità.

Jojo Rabbit non è Train de vie.

Non ne ha la raffinata delicatezza di tono.

Ma è un’opera azzeccata e notevole.

Commedia nera, nazista ma non gaia, Jojo Rabbit è l’esperimento tanto strambo quanto incredibilmente riuscito di mettere alla berlina il nazionalsocialismo teutonico utilizzando come mezzo il candido occhio di un bambino che nutre verso di esso una ingenua esaltazione.

Quel mattacchione di Taika Waititi (nei panni anche del Fuhrer, ma ci torneremo poi) con la sua regia fracassona e godereccia crea uno spettacolo pirotecnico di magia e vita, permettendo al piccolo protagonista di risplendere di luce scenica e mettendolo come chiesa al centro del villaggio senza però caricarlo di eccessive responsabilità narrative grazie ad un gruppo di adulti in gamba.

Un’opera flamboyant, che riesce ad arricchire di comica poetica argomenti serissimi e drammatici, andando a intingere talvolta di nero fumo una commedia rischiosissima ma nella quale il gioco vale decisamente la candela.
Anche le gag più banali e scontate, talvolta basate su giochi di parole, vengono architettate con una precisione chirurgica, che ad un approccio poco attento sembrerebbe poco addirsi ad una commedia caciarona, cosa che Jojo Rabbit infatti non è.

Il contrasto dovuto ad un confronto impietoso tra la realtà storica e l’elemento farsesco della trama crea quindi un piacevolissimo stato di perenne assurdità, con la trama che diventa un trapezista circense in bilico tra la parodia e la farsa; nonostante ciò, non ci si dimentica della profonda ingiustizia di quell’epoca, e di quanto dolore e sofferenze abbia portato nelle vite di milioni di persone.

La morte e il cordoglio sono infatti gestiti da Jojo Rabbit con grande maturità e rispettosa grazia, senza lesinare talvolta qualche cazzotto ben assestato all’apparente tranquillità emotiva dello spettatore, magari adagiato sulle comode coltri dell’ironia.
Il film è ambientato nella Germania tardo nazista, e le atrocità di tale contesto storico-geografico sono ben presenti e mostrate al pubblico, pur se ornate talvolta da pagliacciata: quando viene utilizzata la sciabola dell’estremizzazione sarcastica funge però da importante veicolo attraverso il quale morte, paura e guerra vengono ferocemente criticate, esacerbandone i lati più assurdi ed iniqui.

Recitazione dei bambini di alto livello, con i piccoli protagonisti che, alla maniera di un Moonrise Kingdom, riescono ad essere ben caratterizzati ed estremamente accattivanti; scaldando il cuore dello spettatore, i ragazzini non sono gli insopportabili marmocchi che tanto infestano le pellicole a loro dedicate (a causa dell’erronea equazione “esagitato rompicoglioni=simpatico frugoletto”) ma personaggi delineati piacevolmente e dotati di delicate sfaccettature.

Taika Waititi un vero spasso nei panni di un Hitler prodotto dalla mente di un bambino e in quanto tale cartoonesco ed esagerato.
Nonostante si potesse calcare la mano sul leader nazista, rendendolo corposo ed ingombrante elemento, Jojo Rabbit sceglie al contrario di tenerlo come speziato contorno più che portata principale, aumentandone la carica comica e surreale grazie appunto al dosaggio della sua presenza.

Scarlett Johansson, che fa doppietta di Nomination agli Oscar con Storia di un matrimonio, nei panni di una madre coraggio ricca di spirito, ruoli che spero la portino sulla strada della vera recitazione a dispetto dell’inutile Vedova Nera in arrivo; il dinoccolato spilungone Stephen Merchant ottima scelta di cast per il gerarca nazista, grazie ad una fisicità che lo rende quasi più simile alla Morte personificata de Il settimo sigillo che ad una persona vera e disumanizza il suo ruolo professionale.

Menzione speciale per un Sam Rockwell potrebbe essere attore non protagonista pure in Declamazione dell’elenco telefonico di Biandrate e lo adorerei comunque, alle sue spalle Alfie Allen e Rebel Wilson simpatici in piccoli ruoli.

Consigliatissimo.

City of Crime


Perché “Criminopoli” in effetti suonava male…

TRAMA: New York. Un detective è sulle tracce di due rapinatori che hanno ucciso otto poliziotti. Nel corso della caccia all’uomo, che si compie nell’arco di una notte, e dopo aver scoperto una gigantesca cospirazione, matura la sensazione che nulla sia come sembra…

RECENSIONE:

Pronti via e stiamo già ad un sermone di un funerale ammazza che palle va bene che quello del poliziotto sia un mestiere pericoloso che devi combattere contro i criminali incalliti non sai mai se tornerai a casa e ti salta fuori da un anfratto il tossico schizzato o la puttana guatemalteca di novanta chili o che ne so però per iniziare un film con oggi ci siamo domani chissà Gesù che pesantezza ovviamente il ragazzino deve intraprendere il percorso paterno perché la mela non cade mai lontano dall’albero a meno che la mela sia quella di Newton allora uuuuuh che casino che poi si fanno i peggio dissing con Leibniz ma qua stiamo perdendo il filo dove eravamo ah già bom salto temporale di un ventennio ma non quello del Duce e la polizia ha gli affari interni cattivoni ma che poi dico io non ne hai abbastanza dei casini esterni c’hai pure quelli interni ok questo tipo è una testa calda stile BANG BANG vi ammazzo tutti figli di puttana ma figurati se non sente la mancanza della figura paterna che modestamente signora mia non sarò Freud ma a psicologia ho un certo fiuto basta solo avere un occhio acuto e le orecchie aperte se capisce cosa intendo ammazza pure la madre con l’Alzheimer oh va bene che le disgrazie portano all’empatia ma con questo qua pure i gatti neri si grattano i coglioni

tra una panoramica e l’altra sulla Grande Mela arrivano i cattivi accompagnati da una musica che è di un simil tribale che manco fosse Shaka che scatena gli Zulu tic tic tic ed entrano a rubare poi oh toh c’è più coca che ad un party di Umberto Smaila uno dei due vuole andarsene l’altro piglia tutto vince il più cattivo perché sennò il film non va avanti arrivano gli sbirri e scoppia un troiaio che la metà basta otto poliziotti morti e via andare vroomm sulle ali della notte con solita inquadratura sullo skyline che manco i sogni erotici di Renzo Piano e arriva il nostro eroe Pantera Nera incazzato come una biscia che guarda i corpi morti dei suoi ex colleghi e boh la scena più che scatenare reazione emotiva mi pare abbastanza scorreggiona ma io una divisa non l’ho mai portata che al massimo la t-shirt aziendale NO OH FERMI TUTTI ma perché cazzo ci sta J.K. Simmons in ‘sta boiata che ok fa il capitano ma PERCHÉ CAZZO CI STA J.K. SIMMONS IN ‘STA BOIATA

Sienna Miller è la topa del film che ormai non mi stupisco più di nulla tanto qua il casting lo hanno fatto fare ad un bambino bendato come nelle estrazioni del Lotto un tizio che vomita che è casualmente la mia stessa opinione finora sulla pellicola Taylor Kitsch nomen omen ricostruzione della dinamica della sparatoria eh ma gli accordi erano che ci fosse meno coca perché che avresti preferito la Pepsi no dai ok questa mi è scappata però era brutta ma come si fa dico io affari interni ancora ma basta per Dio Pantera Nera vuole chiudere Manhattan isola che mi risulta avere la bellezza di 1,6 no dico UNO PUNTO SEI milioni di abitanti e questi qua la isolano dal resto degli Stati Uniti manco fosse un monolocale da disinfestare ma seriamente mi sto guardando una roba del genere ho capito Wakanda Forever ma qua si esagera nel frattempo trattativa tra i due cazzoni con chi li ha assunti ok ho i soldi ma come cazzo li spendo beh dai sono problemi anche quelli immagino e si scopre la loro identità

scena in disco la cui utilità mi sfugge a parte essere un’occasione per sforacchiare a caso un tipo fondamentale per arrivare ai criminali che quindi viene accoppato e via che ci sono collegamenti in alto poco chiari o meglio poco chiari se non hai mai visto un poliziesco in vita tua che vabbè nuova identità dei due peones altra sparatoria ad cazzum ma qua il piombo vola come folaghe J.K. Simmons paternale inutile qualcuno lo salvi finché siamo in tempo altra corsa per il nascondiglio dei tizi irruzione che puzza più dell’ascella di un muratore algerino il 21 agosto infarcita con un’altra ennesima sparatoria da venti secondi inutile Riggs e Murtaugh versione criminale si separano Kitsch crepa ma non era quello più abbronzato che di solito nei film stira le zampine per primo ma fa lo stesso lasciamo perdere che qua si scade nel non politicamente corretto

occhio che qua stronzo numero due rivela la storia della rapina e a Black Panther non torna un cazzo ma nemmeno un pene quindi il merdone sta cominciando piano a piano a dipanarsi però chiacchiera che ti chiacchiera il furfante scappa ma osteria chiamate gli altri Avengers perché questo qui è il supereroe del discount almeno Thor gli attaccava la 220 o tre sfogonate in genere altro giro altro dialogo utile come un buco del culo sul gomito che qua sono tutti corrotti come un arbitro con il Rolex hai capito a non fare il test di cultura generale nelle selezioni per il personale pubblico che io da cittadino onesto che paga le tasse pretendo che i tutori dell’ordine sappiano chi ha vinto Sanremo nel 1997 che esatto ho scelto proprio l’anno dei Jalisse perche vacca boia sono gli Eurythmics italiani mica ceci

ultimo inseguimento finale-finale con solito giochino della metropolitana con dentro-fuori dai vagoni che manco se non hai il biglietto che magari è pluritimbrato perché l’hai pagato di più Sienna Miller spara al nero che muore per ultimo e ovviamente salta fuori che è coinvolta nel mega complottone come pure Simmons che finisce ammazzato e se reciti in delle cagate del genere mi sembra anche il minimo Miller invece vive perché siamo female friendly primo piano sul Panterone panoramica sui grattacieli e buonanotte ai suonatori.

Abbastanza una cazzata.

Cloud dei tag