L'amichevole cinefilo di quartiere

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Wonder Woman

Saffo sofferente!

TRAMA: Diana di Themyscira, principessa delle Amazzoni, è cresciuta amata dalla madre Hippolyta e dal suo popolo su un’isola lontana dalla civiltà. Quando l’umano Steve Trevor compie un atterraggio di fortuna su Themyscira, fa scoprire a Diana l’esistenza di una terribile guerra mondiale che sta sconvolgendo il mondo.
Convinta di essere in grado di fermare il conflitto, Diana lascia per la prima volta la sua casa, pronta a riportare la pace.

RECENSIONE: “Diana Prince”, chi era costei?
La cosiddetta “Wonder Woman” è un personaggio nato nel 1941 dalla mente di William Moulton Marston, ed è una guerriera amazzone caratterizzata da un paio di bracciali indistruttibili, un lazo che obbliga chi vi viene intrappolato a dire la verità, un gonnellino inguinale ed un aeroplano invisibile.

Sì, i fumettisti negli anni Quaranta si drogavano a bestia.

Tutte queste caratteristiche rendono la Donna Meraviglia il personaggio più irrealistico della Triade DC; bene ma non benissimo, visto che gli altri due sono un alieno petrofobico che porta le mutande sopra le braghe ed un miliardario traumatizzato che esce di notte per picchiare a sangue i cattivi vestito da chirottero.

Diretto dalla Patty Jenkins di Monster, Wonder Woman è un buon film che riesce ad imbastire una origin story a tratti piuttosto convenzionale, ma non trascurata nelle sue componenti.

Ad una parte iniziale comprensibilmente piuttosto lenta e noiosa (pecca non rara in questa tipologia di pellicole, dato che bisogna introdurre un sacco di elementi non dando per scontato che lo spettatore già li conosca), seguono due successivi terzi più agili e in cui meglio si sfrutta il personaggio sia sul lato introspettivo, con un maggiore sviluppo caratteriale, che combattivo, con un maggiore uso del menare le mani.

Ma non è questo il pregio principale del film.
Poi ci arriviamo, ve lo dico dopo.

La regia e la fotografia non sono disprezzabili, riuscendo a dare aria visivamente all’opera per quanto si possano notare talvolta dei fondali un po’ finti e pataccosi (specie in una breve sequenza iniziale con Diana bambina, quasi a livelli dei fondali a scorrimento di Superman del 1978) a causa dell’ovvio e spropositato uso del green screen.

Lo stesso corpo di Diana pare talvolta un po’ troppo “rimbalzoso”: grazie a Dio non si raggiungono i livelli di infamia del famigerato Hulk di Ang Lee in cui l’alter ego di Bruce Banner pareva un’enorme pallina da ping pong verde, ma avrei personalmente preferito una resa della fisicità più… ehm… “fisica”.

Nonostante ciò credo che il film abbia un ottimo pregio.

Dopo ve lo dico.

La sceneggiatura come già accennato è piuttosto ortodossa e convenzionale.

L’eroina scopre il mondo fuori dalla sua oasi felice, arriva in un luogo in cui deve imparare a vivere da “persona normale” adattandosi a quelle che per noi sono convenzioni mentre per lei forzature, dimostra di avere una marcia in più rispetto agli altri e poi giù un sacco di eroiche legnate.

A parte dei dialoghi piuttosto banali ed esageratamente manichei (il combattimento finale pare Dragon Ball), la scrittura del film non risulta fastidiosa o scemotta come in altri comic movies, ed il pubblico sentitamente ringrazia.

Ma il vero pregio del film è un altro, poi ci arriviamo.

Gal Gadot non mi aveva impressionato (per usare un eufemismo) con il suo cameo allungato in Batman v Superman, (probabilmente non riesco ad apprezzarla perché mia madre non si chiama Ippolita), ma avendo qui due ore abbondanti di film dedicati a lei devo dire che la mia opinione sia parzialmente cambiata.

Continuo a sostenere che le sue doti recitative possano essere ampiamente migliorabili, e la sua personificazione di Wonder Woman in alcune sequenze appare più un cosplay non particolarmente brillante che una vera e propria incarnazione, però nel complesso risulta sufficientemente credibile negli striminziti panni di un personaggio che di credibile non ha quasi un tubo.

Sul supporting cast poco da dire.

Chris Pine, che di raffa o di raffa gli fanno sempre guidare una motocicletta, non sfigura come soldatino motivato, regalando inoltre alcune espressioni impagabili quando la modella israeliana gli fa lo spiegone su amazzoni, divinità e altre per lui assurdità varie.

Le uniche due guerriere che spiccano oltre la protagonista solo l’Ippolita di Connie Nielsen e l’Antiope di Robin Wright, ma entrambe hanno troppo poco spazio su schermo per essere sviluppate.
Discorso simile per i compari di Pine (tra cui l’Ewen Bremner di Trainspotting) e per Danny Huston, ancora una volta militare cattivone dopo quella volta in cui ha imprigionato Wolverine e creato il Deadpool del discount.

Ma l’aspetto migliore del film è un altro.

Volete sapere quale?

VIENE FINALMENTE RAPPRESENTATO IN UN BLOCKBUSTER UN MODELLO POSITIVO PER LE DONNE.

Questo film potrà anche non essere il massimo della memorabilità, ma ha il gigantesco pregio di offrire in un prodotto ultra-mainstream un personaggio femminile che possa essere da esempio per il pubblico, appunto, femminile.

Dato che nella maggior parte dei casi tali characters sono scritti uno più orribilmente dell’altro, penso sia una buonissima cosa ciò che si vede qui: una donna determinata, che compie delle scelte per il bene delle altre persone pensando prima a loro che a se stessa, che non esita a combattere per il giusto e che, pur non essendo infallibile, cerca comunque di rimediare ai propri errori.

Non è una bambolina da salvare.

Non è una psicopatica irrazionale.

Ci voleva così tanto per vederla al cinema???

Meno Bella Swan, più Diana Prince.

Baywatch

Scollature, panettoni
Rigoglio sano di femminili ormoni
Colline bianche e solchi misteriosi
dove si appuntano gli sguardi dei golosi
perché al mondo, al mondo
ci sono troppe poppe, poppe, poppe.

TRAMA: Il guardaspiaggia Mitch è impegnato ad addestrare nuove reclute, tra cui Matt, un nuotatore professionista. Contemporaneamente, coinvolge i ragazzi in una serie di folli indagini su un probabile traffico di droga che coinvolge la proprietaria di un esclusivo club…

RECENSIONE: È mio dovere avvisarvi: questo film ha un enorme difetto.

Non è per tutti.

Come ogni opera a tinte fortemente intellettuali, infatti, la profondità dei suoi contenuti non è immediatamente raggiungibile dalla comune mente umana; al contrario, essa necessita di una concentrazione non indifferente e di un impegnativo sforzo psicologico da parte dello spettatore, che rischia di perdere le più sfuggenti sfumature dell’esperienza narrativa a cui si trova innanzi.

Amo il cinema da che ne ho memoria e credetemi, penso di non peccare di arroganza affermando che abbiamo qui raggiunto una vetta difficilmente avvicinabile da parte dei futuri prodotti cinematografici, che avranno in Baywatch un confronto purtroppo per loro impari e, temo, perso in partenza.

Un film pregno di contenuti filosofici, metaforici ed introspettivi.

Come Bergman, ma più tettoso.

Come Tarkovskij, ma con più addominali.

Come Godard, ma con più battute sui peni.

Novello Virgilio, con i miei umili mezzi cercherò di accompagnarvi in questa esperienza sensoriale e farvi comprendere attraverso i miei scritti quanto questo film, questa pellicola, questa… magna opera costituisca non solo una delle pietre miliari della storia del cinema, ma anche una delle fondamenta della cultura occidentale.

Partiamo dall’ovvio: le donne del film.

Questi angeli dalle forme giunoniche scesi da un iperuranio lontano e trascendentale non sono, come solo uno stolto potrebbe pensare, un espediente per attirare frotte di pubblico maschile dall’ormone birichino, ma fungono da chiaro richiamo al concetto più puro di femminilità: la maternità da cui tutti noi deriviamo.

Per quanto possiamo essere cresciuti a livello psico-fisico, ognuno di noi proviene dal grembo materno e dal seno, che allattandoci ha fornito a noi pargoli il primo nutrimento e la prima fonte di energie per affrontare il mondo.

Il continuo ed ipnotico sballonzolamento di tali enormi seni mediante una slow motion che oltrepassa di gran lunga il mediocre Matrix rappresenta nello specifico l’aspetto più imprevedibile della femminilità: la donna è un essere in continuo cambiamento ed evoluzione, un mondo in movimento da scoprire, ogni giorno sempre nuovo.

Quale genialità, quale meraviglia, quale epifania inoltre nell’ammirare la donna a contatto con l’acqua, immagine in cui solo i più ignoranti possono non cogliere il chiaro trait d’union con La nascita di Venere, capolavoro quattrocentesco del Botticelli a cui la pellicola strizza chiaramente l’occhio.

Ma Baywatch, da masterpiece quale è non si limita ad una delle metà del cielo.

No, sarebbe troppo facile: anche l’uomo deve essere innalzato.

The Rock non è semplicemente un omone simpatico usato per fare da piacione.

Zac Efron non è semplicemente il ragazzetto caruccio che gli faccia da spalla comica.

No, i loro fisici scultorei sono chiaro richiamo alle forme maschili perfette: essi sono dei David di Michelangelo, degli uomini vitruviani le cui carni spinte fisicamente al massimo fanno giustamente vergognare il maschio comune, il cui fisico assume la connotazione di quello del maestro Pregadio in confronto all’Übermensch samoano ed al golden boy di High School Musical.

Focalizzandosi sulle gag comiche, sotto un abilissimo travestimento da sgangherate puttanate esse celano un sottotesto dalla profondità filosofica e narrativa tranquillamente paragonabile al misticismo di Osho.

Zac Efron vestito da donna non è per nulla un patetico tentativo di risata facile tramite il trito espediente dell’uomo en travesti, ma anzi è diretto esempio del superamento della ormai limitante separazione tra i sessi.
Prima di distinguerci tra uomini e donne siamo innanzitutto persone: Efron donna è un messaggio di pace ed uguaglianza di grande memorabilità e spessore umano, un po’ la versione moderna dell’Ich bin ein Berliner di Kennedy o dell’I have a dream di Martin Luther King.

Le continue battute su peni e tette nascondono un evidente retrogusto amaro, che freudianamente si può estrinsecare nella difficoltà del corteggiamento e nello scontro tra razionalità sociale ed istinto animalesco, il tutto condito da un alone malinconico che non può non ricondurre la mente al comico ma allo stesso tempo triste vagabondo impersonato da Charlie Chaplin.

Ma Baywatch non si accontenta di scavare nella profondità dell’intelletto, vuole sfidare il pubblico, tendendogli una trappola.

La CGI del film è infatti veramente orribile: uno spettatore poco accorto potrebbe pensare “Porca puttana, ma questi effetti speciali sono lammerda! Sembrano fatti con Windows 98!”

Ed è lì che casca l’asino: è ovvio che tale scarsa cura sia voluta, e questa è una sottile quanto sagace critica all’industria hollywoodiana stessa, che punta troppo sulla forma e poco sulla sostanza.

Come Ned Ludd a fine Settecento, Baywatch compie una coraggiosa opera di distruzione nei confronti della tecnologia, in quanto essa non è più servitrice dell’uomo, ma suo feticcio anti-sociale.

Quale mirabile inventiva.

Sugli attori, penso che dilungarsi sulle loro performance sarebbe offensivo verso Stanislavskij, Strasberg, Chekhov e gli altri grandi maestri della recitazione.

Se Efron e Dwayne Johnson hanno un’alchimia che supera di gran lunga quelle delle grandi coppie del passato (spazzati via Lemmon e Matthau, Martin e Lewis, Redford e Newman), il cast femminile offre interpretazioni la cui cristallina qualità trascende nettamente i limiti umani.

Se la bionda Kelly Rohrbach, che non riesco a comprendere come sia solo una modella di Sports Illustrated tanto è brava e naturale (ve la butto lì: siamo di fronte alla nascita della nuova Marilyn?) richiama sapientemente con i suoi infiniti primi piani sulle terga la celebre Venere Callipigia, la mora Alexandra Daddario conferma le straordinarie doti recitative già mostrate nell’eccellente serie tv True Detective.

Enormi doti recitative.

Così come il movimento impressionista si separò dai canoni artistici tradizionali dell’arte ottocentesca, così Baywatch traccia una netta linea di demarcazione nei confronti della Settima Arte come eravamo abituati a conoscerla.

C’è stato un prima di questo film e ci sarà un dopo questo film.

Capolavoro.

 

 

 

P.S. Dopo la recensione faceta, qualche nota più seria.

Per quanto il film sia costituito da due ore di scempiaggini, ammetto che la loro totale imbecillità ed il mai prendersi sul serio mi abbiano strappato ben più di una risata.

Efron e Johnson come coppia comica hanno un’alchimia migliore di quanto mi aspettassi.

I personaggi femminili sono dei tettuti soprammobili bidimensionali (a parte le poppe). Se siete maschietti non sarà un brutto vedere, ma anche i due fustacchioni citati sopra possono sollazzare l’occhio delle fanciulle.

Le battute sono talmente tante che per la legge dei grandi numeri qualcuna per forza va a segno; la maggior parte sono simpatiche, dai.

La CGI è terrificante.

Come film trash-demenziale non neanche male.

Pirati dei Caraibi – La vendetta di Salazar

We’ve got us a map, (a map!)
To lead us to a hidden box,
That’s all locked up with locks! (with locks!)
And buried deep away!

We’ll dig up the box, (the box!)
We know it’s full of precious booty!
Burst open the locks!
And then we’ll say HOORAY!

TRAMA: Jack Sparrow si trova a dover affrontare una flotta di marinai fantasma guidati dal capitano Armando Salazar, fuggiti dal Triangolo del Diavolo per ucciderlo.
Jack si avvia quindi alla ricerca del leggendario tridente di Poseidone, che può diventare la sua unica speranza di salvezza.

PREMESSA: Qualche anno fa scrissi una sbrodolata infinita un articolo relativo al franchise dei Pirati dei Caraibi nel suo complesso. In questa recensione non farò quindi molti riferimenti ai suoi alti (pochi) e bassi (terribili): se volete leggervi un mio parere più specifico, trovare il post a questo link.

RECENSIONE: Nel capitolo numero cinque della saga cinematografica basata su un’attrazione di Disneyland, il nostro eroe Jack Sparrow affronta una ciurma con poteri sovrannaturali

il cui capitano è collegato a lui in qualche modo

facendosi aiutare da un ragazzo e una ragazza

e l’unico modo per salvare la pelle è trovare un artefatto/oggetto/luogo magico e potentissimo.

Cara Disney e caro Jerry Bruckheimer, non per essere irrispettoso, ma…

AVREMO MICA UN PO’ FINITO LE IDEE???

Per la regia del duo norvegese  Joachim Rønning/Espen Sandberg, La vendetta di Salazar è un pirate-movie piuttosto ordinario, che al di là dell’ovvio bailamme legato ai classici effettoni speciali e creature sovrannaturali varie imposta un colorato e rassicurante giocattolone incassa-soldi senza infamia né lode.

Il più grande merito e allo stesso tempo limite della pellicola è infatti quello di agganciarsi piuttosto pedissequamente al primo e migliore capitolo della saga (La maledizione della prima luna): se da un lato tale scelta contribuisce a dimenticarsi dell’orrore del quarto episodio (povero Ponce de León…), dall’altro il suo essere così… ehm… primalunesco svaluta di parecchio la sua indipendenza artistica oltre che una futura ed eventuale memorabilità.

Detto con altri termini, si ha complessivamente l’impressione più dell’omaggio che del seguito.

Sì, insomma, pare la versione cappa e spada de Il risveglio della Forza.

L’azione è come al solito presente e molto sopra le righe, con un uso abbastanza “disinvolto” delle leggi fisiche ed una computer grafica pregevole nei dettagli ma ogni tanto zoppicante sull’ampio spettro (gli sfondi sono talvolta un problema), ma se prese con leggerezza divertono e quello è il loro scopo.
Assistendo ad una rocambolesca assurdità dietro l’altra si può anche sorridere, apprezzando il fatto che la pellicola (come le sue precedenti, del resto), abbia l’enorme merito di non prendersi quasi mai sul serio.

Nonostante l’ilarità di base probabilmente il segmento iniziale del film avrebbe potuto essere parecchio snellito: al di là delle (eccessive) due ore e mezza di durata, la storia infatti fatica parecchio ad entrare a pieni giri, incartandosi troppo fin da subito in una presentazione dei vari personaggi farraginosa e narrativamente pesante.

Ricorrendo inoltre al mai domo espediente del flashback, particolarmente fastidioso quando l’esposizione è così quantitativamente ricca.

Anche le new entries sono un po’ sprecate: se l’Henry Turner di Brenton Thwaites è una palese copia carbone del padre Orlando Bloom, la scienziata di Kaya Scodelario avrebbe potuto ricevere maggiore introspezione, risultando invece un character piatterello e con un background piuttosto buttato lì.

Non bastano purtroppo una notevole avvenenza (sul serio, è Carina di nome e di fatto) ed un piccato sarcasmo da strong independent woman per irrorare di luce artistica un personaggio mero meccanismo di una macchina studiata per gli incassi.

Stesso discorso può essere esteso al Salazar interpretato da Javier Bardem, la cui caratterizzazione si limita a “odia i pirati, ha una nave della Madonna, ad un certo punto lo si vede addentare una mela”: un po’ troppo poco per un antagonista che sulla carta avrebbe potuto essere molto più complesso (ad esempio ampliando il suo far parte, suppongo, della marina spagnola e quindi legalmente parlando essere uno dei “buoni”).

Johnny Depp è un Passero particolarmente ubriaco ed è sempre… il solito: ironia, trasandatezza, sconcerie varie ed un solida relazione amorosa con la bottiglia.

Personaggio che si fonde con l’interprete?

Ottimo doppiaggio italiano, su cui spiccano i “soliti” Fabio Boccanera, Roberto Pedicini e Pietro Ubaldi; alcuni giochi di parole piuttosto vanno un po’ persi (ad esempio la gag di “horologist” capito come “whoreologist”) ma ho sentito adattamenti nostrani peggiori.

Il giudizio finale dipende dallo spettatore:

– Non è una gran roba, ma c’è di peggio.

– C’è di peggio, ma non è una gran roba.

Alien: Covenant

Kiss me, k-k-kiss me
Infect me with your love and fill me with your poison
Take me, t-t-take me
Wanna be a victim, ready for abduction
Boy, you’re an alien, your touch so foreign
Its supernatural, extraterrestrial

TRAMA: L’equipaggio della nave spaziale Covenant si imbatte in quello che reputa una sorta di paradiso inesplorato: in realtà si tratta di un mondo oscuro e particolarmente pericoloso il cui unico abitante è l’androide David, sopravvissuto all’ecatombe della spedizione Prometheus.

RECENSIONE: A distanza di trentotto anni dal primo Alien, dopo trentuno anni dall’unico sequel decente di Alien, un lustro successivo rispetto al pessimo prequel di Alien e pochi mesi dopo un ridicolo plagio di Alien, torna al cinema la saga di Alien, con un sequel del prequel di Alien che quindi è anche prequel del primo Alien.

Per la regia di (mi piange il cuore a dirlo) Ridley Scott, Alien: Covenant oltre ad essere un film sensato, utile e richiesto più o meno quanto un salvagente nel deserto riesce nella non trascurabile impresa di fallire sia come seguito dell’inguardabile Prometheus sia come antipasto di Alien.

Se concedere ulteriore spago ad un progetto francamente imbecille come raccontare le origini dello xenomorfo (Mi dite che senso ha? Chi sentiva la necessità di conoscere da dove saltasse fuori? Chi aveva bisogno di una pellicola del genere?) aveva già poco grano salis di suo, Covenant si riallinea ai binari del fumo senza arrosto, con altre domande senza risposta, altri personaggi memorabili come il trentesimo decimale del π ed un altro motore narrativo che si ingolfa, arranca e gira pressoché a vuoto.

Tra tutte le pecche del film, la principale è senza dubbio una:

I PERSONAGGI SONO UNA MANICA DI RITARDATI.

Irrazionali, avventati e con la varietà emotiva di una carta da briscola, i characters vengono macellati più per conseguenza di loro scelte palesemente suicide che a causa della pericolosità dell’alieno: non si esagera affermando che se la crew avesse tenuto un comportamento rientrante nella normale e comune logica la pellicola sarebbe finita al minuto 15-20.

Non è che sono cattivi.

È che sono proprio stupidi.

Altro difetto enorme in fase di sceneggiatura è stata la scelta di organizzare i personaggi principali in coppie marito-moglie: data infatti la scemenza generale dei contenuti, tale idea ha come risultato elaborazioni del lutto praticamente inesistenti e la sensazione che la naturale empatia dello spettatore per i personaggi sia forzata, non dipendendo infatti dall’averli a cuore ma perché si subiscono costantemente richiami ai legami esistenti tra di essi.

Sì, insomma, al venticinquesimo “mio marito/mia moglie” stavo per accendere un cero in onore della legge Fortuna-Baslini.

Ed è un peccato, considerati i buoni nomi del cast.

Se la Katherine Waterston di Animali fantastici è una Ripley wannabe meno cazzuta e piuttosto incolore, non avendo forse la stoffa per interpretare un’ammazza-mostri, il povero Fassbender pare qui la versione del discount di Jeremy Irons ne Inseparabili, divenendo veicolo di metafore e richiami aulici piuttosto scorreggioni e mal posti.

Parti di contorno per Billy Crudrup, Danny McBride e Demián Bichir, che spero per loro siano stati pagati parecchio.

A tutto ciò si aggiungono limiti di genere arcinoti a chi guarda i film ma evidentemente non a chi li realizza; andando in modalità lista della spesa abbiamo:

– Fotografia saldata sul “ciano”: due ore ininterrotte di blu-nero che, fidatevi, la mattina successiva alla visione del film vi faranno apprezzare la luce del sole come mai prima;

– Storia sulle origini di qualcosa inutilmente incasinata e contorta: non solo mi spieghi da dove ciccia fuori ‘sto aborto nonostante non me ne possa fregare di meno, ma me lo spieghi pure da cani.

– Il mostro si vede troppo (in alcune sequenze è addirittura fermo al centro dell’obiettivo), togliendo paura, sorpresa ed imprevedibilità, cose, si sa, poco importanti nell’horror.

– Uccisioni così esagerate o sopra le righe da risultare trash/ridicole invece di spaventose/nauseanti/orrorifiche;

– Rimandi a capitoli della saga nettamente migliori che acuiscono ancor di più, come se ce ne fosse il bisogno, un divario qualitativo abissale tra vecchio e nuovo.

Alien: Covenant è l’ennesima brodaglia imbastita alla viva il parroco solo per il gusto di sfruttare un brand celebre ed amato che sarebbe anche ora si lasci in pace.

http://www.brocardi.it/codice-penale/libro-secondo/titolo-iv/capo-ii/art410.html

Un film veramente idiota e inutile.

Guardiani della Galassia Vol. 2

«A Riccà, ma mo’ ancora qua stàmo? Ma nun era ‘n’idea demmerda?»

«A Francé, ma che stai a dì?? Cor primo se sémo fatti più de 770 mijoni, mica du’ piotte. T’o ho detto che la ggente è ‘sti film che va a vede, mica li pipponi intellettuali. ‘Nnamo su, che mo’ cor secondo fàmo er botto.»

TRAMA: La squadra di eroici disadattati spaziali guidata da Peter Quill viaggia attraverso la galassia, nel tentativo di scoprire le vere origini di Peter.

RECENSIONE: Due anni dopo il primo capitolo sul gruppo di supereroi Marvel che nessuno aveva mai sentito/apprezzato/cagato di striscio prima dell’uscita del suddetto film ma che improvvisamente tutti adorano perché la mente umana segue vie insondabili, tornano al cinema i Guardiani della Galassia.

Cosa possiamo dire…?

Niente.

No, dai, non facciamo i faceti: con la conferma del cast tecnico ed artistico precedente, Guardiani della Galassia Vol.2 si poggia abbastanza pedissequamente sulle basi del primo episodio tentando di ampliarne l’universo narrativo, aggiungendo quindi nuovi personaggi, nemici, alleati e puntando a maggiore peso introspettivo.

E qual è il risultato?

Sorprendentemente decente.

Nonostante la prima pellicola, e qui mi scuso per il linguaggio probabilmente troppo tecnico per i non cinefili, mi abbia fatto venire la diarrea a coriandoli, ho trovato questo seguito superiore; migliora infatti sia in termini narrativi (qui una parvenza di trama, pur abbozzata, c’è, là le cose succedevano a caso) che per quanto concerne lo sviluppo dei personaggi, i quali essendo già noti allo spettatore non necessitano di lunghe sequenze di presentazione smembra-gonadi.

Una delle ragioni principali del miglioramento qualitativo di questo sequel sta inoltre in uno dei suoi elementi di maggiore spicco, ossia la comicità: se nel Vol. 1 era caratterizzata da una stupidità infantile e francamente fastidiosa alle sinapsi, qui si vira maggiormente verso il più oggettivo nonsense (quasi alla Rat-Man, mi verrebbe da dire) che può quindi incorrere nel favore di più gusti.

Sì, insomma, per apprezzarlo non siete obbligati ad avere 13 anni come età fisica o mentale.

Si nota inoltre da un punto di vista tecnico maggiore cura negli effetti speciali e, soprattutto, nella fotografia, che a differenza del Vol. 1 talvolta dimostratasi poco approfondita, qui sfrutta maggiormente tonalità vivaci di paesaggi ed epidermidi.
Nonostante talvolta i corpi fisici degli attori non si incastrino granché bene con la CGI a causa di fondali un po’ fintacchioni, il lato visivo risulta complessivamente più che dignitoso ed adatto alla bonaria baracconata di grana grossa che è questa pellicola.

Quindi ricapitolando abbiamo: colori sgargianti, sconclusionati personaggi fuori di testa ed esplosioni.

Cosa manca all’elenco di elementi semplici, immediati e gigioni per attirare il pubblico?

Semplice.

Questo aborto qua.

Il genere supereroistico è rivolto ad un pubblico prevalentemente (coff coff quasi esclusivamente coff coff) maschile, e per attirare il gentil sesso l’unica arma dei produttori sono i pettorali/addominali/dorsali ed altri muscoli che finiscono con “ali” di attori che si sono spaccati il culo in palestra per mesi?

Bene, da ora non più: abbiamo l’inserimento del “personaggio carino e cuccioloso”.

Se non fosse che qui è un terrificante bambino/albero con la faccia di Voldemort senza narici, due occhi che ricordano il pozzo di Samara in The Ring e le stesse appendici della baby mano di Deadpool.

Ehm…

Io sono Groot………..?

Nonostante non sia come detto un film disprezzabile, non è nemmeno esente da difetti.

Una pellicola può essere divertente e scanzonata quanto volete, ma due ore e un quarto sono eccessive, sia considerando il plot non propriamente complesso (in fin dei conti molti personaggi sono solo diversivi per la trama) sia perché la comicità richiederebbe tempi più fulminei ed immediati.

Per quanto dimostrino maggiore maturità (minore obiettivamente era difficile) e per quanto possano offrire un diversivo dall’eccessiva somaraggine del contesto, i rapporti morali conflittuali tra i vari personaggi se analizzati con un minimo di attenzione si dimostrano piuttosto classici e didascalici; il risultato è rimanere quindi a metà via tra una profondità che avrebbe portato il film ad un livello qualitativo superiore ed un Psicologia 1.01 un po’ scorreggione e di grana grossa.

E ad una drammaticità generale così basilare che al confronto Babe, maialino coraggioso pare Salvate il soldato Ryan.

Ah, e non essendone fan a prescindere immaginate la mia gioia nello scoprire che qui le scene dopo i titoli di coda sono ben cinque.

Il cast artistico è come già accennato lo stesso del primo film con qualche aggiunta, alcune azzeccate ed altre meno.

Se da un lato ho infatti trovato carinissimo il personaggio di Mantis, buffa aliena empatica interpretata dalla canadese Pom Klementieff che funge sovente da espediente comico, penso sia stata parecchio sprecata la brava Elizabeth Debicki nel vestire i dorati panni della leader degli alieni Klimt provenienti dal pianeta Springfield.

Ah, questa è la seconda recensione nelle ultime tre in cui mi chiedo “Che cazzo ci fa Kurt Russell in ‘sta roba?”.

No sul serio, Snake, torni a fare roba impegnata, Cristo!

Guardiani della Galassia Vol.2 è nel suo genere un buon film, ideale per passare una serata leggera leggera facendosi quattro risate.

Come l’ultimo film recensito, Kong: Skull Island non siamo di fronte a qualcosa di memorabile, ma già essere migliore di parecchie opere del proprio stesso genere è un elemento che personalmente apprezzo.

E che quindi mi basta.

P. S. La colonna sonora è una chicca dietro l’altra.

Pillole di cinema – Kong: Skull Island

Non sono stati i recensori, è stato il cinema che ha ucciso la bestia.

TRAMA: Un gruppo di esploratori particolarmente assortito raggiunge una sperduta isola del Pacifico: tanto bella quanto pericolosa, questa terra è il regno di un gigantesco gorilla.

RECENSIONE:

PREGI:

– CGI: Elemento su cui i film di puro intrattenimento dovrebbero basarsi, ma che talvolta si rivela una più o meno evidente delusione, l’aspetto prettamente visivo dell’opera è ben realizzato e risulta una piacevole sorsata d’acqua fresca per la sete dell’occhio.

Vegetali e mostri vari creati virtualmente grazie al computer sono infatti ben armonizzati con la controparte materiale e “reale” dell’ambientazione (attori e location) offrendo un’amalgama convincente e non fastidiosamente posticcia.

L’ottavo King Kong del grande schermo è in particolare una bestia di proporzioni gargantuesche: con i suoi oltre trenta metri di altezza è un titano che supera nettamente le sue precedenti incarnazioni (per darvi un’idea il Kong più recente, quello di Peter Jackson, era alto una decina di metri) ed è visivamente efficace nel suo veicolare la potenza della natura sull’uomo.

– Ritmo: Senza scomodare Marie Claire D’Ubaldo e la sua The Rhythm is magic, la cadenza narrativa è basilare in un action movie, e questo Skull Island ne ha una piuttosto apprezzabile, grazie alle sue due orette di durata ricche di avvenimenti e relativamente povere di chiacchiere inutili.

Lo spettatore che si mette a guardare un film del genere si aspetta infatti poche cose precise: un primate colossale che spacca tutto, dinosauri, mostri preistorici e comprimari che crepano in modi orribili.
Niente scambi di battute sui massimi sistemi o pseudo pretese filosofiche scorreggione e fuori contesto: personalmente ciò di cui mi accontento è che i dialoghi siano basilari e sufficienti, la storia va benissimo anche lineare e un po’ di sana esagerazione naturalistica.

Tutti elementi qui presenti.

Me felice.

DIFETTI:

– È comunque un po’ la solita menata: Come facilmente intuibile, non siamo di fronte ad un’opera che spicchi per inventiva.
Unite un’isola estremamente ostile come clima, flora e fauna ad un branco di cialtroni male in arnese ed il massimo dell’imprevedibilità sarà scommettere con i vostri amici sull’ordine esatto in cui i vari personaggi ci lasceranno le penne.

Qualcosina-ina di un po’ più articolato del solito in fase iniziale non esenta il film dall’eccessiva ordinarietà della trama.

– I personaggi: Banali come Focus Storia che manda in onda uno speciale sul nazismo, i characters di Kong: Skull Island sono poco più che pedine del Cluedo da macellare.
Nonostante possano essere utili per spostare l’attenzione dello spettatore sul mostro, la loro eccessiva piattezza diventa un boomerang e porta a scarsa empatia da parte del pubblico, che non vede in loro qualcuno alle cui vicende appassionarsi.

Il giovane scienziato desideroso di sapere, i militari guerrafondai e patriottici, il reduce suonato in stile Dennis Hopper di Apocalypse Now e l’agente governativo viscido sono macchiette troppo bidimensionali per spiccare, con inoltre l’aggravante di avere il volto di ottimi attori (Tom Hiddleston, John Goodman, Samuel L. Jackson…).

Nel cast spiccano particolarmente in negativo…

– …Brie Larson ed il suo personaggio: la Weaver di Brie Larson è indubbiamente il personaggio peggio gestito dell’intera sceneggiatura: se come già detto gli altri membri del gruppo sono quasi archetipi, la fotografa pacifista, sospettosa e determinata avrebbe potuto ricevere migliore trattamento introspettivo, con l’aggiunta di sfumature purtroppo non presenti nel film.

A questa occasione mancata si unisce un’interpretazione non particolarmente esaltante e quasi “annoiata” dell’attrice, come se il disaster movie fosse una tappa obbligata per affermarsi nel cinema mainstream dopo l’Oscar vinto nel 2015 e prima dell’approdo alla Marvel.

Ah, dimenticavo, solita polemica pruriginosa ed inutile sulle sue (grosse e belle) tette in fase di promozione del film.

Che pazienza.

Consigliato o no? Dipende essenzialmente da quanto apprezziate il genere di appartenenza.

Kong: Skull Island non è certamente un film memorabile e si limita a fare il suo senza tentare escamotages imprevedibili, ma devo ammettere che nel suo ambito ci sono molte pellicole nettamente peggiori.

Per una serata leggera ci può stare.

Fast & Furious 8

La brum di Toretto ha un buco nella gomma.

TRAMA: La squadra di Dominic Toretto sembra aver finalmente trovato la tranquillità tanto desiderata.
Purtroppo i guai sono dietro l’angolo, e questa volta si manifestano sotto le spoglie di una spietata terrorista informatica, che riesce a spezzare l’equilibrio della squadra trascinando Dominic dalla sua parte.
Per riportarlo alla ragione, Letty, Hobbs e gli altri saranno costretti a chiedere aiuto ad un loro vecchio nemico, Deckard Shaw.

 

RECENSIONE:

Carro armato (??)

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Dodge Charger.

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Nissan IDX.

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Jaguar F-Type Coupe.

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Corvette Stingray 1966.

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Bentley GT BR9 coupe.

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Subaru BRZ.

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Lamborghini Murcielago.

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Mercedes AMG GT.

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Corvette 1966.

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Ford Fairlane 1956.

 

VROOM VROOM BANG BUM PATA-PAM CRASH.  

Bla bla bla famiglia, bla bla bla tradimento, bla bla bla il mio pene è più lungo del tuo, bla bla bla stereotipi imbecilli a camionate, bla bla bla techno mumbo-jumbo campato per aria.

Che cazzo ci fa Kurt Russell in ‘sta roba?

Che cazzo ci fa Charlize Theron in ‘sta roba?

Che cazzo ci fa Helen Mirren in ‘sta roba?

Se una serie come questa arriva al capitolo OTTO esiste un problema.

 

Buona Pasqua.

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