L'amichevole cinefilo di quartiere

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Fast & Furious – Hobbs & Shaw – Non recensione

Fino a qualche giorno fa volevo vedermi Hobbs & Shaw.

Non tanto nella speranza che sia un film anche solo decente (diciamo che le premesse del trailer non mi inducono all’ottimismo), ma per sfogare la mia frustrazione usando l’ironia e criticandone i tratti principali, tipo il disprezzo verso il Codice della Strada, la promozione dell’uso massiccio di steroidi, la perdita dell’espressività facciale, lo stupro delle leggi di Newton…

Poi però ho realizzato che il bravo Idris Elba impelagato solo per denaro in questa cagata con The Rock e quell’altro cazzone inglese è un po’ come la tipa che ti dice che sei carino e poi si fa scopare da quello con il Mercedes.

Ciò mi ha fatto riflettere (oltre che sull’importanza del Mercedes nella sottile arte del corteggiamento) sul rapporto tra prodotto e fruitori dello stesso.

Escludendo il primo episodio, innocuo Point Break con le auto, i F&F mi hanno fatto tutti cagare a coriandoli, però la maggior parte del pubblico non la pensa come me.
Quindi incassano.
Quindi i produttori sono spinti a metterne in cantiere altri.
Quindi gli attori anche un po’ più impegnati vi partecipano (qualcuno ha detto “Charlize Theron”?) consapevoli del loro ritorno economico.

E ora che questo porno automobilistico si è riprodotto per partenogenesi come le alghe, generando addirittura uno spin-off e arrivando così alla (finora) nona pellicola, questa consapevolezza mi ha provocato la reazione umana più consona.

Mi sono rannicchiato in posizione fetale sotto la doccia in bianco e nero ascoltando Mad World di Gary Jules.

Continuiamo così.

Facciamoci del male.

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Hotel Artemis


All the leaves are brown (all the leaves are brown)
And the sky is grey (and the sky is grey)
I’ve been for a walk (I’ve been for a walk)
On a winter’s day (on a winter’s day)
I’d be safe and warm (I’d be safe and warm)
If I was in L.A. (if I was in L.A.)

TRAMA: 2028. Los Angeles è teatro di numerose rivolte in strada.
Una donna, conosciuta come L’Infermiera, gestisce da 22 anni l’Hotel Artemis, una specie di pronto soccorso destinato a ospitare pericolosi criminali.

In una notte di tregenda, mentre nelle strade infuria la follia, all’Artemis arrivano diversi personaggi in cerca di cure.

RECENSIONE:

Fedele alla psicologia della Gestalt, corrente tedesca di inizio Novecento secondo cui la totalità è diversa dalla mera somma delle sue componenti, Hotel Artemis non riesce pur con premesse interessanti ed un cast solido a rendere se stesso qualcosa di più che un semplice film estivo disimpegnato.

Un po’ Suicide Squad per i personaggi dalla fedina penale atra, un po’ La notte del giudizio per la sua ambientazione sulfurea e rivoltosa, il film perde purtroppo la spinta iniziale man mano che va a rivelarsi una trama piuttosto banalotta e poco ispirata, sorretta più da cliché che da inventiva di narrazione.

E quindi sì, è interessante la scoperta dei criminali ricoverati in questa particolare e futuristica struttura, che attorniano la vecchia infermiera di buon cuore Jodie Foster come i ladroni sulla croce affiancano Cristo, ma il tutto sfuma in un nulla di fatto una volta accortisi che la loro introspezione è basilare, le interazioni tra loro sono lineari ed il percorso che compiono attraverso la storia è troppo facilmente intuibile.

Diretto da Drew Pearce, all’esordio registico di un lungometraggio dopo aver scritto l’Anticristo delle pellicole Marvel Iron Man 3 e Mission: Impossible – Rogue Nation (già meglio), Hotel Artemis mette a segno almeno il pregio di durare quell’ora e mezza canonica che contribuisca a non rendere il suo calo qualitativo troppo difficilmente sopportabile.

La già menzionata Jodie Foster incarna un personaggio sofferente e addolorato, che però unisce la debolezza della perdita umana alla forza della determinazione professionale, creando un connubio interessante e rendendola di fatto la figura caratterizzata più approfonditamente del mazzo.

Se Sterling K. Brown ha il grosso merito di provarci, con un personaggio che gli calza come un guanto di velluto, lo stesso non si può dire per altri suoi colleghi: da un Charlie Day pesantemente fuori ruolo ad una Sofia Boutella a cui è stato affidato uno stereotipo parlante, passando per un Dave Bautista che prova inutilmente a cavare sangue da una rapa, il cast di contorno deflagra presto nella noia e nel già visto.

Sprecatissimo in particolare il povero Jeff Goldblum, il cui potenziale estremamente maggiore viene sfruttato letteralmente con il contagocce, con un spreco criminale (no pun intended) di parecchi fattori interessanti riguardanti la sua parte che avrebbero meritato ben più esplorazione.

Non basta purtroppo una fotografia piuttosto efficace, con un sapiente uso dei colori, per risollevare visivamente un’opera che vede il suo difetto principale nel manico.

Hotel Artemis è il manifesto di ciò che avrebbe potuto essere e invece è stato: un’occasione persa.

Peccato.

Men in Black: International


«Ah, Matt. Di là ci sono due tizi vestiti da impresari delle pompe funebri».
«Da che cosa?» 
«Devono essere sbirri della CIA o roba del genere.» 

TRAMA: Gli agenti H e M lavorano per la sezione londinese dei Men in Black e vengono coinvolti in un caso di omicidio di portata intergalattica.

RECENSIONE:

Quarto capitolo della saga a sette anni dall’ultimo episodio, Men in Black: International è un cesso immondo che ottiene il mirabile risultato di essere sia un orribile film di fantascienza quanto una tristissima commedia come anche un action banale.

Massacrato da una sceneggiatura più lenta, stupida ed inutile di un sorpasso fra tir in autostrada, per due interminabili ore della nostra esistenza terrena che non riavremo mai più si inanella infatti una serie sconclusionata di cliché (la recluta, il boss di grade fama, l’agente talentuoso ma cazzone) a cui presumo sfugga il sottile dettaglio relativo alla necessità, per un film, di intrattenere il pubblico.

Se la trama ha efficacemente contribuito ad espandere i miei testicoli alle stesse dimensioni delle protesi mammarie di Mia Khalifa, nemmeno la regia riesce a fornire un almeno momentaneo palliativo.
Il cinquantenne F. Gary Gray, al suo decimo lungometraggio, non ha ancora invero deciso se essere ricordato come un discreto mestierante (Il negoziatore, Giustizia privata, Straight Outta Compton) o come un risibile cioccapiatti (The Italian Job, Fast & Furious 8).

A meno che una ventina di primi e primissimi piani a Tessa Thompson (con un personaggio il cui stolido entusiasmo sarebbe da prendere a coppie di sberle finché non diventino terzetti) paro paro a quello che faceva Sonnenfeld non sia considerato uno stilema registico personale, ma ne dubito.

Perché lo faceva paro paro Sonnenfeld.

Sospirone di sollievo: pur non provando ad impegnarsi neanche lontanamente, al bietolone Chris Hemsworth viene fortunatamente affidata l’ormai classica scena a petto nudo, elemento altamente introspettivo dei suoi personaggi e attraverso cui possiamo intuirne sogni,  speranze e fragilità dell’anima.

Panca piana 1 – Recitazione 0.

Oltre ad un Liam Neeson francamente incommentabile, spero che in commercio esista uno psicofarmaco abbastanza potente da farmi dimenticare Rebecca Ferguson agghindata come se Moira Orfei e la Liz Taylor di Cleopatra si fondessero in una delle visioni allucinogene di Paura e delirio a Las Vegas.


Ritengo inoltre che se il CIO decidesse di elevare a sport olimpico l’essere rotti nel culo, i responsabili del marketing che hanno inserito nella locandina i Vermoni e Frank il carlino nonostante abbiano complessivamente meno di trenta secondi di screen time potrebbero sentirsi già con la medaglia d’oro in tasca.

Chiudo facendo rispettosamente notare che per fare ironia non ho sfruttato l’ovvio assist del neuralizzatore cancella memoria, a differenza di questo film che ha biecamente inserito una gag autoreferenziale su Thor così azzeccata da farmi bramare la morte.

Una vaccata tellurica.

Rocketman


And I think it’s gonna be a long long time

‘Till touch down brings me round again to find
I’m not the man they think I am at home
Oh no no no

TRAMA: Dall’infanzia agli anni ’80, vita e carriera del musicista britannico Elton John, iniziata con la Royal Academy of Music e segnata dalla fondamentale collaborazione con il paroliere Bernie Taupin.

RECENSIONE:

Punto di partenza fondamentale per apprezzare questo film: scordarsi Bohemian Rhapsody.

Se la pellicola sui Queen era infatti uno splendido e classico biopic, che pur romanzato, gigione e karaokesco manteneva una consona rigidità strutturale, Rocketman vira invece verso lidi molto più da puro musical, in cui l’esecuzione delle canzoni non è legata (solo) alla performance da palco o all’intimo studio di registrazione, sala parto di successi immortali, ma ad una loro rappresentazione danzata, metaforica e addirittura corale.

Si hanno quindi più voci, più cambi di scena, più balli, più cornici che portano ad un’espressività incanalante talvolta dei toni di preponderante onirismo, in cui sono quindi parimenti importanti il messaggio ed il tramite.

A seguito perciò di una normale scena di dialogo ci si lancia nell’esecuzione di un grande successo di John che sia correlato per temi a quella particolare situazione, in modo simile a quanto avviene in Across the Universe per i Beatles.

Ciò aumenta sicuramente l’importanza della forma, che centra due bersagli:

– essere ricca ed elaborata talvolta ai limiti del barocchismo, divenendo efficace veicolo per diffondere la celebre atmosfera eltonesca fatta di vestiti sgargianti, esibizioni dalla forte componente teatrale e libertà sessuale;

– non soverchiare però un contenuto intenso, basato su rapporti familiari difficili, ricerca della propria identità, accettazione del sé e rito di passaggio non solo dall’età giovanile a quella adulta, ma anche percorso dall’eccesso fisico (droga, alcool, pastiglie, sesso promiscuo) a quello più superficiale meramente estetico.

Rocketman vince e convince, proprio grazie a questa impostazione estetica positivamente arzigogolata e deliziosamente frivola, che correda però tematiche crude ed importanti per il cammino psicologico di un essere umano.

Il rapporto con i genitori, pietra miliare della giovinezza, si interseca infatti con la scelta di un percorso di vita complesso, il quale una volta imboccato con successo comporta innumerevoli fattori di complessità che paradossalmente ne vanno ad inficiare proprio il godimento.

Non sapere letteralmente come spendere i soldi, la pressione derivante dalla fama, l’incapacità di essere soddisfatti di ciò che si è raggiunto per colpa di influenze negative (e conseguentemente la difficoltà nel capire quali siano invece le persone da tenersi accanto per superare i momenti bui), la generale depressione… spade di Damocle che spesso hanno portato ad una fine prematura le vite di grandi artisti (Joplin, Morrison, Cobain, Winehouse, per citarne alcuni).

Azzeccata la scelta di non utilizzare i nastri originali di Sir Reginald Kenneth Wight, ma di far cantare i brani direttamente a Taron Egerton, che ha quindi la possibilità di operare una fusione tra interprete ed interpretato che giova sicuramente al più che buono risultato complessivo.

Se dovessi infatti descrivere la performance del giovane gallese in cinque parole, probabilmente userei:
(1) questo;
(2) qua;
(3) è;
(4) proprio;
(5) bravo.

Tormentato, energico, potente, stravagante, gaio, travolgente: tutte le anime di Elton John vengono incarnate in due ore di film e ventidue canzoni (tra cui (I’m Gonna) Love Me Again composta appositamente per la pellicola), grazie alle doti di un interprete ormai saldamente alla ribalta e che offre la performance ad ora migliore della carriera.

Sul pezzo anche il cast di contorno.

Jamie Bell è un Bernie Taupin socio leale ma non ciecamente assoggettato all’ingombrante presenza del compagno d’arme: braccio destro sì ma servo Bernardo no, il paroliere è un’ancora necessaria a John per non essere travolto dal fortunale della dissolutezza.

Bryce Dallas Howard madre-matrona soffocante e livorosa, a simboleggiare quanto la famiglia possa essere croce e delizia.
Sostiene a suo modo il figlio in giovane età, ma ne tollera sempre meno gli eccessi da adulto, assurgendo un ruolo di agnello sacrificale che in parte ha avuto, ma che è stato sicuramente compensato dai futuri successi del figlio.

Buona prova anche per Richard Madden, che spero grazie a partecipazioni come questa si possa lasciare alle spalle il Robb Stark de Il trono di spade.
Da notare come piccola nota di colore che il suo ruolo, quello del manager musicale John Reid, in Bohemian Rhapsody era interpretato da Aidan Gillen, anch’egli presente come lord Petyr Baelish nella celebre serie HBO.

Ricchissima come già accennato la colonna sonora, composta da tutti i più grandi successi del cantante: da Your Song Crocodile Rock, da Don’t Go Breaking My HeartPinball Wizard, fino a Rocket Man e Sorry Seems to Be the Hardest Word.

Curiosità: gli ultimi due film del regista Dexter Fletcher sono prodotti da Matthew Vaughn, che ha diretto proprio Elton John (nel ruolo di se stesso) nel film Kingsman: Il cerchio d’oro, il cui protagonista è Taron Egerton.
Nel film di animazione Sing, Egerton è la voce originale del gorilla Johnny, che conquista il pubblico del musical di Buster Moon cantando proprio una canzone di Elton John (I’m Still Standing).

Coincidenze?

La bambola assassina (2019)


Hai un amico in me,
Un grande amico in me!
Se la strada non è dritta e ci sono duemila pericoli
Ti basta solo ricordare che,
Che c’è un grande amico in me!

TRAMA: Per il compleanno del figlio, una giovane madre regala al ragazzino una bambola, ignorando la natura malefica e pericolosa del giocattolo.

RECENSIONE:

Reboot di una celebre saga horror.

Paura, eh?

Basterebbe questa prima riga per genuflettere le nostre menti al terrore, visti i precedenti “ritorni sulle scene” di mostri o killer vari, scongelati sovente per delle imperdonabili cazzatone che pencolano tra l’orrendo e l’imbarazzante.

Invece questo La bambola assassina si dimostra un tentativo di ripartenza decente, che pur non raggiungendo (per ovvi motivi storici e pop) i fasti dell’originale, riesce almeno ad erigersi qualitativamente rispetto ai precedenti sette (!) seguiti.

Magari non che ci volesse molto, però intanto è un risultato che viene portato a casa.

Si tenta giustamente non una ripresa pedissequa di quanto già narrato in precedenza, che avrebbe poco senso vista l’enorme offerta di genere, ma optando invece per una rivisitazione che tenga conto dei tre decenni trascorsi dal primo film, aggiungendo quindi derivazioni tecnologiche al classico schema horrorifico, un quid necessario alla sua ribalta e rinascita.

Il terribile Chucky viene infatti fornito della possibilità di un controllo delle apparecchiature elettroniche casalinghe e non (alla Alexa, per intenderci, anche se con una domotica ancora maggiore), che lo rendono esponenzialmente molto più pericoloso rispetto ad un pur inquietante bambolotto rubizzo armato di coltello.

Viene mantenuto ovviamente l’elemento spaventoso del personaggio, derivante da un principio tanto semplice quanto efficace: infondere di malignità ciò che noi consideriamo genericamente innocuo.
Il terrore scaturisce perciò non dall’esagerazione di un elemento già presente (es. il mostro o il killer armato), ma dal contrasto tra apparenza e comportamento: la bambola è infatti ciò a cui affidiamo la compagnia e i sogni dei nostri bambini, memori di quando a nostra volta avevamo nel pupazzo un compagno di giochi.

Caricata di un fattore omicida, si ottiene appunto un ribaltamento manicheo, al pari di altre figure innocue e pacifiche che la letteratura o l’arte hanno talvolta votato al male, quali il clown (Pennywise, il Joker), il bambino (Omen, Il villaggio dei dannati) o la donna (strega, sirena, gorgone).

La bambola ci intimorisce proprio perché non dovremmo averne paura: la sua ostilità violenta è vissuta dalla parte irrazionale della nostra mente come un tradimento di un rapporto di fiducia implicito, la violazione di un patto di non belligeranza (unilaterale, ça va sans dire) in cui siamo la parte ingannata.

Nonostante la scelta di inserire una giovane madre single serva a livello di trama fino a mezzogiorno.
Per quanto la relativamente piccola differenza di età tra genitore e figlio potrebbe essere usata al massimo per indicare l’assenza di potere/protezione genitoriale, ombrello metaforico per i piccini, Aubrey Plaza ci si cala comunque decentemente, se non altro senza dare l’idea allo spettatore di attendere passivamente l’arrivo del bonifico sul conto corrente.

Molto bravi invece i ragazzini guidati dal classe 2004 Gabriel Bateman, aficionado dell’horror dopo Annabelle e Lights Out; solitamente punto debole del genere, nel caso in cui gli attori siano troppo piccoli per aver già sviluppato una tecnica recitativa passabile, qui invece si difendono egregiamente.

Menzione d’onore per il diabolico Chucky, doppiato in lingua originale da Mark Hamill e sostituito in italiano dall’ottimo Loris Loddi.

Si riscatta pure Lars Klevberg dopo il pessimo Polaroid.

Meritevole di una possibilità.

I morti non muoiono


Oh, the dead don’t die

Any more than you or I
They’re just ghosts inside a dream
Of a life that we don’t own

TRAMA: Poliziotti e abitanti di una cittadina di provincia americana si ritrovano a fronteggiare un’improvvisa invasione di zombie.

RECENSIONE:

Gli zombie siamo noi.

Siamo noi una massa di esseri decerebrati che vaga errante per il mondo, bramando la vita e portando marcescenza in ciò che consuma.

Siamo noi, con quella tecnologia che ci ha portato in dote innumerevoli agi, barattandoli però forse, come conseguenza di un contratto con il Diavolo, con la perdita di troppa umanità.

Siamo noi, con i rapporti personali esacerbati da concetti magari non sbagliati presi in quanto tali, ma caratterizzati da un utilitarismo nocivo se estremizzati: il denaro, il lavoro, la reputazione, l’aspetto estetico.

Siamo noi, incattiviti verso il prossimo.

Verso colui che ha, perché invidiamo chi possiede più di noi, ma anche di chi non ha, perché ne temiamo le invidie e le tentazioni al furto, ben conoscendole in quanto parte di noi.

Siamo noi, che troviamo rifugio in un’omologazione alla massa, agli altri, a quelli come noi, per covare odio, paura e risentimento verso un’altra massa, quelli diversi da noi.

Siamo noi i vivi ma morti.

Siamo noi i morti ma vivi.

Romero lo aveva capito e lo traspose su schermo, in quel Dawn of the Dead in cui comuni cittadini si trovano asserragliati in un supermercato (simbolo di consumismo e capitalismo), contro orde di cadaveri rianimati.

Jarmusch invece manca il bersaglio.

I morti non muoiono è un film corale che corale non è, perché il focus principale verte preponderantemente sui poliziotti di Murray e Driver, lasciando agli altri personaggi un valore ancillare e di breve presentazione caratteriale.

Il redneck, i turisti, il matto del villaggio, le ragazze della tavola calda… tessere del puzzle di una classe media americana che non trovano riscontro tangibile in una pellicola che non sa se renderli elementi attivi o solo banali vittime degli esseri orrorifici.

È un film di critica che di critica non è, perché troppo banale e basico in una metafora sparagnina e poco ispirata.
Il razzismo, l’elogio al passato tipico di una società vuota che non si riconosce nella sua contemporaneità, i social outcast che salveranno gli altri grazie alla loro purezza, il ribaltamento delle convenzioni sociali… tutti accenni, vaghe pennellate sfumate, briciole di pane che vengono mostrate ma non approfondite.

È un metafilm che metafilm non è, in quanto non presenta veri e propri sfondamenti della quarta parete, e con un collegamento alla realizzazione della pellicola stessa che pare quasi buttato a caso.

Il film parla allo spettatore, mostrando una storia?
Parla a se stesso, crogiolandosi nel proprio svolgimento?
Parla alla società tutta, evidenziandone una possibile degenerazione?

Se la causa scatenante della rinascita dei morti è menzionata più volte in apertura, lo stesso non può dirsi per il suo prosieguo, composto da numerosi elementi non spiegati e lasciati alla libera interpretazione del pubblico.

Non è un’idea malvagia quella di partire da un punto di inizio certo per poi progressivamente abbandonare lo spettatore, lasciandogli trarre autonomamente delle conclusioni, ma I morti non muoiono pare un padre che voglia togliere le rotelle alla bici del figlio dopo solo un giro di triciclo.

Il risultato dell’unione di tutti i fattori sopra menzionati è che The Dead Don’t Die è sì gradevole, soprattutto grazie ad un ricco cast e al surrealismo dell’intera vicenda, ma poco memorabile o stimolante: un’opera che subisce passivamente un ritmo piuttosto lento e la mancanza di una scintilla di vita che possa farlo emergere in un settore ultrasaturo come quello zombesco.

Un grande autore che si circonda di interpreti a lui cari non trovando però il bandolo della matassa per imbastire una pellicola raffinata o intellettuale, limitandosi e limitandoci perciò ad una commedia ora nera, ora buddy, ora cop senza riuscire ad intraprendere una direzione narrativa ed espositiva precisa.

Peccato, ci si attendeva di più.

Polaroid

Mi ha rubato l’anima!

TRAMA: Due amiche stanno rovistando in soffitta quando, tra uno scatolone polveroso e l’altro, rinvengono una macchina fotografica Polaroid.
Il ritrovamento è solo l’inizio di una serie di fatti sinistri e sanguinosi, perché le foto scattate dall’apparecchio preannunciano l’arrivo della morte…

RECENSIONE: 

Nei suoi ultimi film, Moana Pozzi veniva sostituita da una controfigura per le scene di sesso anale.

Pur non centrando assolutamente nulla con l’argomento della recensione, trovo che questo aneddoto sia nettamente più interessante dell’ultima vergogna che ho avuto la disgrazia di sorbirmi.

Elettrizzante quanto un documentario sui pescegatti e terrificante come Peppa Pig e il risveglio degli ZombiePolaroid è un patetico Foto dal futuro wannabe, che però non possiede né la sana ingenuità di cui solo un romanzo di R. L. Stine è dotato, né un Ryan Gosling sedicenne a divertire gli adulti con il senno del poi.

Come ormai è diventato vero e proprio marchio di fabbrica del genere teen slasher moderno, il cast è ovviamente pregno di tutta quella bella gioventù diventata “celebre” grazie ai teen drama, forma di intrattenimento che a titolo puramente personale considero seconda per bassezza solo ai cristiani divorati dai leoni nel II secolo.

Siete misantropi? Auspicate solo il male per il prossimo?

Ottimo: i personaggi di Polaroid sono per diretta conseguenza del cast una deprimente masnada di stereotipi carne da macello, il cui unico scopo sul piano dell’esistente è quello di farsi massacrare convenientemente a turno dalla misteriosa figura diabolica.

Spicca per essere azzeccata con il contesto circostante come Peter Dinklage negli Harlem Globetrotters la veterana Grace Zabrinskie, che suppongo sia stata ingaggiata per questa imperdonabile boiata approfittandosi di una sua eventuale demenza senile.

A destra il clone di Timothée Chalamet, mentre da sinistra, in senso orario, le versioni giovanili di Olivia Munn, Aaron Stanford e Rosario Dawwson.

A corredo di una scrittura podalica gli ormai immancabili jumpscare sparsi alla boia di un Giuda, i soliti miao miao miao miaooo, bau bau bau bauuuu, chicchiricchì se il film manco ci prova non vedo perché dovrei farlo io.

Regia mediocre, montaggio da ABC del genere, introspezione dei characters vicina al nulla cosmico, effetti speciali creati con Microsoft Power Point.
Colpo di scena con contro-colpo di scena, ma perché?

La protagonista si chiama Bird: dopo la Wren di quel capolavoro neorealista di Slender Man è la seconda pellicola horror deficiente ad avere un personaggio principale dal nome di volatile.

Non so ancora cosa significhi, ma sto unendo i puntini, prima o poi lo capirò.

Pellicola utile unicamente per ravvivare la sacra fiamma del suicidio rituale, 88 minuti della mia vita perduti come lacrime nella pioggia.

Unico pregio del film è che se non altro non è prodotto dalla Blumhouse, quindi, anche visti i ricavi ad ora scarsi, non dovrebbero esserci sequel all’orizzonte.

Almeno spero.

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