L'amichevole cinefilo di quartiere

Archivio per la categoria ‘Reboot/Remake/Sequel’

It – Capitolo due


Tornare a Derry. Perché avevamo promesso, mi ha detto, ed è vero.

Abbiamo promesso. Tutto noi. Da ragazzi. Nel ruscello che attraversa i Barren, tenendoci per mano in circolo, dopo che ci eravamo tagliati i palmi con un pezzo di vetro.
Sembravamo un gruppo di ragazzini che giocano ai fratelli di sangue, solo che si faceva sul serio.

TRAMA: Derry. 27 anni dopo i drammatici fatti raccontati in It, i membri del Club dei Perdenti si ritrovano, riuniti da una terribile telefonata.
Sono cresciuti, ma riusciranno ad affrontare le paure dell’infanzia e il Male che si aggira per le strade della cittadina del Maine?
Dal romanzo di Stephen King (1986).

RECENSIONE:

Seguito del Capitolo uno uscito nel 2017 e diretto ancora da Andy Muschietti, It – Capitolo due riesce ad avere successo in un’insperata triplice impresa:

– Essere un buon film horror.

– Essere un sequel ispirato.

– Essere una più che decente trasposizione di un pantagruelico romanzo di Stephen King.

Prendiamo in esame i tre punti uno alla volta.

Per capire se si abbia di fronte un buon film horror devono essere presenti sostanzialmente due fattori:

Il primo è la paura: non uno scoglio particolarmente difficile da superare in un’arte visiva, a patto di non abusare ovviamente con jumpscares fini a se stessi, ripetitivi e monotoni che hanno come unico risultato quello di annoiare lo spettatore adagiandolo su binari troppo prevedibili.

L’antagonista di It è una creatura mutaforma vecchia milioni di anni, la cui apparenza estetica preferita è quella di un clown, perciò da questo punto di vista si è in una botte di ferro.
Così come nel primo capitolo, anche qui It assume diverse fattezze estremamente inquietanti, e fortunatamente il mix di computer grafica ed effetti pratici è di soddisfacenti fattura e realismo, risultato non semplice vista l’esigenza da parte dell’occhio di uno spettatore anche meno accorto.

Il secondo, più sottile, è legato alla caratterizzazione dei personaggi.

L’horror è letteralmente saturo di adolescenti arrapati che si fanno squartare a torme dal killer di turno: piatta e banale carne da macello di cui si ricordano più le scene in topless o i pettorali voluminosi (provate a pensare a quanti film de paura contengano una scena di sesso) che la loro caratterizzazione psicologica.

Bill Denbrough, Richie Tozier, Beverly Marsh, Ben Hanscom, Eddie Kaspbrak, Mike Hanlon e Stan Uris sono persone che si trovano di fronte un’entità maligna dall’essenza inenarrabile ed incomprensibile.

Persone, non macchiette.

Io spettatore sono interessato dalle loro vicende perché mi trovo di fronte a dei personaggi pieni e costruiti, in cui sono sì presenti degli ovvi stereotipi in modo da renderli spiccatamente riconoscibili e distinguibili tra loro (il leader, la maschiaccia, il chiacchierone, il timido…), ma tale delineazione introspettiva viene resa come un veicolo di intrattenimento, e non una barriera all’attenzione stile cartonati parlanti come il quarterback, la cheerleader, il nerd o l’afroamericano che crepa subito.

Ci si collega quindi al secondo punto di forza principale di questo It: la efficace prosecuzione di una Parte Uno apprezzabile attraverso un seguito che riesce a portare a nuovo livello le varie sotto-trame dei suddetti personaggi, senza deragliarle in uno sbrodolio inconsulto o esagerarle illogicamente.

I bambini che abbiamo conosciuto ventisette anni fa diventano adulti: osservarne lo sviluppo, assistere a come le loro problematiche preadolescenziali si siano poi evolute una volta maturati è molto interessante (grazie anche alla bravura sia del cast junior che di quello senior), così come l’intero armamentario narrativo legato al recalcitrante ritorno di un vecchio gruppo di amici nella tana del diavolo da cui disperatamente erano riusciti a fuggire e di cui la stessa loro mente ha cancellato il ricordo.

It – Capitolo due è più spaventoso del primo, più lungo del primo, più cupo del primo, molto più ad ampio respiro del primo, e ciò porta ad un sequel con molta più carne al fuoco, altro fattore che contribuisce più che positivamente a ravvivare interesse verso una storia del cui inizio abbiamo assistito due anni or sono.

Punto tre: Stephen King e il cinema.

Per quanto concerne le versioni cinematografiche delle opere del Re, i risultati sono molto ondivaghi: la loro qualità passa infatti dal capolavoro (come Il miglio verde, Le ali della libertà, Shining), l’ottimo (ad esempio Misery, Stand By Me, Carrie), il senza infamia (tra gli altri Cujo, 1408) e l’orripilante ma per motivi sbagliati (tipo la maggior parte del resto).

King è uno scrittore dallo stile estremamente prolisso ed immersivo: spende solitamente molte pagine in descrizioni di ambienti, personaggi secondario/terziari, elucubrazioni legate al rapporto tra i vari individui o altri elementi che, pur richiedendo spazio scritto, una volta visivi potrebbero essere tagliati in pochi minuti.

Siccome ciò è fondamentale nella costruzione di una storia elaborata, con libri che traggono la loro forza attrattiva proprio da quanto siano dettagliati anche in elementi apparentemente inutili, empiricamente per Stephen King vige il principio della proporzionalità inversa tra il numero di pagine del romanzo e quanto apprezzabile sarà poi il lungometraggio.

A parte L’acchiappasogni, ignobile fetecchia sia su carta che su schermo.

Anche il cast è sul pezzo.

Nonostante il paio di grossi nomi James McAvoy – Jessica Chastain, viene mantenuta un’apprezzabile coralità lungo tutto l’arco narrativo: ognuno dei Perdenti ha il proprio spazio di manovra (più che nel primo episodio, con Stan e Mike evidentemente in secondo piano), e in un’opera nella quale il focus è verso il branco, e non sul lupo, è sicuramente la scelta migliore.

Bill Skarsgård incredibilmente espressivo sotto il trucco del pagliaccio Pennywise, un’interpretazione spaventosa ed azzeccata per il Male incarnato; coadiuvato come già detto in precedenza da un comparto grafico piuttosto sul pezzo (per quanto trasformazioni diverse ottengano risultati pratici diversi), l’attore svedese si conferma come un’ottimo successore del famigerato Tim Curry.

Tra i Perdenti è sugli scudi in particolare il buon Bill Hader: alle prese con una prova prevalentemente drammatica poco nelle sue corde, il famoso componente del Saturday Night Live rende il Richie Tozier adulto non un semplice gagster chiacchierone, ma un personaggio profondo e con più sfaccettature di quanto le apparenze potrebbero far pensare.

Pregevole la chimica tra lui e James Ransone (Eddie adulto), che li rende protagonisti di siparietti comici e non solo molto apprezzabili e accattivanti.

Giusta inoltre la scelta di tagliare spazio ad alcuni characters di contorno poco utili nell’economia generale della trama (Tom Rogan e Audra Phillips su tutti) e aggiungere al loro posto Adrian Mellon (presente nel romanzo ma assente nella miniserie del 1990) grazie al quale è stato realizzato un efficacissimo prologo.

Prima di concludere, alcune dolenti note.

Purtroppo It romanzo è afflitto da uno dei più deliranti ed infilmabili finali mai concepiti.

Descritto a parole è un conto, mostrarlo per immagini è estremamente complesso.

Senza fare spoiler, la parte finale di It – Capitolo due è sicuramente un’esagerata e banalizzata semplificazione rispetto a quella del libro: purtroppo, pur considerando l’ostico materiale di partenza, è una mezza caduta di stile e tono considerando le abbondanti due ore precedenti (più le altrettante due e rotte del primo episodio).

MI rendo conto che una realizzazione migliore di questa sarebbe stata complessa, ma anche partendo da tale assunto, avrei preferito di meglio.

Altro problema è la totale inutilità narrativa di Henry Bowers, nel romanzo antagonista secondario fonte di grossi problemi ma che qui è poco più di un fastidio: sembra purtroppo evidente, da parte dello sceneggiatore, il non sapere cosa farsene di questo tizio, il cui ruolo risulta perciò oltremodo superfluo.

Ulteriore pecca è la troppa ironia a sproposito, specie in alcuni frangenti dove, per dirla in parole povere, non ci sarebbe un cazzo da ridere.

It – Capitolo due rimane comunque un buon esempio di horror costruito non con i piedi, che sicuramente eccelle in un genere vomitevolmente inflazionato, ripetitivo e dalla scarsa inventiva.

Pregi aventi nettamente più peso rispetto ai pur presenti difetti, una degna conclusione per un’opera, questa sì, che aveva decisamente bisogno di un restyling tecnico dopo la mediocre miniserie televisiva con Tim Curry.

Altro remake tra ventisette anni?

Annunci

Il re leone (2019)


LUAU!

Se tu hai bisogno della grana, vieni qua!
Prova Il re leone, amico, perché è proprio un’ovvietà!
Famosi come lui, proprio non ce n’è!
Se giri il remake ci fai i danèèè…
Hai voglia? [Din din din!]
Di un miliardo? [Din din din!]
È banale! [Din din!]
Te ne accorgi anche tu! Uh!

TRAMA: Il giovane cucciolo di leone Simba, figlio di Mufasa e principe delle Terre del Branco, vuole diventar presto un re, ma suo zio brama il titolo per se stesso, e non si fermerà davanti a nulla per ottenerlo.
Con l’aiuto di una curiosa coppia di nuovi amici, Simba dovrà maturare e prendere ciò che gli spetta.

RECENSIONE:

Remake in CGI dell’omonimo lungometraggio animato Disney del 1994, e diretto da quel Jon Favreau famoso per essere Happy Hogan, il deficiente bodyguard di Tony Stark per aver diretto una versione de Il libro della giungla con la medesima tecnica questo The Lion King è…

È…




Un esercizio di stile pretenzioso e inutile.


Se nel citato Libro della giungla la computer grafica debordante aveva una certa resa artistica dovuta (anche) alla presenza al suo interno di un personaggio umano “reale” (con cui perciò poteva presentarsi un confronto visivo), qui l’assenza dell’attorialità umana rende la pellicola un’orgia di pura tecnica, mancante di un preciso costrutto.

Una gang bang computerizzata
in cui è sì palese la ricerca di una verosimiglianza naturale, che però conduce paradossalmente alla formazione di un innaturale costrutto artefatto e tecnologico, poiché basato in soldoni sull’utilizzo di un sugo leggermente diverso per condire un piatto a cui siamo troppo abituati per renderne apprezzabile una variante.


Ad essere penalizzata dal realismo è soprattutto l’espressività animale: ciò che viene guadagnato in documentarismo va a perdersi in una trasmissione delle emozioni sita a livello Gabriel Garko, che le porta di conseguenza ad appiattirsi e svilirsi, abbassando tremendamente di livello delle scene che empaticamente dovrebbero essere invece molto cariche.


Pellegrina anche l’idea di ricalcare troppo per filo e per segno la versione del 1994, che sia per la sua elevata qualità tecnico oggettiva nell’ambito dell’animazione, sia per l’effetto nostalgia e l’amore dei fan risulta un pilastro inarrivabile per quella che emerge purtroppo come una versione scialba e poco ispirata.

Tra le (poche) variazioni alcune sono in fin dei conti azzeccate: ad esempio le iene non sono più idioti che circondano Scar ma una vera e propria armata da temere, e sono stati eliminati i famigerati “fuck me eyes” di Nala in Can You Feel the Love Tonight, francamente imbarazzanti in una pellicola destinata alle famiglie.

Altri cambiamenti risultano però deleteri, come la scena iniziale dell’incontro tra Zazu, Scar e Mufasa macellata senza pietà, Be Prepared più parlata che cantata o la menzione di uno scontro tra Mufasa e Scar per Sarabi (???).

Per fortuna la CGI non ha ricreato lo sguardo “Voglio concepire Kiara”.

Il remake risulta quindi estremamente disomogeneo: un pendolo che oscilla tra la presa di coscienza di un cambiamento e l’amara considerazione di quanto siano dannose le modifiche al risultato complessivo.

E se una cosa funziona, non va cambiata.


Non va rifatta, non ce n’è bisogno.


Capitolo doppiaggio.


Non ho nulla contro Marco Mengoni ed Elisa: non sono cantanti che apprezzo particolarmente perché il pop italiano non è precisamente il mio genere, ma nemmeno li detesto.

Sono famosi, piacciono molto e hanno un grande successo, quindi il giudizio non è influenzato da particolare acredine legata alla loro produzione in campo musicale.


Mi limiterò ad un’opinione sul loro doppiaggio.






Sono inascoltabili.

“Credo negli esseri umani… credo negli esseri umani…”

Lui ha una timbrica troppo leggera per un leone maschio adulto, così alta che persino il Riccardo Rossi del cartoon (sostituto di Matthew Broderick) in confronto al cantante laziale sembra Alessandro Rossi, voce di Liam Neeson e Arnold Schwarzenegger.

Che l’impegno dietro al lavoro ci sia stato si nota ed è sicuramente apprezzabile, ma purtroppo questo è un caso lampante di poca attinenza voce-personaggio, che trattandosi oltretutto del protagonista contribuisce al fastidio uditivo e alla perplessità in merito alla scelta.




Elisa
invece non ha questo problema.


Il suo problema è che è terribile: con tutto l’amore del mondo, il suo doppiaggio sembra quello degli animali dialettali dei filmati di Paperissima Sprint.


C’è un lato positivo nel suo lavoro, comunque.



Nala adulta ha poche battute.

Estratto di un post su Instagram della cantante. Ce ne siamo accorti.

Già meglio però il cast di contorno.

Se riguardo un peso massimo come Luca Ward poco c’è da dire vista l’enorme esperienza del famosissimo doppiatore, spicca in positivo il sempre ottimo Massimo Popolizio (Ralph Fiennes nella saga di Harry Potter, redivivo Duce in Sono tornato), altro eccellente Scar dopo il bravo Tullio Solenghi, così come il divertente Emiliano Coltorti nei panni (penne) di Zazu.


Edoardo Leo e Stefano Fresi (compari nella godibile serie Smetto quando voglio) convincenti come Timon e Pumbaa, pur con un impari confronto sia con la coppia animata Tonino Accolla/Ermavilo che con gli originali Nathan Lane ed Ernie Sabella.


Però in fin dei conti se la cavano, e questo è l’importante.


Peccato che Il re leone di Favreau sia un mero tentativo da parte della casa del Topo di offrire alle nuove generazioni un prodotto tecnicamente all’avanguardia in riproposizione di un classico di venticinque anni fa, non tenendo conto che proprio la pellicola originale non necessita revisioni.

Il risultato finale è un film stimolante ed intelligente quanto un sorpasso fra tir in autostrada.

Ne valeva la pena?



Dovrò perfezionare la riverenza.

Fast & Furious – Hobbs & Shaw – Non recensione

Fino a qualche giorno fa volevo vedermi Hobbs & Shaw.

Non tanto nella speranza che sia un film anche solo decente (diciamo che le premesse del trailer non mi inducono all’ottimismo), ma per sfogare la mia frustrazione usando l’ironia e criticandone i tratti principali, tipo il disprezzo verso il Codice della Strada, la promozione dell’uso massiccio di steroidi, la perdita dell’espressività facciale, lo stupro delle leggi di Newton…

Poi però ho realizzato che il bravo Idris Elba impelagato solo per denaro in questa cagata con The Rock e quell’altro cazzone inglese è un po’ come la tipa che ti dice che sei carino e poi si fa scopare da quello con il Mercedes.

Ciò mi ha fatto riflettere (oltre che sull’importanza del Mercedes nella sottile arte del corteggiamento) sul rapporto tra prodotto e fruitori dello stesso.

Escludendo il primo episodio, innocuo Point Break con le auto, i F&F mi hanno fatto tutti cagare a coriandoli, però la maggior parte del pubblico non la pensa come me.
Quindi incassano.
Quindi i produttori sono spinti a metterne in cantiere altri.
Quindi gli attori anche un po’ più impegnati vi partecipano (qualcuno ha detto “Charlize Theron”?) consapevoli del loro ritorno economico.

E ora che questo porno automobilistico si è riprodotto per partenogenesi come le alghe, generando addirittura uno spin-off e arrivando così alla (finora) nona pellicola, questa consapevolezza mi ha provocato la reazione umana più consona.

Mi sono rannicchiato in posizione fetale sotto la doccia in bianco e nero ascoltando Mad World di Gary Jules.

Continuiamo così.

Facciamoci del male.

Men in Black: International


«Ah, Matt. Di là ci sono due tizi vestiti da impresari delle pompe funebri».
«Da che cosa?» 
«Devono essere sbirri della CIA o roba del genere.» 

TRAMA: Gli agenti H e M lavorano per la sezione londinese dei Men in Black e vengono coinvolti in un caso di omicidio di portata intergalattica.

RECENSIONE:

Quarto capitolo della saga a sette anni dall’ultimo episodio, Men in Black: International è un cesso immondo che ottiene il mirabile risultato di essere sia un orribile film di fantascienza quanto una tristissima commedia come anche un action banale.

Massacrato da una sceneggiatura più lenta, stupida ed inutile di un sorpasso fra tir in autostrada, per due interminabili ore della nostra esistenza terrena che non riavremo mai più si inanella infatti una serie sconclusionata di cliché (la recluta, il boss di grade fama, l’agente talentuoso ma cazzone) a cui presumo sfugga il sottile dettaglio relativo alla necessità, per un film, di intrattenere il pubblico.

Se la trama ha efficacemente contribuito ad espandere i miei testicoli alle stesse dimensioni delle protesi mammarie di Mia Khalifa, nemmeno la regia riesce a fornire un almeno momentaneo palliativo.
Il cinquantenne F. Gary Gray, al suo decimo lungometraggio, non ha ancora invero deciso se essere ricordato come un discreto mestierante (Il negoziatore, Giustizia privata, Straight Outta Compton) o come un risibile cioccapiatti (The Italian Job, Fast & Furious 8).

A meno che una ventina di primi e primissimi piani a Tessa Thompson (con un personaggio il cui stolido entusiasmo sarebbe da prendere a coppie di sberle finché non diventino terzetti) paro paro a quello che faceva Sonnenfeld non sia considerato uno stilema registico personale, ma ne dubito.

Perché lo faceva paro paro Sonnenfeld.

Sospirone di sollievo: pur non provando ad impegnarsi neanche lontanamente, al bietolone Chris Hemsworth viene fortunatamente affidata l’ormai classica scena a petto nudo, elemento altamente introspettivo dei suoi personaggi e attraverso cui possiamo intuirne sogni,  speranze e fragilità dell’anima.

Panca piana 1 – Recitazione 0.

Oltre ad un Liam Neeson francamente incommentabile, spero che in commercio esista uno psicofarmaco abbastanza potente da farmi dimenticare Rebecca Ferguson agghindata come se Moira Orfei e la Liz Taylor di Cleopatra si fondessero in una delle visioni allucinogene di Paura e delirio a Las Vegas.


Ritengo inoltre che se il CIO decidesse di elevare a sport olimpico l’essere rotti nel culo, i responsabili del marketing che hanno inserito nella locandina i Vermoni e Frank il carlino nonostante abbiano complessivamente meno di trenta secondi di screen time potrebbero sentirsi già con la medaglia d’oro in tasca.

Chiudo facendo rispettosamente notare che per fare ironia non ho sfruttato l’ovvio assist del neuralizzatore cancella memoria, a differenza di questo film che ha biecamente inserito una gag autoreferenziale su Thor così azzeccata da farmi bramare la morte.

Una vaccata tellurica.

La bambola assassina (2019)


Hai un amico in me,
Un grande amico in me!
Se la strada non è dritta e ci sono duemila pericoli
Ti basta solo ricordare che,
Che c’è un grande amico in me!

TRAMA: Per il compleanno del figlio, una giovane madre regala al ragazzino una bambola, ignorando la natura malefica e pericolosa del giocattolo.

RECENSIONE:

Reboot di una celebre saga horror.

Paura, eh?

Basterebbe questa prima riga per genuflettere le nostre menti al terrore, visti i precedenti “ritorni sulle scene” di mostri o killer vari, scongelati sovente per delle imperdonabili cazzatone che pencolano tra l’orrendo e l’imbarazzante.

Invece questo La bambola assassina si dimostra un tentativo di ripartenza decente, che pur non raggiungendo (per ovvi motivi storici e pop) i fasti dell’originale, riesce almeno ad erigersi qualitativamente rispetto ai precedenti sette (!) seguiti.

Magari non che ci volesse molto, però intanto è un risultato che viene portato a casa.

Si tenta giustamente non una ripresa pedissequa di quanto già narrato in precedenza, che avrebbe poco senso vista l’enorme offerta di genere, ma optando invece per una rivisitazione che tenga conto dei tre decenni trascorsi dal primo film, aggiungendo quindi derivazioni tecnologiche al classico schema horrorifico, un quid necessario alla sua ribalta e rinascita.

Il terribile Chucky viene infatti fornito della possibilità di un controllo delle apparecchiature elettroniche casalinghe e non (alla Alexa, per intenderci, anche se con una domotica ancora maggiore), che lo rendono esponenzialmente molto più pericoloso rispetto ad un pur inquietante bambolotto rubizzo armato di coltello.

Viene mantenuto ovviamente l’elemento spaventoso del personaggio, derivante da un principio tanto semplice quanto efficace: infondere di malignità ciò che noi consideriamo genericamente innocuo.
Il terrore scaturisce perciò non dall’esagerazione di un elemento già presente (es. il mostro o il killer armato), ma dal contrasto tra apparenza e comportamento: la bambola è infatti ciò a cui affidiamo la compagnia e i sogni dei nostri bambini, memori di quando a nostra volta avevamo nel pupazzo un compagno di giochi.

Caricata di un fattore omicida, si ottiene appunto un ribaltamento manicheo, al pari di altre figure innocue e pacifiche che la letteratura o l’arte hanno talvolta votato al male, quali il clown (Pennywise, il Joker), il bambino (Omen, Il villaggio dei dannati) o la donna (strega, sirena, gorgone).

La bambola ci intimorisce proprio perché non dovremmo averne paura: la sua ostilità violenta è vissuta dalla parte irrazionale della nostra mente come un tradimento di un rapporto di fiducia implicito, la violazione di un patto di non belligeranza (unilaterale, ça va sans dire) in cui siamo la parte ingannata.

Nonostante la scelta di inserire una giovane madre single serva a livello di trama fino a mezzogiorno.
Per quanto la relativamente piccola differenza di età tra genitore e figlio potrebbe essere usata al massimo per indicare l’assenza di potere/protezione genitoriale, ombrello metaforico per i piccini, Aubrey Plaza ci si cala comunque decentemente, se non altro senza dare l’idea allo spettatore di attendere passivamente l’arrivo del bonifico sul conto corrente.

Molto bravi invece i ragazzini guidati dal classe 2004 Gabriel Bateman, aficionado dell’horror dopo Annabelle e Lights Out; solitamente punto debole del genere, nel caso in cui gli attori siano troppo piccoli per aver già sviluppato una tecnica recitativa passabile, qui invece si difendono egregiamente.

Menzione d’onore per il diabolico Chucky, doppiato in lingua originale da Mark Hamill e sostituito in italiano dall’ottimo Loris Loddi.

Si riscatta pure Lars Klevberg dopo il pessimo Polaroid.

Meritevole di una possibilità.

Godzilla II – King of Monsters

Ah, non è importante come lo si usa?

TRAMA: Alcune enormi ed antichissime creature si risvegliano, mettendo a rischio la sopravvivenza della vita sulla Terra. L’agenzia cripto-zoologica Monarch tenta di fronteggiare gli incredibili mostri.

RECENSIONE:

Sequel della pellicola diretta da Gareth Edwards nel 2014, Godzilla II  – King of Monsters non è un film.

Godzilla II – King of Monsters è un gigantesco pene eretto.

Un fallo in tiro di trenta metri che il regista Michael Dougherty utilizza non solo per distruggere l’ambiente circostante in un florilegio di morte e macerie, ma anche per sbriciolare ogni qualsivoglia parvenza di decenza cinematografica.

PAM! PAM! PAM! PAM!

Utilizzando un membro come una clava.

Simbolismo da quattro soldi ne abbiamo?

Nel 2014 vi siete lamentati perché l’enorme iguana frutto degli esperimenti nucleari nel Pacifico veniva inquadrata assurdamente poco e la storia era fin troppo incentrata sulle noiosissime vicende dei piccioncini Aaron Taylor-Johnson ed Elizabeth Olsen?

Bene, sarete contenti di sapere che cinque anni dopo si vira in direzione totalmente opposta: mostri, mostri, e mostri sempre, e fortissimamente mostri.

Che si prendono a mazzate sui denti per due ore e un quarto.

E io pago.

Non che ci si dovesse aspettare granché di particolare da un’opera dichiaratamente impostata verso un Deathmatch tra colossali creature antidiluviane, ma il plot di fondo, che dovrebbe fornire base per lo svilupparsi di questo scontro, è semplicemente ridicolo.

Il Rod Serling in The Twilight Zone a cui ci troviamo ad assistere è una trama stupida quanto giocare a bocce in salita, fondata su personaggi che definire sconclusionati o idioti sarebbe eufemisticamente riduttivo e che provoca nello spettatore una disperata brama della lotta tra titani non tanto per la spettacolarità delle loro scene, ma per quanto sia dolorosamente imbecille assistere alle vicende degli umani.

In questo fotogramma ci sono tre Nomination agli Oscar.

Anche in un popcorn movie di grana gigantesca come questo si dovrebbero comunque utilizzare le vicende degli homo sapiens per imbastire una costruzione narrativa che provochi effettiva empatia nei confronti delle persone: ad esempio una matura rappresentazione delle reazioni emotive ad un’apocalisse apparentemente inarrestabile e degli sforzi che comuni Cristi compiano per fermare il disastro in atto.

E invece no: quattro coglioni bi-dimensionali spessi come la carta igienica che vagano senza meta da un luogo di risveglio all’altro di ‘sti bestioni.
Senza un costrutto, senza un’esplorazione introspettiva, senza nulla di quanto potrebbe effettivamente renderli characters appetibili per l’attenzione di un pubblico che non sia composto di ottenni.

Un rettile alto cento metri trattato dai protagonisti come il golden retriever di “Air Bud”. Ditemi voi.

I mostri sono sì enormi, sì potentissimi e sì con poteri devastanti, ma forse addirittura TROPPO.

Non si riesce a comprendere il rapporto di forze tra le creature, tanto gargantuesche e mortifere da rendere apparentemente inutile qualsiasi impegno dei personaggi umani, meri spettatori di una lotta situata ben oltre la loro ridotta portata.
Il problema è che se gli uomini sono inutili anche la storia lo diventa, perché viene banalizzata all’assistere a enormi bestioni aggressivi l’uno verso l’altro senza che questo elemento sia in qualche modo in relazione con ciò che gli si trovi intorno.

Un combattimento tra galli da 130 minuti, che una CGI molto buona non riesce a salvare dalla superficialità e dal tedio.

Complimenti.

A reggere le sorti del mondo ci sono il bietolone Kyle Chandler, che mi stava simpatico finché possedeva il giornale  del giorno dopo o allenava i collegiali nel football, e Ken Watanabe già recentemente visto in Detective Pikachu e che si conferma ormai abbonato al ruolo di “vecchio giapponese intelligente”.

Che tristezza.

Vera Farmiga interpreta uno dei personaggi che non mi pento nel definire tra i più idioti nella storia del cinema: raramente si assiste ad un individuo che qualsiasi cosa faccia, dica o pensi sia intelligente come tentare di uccidere le zanzare con una granata.

Sua “figlia” Millie Bobbie Brown attraversa la tipica fase attoriale della ragazzina che cerca di affrancarsi da un personaggio per bambinotti attraverso un altro character puberale ma più vicino all’età adulta.
In questo caso la scelta è di farle sparare parolacce a raffica, perché secondo gli sceneggiatori del film, che evidentemente non hanno superato lo stadio evolutivo dei crostacei, è questo che fanno gli adulti: sacramentare tutto il giorno, quindi artisticamente è una direzione vincente.

Cazzo, figa, merda: datemi il Pulitzer, stronzi.

Terribilis in fundo, dispiace infinitamente assistere al macroscopico spreco di un grande attore come Charles Dance, impelagato in un imbarazzante cazzatona come questa.

Un leone non partecipa mai ai film di una capra.

Da dimenticare.

Speakers’ Corner – Aladdin (2019)

Film caratterizzato dalla stessa utilità di un culo senza il buco, questo rifacimento in live action di un celebre classico animato Disney riesce ad intrattenere alla soglia della sufficienza nonostante non faccia nulla per esularsi da una sbiadita copia carbone del cartoon.

Sfruttando la base esotica come assist per una resa scenico-estetica molto ricca, forse pure troppo kitsch ed esagerata, per fortuna il metadone assunto da Guy Ritchie ottiene come effetto quello di limare la sua regia ipercinetica: vengono smussati molto i suoi consueti stilemi visivi (pur con qualche slow motion a casaccio) e rendendoli perciò adatti ad un’avventura fiabesca, con buona pace delle coronarie dello spettatore.

CGI del Genio che si conferma terrificante, ma grazie al Signore Will Smith è stato dotato di molte scene cromaticamente al naturale, non passando quindi un’ora buona di screen time sembrando il figlio illegittimo dell’Omino Michelin e di Violet Beauregarde.

Mena Massoud e Naomi Scott sono gli arabi più bianco caucasici della storia, al Jafar di Marwan Kenzari sono stati aggiunti alcuni piccoli tratti caratteriali in più rispetto al foglio bidimensionale che era nella pellicola del 1992.

Buon film? Magari no.

Avrebbe potuto essere peggiore? Assolutamente sì.

Portateci i bambini.

Tag Cloud