L'amichevole cinefilo di quartiere

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Slender Man

Creepypasta: Genere popolare di letteratura su internet; derivante da “copypasta” (abbreviazione di “copy and paste), dato che le storie venivano diffuse in rete tramite i lettori stessi, che appunto copiavano ed incollavano le storie da un sito all’altro.
La parola “copy” venne sostituita con “creepy”, (“inquietante”) per evidenziare la natura delle storie, di solito di genere horror.

TRAMA: Quattro liceali si riuniscono per compiere una specie di rituale e sfatare il mito di Slender Man, il protagonista di alcune storie dell’orrore diffuse su Internet.
Quando scompare una delle ragazze che ha partecipato all’incontro, le altre iniziano a sospettare che il mostro l’abbia portata via.

RECENSIONE:

– Perché se la storia dello Slender Man è stata creata nel 2009 ed è diventata celebre nel 2012, per farci il film hanno aspettato anni?

– Perché il cinema horror è così disperato non solo da raschiare il fondo del barile o il terreno su cui poggia il barile, ma anche qualcosa che nemmeno meriterebbe di essere inserito nella stessa metafora del barile?

– Perché nonostante l’evidente mancanza di idee buone, o di idee e basta, di film de paura ne escono comunque 6,022 x 10 alla ventitré all’anno?

– Perché le protagoniste di questo film sembrano le Spice Girls meno Emma?

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Mel B, Victoria, Geri e Mel C.

– Emma Bunton canta ancora?

– Perché i Take That continuano a perdere pezzi per strada?

– Perché nei teen slashers gli adulti non esistono?

– Con tutto il dovuto rispetto, che cazzo di nome è “Wren”? In America i figli possono essere chiamati “Hawk”, “Kestrel” o “Flamingo”?

– Perché in ‘ste puttanate tutti i genitori single sono alcolizzati?

– Perché se lo Slender Man dovrebbe avere in sé una componente psicologica nel far impazzire le sue vittime, l’approfondimento introspettivo di ‘sti cartonati con il rimmel è inesistente?

– Perché dello stesso genere è il secondo film di fila che mi vedo in cui due pischelli non possono consumare senza che uno dei due abbia le allucinazioni?

– È per caso una subdola pubblicità progresso che avvisa sull’avere rapporti sessuali consapevoli?

– Perché pure la bibliotecaria diventa un jumpscare?

– Perché se queste ameboidi con la vagina sanno cosa sta succedendo non provano nemmeno ad avvisare qualcuno con il più semplice “pensiamo che un tizio voglia rapirci” senza quindi specificare che sia un essere sovrannaturale, in modo da non essere ritenute pazze?

– Perché mi sforzo di applicare la logica quando lo sceneggiatore se l’è scordata in un remoto angolo del suo cervello?

– Perché produrre film sfruttando la fama di videogame di successo continua ad essere considerata un’idea intelligente?

– Perché se la durata di Slender Man è 86 minuti mi sono sembrati il triplo?

– Sarà troppo tardi per abbandonare il cinema e buttarsi sulla coltivazione dei gerani?

Piantatela.

Di mungere.

Le cazzate.

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Ant-Man and the Wasp

Un cinefilo può sopportare una rottura di palle pari a cento volte il proprio peso.

TRAMA: Scott Lang è agli arresti domiciliari e cerca di bilanciare gli impegni domestici e e di padre con la sua vita da supereroe. Hope van Dyne e Hank Pym compaiono improvvisamente per reclutarlo in una nuova missione, in cui Hope assume l’identità di nuova Wasp.

RECENSIONE:

Quando andavo a scuola, l’estate era attesa con trepidazione e gioia.

Anche entrati nel mondo del lavoro, ovviamente, il periodo estivo rimane pregno di cose molto belle (le ferie, il sole, le ragazze in shorts), ma fino alle superiori avevo la piacevole aspettativa che, una volta superati i primi sette/dieci giorni di giugno, mi avrebbe atteso un titanico spaccato di tre mesi di puro cazzeggio.

L’unico elemento di disturbo all’incrollabile proposito del me stesso brufoloso preadolescente di non fare una beata mazza fino a metà settembre erano gli immancabili compiti scolastici.

Niente di complesso, sia chiaro, però erano una discreta rottura di maroni e venivano svolti spesso senza nessuna voglia o slancio.

Fatti solo perché obbligati.

Tipo questo film.

Noto solo ora che per due ore la mia espressione facciale è stata la stessa di Evangeline Lilly

Ant-Man and the Wasp non è una delle ormai numerose opere dell’universo Marveliano, che va ad arricchire un mondo narrativo aumentandone respiro e complessità.

Ant-Man and the Wasp è “studiati l’ascesa della borghesia europea del 1800, che probabilmente a settembre salteremo a piè pari ma se il professore te la chiede e non l’hai manco letta, sai che figura di merda?”

E si nota già dal titolo.

In una serie piena di sottotitoli roboanti, tipo Il primo vendicatore (di che?), The Dark World (quale?), Age of Ultron (che dura un weekend), Civil War (sono sei persone contro sei, ce ne stanno di più a pallamano), Homecoming (sì, Marvel Studios, abbiamo capito che vi hanno ridato i diritti) e Ragnarok (che non ha fatto finire il mondo, ma solo la mia pazienza), qui il titolo è l’elenco dei protagonisti.

Formicuomo e la Vespa, signore e signori, e crederete che un uomo può rimpicciolirsi e bombarsi la Kate di Lost!

Oltre a lui.

Una pellicola confusionaria e mal fatta, che si basa troppo, troppo, troppo, sugli effetti speciali prospettici, senza coniugarli però con un guizzo, una scintilla, un quid che possa renderla vagamente memorabile e non sprofondata nell’oblio, insieme alle mie nozioni sulla borghesia europea dell’Ottocento, appena accesa l’automobile uscendo dal cinema.

Un sense of humour perennemente fuori luogo e di una stupidità immane persino per gli standard della M di Mefistofele correda una trama inutilmente complicata considerato un target di pubblico di tredicenni in esplosione ormonale non particolarmente svegli, piena zeppa di sottotrame evitabili e che nei momenti cardine forza troppo la sospensione d’incredulità dello spettatore, già naturalmente messa a dura prova dai poteri dei protagonisti.

Altra pecca diretta conseguenza della precedente è che, in proporzione alle due ore scarse di durata, in questo film ci sono più antagonisti che nell’Odissea, tutti poco caratterizzati, mal sfruttati e che avrebbero potuto essere tranquillamente sforbiciati in nome di una auspicabile maggiore linearità.

Gli effetti speciali, pur ben realizzati come nell’episodio precedente, si basano veramente troppo su prospettive “à la Hobbit” che essendo già state sviscerate non sorprendono lo spettatore e faticano ad intrattenere a causa della loro eccessiva prolissità.

Tu… restare… io… andare… non… seguire…

Se inoltre si volesse provare a considerare il film come ingranaggio nel grande macchinario che è la Fase Marvel di appartenenza, lo sforzo risulterebbe tanto difficile quanto superfluo, visto che per una storia ambientate tra Civil War Infinity War la timeline non si incastra per un cazzo, con un sacco di forzature e tempistiche casuali, incoerenti con quanto detto dagli altri film.

Non male, per uno studio il cui obiettivo dichiarato è creare un mondo narrativo complesso ed organico.

Nel cast, oltre al bisteccone Paul Rudd la cui caratterizzazione bypassa sovente i limiti dell’irritante, ritroviamo la quota-patata de Lo Hobbit Evangeline Lilly, che è anche bravina ma che come eroina action mi fa alzare il sopracciglio più che a The Rock.

Una discreta alchimia tra i due non basta infatti a tirare avanti una storia con i citati problemi, rafforzando anzi l’impressione che con meno contorno e più focus sugli elementi di reale importanza si sarebbe raggiunto un decisamente migliore risultato.

Però il suo costume non ha i capezzoli. Beccati questa, Schumacher!

Se non altro si assiste ad una buona dose di girl power, sia grazie alla Vespa che all’antagonista (uno dei cinquanta) Ghost, qui in versione femminile a differenza della fonte di partenza: entrambe mostrano una buona dose di caparbietà ed abilità a menare le mani quando serve, oltre che superare in determinazione ed acume la maggior parte dei maschietti che le circondano.

E diciamo che in passato il personaggio è stato sfruttato in modi un po’ diversi…

wasp hulk

Ok.

Torna Michael Douglas, che ricordiamo oltre all’ovvio Wall Street ha prestato volto a pellicole molto varie, tra cui:

– Attrazione fatale, in cui ha dei problemi con una Glenn Close maniaca di sesso;

– Basic Instinct, in cui ha dei problemi con una Sharon Stone maniaca di sesso;

– Rivelazioni, in cui ha dei problemi con una Demi Moore maniaca di sesso.

Completano il cast Lawrence Fishburne, che qui compare perché capitato sul set per caso e non era buona educazione andarsene, uno sprecatissimo Walton Goggins che dopo Tomb Raider conferma il suo voto monastico all’interpretazione di antagonista nelle puttanate e Michelle Pfeiffer.

La bravissima Michelle Pfeiffer.

La meravigliosa sessantenne Michelle Pfeiffer.

Mi sono innamorato di lei in Ladyhawke, a saperla impelagata nel Marvel Universe piango.

Un film senza voglia.

Da stroncare senza pietà.

Amiche di sangue


– purosangue: aggettivo e sostantivo maschile e femminile

Animale, spec. cavallo di razza pura (per la credenza, oggi ripudiata, che il sangue fosse l’elemento portatore dei caratteri ereditari).

TRAMA: Due adolescenti del Connecticut, amiche benché molto diverse fra loro, progettano di uccidere il dispotico patrigno di una delle due.
Non sapendo bene cosa fare, le due ragazze si rivolgono ad un coetaneo noto nella zona come spacciatore.

RECENSIONE:

Impostato inizialmente come un’opera teatrale con tanto di divisione in atti e rimodellato poi per il grande schermo, Amiche di sangue è un film piacevole ed interessante, con un cast in forma e scelte stilistiche azzeccate.

La pellicola, il cui titolo originale Thoroughbreds, ossia “purosangue”, è sicuramente più ispirato rispetto a quello nostrano, rimandando ad alcuni elementi della trama assumendo anche al contempo un discreto carico metaforico, mostra personaggi dai peculiari problemi psicologici che fondono le proprie anime per un comune obiettivo, senza però comprendere fino in fondo la natura dei propri deficit.

Un’opera in cui è più importante il “come” del “cosa”, il viaggio della destinazione, gli step del target e che grazie ad una coppia di protagoniste in gamba e ad una vicenda che spesso sfocia nel surreale, senza però perdere in crudezza, riesce a centrare il bersaglio offrendo un prodotto dal retrogusto indie ma accattivante quanto un dramma popolare.

Buona prova delle giovani Olivia Cooke e Anya Taylor-Joy, entrambe attrici in rampa di lancio che se continueranno in scelte di carriera oculate avranno sicuramente buone possibilità di un radioso avvenire.
Fredda e robotica la prima, la cui mancanza di emozioni rende il suo character un complicato puzzle con troppi pezzi mancanti, ambivalente la seconda, fuoco e determinazione nascosti dietro una patina di fumo e accondiscendenza.

Amiche di sangue è stato purtroppo anche l’ultimo film per il giovane Anton Yelchin, morto dopo sole due settimane la fine delle riprese.

Consigliato.

Shark – Il primo squalo

Ci serve un blog più grosso.

TRAMA: Un esperto di salvataggi subacquei viene reclutato da un oceanografo cinese per andare in soccorso a un sommergibile che, durante una spedizione legata a un programma internazionale di osservazione sottomarina, è stato attaccato da una gigantesca creatura creduta estinta.
Ora, il mostruoso animale si trova nelle profondità del Pacifico con il sottomarino: l’equipaggio è bloccato al suo interno…

RECENSIONE:

Chiamatemi Serenate.

Qualche giorno fa — non importa ch’io vi dica quanti — avendo poco o punto denaro in tasca e niente che particolarmente m’interessasse a casa, pensai di andare al cinema per un po’, e di vedere così la parte hollywoodiana del mondo.

Faccio in questo modo, io, per cacciar la malinconia e regolare la circolazione. Ogniqualvolta mi accorgo di mettere il muso; ogniqualvolta giunge sull’anima mia un umido e piovoso novembre; ogniqualvolta mi sorprendo fermo, senza volerlo, dinanzi alle agenzie di pompe funebri o pronto a far da coda a ogni funerale che incontro; e specialmente ogniqualvolta l’umor nero mi invade a tal punto che soltanto un saldo principio morale può trattenermi dall’andare per le vie col deliberato e metodico proposito di togliere il cappello di testa alla gente — allora reputo sia giunto per me il momento di prendere al più presto il cinema.

Filmettino che più estivo non si può, Shark – Il primo squalo è una cazzatina di bassa lega utile più a diffondere l’ittiofobia che ad offrire un intrattenimento considerabile para-decente.

Tratto inspiegabilmente da un libro (il MEG del titolo originale statunitense, opera del 1997), Shark ripesca (no pun intended) l’animale gigante come villain, un’idea cinematografica giunta con la DeLorean direttamente dagli anni Cinquanta e che lì sarebbe dovuta rimanere insieme alle frizzanti commedie con Doris Day e ai rockabilly.

Ennesima produzione sinoamericana, che dopo capolavori imperdibili quali Transformers 4, Pacific Rim – La rivolta, Independence Day – Rigenenerazione e The Great Wall alimenta il principio economico denominato legge del Porca puttana, sono un miliardo e mezzo, vuoi che non troviamo gente a cui piacciono ‘ste cazzate?, Shark tenta disperatamente di sfruttare infatti il filone hollywoodiano catastrofico (inteso come disastro naturale che si abbatte sulla popolazione) unito a quello dei film Asylum catastrofici (intesi come disastri umani che si abbattono sugli spettatori) in un’accozzaglia di assurdità narrative e visive senza capo né coda e, soprattutto, noiose da impiccarsi.

Di valore artistico paragonabile a quello di un sasso, oltre a presentare un ritmo dall’avvio più che diesel con una prima mezz’ora da rischio abbiocco catatonico, l’opera fa acqua (e dagli) anche nel banalissimo settore effetti speciali; se essi possono risultare nella media quando il predatore si trova nelle oscure profondità abissali, semi-nascosto alla vista dell’uomo e presenza incombente ma non visibilmente percepibile, la seconda metà della pellicola lo vedrà ovviamente irrorato dalla luce solare, che lo evidenzia quindi per la pataccata in CGI appiccicata con la saliva allo schermo che è.

E se tu scruterai a lungo in uno squalo preistorico lungo trenta metri, anche lo squalo preistorico lungo trenta metri scruterà dentro di te.

A corredo funebre della pellicola si hanno ovviamente al quadrato tutti gli stereotipi possibili immaginabili del genere fanta-horror-puttanata, a partire da un cast irrealisticamente vario e multietnico formato da personaggi con lo sviluppo caratteriale dei manichini di Zara, alcuni dei quali verranno divorati nella totale indifferenza del pubblico che a causa della loro piattezza non li conosce abbastanza da potercisi affezionare, per passare a sottotrame lasciate a volteggiare alla brezza senza ricevere una direzione chiara, l’immancabile bambino/a sgretolagonadi, un villain umano che non si capisce avessero voluto farlo stronzo o patetico e dei dialoghi che mi hanno fatto venire voglia di usare una pistola al posto del phon.

Campagna pubblicitaria Benetton collezione 2019.

Protagonista Jason Statham, granitico tanto nella fisicità esasperata (ovvia la scena delle sue pudenda coperte solo da un asciugamano correlata di fanciulla frontale sbavante, perché le donne bidimensionali dei film non hanno mai visto due pettorali e innanzi agli addominali scolpiti rimangono folgorate novelle Paolo sulla via di Damasco) tanto quanto in un’espressività che varia tra:

– incazzato;

– sarcastico incazzato;

– triste incazzato;

– sto-scherzando-con-una-bambina-di-dieci-anni incazzato.

Minchia, Jason, pigliati una tisana…

Fotografia scattata a Jason Statham durante la sua festa di compleanno.

Oltre al molosso inglese, sprecati in ‘sto filmaccio il brillante Rainn Wilson e l’ex Heroes Masi Oka, che oltre alla cheerleader direi dovrebbe cercare di salvare la sua carriera.

Piccola parte per la futura Batwoman Ruby Rose, su cui mi piacerebbe dire qualcosa che non sia “è lo stereotipo della donna maschiata e tosta qui chiamata “Jaxx”, solito nome comicamente aggressivo”, ma l’unico fattore che Shark riesca a trasmettere sul suo personaggio è lo stereotipo della donna maschiata e tosta qui chiamata “Jaxx”, solito nome comicamente aggressivo.

Fantascienza senza scienza, pesce gigante senza divertimento, Jason Statham senza parolacce e cazzotti.

Gli spettatori sono amici, non cibo.

Ocean’s 8

Pacifico. Indiano. Atlantico. E poi?

TRAMA: Debbie Ocean, sorella di Danny, organizza un gruppo composto da 8 donne per compiere una rapina complicatissima, praticamente impossibile, durante un’importante serata di gala a New York.

RECENSIONE:

Gary Ross non è Steven Soderbergh.

Non possiede, infatti, il suo piacevole tocco in fase di regia e fotografia, che riesce a porsi al servizio del set esaltandone le caratteristiche visive.

Sandra Bullock non è George Clooney.

Non possiede, infatti, quel fascino da irresistibile bisteccone statunitense, con il rassicurante profilo mascellare di Clark Kent di chi è persona che trasmette possibilità di sicuro affidamento.

Quindi la domanda che spontanea sorge di fronte a questo Ocean’s 8 è una sola.

Ma perché?

Perché bisogna rivedersi uno stilema narrativo che, anche tralasciando l’heist movie nella sua totalità e varietà, ci si è cuccati già per ben tre volte, in un arco di trama bello che completo e da cui si riprende in modo alquanto pedissequo lo schema del capitolo iniziale?

Semplice.

Perché non ci sono idee.

Ocean’s Eleven con le donne non è un’idea nuova.

Ocean’s Eleven con le donne è un’idea vecchia diciassette anni rifatta pari pari, con unica variante un cast formato da persone aventi gli organi genitali interni invece che esterni.

Ed è una constatazione piuttosto mesta, perchè Ocean’s 8 non è un brutto film, non è mal realizzato.

È solo banale.

La regia di Ross sa comunque il fatto suo, e pur con alcune scelte abbastanza rivedibili a causa della loro eccessiva pomposità espositiva, riesce a portare a casa la pagnotta senza scadere nell’esteticamente becero.

Peggiore è la sceneggiatura.

Nonostante in fin dei conti sia abbastanza passabile, essa infatti pecca di alcune ingenuità e forzature troppo estremizzate rispetto all’ovvia percentuale relativa a questo genere.
Tempistiche pratiche, risoluzioni di problemi ed organizzazione del materiale umano, per quanto derivanti da una preparazione certosina dei cinque anni passati dalla protagonista in prigione, sono fattori qui troppo elasticizzabili e facilmente messi in pratica a dispetto di quanto avrebbero inciso in una cornice più “realistica”.

Si riscontra in particolare un principio logico più che fallace.

Ora, io sono un uomo eterosessuale, quindi la mia considerazione sarà sicuramente influenzata dal fatto che mi piacciano le donne.

Ma in una serata di gala caratterizzata da uno sfarzo enorme, con invitati ricchissimi ed illustri, tirati a lucido, con un’ostentazione sfrenata di bellissimi abiti, gioielli e paillettes…

… come si fa a giustificare una banda di sole donne con (testuali parole pronunciate dalla leader del gruppo) “un uomo dà nell’occhio, una donna passa inosservata”?!

È come dire che una sfilata di Victoria’s Secret non se la caghi nessuno, mentre un gruppo di Agenti Smith risalta in mezzo ad altri uomini in abito.

E il comico è che il film stesso si smentisce, mostrando le ladre con i loro abiti da gala che, ovviamente, sono appariscenti come un bengala acceso al cinema.

Film, perché mi cadi su queste cose?

Giudizio sul cast?

Brave attrici lasciate a briglia abbastanza lunga, interpretano personaggi piuttosto bidimensionali e statici.

Avrei preferito maggiori distinzioni tra la Debbie Ocean della Bullock ed il suo braccio destro, la Lou di Cate Blanchett (ma anche Danny e il Rusty di Brad Pitt non è che poi fossero così differenti, a parte che il secondo mangiava sempre); Helena Bonham Carter interpreta il solito personaggio pittoresco e un po’ svampito, mentre avrei preferito focus maggiore sulla madre di famiglia Sarah Paulson che concilia criminalità e prole; la Hathaway come modella ocona forse la migliore, il resto del gineceo è piuttosto dimenticabile.

Anzi, no.

Vi ricordate il Lex Luthor di Jesse Eisenberg in quel… ehm… capolavoro americano di Batman v Superman?

Attore che non c’entra una mazza con il personaggio, portando ad un’interpretazione così pessima che non si capisce dove sia volutamente grottesca e quando invece, molto più semplicemente, non ci avessero capito niente in fase di scrittura e direzione nemmeno loro?

Ecco, pensate a quello scempio.

Poi moltiplicatelo dieci volte.

E avrete RIHANNA NEI PANNI DI UN’HACKER.

Vi giuro, assistere alla monoespressiva popstar barbadiana nelle vesti di una Lisbeth Salander in salsa Whoopi Goldberg è un qualcosa che fa sanguinare gli occhi, tale è l’assurdità del connubio interprete-personaggio unita agli sforzi erculei con cui stiano provando a creare una parallela carriera cinematografica ad una persona che, detto senza alcuna antipatia, è brava a vendere milioni di copie dei suoi album e dovrebbe limitarsi a fare quello.

Non vi è bastato Battleship?!

Ah, già, c’è pure James Corden in un personaggio appiccicato alla trama con la saliva, con un atto narrativo focalizzato su di lui che pare scivolare lentamente fuori dall’orbita gravitazionale della pellicola, tanto è piazzato come riempitivo, e pure poco ispirato.

Ocean’s 8.

Un film banale.

Un film scontato.

Un film già visto.

Un film che bah.

Impressioni di trailembre – Glass

PREGI SPARSI:

– Il ritorno di Anya Taylor-Joy: che si spera continui a mantenere l’importante ruolo che aveva in Split e non venga soverchiata dai tre pesi massimi del cast, facendo deflagrare il personaggio nello stereotipo della bella figotta incastrata suo malgrado in un combattimento tra superumani.

Attrice che a mio parere possiede un grande potenziale in divenire, spero che opti per scelte di carriera oculate che possano forgiare le sue abilità recitative, e regalare così in futuro una grande interprete al pubblico.

– Sarah Paulson: Attrice con i controattributi a livello televisivo, sul grande schermo non ha però avuto una carriera altrettanto buona; a quarantaquattro anni non sarebbe male che finalmente riesca a sdoganarsi pure al cinema, anche se l’apparentemente non eccelso Ocean’s 8, uscito in America e ancora inedito da noi, non fa presagire grandi picchi.

Che il suo ruolo sia quello di una psichiatra, inoltre, sembra suggerire il mantenimento di forti tematiche introspettive, rendendo il prodotto più maturo e consapevole.

– Volendo il Signore, un film che prende “seriamente” i comics: Al di là delle dichiarazioni del regista, secondo cui Glass sarà “Il primo film davvero fondato sui fumetti”, dei toni narrativi che si preannunciano ancora cupi e dark non possono che giovare ad un genere che, tra opere di enorme successo viranti però troppo su un’estrema stupidità infantile (Marvel) ed un principale concorrente con idee poco chiare, tra la ricerca di maggiore serietà e la tentazione di copiare pedissequamente il rivale (DC), avrebbe decisamente bisogno di una “via di mezzo” che non può essere solamente la in futuro già defunta Marvel-Fox (con LoganNew Mutants o Deadpool).

– Altre personalità di Kevin? Se le sfaccettature di Crumb in Split erano ventiquattro, sia per evitare emicranie al pubblico che un esaurimento nervoso al povero McAvoy, quelle con un effettivo ruolo all’interno della pellicola erano solo quattro o cinque.

Oltre ad un rimando a tali personaggi, male non farebbe la comparsa di altre figure che magari, in seguito al casino combinato nell’ultimo film, hanno “preso la luce” al posto dei leader precedenti.

DIFETTI SPARSI:

– Bruce Willis: la cui carriera sta attraversando un andamento in discesa che rasenta la verticalità ed improntato su ruoli interpretati senza voglia in film peggio che mediocri; si spera che tornare ai vecchi fasti de Il sesto senso Unbreakable lo possa aiutare a tornare sulla retta via, confidando inoltre che quello che sarà il protagonista positivo non si trasformi nella palla al piede della pellicola.

– M. Night Sopravvalutato: che Shyamalan dopo i suoi primi due film non ne abbia azzeccata mezza è un dato abbastanza assodato: tra il confusionario e banalotto The Village ed il mediocre The Visit, il ben poco umile Manoj ha inanellato una serie di porcate di rara idiozia: tra un Signs con gli alieni fermati dalle porte di legno, Lady in the Water, ed E venne il giorno che non so da dove cominciare ad insultare, L’ultimo dominatore dell’aria che è uno stupro ad un ottimo cartone animato e After Earth che è né più né meno un pompino con ingoio alla famiglia Smith.

Split era stata una piccola sorpresa pure per quello, e si spera che possa invertire la rotta di un regista che sembrava potesse diventare Titanico ma che rischia(va) di sfracellarsi contro un iceberg.

– La Bestia di Crumb che si muove come Liev Schreiber in X-Men le origini – Wolverine:

No, qui non ho nulla di specifico da aggiungere: i disgraziati come me che hanno assistito a quello scempio (sì, quello con Taylor Kitsch nei panni di Gambit e Deadpool muto) sanno a cosa mi stia riferendo.

Per tutti gli altri: rimanete nell’ignoranza, davvero.

– Tono epico: perché è un difetto? Perché ormai quasi tutti i trailer sono fighi, ed il carisma da essi derivante deve poi essere mantenuto nell’opera cinematografica vera e propria.

In caso contrario il rischio è quello di lanciare al pubblico un messaggio sbagliato sull’impronta che verrà data al film, rischiando perciò di fuorviare lo spettatore rendendogli difficile apprezzare il prodotto in sé.

E visto che The Village, sempre di Shyamalan, dal trailer pareva un horror, il grosso punto interrogativo rimane.

Hurricane – Allerta uragano

Ho l’impressione che non siamo più nel Kansas.

TRAMA: Un gigantesco uragano sta per colpire l’Alabama, e si preannuncia come il più violento della storia americana.
Due fratelli ed un’agente del Tesoro devono fronteggiare non solo la furia degli elementi, ma anche una banda di rapinatori che, durante la tempesta, vuole fare il colpo del secolo e derubare di 600 milioni di dollari la Zecca di Stato.

RECENSIONE:

11 dicembre 2013.

Allo stadio Veltins-Arena di Gelsenkirchen, per il Gruppo E della Champions League 2013-14 si sfidano lo Schalke 04 ed il Basilea.

Al minuto 57 i tedeschi, già in vantaggio per una rete a zero, raddoppiano con il difensore Joel Matip. Il goal sarebbe però viziato da un clamoroso fuorigioco di ben quattro uomini, ma la terna arbitrale, diretta dall’italiano Paolo Tagliavento, non se ne avvede e convalida la marcatura.

Il tecnico degli svizzeri, Murat Yakin, assiste allibito alla scena, con un’espressione tra l’incredulo ed il sarcastico.

Nei suoi occhi e nella smorfia che gli segna il volto possiamo contemplare il più naturale degli approcci umani alle piccole e grandi assurdità della vita.

Un piano di esistenza, il nostro, in cui la logica e l’ordinario cedono talvolta il posto ad elementi che esulano di gran lunga dagli schemi mentali a cui mollemente siamo adagiati, rendendoci partecipi del Casuale, dell’Estremo, dell’Imponderabile.

Hurricane è così.

Casuale.

Estremo.

Imponderabile.

Diretto da Rob Cohen, regista che soprattutto negli ultimi anni batte fieramente lo stendardo dell’Ignoranza e che ha al suo attivo, oltre al non disprezzabile Dragonheart e al primo Fast and Furious, delle fetecchie disprezzabilissime quali XXX (che vi sfido a provare a scaricare da Torrent, chissà prima di ottenere il film giusto quanta bella robina avrete in download), Stealth La mummia 3Hurricane è una così cosmica troiata che la sua visione assume più le connotazioni di un’esperienza di vita che di un semplice assistere ad un’opera cinematografica.

Heist disaster movie vengono infatti fusi da un mad scientist in un frullato peggio di malriuscito, che però raggiunge il mirabile obiettivo di incastrare tra loro ogni cliché possibile dell’uno e dell’altro genere.

Reazione umana proporzionata al fatto che un cialtrone come Cohen diriga ancora?

Il tutto viene presentato con un’apertura flashbackosa di rara pigrizia, da cui Madre Natura può trarre ragionevoli motivazioni sulla bontà dell’estinzione umana, essendo essa presentata come vera villain del film: la parete ventosa del tornado, infatti, assume l’immagine di un teschio, una fetecchia a metà strada tra il Marchio Nero dei nemici di Harry Potter ed il faccione della mummia Imhotep.

Reazione umana consona ad una scelta stilistica di ineluttabile squallore?

Spiccano come vestirsi da Ronald McDonald durante una veglia funebre degli effetti speciali vomitati dal peggiore dei programmi piratati di computer grafica; il budget comprensivo di 35 milioni di dollari, che Dio sa dove siano stati spesi, offre infatti un comparto tecnico che più che al già becero Twister si avvicina all’imperdonabile Sharknado, con lo spettatore che seriamente quasi si aspetta uno Ian Ziering armato di improbabile motosega affettare il vile selachimorpho.

Reazione umana derivante dalla non comprensione delle basi sull’uso del green screen?

Il cast di questa vibrante cazzatona vede come uno dei nomi illustri Ryan Kwanten, ex partecipante di Vampiri sexy per teenager in calore e che personalmente ricordo nel piacevole (quello sì, non sono ironico) cortometraggio The Truth in Journalism.

Insieme a lui Maggie Grace, espressiva quanto un monumento di Garibaldi, nei panni della classicissima squinzia cazzuta improbabile, mentre personalmente non mi capacito di quanto in basso sia finita la carriera del povero Cristo Toby Kebbell, che ultimamente ha inanellato una progressiva sequenza di Fibonacci di pestilenziali cagate, tra cui possiamo menzionare Fantastic 4Warcraft, il remake di Ben Hur Kong: Skull Island, l’unico che lontanamente si salvi.

Reazione umana successiva all’afferrare quale parabola discendente abbia intrapreso la carriera di un buon giovane attore?

Ovviamente il film ha bombato al botteghino, incassando solo 14 milioni di dollari.

Sorpresona.

Hurricane – Allerta uragano.

Un film casuale.

Estremo.

Imponderabile.

Una puttanata.

 

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