L'amichevole cinefilo di quartiere

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The Old Guard


«Il film è tratto da un fumetto».

«Uh, questo è male…»

«Ma il fumetto NON è della Marvel».

«Questo è bene!»

«I protagonisti sono immortali, il superpotere peggiore della storia».

«Questo è male…»

«Ma il cast è di buon livello».

«Questo è bene!»

«È distribuito da Netflix».

«Questo è male…»

«Ma Netflix ha distribuito anche The Irishman».

«Questo è bene!»

«La regista è la stessa de La vita segreta delle api».

«E questo è male!»

«Posso recensire ora…?»

TRAMA: Un gruppo di soldati dotato di immortalità ha combattuto durante le guerre più importanti della storia dell’uomo. Sulle loro tracce si mette un’organizzazione criminale…

RECENSIONE:

Tratto dalla graphic novel omonima, The Old Guard è un prodotto action che si inserisce nel filone “angeli custodi con poteri” fumettistico (dagli X-Men a seguire) senza sfigurare particolarmente ma non mostrando al contempo eccessivo brio.

Come i più recenti Umbrella Academy e The Boys, il film dovrebbe infatti trarre la propria linfa vitale dall’esplorazione narrativa dei diversi componenti del gruppo, ma ciò qui non accade, poiché la pellicola non permette, a causa della notevole mole di trama ed informazioni rigurgitata sullo spettatore, di focalizzarsi efficacemente su alcuni specifici punti del gregge personaggistico.

Il risultato è un prodotto purtroppo estremamente generico e generalista, che pur non dimostrandosi di qualità bassa e non palesando clamorose scempiaggini da matita rossa, lascia una spiacevole sensazione di già visto, unita al dubbio su quanto il medium filmico sia efficace per esporre una storia disperatamente bisognosa, in realtà, delle tempistiche espositive tipiche della serie tv, più dilatate e permissive in tal senso.

La trama risulta quindi piuttosto ordinaria, con ogni crisma relativo al sottogenere di appartenenza che viene inanellato senza grandi palpiti emotivi: pure l’immortalità risulta un potere banale e scontato, non riuscendo questo The Old Guard ad affrancarsi dai più celebri predecessori vergando una propria originale firma in un panorama la cui offerta si sta avviando a grandi balzi verso il superamento della domanda.

La pecca principale del potere apparentemente più utile, ossia che chi ne venga benedetto veda tutti i propri amati divenire sempre più malati e vecchi sino alla loro morte, è esposta in maniera troppo didascalica e asettica, con brevi indicazioni en passant che risultano ben poco particolari o frizzanti.
Sarebbe stato ben più di impatto, invece, l’utilizzo di questi demoni interiori, del rimorso e della nostalgia in modo più attivo e “pressante” all’interno della trama, contribuendo così all’ispessimento narrativo di characters abbastanza bidimensionali.

The Old Guard risente negativamente, inoltre, di un ritmo eccessivamente ondivago tra segmenti action piuttosto scontati nella loro esecuzione pratica e lunghe fasi di verbosa spiegazione (più per il pubblico che necessarie al senso logico interno della storia), che rendono talvolta l’opera prolissa ed inutilmente ciarliera.

Conseguenza di ciò è che le due piene ore di durata risultino talvolta indigeste ed eccessivamente farraginose, per un film che al contrario si porrebbe dichiaratamente come passatempo disimpegnato, portando quindi lo spettatore di Netflix a virare su lidi ben più lievi ed accoglienti.

Cast di buon livello in cui spicca ovviamente Charlize Theron, che oltre ad essere ormai l’incontrastata imperatrice delle cougar dimostra ancora una volta la sua versatilità interpretativa, pencolando tra generi molto diversi fra loro senza perdere un’oncia di bravura e carisma.

Piace vedere in una produzione internazionale il nostro Luca Marinelli, sperando che pellicole come questa siano apripista verso opere di maggiore spessore artistico.
Brevi ruoli per un vergognosamente sprecato Chiwetel Ejiofor e l’ex Harry Melling della saga di Harry Potter.

Pur presentando migliori presupposti, The Old Guard è quindi la reincarnazione filmica del concetto astratto di sei politico: due ore da utilizzare per riempire un buco della propria giornata in modo poco produttivo e molto fumoso.

Mediocre.

Sotto il sole di Riccione


Avrei preferito Sotto le nubi di Forlì-Cesena.

TRAMA: Mentre si trovano a passare le vacanze sulle spiagge di Riccione, alcuni ragazzi fanno amicizia tra loro e si aiutano a vicenda a gestire le relazioni romantiche e le cotte estive.

RECENSIONE:

«Come può uno scoglio arginare il mare?» si chiedeva Lucio Battisti.

«Come può un film basato su un soggetto di Enrico Vanzina e contenente Riccione, dei ventenni italiani, Andrea Roncato e l’ex Thegiornalisti Tommaso Paradiso NON essere orrido come le terga di un mulo?» si chiede Serenate Cinematografiche.

Iniziando Sotto il sole di Riccione con sguardo disincantato tipico dell’alcolizzato lupo di cinema i cui nervi hanno affrontato ben più di una tempesta, mi sono ben presto trovato di fronte ad una porcata invereconda: un’accozzaglia di vaccate senza soluzione di continuità che, come pasdaran in lotta contro le ingerenze straniere, hanno da subito attentato alla salvezza delle mie sinapsi e alla mia padronanza della tabellina del sei.

Ma mentre assistevo all’ennesima boomerata di quel settantenne di Vanzina che crede di conoscere i g-g-giovani pur distanziandosene per due generazioni abbondanti, improvvisamente, novello San Paolo sulla via di Damasco, sono stato folgorato.

Io ho capito.

IO HO COMPRESO.

La mia mente ha raggiunto un nuovo stadio di conoscenza: un livello superiore a quello in cui stagnava, gretta e infima, sino a pochi minuti prima, e che mi ha reso uno spettatore nuovo.

Un UOMO nuovo.

Questo film non è una commedia adolescenziale.

No.

Sotto il sole di Riccione è una DISTOPIA FANTASCIENTIFICA.

Un’opera che acquisisce senso logico NON se confrontata con la greve realtà quotidiana che ci circonda ogni singolo giorno della nostra permanenza terrena su questo mondo, ma assumendo in via assiomatica che le grandi Leggi che ne regolano il moto universale funzionino all’interno del suo microcosmo, e lì soltanto.

Rendersi perciò conto di avere innanzi alle fosche pupille una sorta di urban fantasy in cui avviene l’impossibile.

In cui capita l’inconcepibile.

In cui accade l’inusitato.

La regia di questo Mad Max allo squacquerone ritengo non ironicamente sia una delle più simili ad una pubblicità di una compagnia telefonica a cui abbia mai assistito relativamente ad un film in vita mia.
In alcuni frangenti quasi mi sarei aspettato la comparsa messianica di un Fiorello o di un Giorgio Panariello qualsiasi con una loro gag indecente, unita alla funambolica apparizione di scritte in sovrimpressione che mi illustrino quanti giga mensili di porno e Candy Crush io abbia a disposizione, tanto essa sia marchettara, televisiva e poco ispirata.

Non che si pretenda la visione neorealista di Rossellini da parte di due orette di pretesto per mostrare belle figotte lordotiche in costume, maschi allupati e la rena della riviera romagnola, ma almeno il tentativo, in spregio ai culi ed ai limiti intellettivi dell’operatore, di girare la pellicola utilizzando entrambe le mani imposte sulla telecamera lo darei per tassativo.

Nonostante mi sia stato insegnato che sia cattiva educazione parlare degli assenti, è mio dovere morale descrivere inoltre la sceneggiatura, partendo per motivi di semplicità dalla caratterizzazione dei personaggi.

Nella realtà alternativa in cui la penelopea matassa di Sotto il sole di Riccione si dipana, popolata da figure che evidentemente non apprezzano così tanto l’odore delle case dei vecchi quanto l’altra opzione nella citazione de La grande bellezza, entrambi i sessi subiscono una esplorazione caratteriale dalla machiavellica complessità esplicativa:

– I ragazzi sono tutti, nessuno escluso, dei completi idioti con il quoziente intellettivo di una pianta di origano.

– Le ragazze sono tutte, nessuna esclusa, A) delle irrecuperabili ninfomani la cui fissazione di scopare supera di slancio quella di un cinepanettoniano Christian De Sica a caso, oppure B) degli insostenibili pali nel culo da prendere a testate ogniqualvolta parlino.

Sommando le due metà del cielo, si ha quindi uno sviluppo introspettivo basato su ben TRE caratterizzazioni.

Per tipo… quindici personaggi parlanti.

Non è meraviglioso tutto ciò?

Ho apprezzato in particolar modo che l’unico stronzo rappresentato volutamente come di scarso intelletto, ossia il cannaiolo fattone nullafacente, sia per inverso la Voce della Ragione del film.

Tra una vagonata di “bro” o “fra”, che a mio parere personale si è autorizzati ad usare come appellativi solo se si è un rapper della Detroit anni ’80/’90 (periodo nel quale gli esponenti di tale genere musicale avevano il buon gusto di spararsi a vicenda), i dialoghi si posizionano be al di là della sfera del cringe; con delle costruzioni sintattiche la cui povertà mi ha fatto accapponare i capelli ed un irrealismo francamente imbarazzante nelle battute, Sotto il sole di Riccione si svolge in un universo parallelo nel quale i post-adolescenti della generazione Z parlano come i loro coetanei del Ventennio.

Ironico inoltre che i personaggi “senior” di Andrea Roncato, Isabella Ferrari e quel bel bisteccone di Luca Ward, pur rientrando anagraficamente nel target del soggettista (Vanzine, tu quoque), siano scritti ancora più con il culo rispetto ai giovani.
Ancora più irrealistici.
Ancora più bidimensionali.
Ancora più deficienti.

E ce ne vuole.

La colonna sonora, invece, è come quella di Bohemian Rhapsody ma con i Thegiornalisti al posto dei Queen, cosa che mi permette di non sforzarmi a trovare battute sympa perché talvolta la vis comica si può scovare già perfetta dalla semplice realtà fattuale.
Peggio di così, che gli vuoi dire?

Che poi, tutto ‘sto Riccione, ‘sto mare, ‘sta riviera e la soundtrack è di un gruppo romano?

Non potevano scegliere qualcosa di più regionalmente appropriato?

Tipo, che so, Raoul Casadei?

Cazzo, se in un film per e con adolescenti avessero messo del liscio a manetta, questo Matrix al Sangiovese sarebbe stato il capolavoro definitivo.

Per concludere, un paio di sequenze cult:

– Andrea Roncato che a Riccione si mangia una piadina, immagine che ha fatto esplodere il romagnometro.

– La scena di seduzione più da bollino verde nella storia del cinema, in cui una delle già menzionate fanciulle “cazzo o cazzotti” tenta di provocare un maschietto diversamente cerebrale spogliandosi di fronte a lui fino a rimanere in bikini, ossia mostrandogli l’esatta porzione di corpo che gli sbatte in faccia tutti i giorni in spiaggia.

Sotto il sole di Riccione: grazie, Netflix.

Bella troiata.

365 giorni


«Ti sei perso, filmettino?»


TRAMA: Una giovane donna di Varsavia inizia una relazione con un mafioso siciliano che la rapisce e le concede 365 giorni per innamorarsi di lui.

RECENSIONE:

In principio fu Twilight, in cui un vampiro ed un licantropo, due giovani uomini di enorme potere, intraprendono una relazione con una patetica ed anonima sciacquetta senza qualità apparenti.

Poi venne Cinquanta sfumature, in cui un imprenditore multimiliardario, giovane uomo di enorme potere, intraprende una relazione con una patetica ed anonima sciacquetta senza qualità apparenti.

Ora Netflix, Mater Faecarum, propone 365 giorni, in cui un boss mafioso, giovane uomo di enorme potere, intraprende una relazione con una patetica ed anonima sciacquetta senza qualità apparenti.



Comincio a notare un sottile fil rouge nell’intrattenimento birichino per signore.



Questo film non è solo orrendo.

Quelli che ho citato prima sono film orrendi.



365 giorni è la Morte.

365 giorni non è la fine del mondo prevista dal popolo Maya: 365 giorni è proprio la lama europea del macellaio cristiano Cortés, che decapita il sovrano azteco Montezuma spargendone il virile sangue lungo le mammelle andine che facevano da culla al suo popolo.

Aver visto questo film non mi limita ad essere un semplice spettatore, un mero fruitore di un’opera indirizzata all’intrattenimento spicciolo: guardandolo, la mia mente è fuggita dal regno materiale delle cose terrene, colonizzando un piano astrale fatto di brivido, terrore e raccapriccio.

365 giorni è l’outworlder Goro che durante il Mortal Kombat sfrutta le sue quattro erculee braccia per bloccarti gli arti e divellere il tuo corpo.



La regia di questa boiata galattica è a dir poco carpentieristica, beandosi di inquadrature patinate ma algide da fotoromanzo per anziane, che impediscono il trasparire di un erotismo qui francamente idiota e di una banalità offensiva per l’intelligenza.
Non bastano infatti gli splendidi paesaggi dell’Italia meridionale, purtroppo rappresentata in stile cartolina anni ’60, a sostenere dei personaggi dalla caratterizzazione a dir poco pedestre e mal gestita.
Per quanto la cornice possa essere di pregiato ed indiscusso valore, se il quadro in essa contenuto è La madre di Whistler dopo il trattamento Mr. Bean, il risultato non potrà che essere escrementizio.

La sceneggiatura è stata purtroppo scritta da incalliti oppiomani affetti da preoccupanti deficit dello sviluppo cerebrale; impreziosita da dialoghi vergati da una sedicenne infoiata che ha appena scoperto di quali magiche delizie sia latore il bocchettone della doccia, si dipana una trama che scavalca alla Fosbury i limiti più reconditi della demenzialità.
Tra cliché vari ed eventuali, perdite di tempo dolorosamente inutili, characters di supporto fatti della stessa materia dei sogni quando rimane sullo stomaco l’impepata di cozze e un generale senso di già visto altrettanto male in differenti lidi, la storia di 365 giorni è una deleteria puttanata ignobile; una colonna sonora ultrasatura di tracce ripetitive quanto un manoscritto di Jack Torrance, inoltre, contribuisce ad intorbidire ancor di più il risultato audiovisivo.



Non bastano le deliziose terga di una callipigia Anna-Maria Sieklucka (chiappe modellate con il compasso, complimenti allo squat e alla mamma) e la neanderthaliana potenza virile di Michele Morrone, archetipo dell’homo italicus alto, possente e bruno se c’è n’è uno, per rendere positiva o efficace la carica erotica del film.
Con la presenza di più fellatio di una serie di colloqui lavorativi per assumere la segretaria aziendale del presidente, il sesso presentato in questa scempiaggine su pellicola è infatti esageratamente da fanfiction: una carnalità esasperata viene esacerbata da una passività femminile più da bambola gonfiabile che da elegante geisha, portando per l’ennesima volta ad uno squilibrio fallocentrico dell’insieme, che ben poco ha a che spartire con un sano eros fatto di parità, di darsi e prendersi, di godere e far godere.

Con un tono che incespica ondivago tra l’horror psicologico, una puntata scartata di Criminal Minds, la parodia dei gangster movie anni ’70 e la commedia demenziale, 365 giorni costituisce centodieci (CENTODIECI) minuti di puro delirio lisergico.

Capisco i maschietti costretti ad accompagnare le proprie consorti in sala a vedere Mr. Grey menare sculacciate a destra e manca, ma fidatevi che se la vostra morosa vi costringe a guardare pure ‘sta troiata in cambio dovete chiederle una roba che farebbe arrossire le gote persino ad una squillo della Chicago anni ’30.

Piccola nota a margine: in queste erratiche vaccate il protagonista maschile è passato nel corso degli anni da vampiro buono, a miliardario psicologicamente fuori di testa, a mafioso matto come un cavallo.

Seguendo questa sequenza, probabilmente il prossimo cult erotico per donne avrà come interprete maschile un nazista dell’Illinois.

Fate l’amore, non fate questi film.

The Last Dance


But don’t forget who’s takin’ you home

And in whose arms you’re gonna be
So darling, save the last dance for me

TRAMA: La stagione 1997-1998 della squadra di basket dei Chicago Bulls, ultimo campionato di Michael Jordan con la franchigia dell’Illinois, attraverso immagini in parte inedite di una troupe cinematografica della NBA Entertainment che nell’arco dell’intero torneo ha avuto la possibilità di seguire tutte le attività del team.

RECENSIONE:

Gli Stati Uniti sono una nazione giovane.

Ciò comporta, oltre a non poter vantare una storia antica esclusa quella con protagonisti uomini dalla pelle color mattone, la contemporanea assenza di una mitologia classica: la mancanza, cioè, di quella serie di racconti tramandati nei secoli incentrati su figure mitiche e le loro eroiche imprese.

Gli Stati Uniti non hanno Gilgameš.

Gli Stati Uniti non hanno Achille.

Gli Stati Uniti non hanno Sigfrido.

“Ulisse schernisce Polifemo”, di William Turner (1829)

Che fare, quindi, per munirsi di una propria epica, non potendone disporre attingendo da quella cultura ancestrale che invece mantengono i popoli rimasti stanziali nel Vecchio Continente?

Semplice: se non si va a pescare dal passato, distogliere l’occhio dai tempi che furono e puntarlo sulla modernità.

Utilizzare come colonna vertebrale per la costruzione del proprio èpos i gladiatori delle nuove battaglie, sicuramente meno sanguinose di quelle mitiche, ma i cui araldi sono altrettanto popolari tra le masse.

Gli sportivi.

The Last Dance prende spunto proprio da questo elemento, esaltando volontariamente i Chicago Bulls degli anni ’90 e traendo informazioni e testimonianze da chi quella storia sportiva l’ha vissuta, per affrescare una Cappella Sistina densa tanto di successi quanto di momenti iconici legati ad essi.

Il protagonista indiscusso della vicenda è ovviamente Michael Jeffrey Jordan.

La serie mostra omericamente per immagini la sua pantagruelica fame di vittorie, l’istinto da killer nel sopraffare l’avversario piccolo o grande, gli affronti verbali talvolta semplicemente scherzosi ed innocui vissuti come onte da lavare nell’arena… tutto ciò che riguarda il 23 di Chicago diventa epitome di un istinto insaziabile.

L’atleta dalla mentalità esasperatamente vincente è spinto come una vela dal vento di una ricerca ossessiva della superiorità, del successo, della posizione apicale come unica raison d’être.
L’eroe deve vincere per lo stesso principio naturale che vede il leone al vertice della catena alimentare africana: per chi combatte così strenuamente per la vetta la sconfitta è paragonabile ad una morte sportiva, vuol dire polvere e vuol dire oblio.

Questa foto contiene 19 titoli NBA.

Michael Jordan non è infatti un Ettore, che combatte allo stremo delle sue limitate forze mortali perché a causa di un’avventatezza del fratello si ritrova da un giorno all’altro attraccato sulle patrie spiagge l’esercito più potente del globo.
Non ha lo sguardo dolente di chi è conscio delle difficoltà di una lotta che lui non ha né causato né voluto.

Jordan è un Achille, un semidio che poco ha a che spartire con coloro che lo affiancano nelle sue battaglie: il suo puntiglio nella competizione, il suo illimitato agonismo e la vir nel raggiungimento dei propri obiettivi derivano dalla sua sete di gloria, dalla volontà che nei secoli a venire si parli ancora delle sue gesta.
Jordan cerca la lotta, vuole il conflitto, ed è pronto a spazzare via dalla sua strada coloro che lo ostacolino in questo obiettivo.

Durante la sua carriera sportiva, il numero 23 dovette affrontare non solo i nemici sul parquet, il cui focus di contesa è un pallone, un canestro o un anello, ma anche avversari esterni al campo.

Il gioco d’azzardo, la passione per le scommesse e le amicizie rivedibili offrono un lato umano dell’eroe che lo rende perciò un Übermensch nietzschiano solo sul campo da basket; al di fuori di esso egli viene colpito dalla sua stessa hybris, che sì lo condiziona portandolo a risultati sportivi più che ragguardevoli, ma gli fa anche compiere dei passi falsi agli occhi del pubblico se andiamo a considerare l’elemento squisitamente umano ed empatico.

Tra compagni di squadra trattati palesemente a pesci in faccia, atti di stizza, reazioni in un caso violente (chiedere al viso di Steve Kerr per conferma), un’inchiesta giornalistica piuttosto severa nei suoi confronti ed un atteggiamento talvolta ruvido ed ermetico, Jordan è, come tutti i campioni, perfettamente consapevole delle proprie capacità, e per questo sa che deve costantemente dimostrarle tanto al pubblico quanto ad avversari e alleati.

Il lutto per la morte del padre è fonte di immenso dolore quanto di radicale cambiamento: Jordan abbraccia uno sport, il baseball, che praticò solo in gioventù come coronamento del sogno postumo dell’ascendente, con risultati sopra la media ma inevitabilmente offuscati dal fulgore delle precedenti battaglie di pallacanestro.

Il suo (primo) ritorno è un Ulisse che riapproda finalmente ad Itaca e deve difendere l’amata Penelope dalla corte dei Proci: l’eroe ritrova una patria a cui deve riabituarsi, che deve riconquistare avendo perduto, causa l’assenza, quel diritto conquistatosi con anni di lotte e battaglie.

Per quanto talvolta la docu-serie deflagri comprensibilmente sul proprio focus umano principale e si trasformi in un Vita, morte e miracoli di Michael Jordan, essa riesce però a non dimenticarsi di offrire uno spazio, seppur talvolta minimo, alle figure di contorno della star dei Bulls.

Il primo è Scottie Pippen, perfetto Robin per il Batman vestito del 23. Il suo contratto poco oneroso rispetto ai compagni, che porta al crearsi di tensioni con la dirigenza è il casus belli che rende il denaro un segno di rispetto e di riconoscenza per le trionfali cavalcate al successo.
Pippen è la difficoltà del secondo, l’inscalfibile certezza di avere qualcuno accanto che è e sarà sempre migliore di te, unita alla consapevolezza di dover svolgere al meglio il proprio ruolo per il bene comune.

C’è Dennis Rodman, personaggio unico ed inimitabile: capelli dai colori improponibili, piercing ed un carattere complesso. Apparentemente ruvido all’esterno, questa sua superficiale bizzarria è uno scudo per proteggere un animo fragile e bisognoso di svago, ben evidenziato nella serie dal racconto del suo periodo triste a Detroit e la vena comica legata ai suoi viaggi di piacere.

“Viaggi di piacere” accompagnato da questa signorina qui.

C’è spazio anche per Toni Kukoč , spilungone croato la cui pedina sulla scacchiera dell’epopea dei Bulls attraversa vari cambiamenti di ruolo, talvolta inconsapevoli: da star indiscussa nel Vecchio Continente, l’europeo diventa Pomo della Discordia tra la dirigenza dei Tori e i giocatori già sotto contratto (con doppio scontro gladiatorio durante le Olimpiadi 1992), capitanati come accennato dall’insoddisfatto Pippen, sentitosi rimpiazzato.

Viene concessa doverosa luce anche agli apparenti comprimari: John Paxson prima e Steve Kerr poi non sono meri Patroclo sacrificati sul polveroso campo di battaglia per portare al ritorno in battaglia del pelide Jordan, ma tasselli senza i quali il puzzle non avrebbe potuto completarsi.
La dimostrazione vivente che per ritagliarsi il proprio momento di gloria basta talvolta farsi trovare pronti al posto giusto e nel momento giusto.

E non c’è eroe senza antagonisti, non c’è Bellerofonte senza Chimera: in tal senso i Bulls e Jordan ebbero avversari a non finire.

Earvin “Magic” Johnson e Larry Bird come vecchi eroi del passato, due cowboy del West che devono giocoforza piegarsi all’arrivo nelle aride pianure nordamericane della ferrovia di Jordan; un passaggio di testimone necessario come tributo di sangue all’implacabile Padre Tempo, ma che a posteriori ha creato una rispettosa amicizia reciproca in nome delle innumerevoli battaglie reciproche e non.

I Detroit Pistons, i Ragazzacci brutti, sporchi e cattivi che avevano nel fumantino Isiah Thomas la loro stella (pur costandogli il suo carattere l’Oro olimpico): dei guastafeste che con le loro regole speciali per urtare fisicamente le stelle avversarie fanno capire a Jordan la necessità di unire il talento al fisico, in modo che il suo corpo possa irrobustirsi ed essere in grado di dare battaglia anche quando all’elegante fioretto si sostituiscono le brutali clave.

Reggie “The KIller” MIller, il nuovo che avanza: colui che portò alla creazione dell’appellativo “Gesù Nero” per il numero 23 (che rispose in questo modo alla provocazione della futura stella di Indiana “Ehi, sei tu Michael Jordan, quello che cammina sulle acque?”); con Miller ritorna anche Bird in versione allenatore, con l’avversario che incrocia di nuovo la strada dell’eroe ma in altre vesti, pur con lo stesso cipiglio battagliero e lo stesso rispetto reciproco.

Scilla e Cariddi si sono trasferite dallo stretto di Messina alle montagne dello Utah: John Stockton e Karl Malone furono coloro che meglio cercarono di arginare lo strapotere dei Bulls in due tirate finali consecutive.
“Il Muto” e “Il Postino” formarono una delle coppie più affiatate dell’intera storia NBA, ma gli assist del primo e la costanza realizzativa del secondo non bastarono a fermare Jordan e soci.

A sinistra il secondo miglior marcatore della storia NBA. A destra il migliore della storia per assist e palle rubate.

Come il mito classico, The Last Dance è perciò una serie di macro-temi e vari archetipi narrati attraverso le tipologie caratteriali dei personaggi presenti, che incarnano quindi uno o più elementi utili per la narrazione complessiva.
La differenza con l’epopea antica è che qui non abbiamo un aedo a narrare queste gesta, ma vi sono in sua vece le immagini e le parole degli stessi protagonisti; assistere ad achei e troiani narrare le gesta avvenute durante la guerra per Ilio permette di eliminare le distanze tra racconto e suo pubblico, immergendo maggiormente lo spettatore nel mood e nell’ambiente in cui si svolsero le vicende.

Ovviamente non siamo di fronte ad un prodotto oggettivamente storiografico, ma non è questo l’obiettivo della serie targata ESPN: chi si lamenta della presenza di svariate lacune o dello spazio dato o tolto a determinati personaggi è paragonabile a chi assista al duello tra Amleto e Laerte a teatro e critichi l’assenza di veleno sulle spade degli attori.

The Last dance è comunque una serie caldamente consigliata non solo per gli amanti della palla a spicchi, ma anche per chi voglia conoscere più da vicino i retroscena di un’impresa sportiva; chi voglia meglio comprendere quanta fatica ci sia e quanto sia lungo il cammino prima di poter tagliare la striscia di stoffa del traguardo.

Perché i limiti, come le paure, spesso sono solo un’illusione.

Searching


Who are you?

Who, who, who, who?

TRAMA: La figlia di David, la sedicenne Margot, scompare all’improvviso. Le indagini della polizia non portano a nulla, l’uomo decide quindi di seguire le tracce digitali lasciate dalla ragazza.

RECENSIONE:

Girato interamente dal punto di vista degli smartphone e dei computer, Searching è un esempio interessante e ben riuscito di come il fattore meramente tecnologico della nostra esistenza possa andarsi a fondere con l’elemento cinematografico per creare una piacevole amalgama.

La scomparsa di una sedicenne e la sua disperata ricerca da parte del padre diventa una leva di Archimede per mostrare quanto la cerchia di contatti che la maggior parte di noi ha creato in quello sconfinato mondo che è la rete offra una vastità infinita di possibilità creative quanto anche di vuotezza effimera.

Il costante utilizzo dei dispositivi elettronici, quel “black mirror” le cui distopiche devianze hanno fatto le fortune di Charlie Brooker, permette al film di costruire un interessante percorso di esposizione narrativa in cui ogni schermo è un’artificiale mollica di pane che il Pollicino Aneesh Chaganty (regista classe 1991, tenetelo d’occhio) dissemina lungo il percorso per accompagnare lo spettatore alla verità.

“Amici” su Facebook di cui non conosciamo nemmeno il volto, spettatori dei nostri video di cui ignoriamo l’identità, testimoni di una fetta più o meno grande della nostra vita che decidiamo coscientemente o meno di offrire in pasto ad un pubblico di cui fatichiamo a concepire l’estensione… ogni individuo con cui entriamo in contatto potrebbe essere ben diverso da come la sua identità sulla rete ci appaia.

Il confine tra realtà ed apparenza diventa perciò una nebbia sfumata, in cui ciò che siamo e ciò che mostriamo al web talvolta non costituiscono nemmeno i lati della stessa medaglia, ma radicalmente un castello di carte inventato dalla nostra psiche per fornirci svago, rifugio o scudo contro la concretezza del mondo esterno.

E quindi la ricerca della verità e della giustizia si fa percorso tumultuoso come un torrente montano, poiché il viaggio è pregno di vicoli ciechi, di punti morti, di false piste, e solo un padre ardimentoso e determinato può trovare la forza morale di perseguire un tragitto che probabilmente lo porterà a risvolti amari.

Chaganty è architetto di sentimenti contrastanti, tra l’ansia, la speranza, la rabbia e il dubbio, sapendo gestire come un ben più navigato direttore d’orchestra la variegata gamma di media a sua (e nostra) disposizione.

Prova solida dello statunitense di origini sudcoreane John Cho, che dopo anni nella commedia (con partecipazioni a serie come American Pie e Harold & Kumar) e un ruolo brillante nei recenti Star Trek dimostra di avere qualche buona carta da giocare anche al tavolo del dramma.

Consigliata la visione al computer, per aumentare l’immersività della trama.

The Midnight Gospel – Serie tv


Didn’t know what time it was and the lights were low

I leaned back on my radio.

TRAMA: Un buffo spacecaster decide di esplorare un multiverso di mondi prossimi alla distruzione. Il suo obiettivo è trovare le risposte alle più importanti domande sulla vita, la morte, il significato dei sogni, la psiche, i valori sociali e politici. In ogni sua perlustrazione spaziale fa la conoscenza di interlocutori sempre diversi, i quali lo aiutano a comprendere meglio il suo mondo e lo scopo dell’umanità intera.

RECENSIONE:


Creata da Pendleton Ward, ideatore della celebre serie animata Adventure Time, The Midnight Gospel è un tuffo lisergico nell’oceano della mente umana.

Basato sui viaggi nell’universo di un podcaster desideroso di intervistare personaggi che arricchiscano la sua conoscenza, come un novello Ulisse che oltrepassa le colonne d’Ercole, il cartoon presenta allo spettatore puntate tematicamente specifiche, in cui attraverso la conversazione tra il protagonista ed il suo interlocutore di turno vengono sviscerati importanti argomenti filosofici o morali.


Toccando gli elementi di riflessione più classica su cui secoli di filosofi hanno pontificato, come l’amore o la morte, o passando attraverso topic meno comuni come il rapporto tra maestro ed allievo o la ciclicità delle scelte esistenziali, questo Vangelo di Mezzanotte si posiziona nettamente sul sottile limite tra genialità e stramberia.

Se da un punto di vista strettamente contenutistico abbiamo infatti lunghe digressioni verbali che si occupano di enunciare differenti opinioni riguardanti una macro-area tematica, con uno spirito quasi alla stream of consciousness joyciano, la cornice visiva è caotica e vivace.
Ciò porta ad un connubio di ghiaccio bollente, in cui la ricchezza e la profondità di queste chiacchierate sono circondate da elementi scenici che non sfigurerebbero per originalità in Paura e delirio a Las Vegas.


Attraverso una coraggiosa scelta nel considerare il dialogo come una chiesa da porre al centro del villaggio (i personaggi continuano ad interloquire amabilmente fra loro anche nelle situazioni più pericolose o bizzarre), il contorno visivo narra una storia di importanza sottoboschiva, quasi un sottofondo musicale nella lettura di un saggio filosofico.

Il risultato è un prodotto che carpisce l’essenza di un trip allucinogeno al chiarore della luna, nel quale ci abbandoniamo con i nostri compari (o anche soli con noi stessi) a torrenti di considerazioni sparse sui grandi temi della nostra esistenza, apprezzando al tempo stesso quanto siano meravigliosi i ciuffi d’erba sui quali adagiamo mollemente, o quale funzione peculiare abbiano le nostre mani.


Al pubblico viene quindi offerta un’esperienza che può efficacemente portarlo a mature e riflessive introspezioni sul suo modo soggettivo di essere spettatore interagente con il mondo che lo circonda, quanto, molto più banalmente, annoiarlo a morte a causa del focus posizionato quasi interamente sui dialoghi.
Gli episodi mancano infatti di una vera e propria trama ben definita, non possedendo quindi la colonna vertebrale sui cui blocchi si appoggia l’attenzione di uno spettatore pigro.

Piuttosto apprezzato da una critica che si spera abbia un background conoscitivo tale da elogiare la qualità artistica di un’opera e non solo la sua effimera portata visiva o commerciale, The Midnight Gospel potrebbe risultare indigesto ad un pubblico non perfettamente allineato ad un’esperienza come quella qui offerta.

La dritta è quindi provare almeno la prima puntata (con tema principale la droga, e con il senno di poi quale migliore argomento per una serie di questo tipo), e in base a quella cercare di capire quanto possano interessare le successive sette.

Consigliato.

Diamanti grezzi


Diamonds are a jew’s best friend.

TRAMA: Un gioielliere fa una scommessa che potrebbe procurargli una grossa fortuna. L’uomo deve riuscire a conciliare gli affari, la famiglia e i suoi avversari in un gioco di equilibri precari che potrebbe costargli caro.

RECENSIONE:

MI È PIACIUTO UN FILM CON QUELL’INSOPPORTABILE TESTA DI CAZZO DI ADAM SANDLER.

Fino a ieri ero seriamente convinto che l’inferno si sarebbe ghiacciato prima, ed invece, diretto dai fratelli Safdie, Happy Gilmore caccia fuori una performance sugli scudi ed intelligentemente gestita.

Nei panni di un commerciante di gioielli amante delle donne facili e delle scommesse difficili, il comico newyorchese offre infatti al pubblico una prova convincente e di estrema maturità interpretativa, ben distante dalle commedie scatologiche affossate da un deplorevole spirito peterpanesco a cui troppo spesso ci ha abituati.

Diamanti grezzi è l’elegia di un perdente: un uomo che, non pago di essere in balia di eventi negativi che affliggono la sua esistenza come fenomeni atmosferici ineluttabili, è egli stesso concausa degli stessi.
Scegliendo di optare costantemente per l’alternativa sbagliata, Howard Ratner non contribuisce infatti a quell’equilibrio karmico e cosmologico che potrebbe fruttargli una goccia di buona sorte in un tempestoso oceano di perigli, accrescendo invece il volume dei suoi affanni come chi sparge benzina su un fuoco la cui propagazione è divenuta già preoccupante.

Una vicenda così grottesca che risulterebbe tragicomica, se non ci fosse in ballo la vita di un peccatore che è in cerca di redenzione solo se essa faccia parte del disegno di una sua personale chiesa edonista: preferendo le scommesse al saldo dei debiti, gli affari poco puliti ad un commercio rispettabile e una giovane fica calda al conforto della sua famiglia, Ratner è inconsapevole esempio negativo che oscura come cumulonembo la vallata del suo sincero impegno nel miglioramento delle sue condizioni.

Diamanti grezzi è un film corposo ed intricato, in cui i passaggi di mano in mano di pietre preziose, orologi e denaro sono leitmotiv nella raffigurazione di uno scorcio sociale avido ed insaziabile.
Un cerbero tricefalo che inghiotte ogni buona azione, commercio e rapporto sociale defecandolo in squallore etico e umano.

Un’opera probabilmente non di immediato appeal nella sua torbida e affannosa composizione narrativa, ma che permette allo spettatore di empatizzare con Ratner (non lasciando né all’uno né all’altro un attimo di tregua dagli eventi narrati) e che sicuramente centra il bersaglio nel presentare una storia avvincente e ben congegnata.

Ruolo secondario ma nemmeno troppo per il cestista Kevin Garnett, all’epoca in cui si svolge la storia (2012) stella dei Boston Celtics e recentemente nominato per la NBA Hall of Fame.

Consigliato.

Il buco


«Sii gentile con le persone che incontri salendo, perché sono le stesse che incontrerai scendendo».

Jimmy Durante (1893 – 1980), pianista e attore statunitense.

TRAMA: Un edificio si sviluppa sottoterra suddiviso in piani. Ogni livello è una stanza con due compagni di cella che ogni mese vengono spostati insieme, se entrambi sopravvissuti, e in maniera casuale, da un livello all’altro.
Una piattaforma scende in verticale attraverso il “buco”, una gigantesca apertura al centro dell’edificio, e le persone ai piani inferiori hanno la possibilità di mangiare, entro pochi minuti, gli avanzi di chi sta al piano superiore.

RECENSIONE:

In questo periodo di chiusura dei cinema (che da amante del grande schermo ci tengo a sottolineare però essere l’ultimo degli attuali problemi), con relativa posticipazione di tutte le uscite previste nelle sale, perché non approfittare del catalogo di Netflix per gustarsi uno dei prodotti di cui si è aggiudicata la distribuzione?

Beh, perché fanno tutti schifissimo.

Quasi tutti.

È stata infatti una piccola sorpresa in positivo questo Il buco, film spagnolo dell’anno scorso diretto da Galder Gaztelu-Urrutia (adoro i nomi baschi, così simili a quelli di Guerre Stellari…): un thriller/horror dal budget non altissimo, ma che riesce ad intrattenere per un’oretta e mezza senza l’infamia di alcuni colleghi ben più blasonati.

silence scena

Un po’ The Cube per la sua atmosfera da prigione claustrofobica, un po’ Snowpiercer per la sua distopia ambientata interamente all’interno di un luogo chiuso (là un treno, qui un palazzo), El hoyo è un’opera che brilla soprattutto per una ricchezza contenutistica e metaforica sproporzionatamente corposa rispetto alla sua ridotta estensione temporale.

La pellicola è infatti pregna di molte tematiche sociali ad ampio respiro che possono essere trasposte dalla trama specifica del film per estenderle alla collettività, mostrando una maturità narrativa sicuramente piacevole e, cosa più importante, intellettualmente stimolante.

Il primo elemento portante dell’opera, il primo macro-tema, se vogliamo, è sicuramente la fame.

Essa è insieme alla riproduzione uno dei due istinti animali principali: ciò che porta l’individuo alla sussistenza e che consente ad una specie di preservarsi nel regno naturale.
L’uomo come animale sociale, indottrinato di convenzioni e sovrastrutture che imbrigliano il suo animo per la prosperità di una civile convivenza, vede i propri argini mentali brutalmente divelti quando risulta impellente la necessità di nutrirsi.

La fossa è perciò una spinta per regolamentare se stessi, imbrigliando i propri istinti alimentari (e non) verso una solidarietà di gruppo che diventa estremamente difficile proprio per via dell’irrazionalità umana.

Il palazzo diventa centro verticale di autogestione, in cui l’obiettivo ultimo consiste nel costringere le persone all’attuazione di un comunismo salomonico coatto.
La distinzione tra i livelli è unidirezionale perché segue la gravità: l’uomo costruisce uno spazio (artificiale, quindi) che viene però piegato dalla indissolubile processione di un elemento naturale: l’attrazione che i corpi della superficie terrestre hanno verso il proprio centro.

La tromba centrale della struttura, colonna di vacua nullità che percorre i piani dell’edificio nell’area più interna, è metafora del gelido vuoto sociale che permea le differenze tra le varie classi, divise a causa della mancanza di comunicazione, fisica o emotiva, tra i vari livelli.

L’edificio è un posto non adatto a leggere libri, poiché la fragile razionalità della mente è destinata al giogo dell’istinto carnale: la negoziazione, ossia l’arte tipicamente umana di risolvere i problemi mediante la dialettica (e quindi senza ricorrere alla forza bruta del regno naturale) è di utilità nulla rispetto invece alle ben più grevi ma pressanti minacce, e la carità religiosa viene sovrastata dal un principio istintuale di mors tua vita mea che tramuta eventuali alleanze in un enorme pericolo di subitaneo tradimento.

Nel cast buona prova del protagonista Iván Massagué dall’espressione dolente e stanca; un uomo che tenta di adattarsi darwinianamente all’ambiente che lo circonda, tentando di sopravvivergli senza farsene schiacciare.

Ottimo l’anziano Zorion Eguileor nelle vesti di un simil-mentore che indirizza in vari modi il protagonista ad un cambiamento salvifico per se stesso e per gli sfortunati prigionieri che come lui rischiano la vita in una prigione dal tagliente spirito aggressivo.

Consigliato.  

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