L'amichevole cinefilo di quartiere

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Pillole di cinema – L’uomo di neve

Do you want to build a snowman?

TRAMA: Oslo. Al sopraggiungere della prima neve alcune donne iniziano a sparire e, contemporaneamente, in città compaiono diversi pupazzi di neve. Le due cose sembrano collegate, ma bisogna darsi da fare: nuove nevicate cancellerebbero eventuali tracce del killer. Il detective Harry Hole è a capo di una sezione speciale della polizia cittadina impegnata nel caso.
Da un romanzo di Jo Nesbø.

PREGI:

– IL NORD NON DIMENTICA: L’uomo di neve riesce ad imbastire una trama efficace grazie all’importanza che viene data alla consequenzialità di eventi che si svolgono su linee temporali diverse; in questo modo la vicenda assume un più ampio respiro, giovando ad una storia che assume connotati più generazionali che meramente immanenti.
Flashback e relativi ritorni al presente sono ben gestiti, non sembrando forzati e rivelando elementi giusti nei momenti giusti, fattore importante e niente affatto scontato nei thriller.

– OSLO: Una delle capitali europee forse meno sfruttate al cinema (escludendo epopee vichinghe varie ed eventuali), l’ex Christiania offre un’ambientazione estremamente suggestiva, non solo per quanto concerna l’elemento prettamente cittadino ma anche relativamente al paesaggio naturale circostante l’aera urbana.

La fotografia riesce ad azzeccare toni e luci giusti, fornendo agli occhi dello spettatore un’algida sequenza di campi medi e lunghi che riescono ad immergere lo spettatore in un’atmosfera fredda ed asettica, con i colori bianchi che assumono connotazioni accoglienti o spettrali secondo l’evenienza.

– REBECCA FERGUSON: Dopo l’ennesimo delirio onanistico di Tom Cruise ed un vergognoso plagio di Alien, finalmente l’attrice svedese capita in una pellicola quanto meno decente e nella quale possa interpretare un personaggio ben caratterizzato.

Per carità, non stiamo parlando di Bergman (a proposito di Svezia), ma la sua Katrine Bratt possiede almeno una tridimensionalità caratteriale tale da farla spiccare tra i colleghi qui impegnati, anche perché una delle pecche de L’uomo di neve è proprio…

DIFETTI:

– … IL RESTO DEL CAST: Da un Val Kilmer la cui espressione piuttosto indecifrabile rimane comunque la stessa in ogni scena che lo veda coinvolto, ad un J. K. Simmons sprecatello fino ad un Michael Fassbender mandato allo sbaraglio, personaggi relativamente interessanti vengono penalizzati da una scelta di cast poco lungimirante.

Spiace in particolare per “Fassy”, attore di pregevole bravura ma che risulta piuttosto fuori ruolo come detective alcolizzato e sfatto.
Recitazione troppo pulita ed aspetto non così trasandato come il vissuto del character suggerirebbe, sarebbe servito un interprete dall’estetica ben più torva.

– POCA PERSONALITÀ: Come tutti i film da sei-sei e mezzo, anche L’uomo di neve rischia di finire ben presto nel dimenticatoio; a meno che non siate fan delle opere di Nesbø, infatti, la pellicola non contiene elementi che possano farla emergere all’interno del genere di appartenenza.

Lo spettatore superficiale, inoltre, potrebbe considerarla una mera copia di Uomini che odiano le donne, thriller a sua volta tratto da un best seller scandinavo.

– EFFETTI SPECIALI: Pur contando quanto le mutande in un porno, i pochi effetti speciali qui presenti rientrano nelle menzioni negative poiché hanno il doppio difetto di essere tanto mal fatti quanto inutili e bypassabili in modi stilisticamente diversi rispetto a quelli adottati.

Se in un film si inserisce un elemento inutile e per di più lo si realizza male, si dimostra doppia miopia.

CONSIGLIATO O NO?

Oggettivamente non è un brutto film, per cui in una serata da botta e via sicuramente, ma se cercate qualcosa di più artisticamente rilevante può essere evitato senza troppi rimpianti.

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Blade Runner 2049

I’ve seen things.

TRAMA:
Los Angeles, 2049. Un agente della polizia cittadina, K, fa una scoperta che rischia di gettare nel caos totale quello che resta di una società ormai in rovina. Tale disvelamento lo porta sulle tracce di un ex-cacciatore di replicanti, Rick Deckard, scomparso dalla circolazione da circa 30 anni.

RECENSIONE:

Per la regia del canadese Denis Villeneuve, ancora operante nel genere fantascientifico dopo il più che buon Arrival della scorsa annata, Blade Runner 2049 è un ottimo film che riesce a non sfigurare al cospetto di uno dei più grandi cult della cinematografia moderna, superando così a pieni voti la prova del salto nel buio dovuta appunto al mettere le mani su una pellicola tanto importante.

Pellicola basata sensorialmente sulla vista, con l’occhio che diventa portale di scambio di informazioni a doppio senso, Blade Runner 2049 riesce a sfruttare questo tema anche per quanto concerne l’elemento scenico, andando a creare sequenze che fondono ottimamente elementi filosofico-politici di per sé astratti con una loro efficace rappresentazione visiva.

Attraverso gli occhi vengono innanzitutto identificati i replicanti, tanto a causa del posizionamento del loro numero identificativo quanto tramite il test di Voight-Kampff del primo capitolo; il veicolo sensoriale maggiormente usato per relazionarsi al mondo che ci circonda, in una società basata sulla sempre più galoppante digitalizzazione (internet, media, pubblicità…) nell’universo di Blade Runner è Lettera Scarlatta della propria natura, umana o artificiale che sia, indirizzando quindi il proprio destino verso un orizzonte di prospera autonomia o di preda cacciata dalla comunità stessa.

Fotografia che fa giustamente la voce grossa, con un uso del colore quasi pittorico nel suo sfruttare la stessa pigmentazione di base declinata però in molteplici quantità di toni differenti riuscendo a creare delle inquadrature tanto virtuose quanto eleganti.
L’arancione, il blu, il verde, il bianco si scompongono in moltissime variazioni di loro stessi creando inquadrature suggestive e sensazionalmente vivide. Ogni scena pare un affresco, risultando tanto granitica nella disposizione spaziale degli elementi, spesso statici e talvolta rigidamente mastodontici, quanto fluida e liquida grazie ad un colore cangiante e ad una luce che accompagna a braccetto i corpi con l’efficacia di rotaie parallele.

Importantissima tematica del film è ovviamente il rapporto tra uomini e macchine, che non sono però divisi mediante una separazione duale manichea, ma si ha la presenza di un avanzamento tecnologico su vari substrati.
Oltre ai replicanti veri e propri, distinti in base a modelli di serie in un’ottica paragonabile agli attuali telefoni cellulari, abbiamo infatti macchinari di vario tipo, ologrammi e figure che si avvicinano chi più chi meno alla “qualifica” di essere umano.

Come nella Creazione di Michelangelo, in cui le dita di Adamo e Dio sono vicinissime senza tuttavia toccarsi, così lo spazio di manovra e distinguo tra replicanti e nati umani si assottiglia sempre più, creando interessanti questioni etiche e narrative.

Tra le creazioni artificiali vi sono coloro che anelano profondamente essere considerate umane, mentre sull’altro fronte alcuni umani hanno la funzione di mantenere intatto il muro tra i due mondi; echi sottilmente (ma nemmeno tanto) politici e classisti in cui considerando, come già detto, l’enorme quantità di variabili presenti in “vita”, vengono a crearsi numerose zone grigie tra una fazione e l’altra.

Ryan Gosling sfrutta la recitazione misurata e tra le righe che lo caratterizza attorialmente offrendo un’interpretazione totemica che ben si confà al personaggio.

Serio, conciso e diretto all’obiettivo, il K di Gosling è un individuo lavorativamente senza fronzoli che nasconde però una complessità che si manifesta in modo evidente con il prosieguo della trama.
Un elemento di scompiglio in un mondo sull’orlo di una crisi devastante, che entrerà in contatto con esseri dell’uno e dell’altro schieramento nel corso di un’indagine assai complessa e dalle particolari conseguenze morali.

Jared Leto come imprenditore-santone cieco (anche qui ritorna il tema dell’occhio) il quale sopperisce alla mancanza sensoriale grazie ad una “vista” assai lunga sul futuro che gli consenta di cambiare società ed economia stesse.

Era necessario produrre questo sequel?

No.

Sono personalmente favorevole a Capitoli 2 a distanza di decenni?

Men che meno.

Ma devo ammettere che Blade Runner 2049 mi abbia colpito molto positivamente.

 

P. S. Per meglio comprendere la trama di Blade Runner 2049 si consiglia, oltre ovviamente alla visione del primo capitolo, anche di recuperare i tre cortometraggi rilasciati dalla Warner prima dell’uscita del film, e che fungono a collegamento tra gli eventi presentati nelle due pellicole.

It (2017)

Galleggiano.

TRAMA: A Derry, una piccola cittadina del Maine, un gruppo di 7 ragazzini, conosciuti come ‘Il Club dei Perdenti’, si trova faccia a faccia con la personificazione stessa del Male, incarnata da una creatura capace di mutare aspetto e che, spesso, si mostra con le inquietanti fattezze di un clown di nome Pennywise.
Tratto dal romanzo omonimo di Stephen King (1986).

RECENSIONE: Visto che negli ultimi anni la tendenza produttiva cinematografica è quella di catapultarsi follemente in remake, reboot e trasposizioni varie da altri media, non poteva scampare a tale compulsivo processo l’opera letteraria più nota del prolifico romanziere horror Stephen King, già vista su schermo con la tanto celebre quanto mediocre ed edulcorata serie tv del 1990.

È da evidenziare però un elemento importante che differenzia nettamente la nuova versione di It da molti altri riadattamenti visti fino ad oggi.

Questo non è fatto con i piedi.

Per la regia dell’argentino Andy Muschietti, che ha sostituito Cary Fukunaga in una fase di pre-produzione piuttosto tribolata, It è un film che, pur distaccandosi per molti aspetti dal romanzo di partenza, riesce comunque a coglierne perfettamente lo spirito, offrendone quindi una versione rivisitata che però non smarrisce la rotta originaria.

Molteplici infatti sono gli elementi divergenti tra opera letteraria e cinematografica: a partire dalla collocazione temporale (1957-1958 nel libro, 1988-1989 nel film, con conseguente cambiamento delle citazioni pop) alle trasformazioni di It (che abbandona mostruosità classiche come licantropo, mummia o volatile gigante per passare ad incarnazioni psicologicamente più macabre e sottili), passando per il background dei ragazzini (sforbiciato pesantemente), analizzando la pellicola nei dettagli si possono cogliere moltissimi cambiamenti, i quali però, come già detto, non vanno ad inficiare la resa dell’opera poiché vengono mantenuti i binari narrativi e psicologici di partenza, senza stravolgere il senso del romanzo ma riadattandolo con rispetto ed efficacia.

Gli stessi personaggi hanno di conseguenza subito una rivisitazione: più maturi nel comportamento, nei riferimenti e nel linguaggio rispetto ai tipici ragazzini di fine anni cinquanta, i membri del Club dei Perdenti sono giovanotti tostarelli che coraggiosamente decidono di affrontare il Male rafforzati dalla loro stessa unione.
Molti che diventano Singolo faccia a faccia con il Singolo che diventa molti, pur con una semplificazione piuttosto evidente delle loro origini familiari, essi riescono ad incarnare la natura delle loro controparti cartacee rendendole delle rispettosissime e ben fatte versioni modernizzate.

La regia di Muschietti omaggia il romanzo grazie principalmente all’azzeccata scelta di imbastire un tono molto più dark e cruento rispetto alla miniserie per la tv, rendendo ad esempio vivide e violente scene prima solo accennate e centrando quindi lo stile king-iano.
Ciò risulta estremamente funzionale alla buona riuscita dell’opera, essendo l’antagonista infatti un essere totalmente malvagio e senza caratteristiche psicologiche che possano contribuire ad una redenzione o ad una spinta empatica nei suoi confronti (come potrebbe accadere nei confronti di un villain umano).

It è una scoria malefica che contamina nel corso dei secoli una cittadina nutrendosi simbioticamente dei suoi abitanti e della paura. Un terrificante, abominevole ed asettico “Esso” acquisisce molta più potenza tanto emotiva quanto scenica se vengono enfatizzati la sua sete di sangue e il desiderio di terrorizzare i suoi giovani antagonisti, e in ciò aiuta moltissimo anche il montaggio del film, che riesce a dosare bene sequenze cariche di tensione con altre seguenti caratterizzate da tagli a raffica.

Tra l’interpretazione di Pennywise il Clown Danzante offerta da Tim Curry e quella di Bill Skarsgård, su cui verteva probabilmente il più grande punto interrogativo relativo alla nuova versione, la differenza è più o meno la stessa che sussiste, a proposito di pagliacci, tra quella di Jack Nicholson e Heath Ledger per il Joker della DC.

Stesso personaggio, stesso nome, ma approcciato in modo talmente diverso da generare un confronto che però viene subito a cadere, semplicemente considerando che entrambe le incarnazioni si adattano perfettamente al relativo contesto.

Se Curry era un clown più classico, ridanciano ed esagerato nel suo grottesco, adatto perciò ad uno show televisivo della ABC, Skarsgård è un macabro pagliaccio estremamente violento, perfettamente in linea con il maggiore gore di un film R-rated 2017.

Per esplicare in modo molto chiaro e netto le differenze, basta analizzare la scena in cui Pennywise compare ai Perdenti attraverso immagini di repertorio, nelle due versioni.

Colori e vivacità nella prima, ambientata in una soleggiata giornata all’aperto, atmosfera cupa di una stanza buia con colonna sonora martellante nella seconda.

Buona scelta di cast per i giovani protagonisti, tutti azzeccati nelle rispettive parti.

Dal balbettante leader de facto Bill Denbrough, il più toccato dalla malvagità del mostro a causa della sua perdita, al linguacciuto comic relief Richie Tozier fino al delicato ed ipocondriaco Eddie Kaspbrak, ogni anima dei Losers è interpretata da un ragazzino in grado di offrire pregevoli interpretazioni.

Menzione speciale per la Beverly Marsh di Sophia Lillis, personaggio in una versione matura più di giovane donna che di ragazzina, con l’attrice molto brava a gestire la doppia fragilità-forza del personaggio e il senso di appartenenza al gruppo dei maschi.

La metà giovanile del romanzo viene trasposta su grande schermo in una più che discreta pellicola, cruda versione metal della resa precedente e che dimostra una gradevole qualità complessiva.

Visto il grande successo riscontrato presso critica e pubblico (maggiore incasso di tutti i tempi per un film horror) è auspicabile che tale film contribuisca ad un’inversione di rotta in fase produttiva: non più remake o reboot di ottimi prodotti di successo, alla ricerca di un facile successo commerciale che spesso sfocia in un impietoso confronto con le gemme del passato, ma rivisitazioni migliorative di prodotti audiovisivi limitati.

Sperare non costa nulla.

Baby Driver – Il genio della fuga

My daddy was the family bassman
My mamma was an engineer
And I was born one dark gray morn
With music coming in my ears
In my ears.

TRAMA: Baby è un giovane ma abilissimo autista che lavora per un’organizzazione criminale alquanto strampalata capitanata dal ricco e misterioso Doc. Dopo aver conosciuto una dolce e bella cameriera, Baby medita sempre più seriamente di smettere con le rapine; proprio quello che potrebbe essere l’ultimo colpo metterà in pericolo il suo amore e la sua stessa vita.

RECENSIONE: Scritto e diretto da Edgar Wright, Baby Driver è un action movie pimpante e scanzonato, che riesce a spiccare in un genere piuttosto saturo grazie ad un approccio più easy e frizzante della media ed al ruolo preponderante della colonna sonora.

Il regista britannico, celebre per opere molto divertenti come la cosiddetta “Trilogia del Cornetto” (composta da L’alba dei morti dementi, Hot Fuzz, La fine del mondo) e Scott Pilgrim vs the World, riesce infatti ad incanalare la musica nella pellicola rendendone parte integrante in modo talmente massiccio ma allo stesso tempo azzeccato che essa risulta un vero e proprio personaggio.

Di qualità generale ottima, con pezzi tra gli altri di Queen, Blur, Barry White, Simon & Garfunkel, Beck, Beach Boys e Commodores, la musica si adatta infatti precisamente all’umore del protagonista ed al mood delle diverse scene, completandole efficacemente affrancandosi quindi da essere semplice “rumore di sottofondo”, fondendosi invece con le sequenze stesse arricchendole.

Musica che inoltre nel film non solo è semplicemente “ascoltata”, ma anche menzionata, discussa attraverso aneddoti e ricordi, caricata di significati che vanno oltre il mero abbinamento di note e testi.

Attraverso espedienti tecnici intelligenti (come le parole di un testo che compaiono su muri ed insegne mentre il protagonista cammina, i proiettili che vengono sparati a ritmo), lo spettatore si immerge nel mondo di Baby (un bravo Ansel Elgort, già visto in Colpa delle stelle) indossando i suoi auricolari, coperta di Linus contro la violenza intrinseca del suo lavoro e coniugando immagini e suoni.

Senza un buon comparto visivo però lo sforzo della soundtrack sarebbe inutile, e Wright riesce ad imbastire sequenze scene action adrenaliniche senza sfociare troppo in demenziali esagerazioni alla Fast & Furious, comunque spingendosi oltre il limite mantenendo però buonsenso.

Inseguimenti e scontri a fuoco risultano inoltre ben realizzati poiché il punto di vista focale rimane sempre quello dell’autista: ciò che non succede in sua presenza non esiste, è fuori dalla sua portata sensoriale, e si aumenta in questo modo l’immedesimazione del pubblico in ciò a cui sta assistendo senza perdersi in troppe soggettive che servirebbero solo ad appesantire il meccanismo di prosecuzione della pellicola.

Colonna sonora e sapienza nelle scene action riescono a conferire personalità vivace al film,  che si esalta nonostante una trama di base piuttosto ordinaria (criminale vuole uscire dal giro a causa dell’amore per una donna), e rendendo Baby Driver un piacevole unicum.

In una realtà gravida di scavezzacollo sopra le righe, l’amore è il salvagente che permette a Baby di non affogare nel pantano morale in cui suo malgrado è rimasto invischiato.
La colonna sonora diventa qui “rosa con i brillantini” (cit.), esaltandosi attraverso canzoni che veicolino il più positivo dei sentimenti e che si aiutano con gli stessi nomi dei personaggi, sostituendosi ai dialoghi.

Cast azzeccato anch’esso, che riesce a creare buona coralità pur mantenendo in primo piano il protagonista.

Se di Elgort, come già accennato, si può apprezzare la bravura e la capacità di essere credibile come tipo taciturno, solitario e “bravo ragazzo” nonostante la professione, il resto della crew è variegato e piacevolmente sopra le righe.

Dal “Pazzo” di Jamie Foxx, al “Buddy” di Jon Hamm, alla “Darling” di Eiza González, ogni pedina si muove su una scacchiera di piombo, musica ed adrenalina creando un interessante microcosmo di umanità perduta.
Menzione speciale per il sempre ottimo Kevin Spacey, nei panni di un boss criminale sui generis e breve apparizione del bassista dei Red Hot Chili Peppers Flea.

In un panorama cinematografico in cui molti registi/sceneggiatori action pare non abbiano superato lo stadio evolutivo dei crostacei, una pellicola veramente di buona qualità, piacevole e divertente.

Colonna sonora eccezionale.

Consigliato.

Dunkirk

«We shall fight on the beaches, we shall fight on the landing grounds, we shall fight in the fields and in the streets, we shall fight in the hills; we shall never surrender».

TRAMA: 1940. Durante l’avanzata dei panzer attraverso la Francia, soldati alleati francesi e britannici sono circondati dai pari tedeschi sulle coste della Manica: l’unica via di fuga è rappresentata da un’evacuazione via mare.

RECENSIONE: Per la regia di Christopher Nolan, Dunkirk è un film di rara potenza sensoriale, che racconta la cosiddetta “Operazione Dynamo” (così chiamata perché discussa con Winston Churchill nella stanza nel quartier generale della Marina al cui interno era collocata una dinamo che forniva l’elettricità) senza fronzoli che non siano funzionali all’esposizione narrativa stessa.

Abbandonando in parte uno dei difetti principali della sua filmografia (una costante megalolalia che, pur fautrice anche di citazioni entrate nella cultura pop, risulta talvolta fastidiosa e fine a se stessa), Nolan opta per una più confacente e scarna asciuttezza dialettica decisamente efficace, che infatti ben si adatta alla trama e ne rende più diretto l’impatto emotivo sul pubblico.

In uno scenario bellico caratterizzato da una opprimente sensazione di ansia e che, in quanto conflitto armato, dipende direttamente dalla volontà dell’uomo, l’opera pone le sue basi sui quattro elementi naturali, che incidono con cieca indifferenza sulle sorti dei personaggi coinvolti.

La terra è una gabbia senza sbarre, che vede dimenarsi sulla propria superficie quattrocentomila anime in pena strette nella doppia morsa del nemico e di alcune decine di miglia marittime impossibili da attraversare.
Di notevole impatto in particolare la sequenza iniziale del film, che eliminando i titoli di testa introduce lo spettatore nelle viuzze della cittadina francese in un deserto irreale, tenuto sotto scacco da un nemico invisibile ma letale.

La “terra” è anche ascrivibile alla nazione, alla patria, bramata da migliaia e migliaia di giovani stranieri in terra straniera ed ostile, una landa in cui l’ombra di un nemico mai visibile si allunga minacciosa a ghermire giovani vite.

Interessante il capovolgimento nel significato sia concreto che metaforico dell’acqua, alla quale comunemente viene affibbiata una connotazione positiva legata alla vita ed al suo sostentamento mentre incarna qui la doppia valenza di minaccia e speranza.

Se la seconda è dovuta all’incertezza sull’eventuale arrivo di aiuti britannici, con l’occhio di soldati e graduati che volge verso la foschia della Manica, la prima è legata al costante pericolo di annegamento, con navi e barche che possono improvvisamente mutare in sepolcri artificiali sotto i colpi ostili.

Acqua quindi tramite di spostamento ma allo stesso tempo terribile ostacolo, che può in pochi minuti tanto offrire aiuti quanto riempire polmoni: numerose sono in tal senso le scene in cui uno o più personaggi rischiano di affogare, e grazie ad una buona costruzione per immagini tali sequenze riescono ad essere opprimenti ed efficacemente ansiogene.

L’aria è il regno dei mezzi volanti, che alla guisa di angeli metallici possono assumere il ruolo di protettori o sterminatori.
Combattendo a centinaia di metri dal suolo una battaglia allo stesso tempo legata a quella terrestro/marittima (per il loro già citato ruolo offensivo o di supporto) ma anche avulsa da essa, poiché implica dinamiche belliche a se stanti e riconducibili nella loro dinamica ricca di contrattacchi quasi ad ancestrali duelli medievali, essi possono far pendere l’ago della bilancia del conflitto in pochi concitati secondi.
Ben resi dalla regia le schermaglie aeree, spettacolari ma senza essere ridicolmente esagerate.

Il fuoco è la morte. Pura e semplice.
Proiettili, bombe, siluri, esplosioni ed incendi sono presenza asfissiante, poiché anche i momenti di quiete possono essere repentinamente spezzati da un nuovo attacco, un nuovo pericolo o una nuova offensiva di varia fattura.
I visi tesi dei soldati, anche di comparsa, rendono bene l’idea di una situazione assai complicata, in cui è perenne la minaccia a livello del terreno, quanto del mare o dall’alto.

La fotografia esalta il secondo e il terzo elemento giostrando molto bene con l’azzurro e l’arancione, che vengono utilizzati in moltissime tonalità diversi (soprattutto il primo), dalle più accese e limpide fino alle più fosche e spente aiutando in questo modo la connotazione emotiva della scena.
Dopo Interstellar altro ottimo lavoro quindi di Hoyte Van Hoytema ed efficaci scelte di illuminazione e colore, grazie alle quali i soldati sono formiche marroni/nere che picchiettano la brulla spiaggia con il mare sullo sfondo, ad aumentare ancora di più la condizione di difficoltà umana di fronte all’atroce semplicità del territorio.

Ottima anche la colonna sonora del maestro Hans Zimmer, la cui quasi costante presenta contribuisce enormemente al crescendo di tensione all’interno dell’opera.
Molto efficace in particolare l’uso del ticchettio, suono legato indissolubilmente al trascorrere del tempo e a sua volta connesso quindi alle tre linee narrative dalle tempistiche differenti presenti nel film (una settimana per la terra, un giorno per l’acqua e un’ora per l’aria) e al Tempo come tema caro al regista.

Per rendere più efficace la coralità, buona la scelta nel casting di non dare prevalenza specifica a nessuno degli interpreti, creando invece molti piccoli ruoli che, come tessere di un mosaico, rendano tutte insieme il quadro generale.
Come nomi noti, oltre a Tom Hardy nei panni dell’aviatore si segnalano Kenneth Branagh, il premio Oscar Mark Rylance e Cillian Murphy, altro aficionado di Nolan e particolarmente bravo nel ruolo di un soldato traumatizzato dagli eventi.

Menzione speciale per il giovane Fionn Whitehead nei panni del soldato protagonista della sezione terrestre, la cui espressione perennemente corrucciata e le poche parole costituiscono tratti azzeccati nella costruzione del personaggio.

Dunkirk è in conclusione un’ottima pellicola, che racconta senza inutili spettacolarizzazioni e sovrastrutture una storia di uomini e di guerra, unendo ad una sceneggiatura tanto semplice nei contenuti quanto ben riuscita nella rappresentazione un comparto tecnico di tutto rispetto.

Notevole.

La torre nera

Colui che scrive recensioni ha dimenticato il volto di suo padre.

TRAMA: New York. Il giovane Jake è tormentato da strani sogni e visioni in cui ricorrono tre immagini: un uomo vestito di nero, un pistolero e una torre nera. Un giorno, seguendo le indicazioni contenute in uno dei suoi sogni, Jake viene catapultato in una dimensione parallela; qui incontra l’uomo che occupa i suoi incubi, Roland Deschain…
Tratto dall’omonimo ciclo di romanzi di Stephen King.

PREMESSA: Pur essendo un amante delle opere del Re ed essermi divorato più di venti suoi scritti tra romanzi e raccolte di racconti, non ho letto la serie letteraria de La torre nera. Il mio giudizio verterà quindi esclusivamente sulla pellicola.

RECENSIONE:

Maratona – Record Mondiale: 2 ore, 2 minuti e 17 secondi (Dennis Kipruto Kimetto – 2014).
100 metri piani – Record Mondiale: 9 secondi e 58 centesimi (Usain Bolt – 2009).

Basate entrambe sulla corsa, esse sono due discipline sportive completamente diverse, che richiedono allenamento fisico ed approccio mentale agli antipodi: in atletica sono la distanza più lunga e quella più corta.
Un po’ come yin e yang nella filosofia cinese.

Se per quanto riguarda il percorso libro –> film lo yin è Lo Hobbit, favoletta per bambini trasposta in tre film da complessivi 470 minuti (quattrocentosettanta, Dio vi fulmini), lo yang è questo La torre nera, una mezza schifezza di un’ora e mezza tratta da una serie di otto libri da quattromiladuecento pagine totali.

Ma perché…?

Mi sarò probabilmente dimenticato il volto di mio padre, ma raramente ho assistito ad un film che trasmetta una tale idea di raffazzonaggine, dovuta principalmente all’ovvia liofilizzazione delle tempistiche e alla conseguente incapacità di soffermarsi su cosucce piuttosto importanti quali risvolti della trama, introspezione psicologica dei personaggi e dettagliume vario.

Characters, situazioni e, boh, cose vengono impunemente sbrodolate in faccia al pubblico senza offrirgli strumenti per comprenderle ed apprezzarle, non essendoci davvero il tempo materiale per farlo e dando quindi per scontato che ci si innamori fatalmente della storia, come colpiti dal dardo di Cupido.

Che è in assoluto il modo peggiore per tentare di farsi apprezzare.

La pecca principale del film è quindi il presentare troppa carne al fuoco sfruttandola malissimo, affidandosi prevalentemente al carisma degli attori (poi ne parliamo) e non assumendo un’identità propria non solo in riferimento all’opera letteraria di partenza, ma anche in senso più strettamente cinematografico.

Ad una prima sezione piuttosto noiosotta ambientata nella nostra realtà, farcita di tutti gli stereotipi sfascia-gonadi possibili ed immaginabili sul ragazzino “diverso e problematico”, segue una parte centrale nel Medio-mondo che sarebbe stato auspicabile fosse durata circa il triplo in modo da permettere immersività allo spettatore, concetto evidentemente estraneo ai produttori del film, guidati probabilmente dal mantra “questa roba piacerà perché si spara”.

Ed è proprio qui dove sarebbe dovuta scattare la scintilla vitale che il film deraglia nel meno che mediocre, sfiorando molti (troppi) elementi narrativi senza porca puttana approfondirne mezzo e mostrando una maledetta fretta non permettendo il naturale germoglio dei semi narrativi.

Terza ed ultima sezione il ritorno sulla terra, senza dubbio la parte peggiore data la fastidiosissima presenza di stanchissime gag già viste e straviste relative a normali elementi della nostra società e sul come possano sembrare bizzarri ad un completo estraneo, o viceversa.

Oltre ad uno scontro finale di raro piattume.

Che tedio.

Visivamente può essere godibile solo a chi non abbia grandissima esperienza cinematografica, dato il comparto grafico non offre elementi di particolare meraviglia, limitandosi a toccare pigramente meccaniche estetiche già più che collaudate (e i mostri… e i predoni… e la magia nera…) supportate da una regia operaia e impalpabile.

Le stesse pistole di Roland, che avrebbero potuto essere l’ira di Dio, pur spingendo ridicolmente l’acceleratore sulla bravura del gunslinger sono in fin dei conti piuttosto ordinarie, non mostrando nulla che un John Wick qualsiasi non abbia già presentato intrattenendo decisamente di più.

O un immarcescibile Clint, a cui il personaggio letterario di Roland è ispirato.

In una fotografia un po’ troppo spenta e che tendendo a tinte dark abbastanza a caso perde l’occasione di sfruttare il colore per delineare in modo più netto elementi magici o banalmente la differenza tra Bene e Male, si muove un cast riconducibile ai soli due grandi nomi.

Attori di indiscussa bravura e carisma, sia Idris Elba che Matthew McConaughey escono dalla pellicola con le ossa rotte.

Meglio il primo del secondo, non per meriti particolari ma semplicemente perché il Walter Padick del texano (chiamarlo direttamente “Randall Flagg” no?) è un antagonista scritto con gli alluci che avrebbe meritato molto di più sia in termini di screen-time che in approfondimento narrativo.

Fattori estremamente importanti nella definizione di un villain come “da dove viene?”, “perché ha scopi malvagi?”, “da dove derivano le sue capacità?” sono bellamente ignorati dal film, optando invece per una caratterizzazione stile “Killgrave dei poveri” che spesso sfiora il ridicolo involontario.

Elba d’altro canto è un attore figo che interpreta un personaggio figo, seppur piatto come una tavola da surf, e quindi la mediocrità del suo character è più sopportabile, per quanto ampiamente dimenticabile come il suo rivale e quasi altrettanto ridicolo.

Tom Taylor passabile come ragazzino con gli occhioni sbarrati da hobbit, il resto del cast ha il peso narrativo di sagome cartonate parlanti.

Un’occasione toppata malamente, un film confuso e assemblato alla bell’e meglio che rende cattivo servizio ad uno degli scrittori più famosi, amati e prolifici del nostro tempo.

Peccato.

Prima di domani

Loop temporale: espediente narrativo nel quale dei personaggi sono costretti a ripetere esperienze o a rivivere in continuazione vicende già avvenute, in un ciclo continuo che si ripete all’infinito.

TRAMA: Una liceale si ritrova costretta a rivivere costantemente il suo ultimo giorno sulla Terra, terminato con un tragico incidente d’auto.

RECENSIONE: Nonostante il tema di partenza sia piuttosto abusato nonché virato in un po’ tutte le salse (dalla commedia, con l’arci-noto Ricomincio da capo con un istrionico Bill Murray, alla fantascienza guerresca di Edge of Tomorrow, al thriller con Source Code, alla demenzialità di Io vengo ogni giorno), la continua ripetizione della stessa giornata è un elemento narrativo sempre piuttosto interessante e con numerosi spunti.

Questo Prima di domani, film indipendente tratto dall’omonimo romanzo di Lauren Oliver, lo intinge in un’ agra salsa teen che, pur essendo talvolta banale sia nelle forme che nei contenuti, riesce comunque a buttare lì quelle tre o quattro sotto-trame che forniscono alla pellicola il minimo di spessore necessario per raggiungere la sufficienza.

La giovane Samantha (una Zoey Deutch che ricorda esteticamente una versione giovane di Rose Byrne) si rende conto sempre più, con lo scorrere dei cicli, del microcosmo che la circonda, poiché vivendo numerose volte le stesse piccole e grandi esperienze riesce appunto a dare loro peso maggiore rispetto ad una superficiale prima vista, e di conseguenza a concentrarsi su di esse.

Ciò porta ad un classico percorso di maturazione caratteriale, rappresentato in modo relativamente semplice ma tutto sommato efficace, che conduce la protagonista ad un passaggio da fiero elemento del classico gruppetto di gallinelle high-school ad una maggiore consapevolezza del ruolo attivo o passivo che possa avere in determinate vicende.

Da contorno al tema principale alcune solite tematiche scolastiche: il bullismo, l’accettazione o meno di una persona da parte del branco, la sessualità, il godersi l’adolescenza sono sparse lungo l’ora e mezza di durata senza essere affossanti o prolisse, ma fungendo, appunti da arricchimento narrativo.

Buona interpretazione da parte del giovane cast, abbastanza credibile nei vari ruoli della leader, dell’emarginata, del ragazzo timido vari ed eventuali.

Costato cinque milioni di dollari, nel mondo ne ha incassati circa quattordici (di cui seicentomila euro in Italia).

Godibile.

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