L'amichevole cinefilo di quartiere

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Il buco


«Sii gentile con le persone che incontri salendo, perché sono le stesse che incontrerai scendendo».

Jimmy Durante (1893 – 1980), pianista e attore statunitense.

TRAMA: Un edificio si sviluppa sottoterra suddiviso in piani. Ogni livello è una stanza con due compagni di cella che ogni mese vengono spostati insieme, se entrambi sopravvissuti, e in maniera casuale, da un livello all’altro.
Una piattaforma scende in verticale attraverso il “buco”, una gigantesca apertura al centro dell’edificio, e le persone ai piani inferiori hanno la possibilità di mangiare, entro pochi minuti, gli avanzi di chi sta al piano superiore.

RECENSIONE:

In questo periodo di chiusura dei cinema (che da amante del grande schermo ci tengo a sottolineare però essere l’ultimo degli attuali problemi), con relativa posticipazione di tutte le uscite previste nelle sale, perché non approfittare del catalogo di Netflix per gustarsi uno dei prodotti di cui si è aggiudicata la distribuzione?

Beh, perché fanno tutti schifissimo.

Quasi tutti.

È stata infatti una piccola sorpresa in positivo questo Il buco, film spagnolo dell’anno scorso diretto da Galder Gaztelu-Urrutia (adoro i nomi baschi, così simili a quelli di Guerre Stellari…): un thriller/horror dal budget non altissimo, ma che riesce ad intrattenere per un’oretta e mezza senza l’infamia di alcuni colleghi ben più blasonati.

silence scena

Un po’ The Cube per la sua atmosfera da prigione claustrofobica, un po’ Snowpiercer per la sua distopia ambientata interamente all’interno di un luogo chiuso (là un treno, qui un palazzo), El hoyo è un’opera che brilla soprattutto per una ricchezza contenutistica e metaforica sproporzionatamente corposa rispetto alla sua ridotta estensione temporale.

La pellicola è infatti pregna di molte tematiche sociali ad ampio respiro che possono essere trasposte dalla trama specifica del film per estenderle alla collettività, mostrando una maturità narrativa sicuramente piacevole e, cosa più importante, intellettualmente stimolante.

Il primo elemento portante dell’opera, il primo macro-tema, se vogliamo, è sicuramente la fame.

Essa è insieme alla riproduzione uno dei due istinti animali principali: ciò che porta l’individuo alla sussistenza e che consente ad una specie di preservarsi nel regno naturale.
L’uomo come animale sociale, indottrinato di convenzioni e sovrastrutture che imbrigliano il suo animo per la prosperità di una civile convivenza, vede i propri argini mentali brutalmente divelti quando risulta impellente la necessità di nutrirsi.

La fossa è perciò una spinta per regolamentare se stessi, imbrigliando i propri istinti alimentari (e non) verso una solidarietà di gruppo che diventa estremamente difficile proprio per via dell’irrazionalità umana.

Il palazzo diventa centro verticale di autogestione, in cui l’obiettivo ultimo consiste nel costringere le persone all’attuazione di un comunismo salomonico coatto.
La distinzione tra i livelli è unidirezionale perché segue la gravità: l’uomo costruisce uno spazio (artificiale, quindi) che viene però piegato dalla indissolubile processione di un elemento naturale: l’attrazione che i corpi della superficie terrestre hanno verso il proprio centro.

La tromba centrale della struttura, colonna di vacua nullità che percorre i piani dell’edificio nell’area più interna, è metafora del gelido vuoto sociale che permea le differenze tra le varie classi, divise a causa della mancanza di comunicazione, fisica o emotiva, tra i vari livelli.

L’edificio è un posto non adatto a leggere libri, poiché la fragile razionalità della mente è destinata al giogo dell’istinto carnale: la negoziazione, ossia l’arte tipicamente umana di risolvere i problemi mediante la dialettica (e quindi senza ricorrere alla forza bruta del regno naturale) è di utilità nulla rispetto invece alle ben più grevi ma pressanti minacce, e la carità religiosa viene sovrastata dal un principio istintuale di mors tua vita mea che tramuta eventuali alleanze in un enorme pericolo di subitaneo tradimento.

Nel cast buona prova del protagonista Iván Massagué dall’espressione dolente e stanca; un uomo che tenta di adattarsi darwinianamente all’ambiente che lo circonda, tentando di sopravvivergli senza farsene schiacciare.

Ottimo l’anziano Zorion Eguileor nelle vesti di un simil-mentore che indirizza in vari modi il protagonista ad un cambiamento salvifico per se stesso e per gli sfortunati prigionieri che come lui rischiano la vita in una prigione dal tagliente spirito aggressivo.

Consigliato.  

Her & Him


Tu sei cattivo con me

Perché ti svegli alle tre
Per guardare quei film
Un po’ porno.

TRAMA: Utilizzando il cellulare della propria compagna, un uomo scopre che la ragazza ha cercato su internet “come uccidere il proprio fidanzato e farla franca”.

RECENSIONE:

Con la chiusura delle sale a causa del coronavirus, avevo due alternative per soddisfare il mio pantagruelico desiderio di cinema:

– Recuperare un grande classico già visto e scriverci un articolo, arricchendo in questo modo il parco titoli trattati dal mio blog con una delle tante opere maiuscole della Settima Arte.

– Approfittare bassamente del servizio Premium reso gratuito da Pornhub per l’utenza italiana e togliermi uno sfizio che nutrivo da parecchio tempo: recensire un porno.

Ok, Viale del tramonto ce l’abbiamo da settant’anni, vuoi non averlo per altri settanta?

Cortometraggio della durata di trenta minuti prodotto da Pornhub e diretto da Bella Thorne, ex stellina scuola Disney Channel e passata al Lato Oscuro del parental control, Her & Him è una breve discesa nel delirio paranoide di una relazione erotica.

Tipo David Lynch, però coi fazzoletti in mano.

In un’abbondanza di immagini castranti e pseudo-femministe dell’ultima ora (come il ginocchio di lei spesso premuto contro l’inguine di lui, un continuo ribaltamento del ruolo di potere nell’atto sessuale, la donna che brandisce un coltello ad evidente simbolo fallico contro un maschio debole e incapace di soddisfarla), pur considerando il genere di appartenenza l’assenza di una vera e propria trama si fa purtroppo negativamente sentire, non permettendo alla pellicola di offrire uno spettacolo artisticamente soddisfacente.

Ebbene sì: se nella realizzazione di un’opera pornografica si mira semplicemente alla masturbazione del pubblico, Infermiere ninfomani nella clinica dei superdotati potrebbe essere un’idea vincente, ma se l’obiettivo è il “porno chic”, la trama ce la devi mettere.

Oltre alla carenza di elemento narrativo, è inoltre sicuramente deficitaria nel corto la mano registica visibilmente (e comprensibilmente) inesperta della Thorne, la quale non riesce a separarsi da un immotivato feticismo per i primissimi piani che rende se possibile ancora più claustrofobica un’ambientazione interna basata su un monolocale stanza + bagno.

La costruzione scenografica, per quanto ovviamente legata al tema di inquietudine e incertezza che permea l’opera è mal organizzata, poiché non va tanto ad enfatizzare il disagio del protagonista nei confronti della compagna ma solo ad esasperare il fastidio ottico dello spettatore, il cui sguardo sembra letteralmente sbattere nei bordi delle inquadrature.

Non basta una ripetuta scelta di split screen e di artifici visivi che vadano a rimarcare quasi ossessivamente il celeberrimo rapporto eros/thanatos per soprassedere a come i due elementi della coppia siano vacue entità senza forma e costrutto, incapaci di rappresentare efficacemente elementi così importanti nella narrativa. 

L’elemento prettamente pornografico non risulta nemmeno così estremizzato, proponendo un atto sessuale dalle dinamiche piuttosto standard per il genere (che suppongo non sia necessario spiegare), di cui se non altro è positivo il non fossilizzarsi sui genitali dei protagonisti mantenendo invece una scelta visiva che sfocia sì oltre l’erotico ma meno di quanto si sarebbe potuta calcare la mano.

Nonostante queste mancanze, l’esperimento di un porno “autoriale” o comunque rivestito da tecnicismi artistici che non lo rendano mero oggetto ad uso e consumo della masturbazione avrebbe anche potuto funzionare, a patto però che, oltre a solida regia e trama coerente, qui assenti, a darvi incarnazione fossero stati due attori “veri” (o per meglio dire… ehm… più “interpretativi” che fisici) invece delle pornostar qui presenti.

Nella coppia sicuramente meglio Abella Danger, grazie soprattutto ad un ruolo più interessante e sfaccettato rispetto a quello del partner.

La pornostar originaria della Florida non è ovviamente in grado di proporre al pubblico tutta la vasta gamma di sfaccettature psicologiche che dovrebbero far parte del sottobosco introspettivo del suo personaggio (e non gliene faccio nemmeno una colpa: il suo lavoro di fronte alla telecamera è succhiare cazzi, non declamare da Ofelia), ma se non altro possiede una varietà espressiva e recitativa non comune nelle sue colleghe.

Trovare un’immagine dove fosse vestita è stato più complesso del previsto.

Il suo compare Small Hands (all’anagrafe Aaron Thompson, complimenti per il nome d’arte) rimane invece piuttosto imballato in un ruolo da occhioni spauriti alla Frodo Baggins, alle prese con un anello triangolare di pelo che intorbidisce i suoi pensieri e lo rende a livello di un pupazzo nelle mani di una pericolosa marionettista.

Promemoria per me: aggiungere al curriculum “Ho inserito due riferimenti a Il signore degli anelli nella recensione di un porno”.

Per quanto l’elemento maschile sia volutamente posto in un piano di sottomissione e timore per l’imprevedibilità aggressiva della compagna (fattore che come già detto va ad incanalarsi sui binari del ribaltamento di quelli che sono ruoli classici), il ragazzone è troppo sotto ritmo quando una parte del suo corpo non sia all’interno della compagna.


Her & Him è un prodotto che, pur meritandosi magari una visione giusto per capire di che tipo di cortometraggio si tratti, non presenta purtroppo né una fisicità erotica che lo renda un porno apprezzabile, né un valore artistico tale da caratterizzarlo come prodotto qualitativamente pregevole.

Progetto sicuramente ambizioso e dotato di qualche buona idea di partenza, che però non servono a molto se rimangono nella testa degli autori.

Preferisco le infermiere.

Fantasy Island


TRAMA:
Mr. Roarke riesce a far avverare i sogni dei suoi fortunati ospiti in un lussuoso, quanto remoto, villaggio vacanze tropicale.

Ma quando le fantasie diventano incubi, gli ospiti dovranno risolvere il mistero dell’isola per fuggire e mettere in salvo le loro vite.

CONSIDERAZIONI SPARSE:

  • Chi abbia autorizzato la trasformazione della serie tv per famiglie “Fantasilandia” in uno scadente horror mezzo avventura è affetto da deficit mentali importanti;

  • Capisco che Michael Peña non sia propriamente entusiasta nel far parte di questo film (e come dargli torto), ma passare un’ora e mezza con il brio recitativo di un trofeo di caccia impagliato mi sembra poco rispettoso nei confronti del pubblico.
    Te non hai voglia di farlo? PENSA QUANTA NE HO IO DI VEDERLO!

  • I personaggi sono da fucilazione a seguito di un processo sommario: stupidi, irritanti, urlanti imbecilli il cui quoziente intellettivo dubito superi quello dei crostacei.
    Difficile empatizzare con individui che ti auguri crepino orribilmente;

  • Vinci un viaggio premio su un’isola nella quale ti viene fatto esplicitamente capire che puoi realizzarci ogni tuo sogno.
    Bene, le fantasie dei personaggi sono:
    1) Vendicarsi della bulla che ti tormentava a scuola (ok).
    2) Rivivere la notte in cui il tuo ex moroso ti ha chiesto di sposarlo per accettare invece di rifiutarlo (ok).
    3) Dimostrare il proprio valore in guerra come il padre eroe soldato (ok).
    4) ESSERE PROTAGONISTI DI UNA FESTA COCA E PUTTANE (???)
    Ora, comprendo che le fantasie siano estremamente soggettive, però minchia, qualcosa di un po’ più elaborato no?

  • Questo film contiene due colpi di scena: il primo si capisce cinque minuti (e dico CINQUE) dopo i titoli di testa, il secondo è una boiata galattica;

  • Un quattordicenne alle prese con Madison Ivy durerebbe comunque più di Michael Rooker in questo film;

  • Una delle attrici, di cui mi rifiuto di imparare il nome per partito preso, è stata anche protagonista di Obbligo o verità, pellicola che mi ha fatto rivalutare l’osservazione diretta per un’ora e mezza del sole;

  • Paura e delirio a Las Vegas montato come Memento avrebbe comunque più senso logico della motivazione dell’antagonista;

  • Fantasy Island è orrido come il sedere di un mulo;

  • Averlo visto mi rende un mentecatto.

Cats


Oh-oh-oh-oddio che film di merda.

TRAMA: La storia dei gatti della tribù Jellicle, un gruppo eterogeneo formato da felini dai caratteri più diversi.
Tratto dal musical in due atti del 1981 composto da Andrew Lloyd Webber.

RECENSIONE:

Un tempo non amavo molto i gatti, ma ho cambiato idea dopo che la mia famiglia ne ha preso uno, poco meno di un anno fa.

Mi piace il mio gatto.

Sono contento di avere un gatto.




Questo film, incentrato sui gatti, mi ha fatto venire voglia di cavarmi gli occhi con un cacciavite arrugginito.

Questa versione filmica del celebre musical Cats è la peggior cosa capitata ai gatti dopo Vicenza: un’Epifania dell’orrido, che oltre a provocarmi convulsioni dal disgusto e farmi dubitare che il genere umano meriti una qualsiasi forma di redenzione per i propri peccati terreni, costituisce anche una delle pellicole più brutte che io abbia visto in vita mia.

E non voglio nemmeno lontanamente pensare a quale sia la concorrenza per entrare nella mia personale classifica mentale.

In questo film non ho trovato un singolo elemento che possa risultare vagamente passabile: per quanto le canzoni siano in gran parte anche orecchiabili e abbiano raggiunto una discreta fama grazie ai passaggi a Broadway dell’opera di appartenenza, la scelta di trasporre i personaggi in CGI rasenta il demenziale.

Avendo optato infatti per una rappresentazione simil-umanoide (riprendendo appunto la resa teatrale), la scelta di figurarli “nudi” o ancora peggio con pellicce che non si comprende bene se facciano parte del loro corpo o siano solo indumenti fa scemare già a primo impatto tutta l’interessante particolarità di persone in costume animalesco, rendendo invece i gatti di Jellicle dei malcagati aborti lovecraftiani.

Il tanto dibattuto problema della resa visiva è infatti dipeso dall’ibridazione dei modelli relativi ai personaggi: invece di apparire come degli esseri umani animalizzati, essi sembrano molto più dei felini umanoidi, un aspetto che, oltre a renderli estremamente artificiosi, a giudicare dai commenti generali ha causato nella maggior parte del pubblico un fastidio ed un’inquietudine piuttosto forti.

Non aiuta minimamente avere inserito nelle coreografie dei numeri musicali delle movenze gattesche che rendono questi sgorbi cronenberghiani ancor più intimamente disturbanti di quanto già le loro apparenze non facciano, mostrando inoltre come questi… boh… “esseri” interagiscano sovente tra loro con un sottotesto sessuale ed orgiastico così esplicito che farebbe impallidire il Caligola di Tinto Brass.

L’ambientazione in cui operano queste figure partorite dalla mente di un folle è peraltro completamente sballata: vuoi per una sovradimensione che enfatizza le proporzioni ridotte dei mici, vuoi per un’esagerazione filmica che la rende palesemente irrealistica e simile ad un set teatrale cangiante, tutto il background scenico è un uppercut di Mike Tyson nell’occhio dello spettatore.
Indipendentemente da uno stile grafico o meno, non esiste che nell’Anno del Signore 2020 ci si ritrovi di fronte ad un film costato quasi cento milioni di dollari che abbia una resa grafica paragonabile ad un videogioco della Playstation 3.

Console messa in commercio nel 2006.

Non aiuta nemmeno (e dagli) che la trama in senso stretto sia praticamente inesistente: un susseguirsi inutilmente eterno di nuovi personaggi che si presentano in scena uno alla volta cantando una canzone che evidenzia i loro uno/due lati peculiari.

Il gatto goloso e vanesio, quello sciupafemmine, quella abituata alla vita domestica, i due ladri, il mago dilettante… personaggi senz’anima e senza uno sviluppo psicologico minimamente approfondito e che, agghindati come mostri de L’isola del dottor Moreau, deliziano (più o meno…) lo spettatore con qualche minuto di frizzi e lazzi prima di finire auspicabilmente nel suo dimenticatoio mentale.

Poco da dire sui numeri musicali in sé, escludendo il comparto visivo che li accompagna: sono le celebri canzoni di Cats ornate di una cornice mal fatta ed oscena.

Spicca come una cattedrale nel deserto Jennifer Hudson e la sua Memory, eseguita così passionalmente da stonare con il tono raccapricciante del resto.
Una canzone struggente e commovente, piagata purtroppo dalla fredda computer grafica che oltre a rendere la Hudson più simile ad una donna barbuta freak che ad un gatto ammanta di ridicolo involontario una performance altrimenti di alto livello.


Piacevoli altre canzoni, come Mungojerrie and Rumpleteazer eseguita con discreto brio, mentre l’interpretazione di Macavity da parte di Taylor Swift nei “panni” di Bombalurina farà spellare le mani agli amanti dei furries, purtroppo non per gli applausi.

Dispiace sinceramente assistere a come dei bravi attori del calibro di Idris Elba, Judi Dench o Ian McKellen vengano buttati totalmente allo sbaraglio in un’opera malfatta; imbrigliati in vesti feline abominevoli che non permettono alla loro abilità interpretativa di risultare nulla meno che grottesca, non essere riusciti a mettere nelle condizioni di lavorare al meglio dei signori professionisti è un atto di lesa maestà.

Spero se non altro che il disastro inverecondo che è questa tragedia su pellicola non danneggi le dotate compagnie teatrali che da decenni mettono in scena con successo un musical che ha fatto la storia del genere.

Mike Myers ne Il gatto… e il cappello matto al confronto sembra una visione paradisiaca dantesca.




Ok, magari no.

Se ne sentiva parlare molto male dagli States, in cui uscì nelle sale prima rispetto all’Europa, ma dopo averlo visto devo dire che questo film è veramente una vaccata allucinante.

Una vera… GATTASTROFE!

No, eh…?

Lasciamo perdere…

Madre!


Dimmi, Jean Claude.


TRAMA: Quando un celebre poeta e la sua giovane moglie accolgono in casa due ospiti inattesi, iniziano a verificarsi episodi inquietanti e il loro rapporto idilliaco si trasforma in un incubo infernale.

RECENSIONE:

Se per capire se ti sia piaciuto o meno un film devi rifletterci sopra la mattina seguente credo sia un bene a prescindere, perché significa che ciò che hai visto la sera prima ti ha lasciato qualcosa.

Madre!, oltre a fornire ulteriore prova che Darren Aronofsky dovrebbe sniffare molto meno Viakal (o molto di più), offre una rappresentazione metaforica della Genesi di indubbio impatto visivo, anche se sicuramente potrebbe risultare indigesta ad un pubblico poco partecipe.

La pellicola richiede infatti un’attenzione al simbolismo interno non indifferente, dovuta sia alla scelta di rendere piuttosto scarna la trama fattuale in sé, sia per la presenza di dialoghi asciutti e talvolta relativamente criptici.

La Creazione, il frutto proibito, il circolo uroborico di vita e morte collegate ciclicamente ed il rapporto tra un Dio produttore e un’umanità che è sia prodotto stesso che fruitrice si delinea attraverso scelte visive potenti e sicuramente azzeccate.

La casa come Terra, a delineare il parallelismo tra l’abitazione più piccola e intima di un essere umano e quella più enorme e generica, è un vero e proprio personaggio dotato di vita propria, in un rapporto simbiotico con la sua curatrice non a suo agio vista la presenza di soggetti estranei visti come intrusi invasori.

I dialoghi presentano un’alternanza di conoscenza ed ignoranza che è tipica non solo dell’umanità in sé, ma anche del nostro rapporto con il trascendente.
Il Dio di Javier Bardem si trova talvolta ad avere informazioni celate alla Terra di Jennifer Lawrence, mentre al contrario ignora totalmente le motivazioni che spingano le folle a comportamenti deviati.

La divinità scrittrice, che offre con intenti positivi un prodotto alla massa, ne subisce poi l’eccessivo fanatismo e la tracimazione delle loro debolezze che esso comporta: l’Uomo infatti non è in grado di apprezzare il Bello di per sé, perché odio, egoismo ed avidità lo corrompono impedendogli di trovare la serenità in un bene condiviso con i suoi simili.

Madre! è un’opera sicuramente ambiziosa, che in quanto tale non ha trovato nè l’approvazione generale della “poca” critica (spaccata in due), nè il supporto al botteghino del “grande” pubblico (costato 30 milioni di dollari, non è arrivato a 45).
Nonostante ciò un film che merita sicuramente la visione, se non altro per la sua prepotente ricchezza tematica e per la particolarità dell’idea alla base.

Birds of Prey e la fantasmagorica rinascita di Harley Quinn


Cristo, la cavalleria è proprio morta: così tante belle fanciulle e niente rose?

Solo pistole?

Benvenuti nella giungla…

TRAMA: Dopo aver abbandonato il Joker, Harley Quinn e altre tre donne in lotta contro il crimine, Black Canary, Huntress e Renee Montoya, uniscono le forze per salvare la vita di una bambina minacciata da un malvagio signore della droga.

RECENSIONE:

Diretto dell’esordiente cinese Cathy Yan, al suo primo lungometraggio ad alto budget…



No, come inizio è troppo classico…



Dopo Suicide Squad ritorna Margot Robbie nei (pochi) panni di…



Nah, troppo banale…



Ok, ragazzi, la butto sull’informale: questo film è una boiatona.

Suicide Squad era una roba da cavarsi gli occhi con un cacciavite arrugginito.
E ovviamente hanno dovuto dargli un sequel.

Margot Robbie si sta creando una carriera basata su personaggi sfaccettati ed interessanti.
E ovviamente ritorna a fare il punching ball del Joker.

Ghostbusters, Ocean’s 8 e Charlie’s Angels hanno floppato più del Betamax.
E ovviamente Hollywood propina al pubblico un’altra inutile pellicola action con cast femminile.

OVVIAMENTE.

Birds of Prey e un titolo che sarebbe piaciuto a Lina Wermüller fallisce sotto ogni singolo punto di vista, non offrendo un prodotto apprezzabile né per umorismo, né per azione e tantomeno non per la sua costruzione narrativa, che risulta insipida e banale.

La sceneggiatura, probabilmente scritta percuotendo una tastiera con degli assorbenti usati, è infatti basata per una buona prima metà su piani temporali intrecciati che rendono l’esposizione non complessa in sé, ma inutilmente contorta.
Essa non è inoltre arricchita dall’umorismo, visto che la sua presumibile brillantezza Quinncentrica stanca troppo presto: la presentazione di situazioni sopra le righe che facciano da traino per le gag è infatti estremamente ripetitiva, troppo focalizzata sulle espressioni da MoNelLa PaXXXeReLla della Robbie e sul meccanismo “È matta, quindi fa quel cazzo che le pare”.


Se ciò riesce a provocare nello spettatore un solco lungo il viso come una specie di sorriso nel primo paio di occasioni, un così scontato meccanismo non è assolutamente sostenibile per una (luuuunga… leeeeenta…) ora e quaranta di pellicola, che risulta ripetitiva in maniera stomachevole, anche vista la scarsa fantasia delle sequenze più movimentate.

Asia Argento, sei proprio tu…?

Le scene d’azione hanno schemi di combattimento così lineari e impiegatizi da renderle letteralmente eterne, basandosi unicamente su interi, stancanti minuti di fanciulle che menano le mani in modo assai poco coreografico contro bestioni grossi il doppio di loro.

Oltre a mostrare più calci contro le palle in questo film che nell’ultima Finale di Champions League, gli scontri di Birds of Prey e la prossima volta scegliete un titolo più corto offrono dannatamente poco, sia perché relativi su personaggi che non dispongono di particolari abilità se non quella di usare calci e pugni (escludendo Black Canary, sfruttata poco sorprendentemente con il buco del culo), sia per il loro minutaggio tedioso e affossante.

In pratica Birds of Prey e l’inarrestabile discesa dei miei coglioni è The Raid con le sue cose.

Posh me la ricordavo diversa…

Pregevole inoltre che un film teoricamente basato sull’empowerment femminile e sull’affermazione di indipendenza delle donne, che possono spaccare i culi dei maschietti quando più lo desiderino, abbia una trama che trae le sue origini fondanti dalla possibilità di trattare Harley Quinn come un pezzo di carne perché non ha più la protezione di Joker.

Harley è rispettata solo perché ha un partner suonato, violento e sadico, che potrebbe verosimilmente porre in atto tremende vendette contro chi faccia del male ad una sua proprietà (ovviamente più per affermare il proprio alphismo nei confronti di possibili rivali che non per difendere “l’amata”).
E quindi una volta che la separazione acquisisce dominio pubblico, Quinn diventa il bersaglio di tutti coloro a cui abbia fatto torti in passato: minacciata da una lista infinita di figure in cerca di vendetta, passa metà del tempo a scappare e l’altra metà prigioniera o in pericolo.

IL MODELLO FEMMINILE, signore e signori.

Con la nuova serie di coltelli Miracle Blade…

Caratterizzazione dei personaggi così inesistente che in confronto le Spice Girls sono personaggi di Dostoevskij.

Nel parco squinzie, oltre all’Arlecchino del nudo frontale di The Wolf of Wall Street, spiccano infatti:

– Black Canary, che è tosta, sarcastica e aggressiva.
– Huntress, che è tosta, sarcastica e aggressiva.
– Renee Montoya, che è tosta, sarcastica e aggressiva.
– Cassandra Cain, che è un odioso, piccolo mostriciattolo insopportabile.

Eh, già: se buona parte della trama di un film viene incentrata sul difendere un pischello, magari non scriverlo simpatico quanto carta igienica vetrata potrebbe essere un’idea vincente.

Vista la scrittura pedestre dei personaggi, ovvio che il cast di contorno assuma un’importanza risibile, sia mai che non risplenda abbastanza l’ex psichiatra di Arkham.

Tra le vagine da esposizione fa specie se non altro Mary Elizabeth Winstead, che ormai suppongo possieda un dipinto che invecchi al posto suo.

Solo ❤ per MEW

Ella Jay Basco, la giovane interprete di Cassandra Cain (Dante Basco è suo zio, mi è venuto in mente solo ora di controllare) ha un’unica espressione basata sui suoi imbolsiti occhi a mandorla (ma come già scritto ha in mano un personaggio osceno, quindi non me la sento di gettarle la croce addosso).

Due personaggi sulla carta interessanti come Black Canary e Victor Zsasz averli o meno sarebbe stato indifferente: bidimensionale pheega tosta la prima, che nel caso ve lo stiate chiedendo no, non c’entra quasi un’ostia con la sua controparte originale fumettistica, mentre il secondo offre un apporto inferiore persino a quello nel videogioco Batman: Arkham Asylum.

In cui lo stendevi saltandogli addosso…


Però Serenate cinematografiche è un blog crudo ma anche onesto, in cui viene dato a Cesare quel che è di Cesare.

Posso essere ironico o sarcastico ai limiti del socialmente accettabile, ma quando trovo qualcosa che mi sorprenda non mi faccio problemi a riconoscerlo.

Grande attore che a causa di ricatti, avidità o turbe psichiche accetta di recitare in un troiaio” non è l’idea di un prossimo episodio di Black Mirror.



È lui.

 

Sarò sincero.

Ewan McGregor non ho davvero capito cosa cazzo ci faccia qua dentro.

Villain oscuro e tormentato dell’Uomo pipistrello, qui il buon Black Mask è una patetica e tristanzuola macchietta.
L’ex rampollo miliardario Roman Sionis, che in un impeto di furia verso l’alta società che tanto disprezza uccide i genitori per poi indossare una maschera realizzata con l’ebano della bara del padre, qui è poco più che un cazzone dalla lingua lunga, la fissa per l’igiene (?), uno sfumato sottotesto omosex (???) e la minacciosità discutibile.


E lo diamo da interpretare ad uno degli attori più talentuosi della sua generazione.

Ma perché???

È finita, Ewan. Sto più in alto di te…

Come in Suicide Squad, colonna sonora senza alcun senso logico se non proporre un’accozzaglia in stile compilation stagionale di Hot Party che non riesce a dotare di uno stile definito il lato acustico di questa sòla.

Birds of Prey e se fosse stato un porno almeno sarebbero stati contenti i segaioli è purtroppo un filmetto da quattro soldi, caratterizzato da uno sfruttamento superficiale e becero del materiale di partenza, ironia insulsa, combattimenti noiosi ed un mancato senso del ritmo espositivo che lo rende una palla immane.

Questo film è spazzatura.

Evitatelo come i monatti.

Dov’è il mio corpo?


Basato sul romanzo del 2006 Happy Hand di Guillaume Laurant, Dov’è il mio corpo? è un delicato ed intenso film d’animazione, che offre uno svolgimento narrativo emozionante corredato da toni profondi.

Sì, lo so cosa starete pensando: “Cristo, Mattia, UN ALTRO film in cui una mano mozzata si anima e cerca di ricongiungersi con il resto del suo corpo? Che palle, ne ho già visti a decine!”

Eh, lo so, purtroppo le idee interessanti scarseggiano… nonostante ciò, sia l’arto tagliato che affronta il moderno caos della metropoli zampettando verso il suo ex proprietario sia il suddetto protagonista la cui vicenda viene narrata mediante flashback (quando ancora era un pezzo di carne unico) vanno a formare un doppio binario di viaggio (corporeo e di maturazione caratteriale) che offre un parallelismo di intenti quanto mai azzeccato.


Il membro più taciturno della famiglia Addams è infatti una potente metafora di insoddisfazione e incompletezza, il simbolo tangibile e fisico della necessità di trovare la propria strada nel mondo, attraverso la ricerca di un ambiente e di un percorso a noi confacente.

La mano ha un unico scopo: quello di ritornare ad essere un elemento del tutto, dell’organicità plurale che è l’anatomia umana: lo stesso desiderio di ciascuno di noi, che nella propria vita tenti, attraverso alternative più o meno varie, di inserirsi in una società complessa e variegata mediante le scelte scolastiche, professionali e sentimentali che via via ci si dipanano davanti.

Il giovane Naoufel ha subito più di una grave perdita nel corso della sua breve esistenza, dovendosi adattare ad uno stile di vita complesso e in cui continua a trovarsi pesce fuor d’acqua.

Il caso però dà e toglie, offrendogli l’opportunità di una piccola ma significativa svolta alla propria vita; noi vediamo il ragazzo in una condizione inizialmente miserabile, ma attraverso i ricordi, persino tattili, della sua mano destra possiamo andarne a conoscere le vicissitudini e le speranze, formando un potente rapporto empatico non solo con lui, ma persino con il suo arto perduto.

Animazione dallo stile particolare, con un pregevole uso del bianco e nero per i ricordi nel protagonista da bambino e del colore quando è adulto, la scelta di avere pochi ma significativi personaggi di contorno fa sì che lo spettatore si concentri sulle entità separate dello stesso individuo, rendendoli due personaggi propriamente distinti.


Ciò che avrebbe potuto risultare grottesco e respingente riesce quindi invece ad attrarre dolcemente, senza scadere in una crudezza immotivata o in eccessivi deragliamenti nel melenso.

I primi piani sulla mano durante i ricordi sono un elemento di rara efficacia, e riescono a trasmettere allo spettatore delle sensazioni tattili estremamente difficili da rendere tramite un mezzo audiovisivo come il film.

Distribuito da Netflix, candidato ai prossimi Oscar come miglior film d’animazione, dura un’ora e venti.


Non avete scuse.

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