L'amichevole cinefilo di quartiere

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Hurricane – Allerta uragano

Ho l’impressione che non siamo più nel Kansas.

TRAMA: Un gigantesco uragano sta per colpire l’Alabama, e si preannuncia come il più violento della storia americana.
Due fratelli ed un’agente del Tesoro devono fronteggiare non solo la furia degli elementi, ma anche una banda di rapinatori che, durante la tempesta, vuole fare il colpo del secolo e derubare di 600 milioni di dollari la Zecca di Stato.

RECENSIONE:

11 dicembre 2013.

Allo stadio Veltins-Arena di Gelsenkirchen, per il Gruppo E della Champions League 2013-14 si sfidano lo Schalke 04 ed il Basilea.

Al minuto 57 i tedeschi, già in vantaggio per una rete a zero, raddoppiano con il difensore Joel Matip. Il goal sarebbe però viziato da un clamoroso fuorigioco di ben quattro uomini, ma la terna arbitrale, diretta dall’italiano Paolo Tagliavento, non se ne avvede e convalida la marcatura.

Il tecnico degli svizzeri, Murat Yakin, assiste allibito alla scena, con un’espressione tra l’incredulo ed il sarcastico.

Nei suoi occhi e nella smorfia che gli segna il volto possiamo contemplare il più naturale degli approcci umani alle piccole e grandi assurdità della vita.

Un piano di esistenza, il nostro, in cui la logica e l’ordinario cedono talvolta il posto ad elementi che esulano di gran lunga dagli schemi mentali a cui mollemente siamo adagiati, rendendoci partecipi del Casuale, dell’Estremo, dell’Imponderabile.

Hurricane è così.

Casuale.

Estremo.

Imponderabile.

Diretto da Rob Cohen, regista che soprattutto negli ultimi anni batte fieramente lo stendardo dell’Ignoranza e che ha al suo attivo, oltre al non disprezzabile Dragonheart e al primo Fast and Furious, delle fetecchie disprezzabilissime quali XXX (che vi sfido a provare a scaricare da Torrent, chissà prima di ottenere il film giusto quanta bella robina avrete in download), Stealth La mummia 3Hurricane è una così cosmica troiata che la sua visione assume più le connotazioni di un’esperienza di vita che di un semplice assistere ad un’opera cinematografica.

Heist disaster movie vengono infatti fusi da un mad scientist in un frullato peggio di malriuscito, che però raggiunge il mirabile obiettivo di incastrare tra loro ogni cliché possibile dell’uno e dell’altro genere.

Reazione umana proporzionata al fatto che un cialtrone come Cohen diriga ancora?

Il tutto viene presentato con un’apertura flashbackosa di rara pigrizia, da cui Madre Natura può trarre ragionevoli motivazioni sulla bontà dell’estinzione umana, essendo essa presentata come vera villain del film: la parete ventosa del tornado, infatti, assume l’immagine di un teschio, una fetecchia a metà strada tra il Marchio Nero dei nemici di Harry Potter ed il faccione della mummia Imhotep.

Reazione umana consona ad una scelta stilistica di ineluttabile squallore?

Spiccano come vestirsi da Ronald McDonald durante una veglia funebre degli effetti speciali vomitati dal peggiore dei programmi piratati di computer grafica; il budget comprensivo di 35 milioni di dollari, che Dio sa dove siano stati spesi, offre infatti un comparto tecnico che più che al già becero Twister si avvicina all’imperdonabile Sharknado, con lo spettatore che seriamente quasi si aspetta uno Ian Ziering armato di improbabile motosega affettare il vile selachimorpho.

Reazione umana derivante dalla non comprensione delle basi sull’uso del green screen?

Il cast di questa vibrante cazzatona vede come uno dei nomi illustri Ryan Kwanten, ex partecipante di Vampiri sexy per teenager in calore e che personalmente ricordo nel piacevole (quello sì, non sono ironico) cortometraggio The Truth in Journalism.

Insieme a lui Maggie Grace, espressiva quanto un monumento di Garibaldi, nei panni della classicissima squinzia cazzuta improbabile, mentre personalmente non mi capacito di quanto in basso sia finita la carriera del povero Cristo Toby Kebbell, che ultimamente ha inanellato una progressiva sequenza di Fibonacci di pestilenziali cagate, tra cui possiamo menzionare Fantastic 4Warcraft, il remake di Ben Hur Kong: Skull Island, l’unico che lontanamente si salvi.

Reazione umana successiva all’afferrare quale parabola discendente abbia intrapreso la carriera di un buon giovane attore?

Ovviamente il film ha bombato al botteghino, incassando solo 14 milioni di dollari.

Sorpresona.

Hurricane – Allerta uragano.

Un film casuale.

Estremo.

Imponderabile.

Una puttanata.

 

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Obbligo o verità

It’s coming up, it’s coming up, it’s coming up
It’s coming up, it’s coming up, it’s coming up
It’s dare

TRAMA: Un gioco apparentemente innocente che impone ai partecipanti delle regole precise si trasforma in una sfida mortale.

RECENSIONE:

In vita mia ho visto circa millesettecento film, di qualità tra il meraviglioso e l’abominevole, e vi giuro che quando lessi la trama di ‘sta roba pensai seriamente che fosse solo una parodia comica.

Per chi sia appena sbarcato da K-PAX, “Obbligo o verità” è un gioco preadolescenziale perfetto per le serate in cui tutti i presenti flirtano con la bottiglia, ed ha principalmente due obiettivi:

1) Ficcare la lingua in bocca a più cristiani possibile;

2) Sapere chi è andato a letto con chi (o al limite chi lo millanta);

Questo passatempo abbastanza frizzante quando il tasso alcolico pareggia quello di un raduno di alpini viene qui arricchito da una presenza demoniaca (???), che uccide la gente che non declami le verità o esegua le azioni a cui è sfidato.

Posta questa premessa, che dire del film?

Che è un’inarrestabile tempesta tropicale di feci umane, uno tsunami escrementizio che travolge lo spettatore con feroci ondate di scarto intestinale

Comparto tecnico?

Maciullato da una fotografia piatta e smarmellosa tipica degli horror da due soldi (budget qui di tre milioni e mezzo di dollari, poco ma nemmeno amatoriale) che si sa già avranno zero pretese e ancora meno qualità, e da una regia di Jeff Wadow che dopo il discreto Kick-Ass 2 dimostra gli effetti collaterali biologici dello sniffare la mucillagine.

Cast?

Il sole è caldo, l’acqua è bagnata, gli attori delle serie tv teen sono dei CANI ATROCI, e dato che i protagonisti fuoriescono da quel Vaso di Pandora fatto di addominali depilati, zigomi appuntiti, bei ciglioni ondeggianti e sederini marmorei, la capacità recitativa media riscontrabile in questa pellicola è più o meno quella di un block notes.

«Salve, siamo i personaggi di cui desidererai la morte a partire dal minuto 2».

Resa complessiva?

Questo monumento commemorativo alla Cazzata purtroppo non Ignota riesce in un duplice risultato: scadere in un trash strabordante facendo al contempo venire l‘elefantiasi ai maroni.

Se il primo centro è dovuto principalmente ad una trama scritta da persone che la mattina dovrebbero ricordarsi di prendere le medicine (con un miscuglio tecno-spiritico tanto insopportabile quanto raffazzonato di demoni, Facebook, suore, rituali, Snapchat, possessioni, spring break…), la rottura di palle è diretta conseguenza dell’abbacinante caratterizzazione dei personaggi.

Belli, felici, stupidi, ficcanaso, perennemente arrapati, dipendenti dallo smartphone (oh, fermatemi quando li odiate), il loro venire trucidati orribilmente non è purtroppo sufficiente per farmi soprassedere al loro carisma tipico di un portaombrelli, alle relazioni interpersonali scritte dopo essersi ubriacati di Viakal e a delle linee di dialogo così stereotipate che in confronto i neri hanno DAVVERO il ritmo nel sangue.

«Mio Dio, sono truccata come una Kardashian!»

Splendono come i piercing sui capezzoli delle escort di alto bordo con cui avrei preferito il produttore Jason Blum avesse speso i citati tre milioni e mezzo gli immancabili cliché.

Su cosa? Semplice, su tutto: sulle coppiette, sui demoni, sulla gelosia tra donne, sulle back-stories tragiche, sulle corna, sugli omosessuali e dulcis in fundo sul povero Messico, così tanto stereotipato da far impallidire la domestica Consuela di Family Guy; il tutto conferisce al film lo spessore narrativo del Domopak, con unica morte inevitabile quella di noia dello spettatore.

Ah, che i personaggi “posseduti” abbiano lo stesso ghigno malvagio esasperato del Grinch mi ha fatto ridere più del dovuto.

“You’re a mean one, Mr Grinch…”

Volete un obbligo terrificante?

Vi sfido a ciucciarvi questo film.

Una cagata invereconda.

“2001: Odissea nello spazio” torna al cinema

– Alla prima proiezione del film 241 persone uscirono in anticipo dal cinema, incluso l’attore Rock Hudson che dichiarò: «Qualcuno mi dirà di che diavolo si tratta?»
Arthur C. Clarke, autore del racconto a cui il film si ispira, disse una volta: «Se capisci il film abbiamo completamente fallito, volevamo sollevare molte più domande di quelle a cui abbiamo risposto».

– Sempre secondo Clarke, Stanley Kubrick voleva ottenere una polizza assicurativa dalla Lloyds di Londra per proteggersi dalle perdite economiche nel caso in cui fossero state scoperte informazioni certe sugli extraterrestri prima della pubblicazione del film.
La Lloyds si rifiutò.
Il celebre astronomo Carl Sagan ha commentato: «A metà degli anni ’60 non c’era nessuna ricerca sulla vita intelligente extraterrestre, e le possibilità di inciamparci accidentalmente entro pochi anni erano estremamente piccole: i Lloyds di Londra persero una buona scommessa».

– Secondo Douglas Trumbull, che curò gli effetti speciali, l’intero filmato girato è stato circa 200 volte la lunghezza finale del film.

– L’opera non è stata un successo finanziario durante le prime settimane della sua proiezione nelle sale.
La MGM, casa di produzione, stava già progettando di ritirarlo, quando fu persuasa da diversi proprietari di cinema a continuare: molti di loro hanno infatti registrato un numero crescente di giovani adulti presenti al film, che erano particolarmente entusiasti di vedere la sequenza “Star Gate” sotto l’influenza di psicofarmaci.
Ciò ha aiutato alla fine a rendere la pellicola un successo finanziario, nonostante le numerose reazioni negative iniziali.

– È stato cronologicamente l’ultimo film dedicato agli uomini sulla luna prima che Neil Armstrong e Buzz Aldrin vi si recassero nella vita reale.
Più di 40 anni dopo, ci sono ancora teorici della cospirazione che insistono sul fatto che questa non sia una coincidenza, sostenendo infatti che tutto il filmato del vero allunaggio sia stato un falso film diretto dallo stesso Kubrick riciclando scene e oggetti dei set.

– Avendo calcolato che una sola persona avrebbe impiegato 13 anni a disegnare e dipingere tutti i fondali necessari per inserire la navicella spaziale negli sfondi stellati, Kubrick assunse altre 12 persone, che hanno poi svolto il lavoro in un anno.

– Stanley Kubrick lavorò per diversi mesi con i tecnici degli effetti per ottenere un risultato convincente per la penna galleggiante nella sequenza dello shuttle.
Dopo aver provato molte tecniche diverse, senza successo, decise semplicemente di utilizzare una penna incollata con un nastro biadesivo su una lastra di vetro sospesa davanti alla videocamera.
In effetti, l’assistente dello shuttle può essere visto “staccare” la penna dal vetro quando la prende in mano.

– Non c’è dialogo nei primi 25 minuti del film (fino a quando una hostess parla al minuto 25:38), né negli ultimi 23 minuti (esclusi i titoli di coda).
Sommando queste due lunghe sezioni ad altre più brevi, nella pellicola ci sono circa 88 minuti senza dialoghi.

– L’idea iniziale per il dispositivo che alla fine sarebbe diventato il monolite nero consisteva in uno schermo trasparente, che avrebbe mostrato agli australopitechi come usare gli oggetti a mo’ di strumenti e armi. Clarke in seguito lo liquidò come “troppo ingenuo”.
Inoltre il computer HAL 9000 fu inizialmente pensato come un robot mobile, ma poiché Clarke temeva che questa visione dell’intelligenza artificiale sarebbe diventata irrimediabilmente obsoleta nei decenni successivi, si optò per l’onnipresente occhio rosso.

– L’unico Oscar vinto dal film fu per gli effetti speciali: venne assegnato a Stanley Kubrick e fu la sua unica vittoria su 13 nomination.
Tuttavia, mentre Kubrick ha progettato gran parte dell’aspetto del film e dei suoi effetti, molti dei tecnici coinvolti hanno ritenuto che fosse sbagliato che l’unico a riceverne i meriti fosse lui.
A seguito di questa controversia, l’Academy ha reso più selettive le sue regole di ammissibilità per il premio.

– Frank Miller, che interpreta la voce di controllo della missione, era un vero membro della US Air Force e un vero controllore: fu assunto perché la sua voce era la più autentica che i produttori potessero trovare per il ruolo.
Essendo nervoso, non riusciva a non battere il piede durante le sessioni di registrazione, e il suono veniva ripetutamente trasmesso sulle tracce audio; per ovviare al problema Kubrick piegò un asciugamano, lo mise sotto i piedi di Miller e per tranquillizzarlo gli disse di pronunciare le proprie battute attingendo al contenuto del suo cuore.

– Il sole e la luna crescente allineati l’uno con l’altra (nella scena di apertura) erano un simbolo dello zoroastrismo, un’antica religione persiana che precedette il buddismo e il cristianesimo e si basava sugli insegnamenti del profeta Zoroastro (noto anche come Zarathustra): in particolare questo allineamento simboleggiava l’eterna lotta tra la luce e le tenebre.
In modo abbastanza appropriato, il famoso “2001: A Space Odyssey Theme” è tratto da “Also Sprach Zarathustra” (“Così parlò Zarathustra”), il poema sinfonico di Richard Strauss basato su un libro di Friedrich Nietzsche, che contiene la sua famosa dichiarazione “Dio è morto”.

– I paesaggi preistorici africani mostrati all’inizio del film sono fotografie, non clip reali.

– Ad un certo punto della lavorazione, i Pink Floyd vennero contattati per eseguire la musica per il film, ma rifiutarono a causa di altri impegni.
Eppure ne mantengono una connessione: si dice infatti che la loro canzone “Echoes” dall’album “Meddle” possa essere perfettamente sincronizzata con la parte “Jupiter & Beyond the Infinite” del film.

– In origine Kubrick aveva chiesto al truccatore Stuart Freeborn di creare un aspetto primitivo, ma più umano, per gli attori che interpretavano gli australopitechi, ma non riusciva a trovare un modo per fotografarli in tutta la loro figura senza ottenere un X-rating dalla MPAA (dal momento che dovevano essere nudi) perciò si optò per un modello più peloso.
Con l’eccezione di due piccoli scimpanzé, tutti sono stati interpretati da esseri umani in costume, ed i primi spettatori si chiedevano dove Kubrick avesse ottenuto scimmie così ben addestrate.
In seguito egli scherzò sul fatto che il film abbia perso il premio Oscar per il Miglior Trucco verso John Chambers per “Il pianeta delle scimmie” perché i giudici non si rendevano conto che gli australopitechi erano davvero umani; in realtà non c’era nessuna lista di nomination effettive, poiché il premio ufficiale venne istituito solo nel 1981 e quello conferito a Chambers era meramente onorario.

– Per la scena della superficie lunare Kubrick aveva fatto importare, lavare e dipingere tonnellate di sabbia.

– Sia nel libro che nel film il nome del creatore di HAL, il Dr. Chandra, è stato quasi certamente scelto deliberatamente.
Chandra, oltre ad essere un comune cognome indiano, è infatti un nome della divinità lunare indù, e la parola “luna” in hindi. Il nome completo del Dr. Chandra, Sivasubramanian, può essere tradotto come “Caro sacerdote di Shiva”.
Shiva, il nome di una divinità suprema indù, ha come uno dei suoi significati “colui che non ammette imperfezioni”. Pertanto il Dr. Chandra, il creatore di un computer che si crede incapace di commettere errori, ha un nome univoco appropriato.
Arthur C. Clarke, che trascorse gran parte della sua vita in Sri Lanka (dove il buddismo è una religione importante e l’induismo è una religione minore), avrebbe quasi certamente conosciuto questi significati.

– Douglas Rain registrò le battute di HAL solo in post-produzione, poiché prima di lui vennero assunti e poi sostituiti altri attori.
Quindi Rain e Keir Dullea, che interpreta Dave, non hanno mai parlato direttamente l’uno con l’altro, e durante la lavorazione non si sono mai incontrati di persona.

– Dopo la proiezione in anteprima per i critici, le recensioni furono perlopiù negative. Tra queste vi furono:
“Qualcosa tra l’ipnotico e l’immensamente noioso” – The New York Times;
“Un film monumentalmente privo di immaginazione” – Harpers;
“Odissea nello spazio fallisce gloriosamente” – Newsday;
“La superba fotografia è una grande risorsa per una trama confusa e a lungo senza senso”- Variety.

– La posizione degli scacchi e le mosse che vediamo provengono da una partita giocata nel 1910 ad Amburgo, tra due giocatori di nome Roesch e Schlage.
Il computer afferma che la posizione finale è uno scacco matto in due mosse; in realtà il bianco non è obbligato a giocare la mossa suggerita da HAL (Axf3), quindi abbiamo uno scacco matto in tre mosse.
Un altro risultato della passione di Kubrick per gli scacchi è il personaggio Smyslov, dal nome di un campione russo.

Un film straordinario e rivoluzionario che torna eccezionalmente al cinema oggi e domani, in versione restaurata da Christopher Nolan, per festeggiare il suo cinquantenario.

211 – Rapina in corso

Nicolas Cage, what else?

TRAMA: ispirato a fatti realmente accaduti. Mike e suo cognato Steve sono entrambi poliziotti, impegnati in un giro di routine per le strade di Los Angeles. Gli viene affidato Kenny, un quindicenne a cui, per punizione, il tribunale ha imposto di trascorrere una giornata insieme a una pattuglia di agenti.
La situazione precipita quando il terzetto viene coinvolto in una drammatica rapina in banca.

RECENSIONE:

Sarò relativamente breve.

Diretto da York Alec Shackleton, un ex snowboarder non ancora pienamente avvezzo alle meraviglie tecniche derivanti dal pollice opponibile e scritto da lui stesso insieme ad un’altra persona con il quoziente intellettivo di un cipresso, 211 – Rapina in corso è una boiatona invereconda.

Ispirato molto blandamente ad uno dei più lunghi e sanguinosi eventi della storia della polizia, un conflitto armato che cambiò il modus operandi del Los Angeles Police Department, questo film (che cita il codice numerico utilizzato dalle forze dell’ordine per indicare, appunto, le rapine in svolgimento), trae spunto dell’assalto alla Bank of America a North Hollywood, avvenuto il 28 febbraio 1997, in cui quattro spietati criminali armati e ben addestrati presero in ostaggio 26 persone, tra impiegati e clienti, provocando l’intervento di squadre speciali della LAPD e della SWAT con il supporto dell’Interpol, da tempo sulle tracce dei rapinatori.

Tralasciando che nonostante il fatto sia avvenuto più di vent’anni fa la pellicola è inspiegabilmente ambientata nel presente, questa “roba” piacevole quanto un attacco di diarrea esplosiva spicca in negativo per essere pregna di tutti i più fastidiosi stereotipi del genere cop/heist movie, pregevolmente racchiusi in una cornice tecnica da filmino amatoriale della famiglia Brambilla in vacanza a Pinarella di Cervia.

Vecchi poliziotti con un piede in pensione e criticoni nei confronti della modernità perché rimpiangono i tempi andati con meno tecnologia e più lavoro manuale (praticamente lo stesso pensiero di chi è contro i porno, con la differenza che il lavoro manuale comunque abbonda), giovani rookies inesperti, battutacce tra rampanti sbirri su chi spari meglio (con relativo sottotesto sessuale lieve quanto un’incudine), mogli apprensive, rapinatori spietati ed armati fino ai denti… tutte cose viste tanto e presentate decisamente meglio in altri lidi.

Ad una sceneggiatura la cui basilarità e mancanza di sforzi sfiora più che talvolta il patetico, si unisce un comparto tecnico degno dei film Troma, con movimenti di camera che definire raffazzonati e maldestri sarebbe usare un eufemismo uniti ad una fotografia oscena che smorza ed appiattisce ogni colore dello spettro ottico; 211 – Rapina in corso diventa perciò una sbrodolata senza arte né parte che fallisce nei più diretti degli obiettivi: fornire un leggerissimo intrattenimento.

Solitamente le pellicole action cercano di rendere decente almeno uno tra i due fattori portanti di un film (visivo e narrativo): qui si decide salomonicamente di fare schifo in entrambi.

Protagonista indiscusso un Nicolas Cage che partecipa a ‘ste cazzate ormai solo per saldare i propri debiti (intendendosi quelli col fisco americano, quelli verso il cinema non li pareggerà mai); toupet sempre più improbabile, fisico sempre più bolso e viso sempre più somigliante a Marilyn Manson senza trucco, il nipote di Coppola prosegue stoicamente nella sua missione: far scordare al pubblico di aver vinto un Oscar.

A sinistra Manuel Agnelli, a destra Chad Kroger.

Ciliegina sulla torta la classica presenza di un character femminile improbabile: nello specifico una poliziotta dell’Interpol che vaga per luoghi di omicidi o attentati con impeccabile permanente unita a trucco che pare uscito da un tutorial di Clio su YouTube.
A dare volto al personaggio è la rumena Alexandra Dinu, attrice (parolone) che ha lavorato anche in Italia in opere magne quali Distretto di polizia 5, Carabinieri 6Capri 2 (da non confondere con il suo spin-off settentrionale Milano 2) e la cui interpretazione esprime lo stesso trasporto emotivo che si può ammirare in una spogliarellista moldava trentasettenne.

Non sono riuscito a trovare mezza immagine di lei in una scena del film, così ve ne metto una relativa al suo cosplay di Sanji di “One Piece”.

Pregio fondamentale di 211 – Rapina in corso è sicuramente la durata: escludendo titoli di testa e di coda, questo scempio dura la miseria di ottantadue minuti di puro piacere.

Meno di Sting sotto le lenzuola.

Potrei dilungarmi oltre, menzionando ad esempio la presenza nei panni di uno dei rapinatori di Weston Cage, figlio di Nick (il Delfino che può continuare la sua legacy) o il carisma medio degli attori secondari che sfiora quello di un parchimetro, ma direi che per una scempiaggine del genere ho speso anche troppo tempo.

Evitate questa puttanata.

Jurassic World – Il regno distrutto

I film sullo schermo sono più brutti di quanto appaiano.

TRAMA: Quando il vulcano inattivo dell’isola si risveglia minacciando epiche distruzioni, Owen e Claire si organizzano per salvare i dinosauri rimasti da questa nuova estinzione.

TRAMA, QUELLA VERA:

Il film si apre con dei tizi che se ne vanno in giro per il parco della pellicola precedente, abbandonato dopo il relativo disastro; partenza sorprendente, se consideriamo che non solo l’ottimo primo, ma pure lo scadente secondo ed il blasfemo terzo film della serie iniziano con dei personaggi secondari alle prese con i dinosauri.

Due di questi guitti, dentro una sonda sottomarina, esplorano beati la laguna del Mosasauro (quella specie di portaerei subacquea che in Jurassic World facevano giocare con le esche come Free Willy a San Diego) per ritrovare un osso sommerso del Comecazzosichiamavasauro antagonista della pellicola precedente; una delle prime frasi pronunciate dai nostri prodi è “Tutto ciò che viveva qui è ormai morto”, quindi sappiamo già che il loro tempo vegeti sullo schermo è compreso nell’ordine dei secondi.

Recuperano l’osso poco prima che, come facilmente prevedibile, Nessie curvy li divori come un Babybel e lo mandano ad altri loro parimenti expendables compagni di merende che lo aspettano su di un elicottero.

Un altro idiota rimasto a terra, senza nessuna protezione armata perché “ehi, vuoi mica che mi insegua un rettile carnivoro alto quattro metri?” viene inseguito da un rettile carnivoro alto quattro metri, accompagnato da movimenti di camera tipo Crash Bandicoot che scappa dall’orso polare gigante.

Classico schema “ti faccio credere che il tipo muore, poi ti faccio pensare che si salva, poi lo faccio uccidere così velocemente da non farti abituare al naturale sollievo empatico” (tramite la partecipazione del già menzionato logo Lacoste di venti metri che zompa fuori dall’acqua come Flipper il simpatico delfino), ma nonostante queste facezie l’osso è in mano agli uomini.

Cambio scena: siccome sull’Isla Nublar sta per eruttare un vulcano, ci si chiede se i dinosauri dovrebbero essere salvati oppure no.

Cameo per Jeff Goldblum nei panni di Ian Malcolm (doppiato in italiano dalla terza voce in altrettante pellicole: dopo Roberto Chevalier di “Quanto mi secca avere sempre ragione” e Sandro Acerbo di “Mammina è molto arrabbiata” qui c’è Massimo Corvo): persona dotata di raziocinio, egli afferma che tali animali dovrebbero essere lasciati al loro triste destino, essendo stato un grosso errore clonarli e permettendo in questo modo alla natura di riparare agli errori umani.

Ovviamente tutti sono d’accordo, i dinosauri muoiono e scorrono i titoli di coda.

TA-na-na-na-naaaaaa TA-na-na-na-naaaaaa…

Ma proprio no: l’ex direttrice del parco Claire interpretata dalla figlia di Ron Howard, che dopo il casino di tre anni prima qualcuno mi illumini su come mai non sia in galera, è a capo di un piccolo gruppo di ambiental… scienziat… attivist… boh, la Greenpeace del discount che lotta per la salvezza delle creature preistoriche.

Ora, capisco la spinta ambientalista, ma qui non si tratta di una specie cancellata dalla deforestazione, o dalla costruzione di una diga: i dinosauri hanno avuto il loro ciclo, e la natura li ha selezionati per l’estinzione.

Sapete chi ha detto queste cose? Ian Malcolm, l’unica voce della ragione in mezzo alla manica di mentecatti che sono i protagonisti di questo franchise.

Claire, che quando indicava a dei superficiali idioti la nobile via dell’andare a fare in culo mi stava più simpatica, viene contattata da un ex socio di John Hammond, un anziano miliardario impersonato da James CromJames Cromwell è in questa puttanata?!

Per l’amor di Dio, Cromwell, lei ha quasi ottant’anni, ritorni a far curare sua moglie da un gigante nero, ad allevare maiali parlanti, o da sua figlia Gwen Stacy!

Ce l’ha davanti!

Attraverso un jumpscare ci viene presentata anche la nipote di Cromwell, figlia della sua unigenita morta e facente parte della quota-bambini, poiché questa serie campa grazie ai soldi degli spettatori con un’età biologica o mentale inferiore ai quindici anni.

Il lacchè di Cromwell e tutore della bambina è invece interpretato da un altro reduce di Black Mirror, Rafe Spall, attore mosso dalla corretta convinzione che una volta partecipato a Prometheus peggio di così non può andare; Spall ha bisogno dell’aiuto della cieca di The Village per salvare i dinosauri prima che il vulcano costringa il Barcellona ad andare a Milano in autobus, e le chiede di coinvolgere nell’operazione l’uomo a causa del quale Thanos ha trasformato metà popolazione della galassia nel logo di Windows.

Signor Gates, non mi sento molto bene…

Trovato Star-Lord che sta costruendo una casa di legno (???), egli prima collega i neuroni rifiutandosi di aiutare la donna e concordando sulla linea-Malcolm, poi però, menzionata la sua velociraptor addestrata Blue e rivedendo i filmati di quando era piccola, Pratt si ricorda che da contratto anche in questo film gli enormi rettili carnivori verranno trattati come patatosi labrador e decide di aiutare la fredda bestia smembra-uomini.

E il velociraptor.

Arrivati sull’isola insieme a due compari della Howard, tra cui la fusione genetica delle fastidiose macchiette del nero, del giovane impaurito e del nerd, Fred e Daphne fanno la conoscenza di un imbarazzante stereotipo di cacciatore bianco che colleziona i denti delle sue prede: sappiamo già che morirà in modo idiota, dovremo solo stare a vedere quanto idiota.

E qui finalmente compaiono i dinosauri.

“Dalla mia mascella squadrata, i Ray-Ban e il mio portamento fiero potete evincere che sono un improbabile coglione”

Ok, la T-Rex zompava fuori già all’inizio, ma un po’ perché la scena era in notturna, un po’ per la telecamera ballerina, preferivo dare il beneficio del dubbio e non prestare attenzione all’enorme sospetto scaturitosi nel mio cervello.

In questa scena invece osserviamo un brachiosauro. Di giorno. Con inquadratura fissa.

Perciò si può dare un giudizio sulla resa grafica dei dinosauri.

E WOW, QUANTO CAZZO LI HANNO FATTI MALE!

I dinosauri sono NEBBIA con i contorni, degli ologrammi che si muovono in un ambiente la cui illuminazione e fotografia sono totalmente SBALLATE rispetto alla loro.
I pochi casi in cui vengono usati gli animatronics spiccano nettamente in positivo, e si ha quindi un comparto tecnico di caratura troppo ondivaga per catturare efficacemente lo spettatore più attento.

Che un film del 2018 con un budget di 170 milioni di dollari abbia effetti speciali di questa qualità è imbarazzante, ed ancor più vergognoso se consideriamo che questo era un grosso problema già del capitolo precedente.

Disonore sulla vostra mucca.

Dopo essersi divisi e aver rintracciato Blue, con un colpo di scena sorprendente per ogni spettatore affetto da deficit cognitivi veniamo a sapere che in realtà la missione era solo un bieco trappolone per catturare i dinosauri, architettato da White Christmas in combutta con il Dottor Wu, personaggio che ritorna dal film precedente per il quale ricordiamo gli venne assegnato il riconoscimento come “Villain cinematografico più a caso degli ultimi vent’anni”.

Dopo essere stato narcotizzato, Chris Pratt scappa dalla lava che ha iniziato a colare dal vulcano grazie a dei movimenti tipo QWOP (e qui non ho capito se il film voleva mettermi in tensione a causa del pericolo oppure farmi ridere per le movenze comiche del protagonista, nel dubbio ho optato per una vulcaniana assenza di emozioni); Claire e IT Crowd sfuggono ad un pessimo CGIsauro e si riuniscono all’aperto, dove viene loro salvato il culo dalla solita tirannosaura, che ormai ha aiutato così tante volte gli umani da farmela ritenere la vera eroina della serie.

“Sono più vecchia di Gesù!!!”

Tra una fuga dalla lava evitando di essere calpestati da Piedino e i suoi amici e capacità respiratorie sott’acqua che imbarazzerebbero Maiorca, i tre peones salgono sulla nave dei cattivi appena prima che il vulcano ricopra di lapilli l’isola, assistendo alla tragica scena della morte di un brachiosauro e all’ancor più tragico uso che questa vaccata fa della iconica posa su due zampe dell’erbivoro per ricordare il primo famoso incontro con un dinosauro in Jurassic Park.

Seriamente, dovreste vergognarvi.

Ma qual è il piano di Spall? Semplice: usare i dinosauri come armi, continuando la lunga tradizione di animali adoperati dall’uomo per scopi bellici dopo gli elefanti di Annibale e i topi infetti dei russi contro i nazisti.

MA SERIAMENTE???

Se c’è un’industria umana che non conosce crisi e che sostiene un incremento tecnico esponenziale è proprio quella bellica e l’ideona geniale sarebbe USARCI I DINOSAURI???

Gesù Cristo, sono degli animali, per quanto siano aggressivi o resistenti non sono dei carri armati!

Solo io mi ricordo che in Jurassic World uno dei raptor veniva fatto esplodere con un bazooka?!

E poi che palle ‘sta menata dei corporate men cattivi: si vedono nel 90% dei film, non avrebbero potuto inventarsene un’altra?

Che so:

Un gruppo di animalisti oltranzisti: siccome i biechi ed avidi scienziati hanno riportato in vita animali destinati dalla natura all’estinzione decine di milioni di anni fa, gli ambientalisti decidono di liberarli selvaggi nell’ambiente urbano, per mettere di fronte l’uomo ai suoi errori.

Una setta fondamentalista religiosa: attraverso i loro fossili, i dinosauri sono la prova più lampante delle teorie evoluzionistiche, inoltre i progressi umani si sono spinti talmente avanti da sostituire Dio, creando la vita; essi perciò decidono di sfruttare i dinosauri per l’uccisione di civili innocenti, in modo da poter avere una scusa per gettare discredito sulla scienza e sul progresso tecnologico.

Queste sono le prime due idee idiote di possibili antagonisti che mi sono venute in mente di botto in DUE MINUTI, e che sarebbero state più interessanti di questo cravattaro già visto in altre cento pellicole.

Non che ci voglia molto…

Compare Toby Jones nei panni di un bieco e avido yuppie (non scrivo più battute su bravi attori che hanno partecipato a roba migliore altrimenti facciamo notte) che farà da banditore d’asta per i dinosauri catturati sull’isola, e salta fuori che con l’aiuto di Wu vogliono creare l’arma definitiva: un incrocio tra l’albinosauro del parco precedente e la velociraptor Blue, per chiamarlo Indoraptor e vincere il premio per nome più inutilmente cazzuto della paleontologia.

Maisie, la nipotina di Cromwell, li scopre di nascosto e avverte il nonno, che però subisce Spall che fa il cosplay del nativo americano di Qualcuno volò sul nido del cuculo e che lo aiuta così a non sputtanarsi troppo la carriera.

Mentre parte l’asta, Owen e Claire sono scoperti e rinchiusi in una cella, da cui successivamente escono grazie all’ologramma di uno Stygimoloch che il film tenta di far passare come una creatura in carne ed ossa (nda: questo è di gran lunga il dinosauro con la computer grafica peggiore) e che svolge la mia stessa attività dopo aver visto Il regno distrutto. 

Prende i muri a testate.

Comunque più realistico di quello del film.

Dopo essersi congiunti con Maisie, ella mostra loro di nascosto l’hangar in cui si svolge l’asta, e per fare un po’ di casino Owen decide di farci fiondare dentro il pachycephalosauride; la creatura con la stessa concretezza visiva della graffetta di Office inizia a craniare persone a caso proprio quando gli adulti di Gossip Girl si stavano contendendo l’Indoraptor nonostante sia solo un pericoloso prototipo, fregandosene dell’opposizione di Hugo Strange unico scienziato tra i cattivi, ma tanto qui sono tutti idioti.

L’Adolfhitlersauro scappa dalla gabbia perché il capo cacciatore di Spall ha la brillante idea di entrarci dentro pensando erroneamente di aver narcotizzato la bestia in modo da strapparle un dente, giocandosela in finale del torneo “Morte più da coglione dovuta ad un disturbo compulsivo” con il Jason Lee de L’acchiappasogni e i suoi Cristo di stuzzicadenti.

Dopo aver sbranato Clayton nel modo più “Film per tutti” possibile, il Bruciabambinisauro uccide anche Jones e qualche altro miliardario perché evidentemente, già che c’erano, nel suo codice genetico ci hanno ficcato dentro anche Il capitale di Marx.

Il plusvalore proviene dal pluslavoro dell’operaio.

I nostri eroi rincontrano il villain, e qui si scopre il motivo che spinse Hammond e Cromwell a separare le strade: Maisie in realtà non è la nipotina del vecchio, ma il clone di sua figlia morta.

Mio Dio, finalmente un passaggio di trama interessante!
Questa rivelazione pone importantissimi interrogativi etici: quanto lontano deve spingersi la scienza? È immorale la clonazione umana? Il clone è un individuo a se stante o solo una mera riproduzione di codice genetico già esistente? Il clone è solo un bene o una vera e propria personjumpscare improvviso tronca la scena e nella successiva non se ne parla più.

Ok.

I due sidekick dei buoni liberano Blue, mentre Owen, Claire e baby Agente Smith scappano dal Violentasuoresauro, che ovviamente dopo essere state incensate le sue capacità sensoriali ed intellettive non riesce a vedere, sentire o fiutare prede umane che sono ad un metro e mezzo da lui.

Dopo il classico inseguimento alla Benny Hill Show con vetrate distrutte, testate ai muri e finestre che vengono aperte dal predatore usando la maniglia nonostante avrebbe potuto tranquillamente sfondarle (eh, ma poi il richiamo ai raptor del primo Jurassic Park dove lo mettiamo?), la situazione sembra tragica nella camera da letto di Mi sdoppio in quattro, ma Blue arriva ad aiutare i nostri prodi, e il Vecchioinautostradacontromanosauro finisce come Christopher Lee nell’extended cut de Il ritorno del re.

Problema finale: del gas tossico ha intasato il piano sotterraneo dove sono rinchiusi gli altri dinosauri catturati, che quindi restando lì morirebbero asfissiati.

Inizialmente Claire è tentata di liberarli, ma prima che possa premere il pulsante Owen giustamente la persuade a non farlo, poiché non essendo più su un’isola, verrebbero liberate nel bel mezzo della civiltà creature pericolosissime ed estranee alla nostra epoca.

Abbiamo quindi finalmente una scelta intelligente, posta in essere da persone razionali ed assennate, che non si fanno trascinare da facili sentimentalismla bambina pigia il bottone e libera tutti i dinosauri all’esterno della villa, procurando danni incalcolabili all’ecosistema e mettendo in pericolo la vita di Dio sa quanti umani.

Spall viene ucciso da un jumpscare, e Owen, Claire e la pecora Dolly se ne vanno in auto verso l’ignoto.

Mentre il dottor Malcolm novello Giovanni Battista predica nel deserto che si trova nella scatola cranica dei protagonisti, scorrono immagini dei dinosauri che scorrazzano liberi nel mondo: il mosasauro che sta per divorare dei poveri surfisti, la T-Rex che penetra in un giardino zoologico uccidendo chissà quante altre bestie e la nostra cara e simpatica macchina di morte Blue che zampotta felice per il deserto.

E vi ricordo che tutto ciò è successo…

[Inspira profondamente]

PERCHÉ BOBA FETT HA PREMUTO QUEL CAZZO DI PULSANTE GIUSTIFICANDOSI CON L’EMPATIA DA CLONI CHE LEI PROVA NEI CONFRONTI DI GALLINE CARNIVORE PREISTORICHE DI SEI TONNELLATE.


Questo era Jurassic World – Il regno distrutto.

Un film che è come il precedente: stupido ed inutile.

Spezzando una lancia in suo favore, è un action movie che dosa abbastanza bene i picchi di tensione, ed anche la regia accompagna efficacemente le sequenze in tal senso, dimostrandosi talvolta meno operaia di quanto i prevedibili facili guadagni al botteghino avrebbero potuto far supporre.

Ma la trama è veramente troppo stupida, i personaggi troppo abbozzati e idioti, e gli effetti speciali, fondamentali in questo tipo di prodotto di intrattenimento, hanno come punto debole proprio ‘sti cazzo di dinosauri, resi veramente male per la maggior parte degli esemplari.

Alcune buone idee (scherzi a parte, molto interessante quella del clone umano) affogano in una marea di cretinate, e si ha spesso il sentore che Il regno distrutto sia un incrocio tra l’ennesimo esempio di operazione nostalgia che sta intasando gli anni Dieci del Duemila e un nemmeno troppo velato richiamo al dimenticabilissimo Il mondo perduto del 1997.

Adoro il film del 1993, e mi piange il cuore che, per motivi diversi, nessuno degli ormai quattro seguiti ne sia minimamente all’altezza.

Come sempre, così preoccupati di poterlo fare che non hanno pensato se…

La truffa dei Logan

Un film di Peter Andrews e Mary Ann Bernard.

TRAMA: I fratelli Logan, Jimmy, Clyde e Mellie, vogliono fare un colpo che cambierà le loro vite: una rapina nel corso della Coca Cola 600, una grande gara automobilistica. Il loro asso nella manica è l’esperto di esplosivi Joe Bang: peccato che il buon Joe si trovi in prigione…

RECENSIONE:

Capisco che l’originale Logan Lucky non sia magari di immediata traduzione, ma fa abbastanza sorridere che ‘sti tizi commettano almeno venti reati e la truffa NON sia tecnicamente uno di questi.

Avrebbero potuto tradurlo in italiano diversamente, tipo, che so:

Il colpo dei Logan.

La fortuna dei Logan.

Gli scatenati Logan.

Logan non quello con gli artigli ma il tipo che si spogliava in Magic Mike il nipote emo di Darth Vader e la bella roscia di Mad Max no non quello con Mel Gibson quello con Charlize Theron monca.

No, eh?

Va beh.

Per la regia di Steven Soderbergh, La truffa dei Logan è un film estivo, dove l’attributo stagionale non assume connotazione negativa, ma la definizione più pura: un’opera di intrattenimento leggero e scanzonato da non prendersi eccessivamente sul serio e che risulta godibile per uno spettatore che miri ad un piacevole divertimento.

Una pellicola attraverso le cui gag improbabili ed i suoi personaggi comici si può quasi sentire l’odore dell’Autan, la gioia delle Feste della Birra, gli spritz alla Pensione Marilena di Riccione e i top inguinali indossati da ventenni sbarazzine.

Un heist movie leggero e quasi surreale nella sua poca ortodossia, tra redneck analfabeti e bombaroli periti chimici, baristi monchi e bambine Miss, ogni situazione si concatena all’altra riuscendo a strappare ben più di una risata al pubblico.

Ambientato tra il North Carolina e la West Virginia, in una specie di buco nero sociale della Land of Opportunities statunitense contemporanea (quest’ultimo stato in particolare ha la minor percentuale di laureati degli Stati Uniti, solo il 17% della popolazione adulta ha un Bachelor Degree), il background socio-economico-geografico risulta un vero e proprio personaggio: la Virginia Occidentale è afflitta da una cronica forma di marginalità economica e culturale, e non stupisce che proprio nei suoi collegi elettorali Donald Trump alle ultime elezioni abbia preso le percentuali in assoluto più alte di tutti gli Stati Uniti.

Il comparto tecnico riesce ad incanalarsi in questa direzione esaltando il contesto dell’opera, con una regia che sa sfruttare bene gli spazi, soprattutto interni, con inquadrature sapienti ed una fotografia vivace e luminosa che rende i colori accessi e vibranti.

Soderbergh si dimostra più che abile fotografo, riuscendo a non adagiarsi infatti su stilemi espositivi da videoclip a cui pellicole action hanno troppo spesso malamente abituato il pubblico, optando invece per una rappresentazione più impostata e consapevole dei soggetti nello spazio.
Niente montaggio ultraadrenalinico alla Fast & Furious, ma si riesce comunque a percepire l’impellente scorrere del tempo e le problematiche di una rapina piuttosto complessa metta in atto dai protagonisti.

In uno scenario con famiglie disastrate, carceri, risse da bar, padri che non hanno nemmeno i soldi per pagare le bollette dei cellulari e le cui figlie già a dieci anni pensano solo a partecipare a concorsi di bellezza infantile, Soderbergh decide di staccarsi da un’atmosfera da cinema “di denuncia”, non inquadrando il mondo del Sud dal punto di vista della sua miseria ma in funzione del suo riscatto, optando per una scelta cromatica accesa invece dei colori scuri da pellicola drammatica.

Protagonista è un’armata Bracalone di poveracci: non Fortunate Son(s) come cantano i Creedence Clearwater Revival dall’autoradio, che vengono presi in giro per essere stupidi, per vestirsi in modo volgare, per guidare macchine semplici e ammaccate; un film in cui però la working class non è più umiliata e arresa, ma mette le proprie capacità a servizio di un atto non ortodosso alla Robin Hood.

Cast piuttosto ricco, guidato da un Channing Tatum che sta dimostrando di possedere sotto il fisico bovino capacità attoriali piuttosto inaspettate, e che nella carriera può già vantare collaborazioni, oltre che con Soderbergh (suoi anche i due Magic Mike già menzionati), anche con Tarantino (The Hateful Eight) e i Coen (Ave, Cesare!).
Fa sempre piacere quando un interprete riesce a non farsi ingabbiare dalla propria marcata fisicità, riuscendo a porsi in gioco con una carriera maggiormente variegata.

Al suo fianco l’eclettico Adam Driver in un ruolo quasi totemico nella sua fissità espressiva post-trauma a metà strada tra un Droopy ed una Janine: simpatico e leggermente tardo ragazzone del Sud, un personaggio che nasconde parecchie complessità sotto un’apparenza bidimensionale.

Ruba ovviamente la scena un divertente e divertito Daniel Craig con parrucco alla Gazza Gascoigne: il suo Joe Bang è spesso l’acqua della vita per una pellicola che lo esalta senza però fargli soverchiare il focus narrativo sulla famiglia Logan.

Buona prova anche di Riley Keough, nipote di Elvis Presley, che riesce ad incarnare benissimo la giovane donna appariscente del Sud, in bilico tra volgarità di abbigliamento e sessualità più naturale in una West Virginia limitata e limitante.

I protagonisti probabilmente Trump lo avrebbero votato davvero (sono stati nell’Esercito, ascoltano il country di Loretta Lynn, indossano le magliette della Charlie Daniels Band): dopo tanto cinema del quale si dice a sproposito che rappresenti l’“America di Donald” quest’opera ce la mostra davvero.

Solo: A Star Wars Story

Han ha recensito per primo.

TRAMA: Ambientato diversi anni prima rispetto a quanto raccontato nel film Guerre Stellari. Impegnato in un’avventura nel mondo della criminalità, il giovane Han Solo incontra il suo futuro copilota Chewbecca e si trova invischiato in un conflitto tra ladri…

RECENSIONE:

Riassunto del percorso produttivo di questo film:

– La lavorazione inizia il 30 gennaio 2017.

– Il 21 febbraio Disney e Lucasfilm annunciano ufficialmente l’avvio delle riprese e pubblicano la prima foto del cast principale riunito sul set.

– In maggio la Lucasfilm sostituisce il montatore scelto inizialmente, Chris Dickens, con Pietro Scalia; inoltre viene riportato che era stato assunto un acting coach per il protagonista Alden Ehrenreich, poiché i dirigenti non erano soddisfatti della sua performance.

– Il 20 giugno viene riportato che i registi Phil Lord e Christopher Miller avevano lasciato la produzione per “divergenze creative” con la Lucasfilm, la quale a sua volta annuncia che un nuovo regista sarebbe stato scelto nell’immediato futuro.

Variety e The Hollywood Reporter pubblicano che il duo era stato licenziato dopo mesi di attrito con la produzione, in particolare con Kathleen Kennedy, presidente della Lucasfilm, e Lawrence Kasdan, uno degli sceneggiatori, che non approvavano il loro metodo di lavorazione e il loro approccio al personaggio di Han Solo.

Lo stesso Ehrenreich era preoccupato e, mentre le riprese procedevano, ha cominciato a temere che lo svitato approccio comico di Lord e Miller stesse iniziando a interferire con la vera essenza di Han Solo: pare che l’interpretazione a volte si avvicinasse addirittura a quella di Jim Carrey e del suo Ace Ventura.

Secondo ancora quanto riportato da The Hollywood Reporter, Lord e Miller avrebbero infatti permesso agli attori di improvvisare molto sul set, allontanandosi dalla storia scritta dai fratelli Kasdan: venivano girati infatti numerosi take seguendo la sceneggiatura, per poi rifare nuovamente la stessa scena in modo più libero.

La Lucasfilm sarebbe stata inoltre insoddisfatta dai pochi angoli di ripresa utilizzati dai registi, che diminuivano le opzioni disponibili in sala di montaggio.

Per andare incontro ai due, la Lucasfilm propose loro di essere affiancati dallo stesso Kasdan in qualità di “regista ombra”, ma la coppia rifiutò, portando alla cessazione del rapporto lavorativo.
La decisione di licenziare Lord e Miller venne prese durante una breve pausa nella lavorazione, presa per visionare il materiale girato.

A long time ago / We used to be friends…

– Il 22 giugno viene annunciato che Ron Howard avrebbe sostituito Lord e Miller alla regia del film per le restanti tre settimane di riprese, oltre che per cinque settimane di riprese aggiuntive necessarie per rigirare parte del film, pare il grosso di quanto già realizzato.

– Nel settembre 2017 Howard annuncia la presenza nel cast di Paul Bettany, chiamato a sostituire l’attore precedentemente scelto per interpretare in CGI l’antagonista principale, poiché egli per altri impegni lavorativi non poteva essere disponibile per le riprese aggiuntive.

– Il 17 ottobre 2017 Howard annuncia la fine delle riprese e il titolo ufficiale del film, mentre la post-produzione è terminata il 22 aprile 2018, circa un mese prima della sua uscita nelle sale.

Per chi non mastichi molto il processo realizzativo pratico di un’opera cinematografica, una semplificazione tendenzialmente esatta è che le pellicole che attraversino il cosiddetto “developing hell” risultino poi delle cagate abominevoli.

Qualcuno ha detto Fant4stic?

Quindi la domanda delle domande è: Solo: A Star Wars Story è quell’esplosivo geyser escrementizio che tutti gli indizi fanno presupporre?

In parte sì.

Ma avrei detto peggio.

Solo è forse paradossalmente un film il cui risultato complessivo è migliore della somma delle sue parti prese singolarmente. Per quanto rimanga un’opera non eccelsa, se alcune delle sue relative componenti ondeggiano tra il pessimo ed il mediocre, lo spettacolo totale non è così insufficiente come potrebbe sembrare.

In questi casi è quindi utile esaminare i vari settori uno ad uno.

Punto debole del film è sicuramente la fotografia.

Non so se tale scarso risultato sia dovuto alla fretta nel concludere il lavoro o semplicemente abbiano sballato con il chroma key, ma le scelte cromatiche di molte scene mi sono sembrate piuttosto bizzarre.

Capisco la volontà di giocare con le sfumature di una stessa tinta cromatica, ma in Solo si ha spesso un pastrocchio ultrasaturo che non aiuta a sfruttare efficacemente i soggetti presenti nelle inquadrature.

Le scene blu non sono blu: sono un mare notturno in tempesta mentre su una piattaforma fatta di Viagra si gioca un’amichevole tra Francia e Italia con un maxischermo che trasmette un concerto dei Blue Man Group.

Sì, insomma, sono troppo blu.

Le scene grigie non sono grigie: sono un panorama industriale ottocentesco ripreso in una giornata di nebbia durante un flash mob di brizzolati vestiti con abiti fumo di Londra a cavallo di elefanti.

Sì, insomma, sono troppo grigie.

Anche per quanto riguarda il cast ci sono dei problemi.

Se il buon Ehrenreich viene, come prevedibile, piallato alla Wile E. Coyote dall’incudine di iconicità del personaggio a cui presta il volto unita al carisma del suo interprete originario, c’è da dire che almeno risulta credibile come versione giovanile e in formazione dello stesso.
Guascone e con un senso della legalità molto elastico, ma ancora non il prezzolato avventuriero biscazziere con un metro di pelo sullo stomaco che conosciamo in Una nuova speranza.

Non è a caso come Ryan Gosling giovane Kevin Sorbo, per intenderci.

Il cast di contorno segue però il solito pattern di molti film ad alto budget, perciò abbiamo:

comprimari interpretati da buoni attori che nella carriera hanno fatto cose decisamente migliori: tra Woody Harrelson che dimostra di essere probabilmente quello più in palla del cast e una Thandie Newton che, poverella, si sbatte anche ma le hanno affibbiato una tizia che per importanza narrativa è intercambiabile con uno scolapasta, spicca il buon Paul Bettany, dall’interpretazione basilare quanto la tabellina del due nel ruolo di un villain carismatico come un parchimetro.

Simpatico ma un po’ troppo sul macchiettistico Childish Gambino Donald Glover come Lando Calrissian.

“Mmh, certo che questa scena è proprio blu…”

spalle comiche di dubbio gusto: se l’alieno in CGI doppiato in originale da Jon Favreau lo si può trovare sul vocabolario sotto il lemma “inutile”, il robot femminista è una presenza che sfonda prepotentemente i confini dell’irritante, piagato anche da una sceneggiatura che tenta, ovviamente non riuscendoci, di ficcare in gola allo spettatore una sorta di empatia nei suoi confronti.

Nettamente più divertenti i battibecchi tra Han e Lando.

un personaggio femminile scritto male ed interpretato peggio da quella Emilia Clarke a cui Hollywood sta provando in ogni maniera di costruire una carriera fuori dalle lande di Westeros.

Daenerys Traguitta si dimostra però un’attrice scarserella, anche in questo caso penalizzata più del necessario da uno script che fa sembrare la sua Qi’ra emotivamente piatta (e la scarsa abilità dell’interprete di certo non aiuta…) affibbiandole inoltre dei randomici atti di tostaggine esagerati che la ammantano di ridicolo involontario.

Paradossale la condizione di Dottoressa Jeckyll e Ms. Hyde della Clarke: se nelle interviste le sue ormai iconiche sopracciglia ballerine le conferiscono un’espressività esagerata ai limiti del cartoonesco, è strabiliante constatare quanto nei film la sua capacità attoriale spesso rasenti quella di un termosifone di ghisa.

Sono felice. O forse compiaciuta. O forse sto pensando a come fregarti. O forse mi sono resa conto del cachet…

Anche la sceneggiatura mostra più di un punto debole, oltre a quelli già menzionati relativi alla costruzione dei personaggi: alcuni elementi paiono infatti buttati sullo schermo a casaccio solo per il raggiungimento delle due ore di durata, ed emerge inoltre una mal eseguita gestione della lunghezza delle scene.

Si hanno infatti dei segmenti narrativi eccessivamente brevi, su cui magari ci si sarebbe potuti soffermare più a lungo per esplorare meglio le dinamiche tra i personaggi ed imbastire un setting emotivo maggiormente approfondito (soprattutto all’inizio, per instaurare empatia anche nei confronti di personaggi sconosciuti), mentre altre spezzoni sono veramente troppo lunghi, sincopando ritmo inutilmente non capendo quando sarebbe stato più opportuno tagliare ed avanzare ad un altro tema.

Quindi, questo film è un porcata?

No, è solo mediocre.

O scarso. Dipende dalla vostra magnanimità.

Al di là di ogni sua mancanza, Solo: A Star Wars Story possiede un pregio che ben poche opere cinematografiche appartenenti a saghe celebri dimostrano, e nonostante tutti i deficit consegna al film uno spettacolo senza infamia né lode per coloro che cerchino il mero disimpegno.

Solo è un film conscio dei propri limiti, che non tenta assolutamente di mettere al fuoco della carne che non possa gestire o di assumere quel tono inutilmente pomposo che poi gli si rivolterebbe contro (vero, Gli ultimi Jedi?), ma si limita giustamente ad un’avventura tra ladri, contrabbandieri, pirati, schiavisti, feccia e malvagità varia con qualche scena d’azione girata sufficientemente bene, un paio di battute simpatiche e la riproposizione di personaggi già noti.

Una pellicola quindi essenzialmente “umile”, che va ad incastrarsi nell’intricato groviglio narrativo che è ormai diventato Guerre Stellari senza scompaginare troppo i piani generali e strizzando di tanto in tanto l’occhio al fan limitando però il fan service.

Rogue One è migliore? Decisamente sì, ma si possono abbandonare le eventuali remore dovute alle falle sia della trilogia prequel che di quella in conclusione l’anno prossimo e godersi lo spettacolo.

E come sempre, che la Forza sia con voi.

 

 

P. S. Ace Ventura sarebbe comunque stato meno imbarazzante di questo:

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