L'amichevole cinefilo di quartiere

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After Life – Serie tv


«Papà dice che sei triste da quando zia Lisa è morta».
«Sì».
«Anche io. Sai che la sogno qualche volta?»
«Anche io».
«Perché i dottori non l’hanno curata?»
«Ci hanno provato».
«Perché Gesù non l’ha salvata?»
«Perché è uno stronzo».

Dopo la morte della moglie per un cancro, un uomo cade in depressione. Non trovando nessuna gioia nel vivere e abbattuto da continui pensieri suicidi, decide di passare le giornate a dire tutto quello che gli passa per la mente.

Scritta, diretta ed interpretata dal comico britannico Ricky Gervais, After Life è una serie tv di genere dramedy in cui le poche risate amare fanno da contorno ad un sottotesto di malinconia e introspezione.


Esiste un vero e proprio senso all’esistenza?

Perché continuare a vivere quando il nostro più grande amore non c’è più?
Perché piegarsi a convenzioni sociali inutili e stupide quando ciò che veramente desideriamo è la morte?

Attraverso un personaggio (che si è) scritto su misura per lui, Gervais propone un prodotto mesto ma deliziosamente cinico, il cui scopo non è abbattere il morale dello spettatore solo per il gusto di esporlo ad una tetra e cruda realtà, ma metterlo di fronte a come vengano gestite situazioni di vita comune da chi non sente di avere più nulla da perdere o per cui trattenere il proprio sarcasmo.


Ogni incontro, ogni esperienza, ogni piccola inezia della quotidianità è un’occasione per rimarcare la stupidità intrinseca di tali incroci; la nostra vita è il risultato di una somma lunga anni di innumerevoli momenti apparentemente privi di profondità, il cui significato risiede solo nel piccolo o grande valore che ognuno di noi conferisca agli stessi.

La perdita di una persona amata è irreversibile, e chi ha subito un lutto non può trovare la felicità in un ritorno materialmente impossibile: la gioia, se davvero desiderata, va ricercata in altri lidi emotivi e materiali, ma ciò deve giocoforza comportare un difficile abbandono al passato per affidarsi ad un ignoto futuro.


È proprio questo che il protagonista, Tony, non riesce a fare. Il ricordo della moglie, deceduta circa un anno prima, è ancora troppo vivido e potente da permettergli di proseguire nella propria esistenza, e ciò lo porta ad un opprimente desiderio di morte che egli razionalizza con semplicità e chiarezza.


Interessante da questo punto di vista il parallelismo tra Tony e l’anziano padre, il cui Alzheimer gli impedisce i ricordi.

Tra il figlio che non vede per sé un futuro ed il padre che non vede con chiarezza il passato viene rappresentato un rapporto basato su dialoghi brevi ma ricchi di significato, la cui diametralità introspettiva è ben coadiuvata dall’infermiera della casa di riposo per anziani, uno dei pochi personaggi a tener testa al cinismo di Tony.


Pregevole è anche la presenza di alcuni side characters che non si limitano ad esporre ottusamente opinioni personali sceme, ma si relazionano con il protagonista dal punto di vista di chi si ritrovi a fianco di qualcuno così ossessionato dalla propria morte.


La razionale brutalità di Tony non discende sul mondo come le Tavole della Legge, pur essendo il suo un personaggio strabordante per spazio e complessità rispetto agli altri, ma trova una sua ragione di confronto anche nelle altre figure.


In un cast di contorno ovviamente Gervais-centrico, riconoscibili dai fan de Il trono di spade sono il padre del protagonista, interpretato da David Bradley (Walder Frey nella serie di HBO) ed il bizzarro psicologo di Paul Kaye (ex Thoros di Myr).


Stile un po’ particolare, ma consigliata.

Dov’è il mio corpo?


Basato sul romanzo del 2006 Happy Hand di Guillaume Laurant, Dov’è il mio corpo? è un delicato ed intenso film d’animazione, che offre uno svolgimento narrativo emozionante corredato da toni profondi.

Sì, lo so cosa starete pensando: “Cristo, Mattia, UN ALTRO film in cui una mano mozzata si anima e cerca di ricongiungersi con il resto del suo corpo? Che palle, ne ho già visti a decine!”

Eh, lo so, purtroppo le idee interessanti scarseggiano… nonostante ciò, sia l’arto tagliato che affronta il moderno caos della metropoli zampettando verso il suo ex proprietario sia il suddetto protagonista la cui vicenda viene narrata mediante flashback (quando ancora era un pezzo di carne unico) vanno a formare un doppio binario di viaggio (corporeo e di maturazione caratteriale) che offre un parallelismo di intenti quanto mai azzeccato.


Il membro più taciturno della famiglia Addams è infatti una potente metafora di insoddisfazione e incompletezza, il simbolo tangibile e fisico della necessità di trovare la propria strada nel mondo, attraverso la ricerca di un ambiente e di un percorso a noi confacente.

La mano ha un unico scopo: quello di ritornare ad essere un elemento del tutto, dell’organicità plurale che è l’anatomia umana: lo stesso desiderio di ciascuno di noi, che nella propria vita tenti, attraverso alternative più o meno varie, di inserirsi in una società complessa e variegata mediante le scelte scolastiche, professionali e sentimentali che via via ci si dipanano davanti.

Il giovane Naoufel ha subito più di una grave perdita nel corso della sua breve esistenza, dovendosi adattare ad uno stile di vita complesso e in cui continua a trovarsi pesce fuor d’acqua.

Il caso però dà e toglie, offrendogli l’opportunità di una piccola ma significativa svolta alla propria vita; noi vediamo il ragazzo in una condizione inizialmente miserabile, ma attraverso i ricordi, persino tattili, della sua mano destra possiamo andarne a conoscere le vicissitudini e le speranze, formando un potente rapporto empatico non solo con lui, ma persino con il suo arto perduto.

Animazione dallo stile particolare, con un pregevole uso del bianco e nero per i ricordi nel protagonista da bambino e del colore quando è adulto, la scelta di avere pochi ma significativi personaggi di contorno fa sì che lo spettatore si concentri sulle entità separate dello stesso individuo, rendendoli due personaggi propriamente distinti.


Ciò che avrebbe potuto risultare grottesco e respingente riesce quindi invece ad attrarre dolcemente, senza scadere in una crudezza immotivata o in eccessivi deragliamenti nel melenso.

I primi piani sulla mano durante i ricordi sono un elemento di rara efficacia, e riescono a trasmettere allo spettatore delle sensazioni tattili estremamente difficili da rendere tramite un mezzo audiovisivo come il film.

Distribuito da Netflix, candidato ai prossimi Oscar come miglior film d’animazione, dura un’ora e venti.


Non avete scuse.

Storia di un matrimonio


Quando la routine morde forte, e le ambizioni sono al minimo

E i risentimenti cavalcano alti, ma le emozioni non cresceranno
E noi stiamo cambiando i nostri modi di essere, prendendo strade diverse
L’amore, l’amore ci farà a pezzi di nuovo.

TRAMA: Un regista teatrale e sua moglie, attrice, passano attraverso un estenuante divorzio che li porta all’esasperazione personale e creativa.

RECENSIONE:

Scritto e diretto da Noah Baumbach, Storia di un matrimonio è un efficace dramma familiare che riesce, grazie soprattutto ad una scrittura realistica e cruda, oltre che per due interpretazioni veramente sul pezzo, a rappresentare appieno le nevrosi ed il dramma interiore di una coppia che scoppia.

Molto apprezzabile in particolare un tono generale che, senza scadere in patetismi inutili e mantenendosi invece su binari di grande intensità emotiva, permette alla pellicola di sfruttare le sue due ore e un quarto di durata per evidenziare i differenti punti di vista all’interno di una crisi matrimoniale.

Non è uno scontro tra la ragione ed il torto: solo due individui con personalità e punti di vista contrapposti riguardo temi comuni della vita insieme, quali la carriera lavorativa (in questo caso intrecciata e per entrambi assai ambiziosa), il difficile mestiere di educare e stare accanto al proprio figlio nonché i frequenti ed importanti spostamenti necessari per condurre allo stesso tempo i propri sogni e progetti professionali.

Ciò che rende Storia di un matrimonio (o per meglio dire della fine di un matrimonio) un’opera così ben fatta è sicuramente la sapiente gestione delle varie fasi narrative, che vengono presentate con organicità e senza mai dare l’impressione di inserimenti forzati per la necessità di mandare avanti la trama.

Il rapporto tra Charlie e Nicole si dipana come le varie tappe di un pullman itinerante.
Abbiamo fin da subito un inizio azzeccatissimo, grazie alla scelta di porre in apertura una declamazione di che cosa ognuno ami e apprezzi dell’altro: dato che il film verte sulla fine di una relazione coniugale, ciò contribuisce infatti a mostrare efficacemente come parta un legame tra due persone che al momento il pubblico non conosce, e della cui storia assisteremo per le successive due ore.

Le voci fuori campo dei due hanno lo scopo di prendere delicatamente per mano lo spettatore, facendogli assaggiare i lati migliori di una relazione apparentemente felice e dolce, ma purtroppo già in fase di rottura; le parole pronunciate dai due sposi si fondono alle immagini a loro sostegno come fossero gli affluenti dello stesso fiume, traghettando la fragile barca che è appunto l’occhio esterno del pubblico, che si ritrova quasi nei panni di un conoscente reale.

Il teatro, ambito lavorativo dei due, è metafora ideale di una rappresentazione della vita che vita in senso stretto non è: sul palco gli attori recitano un ruolo, così come purtroppo può capitare in un ambito di coppia.

Una relazione amorosa deve basarsi, oltre che sull’ovvio rispetto necessario in qualsiasi rapporto umano, sulla sincerità e sulla condivisione, di piccoli e grandi momenti che, magari banali, magari apparentemente scontati, lastricano invece la strada per il futuro della coppia.

Ogni risata, ogni confronto, ogni dialogo ha come unico scopo quello di apertura del proprio sé all’altra persona; mai bisognerebbe fare l’errore di indossare una maschera che, col tempo, inevitabilmente è destinata a cadere, rivelando ciò che si è realmente.
La vita può essere considerata una recita pirandelliana, in cui ognuno di noi assume una diversa connotazione personale in base alla situazione in cui si trova e a coloro con cui abbia a che fare, ma è solo una volta rivelatisi che si può affrontare con vera maturità una relazione.

Il legame professionale oltre che umano tra il marito regista e la moglie attrice ingarbuglia ancor di più una relazione già non semplice, ed è estremamente interessante osservare come i due cerchino di giostrare e giostrarsi con successo alterno quanto riguardi la propria vita insieme come coppia ed il loro rapporto lavorativo.

Ciò evidenzia ancor di più il legame inscindibile tra la nostra vita privata e quella produttiva, quanto il benessere di uno infici o meno sulla serenità dell’altro.

Mostrano i muscoli gli attori protagonisti.

Adam Driver dimostra una volta di più quanto sia omicida conoscerlo solo per un personaggio mal scritto come Kylo Ren, aiutato anche da una sceneggiatura che per una volta non dipinge il maschio come un eroe moderno schiacciato dagli eventi o all’estremo opposto un beota fedifrago.
Il suo è un ruolo di grande complessità e delicatezza, che spero possa essere preso come esempio in futuro da una Hollywood che non dovrebbe essere timorosa di rappresentare le fragilità del maschio occidentale.

Scarlett Johansson intensa nel suo rappresentare un uccello in gabbia dorata alla ricerca della propria voce.
Una donna che non vuole più essere un’ombra, professionale e non, del consorte, ma è come non mai desiderosa di poter spiccare il volo e tracciare la propria rotta: la sua femminilità è quella di madre e di donna in carriera, che non ha bisogno dell’attrattiva fisica perché già possiede quella mentale.

Laura Dern e Ray Liotta buone aggiunte di contorno nei panni di due squali del foro che contribuiscono ad inacidire ancora di più il confronto. Risultato azzeccato con i sessi abbinati (stessi cromosomi tra cliente e legale), anche se un incrocio dei ruoli sarebbe stato a mio parere molto più interessante, per quanto complesso da realizzare in via pratica.

Un film decisamente consigliato, disponibile su Netflix.

I due papi

[Premessa: chi scrive è un ateo praticante]

Distribuito da Netflix, “I due papi” è un film discretamente interessante incentrato su una rappresentazione (volutamente piuttosto romanzata) del passaggio di testimone tra i due pontefici Benedetto XVI e Francesco.

Ciò che lo rende appetibile per un pubblico al di fuori del gregge cattolico è il suo concentrarsi sulla religione in modo relativo, facendo emergere (giustamente) più un umano confronto di opinioni.

Un’organizzazione vecchia di due millenni sta perdendo l’appeal e la forza che l’hanno contraddistinta per il corso della sua esistenza. Che fare?
Tentare di renderla sempre più forte e granitica, in modo che sia un punto di riferimento e quindi per definizione tragga la sua legittimazione dal restare immota ed immutata, oppure viceversa provare a portarvi delle aperture che con il tempo la rendano più liquida e legata alla società del nostro tempo?

Entrambi gli approcci hanno vantaggi e svantaggi, pro e contro, ed il film centra l‘obiettivo di rendere interessante questa contrapposizione di figure opposte, coperte però dallo stesso ombrello della Chiesa: due decani dalle esperienze diametralmente differenti ma mossi da una sincera volontà di servire al proprio meglio il seggio di Pietro.

La pellicola riesce a rendere questo scambio di idee equilibrato, fornendo sì più spazio a Bergoglio (soprattutto grazie ad una lunga serie di flashback che ne mostrano la gioventù segnata dal controverso legame con il regime dittatoriale del suo Paese), ma non cadendo nella faciloneria di dipingere l’argentino come un Voltaire illuminato al cospetto di un Ratzinger ottusamente retrogrado.

Il tedesco è infatti visto come un uomo oberato di enormi pesi, dovuti sia al suo stato di salute personale che al suo essere pontefice in un periodo storico estremamente complesso per la Chiesa e al suo esterno.
Se posti nei suoi panni il suo punto di vista di uomo teorico e strettamente intellettuale è logico, perciò non si scade in una rappresentazione del ben poco carismatico Benedetto come un Imperatore Palpatine colluso e austero.

Pregevole per somiglianza estetica la scelta dei due attori, Anthony Hopkins e Jonathan Pryce; sottilmente ironico che Pryce presti il volto al papa Francesco dopo essere stato oggetto per anni di battute derivanti dalla sua somiglianza tra il cardinale sudamericano e l’High Sparrow di Game of Thrones da lui interpretato.

Consigliato.

Nell’erba alta


… ci trovi i Pokémon.

TRAMA: Fratello e sorella incinta stanno guidando nel Kansas quando sentono richieste di aiuto provenienti da un vasto campo di erba alta ai bordi della strada; fermandosi per indagare, entrano nel campo e iniziano a perdersi.
Si renderanno conto della presenza di entità malvagie ed inspiegabili…

RECENSIONE:

– Film tratto da un racconto di Stephen King, uno dei più amati e prolifici scrittori horror, e suo figlio Joe.

– Questo è bene!

– Stephen King è anche quello che ha scritto L’acchiappasogni.

– Questo è male.


– Ma Stephen King è riuscito a rendere inquietanti per le masse degli elementi apparentemente banali come il grano, i cellulari, le automobili o i San Bernardo.

– Questo è bene!

– È comunque abbastanza prevedibile che difficilmente il sogno bagnato di Snoop Dogg possa risultare spaventoso.


– Questo è male.


– Nell’erba alta dura solo un’ora e quaranta, perciò se non altro è un’esperienza rapida.


– Questo è bene!


– È pieno di cliché kinghiani da fare vomito: la religione è malefica, i famigliari sono ambigui, i bambini rappresentano l’unica salvezza per il mondo, esistono elementi sovrannaturali da accettare così come sono senza porsi domande, beati gli ultimi che incarnano la vera bontà…


– Questo è male.

– Però c’è Patrick Wilson, noto agli amanti del cinema de paura per le saghe di Insidious The Conjuring.

– Questo è bene!

– Patrick Wilson fornisce più risate che brividi, interpretando un personaggio con lo spessore narrativo del domopak e sprecando quindi l’unico nome noto in un cast di mestieranti.

– Questo è male.

Nell’erba alta dura solo un’ora e quaranta, perciò se non altro è un’esperienza rapida.

– Questo è bene! Però aspetta, non lo hai già detto…?

– Nell’erba alta propone una trama sconclusionata ed inutilmente complicata (persino per gli standard dello scrittore dalla cui mente derivano questo ed altri deliri): perdendosi in facilonerie, elementi il cui ruolo nella storia alterna l’inutilità alla mancanza di senso e fattori apparentemente aleatori va infatti a crearsi non la rappresentazione del perdersi dei personaggi, ma dello spettatore.

– Questo è male.

– Oltre a quello di Wilson, pure gli altri characters sono ben poco delineati, riducendosi a stereotipi urlanti e gementi che non permettono al pubblico di provare empatia nei loro confronti, dato fondamentale in un horror basato sullo smarrire l’orientamento.

– Anche questo è male.

– Il comparto tecnico non presenta nulla di memorabile o particolarmente apprezzabile nel genere; vi è anzi una spiacevole sensazione di incuria e superficialità, dovuta prevalentemente ai talvolta finterrimi fondali, o all’eccessivo crogiolarsi nella verzura senza provare a calcare la mano su scintille visive che avrebbero potuto risultare efficaci e piacevoli.

– Ehm… non dovresti menzionare ogni tanto qualcosa di positivo sul film in modo da continuare la gag?

Nell’erba alta dura solo un’ora e quaran…

– Ok, penso di aver capito dove stiamo andando a parare.

– Il comparto metaforico di conseguenza si perde, perché non sorretto da una trama che ponga in essere paletti narrativi ben fissati.
I temi dello smarrimento, della mancanza di fiducia persino verso i membri della propria famiglia, dell’autodeterminarsi escludendo fattori esterni che richiedano la nostra cieca ubbidienza ed il lato infido di elementi banali della nostra esistenza (l’erba, appunto) deragliano in una confusa masnada di detto e non detto, mostrato e non mostrato, in cui si richiede più allo spettatore di cavare sangue dalle rape che metterlo in condizione di sviluppare un’opinione artistica.

– Questo è ma… vabbè, ciao.

– La conclusione della storia è inoltre buttata lì ed inconsistente, non offrendo particolari spunti né sul piano prettamente narrativo né su quello morale, sembrando unicamente un modo per tagliare la vicenda alla bell’e meglio con il minimo sforzo.

– Quindi non c’è proprio null’altro da salvare?

– Beh, adesso che mi ci fai pensare sì…

– Spara.

–  Nell’erba alta non contiene benzoato di potassio.

– Ma vaffanculo.

The Silence


Talvolta la sordità è una benedizione.

Con The Silence sicuramente.

TRAMA: Mentre il mondo è assediato da terribili creature che scovano le loro prede umane grazie al proprio super udito, la sedicenne Ally, non udente da tre anni, e la sua famiglia cercano di mettersi al riparo…

RECENSIONE:

Ennesimo originale Netflix di qualità aberrante, The Silence è una pigra porcheria che oltre a presentare oggettivi difetti in fase costruttiva (sceneggiatura, soprattutto) subisce pure la scalogna di essere sembrare una copia carbone del buon A Quiet Place di John Krasinski, uscito solo un anno fa.

Al confronto del quale emerge una differenza simile a quella presente in campo calcistico tra il Barcellona catalano e il Barcellona Pozzo di Gotto.

Una delle pecche principali di questa boiata è sicuramente la trama, che pur considerando la presenza consona per l’horror di un patto narrativo (sarebbe infatti un errore approcciarsi al genere ricercando veridicità estrema), non evita l’alzata di più che un sopracciglio, a causa soprattutto di una scrittura eccessivamente facilona e superficiale.

silence scena

«Mio Dio, ma quella è proprio una clamorosa cazzatona…» «Stanley, ho paura…»

Nonostante infatti sia stato ipotizzato che solo negli ultimi quarant’anni l’uomo abbia causato l’estinzione di ben il 60% delle specie animali selvatiche, qui uno sciame di pipistrelli preistorici riesce a provocare una deriva apparentemente apocalittica della nostra società; è quindi presumibile che i vertici degli eserciti mondiali siano chiroptofobici come Batman, perché una delle pietre miliari su cui si poggia l’impianto narrativo della pellicola è proprio l’enorme pericolo causato da creature che, per quanto numerose ed aggressive siano, sono semplici animali.

Si aggiunga anche che l’udito delle bestie (non chi ha prodotto il film, quelle che volano) sia più o meno acuto in base a mera convenienza di trama, poiché a parità di decibel esse talvolta non si accorgono delle fonti rumorose, mentre in altre situazioni anche il più impercettibile rumore ne causa l’attenzione.

Viene quindi a crollare come un castello di carte uno dei principi fondamentali da tenere a mente quando si inseriscano antagonisti, animali o senzienti, dotati di particolari poteri: inquadrare specificatamente i limiti di tali abilità, mostrando perciò in modo chiaro fino a dove esse possano spingersi e quali siano i loro massimi.

Come visto nel precedente Velvet Buzzsaw anche qui Netflix si conferma maestra nello sprecare cast importanti: oltre alla Kiernan Shipka ex Mad Men e in lampa di lancio con Sabrina, ci provano invano Miranda Otto e quel povero Cristo di Stanley Tucci, attore dall’enorme talento che dovrebbe essere messo in condizione di lavorare in prodotti di ben altro spessore.

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Spettatori che dopo aver visto “The Silence” decidono di darsi fuoco.

Tra un rimando tristissimo ad Uccelli, che meno male Hitchcock è morto da quarant’anni, e alcune dinamiche narrative ormai straviste (la famiglia che perde letteralmente i pezzi, i diversi approcci alle tragedie, il fondamentalismo religioso inserito per motivi francamente incomprensibili), The Silence costituisce un’ora e mezza della mia vita che non riavrò mai più.

John Leonetti dovrebbe cambiare mestiere, perché con The Silence oltre che sordi bisognerebbe essere ciechi.

Un film riprovevole.

The Dirt: Mötley Crüe


«Una volta abbiamo visto un gruppo di prostitute, poi ci siamo avvicinati e ci siamo accorti che erano i Mötley Crüe».

James Hetfield.

«Preferirei avere i testicoli mangiati da Hannibal Lecter che fare ancora un tour con i Mötley Crüe».
Dave Mustaine.

TRAMA: La carriera dei Mötley Crüe, band heavy metal nata a Los Angeles nel 1981. Con il loro stile di vita dissoluto e un look trasgressivo, quattro ragazzi disadattati entrano nella storia del rock con il soprannome di “padrini del glam metal”.

RECENSIONE:

Acqua Guizza dei film biografici musicali, The Dirt è un pigro tentativo di sfruttare il nome di una rock band anni ’80 di successo per imbastire un prodotto cinematografico che risulta però assai debole e sciapo.

Incomprensibili innanzitutto le mal pensate scelte artistiche dell’opera, che paradossalmente vedono relegato quasi in secondo piano l’elemento musicale del gruppo per concentrarsi invece blandamente su quello umano, che purtroppo non esula da facili stereotipi risultando superficiale e ripetitivo.

Appurato infatti che la vita estrema delle rock star si basa su scopare, drogarsi, scopare, ubriacarsi, scopare, sfasciare le stanze d’albergo e scopare, il film considera la carriera musicale in senso stretto dei Mötley Crüe come un mero riempitivo alle scorribande sopra le righe dei quattro ragazzi, ponendosi quindi un focus narrativamente sbagliato.

Le vicende che dovrebbero appassionare non lo fanno (ok, sono dei somari, quindi? Ok, si accoppiano come conigli, quindi?) poiché inserite in quell’ovattato contesto eighties da rock band che aumenta terribilmente la distanza tra personaggi e spettatori, limitando fortemente il necessario senso di empatia che dovrebbe scaturire nel pubblico; allo stesso modo, i pochi momenti emozionali buttati un po’ a casaccio per non focalizzarsi unicamente sull’assalto alle vulve, al Jack Daniels e alla polvere magica sono stantii e scarsamente amalgamati con il tono generale della pellicola, nel complesso fortemente ironico e scanzonato.

The Dirt pare quindi più una pisellosa autocelebrazione di quattro (ex) maschietti terribili (infatti nelle vesti di produttori) che un vero e proprio racconto simil-organico degli alti e bassi tipici di una carriera musicale di svariati decenni; da registrare inoltre che escludendo qualche cambio di look in corso d’opera, lo scorrere degli anni è dalla difficile comprensione, poiché il trucco degli attori si limita solo ad “evocare” una vaga idea dei veri Sixx, Lee, Mars e Neil senza una vera e propria mimesi fisica.

Allacciandosi a questo punto, il cast risulta sì leggermente in parte, ma purtroppo non così tanto da offrire allo spettatore l’idea di avere di fronte i veri Mötley Crüe e non dei loro pallidi cosplayer da revival rock.
Spicca in negativo Richard Colson “Machine Gun Kelly” Baker come Tommy Lee, non riuscendo purtroppo ad azzeccare i binari di un  personaggio che tra festini, gossip e matrimonio infelice avrebbe dovuto ricevere una raffigurazione maggiormente all’altezza.

Sorprendentemente uguale Tony Cavalero come riuscitissimo Ozzy Osbourne, presente però solo in una sequenza di contorno.

Volendo allacciare un paragone con il ben più riuscito Bohemian Rhapsody, esso risulta impietoso, con The Dirt che è veramente una versione mal riuscita, zeppa di scelte artistiche poco ispirate (il senso degli sfondamenti della quarte parete per rivolgersi direttamente al pubblico?) e che, al di là dell’amore che si possa avere per l’una o l’altra band, non riesce a sostenerne il livello tecnico.
A titolo meramente informativo, basti prestare attenzione al numero di canzoni inserite nelle rispettive pellicole: ben 22 per BR, solo 14 qui.

The Dirt: Mötley Crüe, ovvero come sorbirsi i racconti di tuo padre su quanto fosse uno scapestrato alla tua età e dover continuare a rassicurarlo del fatto che sì, fosse figo.

Deprimente. 

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