L'amichevole cinefilo di quartiere

No Time to Die

«Gradirebbero qualcosa da bere?»
«Beh, ci porti un Mazzini secco and Vermont, on the rocks, scosso non sbattuto, schizzo di lemon, bicchieri gelati non assiderati, con due cannucce, di quelle snodabili».

TRAMA: James Bond, ormai ritiratosi dal MI6, si gode una vita tranquilla in Giamaica. Quando un suo vecchio amico si presenta da lui con una richiesta d’aiuto, Bond decide di intraprendere una missione per salvare uno scienziato rapito…

RECENSIONE:

La staffetta è una variante a squadre di competizioni sportive singolari nella quale, per ogni squadra, compete un singolo atleta alla volta e in successione.

Essendo una gara che coinvolge diversi atleti (solitamente quattro) normalmente abituati alle corse in singolo, essa richiede una preparazione supplementare in termini di affiatamento e sincronismo al fine di minimizzare i tempi cosiddetti morti, nei passaggi di testimone o comunque di scambio.

Immagine di una staffetta a caso.

Diretto dal Cary Fukunaga di True Detective e Maniac, si chiude il ciclo bondiano di Daniel Craig con un film che risulta in modo preponderante il passaggio della fiaccola di uno dei personaggi più iconici della storia del cinema dalle mani del granitico inglesone biondo ad un nuovo interprete (donna ?).

No Time to Die contiene infatti svariati riferimenti al passaggio del tempo, il quale è latore sia di un confronto tra un passato felice che mai più potrà ritornare che di un presente al contrario ostico, a sua volta anticamera di un futuro incerto e periglioso.
I grandi eroi di una volta si sentono ormai vecchi e stanchi, sfiduciati da come il loro mondo si sia evoluto in un caotico guazzabuglio di interessi contrapposti e posti in ambasce dalla liquidità delle parti in gioco, mai come ora così difficilmente distinguibili una dall’altra.
Il nuovo che avanza è quindi aggressivo e determinato, desideroso non solo di mettersi in mostra per poter ottenere il posto al sole che pensi di meritare, ma anche per spodestare quegli anziani leoni aggrappati con le unghie al proprio status.

Altro tema fondamentale del film è la famiglia: il conflitto tra una tranquilla vita di buen retiro ed il ruolo di protettore degli interessi nazionali sfocia in un dilemma lacerante sulla possibilità o meno di formare quei legami tanto necessari dopo anni di morte e azione, con quindi un’esacerbazione di come la vita di alcuni individui sia incompatibile con la felicità e la gioia dei dolci rapporti umani.

Inoltre le colpe dei padri ricadono sui figli, con le generazioni future che come nei clan scozzesi subiscono o esercitano le proprie ire per azioni commesse dai loro ascendenti, in una catena di morte che può essere spezzata solo con la totale distruzione di una o dell’altra gens.

Strutturalmente parlando, perciò, in questa pellicola tutti i crismi dei classici film con protagonista l’agente segreto al servizio di Sua Maestà vengono pedissequamente rispettati, come una lista della spesa da spuntare man mano che si veleggia tra le corsie del supermarket.

Innanzitutto i paesaggi da cartolina, nei quali spie patinate si muovono sotto i radar dei comuni mortali, sono teatro del balletto di agenti spietati al servizio di una o l’altra nazione.
L’equilibrio geopolitico del mondo si regge in bilico sullo sparo di un proiettile, con il popolo assolutamente ignaro di quanto succeda nel sottobosco dei servizi segreti: pochi individui attraverso le loro azioni possono salvare o condannare il destino di miliardi di cittadini, e le location esotiche forniscono un buon assist in tal senso, grazie al loro carattere così peculiare e alieno rispetto al resto del mondo.

Che sia un borgo rurale italico, una baita nella foresta o un sordido locale cubano, l’ambientazione riesce a trasmettere immediatamente il mood necessario alla sequenza che la veda scenario in quello specifico momento della pellicola, contribuendo al ritmo e alla consequenziale successione degli eventi.

Abbiamo così una struttura a livelli quasi da videogioco, in cui il nostro eroe viaggia da un luogo all’altro, incontra l’NPC di turno che lo aiuta/ostacola nel suo percorso e viene a conoscenza di ulteriori informazioni per la localizzazione del “boss finale”: tale stilema, per quanto piuttosto pigro, presta il fianco all’azione e al disimpegno, non risultando il massimo della profondità narrativa ma nemmeno il più becero dei cliché.

La spia è un dio pagano: come il più classico dei supereroi in calzamaglia sgargiante, l’agente in smoking da cocktail compie imprese al di fuori dell’umana resistenza psicofisica.
Il suo non è però “un lavoro con orari”, come dice l’affettato Q, e 007 lo scopre nel peggiore dei modi, con la montagna che si sposta verso Maometto dimostrando che anche se non siamo ad Elsinore il bosco può comunque minacciare Macbeth con il suo carico di pericoli.

Daniel Craig ormai over 50 è un Bond crepuscolare e stanco, che desidera solo la tranquillità così terribilmente estranea alla sua peculiare professione, e che come un gladiatore che troppo sangue ha versato nell’arena ritiene ormai di godersi un meritato riposo.
Per quanto Craig sia stato spesso tacciato di “scarsa voglia” nell’interpretare l’agente segreto a servizio di Sua Maestà, in questo film dimostra una relativa tridimensionalità caratteriale per il personaggio, che sicuramente aiuta nell’esposizione di un individuo che non è solo “spara/corri/scopa/bevi cocktail di origine russo-polacca”, ma possiede un interessante lato umano.

Ottimo parco di comprimari, che riescono a non rendere la pellicola un banale ultimo valzer per il ballerino Craig.
Spiccano in particolare le figure femminili: non solo per il chiacchieratissimo nuovo 007 di Lashana Lynch, ma anche per la presenza di numerose donne a fianco della più (in)volontariamente misogina tra le icone letterario/cinematografiche.

Se Lea Seydoux è una fiamma che mai può essere sopita dal tempo né dal rancore, assai impattante (se non altro nelle immagini mentali dei maschietti) è la Paloma di Ana de Armas: personaggio di rarissimo magnetismo, la sua bellezza abbacinante e mortifera è quella non di un soprammobile pregiato, ma di una fuoriserie lanciata a tutta velocità.

L’abito è di Louis Vuitton, nel caso non siate abbacinati da ciò che ci sia dentro.

Il villain intelligente, sofisticato e completamente votato alla distruzione dei propri nemici bacia alla francese l’iconografia degli spy-action, ed in tal senso Rami Malek pur soccombendo ai suoi predecessori Mikkelsen, Bardem e Waltz (e vorrei ben dire) riesce a dare corpo ad una maschera che è veicolo e burattinaio del destino di Bond.

Per quanto No Time to Die non sia esente da difetti (principalmente gli stereotipi del genere spionistico, che rendono ogni pellicola abbastanza simile all’altra, e i battibecchi tra Craig e la Lynch, spesso un po’ infantili e stucchevoli), No Time to Die è un film che possiede diverse frecce al proprio arco, e pur non raggiungendo i livelli di Skyfall (il migliore tra i Bond di Craig) si lascia apprezzare.

Consigliato.

Commenti su: "No Time to Die" (1)

  1. Anch’io avevo notato che nei film d’azione (non solo quelli di Bond) si sta abusando sempre di più della sospensione dell’incredulità, facendo compiere al protagonista delle imprese al di fuori dell’umana resistenza psicofisica. Ad esempio, “Come ti ammazzo il bodyguard 2” è un buon film (anche migliore del primo capitolo), ma ad un certo punto Ryan Reynolds prende 3 tranvate gigantesche una in fila all’altra e si rialza come se niente fosse: nella vita reale ne sarebbe bastata una per ammazzare un uomo (a prescindere dalla sua resistenza fisica), quindi non puoi far digerire allo spettatore che lui ne incassi 3 senza nessuna conseguenza.

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