L'amichevole cinefilo di quartiere

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Pupazzi senza gloria

Le luci sono pronte
è tempo di iniziar.
È tempo per filmacci
vi faranno vomitar.

TRAMA: Los Angeles. In un presente alternativo a quello che conosciamo, esseri umani e pupazzi convivono tranquillamente.
Due detective devono indagare sulla misteriosa catena di omicidi che, negli ultimi tempi, ha coinvolto i membri della “Happytime Gang”, protagonista di un famoso show televisivo per bambini.

RECENSIONE:

Capitano dei momenti, nella vita di un uomo, in cui ci si trova faccia a faccia con qualcosa che ci spinge a fermarci per riflettere sui propri limiti.

Sulle proprie mancanze.

Sulle proprie debolezze.

Io di fronte a questo film ci ho provato, attraverso una profonda meditazione introspettiva.

Vi giuro, ho tentato di capire.

Mi sono impegnato.

Mi sono sforzato di comprendere.

Mi sono quasi… costretto.

Mentalmente.

Ma anche fisicamente.

Ma non ci sono riuscito.

Ho tentato.

Ed ho fallito.

Io non ho idea di come possano piacervi queste puttanate.

Dalla mia esperienza cinematografica, costituita da più di 1700 film visionati, non mi pento di definire Pupazzi senza gloria una delle troiate più ignobili a cui abbia mai avuto la disgrazia di assistere in quasi trent’anni.

Pellicola senza il più remoto barlume di idea e con una dolorosa assenza di qualsivoglia brio narrativo, visivo, realizzativo, accusativo o vocativo, siamo indubbiamente al cospetto di una ignominiosa vaccata col fischio.

Un film che vede come sue colonne artistiche pupazzi di stoffa che scopano, eiaculano, dicono oscenità e propongono sesso orale al prossimo.

Ok il contrasto tra il fantoccio come simbolo dell’infanzia e la volgarità adulta.

Ok l’assurdo generato dalla diametralità tra contesto e contenuto.

Ok i personaggi colorati e sopra le righe.

Ma questo film è un cesso, è che sia stato girato, pensato e prodotto da Brian Henson, figlio del Jim creatore dei Muppet è uno schifo.

Meno male che sei morto da trent’anni.

Pupazzi volgari che convivono con gli esseri umani è un’idea che avrebbe potuto risultare simpatica solo per un caustico ed immediato corto, ed infatti tale geniale pensata perde inesorabilmente la sua carica narrativa una volta che il pubblico viene immerso nel contesto dell’opera, un qualcosa di terrificante, gradevole quanto un lecca lecca al gusto di sperma e che, oltretutto, annoia terribilmente.

Questo film dura novantun minuti.

Che sono ottantuno di troppo.

Un fantoccio vuoto e senza vita. E un pupazzo blu.

Pure il titolo italiano, scelto da una persona che andrebbe impiccata in pubblica piazza quale nemica del popolo, contribuisce all’estrema finezza di mood dell’opera, rimandando a capolavori avanguardisti dell’ars comica quali 3cientoLo spaventapassere ed altre pellicole parodistiche così frizzanti da farmi vergognare che siano state portate sulla sfera del visibile da esseri viventi appartenenti alla mia specie.

Pietra angolare del nostro capolavoro è l’abruzzese Marcello Macchia (in arte “Maccio Capatonda”), che, se può far sghignazzare nei suoi sketch comici nonsense, come voce di un pupazzo detective privato in stile sbirro duro e cinico anni ’20 alla Robert Mitchum non ci azzecca una mazza.

«Sputtanarsi!»

Capisco che ormai in ambito comico-famigliare il cinema sempre più spesso ricorra ai cosiddetti “talent” (termine ossimorico, in quanto sovente dei cani atroci), ma ormai parecchie scelte risultano abbastanza toppate: questa è una di esse, con un connubio vocalità-immagine inesistente.

Tipo far doppiare un ragazzino a Bruno Pizzul.

Continuiamo così, facciamoci del male.

Protagonista una Melissa McCarthy sempre più svogliata e la cui filmografia anno dopo anno rafforza la sua candidatura come degna sostituta del waterboarding a Guantanamo; peccato per la nostra Francesca Guadagno, con cui forma un’accoppiata voce-volto eccellente, ma il suo partecipare ad una quantità abnorme di film dalla qualità esecrabile contribuisce ad inflazionare il personaggio.

Non fare quella faccia, almeno a te pagano.

E a provocarmi un esaurimento nervoso inesorabile.

Personalmente mi dispiace per Elizabeth Banks, che più volte si è dimostrata discreta attrice in ruoli brillanti, oltre ad essere un tòcco di figa assurdo una regista in erba, qui veramente buttata allo sbaraglio in un ruolo di tre scene (TRE) incisivo quanto scorreggiare in un tornado.

Mi sono appena innamorato.

Nonostante farà sicuramente piacere agli araldi del “tanto per passare un’oretta e mezza leggera”, tronfi battenti lo stendardo del “ma sì, si guarda”, a cui bisognerebbe voltairianamente rispondere ma “si guarda” un cazzo, questa pellicola ha come difetto principale la sua appartenenza al regno dell’esistente.

Pupazzi senza gloria, un film che è come una canzone dei Thegiornalisti.

Fa schifo e non ha senso.

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The Predator


Mio Dio, sei un film schifoso.

TRAMA: Messico. Un tiratore scelto si imbatte in un pericoloso alieno, riuscendo a sottrargli il casco e una protezione per le braccia.
Dopo aver spedito gli oggetti a casa sua, il casco viene indossato dal figlio autistico, attivando un segnale che richiama altri alieni sulla Terra.

RECENSIONE:

Predator: film horror fantascientifico del 1987, diretto da John McTiernan, narra le vicende di un alieno giunto sulla Terra per andare a caccia di esseri umani.
Realizzato con un budget di 15 milioni di dollari fu un successo commerciale, incassando 59 milioni di dollari negli Stati Uniti e quasi 100 milioni complessivamente.

La pellicola è diventata celebre anche per la presenza di lui.

Il Mozart dei bicipiti.

Lo Schrödinger delle scazzottate.

Il Wittgenstein dei fucili d’assalto.

ARNOLD SCHWARZENEGGER.

Arnold non balla, riesce a malapena a camminare.

Culturista prestato al cinema, con una fisicità gargantuesca ed una recitazione indecente, Schwarzy contribuisce pesantemente a fornire alla pellicola l’acqua della vita, incarnando un personaggio tanto granitico e sopra le righe da diventare iconico quanto il suo antagonista proveniente da un altro mondo.

Ciò permette la creazione di un bilanciamento tra il mostro cacciatore, per sua natura particolare, interessante e carismatico, e l’uomo che deve combatterlo, in uno scontro tra esseri terrificanti (per l’aspetto il primo, per capacità attoriali il secondo) che cattura in maniera assai efficace l’attenzione del pubblico.

In questo sequel/reboot manca Arnold.

E la sua mancanza si sente terribilmente.

Va infatti a mancare il granatiere che riesca ad imporsi fisicamente e quasi animalescamente verso lo spettatore, ossia quel personaggio esagerato e caricaturale nella sua essenza che imbracci i vessilli da leader narrativo della situazione.

Qui non c’è: Boyd Holbrook (simile in modo inquietante a Tom Felton) si sbatte anche un pochino, ma il paragone è impari ed assolutamente ingeneroso nei confronti dell’attore statunitense, che non riesce a raccogliere il testimone del Mister Universo ex governatore della California.

“Sarcasmo pungente, poco rispetto per te stesso: tu devi essere un cinefilo.”

Mancando la pietra angolare della storia, non si ha perciò un fattore che possa distogliere la mente dall’estrema povertà del film, sia narrativa, che registica che tecnica, che risulta a conti fatti zeppo di cose viste e riviste decisamente meglio in altri lidi, che vanno troppo presto ad annoiare o sfociare in un ridicolo invlontario.

The Predator si può riassumere in:

Colpirne uno per educarne cento.

I giovani non hanno rispetto per niente.

Una volta si poteva uscire lasciando la porta di casa aperta.

La musica heavy metal è rumore e basta.

Non ci sono più le mezze stagioni.

Si stava meglio quando si stava peggio.

Donna al volante pericolo costante.

Sono sempre i migliori ad andarsene per primi.

Prima o poi l’amore arriva.

Lo sai? Dovevo guardarmi un bel film, questo weekend. Invece nooo… tu hai dovuto portarmi qui per trascinare questa recensione su internet, con le tue treccine che ormai mi escono dai coglioni. Sei dovuto venire quaggiù a fare il super-reboot, mr. Grosso e Cattivo… E CHE DIAVOLO È QUESTA CGI!?! POTEVO STARE SUL DIVANO ADESSO!!! Ma non sono arrabbiato… Non fa niente… Non fa niente…

Oggi vanno tutti di fretta.

Le materie umanistiche non servono più a niente.

La matematica non ti serve per andare a comprare il pane alla mattina.

Mancano i valori.

Una volta c’era più solidarietà.

Il tempo è la miglior medicina.

Il nuoto è uno sport completo.

Chi le capisce, le donne, è bravo.

Venezia è bella ma non ci abiterei.

Gli italiani hanno l’arte di arrangiarsi.

Suvvia, Boyd, più garbato.

I soldi non sono tutto nella vita.

La donna è preda, l’uomo cacciatore.

Il nero sfina.

Il libro è meglio del film.

Non mi piace il calcio, ma seguo la Nazionale.

Le persone sovrappeso sono simpatiche.

Con questo tempo non sai come vestirti.

C’è la crisi, ma i ristoranti sono sempre pieni.

Il bagno è in fondo a destra.

Non è il caldo, è l’umidità

Quest’anno è proprio volato

È intelligente, ma non si applica.

Per il cast, oltre al già menzionato Holbrook che di questa recensione negativa suo padre verrà a sapere, abbiamo un discreto numero di peones sacrificabili.

Da un dimenticabilissimo Alfie Allen (Theon in Spade, draghi e tette) a un imbolsito come pochi Thomas Jane (povero Punisher), ruoli piccoli e caricaturali che cercano di dare un tocco di colore alla pellicola, non rendendosi conto però di quando il pubblico dovrebbe ridere per un personaggio invece di un personaggio.

Faccio rispettosamente notare inoltre, con tutti i limiti della mia profonda ignoranza, che quello presente nel film sia il gruppo di sciroccati e virili marines più Politicamente Corretto della storia, visto che pur essendo multietnico e composto da una masnada di biscazzieri fuori di testa, i loro scambi verbali non si spingono oltre le classiche battute sulle madri.

“Siamo un gruppo di armi umane, addestrate per uccidere e pure traumatizzate, però parliamo come il gruppo di catechismo della parrocchia Don Bosco di Agrate Brianza”.

Menzione speciale per Yvonne Strahovski, in un ruolo utile come una biro nel deserto (mio figlio è in pericolo mortale? Il mio ex marito dice “ci penso io”? Bon, sono a posto), ed Olivia Munn, che è una scienziata così di punta da essere richiesta come consulente dall’esercito.

Probabilmente nello stesso universo parallelo in cui Denise Richards è un fisico nucleare.

Qualcuno spieghi a Hollywood che ESSERE un fisico nucleare e AVERE un fisico nucleare non sono la stessa cosa.

Piccola chiusura con le tre importanti regole da seguire tassativamente nel caso vogliate realizzare un cazzuto film fanta-horror:

1) Non metteteci dentro i bambini;

2) Non metteteci dentro i bambini;

3) NON. METTETECI. DENTRO. I. BAMBINI.

BlacKkKlansman

Ku Klux Klan (dal greco antico: κύκλος, kuklos, che significa cerchia) è il nome utilizzato da diverse organizzazioni segrete esistenti negli Stati Uniti d’America a partire dall’Ottocento, con finalità politiche e terroristiche a contenuti razzisti e che propugnano la superiorità della razza bianca.
Storicamente si distinguono tre fasi del movimento: una prima dal 1865 al 1874 come confraternita di ex militari dell’esercito degli Stati Confederati d’America, una seconda dal 1915 al 1950, in cui il movimento ha assunto la fisionomia che oggi consideriamo tipica, ed una terza dal secondo dopoguerra ad oggi, caratterizzato dalla grande frammentazione del movimento in una miriade di piccole organizzazioni fra loro ufficialmente scollegate che utilizzano il nome KKK o sue varianti.

TRAMA: Colorado, primi Anni ’70. Ron Stallworth, ufficiale di polizia afro-americano, riesce a infiltrarsi con successo nel locale Ku Klux Klan aiutato da un suo collega detective bianco, diventando il capo del gruppo del posto.
Il film si ispira a fatti realmente accaduti e raccontati nel libro Black Klansman scritto da Stallworth.

RECENSIONE:

Ventitreesimo lungometraggio diretto da Spike Lee, BlacKkKlansman è un’opera estremamente interessante, basata principalmente su contrasti e parallelismi.

La questione razziale, vissuta con così tanta passione negli Stati Uniti, diventa infatti occasione per un confronto quantomai diretto ed evidente tra le varie componenti di un quadro socio-politico assai problematico e le cui asprezze sono state, rimangono e purtroppo probabilmente saranno di difficile superamento.

Come caselle di una scacchiera intrisa di sangue, lacrime, e diritti richiesti o negati, i personaggi di Blackkklansman agiscono in una società in cui le differenze di razza creano barriere e spaccature manichee; ebano ed avorio difficilmente commistibili a causa di accese accredini ataviche di un passato che corrode il presente impedendo un futuro da costruire insieme.

La regia di Lee è molto efficace, con palesi rimandi alla Blaxploitation (genere cinematografico all black che esplose proprio negli anni ’70), sia verbali, con menzione di titoli celebri, sia visivi attraverso inquadrature e stile registico; a ciò si aggiungono altre soluzioni stilistiche da poliziesco duro e puro dell’epoca, così come importante diventa la divisione dello schermo ad evidenziare suddetti parallelismi tra anime Bianche e Nere.

Il risultato è un film che, sotto quell’alone commerciale che tanto piace ai produttori, dimostra un’essenza autoriale elegante nella sua durezza, con forma e contenuti in un connubio efficace ed intrigante.

I due membri principali del cast, John David Washington (figlio dell’attore Denzel) e Adam Driver sono pezzi di quella scacchiera.

Il primo è un afroamericano che racchiude in sé diverse anime, combattuto tra l’interesse per i movimenti black power, l’amore per una combattiva manifestante e il dovere di membro della polizia: diventa così crogiuolo dell’essenza delle Pantere Nere con la consapevolezza della potenziale deriva violenta del movimento stesso.

Il secondo è un bianco ebreo in avanscoperta nella tana di un leone suprematista, costretto ripetutamente a spergiurare una fede a cui prima di allora poco peso aveva dato; novello San Pietro accusato dalla folla, aspettando il canto del gallo si trova spalla a spalla con bifolchi WASP (White Anglo-Saxon Protestant) che lo odiano e mantiene la copertura spezzando il pane con loro.

Nei panni del realmente esistente David Duke, volto apparentemente rispettabile del Klan con ambizioni politiche, troviamo Topher Grace, in un ruolo imbarazzante nella sua stupidità.

Ok, un altro ruolo imbarazzante nella sua stupidità.

Sbeffeggiato spietatamente, il trattamento riservato a Duke va ad incanalarsi in quell’ottima procedura di ironizzazione del Male che ne evidenzia le mancanze intellettive, con le farneticanti tesi sulla razza che vengono messe in crisi da una semplice telefonata di un afroamericano sotto copertura.

Stilettata finale della pellicola è il facile parallelismo tra l’America di ieri e quella di oggi: nell’ultimo quarto d’ora il discorso politico, il confronto tra i Seventies e il sulfureo nuovo millennio diventa esplicito e lampante.
Particolarmente efficace il parallelismo tra quanto viene raccontato dal personaggio di Harry Belafonte, che rievoca un linciaggio avvenuto negli Anni ’10 favorito dalla visione del film Nascita di una nazione, considerato ispiratore del Klan, e le immagini di quanto successo a Charlottesville nell’agosto del 2017.

Il 12 agosto 2017 a Charlottesville, In Virginia, un’auto si è schiantata contro una folla di persone che stavano protestando contro il raduno di estrema destra “Unite the Right”. Il ventenne alla guida della macchina, un neo-nazista favorevole alla supremazia bianca ha ucciso una donna di trentadue anni e ferito altre ventotto persone.

Lee mostra le immagini di quanto avvenuto, corredandole con brevi testimonianze dei presenti e con la chiosa del presidente Trump; ciò da un lato aumenta la retorica della pellicola, ma non fa scemare l’ottimo risultato di un film che rimane caldamente consigliato.

The Nun: La vocazione del male

«Ma scherziamo?! Una recensione, non c’è problema, gliela portiamo domattina. Andiamo, Elwood».
«No! Io non la accetterò mai la vostra sporca recensione negativa!»
«Va bene. E allora sono cavoli tuoi, sorella».

TRAMA: Romania, 1952. Il Monastero di Cârța è stato teatro del suicidio di una suora di clausura. Un prete e una novizia, inviati dal Vaticano, investigano sul caso.

RECENSIONE: Quinto film appartenente al Conjuring Universe (“Conjuverse”?), The Nun è una pellicola horror il cui pomposo sottotitolo italiano rischia di ingannare lo spettatore superficiale e poco accorto.

Questa infatti non è La vocazione del male.

È la vocazione delle cazzate.

Perché questo film ne ha una barca.

«Tu riesci a vedere il jumpscare imminente?»

Partendo con quel famigerato “Tratto da una storia vera” che con il suo giustificazionismo vacuo e spicciolo mi ha ormai causato un’incurabile orchite, The Nun inanella senza soluzione di continuità una serie di stereotipi che farebbero arrossire di vergogna i neri con il ritmo nel sangue, le donne incapaci alla guida e i proprietari di SUV dagli attributi ridotti.

Posso tranquillamente evitare gli spoiler semplicemente sfidandovi a pensare ad ogni cliché possibile ed immaginabile nel genere “horror sovrannaturale con atmosfera religiosa”: ognuno di quelli balzativi alla mente è presente in quest’opera.

Pure quello.

Sì, anche quello.

Eh, volete che non ci sia quello?

Il risultato è una ridicola brodaglia di robacce a caso inframmezzate da jumpscare più ovvi della tabellina dello zero, che faticano terribilmente ad iniettare adrenalina ad una trama nata morta e la cui profondità ha una pochezza francamente sconcertante.

Seriamente, perfino Whoopi Goldberg canterina gospel non sarebbe stata malposta in novantasei minuti di puro delirio, ma per i motivi sbagliati, con eventi senza senso, ma per i motivi sbagliati e con una richiesta al pubblico di abbandono totale ed irreversibile della logica.

Ma per i motivi sbagliati.

Ed è quando rimpiangi la commedia scollacciata italiana anni ’70 che il Settimo Sigillo sta per aprirsi…

Tutto un urlare, tutto un vagare da soli per corridoi infiniti e identici gli uni agli altri, tutto un simbolismo religioso che definire “spicciolo” sarebbe eufemistico, un casino di rituali, demoni, il Bene, il Male, Dio, i sacrifici, le possessioni, i villici ignoranti, le superstizioni sbagliate ma forse giuste… fattori rimestati alla bell’e meglio e vomitati alla Regan McNeil su noi poveri padri Karras e Merrin che assistiamo impotenti a tanto orrore.

PER I MOTIVI SBAGLIATI.

E non hai visto niente, Kurtz…

E poi, per cortesia, basta con questa tonnellata infinita di jumpscare banali, inutili ed iper-telefonati: la paura dovrebbe provenire dall’ambientazione, dall’atmosfera, da una lenta discesa nell’inquietudine dell’animo umano, con lo spettatore che gradualmente si perde nei meandri della propria psie invece col cazzo, qui è tutto un BAAHH e un TUUUM di colonna sonora uno dietro all’altro.

Come se il film ti urlasse contro:

Nel cast, Demián Bichir passa un’ora e mezza con il perenne grugno tipico di colui che sta meditando di licenziare il proprio agente (al suo cinquantesimo “Sorella Airiiiiiinnn…” stavo cadendo preda di raptus omicidi); Taissa Farmiga, sorella minore della Vera già nel Conjuverse (o come caspita lo volete chiamare) nei panni di Lorraine Warren, fa la sua porca figura pur interpretando un character banale e piuttosto fastidioso.

The Nun.

La vocazione all’autolesionismo.

La mia.

Gli Incredibili 2

Era anche ora.

TRAMA: All’orizzonte, ci sono nuove avventure per la ‘normale famiglia di supereroi’, mentre il piccolo Jack Jack inizia a dare sfogo sempre più frequentemente ai suoi poteri.

RECENSIONE:

Anno Domini 2004.

Tecnologia:

– Nasce il social network Facebook e viene lanciata la prima versione del browser Mozilla Firefox.

Cinema:

Il ritorno del re vince 11 Premi Oscar, eguagliando il record di Ben Hur e Titanic.

Politica:

– Le elezioni in Spagna sono vinte dal socialista Zapatero, seguito negli Stati Uniti da George Bush jr., che inizia il suo secondo mandato presidenziale.

Costume:

– I Queen diventano il primo gruppo rock occidentale ufficialmente autorizzato a vendere un proprio album in Iran.
La compilation però contiene solo i brani a sfondo sociale e non quelli che parlano d’amore. Costa 1 dollaro ed ha anche la traduzione dei testi.

Calcio:

– Il campionato europeo viene vinto a sorpresa dalla Grecia.

Ah, già, esce anche al cinema Gli Incredibili, pellicola d’animazione della Pixar che verte su di una famiglia di supereroi, primo film della casa della lampada a vedere come protagonisti personaggi umani.
Ottimo riscontro di critica e pubblico (630 milioni di dollari d’incasso mondiale), per un seguito hanno aspettato quattordici anni.

Però di Cars ne sono usciti tre.

Gli Incredibili 2 è una più che buona pellicola, che mette in mostra il brio dei bei vecchi tempi proponendo il consueto piacevole mix di azione, humour e sentimenti; un cocktail mai stucchevole che riesce a soddisfare le esigenze sia del pubblico giovanile a cui il film è naturalmente rivolto, sia di quella schiera di spettatori che assistettero da giovani al primo episodio.

Grazie anche ad una trama che temporalmente è diretto prosieguo di quella del capitolo precedente (con un piccolo effetto straniante dovuto ai quattordici anni trascorsi solo nella “vita reale” mentre i nostri eroi sono rimasti identici, famiglia Dorian Gray), non si incappa nel rischio sbrodolamento narrativo inserendo sottotrame raffazzonate o dovute a carenza di idee, ma si può notare invece un sottile fil rouge che dona al sequel maggiore forza espositiva.

Però di Cars ne sono usciti tre.

E per questo film hanno aspettato quattordici anni.

Temi portanti de Gli Incredibili come la diffidenza nei confronti dei supereroi, i conflitti interiori di questi ultimi trattati come fuorilegge anche se animati dalle più pure intenzioni, e di conseguenza anche l’accettazione di sé e del proprio bagaglio di potenzialità, vengono qui ulteriormente approfonditi grazie al plot principale (un magnate dei media vuole far tornare i “super” legali ed accettati) e ad un’espansione globale del disegno narrativo.

La famiglia è quindi ancora portante, qui più che mai visto il ribaltamento di ruoli in casa, con il forzuto Bob costretto suo malgrado a fare il casalingo mentre la sua consorte diventa un volto pubblico per la causa pro eroi, ma ciò che prima era confinato tra le quattro mura domestiche viene enormemente ampliato dalla causa mondiale e collettiva per modificare la legge che mise i mascherati al bando.

Si aggiungono perciò tematiche come il bisogno o meno di figure al servizio della legge ma in qualche modo superiori ad essa, il conciliare faccende umane “normali” con la necessità e la volontà di proteggere la propria comunità di appartenenza, l’importanza che può assumere valenza positiva o negativa del ruolo dei media in una società dipendente dalla tecnologia come quella occidentale ed il rischio di diventare troppo dipendenti da figure eroiche ma in un certo senso “esterne” per la risoluzione dei propri problemi.

Però di Cars ne sono usciti tre.

E per questo film hanno aspettato quattordici anni.

Nessun elemento viene tralasciato.

Le sequenze d’azione sono adrenaliniche, di ampio respiro e sfruttano efficacemente le peculiari capacità di ogni eroe coinvolto: estremamente piacevole è infatti assistere a scene in cui la forza bruta, l’agilità elastica, la velocità, i campi di forze o i poteri criogeni vengono uniti al servizio della spettacolarità e del divertimento.

L’humour è molto presente senza essere però forzato o cercando la risata ad ogni costo in qualsiasi momento (guarda e impara, Marvel): i problemi del capofamiglia sono esilaranti e la caratterizzazione dei vari membri Parr crea un’ottima alchimia di gruppo risultando piacevole e leggero per l’occhio esterno del pubblico.

I temi già citati precedentemente offrono al film molti spunti di riflessione interessanti, che consentono agli adulti di meglio identificarsi nei personaggi e di essere più facilmente catturati da una trama non complessa ma nemmeno banale e scontata.

Però di Cars ne sono usciti tre.

E per questo film hanno aspettato quattordici anni.

Buon doppiaggio italiano, nonostante un generale cambio di voci rispetto al primo film, con Adalberto Maria Merli e Laura Morante sostituiti da Fabrizio Pucci e Giò Giò Rapattoni.

Simpatico ritorno di Amanda Lear negli stravaganti panni di Edna Mode, la schermitrice paralimpica Bebe Vio in un ruolo secondario non è neanche male, terrificante Ambra Angiolini che recita come ai tempi di Non è la Rai.

Che fatica.

Molto carino il consueto cortometraggio di apertura Pixar, l’allegorico Bao.

Slender Man

Creepypasta: Genere popolare di letteratura su internet; derivante da “copypasta” (abbreviazione di “copy and paste), dato che le storie venivano diffuse in rete tramite i lettori stessi, che appunto copiavano ed incollavano le storie da un sito all’altro.
La parola “copy” venne sostituita con “creepy”, (“inquietante”) per evidenziare la natura delle storie, di solito di genere horror.

TRAMA: Quattro liceali si riuniscono per compiere una specie di rituale e sfatare il mito di Slender Man, il protagonista di alcune storie dell’orrore diffuse su Internet.
Quando scompare una delle ragazze che ha partecipato all’incontro, le altre iniziano a sospettare che il mostro l’abbia portata via.

RECENSIONE:

– Perché se la storia dello Slender Man è stata creata nel 2009 ed è diventata celebre nel 2012, per farci il film hanno aspettato anni?

– Perché il cinema horror è così disperato non solo da raschiare il fondo del barile o il terreno su cui poggia il barile, ma anche qualcosa che nemmeno meriterebbe di essere inserito nella stessa metafora del barile?

– Perché nonostante l’evidente mancanza di idee buone, o di idee e basta, di film de paura ne escono comunque 6,022 x 10 alla ventitré all’anno?

– Perché le protagoniste di questo film sembrano le Spice Girls meno Emma?

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Mel B, Victoria, Geri e Mel C.

– Emma Bunton canta ancora?

– Perché i Take That continuano a perdere pezzi per strada?

– Perché nei teen slashers gli adulti non esistono?

– Con tutto il dovuto rispetto, che cazzo di nome è “Wren”? In America i figli possono essere chiamati “Hawk”, “Kestrel” o “Flamingo”?

– Perché in ‘ste puttanate tutti i genitori single sono alcolizzati?

– Perché se lo Slender Man dovrebbe avere in sé una componente psicologica nel far impazzire le sue vittime, l’approfondimento introspettivo di ‘sti cartonati con il rimmel è inesistente?

– Perché dello stesso genere è il secondo film di fila che mi vedo in cui due pischelli non possono consumare senza che uno dei due abbia le allucinazioni?

– È per caso una subdola pubblicità progresso che avvisa sull’avere rapporti sessuali consapevoli?

– Perché pure la bibliotecaria diventa un jumpscare?

– Perché se queste ameboidi con la vagina sanno cosa sta succedendo non provano nemmeno ad avvisare qualcuno con il più semplice “pensiamo che un tizio voglia rapirci” senza quindi specificare che sia un essere sovrannaturale, in modo da non essere ritenute pazze?

– Perché mi sforzo di applicare la logica quando lo sceneggiatore se l’è scordata in un remoto angolo del suo cervello?

– Perché produrre film sfruttando la fama di videogame di successo continua ad essere considerata un’idea intelligente?

– Perché se la durata di Slender Man è 86 minuti mi sono sembrati il triplo?

– Sarà troppo tardi per abbandonare il cinema e buttarsi sulla coltivazione dei gerani?

Piantatela.

Di mungere.

Le cazzate.

Ant-Man and the Wasp

Un cinefilo può sopportare una rottura di palle pari a cento volte il proprio peso.

TRAMA: Scott Lang è agli arresti domiciliari e cerca di bilanciare gli impegni domestici e e di padre con la sua vita da supereroe. Hope van Dyne e Hank Pym compaiono improvvisamente per reclutarlo in una nuova missione, in cui Hope assume l’identità di nuova Wasp.

RECENSIONE:

Quando andavo a scuola, l’estate era attesa con trepidazione e gioia.

Anche entrati nel mondo del lavoro, ovviamente, il periodo estivo rimane pregno di cose molto belle (le ferie, il sole, le ragazze in shorts), ma fino alle superiori avevo la piacevole aspettativa che, una volta superati i primi sette/dieci giorni di giugno, mi avrebbe atteso un titanico spaccato di tre mesi di puro cazzeggio.

L’unico elemento di disturbo all’incrollabile proposito del me stesso brufoloso preadolescente di non fare una beata mazza fino a metà settembre erano gli immancabili compiti scolastici.

Niente di complesso, sia chiaro, però erano una discreta rottura di maroni e venivano svolti spesso senza nessuna voglia o slancio.

Fatti solo perché obbligati.

Tipo questo film.

Noto solo ora che per due ore la mia espressione facciale è stata la stessa di Evangeline Lilly

Ant-Man and the Wasp non è una delle ormai numerose opere dell’universo Marveliano, che va ad arricchire un mondo narrativo aumentandone respiro e complessità.

Ant-Man and the Wasp è “studiati l’ascesa della borghesia europea del 1800, che probabilmente a settembre salteremo a piè pari ma se il professore te la chiede e non l’hai manco letta, sai che figura di merda?”

E si nota già dal titolo.

In una serie piena di sottotitoli roboanti, tipo Il primo vendicatore (di che?), The Dark World (quale?), Age of Ultron (che dura un weekend), Civil War (sono sei persone contro sei, ce ne stanno di più a pallamano), Homecoming (sì, Marvel Studios, abbiamo capito che vi hanno ridato i diritti) e Ragnarok (che non ha fatto finire il mondo, ma solo la mia pazienza), qui il titolo è l’elenco dei protagonisti.

Formicuomo e la Vespa, signore e signori, e crederete che un uomo può rimpicciolirsi e bombarsi la Kate di Lost!

Oltre a lui.

Una pellicola confusionaria e mal fatta, che si basa troppo, troppo, troppo, sugli effetti speciali prospettici, senza coniugarli però con un guizzo, una scintilla, un quid che possa renderla vagamente memorabile e non sprofondata nell’oblio, insieme alle mie nozioni sulla borghesia europea dell’Ottocento, appena accesa l’automobile uscendo dal cinema.

Un sense of humour perennemente fuori luogo e di una stupidità immane persino per gli standard della M di Mefistofele correda una trama inutilmente complicata considerato un target di pubblico di tredicenni in esplosione ormonale non particolarmente svegli, piena zeppa di sottotrame evitabili e che nei momenti cardine forza troppo la sospensione d’incredulità dello spettatore, già naturalmente messa a dura prova dai poteri dei protagonisti.

Altra pecca diretta conseguenza della precedente è che, in proporzione alle due ore scarse di durata, in questo film ci sono più antagonisti che nell’Odissea, tutti poco caratterizzati, mal sfruttati e che avrebbero potuto essere tranquillamente sforbiciati in nome di una auspicabile maggiore linearità.

Gli effetti speciali, pur ben realizzati come nell’episodio precedente, si basano veramente troppo su prospettive “à la Hobbit” che essendo già state sviscerate non sorprendono lo spettatore e faticano ad intrattenere a causa della loro eccessiva prolissità.

Tu… restare… io… andare… non… seguire…

Se inoltre si volesse provare a considerare il film come ingranaggio nel grande macchinario che è la Fase Marvel di appartenenza, lo sforzo risulterebbe tanto difficile quanto superfluo, visto che per una storia ambientate tra Civil War Infinity War la timeline non si incastra per un cazzo, con un sacco di forzature e tempistiche casuali, incoerenti con quanto detto dagli altri film.

Non male, per uno studio il cui obiettivo dichiarato è creare un mondo narrativo complesso ed organico.

Nel cast, oltre al bisteccone Paul Rudd la cui caratterizzazione bypassa sovente i limiti dell’irritante, ritroviamo la quota-patata de Lo Hobbit Evangeline Lilly, che è anche bravina ma che come eroina action mi fa alzare il sopracciglio più che a The Rock.

Una discreta alchimia tra i due non basta infatti a tirare avanti una storia con i citati problemi, rafforzando anzi l’impressione che con meno contorno e più focus sugli elementi di reale importanza si sarebbe raggiunto un decisamente migliore risultato.

Però il suo costume non ha i capezzoli. Beccati questa, Schumacher!

Se non altro si assiste ad una buona dose di girl power, sia grazie alla Vespa che all’antagonista (uno dei cinquanta) Ghost, qui in versione femminile a differenza della fonte di partenza: entrambe mostrano una buona dose di caparbietà ed abilità a menare le mani quando serve, oltre che superare in determinazione ed acume la maggior parte dei maschietti che le circondano.

E diciamo che in passato il personaggio è stato sfruttato in modi un po’ diversi…

wasp hulk

Ok.

Torna Michael Douglas, che ricordiamo oltre all’ovvio Wall Street ha prestato volto a pellicole molto varie, tra cui:

– Attrazione fatale, in cui ha dei problemi con una Glenn Close maniaca di sesso;

– Basic Instinct, in cui ha dei problemi con una Sharon Stone maniaca di sesso;

– Rivelazioni, in cui ha dei problemi con una Demi Moore maniaca di sesso.

Completano il cast Lawrence Fishburne, che qui compare perché capitato sul set per caso e non era buona educazione andarsene, uno sprecatissimo Walton Goggins che dopo Tomb Raider conferma il suo voto monastico all’interpretazione di antagonista nelle puttanate e Michelle Pfeiffer.

La bravissima Michelle Pfeiffer.

La meravigliosa sessantenne Michelle Pfeiffer.

Mi sono innamorato di lei in Ladyhawke, a saperla impelagata nel Marvel Universe piango.

Un film senza voglia.

Da stroncare senza pietà.

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