L'amichevole cinefilo di quartiere

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Nell’erba alta


… ci trovi i Pokémon.

TRAMA: Fratello e sorella incinta stanno guidando nel Kansas quando sentono richieste di aiuto provenienti da un vasto campo di erba alta ai bordi della strada; fermandosi per indagare, entrano nel campo e iniziano a perdersi.
Si renderanno conto della presenza di entità malvagie ed inspiegabili…

RECENSIONE:

– Film tratto da un racconto di Stephen King, uno dei più amati e prolifici scrittori horror, e suo figlio Joe.

– Questo è bene!

– Stephen King è anche quello che ha scritto L’acchiappasogni.

– Questo è male.


– Ma Stephen King è riuscito a rendere inquietanti per le masse degli elementi apparentemente banali come il grano, i cellulari, le automobili o i San Bernardo.

– Questo è bene!

– È comunque abbastanza prevedibile che difficilmente il sogno bagnato di Snoop Dogg possa risultare spaventoso.


– Questo è male.


– Nell’erba alta dura solo un’ora e quaranta, perciò se non altro è un’esperienza rapida.


– Questo è bene!


– È pieno di cliché kinghiani da fare vomito: la religione è malefica, i famigliari sono ambigui, i bambini rappresentano l’unica salvezza per il mondo, esistono elementi sovrannaturali da accettare così come sono senza porsi domande, beati gli ultimi che incarnano la vera bontà…


– Questo è male.

– Però c’è Patrick Wilson, noto agli amanti del cinema de paura per le saghe di Insidious The Conjuring.

– Questo è bene!

– Patrick Wilson fornisce più risate che brividi, interpretando un personaggio con lo spessore narrativo del domopak e sprecando quindi l’unico nome noto in un cast di mestieranti.

– Questo è male.

Nell’erba alta dura solo un’ora e quaranta, perciò se non altro è un’esperienza rapida.

– Questo è bene! Però aspetta, non lo hai già detto…?

– Nell’erba alta propone una trama sconclusionata ed inutilmente complicata (persino per gli standard dello scrittore dalla cui mente derivano questo ed altri deliri): perdendosi in facilonerie, elementi il cui ruolo nella storia alterna l’inutilità alla mancanza di senso e fattori apparentemente aleatori va infatti a crearsi non la rappresentazione del perdersi dei personaggi, ma dello spettatore.

– Questo è male.

– Oltre a quello di Wilson, pure gli altri characters sono ben poco delineati, riducendosi a stereotipi urlanti e gementi che non permettono al pubblico di provare empatia nei loro confronti, dato fondamentale in un horror basato sullo smarrire l’orientamento.

– Anche questo è male.

– Il comparto tecnico non presenta nulla di memorabile o particolarmente apprezzabile nel genere; vi è anzi una spiacevole sensazione di incuria e superficialità, dovuta prevalentemente ai talvolta finterrimi fondali, o all’eccessivo crogiolarsi nella verzura senza provare a calcare la mano su scintille visive che avrebbero potuto risultare efficaci e piacevoli.

– Ehm… non dovresti menzionare ogni tanto qualcosa di positivo sul film in modo da continuare la gag?

Nell’erba alta dura solo un’ora e quaran…

– Ok, penso di aver capito dove stiamo andando a parare.

– Il comparto metaforico di conseguenza si perde, perché non sorretto da una trama che ponga in essere paletti narrativi ben fissati.
I temi dello smarrimento, della mancanza di fiducia persino verso i membri della propria famiglia, dell’autodeterminarsi escludendo fattori esterni che richiedano la nostra cieca ubbidienza ed il lato infido di elementi banali della nostra esistenza (l’erba, appunto) deragliano in una confusa masnada di detto e non detto, mostrato e non mostrato, in cui si richiede più allo spettatore di cavare sangue dalle rape che metterlo in condizione di sviluppare un’opinione artistica.

– Questo è ma… vabbè, ciao.

– La conclusione della storia è inoltre buttata lì ed inconsistente, non offrendo particolari spunti né sul piano prettamente narrativo né su quello morale, sembrando unicamente un modo per tagliare la vicenda alla bell’e meglio con il minimo sforzo.

– Quindi non c’è proprio null’altro da salvare?

– Beh, adesso che mi ci fai pensare sì…

– Spara.

–  Nell’erba alta non contiene benzoato di potassio.

– Ma vaffanculo.

The Silence


Talvolta la sordità è una benedizione.

Con The Silence sicuramente.

TRAMA: Mentre il mondo è assediato da terribili creature che scovano le loro prede umane grazie al proprio super udito, la sedicenne Ally, non udente da tre anni, e la sua famiglia cercano di mettersi al riparo…

RECENSIONE:

Ennesimo originale Netflix di qualità aberrante, The Silence è una pigra porcheria che oltre a presentare oggettivi difetti in fase costruttiva (sceneggiatura, soprattutto) subisce pure la scalogna di essere sembrare una copia carbone del buon A Quiet Place di John Krasinski, uscito solo un anno fa.

Al confronto del quale emerge una differenza simile a quella presente in campo calcistico tra il Barcellona catalano e il Barcellona Pozzo di Gotto.

Una delle pecche principali di questa boiata è sicuramente la trama, che pur considerando la presenza consona per l’horror di un patto narrativo (sarebbe infatti un errore approcciarsi al genere ricercando veridicità estrema), non evita l’alzata di più che un sopracciglio, a causa soprattutto di una scrittura eccessivamente facilona e superficiale.

silence scena

«Mio Dio, ma quella è proprio una clamorosa cazzatona…» «Stanley, ho paura…»

Nonostante infatti sia stato ipotizzato che solo negli ultimi quarant’anni l’uomo abbia causato l’estinzione di ben il 60% delle specie animali selvatiche, qui uno sciame di pipistrelli preistorici riesce a provocare una deriva apparentemente apocalittica della nostra società; è quindi presumibile che i vertici degli eserciti mondiali siano chiroptofobici come Batman, perché una delle pietre miliari su cui si poggia l’impianto narrativo della pellicola è proprio l’enorme pericolo causato da creature che, per quanto numerose ed aggressive siano, sono semplici animali.

Si aggiunga anche che l’udito delle bestie (non chi ha prodotto il film, quelle che volano) sia più o meno acuto in base a mera convenienza di trama, poiché a parità di decibel esse talvolta non si accorgono delle fonti rumorose, mentre in altre situazioni anche il più impercettibile rumore ne causa l’attenzione.

Viene quindi a crollare come un castello di carte uno dei principi fondamentali da tenere a mente quando si inseriscano antagonisti, animali o senzienti, dotati di particolari poteri: inquadrare specificatamente i limiti di tali abilità, mostrando perciò in modo chiaro fino a dove esse possano spingersi e quali siano i loro massimi.

Come visto nel precedente Velvet Buzzsaw anche qui Netflix si conferma maestra nello sprecare cast importanti: oltre alla Kiernan Shipka ex Mad Men e in lampa di lancio con Sabrina, ci provano invano Miranda Otto e quel povero Cristo di Stanley Tucci, attore dall’enorme talento che dovrebbe essere messo in condizione di lavorare in prodotti di ben altro spessore.

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Spettatori che dopo aver visto “The Silence” decidono di darsi fuoco.

Tra un rimando tristissimo ad Uccelli, che meno male Hitchcock è morto da quarant’anni, e alcune dinamiche narrative ormai straviste (la famiglia che perde letteralmente i pezzi, i diversi approcci alle tragedie, il fondamentalismo religioso inserito per motivi francamente incomprensibili), The Silence costituisce un’ora e mezza della mia vita che non riavrò mai più.

John Leonetti dovrebbe cambiare mestiere, perché con The Silence oltre che sordi bisognerebbe essere ciechi.

Un film riprovevole.

The Dirt: Mötley Crüe


«Una volta abbiamo visto un gruppo di prostitute, poi ci siamo avvicinati e ci siamo accorti che erano i Mötley Crüe».

James Hetfield.

«Preferirei avere i testicoli mangiati da Hannibal Lecter che fare ancora un tour con i Mötley Crüe».
Dave Mustaine.

TRAMA: La carriera dei Mötley Crüe, band heavy metal nata a Los Angeles nel 1981. Con il loro stile di vita dissoluto e un look trasgressivo, quattro ragazzi disadattati entrano nella storia del rock con il soprannome di “padrini del glam metal”.

RECENSIONE:

Acqua Guizza dei film biografici musicali, The Dirt è un pigro tentativo di sfruttare il nome di una rock band anni ’80 di successo per imbastire un prodotto cinematografico che risulta però assai debole e sciapo.

Incomprensibili innanzitutto le mal pensate scelte artistiche dell’opera, che paradossalmente vedono relegato quasi in secondo piano l’elemento musicale del gruppo per concentrarsi invece blandamente su quello umano, che purtroppo non esula da facili stereotipi risultando superficiale e ripetitivo.

Appurato infatti che la vita estrema delle rock star si basa su scopare, drogarsi, scopare, ubriacarsi, scopare, sfasciare le stanze d’albergo e scopare, il film considera la carriera musicale in senso stretto dei Mötley Crüe come un mero riempitivo alle scorribande sopra le righe dei quattro ragazzi, ponendosi quindi un focus narrativamente sbagliato.

Le vicende che dovrebbero appassionare non lo fanno (ok, sono dei somari, quindi? Ok, si accoppiano come conigli, quindi?) poiché inserite in quell’ovattato contesto eighties da rock band che aumenta terribilmente la distanza tra personaggi e spettatori, limitando fortemente il necessario senso di empatia che dovrebbe scaturire nel pubblico; allo stesso modo, i pochi momenti emozionali buttati un po’ a casaccio per non focalizzarsi unicamente sull’assalto alle vulve, al Jack Daniels e alla polvere magica sono stantii e scarsamente amalgamati con il tono generale della pellicola, nel complesso fortemente ironico e scanzonato.

The Dirt pare quindi più una pisellosa autocelebrazione di quattro (ex) maschietti terribili (infatti nelle vesti di produttori) che un vero e proprio racconto simil-organico degli alti e bassi tipici di una carriera musicale di svariati decenni; da registrare inoltre che escludendo qualche cambio di look in corso d’opera, lo scorrere degli anni è dalla difficile comprensione, poiché il trucco degli attori si limita solo ad “evocare” una vaga idea dei veri Sixx, Lee, Mars e Neil senza una vera e propria mimesi fisica.

Allacciandosi a questo punto, il cast risulta sì leggermente in parte, ma purtroppo non così tanto da offrire allo spettatore l’idea di avere di fronte i veri Mötley Crüe e non dei loro pallidi cosplayer da revival rock.
Spicca in negativo Richard Colson “Machine Gun Kelly” Baker come Tommy Lee, non riuscendo purtroppo ad azzeccare i binari di un  personaggio che tra festini, gossip e matrimonio infelice avrebbe dovuto ricevere una raffigurazione maggiormente all’altezza.

Sorprendentemente uguale Tony Cavalero come riuscitissimo Ozzy Osbourne, presente però solo in una sequenza di contorno.

Volendo allacciare un paragone con il ben più riuscito Bohemian Rhapsody, esso risulta impietoso, con The Dirt che è veramente una versione mal riuscita, zeppa di scelte artistiche poco ispirate (il senso degli sfondamenti della quarte parete per rivolgersi direttamente al pubblico?) e che, al di là dell’amore che si possa avere per l’una o l’altra band, non riesce a sostenerne il livello tecnico.
A titolo meramente informativo, basti prestare attenzione al numero di canzoni inserite nelle rispettive pellicole: ben 22 per BR, solo 14 qui.

The Dirt: Mötley Crüe, ovvero come sorbirsi i racconti di tuo padre su quanto fosse uno scapestrato alla tua età e dover continuare a rassicurarlo del fatto che sì, fosse figo.

Deprimente. 

Speakers’ Corner – Velvet Buzzsaw

Scritto e diretto da Dan Gilroy dopo essersi fatto un aerosol con il Vinavil, Velvet Buzzsaw è una debolissima cazzatona che pur avendo un’impressionante faretra a disposizione riesce nel non semplice obiettivo di centrare ogni bersaglio con la precisione di Mr. Magoo.

Irritante soprattutto constatare che la critica all’arte contemporanea, mondo vacuo in cui la forma predomina sulla sostanza, sarebbe stata nettamente più efficace se solo ci si fosse sforzati, in fase di sceneggiatura, di calcare la mano con maggiore determinazione verso figure umane tratteggiate troppo pigramente, e che perciò subiscono sferzate facilone e sterili.

La pellicola si tramuta presto, inoltre, in un mero Final Destination in salsa Guggenheim, poiché la vicenda principale (opere di uno sconosciuto pittore uccidono chiunque si trovi ad averne a che fare) non è supportata da un’adeguata esplorazione psicologica di personaggi che paiono cartonati da stereotipo comico.

Affettati direttori di musei che si rivelano squali pronti a scannarsi per ospitare la collezione dell’artista di grido. 
Ok, quindi?
Ambiziose curatrici disposte a tutto per una rapida scalata sociale. 
Ok, quindi?
Rancorosi installatori che covano ambizioni artistiche non volendo più marcire dal lato sbagliato dell’attenzione. 
Ok, quindi?

Per deformazione professionale, ho trovato interessante il critico bisex di Jake Gyllenhaal, che si fa corrompere in base a vantaggi personali per stroncare o elogiare un artista a convenienza, ma anch’esso risulta un character troppo bidimensionale e senza brio.
Immerso in un oceano di nulla, il ruolo del recensore non è purtroppo minimamente approfondito, proprio lui che forse più di tutti avrebbe meritato tridimensionalità data la sua funzione di ponte tra l’opera ed il pubblico.

Immane spreco di cast: oltre al già citato Gyllenhaal abbiamo infatti volti noti ed in gamba come Rene Russo, Toni Collette, Tom Sturridge ed un John Malkovich il cui personaggio non ho sinceramente capito che utilità pratica abbia ai fini dello svolgimento della trama.

Velvet Buzzsaw: un film che vuole essere un ritratto al vetriolo del microcosmo dell’arte moderna senza contenere una critica al microcosmo dell’arte moderna.

Bocciato senza attenuanti.

Speakers’ Corner – Love, Death & Robots


Serie animata antologica per adulti, scritta e diretta dal Tim Miller di Deadpool e prodotta da David Fincher, Love, Death & Robots è una raccolta di racconti principalmente sci-fi ma che abbracciano anche altri generi tra cui l’horror, il thriller e la commedia.

Piccolo gioiello di creatività ed arte visiva, la serie è composta da diciotto episodi non collegati tra loro, che alternando come già accennato i registri comico, drammatico ed horrorifico riescono a soddisfare i gusti più disparati, centrando il bersaglio che di volta in volta si prefiggono e dimostrando un livello medio complessivo decisamente alto.
Utile per la fruizione degli episodi è inoltre la loro durata ridotta (da 6 a 17 minuti ciascuno), che rende la serie adatta sia per una maratona complessiva non stop quanto per optare invece il guardarsi qualche episodio nei ritagli di tempo.

Per meglio capire la portata dell’opera, essendo formata da segmenti molto diversi uno dall’altro, invece di buttarsi in un’analisi complessiva è molto più utile esaminare brevemente gli episodi uno ad uno.

Il vantaggio di Sonnie (Sonnie’s Edge)
Combattimenti tra umani in simbiosi telepatica con dei mostri.
Episodio di apertura, Sonnie’s Edge è anche quello che più ho apprezzato, e ragionando a posteriori sulla serie come unicum sono contento che sia stato scelto come primo, perché credo che oltre ad essere uno di quelli di qualità oggettivamente migliore sia molto emblematico del focus della serie.
Animazione in CGI di qualità eccellente, che mostra i muscoli soprattutto nella sequenza di lotta tra le creature, ciò non mette in secondo piano una trama ovviamente breve ma intensa, con una protagonista interessante ed un arco narrativo ben gestito.

Tre robot (Three Robots)
Tre robot vagano per un mondo post-apocalittico commentando l’estinzione degli umani.
Dopo il dramma dell’episodio 1 si passa ad un tono molto più leggero e sarcastico, con i tre protagonisti che, trovandosi di fronte ad infrastrutture tipicamente umane, cercano di comprenderne l’utilizzo; a ciò si accompagnano sferzanti critiche alla stupidità della nostra specie e all’innata indole di autodistruzione insita nell’homo sapiens.
Segmento basato sull’infondere nello spettatore la classica risata unita al «È vero: è proprio così», Three Robots è un carino divertissement.
Simpatico il finale.

La testimone (The Witness)
La casuale testimone di un omicidio scappa inseguita dall’assassino.
Con un mood ansiogeno generato non solo dalla trama in sé, ma anche da uno stile grafico ricco di primi piani ed animazioni rapide, The Witness è una corsa verso la salvezza, inframmezzata da sequenza sessualmente esplicite che fungono da una sorta di pausa contemplativa per un’esistenza, quella umana, in cui il pendolo oscilla tra la inconcludente fretta ed un piacere effimero.
Ottima scelta quella di dare molto risalto a livello uditivo all’ansimare dei personaggi, con la frequente aggiunta dell’appannamento della camera durante i primi piani, come se i characters avessero realmente un obiettivo puntato in faccia.

Tute meccanizzate (Suits)
Agricoltori combattono un’invasione aliena.
Per citare un amico, «”Redneck con i mecha” è una delle cose che non sapevate ancora di volere»; battute a parte, episodio che ricade nel classico “uomo vs mostro” riuscendo però a non essere banale e noioso, grazie ad uno stile di animazione che ricorda quello dei videogiochi della casa di sviluppo Telltale Games e che ben si addice a quanto viene mostrato.
Relativamente leggero nonostante l’argomento, il tono è smorzato anche dall’uso di una colorazione vivace e quasi da pennarello, che esalta piacevolmente le figure.

Il succhia-anime (Sucker of Souls)
Spedizione scientifica risveglia qualcosa che avrebbero dovuto lasciar dormire.
Tra tutti, forse questo è l’episodio che personalmente mi ha convinto di meno. Non che non sia di intrattenimento, anzi, la sua violenza esagerata è paradossalmente divertente, ma ho avuto la sensazione che c’entrasse poco con gli episodi fin lì visti, e penso che non abbia quel quid per risultare memorabile e di impatto che magari altri segmenti possiedono.
Si guarda e via.

Il dominio dello yogurt (When the Yogurt Took Over)
I batteri dello yogurt diventano senzienti e conquistano il pianeta.
Su una trama del genere mi rendo conto che poco ci sia da dire. Utilizzando uno stile cartoonesco tipico dei programmi indirizzati ai più piccoli, When the Yogurt Took Over è indubbiamente l’episodio che sfocia maggiormente nell’assurdo; anche qui comunque è riscontrabile una pesante e benvenuta critica alla stupidità umana in genere, a cui ben si sposa una narrazione documentaristica alla Adam McKay / Michael Moore.

Oltre Aquila (Beyond the Aquila Rift)
Il salto spaziale di un’astronave ha un problema ed essa finisce lontana molti anni luce rispetto al previsto.
Inquietante. Molto.
Beyond the Aquila Rift è un gioiello di costruzione narrativa, semplice nelle sue apparenti premesse ma molto più complesso nel loro sviluppo. Una trama avvincente ed interessante, che riesce a montare la tensione gradualmente in un climax finale che rende un senso all’intero episodio.
Alcune scelte sono una palese strizzata d’occhio ad un film ormai classico nel genere sci-fi, ma che non posso menzionare per non fare spoiler sulla conclusione.

Buona caccia (Good Hunting)
Nella Cina della Rivoluzione Industriale, il rapporto tra un uomo ed una kitsune.
Ideale passaggio di consegne tra il mondo magico e quello materiale, Good Hunting riesce a costruire una storia poetica e romantica, di un romanticismo però non solo meramente amoroso, ma che comprende più ad ampio respiro l’elogio per un mondo destinato inevitabilmente a scomparire.
Grazie alla tecnologia, però, la magia naturale ed animista diviene qualcosa di diverso ma altrettanto irreale e mistico, a testimonianza della ciclicità degli eventi e di una circolarità inaspettata ma narrativamente ben congegnata.

La discarica (The Dump)
Un ufficiale comunale deve sfrattare un vecchio che vive in una discarica.
Dopo un paio di episodi seriosi, Love, Death & Robots ritorna sul terreno dell’ironia, con una tipica storia di paura aneddotica raccontata con un po’ di alcool nelle vene.
Simpatico ed esagerato, The Dump ha un posizionamento strategico per stemperare la tensione e la drammaticità precedenti, con la presenza del tema “vecchio che se ne frega della modernità e vuole solo essere lasciato in pace” che suscita naturale simpatia.
Un paio di piccole chicche faranno sbellicare lo spettatore attento.

Mutaforma (Shape-Shifters)
Nella guerra in Medio Oriente, l’esercito americano si serve di soldati particolari.
Come il già visto Sucker of Souls, anche questo episodio c’entra ben poco con il tema generale della serie, ma gli è superiore grazie ad una breve storia di amicizia e di accettazione del sé che lo eleva rispetto ad una stereotipata lotta violenta contro una minaccia ignota.
Da segnalare una CGI anche qui ben fatta ma più legnosa di Beyond the Aquila Rift e di Secret War (che vedremo poi), per il resto non molto da dire senza cadere negli spoiler.

Dare una mano (Helping Hand)
Un’astronauta si ritrova alla deriva.
Episodio che riprende la tematica di Gravity di Cuarón, Helping Hand è uno degli episodi incentrati sull’ansia. Carenza di ossigeno, aiuti che non arrivano e concreta possibilità di morire nello sconfinato vuoto in cui “nessuno può sentirti urlare”, altro fattore citato, per un segmento in cui anche la capacità di sacrificio per rimanere attaccati alla vita dimostra la sua importanza.

La notte dei pesci (Fish Night)
Due venditori porta a porta rimangono in panne con la macchina nel deserto nordamericano.
Episodio maggiormente onirico della serie, Fish Night sfrutta una trama semplice ed apparentemente priva di spunti per mostrare animazioni coloratissime e ben realizzate, virando la storia su un confronto generazionale alla Cat Stevens con il maturo calmo e riflessivo che ha accanto il giovane intrepido ed avventato.
Stile visivo che ricorda vagamente il cel-shading del videogioco XIII, tratto dall’omonimo fumetto franco-belga.

Dolci tredici anni (Lucky 13)
Il rapporto di “amicizia” tra una pilota militare ed un’aeronave nota per portare sfortuna. 
Legame uomo-macchina contornato di superstizione, desiderio di rendersi utili e determinata volontà di oltrepassare i propri limiti; aggiungete il tema dell’ammasso di ferraglia che pur vecchio dimostra ancora la sua (stile Herbie, il maggiolino tutto matto) venendo di conseguenza preferito da un’umana “romantica” ai nuovi ritrovati tecnologici e si ottiene una trama classica impreziosita dalle consuete scene militari.
Più profondo di quanto potrebbe sembrare.

Zima Blue (id.)
Una giornalista deve intervistare un pittore le cui opere sono caratterizzate da una particolare tonalità di azzurro.
Ritorno alle origini in salsa artistico-fantascientifica, Zima Blue è uno degli episodi più delicati e poetici: da esso emerge infatti la circolarità tra progresso e regresso, per cui se l’obiettivo è aspirare alle vette più alte dello scibile umano, la via migliore è paradossalmente quella di alleggerirsi mentalmente e fisicamente, fino a far riemergere la propria vera essenza.
Interessante anche il tema del triplice rapporto su cui si basa l’arte: artista-opera, artista-pubblico e opera-pubblico.

Punto cieco (Blind Spot)
Una banda di ladri assalta un veicolo blindato fortemente difeso.
Azione pura: bastano due semplici parole per definire questo episodio, in cui si abbandonano quasi totalmente elementi filosofico-introspettivi, dalla grande rilevanza in altri segmenti, per imbastire invece un train heist adrenalinico e su più livelli di pericolosità.
Il fattore veramente importante non è ciò che il gruppo tenti di rubare, ma i vari ostacoli che compaiono via via lungo il tragitto.
Coloratissimo ed avvincente.

L’era glaciale (Ice Age)
Una coppia scopre che nel nuovo freezer esiste un microscopico mondo umano in evoluzione.
Episodio in live action (protagonisti Topher Grace e Mary Elizabeth Winstead), anche qui il tema principale è quello del ciclo: pur se il tempo scorre convenzionalmente in una sola direzione, non è detto che con il passare di ere troppo grandi per la concezione umana esso non ritorni a presentare daccapo lo stesso corso evolutivo.
Pur non essendo disprezzabile, Ice Age è forse un pesce fuor d’acqua nella serie, un po’ per la sua assenza di animazione, un po’ per la ripetitività di un concetto già visto.
Comunque discreto.

Alternative storiche (Alternative Histories)
Sei possibili scenari storici di cosa sarebbe successo se Adolf Hitler fosse morto prima di fondare il Partito Nazista.
Alternative Histories è la sagra dell’assurdo: grazie ad uno stile visivo minimale nelle forme e vivacissimo nei colori, vengono delineati universi paralleli basati sul nonsense e sull’esagerazione, in cui il futuro Führer viene ucciso nei modi più bislacchi ed improbabili, portando a conseguenze altrettanto fuori di testa.
Divertentissimo e leggerissimo, una serie di allegri WTF da gustare senza anticipazioni.

Guerra segreta (Secret War)
Durante la Seconda Guerra Mondiale, un plotone di soldati russi viene inviato ad eliminare una minaccia sconosciuta.
Si ritorna al realismo, alla crudezza e all’ambientazione militare per questa conclusione di serie: Secret War offre una CGI di pregevole fattura, che ben si sposa appunto con la serietà delle tematiche.
Pure qui uomo contro mostro, ma con un paio di elementi estetico-narrativi che rendono anche questo episodio interessante ed avvincente.

Speakers’ Corner – The Umbrella Academy

Basata sull’omonimo fumetto di Gerard Way, frontman del gruppo punk-rock “My Chemical Romance”, The Umbrella Academy è una serie televisiva supereroistica che pur piazzando qua e là buon idee sia sul lato tecnico-visivo che sulla sponda prettamente narrativa, non riesce purtroppo a spiccare all’interno di un’offerta tematica ultrasatura come quella dei superumani.

La trama alterna simpatiche ed astruse bizzarrie relative alla disfunzionale famiglia protagonista (sei fratelli si riuniscono alla morte del proprio padre adottivo e cercano di sventare un’enorme minaccia) quanto una serie di cliché ormai arcinoti e dallo svolgimento banale, con il risultato di assistere ad una prosecuzione della storia ondivaga e zoppicante.

La mancanza di una chiara direzionalità espositiva si fa sentire anche per quanto concerne la caratterizzazione dei personaggi, con un’impressione di “freno a mano tirato” che limita un approfondito svisceramento a trecentosessanta gradi di individui sicuramente non noiosi, ma piuttosto limitati nel loro tratteggio psicologico, che avrebbe potuto e dovuto essere ben più esteso.

Tra il cast abbiamo un fin troppo ingessato Tom Hopper, Dickon Tarly de Il trono di spade, Robert Sheehan forse uno dei migliori del gruppo insieme al giovane Aidan Gallagher ed Ellen Page, la cui recitazione sofferente è qui molto più croce che delizia.

Ottime potenzialità, risultato solo passabile.

Peccato.

Polar

Pur presentando una MAREA di ingenuità narrative e basandosi su una storia di non iperbolica originalità (criminale vecchio lupo grigio affronta ricambio generazionale forzato causa masnada di agguerriti sbarbatelli), “Polar” è un film Netflix che centra il bersaglio offrendo un intrattenimento basilare ma non fiacco.

Diretta da tale Jonas Åkerlund, ex batterista svedese (ok…) e regista di videoclip, la pellicola presenta una discreta amalgama tra decente introspezione psicologica dei personaggi, sequenze d’azione piuttosto brevi ma non disprezzabili ed un uso abbastanza compiaciuto della violenza visiva, la cui unione ha come risultato due ore interessanti e godibili.

Centro di gravità permanente del film è ovviamente Mads Mikkelsen, il cui sguardo torvo unito ad una postura da grizzly infiacchito renderebbero inquietante pure l’Albero Azzurro.
Ruolo secondario per l’ex “High School Musical” Vanessa Hudgens, che generando nello spettatore una sorpresa pari ad un’apparizione di Medjugorje pare quasi in grado di recitare.

Menzione speciale per le ambientazioni di Toronto, che forniscono a “Polar” quella temperatura affettivo-emotiva di -20° C azzeccata per la storia.

Consigliato.

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