L'amichevole cinefilo di quartiere

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La torre nera

Colui che scrive recensioni ha dimenticato il volto di suo padre.

TRAMA: New York. Il giovane Jake è tormentato da strani sogni e visioni in cui ricorrono tre immagini: un uomo vestito di nero, un pistolero e una torre nera. Un giorno, seguendo le indicazioni contenute in uno dei suoi sogni, Jake viene catapultato in una dimensione parallela; qui incontra l’uomo che occupa i suoi incubi, Roland Deschain…
Tratto dall’omonimo ciclo di romanzi di Stephen King.

PREMESSA: Pur essendo un amante delle opere del Re ed essermi divorato più di venti suoi scritti tra romanzi e raccolte di racconti, non ho letto la serie letteraria de La torre nera. Il mio giudizio verterà quindi esclusivamente sulla pellicola.

RECENSIONE:

Maratona – Record Mondiale: 2 ore, 2 minuti e 17 secondi (Dennis Kipruto Kimetto – 2014).
100 metri piani – Record Mondiale: 9 secondi e 58 centesimi (Usain Bolt – 2009).

Basate entrambe sulla corsa, esse sono due discipline sportive completamente diverse, che richiedono allenamento fisico ed approccio mentale agli antipodi: in atletica sono la distanza più lunga e quella più corta.
Un po’ come yin e yang nella filosofia cinese.

Se per quanto riguarda il percorso libro –> film lo yin è Lo Hobbit, favoletta per bambini trasposta in tre film da complessivi 470 minuti (quattrocentosettanta, Dio vi fulmini), lo yang è questo La torre nera, una mezza schifezza di un’ora e mezza tratta da una serie di otto libri da quattromiladuecento pagine totali.

Ma perché…?

Mi sarò probabilmente dimenticato il volto di mio padre, ma raramente ho assistito ad un film che trasmetta una tale idea di raffazzonaggine, dovuta principalmente all’ovvia liofilizzazione delle tempistiche e alla conseguente incapacità di soffermarsi su cosucce piuttosto importanti quali risvolti della trama, introspezione psicologica dei personaggi e dettagliume vario.

Characters, situazioni e, boh, cose vengono impunemente sbrodolate in faccia al pubblico senza offrirgli strumenti per comprenderle ed apprezzarle, non essendoci davvero il tempo materiale per farlo e dando quindi per scontato che ci si innamori fatalmente della storia, come colpiti dal dardo di Cupido.

Che è in assoluto il modo peggiore per tentare di farsi apprezzare.

La pecca principale del film è quindi il presentare troppa carne al fuoco sfruttandola malissimo, affidandosi prevalentemente al carisma degli attori (poi ne parliamo) e non assumendo un’identità propria non solo in riferimento all’opera letteraria di partenza, ma anche in senso più strettamente cinematografico.

Ad una prima sezione piuttosto noiosotta ambientata nella nostra realtà, farcita di tutti gli stereotipi sfascia-gonadi possibili ed immaginabili sul ragazzino “diverso e problematico”, segue una parte centrale nel Medio-mondo che sarebbe stato auspicabile fosse durata circa il triplo in modo da permettere immersività allo spettatore, concetto evidentemente estraneo ai produttori del film, guidati probabilmente dal mantra “questa roba piacerà perché si spara”.

Ed è proprio qui dove sarebbe dovuta scattare la scintilla vitale che il film deraglia nel meno che mediocre, sfiorando molti (troppi) elementi narrativi senza porca puttana approfondirne mezzo e mostrando una maledetta fretta non permettendo il naturale germoglio dei semi narrativi.

Terza ed ultima sezione il ritorno sulla terra, senza dubbio la parte peggiore data la fastidiosissima presenza di stanchissime gag già viste e straviste relative a normali elementi della nostra società e sul come possano sembrare bizzarri ad un completo estraneo, o viceversa.

Oltre ad uno scontro finale di raro piattume.

Che tedio.

Visivamente può essere godibile solo a chi non abbia grandissima esperienza cinematografica, dato il comparto grafico non offre elementi di particolare meraviglia, limitandosi a toccare pigramente meccaniche estetiche già più che collaudate (e i mostri… e i predoni… e la magia nera…) supportate da una regia operaia e impalpabile.

Le stesse pistole di Roland, che avrebbero potuto essere l’ira di Dio, pur spingendo ridicolmente l’acceleratore sulla bravura del gunslinger sono in fin dei conti piuttosto ordinarie, non mostrando nulla che un John Wick qualsiasi non abbia già presentato intrattenendo decisamente di più.

O un immarcescibile Clint, a cui il personaggio letterario di Roland è ispirato.

In una fotografia un po’ troppo spenta e che tendendo a tinte dark abbastanza a caso perde l’occasione di sfruttare il colore per delineare in modo più netto elementi magici o banalmente la differenza tra Bene e Male, si muove un cast riconducibile ai soli due grandi nomi.

Attori di indiscussa bravura e carisma, sia Idris Elba che Matthew McConaughey escono dalla pellicola con le ossa rotte.

Meglio il primo del secondo, non per meriti particolari ma semplicemente perché il Walter Padick del texano (chiamarlo direttamente “Randall Flagg” no?) è un antagonista scritto con gli alluci che avrebbe meritato molto di più sia in termini di screen-time che in approfondimento narrativo.

Fattori estremamente importanti nella definizione di un villain come “da dove viene?”, “perché ha scopi malvagi?”, “da dove derivano le sue capacità?” sono bellamente ignorati dal film, optando invece per una caratterizzazione stile “Killgrave dei poveri” che spesso sfiora il ridicolo involontario.

Elba d’altro canto è un attore figo che interpreta un personaggio figo, seppur piatto come una tavola da surf, e quindi la mediocrità del suo character è più sopportabile, per quanto ampiamente dimenticabile come il suo rivale e quasi altrettanto ridicolo.

Tom Taylor passabile come ragazzino con gli occhioni sbarrati da hobbit, il resto del cast ha il peso narrativo di sagome cartonate parlanti.

Un’occasione toppata malamente, un film confuso e assemblato alla bell’e meglio che rende cattivo servizio ad uno degli scrittori più famosi, amati e prolifici del nostro tempo.

Peccato.

Prima di domani

Loop temporale: espediente narrativo nel quale dei personaggi sono costretti a ripetere esperienze o a rivivere in continuazione vicende già avvenute, in un ciclo continuo che si ripete all’infinito.

TRAMA: Una liceale si ritrova costretta a rivivere costantemente il suo ultimo giorno sulla Terra, terminato con un tragico incidente d’auto.

RECENSIONE: Nonostante il tema di partenza sia piuttosto abusato nonché virato in un po’ tutte le salse (dalla commedia, con l’arci-noto Ricomincio da capo con un istrionico Bill Murray, alla fantascienza guerresca di Edge of Tomorrow, al thriller con Source Code, alla demenzialità di Io vengo ogni giorno), la continua ripetizione della stessa giornata è un elemento narrativo sempre piuttosto interessante e con numerosi spunti.

Questo Prima di domani, film indipendente tratto dall’omonimo romanzo di Lauren Oliver, lo intinge in un’ agra salsa teen che, pur essendo talvolta banale sia nelle forme che nei contenuti, riesce comunque a buttare lì quelle tre o quattro sotto-trame che forniscono alla pellicola il minimo di spessore necessario per raggiungere la sufficienza.

La giovane Samantha (una Zoey Deutch che ricorda esteticamente una versione giovane di Rose Byrne) si rende conto sempre più, con lo scorrere dei cicli, del microcosmo che la circonda, poiché vivendo numerose volte le stesse piccole e grandi esperienze riesce appunto a dare loro peso maggiore rispetto ad una superficiale prima vista, e di conseguenza a concentrarsi su di esse.

Ciò porta ad un classico percorso di maturazione caratteriale, rappresentato in modo relativamente semplice ma tutto sommato efficace, che conduce la protagonista ad un passaggio da fiero elemento del classico gruppetto di gallinelle high-school ad una maggiore consapevolezza del ruolo attivo o passivo che possa avere in determinate vicende.

Da contorno al tema principale alcune solite tematiche scolastiche: il bullismo, l’accettazione o meno di una persona da parte del branco, la sessualità, il godersi l’adolescenza sono sparse lungo l’ora e mezza di durata senza essere affossanti o prolisse, ma fungendo, appunti da arricchimento narrativo.

Buona interpretazione da parte del giovane cast, abbastanza credibile nei vari ruoli della leader, dell’emarginata, del ragazzo timido vari ed eventuali.

Costato cinque milioni di dollari, nel mondo ne ha incassati circa quattordici (di cui seicentomila euro in Italia).

Godibile.

Spider-Man: Homecoming

A forza di reboot, mi sarei aspettato zio Ben interpretato da Tobey Maguire.

TRAMA: Dopo il suo incontro con gli Avengers, Spider-Man/Peter Parker è tornato a New York e sotto la guida del suo nuovo mentore, il miliardario Tony Stark, tenta di trovare un equilibrio tra i suoi impegni di supereroe e la vita di un normale adolescente.

RECENSIONE: Tornate a casa dopo una giornata di lavoro.

Siete fuori da dieci-dodici ore ed avete addosso una stanchezza da mettere K.O. un alce.

Entrate. Vi togliete le scarpe. Vi sistemate.

E bevete un bicchiere d’acqua fresca.

Vi svolta la giornata? Vi ristora tutto di un colpo dalla vostra fatica? Vi sentite persone nuove e rinvigorite?

No.

Però è piacevole e vi dà sollievo.

Spider-Man: Homecoming è un bicchiere d’acqua fresca.

Non è un capolavoro. Ha dei difetti. Il rapporto con la fonte artistica originaria è talvolta piuttosto “conflittuale”.

Ma è un film carino.

E tanto basta.

Il tanto discusso ringiovanimento di Peter Parker fa sì che ad un personaggio immediatamente apprezzabile dal pubblico (il bravo ragazzo sfigatello dal cuore d’oro che salva la gente sotto mentite spoglie) si aggiunga il grande tema del cambiamento adolescenziale.

Niente inizio classico con la morte di zio Ben e grandi responsabilità derivanti da grandi poteri, ma un giovane uomo in divenire che cerca di trovare il proprio posto del mondo mettendo a disposizione le proprie capacità in favore del prossimo; compiendo errori, agendo con avventatezza, facendo “pratica” con le sue stesse potenzialità e non valutando talvolta appieno le conseguenze delle proprie azioni, ma sempre con il Bene come obiettivo.

La pellicola riesce a cavalcare questi temi con metodo, alternando ordinatamente le diverse fasi narrative mantenendo un giusto equilibrio.
Sequenze scolastiche in cui Peter attraversa esperienze comuni per un ragazzo della sua età (la cotta, i bulli, le materie, il rapporto con il migliore amico) si susseguono a quelle più tradizionalmente supereroistiche (scoperta delle potenzialità del costume, combattimenti, salvataggio delle persone) riuscendo a centrare il bersaglio su entrambe, non stancando troppo lo spettatore affossandosi su una di esse ma dando loro la giusta consistenza nello storytelling.

Nonostante, come già accennato, vengano bypassate le origini del personaggio, in Homecoming il superhero movie viene a fondersi efficacemente con il viaggio di formazione, mostrando quindi lo sbocciare, attraverso esperienze brillanti e negative, dell’uomo quanto dell’eroe.

Passando ad elementi più classici, l’azione è adrenalinica ed efficace, sfruttando tutte e tre le dimensioni dello spazio grazie alle peculiari abilità di eroe ed antagonista: vengono perciò a crearsi duelli aerei ben orchestrati da regia e montaggio, che riescono a rendere l’altezza parte integrante degli scontri.

Una fotografia colorata e vivida contribuisce inoltre alla piacevolezza dell’opera, e dato che, ovviamente, in questa tipologia di pellicole l’occhio vuole la sua parte il risultato generale è in tal senso più che accettabile.

L’ironia tipica della Marvel è presente, seppur in quantità positivamente minore e più focalizzata sull’imbranato/scanzonato protagonista che sul farcire la pellicola di vagonate di battutine più o meno sceme; si ride perciò meno ma si (sor)ride meglio, con gag e momenti brillanti maggiormente omogenei e che causano reazioni molto meno sguaiati rispetto ad opere precedenti.

Forse un po’ troppo abusato da Hollywood il ruolo piuttosto sterile del “ciccione buontempone” qui incarnato dal Ned di Jacob Batalon, ma come spalla ilare tutto sommato ci può anche stare.

I difetti del film risiedono principalmente nei cambiamenti che esso ha portato rispetto alla visione ultra-classica dell’universo narrativo dell’Uomo Ragno.

Capisco che ringiovanendo il protagonista anche la carta d’identità di zia May ne guadagni, ma la cinquantatreenne Marisa Tomei, pur in versione ingenua e protettiva, è forse troppo giovanile per il ruolo, elemento accennato inoltre dal fatto che raramente venga chiamata con il suo ruolo di parentela, ma molto spesso semplicemente per nome.
Stona inoltre il Flash Thompson guatemalteco interpretato dal remissivo Zero di Grand Budapest Hotel Tony Revolori, presenza più stupida che intimidatoria quale dovrebbe essere.

Buona prova per Michael Keaton nei panni di Adrian “Avvoltoio” Toomes, ben doppiato da Luca Biagini.
L’attore della Pennsylvania, già “animale volante” nei due Batman di Burton e nel meraviglioso Birdman di Iñárritu, riesce a conferire una buona rappresentazione di uno dei cattivi più sfigati ed inutili minori dello spara-ragnatele senza risultare macchiettistico o banale.

Spider-Man: Homecoming è in conclusione un buon film, che permette a Peter Parker di ritornare alla casa madre dopo il pessimo secondo Amazing; scommessa fin qui vinta, per una pellicola che delle sei finora dedicate al personaggio si pone qualitativamente sotto solo al secondo film di Raimi.

Carino lo stile registico dell’inizio, così come la sequenza dei titoli di coda.

Domanda.

Margot Robbie (2 luglio 1990).

Solo bella o anche brava?

Bedevil – Non installarla

Questa app ha accesso a: Cronologia app e dispositivo, informazioni riguardanti l’attività avvenuta sul dispositivo, quali app sono in esecuzione, la cronologia di navigazione e i segnalibri; utilizza i dati dei contatti, la posizione del dispositivo ed uno o più dei seguenti elementi: file sul dispositivo (ad esempio, immagini, video o audio), memoria esterna del dispositivo; utilizza le fotocamere e i microfoni del dispositivo.

Parte dell’informativa di installazione dell’app Instagram.


TRAMA: 
Cinque adolescenti ricevono un invito a installare sul proprio smartphone un’app di supporto chiamata Bedevil. Una volta avviata, l’app si rivela inaspettatamente dotata di volontà propria ed inizia a perseguitare i ragazzi.
Letteralmente.

RECENSIONE: Per la regia dei fratelli Abel e Burlee Vang, Bedevil – sottotitolo italiano inutile è una deboluccia mediocrata che pur avendo la concreta possibilità di mettere molta carne al fuoco decide di svicolare approcci introspettivi per optare sui classici cliché del teen horror.

Un peccato, perché vista la trama della pellicola si sarebbero potuti agganciare con relativa facilità temi importanti e di grande attualità sociale.
La dipendenza, soprattutto relativa ai giovani, per smartphone e dispositivi digitali, i rapporti umani ormai cristallizzati dietro un asettico schermo luminoso e la fragilità di una generazione che pur avendo tutto a palmo di mano presenta ancora paure feroci ed irrazionali sono purtroppo pennellate solo lievemente abbozzate da un film che perde più di un’occasione per affondare il colpo.

Il ricorso estenuante agli stilemi triti e ritriti del genere incanala inoltre precocemente la pellicola su binari ormai troppo noti, non consentendole di emergere in un’area narrativa ultra-saturata dai numerosissimi film a budget medio-basso (tra cui appunto questo) tutti troppo simili e per questo dimenticabili.

L’uso decisamente eccessivo di jump-scares spesso più che telefonati, dei classici movimenti di camera circolari effettuati nel tentativo di immergere lo spettatore in una stanza chiusa e di infinite inquadrature storte stile Battaglia per la Terra (non lo conoscete? Beati voi…) sono inviti troppo espliciti a far sobbalzare il pubblico sfruttando reazioni automatiche del nostro corpo più che un serio tentativo di creare un’atmosfera inquietante.

Sembra come se Bedevil ti dicesse…

… e non dovrebbe essere la pellicola a imporlo forzosamente, dovrebbe essere naturale conseguenza di ciò che viene mostrato.

L’applicazione killer assume ben presto la classica connotazione dell’entità sovrannaturale a caccia di vittime in uno spazio chiuso, dato che Bedevil spesso ricade, gira che ti rigira, nell’inseguimento ripetitivo fine a se stesso invece di costruire gradualmente relazioni vittime-carnefice più elaborate.

Il classico gruppo di attori da firme amerigano, ossia troppo bellocci per essere realistici, alcuni leggermente oltre l’età dei rispettivi personaggi e dalla introspezione buttata lì alla vaga solo per dovere di firma offre una prova complessivamente senza infamia né lode.

Lieve spicco per la protagonista, la diciottenne texana Saxon Sharbino, più che altro perché interpreta l’unico character a cui sia richiesta varietà emotiva a differenza degli altri paralumi bipedi che la circondano.

Nota di merito a Roberto Pedicini come voce italiana dell’app, sempre bravo anche nei film più insignificanti.

Bedevil non è un film “brutto” o mal fatto in senso oggettivo, ma ha il grande difetto generale di osare poco e di sprecare ben più di un’opportunità narrativa interessante, temendo forse di fare il passo più lungo della gamba ma ottenendo paradossalmente l’effetto opposto.

Più da direct to home video che da cinema.

La mummia (2017)

Aridatece Boris Karloff.

TRAMA: Un gruppo di archeologi e militari inviato nel deserto nordafricano profana una tomba millenaria, risvegliando la creatura sepolta al suo interno, la Principessa Ahmanet. Il suo nome è collegato alla dea Caos: destinata a guidare l’Egitto, la giovane reggente venne accecata da poteri oscuri. Tornata in vita, Ahmanet intende servirsi di uno dei membri della spedizione per riacquistare i suoi poteri.

TRAMA – QUELLA VERA:

– Per il cosiddetto “Dark Universe”, un’idea che non meritiamo né di cui abbiamo bisogno che riunirà tutti i mostri classici attraverso questo ed altri film, è stato creato un logo che riprende in maniera pedissequa quello della Universal, casa di produzione di tali pellicole.
Com’è che si dice in arabo “fantasia portami via”?

– Il logo successivo è quello della Perfect World, ossia uno in cui questo film non esiste.

– La morte è una nuova vita, la morte è un passaggio, i neri hanno il ritmo nel sangue, Venezia è bella ma non ci vivrei.

– “Inghilterra – 1127”, minuto 1 ed abbiamo già un’accoppiata continente-periodo storico alla cazzo di cane, ottimo!

– “Inghilterra – Oggi”: vedi sopra.

– Gli scavi per la costruzione di una nuova metropolitana a Londra vengono interrotti a causa della scoperta di una tomba.
Indiana Jones 5 – La vendetta della Metro C.

– Niente conferisce gravità drammatica ad una scena quanto Russell Crowe con il fisico del Mago Oronzo che blatera una fila di puttanate sul rapporto tra passato e presente.

– Interminabile spiegone di Luca Ward sulla principessa egiziana.
OVVIAMENTE bellissima, OVVIAMENTE scaltra, OVVIAMENTE spietata, lo prende OVVIAMENTE in quel posto a causa della successione agnatica:
Sei figlio di un sovrano? Meglio avere un pene.

– Cliché del patto con un demone/mostro/entità maligna che rende a sua volta dei mostri.

– Cliché del demone/mostro/entità maligna che ha bisogno di un mortale come veicolo per portare morte e distruzione sul mondo.

– Sofia Boutella in versione cosplay di Frodo post-Shelob.

– Hai un demone di cui ti vuoi liberare? Ficcalo nelle profondità della terra.
Tipo le scorie nucleari.

– “Iraq”. Già più vicino, ma ancora continente sbagliato.

– Tom Cruise vestito come un Jawa prima taglia la borraccia d’acqua al suo amico, poi lo ficca in uno scontro a fuoco tra i vicoli del villaggio di vattelapesca. Lo avvisa inoltre di una granata DOPO averla lanciata, si incazza con lui per aver chiesto un attacco aereo di copertura e lo illude di star pensando ad un piano per poi uscirsene con “sto pensando che forse moriamo”.
IL NOSTRO EROE, SIGNORE E SIGNORI.

– Furto, sciacallaggio, ricettazione… porca puttana, persino Jack Sparrow ha più dignità di ‘sto tizio!

– Aridatece Brendan Fraser.

– Non sono un raffinato egittologo, ma che tale popolo considerasse il mercurio un deterrente contro gli spiriti maligni tanto da farcirci le tombe mi sa, così ad orecchio, di poderosa cazzatona.
Attendo umilmente eventuali smentite.

– Due lampade di merda e la tomba egizia è illuminata come San Siro la sera del derby.

– Cliché del “subire la cosa X è un destino peggiore della morte”.

– Tom Cruise arrapato da una tizia vecchia cinquemila anni. Se esiste una categoria pornografica al riguardo, preferisco non saperlo.

– Tantissimi uccelli sono attratti dalla mummia. Capisco che Sofia Boutella sia una bella ragazza, ma così mi pare esagerato.

– L’amico di Cruise dopo essere stato morso da un ragno presenta febbre, deliri e colorito terreo.
Tipo me durante la visione del film.

– Credevo che la scena in cui l’aereo di ‘sti quattro cialtroni viene abbattuto dallo stormo di corvi sembrasse girata male e montata peggio a causa della restrizione del trailer.
Invece no, è proprio fatta coi piedi.

– Altro spiegone sulla trama, a ‘sto punto mi compravo l’audiolibro.

– “Penso che abbiamo fatto adirare gli dei”. Realizzando questo film poco ma sicuro.

– Cruise ha visioni del suo amico morto tipo la versione discount di Un lupo mannaro americano a Londra. 
Non male, soprattutto considerando che quella era una pellicola con venature comico-grottesche mentre questa dovrebbe essere drammatica.

– “Tu sei maledetto”. Vedi cosa succede ad abbracciare Scientology?

– Uno dei difetti principali di questa ignobile pila di letame fumante è di essere piena di momenti pseudo-comici troppo imbecilli per essere divertenti e troppo mal fatti per sembrare intenzionali.
Quando a metà della sua durata il film non ha ancora deciso il proprio tono è abbastanza preoccupante.

– Aridatece Arnold Vosloo.

– Cliché della fanciulla pesante 50 chili vestita invernale che resiste tranquillamente ad una lunghissima serie di urti in grado di sbriciolare le ossa a un’alce.

– Cliché dell’antagonista che raggiunge i protagonisti distanti chilometri semplicemente camminando.

– Questo film ha la stessa fisica dei Looney Tunes.

– Spiegone di Russell Crowe che BASTA, PER CARITÀ DI DIO.

– Adoro come gli sceneggiatori di questa fiera dell’idiozia chiamino un personaggio “DOTTOR HENRY JEKYLL” e si comportino come se gli spettatori non conoscessero UNO DEI PERSONAGGI PIÙ FAMOSI NELLA STORIA DELLA LETTERATURA.

– Benvenuti nel Prodigium, un luogo dal nome latino perché siamo dei poveri ignoranti convinti che un appellativo nella lingua morta per eccellenza renda intelligente ciò che non lo sarebbe nemmeno in un remoto universo alternativo.

– “Il nostro lavoro è distruggere il Male”. È appena uscito Transformers 5, se vi interessa.

– Al prossimo ennesimo flashback della stessa solita scena vomito.

– Dopo il lottatore di wrestling di Van Helsing, l’incrocio tra Quasimodo ed André The Giant de La leggenda degli uomini straordinari, John Malkovich in Mary Reilly e il disgraziato scienziato di Mary Shelley’s Frankenhole, sono curioso di vedere come avranno reso qui il temibile Edward Hyde.

Il temibile Edward Hyde è Russell Crowe con pupille e pelle di colore diverso.

Ottimo.

– Qualcuno informi Hollywood che i vetri rotti sono molto taglienti, non hanno la consistenza vaporosa dello zucchero a velo.

– Cliché di Tom Cruise che corre.

– Signore e signori, hanno osato farlo: DEUS EX MACHINA DEL MORTO.
Siete senza vergogna.

– Proteggersi chiudendo una porta funziona con gli alieni di Signs, non con un’entità malefica millenaria.
Essere più furbi di Shyamalan non vi rende comunque un film migliore.

– Cliché della capacità di respirazione sott’acqua sovrumana.

– Cruise che ammazza la gente baciandola tipo Poison Ivy.

– Cruise che resuscita la gente urlando “Svegliaaaaa1!1!1!” tipo i complottisti su internet.

– Ennesimo sproloquio para-filosofico sul bene, sul male e sulla sete di soldi a Hollywood.

Che filmaccio imbarazzante.

Wonder Woman

Saffo sofferente!

TRAMA: Diana di Themyscira, principessa delle Amazzoni, è cresciuta amata dalla madre Hippolyta e dal suo popolo su un’isola lontana dalla civiltà. Quando l’umano Steve Trevor compie un atterraggio di fortuna su Themyscira, fa scoprire a Diana l’esistenza di una terribile guerra mondiale che sta sconvolgendo il mondo.
Convinta di essere in grado di fermare il conflitto, Diana lascia per la prima volta la sua casa, pronta a riportare la pace.

RECENSIONE: “Diana Prince”, chi era costei?
La cosiddetta “Wonder Woman” è un personaggio nato nel 1941 dalla mente di William Moulton Marston, ed è una guerriera amazzone caratterizzata da un paio di bracciali indistruttibili, un lazo che obbliga chi vi viene intrappolato a dire la verità, un gonnellino inguinale ed un aeroplano invisibile.

Sì, i fumettisti negli anni Quaranta si drogavano a bestia.

Tutte queste caratteristiche rendono la Donna Meraviglia il personaggio più irrealistico della Triade DC; bene ma non benissimo, visto che gli altri due sono un alieno petrofobico che porta le mutande sopra le braghe ed un miliardario traumatizzato che esce di notte per picchiare a sangue i cattivi vestito da chirottero.

Diretto dalla Patty Jenkins di Monster, Wonder Woman è un buon film che riesce ad imbastire una origin story a tratti piuttosto convenzionale, ma non trascurata nelle sue componenti.

Ad una parte iniziale comprensibilmente piuttosto lenta e noiosa (pecca non rara in questa tipologia di pellicole, dato che bisogna introdurre un sacco di elementi non dando per scontato che lo spettatore già li conosca), seguono due successivi terzi più agili e in cui meglio si sfrutta il personaggio sia sul lato introspettivo, con un maggiore sviluppo caratteriale, che combattivo, con un maggiore uso del menare le mani.

Ma non è questo il pregio principale del film.
Poi ci arriviamo, ve lo dico dopo.

La regia e la fotografia non sono disprezzabili, riuscendo a dare aria visivamente all’opera per quanto si possano notare talvolta dei fondali un po’ finti e pataccosi (specie in una breve sequenza iniziale con Diana bambina, quasi a livelli dei fondali a scorrimento di Superman del 1978) a causa dell’ovvio e spropositato uso del green screen.

Lo stesso corpo di Diana pare talvolta un po’ troppo “rimbalzoso”: grazie a Dio non si raggiungono i livelli di infamia del famigerato Hulk di Ang Lee in cui l’alter ego di Bruce Banner pareva un’enorme pallina da ping pong verde, ma avrei personalmente preferito una resa della fisicità più… ehm… “fisica”.

Nonostante ciò credo che il film abbia un ottimo pregio.

Dopo ve lo dico.

La sceneggiatura come già accennato è piuttosto ortodossa e convenzionale.

L’eroina scopre il mondo fuori dalla sua oasi felice, arriva in un luogo in cui deve imparare a vivere da “persona normale” adattandosi a quelle che per noi sono convenzioni mentre per lei forzature, dimostra di avere una marcia in più rispetto agli altri e poi giù un sacco di eroiche legnate.

A parte dei dialoghi piuttosto banali ed esageratamente manichei (il combattimento finale pare Dragon Ball), la scrittura del film non risulta fastidiosa o scemotta come in altri comic movies, ed il pubblico sentitamente ringrazia.

Ma il vero pregio del film è un altro, poi ci arriviamo.

Gal Gadot non mi aveva impressionato (per usare un eufemismo) con il suo cameo allungato in Batman v Superman, (probabilmente non riesco ad apprezzarla perché mia madre non si chiama Ippolita), ma avendo qui due ore abbondanti di film dedicati a lei devo dire che la mia opinione sia parzialmente cambiata.

Continuo a sostenere che le sue doti recitative possano essere ampiamente migliorabili, e la sua personificazione di Wonder Woman in alcune sequenze appare più un cosplay non particolarmente brillante che una vera e propria incarnazione, però nel complesso risulta sufficientemente credibile negli striminziti panni di un personaggio che di credibile non ha quasi un tubo.

Sul supporting cast poco da dire.

Chris Pine, che di raffa o di raffa gli fanno sempre guidare una motocicletta, non sfigura come soldatino motivato, regalando inoltre alcune espressioni impagabili quando la modella israeliana gli fa lo spiegone su amazzoni, divinità e altre per lui assurdità varie.

Le uniche due guerriere che spiccano oltre la protagonista solo l’Ippolita di Connie Nielsen e l’Antiope di Robin Wright, ma entrambe hanno troppo poco spazio su schermo per essere sviluppate.
Discorso simile per i compari di Pine (tra cui l’Ewen Bremner di Trainspotting) e per Danny Huston, ancora una volta militare cattivone dopo quella volta in cui ha imprigionato Wolverine e creato il Deadpool del discount.

Ma l’aspetto migliore del film è un altro.

Volete sapere quale?

VIENE FINALMENTE RAPPRESENTATO IN UN BLOCKBUSTER UN MODELLO POSITIVO PER LE DONNE.

Questo film potrà anche non essere il massimo della memorabilità, ma ha il gigantesco pregio di offrire in un prodotto ultra-mainstream un personaggio femminile che possa essere da esempio per il pubblico, appunto, femminile.

Dato che nella maggior parte dei casi tali characters sono scritti uno più orribilmente dell’altro, penso sia una buonissima cosa ciò che si vede qui: una donna determinata, che compie delle scelte per il bene delle altre persone pensando prima a loro che a se stessa, che non esita a combattere per il giusto e che, pur non essendo infallibile, cerca comunque di rimediare ai propri errori.

Non è una bambolina da salvare.

Non è una psicopatica irrazionale.

Ci voleva così tanto per vederla al cinema???

Meno Bella Swan, più Diana Prince.

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