L'amichevole cinefilo di quartiere

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Rampage – Furia animale

Il grosso e le bestie.

TRAMA: Davis Okoye, esperto di primati, ha stretto un fortissimo legame con George, un gorilla albino dotato di una viva intelligenza. A causa di un esperimento genetico, George si trasforma in un gigantesco e pericolosissimo mostro, impossibile da contenere e controllare.

TRAMA, QUELLA VERA:

Pronti via e compare subito il principale antagonista: UNA SCHERMATA ESPLICATIVA DI TESTO BIANCO SU SFONDO NERO, AAAAHHH SI SALVI CHI PUÒ!!!

Riprese di una stazione spaziale a gravità zero: PTSD su Life – Non oltrepassare il limite intensifies.

Persona che comprende la gravità della situazione muore dopo qualche minuto di film.
Sei proprio tu, Deep Impact?

Scena con le scimmie, ed è subito 2001: Odissea nello spazio, però più culturale.

Comunicazione tramite il linguaggio dei segni tra un gorilla albino ed un ex wrestler samoano.

Dialoghi che vertono su una frizzante allusione tra la sottomissione animale ed il sesso che… quando si leva dalle palle questo branco di comprimari inutili?

Oggetto che piove dallo spazio. È sperare troppo che sia uno tra Venom, Superman, il Gigante di ferro o i gusci di Cocoon?

Mi accontento anche dell’Edgar-abito.

Persone in giacca e cravatta: siamo i cattivi dai tempi di Matrix.
Battute a parte, credo che gli unici antagonisti più banali, ovvi e stereotipati di loro possano essere…

… i militari! Eccovi qua, la festa è al completo.

Malin Ackerman: chissà se ci scappa il topless.

Joe Manganiello: chissà se ci scappa il topless.

La mega azienda cattivissima si chiama “Energyne”, come un integratore vitaminico del discount: in una porcheria del genere potevano anche chiamarla direttamente “Team Rocket” e sarebbe stato uguale.

«Devo trovare qualcuno che sappia esattamente cos’è questo» facile, un film di merda.

Naomie Harris?? Ma non sei mica stata candidata ad un Oscar??

«Sono una genetista presso la Energyne» no, grazie, preferisco l’Energade.

Sul serio, ragazzi, ma che nome bastardo è? Chiamatela, che so, Hydra, Umbrella…

L’unico pregio di questa brodaglia sarebbe che non optino per la pellegrinata dello scegliere i fattori positivi di animali completamente diversi per unirli tra loro creando dei super-geni di crescita, se non fosse che è esattamente quello che fanno.

Questo fil.. oddio, questa “roba” è tratta da un videogioco in cui con degli animali giganti distruggevi palazzi e ammazzavi persone, sarebbe come realizzare una trasposizione cinematografica di Battaglia navale.

Appunto…

Alla company scientifica e al gruppo paramilitare si aggiunge un uomo in giacca e cravatta che è pure del governo americano.
Dai, metteteci pure una capo cheerleader bionda, così completiamo la collezione dei personaggi bidimensionali.

Aeroplano che precipita tipo La mummia, esercito ottuso stile [inserire film action a caso con militari], tizio che stende facilmente qualche recluta disgraziata come in The Edge of TomorrowDwayne Johnson sull’elicottero alla San Andreas, senza purtroppo prorompenti seni daddariosi.

La CGI di Rampage vi è stata presentata da After Effects.

Come una proustiana madeleine, l’apparizione di un Feraligatr selvatico mi riporta la mente a quando, ingenuo pargolo, mi sciroppavo Pokémon Argento sul Game Boy.

Ovviamente la reazione de La Roccia è «Beh, brutta storia». Pensa a chi ha pagato, Dwayne…

«[…] i server della Energyne…», dai, per cortesia, cambiatele nome. Va bene anche “Los Pollos Hermanos”.

Mumbo-jumbo tecnologico ed è subito «Mi sono uploadato nel mainframe della nave».

«Cerchiamo qualsiasi cosa che inizi con RPG».
“Role-playing game”?
“Ruchnoy Protivotankovyj Granatomjot”?

Ai comandi di un elicottero senza coda, il nostro prode sfrutta il crollo di un edificio per cavalcarlo e attutire l’impatto con il suolo.

«Roba da matti», il mio giudizio sul film in tre parole.

Non sono stati gli aerei, è stata la bestia ad uccidere l’altra bestia.

Questo era, in breve, Rampage – Furia animale.

Una roba da chiodi.

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It Follows

Every breath you take
Every move you make
Every bond you break
Every step you take

TRAMA: Con suo enorme sconcerto, una giovane scopre che il suo ragazzo le ha trasmesso una pericolosa maledizione che si trasmette da un corpo ad un altro attraverso i rapporti sessuali.
Da quel momento, la ragazza inizia ad avere strane visioni…

RECENSIONE: 

Buon horror che riesce a non scadere troppo nei cliché realizzativi del genere (jump scares su tutti, qui centellinati ed inseriti solo in contesti in cui effettivamente funzionano), It Follows è una pellicola horror del 2014 di piacevole intrattenimento e con più di una freccia al proprio arco.

Grazie all’azzeccata regia di David Robert Mitchell, la cui camera abbonda sia di movimenti ampi e lenti che contribuiscono enormemente all’allargamento del campo scenico sia, viceversa, di inquadrature alle spalle dei soggetti in modo da comprimere il nostro occhio ostacolandolo, il film offre uno spettacolo godibile visivamente mettendosi però anche al servizio di una trama piuttosto semplice ma accattivante.

I tempi narrativi, soprattutto nella fase iniziale, sono piuttosto lenti, affrancandosi così da fastidiose facilonerie come il mostrare rapidamente “l’origine del killer”, ma contenendo anche un inizio azzeccato contribuiscono enormemente alla creazione di un’atmosfera narrativa immersiva.
Come un automobilista esperto in una tortuosa strada montana, infatti, il film ingrana e scala marce lungo tutti i suoi centoquaranta minuti di durata, optando di volta in volta per una tipologia di ritmo invece di un’altra con maestria sicura e senza subire patemi di sorta.

Alla lentezza del ritmo si unisce inoltre l’incedere costante e compassato dell’antagonista, altro elemento di enorme spaccatura rispetto agli stilemi tipici del settore cinematografico di riferimento, caratterizzati spesso da assassini rapidi, frenetici e fulminei.

La lentezza, paradossalmente, risulta ancora più inquietante della velocità, perché offre la medesima idea di futura ineluttabilità tipica della morte stessa: mentre i ragazzi protagonisti sono spesso di corsa o in veloci spostamenti mediante l’automobile, il villain si prende con calma i suoi tempi sapendo che prima o poi li raggingerà, con una distinzione manichea narrativamente molto interessante.

Molto stimolante intellettualmente anche il legame tra il mostro ed il sesso, con l’entità paranormale omicida che va a sovrapporsi metaforicamente all’AIDS o alle malattie veneree in genere.

Che una cosa, un essere, un “it”, che ponga un marchio sulla tua persona e possa venire a cercarti indefessamente per eliminarti sia derivante da un rapporto sessuale, ossia qualcosa di intrinsecamente piacevole per la nostra natura biologica, va a toccare il connubio amore-morte conferendo al film elementi di natura psicologica fondamentali per distinguerlo dalla grande massa di opere co-genere troppo spesso adagiate su fattori banali e stravisti.  

Discreto il giovane cast, in particolare una preoccupata Maika Monroe, archetipo fisico dell’adolescente statunitense bionda, molto simile all’Hilary Duff di Lizzie McGuire.  

Buon successo sia di critica che di pubblico: costato due milioni di dollari ne ha incassati globalmente circa ventidue.

 

P.S. Un blog ha calcolato la distanza percorsa dalla “cosa” durante il film.

Ready Player One

Nerd: persona attratta dalla scienza e dalla tecnologia e poco incline alla vita di relazione.

Geek: termine inglese per indicare una persona con un eccessivo entusiasmo in un certo campo di interesse

TRAMA: 2044. In una Terra devastata da guerre, carestie e carenza di risorse naturali, l’unico modo per evadere da una realtà troppo dura e triste è accedere a OASIS, una comunità virtuale dal potenziale infinito.
Alla sua morte, il creatore di OASIS decide di mettere in palio la comunità tra i suoi frequentatori: OASIS sarà di chi risolverà una complicata serie di enigmi e supererà alcune prove.

RECENSIONE: Tratto dal romanzo omonimo di Ernest Cline, Ready Player One è un’opera votata al puro intrattenimento, che pesca a piene mani nella cosiddetta “pop culture” ed arrivando in questo modo alle menti e ai cuori di più generazioni.

Ciò non lo rende un film.

Lo rende Disneyland.

Le scorrevolissime due ore e venti sono infatti incapsulate in una fiumana di citazioni visive e parlate relative a film, canzoni e persino alimenti pop, nerd o geek, in modo da permettere agli spettatori di ogni età di riconoscerne almeno qualcuna (molte sono immediate e veramente celebri, a favore della inclusione e della democraticità), calamitando così il pubblico e rendendolo partecipe di un’avventura che va a sfiorare più o meno blandamente elementi che loro conoscano.

Una trama nella sua essenza piuttosto semplice (i giovani buoni e idealisti contro la corporazione malvagia ed avida) si dipana seguendo le vicende di personaggi aventi un peculiare rapporto con un mondo virtuale dal potenziale infinito.


Si ha di conseguenza anche un interessante confronto tra la realtà materiale e quella visivo-mentale, con la prima che assume un ruolo di trampolino per la seconda, come un passaggio dal Kansas in bianco e nero al fantastico mondo di Oz; pur in un’ottica comunque leggera e di entertainment, vengono lasciate sul terreno come briciole di pane di Pollicino alcune tematiche interessanti relative al nostro rapporto con la virtualità, che possono ben agganciarsi anche a quello esistente con i social network più celebri.

Se la mia vita reale fa schifo, isolarmi in un mondo virtuale dalle infinite possibilità, ma finto, è una naturale e pacifica conseguenza dello spirito di autoconservazione oppure bisognerebbe prestare particolarmente attenzione al mantenimento della distinzione tra il me reale e quello informatico?

Io ed il mio avatar siamo ontologicamente uguali?
Quello che scrive recensioni su un blog e quello che si alza alle sei della mattina per andare a lavorare sono la stessa persona?

Il ragazzino delle medie che se la cavicchia a scuola e AssD3str0y3r che insulta pesantemente le madri dei suoi avversari a Call of Duty sono la stessa persona?

L’esplicito focus sull’intrattenimento non è però solo il maggiore punto di forza di Ready Player One, ma anche purtroppo il suo più stringente limite.

A parte qualche sequenza di notevole expolit visivo, infatti, (non mi vergogno a dire che ad alcune scene ho vomitato arcobaleni) il prodotto non cerca un approccio più specificatamente qualitativo, (fattore invece presente in altri film di Spielberg comunque leggeri e per famiglie, come E.T. o Incontri ravvicinati del terzo tipo), ma si adagia forse troppo sul pop e sul piacere indirizzato ai fan di quel “mondo nerd” salito forse sin troppo alla ribalta negli ultimi anni grazie a serie tv ed altri media.

Le domande ed i concetti teorici che ho precedentemente espresso infatti non vengono esplorati a dovere, rimanendo precipuamente nel conflitto tra la condivisione di un’esperienza accessibile a tutti e l’antagonista compagnia d’affari megagalattica che vuole invece introdurre servizi a pagamento e pubblicità.

Un peccato, perché sono ottimi assist non sfruttati.

Tye Sheridan (Ciclope nel reboot degli X-Men) e Olivia Cooke, pur essendo abbastanza diversi IRL alle loro controparti cartacee (Wade nella prima metà del romanzo è obeso) riescono ad offrire una prova recitativo medio-discreta, utile comunque nell’incarnazione di ragazzi idealisti per cui il pubblico giovane possa provare empatia.

Ben Mendelsohn si conferma uno che “dove lo metti sta”, nei panni di un cattivone bidimensionale comunque adeguato alla già menzionata struttura narrativa abbastanza semplice.

Summa di un movimento, di una raison d’être o di una semplice connotazione socio-culturale, Ready Player One può divertire gli appassionati senza trascurare i casual.

Un simpatico giro sulla giostra del pop.

Pacific Rim – La rivolta

… e allora il robot tira un pugno PPAMM, e allora il primo mostro ruggisce e fa RROARRR, e allora il secondo mostro graffia il robot e fa SCRRRAAA…

TRAMA: A dieci anni dagli eventi del primo film, il programma Jeager è diventato lo strumento di difesa ufficiale dell’umanità. Quando i kaiju attaccano di nuovo la Terra, ma molto più forti di prima, il figlio del defunto comandante Stacker e sua sorella adottiva Mako fanno parte di un gruppo di piloti che dovrà guidare una nuova squadra di robot per difendere il pianeta.

TRAMA, QUELLA VERA:

– Pronti, via e subito una letale combinazione di spiegone inutile e voce fuori campo.
Ottimo, al secondo numero cinque la pellicola mette in chiaro le cose e so già che il mio cervello potrà rimanere in modalità aereo per le prossime due ore.

– Riepilogo di cose già viste, con scene tratte direttamente dal primo Pacific Rim.
Non ci state nemmeno provando.

– «Io non sono mio padre». «No, IO sono tuo padr»… ok, non mischiamo la merda con la cioccolata.

– In scene da favela statunitense con una fotografia che imbarazzerebbe i videoclip di Sean Paul, si aggira un John Boyega selvatico travestito da un incrocio tra il Will Smith del capolavoro filosofico Independence Day e il cestista Blake Griffin.

A che minuto siamo arrivati?

– Le persone disarmate sono intelligenti. Quelle armate sono stupide. Ti vogliamo bene, NRA ❤
Ah, messaggio piuttosto ironico per una pellicola basata sui cugini occidentali dei Transformers.

– Un robot a controllo neurale gigante e funzionante viene assemblato in un capannone da una sola ragazzina con le stesse competenze ingegneristiche di uno scienziato della NASA.

Azzarderei a dire che cazzata peggiore non potrò vederla, ma aspetto con trepidazione che il film mi stupisca.

– La ragazzina carina con le stesse competenze ingegneristiche di uno scienziato della NASA è pure cazzuta, indipendente e possiede un pessimismo che sfiora la preveggenza.

Sono soverchiato da queste ondate di realismo…

– Altra partecipazione del figlio di Clint Eastwood in una cagata invereconda. Ci credo che poi suo padre sbrocca e parla con le sedie vuote…

– La Blonde Bitch! Che meraviglia, sono riusciti ad incastrare in una pellicola di fantascienza caciarona pure uno dei più irritanti stereotipi da teen movie scolastico. Quando arrivano il quarterback stronzo e i nerd simpatici?

– Interessantissima diatriba sino-statunitense sull’esigenza di avere dei droni comandati da remoto piuttosto che ammassi di ferraglia con all’interno dei cristiani.
Rimpiango i trattati commerciali al centro della trama de La minaccia fantasma.

Forse.

– «Non mi fido della tecnologia» SOLO IO HO PRESENTE CHE QUESTO È UN FILM SU DEI ROBOT GIGANTI? PRONTO???

– Diario del recensore. Siamo al minuto trenta, ed escludendo i flashback, di mostri non se ne è visto mezzo.

– “SYDNEY. AUSTRALIA” da non confondere con “SYDNEY. UZBEKISTAN”.

– Il primo antagonista dei robot è, rullo di tamburi… un altro robot, con cui si ingaggia uno scontro a cazzotti come tra Rocky e Apollo.

Seriamente?

– “SHANGHAI. CINA” da non confondere con “SHANGHAI. GIOCO DEI BASTONCINI”.

– “Bigger is better”, ehi, credevo fosse importante come lo usi o quanto duri…

– Ringrazio il film per non avere osato mettere “SIBERIA. RUSSIA”, perché credo che tale didascalia mi avrebbe fatto esplodere le orbite.

– Uno dei plot twist più telefonati della stroria si rivela in realtà…

No, rimane uno dei plot twist più telefonati della storia.

– Non sapendo bene quale linea narrativa seguire, il film opta democraticamente per seguirle tutte, diventando un confuso marasma condito da cose giganti che distruggono altre cose giganti.

– Riferimento alla scena delle sfere Newton del primo capitolo.

Cazzata era, cazzata rimane.

– Tokyo distrutta come se non ci fosse un domani, non ci si pone minimamente il problema di portare lo scontro fuori dal centro abitato.
Il Superman di Man of Steel vi fa una pippa.

– In un mondo ultratecnologico, in cui si ritiene che per abbattere dei mostri preistorici giganti la soluzione migliore sia quella di costruire degli altrettanto pantagruelici rottami umanoidi, per accoppare il boss di fine gioco si ricorre alla strategia di Wile E. Coyote del colpire il nemico facendogli cadere un’incudine sulla testa.

Cosa avevo detto sul farmi stupire?

Questo era, in breve, Pacifi Rim – La rivolta.

Una baracconata infame.

Red Sparrow

Anne Hathaway, we saw your boobs in Brokeback Mountain
Halle Berry, we saw them in Monster’s Ball
Nicole Kidman in Eyes Wide Shut
Marisa Tomei in The Wrestler, but
We haven’t seen Jennifer Lawrence’s boobs at all.

TRAMA: La ballerina Dominika Egorova viene reclutata presso la ‘Sparrow’, un servizio di intelligence russo in cui viene addestrata a usare il suo corpo come un’arma. La sua prima missione minaccia di mettere a repentaglio la sicurezza di Russia e Stati Uniti.
Trasposizione cinematografica del romanzo Nome in codice: Diva (Red Sparrow) scritto dall’ex agente della CIA Jason Matthews.

RECENSIONE: Diretto da Francis Lawrence ed interpretato da Jennifer Lawrence (quindi non è vero che “solo finocchi e marinai si chiamassero Lawrence”), Sparrow è un algido spy-thriller con, principalmente, un piccolo difetto.

Un piccino piccino, sebbene cruciale, dettaglino.

Questo film è lento come una tartaruga centenaria zoppa che scala un monte Everest ricoperto di Nutella. 

Per carità, viste le premesse non mi aspettavo certo una pellicola intensa e con apprezzabili sequenze action alla Michael Mann, però Cristo, Red Sparrow si prende dei tempi narrativi veramente troppo rilassati e dilatati, che si sposano davvero male con un contesto di alta tensione tra Stati, in cui anche la più piccola mossa di un singolo può incidere sui rapporti tra superpotenze.

Quella che avrebbe potuto essere rappresentata come una tesa e fine partita a scacchi tra spie impegnate ad essere sempre un passo avanti al nemico diventa infatti troppo presto un drammone imbolsito in cui tutti i personaggi cercano di inchiappettarsi a vicenda (non solo metaforicamente) in un valzer di mascalzoni confusionario e privo di appeal.

Ah, però si vedono le tette della Lawrence.

In realtà non così tanto “Yaaay!”, perché Red Sparrow cade nel frequentemente riscontrato scivolone dell’uso di sessualità facile, unendo ad una premessa piuttosto traballante e ultrafacilona del corpo speciale addestrato ad usare fascino e sesso come armi (che pazienza…) un utilizzo del sesso non costruttivo ai fini narrativi, ma per il mero gusto di avere un sottotesto scabroso che condisca la storia stessa.

Avete presente le prime stagioni de Il trono di spade, dove ogni scusa era buona per mostrare patane?

Ecco, pur con pochissimi nudi, qui il principio è il medesimo.

La sceneggiatura offre un ribaltamento di fronti così repentino da diventare paradossalmente noiosa: visto che gli schieramenti sono così permeabili in entrata ed uscita da cambiare letteralmente da una scena all’altra, lo spettatore non è spinto ad interessarsi né ad essi (perché troppo mutevoli) né ai suoi interpreti (perché assumono la personalità di marionette tutte uguali ed intercambiabili).

E per un thriller, faticare ad appassionare non è un problema da poco.

L’erotismo di fondo, velato o esplicito, non aggiunge quasi nulla alla trama, poiché il rapporto sessuale non è climax all’interno della relazione tra due personaggi, ma un’ombra costante che li copre quasi soffocandone lo sviluppo narrativo.
Un acufene così continuo che la sua scomparsa non è piacevole surplus, ma liberazione da una scocciatura.

Nel ruolo della protagonista Jennifer Lawrence, di nuovo in collaborazione con il regista suo omonimo dopo la serie Hunger Games, che offre spavaldamente le proprie burrose forme a generose inquadrature del suo corpo.

Come ho già detto il punto di partenza è mal sfruttato, e personalmente se già dalla premessa percepisco un senso di stupidità, difficilmente accetto il patto narrativo che  mi richiederebbe di appassionarmi alla trama.

Sì, è bella, ed il film ce lo comunica in tutti i modi diretti o indiretti possibili.

E quindi?

Joel Edgerton forse ancora traumatizzato da quella boiata Netflix di Bright per ricordarsi come si recita: la sua stazza bovina combinata all’espressività di uno spartitraffico contribuiscono unicamente ad incarnare un fastidioso cosplay del più scialbo Ben Affleck.

Cast di contorno tanto ricco quanto sprecato: Jeremy Irons, Ciarán Hinds, Charlotte Rampling, Joely Richardson e Mary-Louise Parker hanno ruoli così piccoli e poco impattanti che avrebbero potuto risparmiare sui loro cachet per concentrarsi sulla solidità del plot.

Due ore e venti che sono il contrario del petto della Lawrence.

Piatte.

La forma dell’acqua

The foreman over there hates the gang,
The poor people on the farms get it so rough,
Truck drivers drive like the devil,
The policemen they’re acting so tough.
They need water,
Good water,
They need water.

TRAMA: Nel 1963, in un laboratorio governativo ad alta sicurezza nell’America segnata dalla guerra fredda, lavora la solitaria Elisa, muta dalla nascita e intrappolata in un’esistenza di silenzio e isolamento.
La sua vita cambia però in maniera inevitabile quando scopre un esperimento classificato come segreto…

RECENSIONE: Diretto da Guillermo del Toro, celebre per Il labirinto del fauno, Blade II, Hellboy e purtroppo Pacific Rim, La forma dell’acqua è una interessante e delicata love story favolistica con qualche spruzzata sci-fi spionistica che però non ne intacca l’essenza, mantenendo un ottimo focus sui personaggi preferendoli ai meri eventi.

Cosa distingue in particolare la storia dei due protagonisti da quella di un classico romantic-movie?

Beh, semplice.

IL MOSTRO NON È RICCO E LA BELLA NON È BELLA.

Prima che mi aspettiate sotto casa con un grosso bastone come Roosevelt, mi spiego meglio.

Molto spesso si inquadra l’amore, o più in generale i sentimenti, in un’ottica di stratificazione e aggiunta, ossia il legame affettivo tra due persone (e per “legame” non intendo necessariamente quello specificatamente amoroso, può anche essere famigliare o di amicizia) viene arricchito dalle esperienze comuni passate dai soggetti nel corso del tempo e da vari altri fattori più o meno di contorno.

Quindi, se noi prendiamo l’incorporeo concetto di “feeling” mentale e ad esso sommiamo la normale e biologica attrazione fisica, gli interessi condivisi, tutti i piccoli momenti speciali trascorsi insieme, ogni parola detta di sfogo, affetto o stima, il ponte passato al mare lontani da tutti, le vacanze, le serate letto + Netflix, le conversazioni infinite su Whatsapp, andiamo a sommare tantissimi piccoli mattoncini che vanno a edificare una costruzione sentimentale.

Ma è esattamente il contrario.

Il sentimento è sottrazione.

Proprio perché concetto astratto, per individuarlo bisogna considerare la situazione di coppia nel suo complesso ed eliderla di tutte le sovrastrutture.

Escludendo tutti quegli elementi che prima ho citato, ciò che resta costituisce necessariamente il nucleo fondamentale del rapporto, ossia il basilare sentimento sussistente.

Perché, anche volendo, non vi è altro.

Ne La forma dell’acqua, assistiamo al legame tra due organismi che più diversi non potrebbero essere (non hanno in comune nemmeno la specie biologica), ma che riesce a svilupparsi rimanendo estremamente ancorato a quel “feeling” di cui prima parlavo, quella scintilla, quel raggio di sole che entra nella nostra vita quando si conosce qualcuno da cui siamo magneticamente attratti.

Immaginate ciò che avete provato la prima volta che vi siete innamorati di qualcuno. Il battito del cuore che aumenta leggermente, il respiro più accelerato, la generale sensazione di benessere o sollievo quando lo vedete o vi parlate.

Estendetelo per tutta la durata del vostro rapporto.

Fatico a trovare le parole giuste per esprimerlo (e sto scrivendo un articolo, dai che siamo a cavallo), ma questa pellicola traspone su schermo un innamoramento in modo incredibilmente delicato negli strumenti ma altrettanto potente in ciò che veicola: un pettirosso da combattimento che riesce ad essere tutt’altro che fragile o futile, irrompendo nella mente dello spettatore come un rapace inflessibile.

L’acqua diventa un mezzo ricchissimo di molti significati: dall’ovvia fonte di vita, alla metafora per la multiformità cangiante dell’amore, all’habitat a cui apparteniamo e in cui aneliamo essere lasciati, l’acca-due-o scorre per le circa due ore di durata della pellicola assumendo connotazioni diverse ma sempre azzeccate nei modi.

Dalla pioggia salvifica al confinamento del prigioniero in una cisterna o nella piscina artificiale, dall’oceano come enorme massa insondabile alla vasca da bagno in cui ci lasciamo andare ad una liberatoria masturbazione, il liquido è parte integrante del film come dell’esistenza stessa.

Il tutto viene espresso mediante un linguaggio che non è un linguaggio, balzando dalle differenze relative alla diversificazione dello stesso (la Guerra Fredda con la partita a scacchi bellico-scientifico-tattica tra statunitensi e sovietici) ed approdando anche in questo caso alla fondamentalità più basilare, quella lingua dei segni in cui i “segni” non sono solamente quelli di mani e braccia ma anche i piccoli gesti di gentilezza o di avvicinamento all’altro che dimostrano l’Umanità dell’umano ma anche del non umano.

Ottimo tutto il cast, a cominciare ovviamente dalla straordinaria Sally Hawkins come donna “incompleta”, non solo nell’handicap che la caratterizza ma anche affettivamente, anima sola con il desiderio di aiutare un altro spirito affine al suo.

Vederla tentare di esprimere emozioni così strabordanti ed imponenti utilizzando convulsamente solo le mani la fa sembrare quasi un vulcano in attesa di eruzione, un’entità castrata della manifestazione esterna del suo interno.

Ottimo anche Michael Shannon come oscura ed implacabile mano del governo e strumento della potenza militare, uomo tutto d’un pezzo nella sua ottusa volontà di supremazia e indefesso nel perseguire gli obiettivi.

Altra ottima prova per l’attore natìo del Kentucky, che personalmente apprezzo moltissimo in ogni cosa che fa.

Ok, quasi in ogni cosa.

La forma dell’acqua si afferma come opera d’amore intensa e non banale, dotata di un particolare spirito e di una delicatezza intrinseca rara se confrontata alla tendenza banalizzante del suo genere di appartenenza.

Assolutamente consigliato.

Cinquanta sfumature di rosso

Cinquanta sfumature di grigio: 571 milioni di dollari incassati nel mondo.

Cinquanta sfumature di nero: 381 milioni di dollari incassati nel mondo

TRAMA: Christian e Anastasia sono convolati a nozze. La loro felicità viene messa in pericolo da Jack Hyde, che vuole vendicarsi per essere stato licenziato, e da Elena, che intende mettere i bastoni fra le ruote alla coppia.

RECENSIONE: Io ho un problema con questa serie di film.

Se “film” li si può definire.

Il mio cruccio è che questa sega saga oltre a, per usare un termine prettamente tecnico, fare schifo alla minchia è costituita da tre episodi concettualmente identici.

Nel senso che i difetti ivi presenti sono i medesimi, ed io, da bravo coglione quale sono, la recensione accurata ed esplicativa me la sono bruciata subito con il primo.

Quindi dopo uno scritto sul secondo in stile “passi per l’accettazione mentale”, il mio articolo sul terzo sarebbe stata una mera ripetizione di concetti già affermati in precedenza, confermando né più né meno quanto già espresso.
Siccome repetita iuvant sed stufant, oltre a proporvi le due recensioni già vergate mi limiterò ora ad illustrare per sommi capi la triade nel suo complesso.

Recensione Cinquanta sfumature di grigio.

Recensione Cinquanta sfumature di nero.

Cinquanta sfumature, giudicata nella sua totalità, è un tifone monsonico di merda, uno tsunami di vomito che abbatte ogni umana resistenza mentale con inarrestabili ondate e ondate di rigurgito gastroesofageo pestilenziale, una cascata Vittoria di feci equine inarrestabili, un Giove Pluvio di guano, una piaga biblica che ok, basta.

Siccome mi sembrerebbe però un po’ sbrigativo chiudere già qui l’articolo, e onde non essere eccessivamente negativo, voglio ora consigliarvi qualche opera appartenente ad altre arti, che in caso amiate questa sequela di inenarrabili puttanate serie cinematografica, molto probabilmente apprezzerete.

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LETTERATURA

Come non citare gli Harmony: rimarrete probabilmente stupefatti dalla straordinaria pletora di primari di chirurgia trentacinquenni alti, palestrati, biondi, con gli occhi cerulei e single, così come dalla miriade di lord sette-ottocenteschi agiati, progressisti e ovviamente scapoli.

Romanzi che imbarazzerebbero Stephenie Meyer mai banali, trame sempre imbecilli avvincenti, personaggi improbabili come come le lauree di Oscar Giannino dall’eccellente sviluppo introspettivo, per una lettura sicuramente di raro spessore emotivo ed intellettuale.

MUSICA

T’appartengo, di Ambra Angiolini.

Legato indissolubilmente ai saldi di fine estate legami all’interno di una coppia, T’appartengo vede al suo interno lyrics memorabili quali “T’appartengo ed io ci tengo / E se prometto poi mantengo / M’appartieni e se ci tieni / Tu prometti e poi mantieni / Prometto, prometti” che ben sottolineano la potenza degli impegni presi nei confronti di un’altra persona.

Mirabile anche l’uso delle onomatopee e dell’accomunare il sentimento a un’arma (“Perché un amore col silenziatore / Ti spara al cuore e pum! / Tu sei caduto giù”) ed il celeberrimo ritornello grondante metafore (“Ti giuro amore un amore eterno / Se non è amore me ne andrò all’inferno / Ma quando ci sorprenderà l’inverno / Questo amore sarà già un incendio”).

Beccatevi questa, Pink Floyd!

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POESIA

Gabriele Dotti Francesco Sole.

A prima vista questa operazione commerciale potrebbe sembrare l’ennesimo veicolo di promozione per un fenomeno del web creato a tavolino e perpetrato tramite una semplice raccolta di aforismi famosi tratti direttamente dalle più squallide pagine Tumblr.
Infatti lo è La sua bibliografia si rivela in realtà una summa di banalità buoniste, stucchevoli e pure populiste dell’amore in ogni sua declinazione nota e non.

Con un ordine di raccolta alla cazzo di cane peggio della colonna sonora di Suicide Squad di raro acume editoriale, Giulio Rapetti in arte Mogol ingloba pensieri e parole basati prevalentemente sul sentimento dei sentimenti, non avendo timore di amalgamarlo con la modernità della vita di tutti i giorni.

Citandone solo un paio tra tutte perché altrimenti mi verrebbe la psoriasi sarei ripetitivo, “Non riesco a dimenticarmi di aprire Instagram per guardare se oggi in una foto che hai caricato il filtro era più amaro del solito” oppure “dicono che fidarsi è bene ma screenshottare è meglio”.

Ed è a questo punto che Pascoli ed Ungaretti escono dalle loro tombe per mangiarci il cervello come zombie di Romero possono solo genuflettersi innanzi al loro erede Prescelto.

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GIORNALISMO

Pietra miliare della lunga tradizione giornalistica italiana è sicuramente il Cioè, rivista settimanale nata nel 1980.

Lettura imprescindibile per chi voglia rimanere sempre aggiornato su politica internazionale, economia e società, il Cioè spicca anche come antesignano del Time nel raffigurare in copertina i personaggi più importanti del nostro tempo.

Per chi voglia stare sempre sul pezzo, comprendendo l’importanza dei temi di attualità che stimolano il dibattito di studiosi e non.

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FOTOGRAFIA

La società del benessere ha sicuramente contribuito a rendere quest’arte maggiormente democratica ed alla portata di tutti.
Accade spesso, infatti, di conoscere persone che per diletto si appassionino alla fotografia, grazie anche alle molteplici opportunità che il mercato delle apparecchiature consente, con tanti livelli di mezzi in base alle differenti possibilità di spesa.

Ciò che sicuramente ha portato a svilire la fotografia a mera perdita di tempo per borghesi annoiati elevare la fotografia come più limpida delle arti è Instagram.

Grazie a questo social network infatti, ognuno di noi può trovarsi di fronte ad immagini raffiguranti gatti, cibo e zoccole i soggetti più disparati.

Pregevole utilizzo è in particolare quello relativo alla figura umana, in cui si assiste alla totale padronanza dell’uomo sul prodotto artistico, della persona sul mezzo.
Che coloro in possesso di un bel seno si riempiano di decine e decine fotografie dall’alto per evidenziare la scollatura mentre chi sia dotata di terga stagne ami venire immortalata di spalle è segno di sfrenato e preoccupante narcisismo tipico di una società occidentale basata sull’immagine una capacità non comune nel vedere l’Arte nella grezza carne, come Michelangelo riusciva a scorgere meravigliose sculture nascoste negli imponenti blocchi di marmo su cui lavorava.

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Sperando di aver reso servizio gradito ed aver ampliato al contempo il vostro background culturale, vi lascio con l’opera di uno dei più grandi cantautori italiani, amato soprattutto per l’ermetismo dei suoi testi e l’esotismo delle musiche.

No, non sto parlando di Battiato.

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