L'amichevole cinefilo di quartiere

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The Old Guard


«Il film è tratto da un fumetto».

«Uh, questo è male…»

«Ma il fumetto NON è della Marvel».

«Questo è bene!»

«I protagonisti sono immortali, il superpotere peggiore della storia».

«Questo è male…»

«Ma il cast è di buon livello».

«Questo è bene!»

«È distribuito da Netflix».

«Questo è male…»

«Ma Netflix ha distribuito anche The Irishman».

«Questo è bene!»

«La regista è la stessa de La vita segreta delle api».

«E questo è male!»

«Posso recensire ora…?»

TRAMA: Un gruppo di soldati dotato di immortalità ha combattuto durante le guerre più importanti della storia dell’uomo. Sulle loro tracce si mette un’organizzazione criminale…

RECENSIONE:

Tratto dalla graphic novel omonima, The Old Guard è un prodotto action che si inserisce nel filone “angeli custodi con poteri” fumettistico (dagli X-Men a seguire) senza sfigurare particolarmente ma non mostrando al contempo eccessivo brio.

Come i più recenti Umbrella Academy e The Boys, il film dovrebbe infatti trarre la propria linfa vitale dall’esplorazione narrativa dei diversi componenti del gruppo, ma ciò qui non accade, poiché la pellicola non permette, a causa della notevole mole di trama ed informazioni rigurgitata sullo spettatore, di focalizzarsi efficacemente su alcuni specifici punti del gregge personaggistico.

Il risultato è un prodotto purtroppo estremamente generico e generalista, che pur non dimostrandosi di qualità bassa e non palesando clamorose scempiaggini da matita rossa, lascia una spiacevole sensazione di già visto, unita al dubbio su quanto il medium filmico sia efficace per esporre una storia disperatamente bisognosa, in realtà, delle tempistiche espositive tipiche della serie tv, più dilatate e permissive in tal senso.

La trama risulta quindi piuttosto ordinaria, con ogni crisma relativo al sottogenere di appartenenza che viene inanellato senza grandi palpiti emotivi: pure l’immortalità risulta un potere banale e scontato, non riuscendo questo The Old Guard ad affrancarsi dai più celebri predecessori vergando una propria originale firma in un panorama la cui offerta si sta avviando a grandi balzi verso il superamento della domanda.

La pecca principale del potere apparentemente più utile, ossia che chi ne venga benedetto veda tutti i propri amati divenire sempre più malati e vecchi sino alla loro morte, è esposta in maniera troppo didascalica e asettica, con brevi indicazioni en passant che risultano ben poco particolari o frizzanti.
Sarebbe stato ben più di impatto, invece, l’utilizzo di questi demoni interiori, del rimorso e della nostalgia in modo più attivo e “pressante” all’interno della trama, contribuendo così all’ispessimento narrativo di characters abbastanza bidimensionali.

The Old Guard risente negativamente, inoltre, di un ritmo eccessivamente ondivago tra segmenti action piuttosto scontati nella loro esecuzione pratica e lunghe fasi di verbosa spiegazione (più per il pubblico che necessarie al senso logico interno della storia), che rendono talvolta l’opera prolissa ed inutilmente ciarliera.

Conseguenza di ciò è che le due piene ore di durata risultino talvolta indigeste ed eccessivamente farraginose, per un film che al contrario si porrebbe dichiaratamente come passatempo disimpegnato, portando quindi lo spettatore di Netflix a virare su lidi ben più lievi ed accoglienti.

Cast di buon livello in cui spicca ovviamente Charlize Theron, che oltre ad essere ormai l’incontrastata imperatrice delle cougar dimostra ancora una volta la sua versatilità interpretativa, pencolando tra generi molto diversi fra loro senza perdere un’oncia di bravura e carisma.

Piace vedere in una produzione internazionale il nostro Luca Marinelli, sperando che pellicole come questa siano apripista verso opere di maggiore spessore artistico.
Brevi ruoli per un vergognosamente sprecato Chiwetel Ejiofor e l’ex Harry Melling della saga di Harry Potter.

Pur presentando migliori presupposti, The Old Guard è quindi la reincarnazione filmica del concetto astratto di sei politico: due ore da utilizzare per riempire un buco della propria giornata in modo poco produttivo e molto fumoso.

Mediocre.

Sotto il sole di Riccione


Avrei preferito Sotto le nubi di Forlì-Cesena.

TRAMA: Mentre si trovano a passare le vacanze sulle spiagge di Riccione, alcuni ragazzi fanno amicizia tra loro e si aiutano a vicenda a gestire le relazioni romantiche e le cotte estive.

RECENSIONE:

«Come può uno scoglio arginare il mare?» si chiedeva Lucio Battisti.

«Come può un film basato su un soggetto di Enrico Vanzina e contenente Riccione, dei ventenni italiani, Andrea Roncato e l’ex Thegiornalisti Tommaso Paradiso NON essere orrido come le terga di un mulo?» si chiede Serenate Cinematografiche.

Iniziando Sotto il sole di Riccione con sguardo disincantato tipico dell’alcolizzato lupo di cinema i cui nervi hanno affrontato ben più di una tempesta, mi sono ben presto trovato di fronte ad una porcata invereconda: un’accozzaglia di vaccate senza soluzione di continuità che, come pasdaran in lotta contro le ingerenze straniere, hanno da subito attentato alla salvezza delle mie sinapsi e alla mia padronanza della tabellina del sei.

Ma mentre assistevo all’ennesima boomerata di quel settantenne di Vanzina che crede di conoscere i g-g-giovani pur distanziandosene per due generazioni abbondanti, improvvisamente, novello San Paolo sulla via di Damasco, sono stato folgorato.

Io ho capito.

IO HO COMPRESO.

La mia mente ha raggiunto un nuovo stadio di conoscenza: un livello superiore a quello in cui stagnava, gretta e infima, sino a pochi minuti prima, e che mi ha reso uno spettatore nuovo.

Un UOMO nuovo.

Questo film non è una commedia adolescenziale.

No.

Sotto il sole di Riccione è una DISTOPIA FANTASCIENTIFICA.

Un’opera che acquisisce senso logico NON se confrontata con la greve realtà quotidiana che ci circonda ogni singolo giorno della nostra permanenza terrena su questo mondo, ma assumendo in via assiomatica che le grandi Leggi che ne regolano il moto universale funzionino all’interno del suo microcosmo, e lì soltanto.

Rendersi perciò conto di avere innanzi alle fosche pupille una sorta di urban fantasy in cui avviene l’impossibile.

In cui capita l’inconcepibile.

In cui accade l’inusitato.

La regia di questo Mad Max allo squacquerone ritengo non ironicamente sia una delle più simili ad una pubblicità di una compagnia telefonica a cui abbia mai assistito relativamente ad un film in vita mia.
In alcuni frangenti quasi mi sarei aspettato la comparsa messianica di un Fiorello o di un Giorgio Panariello qualsiasi con una loro gag indecente, unita alla funambolica apparizione di scritte in sovrimpressione che mi illustrino quanti giga mensili di porno e Candy Crush io abbia a disposizione, tanto essa sia marchettara, televisiva e poco ispirata.

Non che si pretenda la visione neorealista di Rossellini da parte di due orette di pretesto per mostrare belle figotte lordotiche in costume, maschi allupati e la rena della riviera romagnola, ma almeno il tentativo, in spregio ai culi ed ai limiti intellettivi dell’operatore, di girare la pellicola utilizzando entrambe le mani imposte sulla telecamera lo darei per tassativo.

Nonostante mi sia stato insegnato che sia cattiva educazione parlare degli assenti, è mio dovere morale descrivere inoltre la sceneggiatura, partendo per motivi di semplicità dalla caratterizzazione dei personaggi.

Nella realtà alternativa in cui la penelopea matassa di Sotto il sole di Riccione si dipana, popolata da figure che evidentemente non apprezzano così tanto l’odore delle case dei vecchi quanto l’altra opzione nella citazione de La grande bellezza, entrambi i sessi subiscono una esplorazione caratteriale dalla machiavellica complessità esplicativa:

– I ragazzi sono tutti, nessuno escluso, dei completi idioti con il quoziente intellettivo di una pianta di origano.

– Le ragazze sono tutte, nessuna esclusa, A) delle irrecuperabili ninfomani la cui fissazione di scopare supera di slancio quella di un cinepanettoniano Christian De Sica a caso, oppure B) degli insostenibili pali nel culo da prendere a testate ogniqualvolta parlino.

Sommando le due metà del cielo, si ha quindi uno sviluppo introspettivo basato su ben TRE caratterizzazioni.

Per tipo… quindici personaggi parlanti.

Non è meraviglioso tutto ciò?

Ho apprezzato in particolar modo che l’unico stronzo rappresentato volutamente come di scarso intelletto, ossia il cannaiolo fattone nullafacente, sia per inverso la Voce della Ragione del film.

Tra una vagonata di “bro” o “fra”, che a mio parere personale si è autorizzati ad usare come appellativi solo se si è un rapper della Detroit anni ’80/’90 (periodo nel quale gli esponenti di tale genere musicale avevano il buon gusto di spararsi a vicenda), i dialoghi si posizionano be al di là della sfera del cringe; con delle costruzioni sintattiche la cui povertà mi ha fatto accapponare i capelli ed un irrealismo francamente imbarazzante nelle battute, Sotto il sole di Riccione si svolge in un universo parallelo nel quale i post-adolescenti della generazione Z parlano come i loro coetanei del Ventennio.

Ironico inoltre che i personaggi “senior” di Andrea Roncato, Isabella Ferrari e quel bel bisteccone di Luca Ward, pur rientrando anagraficamente nel target del soggettista (Vanzine, tu quoque), siano scritti ancora più con il culo rispetto ai giovani.
Ancora più irrealistici.
Ancora più bidimensionali.
Ancora più deficienti.

E ce ne vuole.

La colonna sonora, invece, è come quella di Bohemian Rhapsody ma con i Thegiornalisti al posto dei Queen, cosa che mi permette di non sforzarmi a trovare battute sympa perché talvolta la vis comica si può scovare già perfetta dalla semplice realtà fattuale.
Peggio di così, che gli vuoi dire?

Che poi, tutto ‘sto Riccione, ‘sto mare, ‘sta riviera e la soundtrack è di un gruppo romano?

Non potevano scegliere qualcosa di più regionalmente appropriato?

Tipo, che so, Raoul Casadei?

Cazzo, se in un film per e con adolescenti avessero messo del liscio a manetta, questo Matrix al Sangiovese sarebbe stato il capolavoro definitivo.

Per concludere, un paio di sequenze cult:

– Andrea Roncato che a Riccione si mangia una piadina, immagine che ha fatto esplodere il romagnometro.

– La scena di seduzione più da bollino verde nella storia del cinema, in cui una delle già menzionate fanciulle “cazzo o cazzotti” tenta di provocare un maschietto diversamente cerebrale spogliandosi di fronte a lui fino a rimanere in bikini, ossia mostrandogli l’esatta porzione di corpo che gli sbatte in faccia tutti i giorni in spiaggia.

Sotto il sole di Riccione: grazie, Netflix.

Bella troiata.

Searching


Who are you?

Who, who, who, who?

TRAMA: La figlia di David, la sedicenne Margot, scompare all’improvviso. Le indagini della polizia non portano a nulla, l’uomo decide quindi di seguire le tracce digitali lasciate dalla ragazza.

RECENSIONE:

Girato interamente dal punto di vista degli smartphone e dei computer, Searching è un esempio interessante e ben riuscito di come il fattore meramente tecnologico della nostra esistenza possa andarsi a fondere con l’elemento cinematografico per creare una piacevole amalgama.

La scomparsa di una sedicenne e la sua disperata ricerca da parte del padre diventa una leva di Archimede per mostrare quanto la cerchia di contatti che la maggior parte di noi ha creato in quello sconfinato mondo che è la rete offra una vastità infinita di possibilità creative quanto anche di vuotezza effimera.

Il costante utilizzo dei dispositivi elettronici, quel “black mirror” le cui distopiche devianze hanno fatto le fortune di Charlie Brooker, permette al film di costruire un interessante percorso di esposizione narrativa in cui ogni schermo è un’artificiale mollica di pane che il Pollicino Aneesh Chaganty (regista classe 1991, tenetelo d’occhio) dissemina lungo il percorso per accompagnare lo spettatore alla verità.

“Amici” su Facebook di cui non conosciamo nemmeno il volto, spettatori dei nostri video di cui ignoriamo l’identità, testimoni di una fetta più o meno grande della nostra vita che decidiamo coscientemente o meno di offrire in pasto ad un pubblico di cui fatichiamo a concepire l’estensione… ogni individuo con cui entriamo in contatto potrebbe essere ben diverso da come la sua identità sulla rete ci appaia.

Il confine tra realtà ed apparenza diventa perciò una nebbia sfumata, in cui ciò che siamo e ciò che mostriamo al web talvolta non costituiscono nemmeno i lati della stessa medaglia, ma radicalmente un castello di carte inventato dalla nostra psiche per fornirci svago, rifugio o scudo contro la concretezza del mondo esterno.

E quindi la ricerca della verità e della giustizia si fa percorso tumultuoso come un torrente montano, poiché il viaggio è pregno di vicoli ciechi, di punti morti, di false piste, e solo un padre ardimentoso e determinato può trovare la forza morale di perseguire un tragitto che probabilmente lo porterà a risvolti amari.

Chaganty è architetto di sentimenti contrastanti, tra l’ansia, la speranza, la rabbia e il dubbio, sapendo gestire come un ben più navigato direttore d’orchestra la variegata gamma di media a sua (e nostra) disposizione.

Prova solida dello statunitense di origini sudcoreane John Cho, che dopo anni nella commedia (con partecipazioni a serie come American Pie e Harold & Kumar) e un ruolo brillante nei recenti Star Trek dimostra di avere qualche buona carta da giocare anche al tavolo del dramma.

Consigliata la visione al computer, per aumentare l’immersività della trama.

Mandy


Oh, Mandy

Well, you came
And you gave without taking
But I sent you away
Oh, Mandy
Well, you kissed me
And stopped me from shaking
And I need you today
Oh, Mandy

TRAMA: Nel 1983 un taglialegna e la sua compagna conducono un’esistenza tranquilla e isolata.
Tuttavia, la loro vita idilliaca viene improvvisamente distrutta quando il sadico leader di un culto rapisce la donna assieme al suo gruppo di demoni motociclisti, scatenando la furia vendicatrice dell’uomo.

RECENSIONE:

Nicolas Cage che per vendicarsi dell’uccisione della propria moglie da parte di una setta di hippy religiosi tossicomani, aiutati da una gang di motociclisti cenobiti, intraprende una carneficina armato di balestra e di un’ascia fatta interamente d’acciaio.

Detta così la trama, sembrerebbe una delle solite puttanate galattiche a cui ci ha abituato il nipote di Francis Ford Coppola.

E invece questo Mandy, diretto da Panos Cosmatos (figlio di quel George Cosmatos di Rambo 2 e Cobra con Stallone), si rivela una chicca molto più accurata e complessa di quanto la sua realizzazione pratica (poche lire e si vede) potrebbe suggerire.

Impreziosito infatti da una fotografia di rara potenza visiva ed espressiva, in cui i colori brillanti spiccano come fiammate di tempera in una notte tanto oscura quanto piena di terrori, la pellicola è un viaggio lisergico ed irrazionale negli abissi dell’istintualità umana.

Un percorso doloroso nel corpo e nella mente da parte di un uomo che ha visto togliersi il bene più prezioso, l’amata, e che abbandona progressivamente la sua individualità per immergere il capo nella fonte battesimale della vendetta, e rinascervi strumento portatore di morte.

Rappresentando una violenza talvolta esagerata ma sempre in funzione di un sorprendente intrattenimento e di un’impostazione palesemente sopra le righe, Cosmatos costruisce un film heavy metal, che ignora volutamente i desideri di una massa appiattita da prodotti melodici da stadio ideati a suo uso e consumo, per proporre invece una serie di tracce quasi fastidiose nella loro fierezza.

Un album hardcore in cui perfino il nome della band è raffigurato da un logo incomprensibile e che vede il più bolso ed improbabile dei vocalist ritrovare i fasti dei tempi che furono per adornare la sua cintura di una tacca valevole di lustro.

Nicolas Cage, perfettamente a suo agio potendo incanalare la propria recitazione esageratamente fuori dagli schemi in un’opera che di base non ne possiede nessuno, offre probabilmente una delle prove migliori della carriera.

Menzione speciale per Linus Roache, che nei panni del leader della setta, un ex cantante che ha scoperto Gesù traviandone però pesantemente il messaggio, offre una performance di notevole complessità interiore.

Consigliato se la testa non vi serve solo per reggere gli shatush.

Il buco


«Sii gentile con le persone che incontri salendo, perché sono le stesse che incontrerai scendendo».

Jimmy Durante (1893 – 1980), pianista e attore statunitense.

TRAMA: Un edificio si sviluppa sottoterra suddiviso in piani. Ogni livello è una stanza con due compagni di cella che ogni mese vengono spostati insieme, se entrambi sopravvissuti, e in maniera casuale, da un livello all’altro.
Una piattaforma scende in verticale attraverso il “buco”, una gigantesca apertura al centro dell’edificio, e le persone ai piani inferiori hanno la possibilità di mangiare, entro pochi minuti, gli avanzi di chi sta al piano superiore.

RECENSIONE:

In questo periodo di chiusura dei cinema (che da amante del grande schermo ci tengo a sottolineare però essere l’ultimo degli attuali problemi), con relativa posticipazione di tutte le uscite previste nelle sale, perché non approfittare del catalogo di Netflix per gustarsi uno dei prodotti di cui si è aggiudicata la distribuzione?

Beh, perché fanno tutti schifissimo.

Quasi tutti.

È stata infatti una piccola sorpresa in positivo questo Il buco, film spagnolo dell’anno scorso diretto da Galder Gaztelu-Urrutia (adoro i nomi baschi, così simili a quelli di Guerre Stellari…): un thriller/horror dal budget non altissimo, ma che riesce ad intrattenere per un’oretta e mezza senza l’infamia di alcuni colleghi ben più blasonati.

silence scena

Un po’ The Cube per la sua atmosfera da prigione claustrofobica, un po’ Snowpiercer per la sua distopia ambientata interamente all’interno di un luogo chiuso (là un treno, qui un palazzo), El hoyo è un’opera che brilla soprattutto per una ricchezza contenutistica e metaforica sproporzionatamente corposa rispetto alla sua ridotta estensione temporale.

La pellicola è infatti pregna di molte tematiche sociali ad ampio respiro che possono essere trasposte dalla trama specifica del film per estenderle alla collettività, mostrando una maturità narrativa sicuramente piacevole e, cosa più importante, intellettualmente stimolante.

Il primo elemento portante dell’opera, il primo macro-tema, se vogliamo, è sicuramente la fame.

Essa è insieme alla riproduzione uno dei due istinti animali principali: ciò che porta l’individuo alla sussistenza e che consente ad una specie di preservarsi nel regno naturale.
L’uomo come animale sociale, indottrinato di convenzioni e sovrastrutture che imbrigliano il suo animo per la prosperità di una civile convivenza, vede i propri argini mentali brutalmente divelti quando risulta impellente la necessità di nutrirsi.

La fossa è perciò una spinta per regolamentare se stessi, imbrigliando i propri istinti alimentari (e non) verso una solidarietà di gruppo che diventa estremamente difficile proprio per via dell’irrazionalità umana.

Il palazzo diventa centro verticale di autogestione, in cui l’obiettivo ultimo consiste nel costringere le persone all’attuazione di un comunismo salomonico coatto.
La distinzione tra i livelli è unidirezionale perché segue la gravità: l’uomo costruisce uno spazio (artificiale, quindi) che viene però piegato dalla indissolubile processione di un elemento naturale: l’attrazione che i corpi della superficie terrestre hanno verso il proprio centro.

La tromba centrale della struttura, colonna di vacua nullità che percorre i piani dell’edificio nell’area più interna, è metafora del gelido vuoto sociale che permea le differenze tra le varie classi, divise a causa della mancanza di comunicazione, fisica o emotiva, tra i vari livelli.

L’edificio è un posto non adatto a leggere libri, poiché la fragile razionalità della mente è destinata al giogo dell’istinto carnale: la negoziazione, ossia l’arte tipicamente umana di risolvere i problemi mediante la dialettica (e quindi senza ricorrere alla forza bruta del regno naturale) è di utilità nulla rispetto invece alle ben più grevi ma pressanti minacce, e la carità religiosa viene sovrastata dal un principio istintuale di mors tua vita mea che tramuta eventuali alleanze in un enorme pericolo di subitaneo tradimento.

Nel cast buona prova del protagonista Iván Massagué dall’espressione dolente e stanca; un uomo che tenta di adattarsi darwinianamente all’ambiente che lo circonda, tentando di sopravvivergli senza farsene schiacciare.

Ottimo l’anziano Zorion Eguileor nelle vesti di un simil-mentore che indirizza in vari modi il protagonista ad un cambiamento salvifico per se stesso e per gli sfortunati prigionieri che come lui rischiano la vita in una prigione dal tagliente spirito aggressivo.

Consigliato.  

Her & Him


Tu sei cattivo con me

Perché ti svegli alle tre
Per guardare quei film
Un po’ porno.

TRAMA: Utilizzando il cellulare della propria compagna, un uomo scopre che la ragazza ha cercato su internet “come uccidere il proprio fidanzato e farla franca”.

RECENSIONE:

Con la chiusura delle sale a causa del coronavirus, avevo due alternative per soddisfare il mio pantagruelico desiderio di cinema:

– Recuperare un grande classico già visto e scriverci un articolo, arricchendo in questo modo il parco titoli trattati dal mio blog con una delle tante opere maiuscole della Settima Arte.

– Approfittare bassamente del servizio Premium reso gratuito da Pornhub per l’utenza italiana e togliermi uno sfizio che nutrivo da parecchio tempo: recensire un porno.

Ok, Viale del tramonto ce l’abbiamo da settant’anni, vuoi non averlo per altri settanta?

Cortometraggio della durata di trenta minuti prodotto da Pornhub e diretto da Bella Thorne, ex stellina scuola Disney Channel e passata al Lato Oscuro del parental control, Her & Him è una breve discesa nel delirio paranoide di una relazione erotica.

Tipo David Lynch, però coi fazzoletti in mano.

In un’abbondanza di immagini castranti e pseudo-femministe dell’ultima ora (come il ginocchio di lei spesso premuto contro l’inguine di lui, un continuo ribaltamento del ruolo di potere nell’atto sessuale, la donna che brandisce un coltello ad evidente simbolo fallico contro un maschio debole e incapace di soddisfarla), pur considerando il genere di appartenenza l’assenza di una vera e propria trama si fa purtroppo negativamente sentire, non permettendo alla pellicola di offrire uno spettacolo artisticamente soddisfacente.

Ebbene sì: se nella realizzazione di un’opera pornografica si mira semplicemente alla masturbazione del pubblico, Infermiere ninfomani nella clinica dei superdotati potrebbe essere un’idea vincente, ma se l’obiettivo è il “porno chic”, la trama ce la devi mettere.

Oltre alla carenza di elemento narrativo, è inoltre sicuramente deficitaria nel corto la mano registica visibilmente (e comprensibilmente) inesperta della Thorne, la quale non riesce a separarsi da un immotivato feticismo per i primissimi piani che rende se possibile ancora più claustrofobica un’ambientazione interna basata su un monolocale stanza + bagno.

La costruzione scenografica, per quanto ovviamente legata al tema di inquietudine e incertezza che permea l’opera è mal organizzata, poiché non va tanto ad enfatizzare il disagio del protagonista nei confronti della compagna ma solo ad esasperare il fastidio ottico dello spettatore, il cui sguardo sembra letteralmente sbattere nei bordi delle inquadrature.

Non basta una ripetuta scelta di split screen e di artifici visivi che vadano a rimarcare quasi ossessivamente il celeberrimo rapporto eros/thanatos per soprassedere a come i due elementi della coppia siano vacue entità senza forma e costrutto, incapaci di rappresentare efficacemente elementi così importanti nella narrativa. 

L’elemento prettamente pornografico non risulta nemmeno così estremizzato, proponendo un atto sessuale dalle dinamiche piuttosto standard per il genere (che suppongo non sia necessario spiegare), di cui se non altro è positivo il non fossilizzarsi sui genitali dei protagonisti mantenendo invece una scelta visiva che sfocia sì oltre l’erotico ma meno di quanto si sarebbe potuta calcare la mano.

Nonostante queste mancanze, l’esperimento di un porno “autoriale” o comunque rivestito da tecnicismi artistici che non lo rendano mero oggetto ad uso e consumo della masturbazione avrebbe anche potuto funzionare, a patto però che, oltre a solida regia e trama coerente, qui assenti, a darvi incarnazione fossero stati due attori “veri” (o per meglio dire… ehm… più “interpretativi” che fisici) invece delle pornostar qui presenti.

Nella coppia sicuramente meglio Abella Danger, grazie soprattutto ad un ruolo più interessante e sfaccettato rispetto a quello del partner.

La pornostar originaria della Florida non è ovviamente in grado di proporre al pubblico tutta la vasta gamma di sfaccettature psicologiche che dovrebbero far parte del sottobosco introspettivo del suo personaggio (e non gliene faccio nemmeno una colpa: il suo lavoro di fronte alla telecamera è succhiare cazzi, non declamare da Ofelia), ma se non altro possiede una varietà espressiva e recitativa non comune nelle sue colleghe.

Trovare un’immagine dove fosse vestita è stato più complesso del previsto.

Il suo compare Small Hands (all’anagrafe Aaron Thompson, complimenti per il nome d’arte) rimane invece piuttosto imballato in un ruolo da occhioni spauriti alla Frodo Baggins, alle prese con un anello triangolare di pelo che intorbidisce i suoi pensieri e lo rende a livello di un pupazzo nelle mani di una pericolosa marionettista.

Promemoria per me: aggiungere al curriculum “Ho inserito due riferimenti a Il signore degli anelli nella recensione di un porno”.

Per quanto l’elemento maschile sia volutamente posto in un piano di sottomissione e timore per l’imprevedibilità aggressiva della compagna (fattore che come già detto va ad incanalarsi sui binari del ribaltamento di quelli che sono ruoli classici), il ragazzone è troppo sotto ritmo quando una parte del suo corpo non sia all’interno della compagna.


Her & Him è un prodotto che, pur meritandosi magari una visione giusto per capire di che tipo di cortometraggio si tratti, non presenta purtroppo né una fisicità erotica che lo renda un porno apprezzabile, né un valore artistico tale da caratterizzarlo come prodotto qualitativamente pregevole.

Progetto sicuramente ambizioso e dotato di qualche buona idea di partenza, che però non servono a molto se rimangono nella testa degli autori.

Preferisco le infermiere.

Silenzio in sala – Racconto horror di Zelcor e audioraccontando

[In questo weekend forzatamente senza cinema, un post diverso dal solito: un racconto de paura a tema Settima Arte pubblicato recentemente su YouTube e che ho trovato estremamente evocativo.
In conclusione al post trovate i link del suddetto video, dell’autore e del narratore, che vi stra-consiglio di visitare entrambi per altri ottimi loro lavori.
Si ringrazia infinitamente il gentilissimo Zelcor per l’autorizzazione alla condivisione del suo racconto].

Il giovane bigliettaio con la costellazione di brufoli scarlatti che spiccava sul viso color formaggio cercò di non fare emergere le proprie emozioni, mentre quello strano individuo si avvicinava lentamente al bancone, la punta metallica del bastone in mogano che colpiva il pavimento ad ogni passo.
Quel rumore trovava eco nell’atrio semivuoto del cinema: il mercoledì era raro che vi fosse la calca, e peraltro la programmazione non offriva nessun titolo particolarmente richiesto.

Quell’uomo col bastone lo raggiunse.

Di tutti i tipi strani che il giovane bigliettaio brufoloso avesse mai visto, quello meritava il nastro azzurro.
Era alto, massiccio, dai tratti virili ma eleganti che ricordavano De Niro in Angel Heart, sottolineati da una barba folta e grigio piombo che in linee precise ricalcava gli angoli della mascella, incorniciando la bocca decisa. Un grosso naso separava due occhi profondi e resi estremamente seri dall’intenso color ardesia delle iridi.
Indossava un tabarro nero di tessuto prezioso, foderato di porpora, dal bavero di pelliccia argentata stretto sotto la gola da alamari metallici e mascheroni. Da sotto le tese del suo cappello, i capelli lunghi e raccolti in una spessa treccia gli scivolavano al lato del collo fino al petto, come un nero serpente finemente sfumato di grigio.

Nel complesso, pareva un nobiluomo d’altri tempi: un duca, o persino un principe, che portava quell’inusuale abbigliamento con una disinvoltura tale da non apparire per nulla ridicolo. Anzi, il giovanotto si sentì subito in soggezione, e riservò all’uomo addirittura un accenno di inchino.

Quando egli chiese un biglietto per il film d’essai Il diavolo triste lo fece con voce baritonale, il tono di qualcuno abituato a dare ordini, con un rigore inguainato dal velluto della cortesia. Le labbra gli si mossero su una dentatura perfetta, bianca come il marmo.

Il giovanotto si affrettò a stampare il biglietto, sentendo su di sé lo sguardo di quell’individuo misterioso e scoprendosi innervosito. Con reverenza gli porse il biglietto, specificando che il film sarebbe stato proiettato nella sala Kubrick al secondo piano.

Il braccio dell’uomo uscì da sotto i lembi del mantello, prendendo il biglietto con dita avvolte dal lucido cuoio nero del guanto. Pagò e ringraziò il bigliettaio, girando quindi su se stesso e facendo ruotare il tabarro, dirigendosi a passo tranquillo verso le scale, l’ombra che scivolava sui poster e sul banco dei popcorn.

Il bigliettaio tiranneggiato dall’acne si scoprì teso e rilassò i muscoli. Attorno a lui aleggiava ancora il profumo di quel tipo bizzarro, un intenso aroma legnoso e muschiato con una vaga punta di erbe officinali.

Oltrepassando gli spessi tendaggi neri che coprivano l’entrata, l’uomo con il tabarro si trovò in una sala piccola di settanta, forse ottanta posti. Le poltroncine disposte in file di fronte allo schermo erano di comodo tessuto verde smeraldo e, proprio come l’uomo desiderava, erano tutte vuote.

Un moto di piacere gli risalì fino alle labbra, che si piegarono in un sorriso appena percettibile.

Si concesse qualche minuto a contemplare l’armonia di tutto quello spazio a sua disposizione: la purezza dello schermo bianco, la luce soffusa delle plafoniere lungo la parete, la temperatura mantenuta a circa ventidue gradi e, soprattutto, quel vellutato silenzio che massaggiava le sue orecchie.

Era così che amava i cinema: vuoti, silenziosi… vibranti delle loro promesse di intrattenimento profondo, distante dalle indecenti pellicole commerciali. Quelle disgustevoli orge di esplosioni, di personaggi stereotipati, di risate volgari e dialoghi lontani da ogni minimo senso del bello.

Per fortuna, seppur decisamente in via di estinzione, esistevano ancora registi come Claude Balkèn, pionieri del cinema esoterico che veicolavano sapientemente temi d’élite ed emozioni adatte solo a un pubblico più recettivo e sensibile.

L’uomo col tabarro amava le pellicole di Balkèn, il loro impatto scenico, la loro matrice occulta e quel sapiente ribaltamento delle parti: colonna portante di questi lungometraggi erano infatti le evocazioni, ma proposte dal punto di vista delle entità evocate, e delle loro sensazioni nell’essere brutalmente strappate al mondo astrale per trovarsi nel limitante piano fisico umano. Obbligate da dei vincoli sacri a soggiacere alle egoistiche, puerili e basse richieste dei loro evocatori, descrivendo le agoniche epopee dell’umanità materialista, che scomodava gli abissi per appagare i più miserabili e insulsi desideri.

Per l’uomo col tabarro era stato motivo di stupore apprendere che un’opera di Balkèn fosse arrivata nelle sale cinematografiche, considerando che usualmente venivano proiettate in cineclub molto esclusivi, persino privati.

Raggiunse la fila centrale, si tolse l’elegante tabarro e dopo averlo accuratamente ripiegato lo poggiò sul sedile accanto a sé. Sfilò i guanti e li pose sul tabarro assieme al cappello; le sue grosse mani eburnee lisciarono il bell’abito color antracite che indossava, sistemandosi l’ascot viola impreziosito da una spilla d’argento a forma di triscele.

Intanto, le luci si erano spente, e lo schermo si era animato delle sue solite pubblicità che anticipavano l’inizio del film. Le tollerò di buon grado, storcendo appena le labbra alla vista di quella carrellata di trailer che proponevano orrori commerciali dei quali la massa andava tanto ghiotta. Il film era sul punto di cominciare, e l’uomo aveva estratto dal taschino un paio di magnifici pince-nez dalle sottili lenti esagonali di smeraldo per goderselo nel totale relax inforcandoseli sulla radice del naso, quando una serie di schiamazzi filtrò attraverso i tendaggi dell’entrata.

Si volse in tempo per vedere le tende scostarsi violentemente al passaggio di un gruppo di rumorosi adolescenti, le cui voci stonate dagli ormoni riecheggiavano fastidiosamente nella piccola sala coprendo i primi minuti del film.

Osservandoli mentre si sedevano tre file di fronte a lui i lineamenti dell’uomo si pietrificarono in un’espressione di stupore e fastidio: non poteva credere che quel manipolo di disgraziati avesse scelto proprio quel film, forse attirati dal fatto che fosse un horror, non immaginando che si trattasse di una pellicola d’autore al di là della portata delle loro menti rachitiche.
Ignari di essere oggetto di queste considerazioni, i quattro amici seguitavano a schiamazzare tra di loro, insultandosi scherzosamente a vicenda, lanciandosi reciprocamente manciate di popcorn e ridendo a voce alta.

Le mani dell’uomo seduto dietro di loro si serrarono in pugni stretti, carichi di irritazione. Non amava le persone come regola generale, ma in particolare odiava gli adolescenti maleducati, quei maiali senza cervello capaci solo di lasciarsi dietro una scia di spazzature.

Intanto, le scene del film si susseguivano sullo schermo, sul quale venivano proiettate di quando in quando le ombre agitate dei ragazzi, che continuavano ad alzarsi in piedi, a scambiarsi di posto, a commentare ogni fotogramma con volgarità pernacchie e insulti.

Non avevano la minima idea del significato di quello che vedevano, e pertanto lo denigravano.
Tipico atteggiamento degli ignoranti.

I minuti passavano, il gruppetto si faceva sempre più scalmanato: erano tutti sui sedici o diciassette anni, ma si comportavano come bambini, scambiandosi ceffoni dietro il collo e correndo tra le poltroncine.
Forse non si erano resi conto della presenza dell’uomo qualche fila più indietro, oppure molto più probabilmente non gliene importava niente.

Un fremito rabbioso vibrò lungo le membra solide dell’uomo, il cui sguardo avrebbe fatto indietreggiare anche un leone. Il cinema era uno di quei pochi piaceri della vita, a patto che il film fosse di prima qualità, e non poteva tollerare che quella delizia gli venisse guastata da un manipolo di imbecilli con più brufoli che neuroni.

Si dette un’occhiata intorno: tutte le file dietro e attorno a lui erano vuote.

Infilò una mano sotto il lembo della giacca, estraendo dalla tasca interna un astuccio di lucido marocchino, simile a un portafoglio, ma quando lo aprì rivelò una serie di lustri, sottili cilindri metallici, più o meno della lunghezza e della dimensione di un sigaro. Sulla superficie recavano in rilievo intarsi e simboli che parevano arabi, egiziani, runici e cinesi.

Valutò con cura, prima di sceglierne uno, sfilandolo dalla fascetta di velluto e svitandone la sommità.
Inclinò il cilindro, facendo uscire un sottile rotolo di papiro che spiegò delicatamente, rivelando una fittissima trama di scrittura ieratica e di simboli circoscritti in cartigli eleganti.

Dietro le lenti, gli occhi grigi dell’uomo si spostarono sui disturbatori e le labbra si incurvarono in un sorriso.
Tornò ad abbassare lo sguardo sul papiro, e iniziò a leggerne le parole: queste gli uscirono dalla bocca come sussurri lievi, sinistramente melodici, che parevano spargersi nell’aria e intrecciassi con gli altri suoni.

Sullo schermo erano in corso drammatiche scene in cui un ambizioso quanto inesperto occultista stava per evocare un’entità dal settimo cerchio del macrocosmo, malgrado gli fosse stato sconsigliato.

I ragazzi, ormai del tutto disinteressati al film, erano tutti concentrati sullo schermo di un iPhone, intenti a ridere per qualche video idiota, pertanto nessuno si accorse del lungo tentacolo traslucido e gocciolante bava schiumosa che sbucò dal telo.

La sinuosa grinfia si contorse e scese verso il basso lacerando l’aria con un sibilo, spargendo dense gocce di materie gelatinose. L’aculeo corneo che aveva in sommità perforò il ventre di uno dei ragazzi, incuneandosi sotto la cassa toracica e riemergendo all’altezza della clavicola, sollevando quel corpo come un pesce attaccato all’amo.

La pioggia scarlatta irrorò i suoi amici due o tre metri più in basso, i quali furono a tal punti sopraffatti dallo stupore, dall’orrore, da non riuscire a muoversi, restando lì col naso per aria e gli occhi dilatati. Sopra di loro il tentacolo ebbe una contrazione violenta, scagliando il corpo qualche fila più in là.

L’immobilità dei ragazzi si spezzò: come uccelli spaventati schizzarono ovunque, belando di terrore mentre altri tentacoli costellati di grappoli di occhi pulsanti simili a perle nere germogliavano dallo schermo colpendo con letale sicurezza.
Uno impalò la schiena di un tipo che scavalcava le file sbucandogli dal petto, un secondo si avvolse al volto di un altro ragazzo stritolandogli il cranio con un orrido suono di zucca marcia che si sfracella. La pressione fece schizzare i bulbi oculari, che compirono una parabola sorvolando l’uomo con il tabarro, il quale osservava la scena con serafico divertimento.

L’ultimo, salvatosi miracolosamente, stava caracollando sopra la scalinata che portava all’uscita. Aveva quasi raggiunto le tende, quando due lunghi tentacoli attraversarono la sala avvinghiandosi attorno alle sue caviglie e trascinandolo indietro; in un disperato di sottrarsi si aggrappò ai tendaggi, ma questi si strapparono con un forte schiocco.
Urlando, il giovane fu sollevato per aria a testa in giù, la sua ombra frenetica proiettata sullo schermo che si mescolava alle immagini del film. Le grinfie lo trasportarono fino all’ampio telone, ritraendosi nella propria realtà bidimensionale.

Il corpo della preda sulle prime aderì allo schermo, ma anziché squarciarlo, vi finì dentro come attraversando la superficie di uno stagno. Un attimo dopo comparve nel film stesso, nel bel mezzo della scena madre dove un orrore abissale si innalzava in tutta la sua immonda gloria dal pentacolo, le centinaia di bocche che balenavano zanne smaniose e le membrane irte di spine gocciolanti veleno acido.

Rilassandosi sulla poltrona, l’uomo col tabarro si godette la scena, beandosi delle grida folli del giovane che, insieme alla magnifica colonna sonora, dirompevano dagli altoparlanti.

Amava i film che sapevano infrangere la quarta parete.



Non fece caso alle occhiate perplesse, o ai bisbigli ironici che la gente gli rivolse mentre scendeva le scale, il lungo mantello che si apriva a ruota dietro di lui. Accompagnato dal ticchettio del bastone, l’uomo col tabarro attraversò l’atrio del cinema, respirando l’odore caldo e piacevole dei popcorn.
Prima di attraversare la porta, indirizzò al bigliettaio dal viso butterato un cenno di saluto, al quale il ragazzo rispose con uno scatto nervoso del capo.

Uscì nella notte intessuta di stelle, raggiungendo una Tucker Torpedo la cui carrozzeria pareva intagliata in un unico blocco di vetro vulcanico. Si accomodò sul confortevole sedile di pelle, il motore nell’accendersi emise le fusa di una tigre.

L’auto scivolò nel parcheggio e si inserì nella strada.

Quando un addetto delle pulizie entrò nella sala Kubrick e si accorse dei quattro cadaveri e del sangue che si andava raggrumando sopra sedili e pareti, la Tucker era ormai molto, molto lontana…

 

LINK AGLI AUTORI:

Zelcor – Storie Horror e del Mistero: https://www.youtube.com/channel/UCY677uwhvbuakd32OeW0MHw

audioraccontando: https://www.youtube.com/channel/UCs2YIyeoUnVpCImDMEd7u2g 

Fantasy Island


TRAMA:
Mr. Roarke riesce a far avverare i sogni dei suoi fortunati ospiti in un lussuoso, quanto remoto, villaggio vacanze tropicale.

Ma quando le fantasie diventano incubi, gli ospiti dovranno risolvere il mistero dell’isola per fuggire e mettere in salvo le loro vite.

CONSIDERAZIONI SPARSE:

  • Chi abbia autorizzato la trasformazione della serie tv per famiglie “Fantasilandia” in uno scadente horror mezzo avventura è affetto da deficit mentali importanti;

  • Capisco che Michael Peña non sia propriamente entusiasta nel far parte di questo film (e come dargli torto), ma passare un’ora e mezza con il brio recitativo di un trofeo di caccia impagliato mi sembra poco rispettoso nei confronti del pubblico.
    Te non hai voglia di farlo? PENSA QUANTA NE HO IO DI VEDERLO!

  • I personaggi sono da fucilazione a seguito di un processo sommario: stupidi, irritanti, urlanti imbecilli il cui quoziente intellettivo dubito superi quello dei crostacei.
    Difficile empatizzare con individui che ti auguri crepino orribilmente;

  • Vinci un viaggio premio su un’isola nella quale ti viene fatto esplicitamente capire che puoi realizzarci ogni tuo sogno.
    Bene, le fantasie dei personaggi sono:
    1) Vendicarsi della bulla che ti tormentava a scuola (ok).
    2) Rivivere la notte in cui il tuo ex moroso ti ha chiesto di sposarlo per accettare invece di rifiutarlo (ok).
    3) Dimostrare il proprio valore in guerra come il padre eroe soldato (ok).
    4) ESSERE PROTAGONISTI DI UNA FESTA COCA E PUTTANE (???)
    Ora, comprendo che le fantasie siano estremamente soggettive, però minchia, qualcosa di un po’ più elaborato no?

  • Questo film contiene due colpi di scena: il primo si capisce cinque minuti (e dico CINQUE) dopo i titoli di testa, il secondo è una boiata galattica;

  • Un quattordicenne alle prese con Madison Ivy durerebbe comunque più di Michael Rooker in questo film;

  • Una delle attrici, di cui mi rifiuto di imparare il nome per partito preso, è stata anche protagonista di Obbligo o verità, pellicola che mi ha fatto rivalutare l’osservazione diretta per un’ora e mezza del sole;

  • Paura e delirio a Las Vegas montato come Memento avrebbe comunque più senso logico della motivazione dell’antagonista;

  • Fantasy Island è orrido come il sedere di un mulo;

  • Averlo visto mi rende un mentecatto.

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