L'amichevole cinefilo di quartiere

Avengers: Endgame


I can do this all day.

TRAMA: Dopo l’ecatombe causata da Thanos, i supereroi superstiti uniscono le proprie forze per contrastarlo e salvare l’Universo.
Quarto episodio della saga Avengers dopo The AvengersAge of UltronInfinity War.

RECENSIONE:

Ventiduesima pellicola del Marvel Cinematic Universe a undici anni da quell’Iron Man che fu pioniere di questo fortunatissimo franchise (quasi quattro miliardi di incassi complessivi, escludendo quest’ultimo film), Endgame è la conclusione di un progetto cinematografico a tre fasi.

Il cosiddetto “Marvel Cinematic Universe” (o MCU) si era infatti proposto di erodere il più possibile la distanza tra due mezzi narrativi parecchio diversi: il fumetto ed il cinema.
Se nel primo, infatti, personaggi e trame possono coesistere senza particolari problematiche di costruzione, in quanto è sempre possibile un colpo di spugna che resetti eventuali stalli narrativi, nel secondo tale salvataggio in corner non è possibile a causa di diritti d’autore non necessariamente uniti in un unico soggetto (d’ora in poi sì, con la famosa acquisizione da parte della Marvel-Disney del pacchetto ex Sony).
Il target era quindi creare una sorta di macro-storia che introducesse gradualmente moltissimi personaggi andando a costruire un mondo a cui il pubblico si affezionasse nella sua globalità.

In attesa della quarta fase, composta dai già annunciati sequel di Doctor Strange, Black PantherGuardiani della Galassia più gli ennesimi stand-alone che tanto bene fanno al marketing, va quindi a concludersi un arco narrativo di medio-lungo periodo per gli standard attuali, che vedono un ritorno di fiamma di quegli universi condivisi il cui apripista è stato quello dei mostri Universal tra gli anni ’20 e ’50.

Alla regia di Endgame abbiamo ancora i Russo Brothers from Cleveland, Ohio, già dietro la macchina da presa per The Winter Soldier, Civil War e ovviamente Infinity War, il tutto per un’ovvia ricerca di continuità stilistica che sulla carta è idea non disprezzabile; effettivamente questo fil rouge artistico si nota, sia nella regia che nei toni, ma è azzoppato ed ostacolato proprio dal fattore “fine di un viaggio” che permea l’opera.

Dopo un abbondante decennio di risa, goliardia, humour e cazzeggio, la Marvel infatti scopre improvvisamente il desiderio di dimostrarsi adulta, proprio per fornire una degna conclusione ad una storia che ha accompagnato la crescita del proprio stesso pubblico, se vogliamo similarmente a quanto accaduto con l’Harry Potter della Warner Bros.

Il problema è che come una bambina che si impiastricci il viso con i trucchi rubati alla madre e indossandone i tacchi per atteggiarsi a donna matura, lo spettacolo qui fornito è un misto tra l’involontariamente ridicolo ed il grottesco: la causa è riconducibile soprattutto a dialoghi che veleggiano spesso oltre il confine del cringe e ad una gestione dei picchi emotivi troppo didascalica, farcita infatti da troppi semplicismi che vedono un’esposizione narrativa avente un solo obiettivo.

Essere compresa anche da uno spettatore avente il Quoziente Intellettivo di un oleandro.

Un climax maturo non è perciò possibile, non solo a causa di alcune scelte improntate verso una direzione diametralmente contraria a quella della profondità introspettiva (leggasi: gag idiote a raffica), ma soprattutto poiché manca una fondamentale fiducia verso l’intelletto del pubblico: esso purtroppo non viene trattato da adulto, bensì per l’ennesima volta come un branco di entusiasti tontoloni a cui è necessario spiegare come unire i puntini numerati di rabbia, tristezza, paura e rimpianti perché non lo si ritiene in grado di tracciare da solo la linea che li congiunga.

Pur con un’apprezzabile sforzo di amalgamare nel modo più organicamente fattibile i vari episodi della saga (per un’ottimale comprensione di Endgame è consigliabile la visione di tutte le pellicole precedenti), la resa risulta inoltre alquanto confusionaria e dispersiva.

Non tanto per il tema del viaggio del tempo in sé (nonostante alcuni suoi elementi fondanti vengano elisi sbrigativamente senza ricevere adeguato spazio espositivo), quanto per l’inserimento di scene o addirittura intere sequenze quasi inutili ai fini del plot principale, difetto piuttosto pesante in un’opera dalle abbondanti tre ore di durata che a posteriori avrebbero potuto essere sicuramente sfoltite da tali zavorre inutili.

Non bastano infatti i numerosissimi camei (che non verranno menzionati onde evitare spoiler) di personaggi apparsi nei vari stand alone per fornire organicità ad un film che si sviluppi su più trame incrociate, soprattutto quando esse risultano talvolta mero veicolo affinché lo spettatore venga indirizzato a momenti emozionali introspettivamente statici.
Questi ultimi risultano ben poco aiutati dalle già citate deleterie linee di dialogo, sempre più simili a quelle scritte da George Lucas per i prequel di Guerre Stellari, in cui i personaggi esprimono continuamente i propri stati d’animo invece di agire in base ad essi, scelta che sarebbe stata molto più adulta.

Per quanto riguarda il cast, considerando anche le timbrate di cartellino estemporanee in Endgame compaiono veramente cani e porci: strizzate d’occhio continue ai fan dei film, peccato che nel cinema sia presente anche il fattore “spreco di attore” che qui raggiunge l’iperuranio, con interpreti dal peso considerevole costretti a causa di un loro ruolo di contorno nel Tizio-Man di turno ad una-due battute, quando non direttamente sfruttati come elemento di tappezzeria sullo sfondo.
Appunto sicuramente capzioso e pignolo, ma da cinefilo piange il cuore.

Se la regia dei Russo mostra i muscoli soprattutto nelle numerose scene d’azione, spesso esagerate e coreografiche, e in un discreto utilizzo delle ambientazioni delle pellicole precedenti si nota purtroppo che i movimenti di camera non riescono a nascondere sotto un tappeto di spettacolarità la polvere della povertà narrativa.

Spiace che la regia di questi blockbuster venga quindi utilizzata solo come punto laser luminoso per distrarre il proprio gatto, senza conferirle quella profondità artistica che trasformerebbe un prodotto precipuamente per masse in un’offerta artistica.

Elemento di continuità riscontrabile in Endgame, ma generalmente in tutto il MCU, è il ruolo preponderante di quel Tony Stark che anche in questo conclusivo capitolo subisce un’evidente fellatio narrativa, con tanti saluti ad una coralità che pare evidente nella forma ma che purtroppo non si concretizza in una sostanza che si basa pedissequamente su ben pochi personaggi.

Tutti gli eroi sono uguali, ma qualche eroe è più uguale degli altri.

Punto particolarmente negativo, oltre alle comparsate di personaggi dallo spazio risicatissimo, l’aura di scempiaggine che permea Thor e Hulk, che come già in Thor: Ragnarok sono derubricati e mere macchiette pseudo-comiche dall’effetto facepalm immediato e dalla quasi fastidiosa tediosità.

Persino un antagonista caratterizzato sorprendentemente bene come Thanos in Infinity War viene qui appiattito con la pialla della bidimensionalità, con tanto di aggiunta di un vero e proprio discorso da villain unito ad esclamazioni più attinenti ad un antagonista di James Bond che ad un essere mosso da una distorta visione di pace e prosperità per l’universo.

Capitan Misandrica a risolvere problemi come Mr. Wolf, nota lieta l’utilizzo che viene fatto del personaggio di Occhio di Falco, se non altro nella prima metà di pellicola, peccato che anche lui venga successivamente risucchiato nel vortice dell’imbarazzante.

Pur con alcuni segmenti nient’affatto disprezzabili (seppur pochi e brevi) e numerosissime strizzate d’occhio ai conoscitori dell’Universo Marvel non solo per quanto esposto sul grande schermo ma anche nei fumetti, che dimostra positivamente l’attenzione verso questo multimediale franchise, Avengers: Endgame è come un bicchierone di popcorn formato famiglia: pur potendo accompagnare centottanta minuti della nostra vita risultando gustosi e saporiti, non è un pasto che riempia lo stomaco.

Un ragazzino che gioca a fare l’adulto invece di un adulto che parli (anche) ai ragazzini.

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Commenti su: "Avengers: Endgame" (5)

  1. Concordo. Thanos era un personaggio ben disegnato nell’episodio precedente (Infinity ecc); ma qui è il Cattivo che Bond-Thor manda al tappeto.
    Troppo facile, troppo banale
    Giuliano, il mio amico imolese amante delle stroncature, lo propone come CHIAVICA DELL’ANNO. Ma io aspetto al varco RAMBO 5…

  2. Del Marvel Cinematic Universe ho visto:

    – Fase 1: The Avengers;
    – Fase 2: Iron Man 3;
    – Fase 3: Spider – Man: Homecoming e Black Panther.

    Ne consegue che ho una visione molto limitata di questo progetto. Ad ogni modo, per quel che ho potuto vedere, questi film hanno finito per diventare tutti uguali: un supereroe incontra un cattivo apparentemente invincibile, ma alla fine scopre il suo punto debole e lo sconfigge. E’ un canovaccio che esisteva già prima dell’MCU: i lettori di fumetti sanno bene che in fondo le storie di supereroi si reggono su questi presupposti fin dalla loro creazione. Tuttavia, nei fumetti spesso c’è qualcosa che rende la storia un po’ più ricca e meno banale di così: ad esempio le parti “senza costume”, in cui lo scrittore si focalizza sulla vita privata del supereroe e quindi lo rende interessante al di là del fatto che prenda a pugni questo o quel cattivo. Per dire, Daredevil ha una vita privata così intensa che uno scrittore potrebbe farlo stare senza costume anche per un anno e tirar fuori comunque delle storie molto coinvolgenti.
    Nell’MCU invece questo qualcosa che rendeva la storia diversa da tutte le altre non ce l’ho visto quasi mai: di conseguenza, ho lasciato perdere senza esitazione quasi tutti i cinecomic della Marvel (e pure quelli della DC) che sono usciti negli ultimi anni. Oltre alle 4 eccezioni sopra menzionate, gli unici cinecomic che sono andato a vedere sono quelli che uscivano fuori dai canoni del genere: è il caso di Suicide Squad, Venom e i 2 Deadpool.
    Tirando le somme, negli ultimi anni ho visto 4 cinecomic “classici” e 4 “politicamente scorretti”. Mi sono piaciuti tutti e 8, ma il mio preferito probabilmente è Suicide Squad, perché in pratica è un film d’azione con dei supercattivi al posto dell’Arnold di turno (e infatti David Ayer si era fatto le ossa proprio dirigendo un film di Schwarzenegger): dato che l’action movie è in assoluto uno dei generi che amo di più, era inevitabile che Suicide Squad mi facesse venire gli occhi a cuoricino dal primo all’ultimo minuto.
    Mi è piaciuto molto anche Black Panther. L’ho trovato un’originale reinterpretazione dell’episodio di Caino e Abele: in quel caso era il fratello cattivo a uccidere quello buono, qua invece lo schema viene ribaltato. Meno originale, ma comunque significativa la riflessione che il film suggerisce sulla corretta gestione del potere: il cattivo del film regna in modo tirannico e dispotico, e quindi finisce per perdere tutto; Black Panther invece è un sovrano saggio e moderato, e quindi i suoi sudditi non gli voltano le spalle neanche nel momento di maggiore difficoltà. Sembra un messaggio banale, ma evidentemente non è così ovvio per tutti, dato che in tutto il mondo abbiamo dei politici che gestiscono il loro potere con lo stesso odio e la stessa spietatezza di Killmonger (da Trump a Salvini).
    Nonostante i meriti che ho elencato, reputo comunque esagerato il successo di critica e di pubblico riscosso da Black Panther. Ritengo che su di esso abbiano influito dei fattori esterni al film: per quanto riguarda gli incassi abnormi, sono dovuti al fatto che per la prima volta la comunità afroamericana ha avuto un supereroe di colore in cui identificarsi, e quindi è andata a vederlo in massa (trainando poi anche il resto degli spettatori); per quanto riguarda le numerose candidature all’Oscar, le imputo al fatto che l’Academy negli ultimi anni ha ricoperto d’oro tutti i film che fossero etichettabili come anti – Trump, e in questo senso un cinecomic con un protagonista nero si prestava perfettamente allo scopo.
    Le mie considerazioni ti trovano d’accordo?

    • Sì, penso che la storia con svolgimento “classico” serva per fidelizzare il pubblico, presentandogli un prodotto a cui sia abituato e che quindi vada a vedere volentieri proprio per la sua paradossale mancanza di attrattiva nelle sorprese.
      Con “Infinity War” ci fu un gran parlare del suo finale, proprio perché non era ascrivibile a quello schema classico, e pur con un prevedibile risvolto in questo “Endgame” ha fatto arrovellare il pubblico non abituato a quel tipo di conclusione.

      • A Hollywood hanno cominciato ad applicare con troppa frequenza questa strategia di marketing del “dare al pubblico ciò a cui è abituato”: infatti, se guardi i film in cartellone in questo momento (ma anche 10 anni fa), ti accorgerai che il 99% di essi è un sequel, un prequel, un remake, un reboot e tutti gli altri termini che si usano per indicare con un termine chic la volgare rimasticatura di roba già fatta. Per non parlare poi dei biopic e dei film tratti da libri: rivelano anch’essi la volontà da parte dei produttori di non rischiare neanche un dollaro, investendo soltanto su film dal sicuro incasso.
        Il pubblico comunque si sta ribellando a questo continuo rimestare la solita zuppa, e infatti non si contano più i remake che hanno fatto flop, da Robocop a Point Break passando per Ghostbusters. Se i produttori di questi film avessero investito quei soldi su 10 sceneggiature originali, probabilmente ne avrebbero trovata almeno una che sarebbe piaciuta al pubblico, e da sola avrebbe ripagato ampiamente la spesa. Speriamo che qualcuno là ad Hollywood se ne sia accorto. Grazie per la risposta! 🙂

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