L'amichevole cinefilo di quartiere

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Sotto il sole di Riccione


Avrei preferito Sotto le nubi di Forlì-Cesena.

TRAMA: Mentre si trovano a passare le vacanze sulle spiagge di Riccione, alcuni ragazzi fanno amicizia tra loro e si aiutano a vicenda a gestire le relazioni romantiche e le cotte estive.

RECENSIONE:

«Come può uno scoglio arginare il mare?» si chiedeva Lucio Battisti.

«Come può un film basato su un soggetto di Enrico Vanzina e contenente Riccione, dei ventenni italiani, Andrea Roncato e l’ex Thegiornalisti Tommaso Paradiso NON essere orrido come le terga di un mulo?» si chiede Serenate Cinematografiche.

Iniziando Sotto il sole di Riccione con sguardo disincantato tipico dell’alcolizzato lupo di cinema i cui nervi hanno affrontato ben più di una tempesta, mi sono ben presto trovato di fronte ad una porcata invereconda: un’accozzaglia di vaccate senza soluzione di continuità che, come pasdaran in lotta contro le ingerenze straniere, hanno da subito attentato alla salvezza delle mie sinapsi e alla mia padronanza della tabellina del sei.

Ma mentre assistevo all’ennesima boomerata di quel settantenne di Vanzina che crede di conoscere i g-g-giovani pur distanziandosene per due generazioni abbondanti, improvvisamente, novello San Paolo sulla via di Damasco, sono stato folgorato.

Io ho capito.

IO HO COMPRESO.

La mia mente ha raggiunto un nuovo stadio di conoscenza: un livello superiore a quello in cui stagnava, gretta e infima, sino a pochi minuti prima, e che mi ha reso uno spettatore nuovo.

Un UOMO nuovo.

Questo film non è una commedia adolescenziale.

No.

Sotto il sole di Riccione è una DISTOPIA FANTASCIENTIFICA.

Un’opera che acquisisce senso logico NON se confrontata con la greve realtà quotidiana che ci circonda ogni singolo giorno della nostra permanenza terrena su questo mondo, ma assumendo in via assiomatica che le grandi Leggi che ne regolano il moto universale funzionino all’interno del suo microcosmo, e lì soltanto.

Rendersi perciò conto di avere innanzi alle fosche pupille una sorta di urban fantasy in cui avviene l’impossibile.

In cui capita l’inconcepibile.

In cui accade l’inusitato.

La regia di questo Mad Max allo squacquerone ritengo non ironicamente sia una delle più simili ad una pubblicità di una compagnia telefonica a cui abbia mai assistito relativamente ad un film in vita mia.
In alcuni frangenti quasi mi sarei aspettato la comparsa messianica di un Fiorello o di un Giorgio Panariello qualsiasi con una loro gag indecente, unita alla funambolica apparizione di scritte in sovrimpressione che mi illustrino quanti giga mensili di porno e Candy Crush io abbia a disposizione, tanto essa sia marchettara, televisiva e poco ispirata.

Non che si pretenda la visione neorealista di Rossellini da parte di due orette di pretesto per mostrare belle figotte lordotiche in costume, maschi allupati e la rena della riviera romagnola, ma almeno il tentativo, in spregio ai culi ed ai limiti intellettivi dell’operatore, di girare la pellicola utilizzando entrambe le mani imposte sulla telecamera lo darei per tassativo.

Nonostante mi sia stato insegnato che sia cattiva educazione parlare degli assenti, è mio dovere morale descrivere inoltre la sceneggiatura, partendo per motivi di semplicità dalla caratterizzazione dei personaggi.

Nella realtà alternativa in cui la penelopea matassa di Sotto il sole di Riccione si dipana, popolata da figure che evidentemente non apprezzano così tanto l’odore delle case dei vecchi quanto l’altra opzione nella citazione de La grande bellezza, entrambi i sessi subiscono una esplorazione caratteriale dalla machiavellica complessità esplicativa:

– I ragazzi sono tutti, nessuno escluso, dei completi idioti con il quoziente intellettivo di una pianta di origano.

– Le ragazze sono tutte, nessuna esclusa, A) delle irrecuperabili ninfomani la cui fissazione di scopare supera di slancio quella di un cinepanettoniano Christian De Sica a caso, oppure B) degli insostenibili pali nel culo da prendere a testate ogniqualvolta parlino.

Sommando le due metà del cielo, si ha quindi uno sviluppo introspettivo basato su ben TRE caratterizzazioni.

Per tipo… quindici personaggi parlanti.

Non è meraviglioso tutto ciò?

Ho apprezzato in particolar modo che l’unico stronzo rappresentato volutamente come di scarso intelletto, ossia il cannaiolo fattone nullafacente, sia per inverso la Voce della Ragione del film.

Tra una vagonata di “bro” o “fra”, che a mio parere personale si è autorizzati ad usare come appellativi solo se si è un rapper della Detroit anni ’80/’90 (periodo nel quale gli esponenti di tale genere musicale avevano il buon gusto di spararsi a vicenda), i dialoghi si posizionano be al di là della sfera del cringe; con delle costruzioni sintattiche la cui povertà mi ha fatto accapponare i capelli ed un irrealismo francamente imbarazzante nelle battute, Sotto il sole di Riccione si svolge in un universo parallelo nel quale i post-adolescenti della generazione Z parlano come i loro coetanei del Ventennio.

Ironico inoltre che i personaggi “senior” di Andrea Roncato, Isabella Ferrari e quel bel bisteccone di Luca Ward, pur rientrando anagraficamente nel target del soggettista (Vanzine, tu quoque), siano scritti ancora più con il culo rispetto ai giovani.
Ancora più irrealistici.
Ancora più bidimensionali.
Ancora più deficienti.

E ce ne vuole.

La colonna sonora, invece, è come quella di Bohemian Rhapsody ma con i Thegiornalisti al posto dei Queen, cosa che mi permette di non sforzarmi a trovare battute sympa perché talvolta la vis comica si può scovare già perfetta dalla semplice realtà fattuale.
Peggio di così, che gli vuoi dire?

Che poi, tutto ‘sto Riccione, ‘sto mare, ‘sta riviera e la soundtrack è di un gruppo romano?

Non potevano scegliere qualcosa di più regionalmente appropriato?

Tipo, che so, Raoul Casadei?

Cazzo, se in un film per e con adolescenti avessero messo del liscio a manetta, questo Matrix al Sangiovese sarebbe stato il capolavoro definitivo.

Per concludere, un paio di sequenze cult:

– Andrea Roncato che a Riccione si mangia una piadina, immagine che ha fatto esplodere il romagnometro.

– La scena di seduzione più da bollino verde nella storia del cinema, in cui una delle già menzionate fanciulle “cazzo o cazzotti” tenta di provocare un maschietto diversamente cerebrale spogliandosi di fronte a lui fino a rimanere in bikini, ossia mostrandogli l’esatta porzione di corpo che gli sbatte in faccia tutti i giorni in spiaggia.

Sotto il sole di Riccione: grazie, Netflix.

Bella troiata.

Searching


Who are you?

Who, who, who, who?

TRAMA: La figlia di David, la sedicenne Margot, scompare all’improvviso. Le indagini della polizia non portano a nulla, l’uomo decide quindi di seguire le tracce digitali lasciate dalla ragazza.

RECENSIONE:

Girato interamente dal punto di vista degli smartphone e dei computer, Searching è un esempio interessante e ben riuscito di come il fattore meramente tecnologico della nostra esistenza possa andarsi a fondere con l’elemento cinematografico per creare una piacevole amalgama.

La scomparsa di una sedicenne e la sua disperata ricerca da parte del padre diventa una leva di Archimede per mostrare quanto la cerchia di contatti che la maggior parte di noi ha creato in quello sconfinato mondo che è la rete offra una vastità infinita di possibilità creative quanto anche di vuotezza effimera.

Il costante utilizzo dei dispositivi elettronici, quel “black mirror” le cui distopiche devianze hanno fatto le fortune di Charlie Brooker, permette al film di costruire un interessante percorso di esposizione narrativa in cui ogni schermo è un’artificiale mollica di pane che il Pollicino Aneesh Chaganty (regista classe 1991, tenetelo d’occhio) dissemina lungo il percorso per accompagnare lo spettatore alla verità.

“Amici” su Facebook di cui non conosciamo nemmeno il volto, spettatori dei nostri video di cui ignoriamo l’identità, testimoni di una fetta più o meno grande della nostra vita che decidiamo coscientemente o meno di offrire in pasto ad un pubblico di cui fatichiamo a concepire l’estensione… ogni individuo con cui entriamo in contatto potrebbe essere ben diverso da come la sua identità sulla rete ci appaia.

Il confine tra realtà ed apparenza diventa perciò una nebbia sfumata, in cui ciò che siamo e ciò che mostriamo al web talvolta non costituiscono nemmeno i lati della stessa medaglia, ma radicalmente un castello di carte inventato dalla nostra psiche per fornirci svago, rifugio o scudo contro la concretezza del mondo esterno.

E quindi la ricerca della verità e della giustizia si fa percorso tumultuoso come un torrente montano, poiché il viaggio è pregno di vicoli ciechi, di punti morti, di false piste, e solo un padre ardimentoso e determinato può trovare la forza morale di perseguire un tragitto che probabilmente lo porterà a risvolti amari.

Chaganty è architetto di sentimenti contrastanti, tra l’ansia, la speranza, la rabbia e il dubbio, sapendo gestire come un ben più navigato direttore d’orchestra la variegata gamma di media a sua (e nostra) disposizione.

Prova solida dello statunitense di origini sudcoreane John Cho, che dopo anni nella commedia (con partecipazioni a serie come American Pie e Harold & Kumar) e un ruolo brillante nei recenti Star Trek dimostra di avere qualche buona carta da giocare anche al tavolo del dramma.

Consigliata la visione al computer, per aumentare l’immersività della trama.

Diamanti grezzi


Diamonds are a jew’s best friend.

TRAMA: Un gioielliere fa una scommessa che potrebbe procurargli una grossa fortuna. L’uomo deve riuscire a conciliare gli affari, la famiglia e i suoi avversari in un gioco di equilibri precari che potrebbe costargli caro.

RECENSIONE:

MI È PIACIUTO UN FILM CON QUELL’INSOPPORTABILE TESTA DI CAZZO DI ADAM SANDLER.

Fino a ieri ero seriamente convinto che l’inferno si sarebbe ghiacciato prima, ed invece, diretto dai fratelli Safdie, Happy Gilmore caccia fuori una performance sugli scudi ed intelligentemente gestita.

Nei panni di un commerciante di gioielli amante delle donne facili e delle scommesse difficili, il comico newyorchese offre infatti al pubblico una prova convincente e di estrema maturità interpretativa, ben distante dalle commedie scatologiche affossate da un deplorevole spirito peterpanesco a cui troppo spesso ci ha abituati.

Diamanti grezzi è l’elegia di un perdente: un uomo che, non pago di essere in balia di eventi negativi che affliggono la sua esistenza come fenomeni atmosferici ineluttabili, è egli stesso concausa degli stessi.
Scegliendo di optare costantemente per l’alternativa sbagliata, Howard Ratner non contribuisce infatti a quell’equilibrio karmico e cosmologico che potrebbe fruttargli una goccia di buona sorte in un tempestoso oceano di perigli, accrescendo invece il volume dei suoi affanni come chi sparge benzina su un fuoco la cui propagazione è divenuta già preoccupante.

Una vicenda così grottesca che risulterebbe tragicomica, se non ci fosse in ballo la vita di un peccatore che è in cerca di redenzione solo se essa faccia parte del disegno di una sua personale chiesa edonista: preferendo le scommesse al saldo dei debiti, gli affari poco puliti ad un commercio rispettabile e una giovane fica calda al conforto della sua famiglia, Ratner è inconsapevole esempio negativo che oscura come cumulonembo la vallata del suo sincero impegno nel miglioramento delle sue condizioni.

Diamanti grezzi è un film corposo ed intricato, in cui i passaggi di mano in mano di pietre preziose, orologi e denaro sono leitmotiv nella raffigurazione di uno scorcio sociale avido ed insaziabile.
Un cerbero tricefalo che inghiotte ogni buona azione, commercio e rapporto sociale defecandolo in squallore etico e umano.

Un’opera probabilmente non di immediato appeal nella sua torbida e affannosa composizione narrativa, ma che permette allo spettatore di empatizzare con Ratner (non lasciando né all’uno né all’altro un attimo di tregua dagli eventi narrati) e che sicuramente centra il bersaglio nel presentare una storia avvincente e ben congegnata.

Ruolo secondario ma nemmeno troppo per il cestista Kevin Garnett, all’epoca in cui si svolge la storia (2012) stella dei Boston Celtics e recentemente nominato per la NBA Hall of Fame.

Consigliato.

Mandy


Oh, Mandy

Well, you came
And you gave without taking
But I sent you away
Oh, Mandy
Well, you kissed me
And stopped me from shaking
And I need you today
Oh, Mandy

TRAMA: Nel 1983 un taglialegna e la sua compagna conducono un’esistenza tranquilla e isolata.
Tuttavia, la loro vita idilliaca viene improvvisamente distrutta quando il sadico leader di un culto rapisce la donna assieme al suo gruppo di demoni motociclisti, scatenando la furia vendicatrice dell’uomo.

RECENSIONE:

Nicolas Cage che per vendicarsi dell’uccisione della propria moglie da parte di una setta di hippy religiosi tossicomani, aiutati da una gang di motociclisti cenobiti, intraprende una carneficina armato di balestra e di un’ascia fatta interamente d’acciaio.

Detta così la trama, sembrerebbe una delle solite puttanate galattiche a cui ci ha abituato il nipote di Francis Ford Coppola.

E invece questo Mandy, diretto da Panos Cosmatos (figlio di quel George Cosmatos di Rambo 2 e Cobra con Stallone), si rivela una chicca molto più accurata e complessa di quanto la sua realizzazione pratica (poche lire e si vede) potrebbe suggerire.

Impreziosito infatti da una fotografia di rara potenza visiva ed espressiva, in cui i colori brillanti spiccano come fiammate di tempera in una notte tanto oscura quanto piena di terrori, la pellicola è un viaggio lisergico ed irrazionale negli abissi dell’istintualità umana.

Un percorso doloroso nel corpo e nella mente da parte di un uomo che ha visto togliersi il bene più prezioso, l’amata, e che abbandona progressivamente la sua individualità per immergere il capo nella fonte battesimale della vendetta, e rinascervi strumento portatore di morte.

Rappresentando una violenza talvolta esagerata ma sempre in funzione di un sorprendente intrattenimento e di un’impostazione palesemente sopra le righe, Cosmatos costruisce un film heavy metal, che ignora volutamente i desideri di una massa appiattita da prodotti melodici da stadio ideati a suo uso e consumo, per proporre invece una serie di tracce quasi fastidiose nella loro fierezza.

Un album hardcore in cui perfino il nome della band è raffigurato da un logo incomprensibile e che vede il più bolso ed improbabile dei vocalist ritrovare i fasti dei tempi che furono per adornare la sua cintura di una tacca valevole di lustro.

Nicolas Cage, perfettamente a suo agio potendo incanalare la propria recitazione esageratamente fuori dagli schemi in un’opera che di base non ne possiede nessuno, offre probabilmente una delle prove migliori della carriera.

Menzione speciale per Linus Roache, che nei panni del leader della setta, un ex cantante che ha scoperto Gesù traviandone però pesantemente il messaggio, offre una performance di notevole complessità interiore.

Consigliato se la testa non vi serve solo per reggere gli shatush.

Il buco


«Sii gentile con le persone che incontri salendo, perché sono le stesse che incontrerai scendendo».

Jimmy Durante (1893 – 1980), pianista e attore statunitense.

TRAMA: Un edificio si sviluppa sottoterra suddiviso in piani. Ogni livello è una stanza con due compagni di cella che ogni mese vengono spostati insieme, se entrambi sopravvissuti, e in maniera casuale, da un livello all’altro.
Una piattaforma scende in verticale attraverso il “buco”, una gigantesca apertura al centro dell’edificio, e le persone ai piani inferiori hanno la possibilità di mangiare, entro pochi minuti, gli avanzi di chi sta al piano superiore.

RECENSIONE:

In questo periodo di chiusura dei cinema (che da amante del grande schermo ci tengo a sottolineare però essere l’ultimo degli attuali problemi), con relativa posticipazione di tutte le uscite previste nelle sale, perché non approfittare del catalogo di Netflix per gustarsi uno dei prodotti di cui si è aggiudicata la distribuzione?

Beh, perché fanno tutti schifissimo.

Quasi tutti.

È stata infatti una piccola sorpresa in positivo questo Il buco, film spagnolo dell’anno scorso diretto da Galder Gaztelu-Urrutia (adoro i nomi baschi, così simili a quelli di Guerre Stellari…): un thriller/horror dal budget non altissimo, ma che riesce ad intrattenere per un’oretta e mezza senza l’infamia di alcuni colleghi ben più blasonati.

silence scena

Un po’ The Cube per la sua atmosfera da prigione claustrofobica, un po’ Snowpiercer per la sua distopia ambientata interamente all’interno di un luogo chiuso (là un treno, qui un palazzo), El hoyo è un’opera che brilla soprattutto per una ricchezza contenutistica e metaforica sproporzionatamente corposa rispetto alla sua ridotta estensione temporale.

La pellicola è infatti pregna di molte tematiche sociali ad ampio respiro che possono essere trasposte dalla trama specifica del film per estenderle alla collettività, mostrando una maturità narrativa sicuramente piacevole e, cosa più importante, intellettualmente stimolante.

Il primo elemento portante dell’opera, il primo macro-tema, se vogliamo, è sicuramente la fame.

Essa è insieme alla riproduzione uno dei due istinti animali principali: ciò che porta l’individuo alla sussistenza e che consente ad una specie di preservarsi nel regno naturale.
L’uomo come animale sociale, indottrinato di convenzioni e sovrastrutture che imbrigliano il suo animo per la prosperità di una civile convivenza, vede i propri argini mentali brutalmente divelti quando risulta impellente la necessità di nutrirsi.

La fossa è perciò una spinta per regolamentare se stessi, imbrigliando i propri istinti alimentari (e non) verso una solidarietà di gruppo che diventa estremamente difficile proprio per via dell’irrazionalità umana.

Il palazzo diventa centro verticale di autogestione, in cui l’obiettivo ultimo consiste nel costringere le persone all’attuazione di un comunismo salomonico coatto.
La distinzione tra i livelli è unidirezionale perché segue la gravità: l’uomo costruisce uno spazio (artificiale, quindi) che viene però piegato dalla indissolubile processione di un elemento naturale: l’attrazione che i corpi della superficie terrestre hanno verso il proprio centro.

La tromba centrale della struttura, colonna di vacua nullità che percorre i piani dell’edificio nell’area più interna, è metafora del gelido vuoto sociale che permea le differenze tra le varie classi, divise a causa della mancanza di comunicazione, fisica o emotiva, tra i vari livelli.

L’edificio è un posto non adatto a leggere libri, poiché la fragile razionalità della mente è destinata al giogo dell’istinto carnale: la negoziazione, ossia l’arte tipicamente umana di risolvere i problemi mediante la dialettica (e quindi senza ricorrere alla forza bruta del regno naturale) è di utilità nulla rispetto invece alle ben più grevi ma pressanti minacce, e la carità religiosa viene sovrastata dal un principio istintuale di mors tua vita mea che tramuta eventuali alleanze in un enorme pericolo di subitaneo tradimento.

Nel cast buona prova del protagonista Iván Massagué dall’espressione dolente e stanca; un uomo che tenta di adattarsi darwinianamente all’ambiente che lo circonda, tentando di sopravvivergli senza farsene schiacciare.

Ottimo l’anziano Zorion Eguileor nelle vesti di un simil-mentore che indirizza in vari modi il protagonista ad un cambiamento salvifico per se stesso e per gli sfortunati prigionieri che come lui rischiano la vita in una prigione dal tagliente spirito aggressivo.

Consigliato.  

Her & Him


Tu sei cattivo con me

Perché ti svegli alle tre
Per guardare quei film
Un po’ porno.

TRAMA: Utilizzando il cellulare della propria compagna, un uomo scopre che la ragazza ha cercato su internet “come uccidere il proprio fidanzato e farla franca”.

RECENSIONE:

Con la chiusura delle sale a causa del coronavirus, avevo due alternative per soddisfare il mio pantagruelico desiderio di cinema:

– Recuperare un grande classico già visto e scriverci un articolo, arricchendo in questo modo il parco titoli trattati dal mio blog con una delle tante opere maiuscole della Settima Arte.

– Approfittare bassamente del servizio Premium reso gratuito da Pornhub per l’utenza italiana e togliermi uno sfizio che nutrivo da parecchio tempo: recensire un porno.

Ok, Viale del tramonto ce l’abbiamo da settant’anni, vuoi non averlo per altri settanta?

Cortometraggio della durata di trenta minuti prodotto da Pornhub e diretto da Bella Thorne, ex stellina scuola Disney Channel e passata al Lato Oscuro del parental control, Her & Him è una breve discesa nel delirio paranoide di una relazione erotica.

Tipo David Lynch, però coi fazzoletti in mano.

In un’abbondanza di immagini castranti e pseudo-femministe dell’ultima ora (come il ginocchio di lei spesso premuto contro l’inguine di lui, un continuo ribaltamento del ruolo di potere nell’atto sessuale, la donna che brandisce un coltello ad evidente simbolo fallico contro un maschio debole e incapace di soddisfarla), pur considerando il genere di appartenenza l’assenza di una vera e propria trama si fa purtroppo negativamente sentire, non permettendo alla pellicola di offrire uno spettacolo artisticamente soddisfacente.

Ebbene sì: se nella realizzazione di un’opera pornografica si mira semplicemente alla masturbazione del pubblico, Infermiere ninfomani nella clinica dei superdotati potrebbe essere un’idea vincente, ma se l’obiettivo è il “porno chic”, la trama ce la devi mettere.

Oltre alla carenza di elemento narrativo, è inoltre sicuramente deficitaria nel corto la mano registica visibilmente (e comprensibilmente) inesperta della Thorne, la quale non riesce a separarsi da un immotivato feticismo per i primissimi piani che rende se possibile ancora più claustrofobica un’ambientazione interna basata su un monolocale stanza + bagno.

La costruzione scenografica, per quanto ovviamente legata al tema di inquietudine e incertezza che permea l’opera è mal organizzata, poiché non va tanto ad enfatizzare il disagio del protagonista nei confronti della compagna ma solo ad esasperare il fastidio ottico dello spettatore, il cui sguardo sembra letteralmente sbattere nei bordi delle inquadrature.

Non basta una ripetuta scelta di split screen e di artifici visivi che vadano a rimarcare quasi ossessivamente il celeberrimo rapporto eros/thanatos per soprassedere a come i due elementi della coppia siano vacue entità senza forma e costrutto, incapaci di rappresentare efficacemente elementi così importanti nella narrativa. 

L’elemento prettamente pornografico non risulta nemmeno così estremizzato, proponendo un atto sessuale dalle dinamiche piuttosto standard per il genere (che suppongo non sia necessario spiegare), di cui se non altro è positivo il non fossilizzarsi sui genitali dei protagonisti mantenendo invece una scelta visiva che sfocia sì oltre l’erotico ma meno di quanto si sarebbe potuta calcare la mano.

Nonostante queste mancanze, l’esperimento di un porno “autoriale” o comunque rivestito da tecnicismi artistici che non lo rendano mero oggetto ad uso e consumo della masturbazione avrebbe anche potuto funzionare, a patto però che, oltre a solida regia e trama coerente, qui assenti, a darvi incarnazione fossero stati due attori “veri” (o per meglio dire… ehm… più “interpretativi” che fisici) invece delle pornostar qui presenti.

Nella coppia sicuramente meglio Abella Danger, grazie soprattutto ad un ruolo più interessante e sfaccettato rispetto a quello del partner.

La pornostar originaria della Florida non è ovviamente in grado di proporre al pubblico tutta la vasta gamma di sfaccettature psicologiche che dovrebbero far parte del sottobosco introspettivo del suo personaggio (e non gliene faccio nemmeno una colpa: il suo lavoro di fronte alla telecamera è succhiare cazzi, non declamare da Ofelia), ma se non altro possiede una varietà espressiva e recitativa non comune nelle sue colleghe.

Trovare un’immagine dove fosse vestita è stato più complesso del previsto.

Il suo compare Small Hands (all’anagrafe Aaron Thompson, complimenti per il nome d’arte) rimane invece piuttosto imballato in un ruolo da occhioni spauriti alla Frodo Baggins, alle prese con un anello triangolare di pelo che intorbidisce i suoi pensieri e lo rende a livello di un pupazzo nelle mani di una pericolosa marionettista.

Promemoria per me: aggiungere al curriculum “Ho inserito due riferimenti a Il signore degli anelli nella recensione di un porno”.

Per quanto l’elemento maschile sia volutamente posto in un piano di sottomissione e timore per l’imprevedibilità aggressiva della compagna (fattore che come già detto va ad incanalarsi sui binari del ribaltamento di quelli che sono ruoli classici), il ragazzone è troppo sotto ritmo quando una parte del suo corpo non sia all’interno della compagna.


Her & Him è un prodotto che, pur meritandosi magari una visione giusto per capire di che tipo di cortometraggio si tratti, non presenta purtroppo né una fisicità erotica che lo renda un porno apprezzabile, né un valore artistico tale da caratterizzarlo come prodotto qualitativamente pregevole.

Progetto sicuramente ambizioso e dotato di qualche buona idea di partenza, che però non servono a molto se rimangono nella testa degli autori.

Preferisco le infermiere.

Fantasy Island


TRAMA:
Mr. Roarke riesce a far avverare i sogni dei suoi fortunati ospiti in un lussuoso, quanto remoto, villaggio vacanze tropicale.

Ma quando le fantasie diventano incubi, gli ospiti dovranno risolvere il mistero dell’isola per fuggire e mettere in salvo le loro vite.

CONSIDERAZIONI SPARSE:

  • Chi abbia autorizzato la trasformazione della serie tv per famiglie “Fantasilandia” in uno scadente horror mezzo avventura è affetto da deficit mentali importanti;

  • Capisco che Michael Peña non sia propriamente entusiasta nel far parte di questo film (e come dargli torto), ma passare un’ora e mezza con il brio recitativo di un trofeo di caccia impagliato mi sembra poco rispettoso nei confronti del pubblico.
    Te non hai voglia di farlo? PENSA QUANTA NE HO IO DI VEDERLO!

  • I personaggi sono da fucilazione a seguito di un processo sommario: stupidi, irritanti, urlanti imbecilli il cui quoziente intellettivo dubito superi quello dei crostacei.
    Difficile empatizzare con individui che ti auguri crepino orribilmente;

  • Vinci un viaggio premio su un’isola nella quale ti viene fatto esplicitamente capire che puoi realizzarci ogni tuo sogno.
    Bene, le fantasie dei personaggi sono:
    1) Vendicarsi della bulla che ti tormentava a scuola (ok).
    2) Rivivere la notte in cui il tuo ex moroso ti ha chiesto di sposarlo per accettare invece di rifiutarlo (ok).
    3) Dimostrare il proprio valore in guerra come il padre eroe soldato (ok).
    4) ESSERE PROTAGONISTI DI UNA FESTA COCA E PUTTANE (???)
    Ora, comprendo che le fantasie siano estremamente soggettive, però minchia, qualcosa di un po’ più elaborato no?

  • Questo film contiene due colpi di scena: il primo si capisce cinque minuti (e dico CINQUE) dopo i titoli di testa, il secondo è una boiata galattica;

  • Un quattordicenne alle prese con Madison Ivy durerebbe comunque più di Michael Rooker in questo film;

  • Una delle attrici, di cui mi rifiuto di imparare il nome per partito preso, è stata anche protagonista di Obbligo o verità, pellicola che mi ha fatto rivalutare l’osservazione diretta per un’ora e mezza del sole;

  • Paura e delirio a Las Vegas montato come Memento avrebbe comunque più senso logico della motivazione dell’antagonista;

  • Fantasy Island è orrido come il sedere di un mulo;

  • Averlo visto mi rende un mentecatto.

Cats


Oh-oh-oh-oddio che film di merda.

TRAMA: La storia dei gatti della tribù Jellicle, un gruppo eterogeneo formato da felini dai caratteri più diversi.
Tratto dal musical in due atti del 1981 composto da Andrew Lloyd Webber.

RECENSIONE:

Un tempo non amavo molto i gatti, ma ho cambiato idea dopo che la mia famiglia ne ha preso uno, poco meno di un anno fa.

Mi piace il mio gatto.

Sono contento di avere un gatto.




Questo film, incentrato sui gatti, mi ha fatto venire voglia di cavarmi gli occhi con un cacciavite arrugginito.

Questa versione filmica del celebre musical Cats è la peggior cosa capitata ai gatti dopo Vicenza: un’Epifania dell’orrido, che oltre a provocarmi convulsioni dal disgusto e farmi dubitare che il genere umano meriti una qualsiasi forma di redenzione per i propri peccati terreni, costituisce anche una delle pellicole più brutte che io abbia visto in vita mia.

E non voglio nemmeno lontanamente pensare a quale sia la concorrenza per entrare nella mia personale classifica mentale.

In questo film non ho trovato un singolo elemento che possa risultare vagamente passabile: per quanto le canzoni siano in gran parte anche orecchiabili e abbiano raggiunto una discreta fama grazie ai passaggi a Broadway dell’opera di appartenenza, la scelta di trasporre i personaggi in CGI rasenta il demenziale.

Avendo optato infatti per una rappresentazione simil-umanoide (riprendendo appunto la resa teatrale), la scelta di figurarli “nudi” o ancora peggio con pellicce che non si comprende bene se facciano parte del loro corpo o siano solo indumenti fa scemare già a primo impatto tutta l’interessante particolarità di persone in costume animalesco, rendendo invece i gatti di Jellicle dei malcagati aborti lovecraftiani.

Il tanto dibattuto problema della resa visiva è infatti dipeso dall’ibridazione dei modelli relativi ai personaggi: invece di apparire come degli esseri umani animalizzati, essi sembrano molto più dei felini umanoidi, un aspetto che, oltre a renderli estremamente artificiosi, a giudicare dai commenti generali ha causato nella maggior parte del pubblico un fastidio ed un’inquietudine piuttosto forti.

Non aiuta minimamente avere inserito nelle coreografie dei numeri musicali delle movenze gattesche che rendono questi sgorbi cronenberghiani ancor più intimamente disturbanti di quanto già le loro apparenze non facciano, mostrando inoltre come questi… boh… “esseri” interagiscano sovente tra loro con un sottotesto sessuale ed orgiastico così esplicito che farebbe impallidire il Caligola di Tinto Brass.

L’ambientazione in cui operano queste figure partorite dalla mente di un folle è peraltro completamente sballata: vuoi per una sovradimensione che enfatizza le proporzioni ridotte dei mici, vuoi per un’esagerazione filmica che la rende palesemente irrealistica e simile ad un set teatrale cangiante, tutto il background scenico è un uppercut di Mike Tyson nell’occhio dello spettatore.
Indipendentemente da uno stile grafico o meno, non esiste che nell’Anno del Signore 2020 ci si ritrovi di fronte ad un film costato quasi cento milioni di dollari che abbia una resa grafica paragonabile ad un videogioco della Playstation 3.

Console messa in commercio nel 2006.

Non aiuta nemmeno (e dagli) che la trama in senso stretto sia praticamente inesistente: un susseguirsi inutilmente eterno di nuovi personaggi che si presentano in scena uno alla volta cantando una canzone che evidenzia i loro uno/due lati peculiari.

Il gatto goloso e vanesio, quello sciupafemmine, quella abituata alla vita domestica, i due ladri, il mago dilettante… personaggi senz’anima e senza uno sviluppo psicologico minimamente approfondito e che, agghindati come mostri de L’isola del dottor Moreau, deliziano (più o meno…) lo spettatore con qualche minuto di frizzi e lazzi prima di finire auspicabilmente nel suo dimenticatoio mentale.

Poco da dire sui numeri musicali in sé, escludendo il comparto visivo che li accompagna: sono le celebri canzoni di Cats ornate di una cornice mal fatta ed oscena.

Spicca come una cattedrale nel deserto Jennifer Hudson e la sua Memory, eseguita così passionalmente da stonare con il tono raccapricciante del resto.
Una canzone struggente e commovente, piagata purtroppo dalla fredda computer grafica che oltre a rendere la Hudson più simile ad una donna barbuta freak che ad un gatto ammanta di ridicolo involontario una performance altrimenti di alto livello.


Piacevoli altre canzoni, come Mungojerrie and Rumpleteazer eseguita con discreto brio, mentre l’interpretazione di Macavity da parte di Taylor Swift nei “panni” di Bombalurina farà spellare le mani agli amanti dei furries, purtroppo non per gli applausi.

Dispiace sinceramente assistere a come dei bravi attori del calibro di Idris Elba, Judi Dench o Ian McKellen vengano buttati totalmente allo sbaraglio in un’opera malfatta; imbrigliati in vesti feline abominevoli che non permettono alla loro abilità interpretativa di risultare nulla meno che grottesca, non essere riusciti a mettere nelle condizioni di lavorare al meglio dei signori professionisti è un atto di lesa maestà.

Spero se non altro che il disastro inverecondo che è questa tragedia su pellicola non danneggi le dotate compagnie teatrali che da decenni mettono in scena con successo un musical che ha fatto la storia del genere.

Mike Myers ne Il gatto… e il cappello matto al confronto sembra una visione paradisiaca dantesca.




Ok, magari no.

Se ne sentiva parlare molto male dagli States, in cui uscì nelle sale prima rispetto all’Europa, ma dopo averlo visto devo dire che questo film è veramente una vaccata allucinante.

Una vera… GATTASTROFE!

No, eh…?

Lasciamo perdere…

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