L'amichevole cinefilo di quartiere

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Cinquanta sfumature di rosso

Cinquanta sfumature di grigio: 571 milioni di dollari incassati nel mondo.

Cinquanta sfumature di nero: 381 milioni di dollari incassati nel mondo

TRAMA: Christian e Anastasia sono convolati a nozze. La loro felicità viene messa in pericolo da Jack Hyde, che vuole vendicarsi per essere stato licenziato, e da Elena, che intende mettere i bastoni fra le ruote alla coppia.

RECENSIONE: Io ho un problema con questa serie di film.

Se “film” li si può definire.

Il mio cruccio è che questa sega saga oltre a, per usare un termine prettamente tecnico, fare schifo alla minchia è costituita da tre episodi concettualmente identici.

Nel senso che i difetti ivi presenti sono i medesimi, ed io, da bravo coglione quale sono, la recensione accurata ed esplicativa me la sono bruciata subito con il primo.

Quindi dopo uno scritto sul secondo in stile “passi per l’accettazione mentale”, il mio articolo sul terzo sarebbe stata una mera ripetizione di concetti già affermati in precedenza, confermando né più né meno quanto già espresso.
Siccome repetita iuvant sed stufant, oltre a proporvi le due recensioni già vergate mi limiterò ora ad illustrare per sommi capi la triade nel suo complesso.

Recensione Cinquanta sfumature di grigio.

Recensione Cinquanta sfumature di nero.

Cinquanta sfumature, giudicata nella sua totalità, è un tifone monsonico di merda, uno tsunami di vomito che abbatte ogni umana resistenza mentale con inarrestabili ondate e ondate di rigurgito gastroesofageo pestilenziale, una cascata Vittoria di feci equine inarrestabili, un Giove Pluvio di guano, una piaga biblica che ok, basta.

Siccome mi sembrerebbe però un po’ sbrigativo chiudere già qui l’articolo, e onde non essere eccessivamente negativo, voglio ora consigliarvi qualche opera appartenente ad altre arti, che in caso amiate questa sequela di inenarrabili puttanate serie cinematografica, molto probabilmente apprezzerete.

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LETTERATURA

Come non citare gli Harmony: rimarrete probabilmente stupefatti dalla straordinaria pletora di primari di chirurgia trentacinquenni alti, palestrati, biondi, con gli occhi cerulei e single, così come dalla miriade di lord sette-ottocenteschi agiati, progressisti e ovviamente scapoli.

Romanzi che imbarazzerebbero Stephenie Meyer mai banali, trame sempre imbecilli avvincenti, personaggi improbabili come come le lauree di Oscar Giannino dall’eccellente sviluppo introspettivo, per una lettura sicuramente di raro spessore emotivo ed intellettuale.

MUSICA

T’appartengo, di Ambra Angiolini.

Legato indissolubilmente ai saldi di fine estate legami all’interno di una coppia, T’appartengo vede al suo interno lyrics memorabili quali “T’appartengo ed io ci tengo / E se prometto poi mantengo / M’appartieni e se ci tieni / Tu prometti e poi mantieni / Prometto, prometti” che ben sottolineano la potenza degli impegni presi nei confronti di un’altra persona.

Mirabile anche l’uso delle onomatopee e dell’accomunare il sentimento a un’arma (“Perché un amore col silenziatore / Ti spara al cuore e pum! / Tu sei caduto giù”) ed il celeberrimo ritornello grondante metafore (“Ti giuro amore un amore eterno / Se non è amore me ne andrò all’inferno / Ma quando ci sorprenderà l’inverno / Questo amore sarà già un incendio”).

Beccatevi questa, Pink Floyd!

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POESIA

Gabriele Dotti Francesco Sole.

A prima vista questa operazione commerciale potrebbe sembrare l’ennesimo veicolo di promozione per un fenomeno del web creato a tavolino e perpetrato tramite una semplice raccolta di aforismi famosi tratti direttamente dalle più squallide pagine Tumblr.
Infatti lo è La sua bibliografia si rivela in realtà una summa di banalità buoniste, stucchevoli e pure populiste dell’amore in ogni sua declinazione nota e non.

Con un ordine di raccolta alla cazzo di cane peggio della colonna sonora di Suicide Squad di raro acume editoriale, Giulio Rapetti in arte Mogol ingloba pensieri e parole basati prevalentemente sul sentimento dei sentimenti, non avendo timore di amalgamarlo con la modernità della vita di tutti i giorni.

Citandone solo un paio tra tutte perché altrimenti mi verrebbe la psoriasi sarei ripetitivo, “Non riesco a dimenticarmi di aprire Instagram per guardare se oggi in una foto che hai caricato il filtro era più amaro del solito” oppure “dicono che fidarsi è bene ma screenshottare è meglio”.

Ed è a questo punto che Pascoli ed Ungaretti escono dalle loro tombe per mangiarci il cervello come zombie di Romero possono solo genuflettersi innanzi al loro erede Prescelto.

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GIORNALISMO

Pietra miliare della lunga tradizione giornalistica italiana è sicuramente il Cioè, rivista settimanale nata nel 1980.

Lettura imprescindibile per chi voglia rimanere sempre aggiornato su politica internazionale, economia e società, il Cioè spicca anche come antesignano del Time nel raffigurare in copertina i personaggi più importanti del nostro tempo.

Per chi voglia stare sempre sul pezzo, comprendendo l’importanza dei temi di attualità che stimolano il dibattito di studiosi e non.

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FOTOGRAFIA

La società del benessere ha sicuramente contribuito a rendere quest’arte maggiormente democratica ed alla portata di tutti.
Accade spesso, infatti, di conoscere persone che per diletto si appassionino alla fotografia, grazie anche alle molteplici opportunità che il mercato delle apparecchiature consente, con tanti livelli di mezzi in base alle differenti possibilità di spesa.

Ciò che sicuramente ha portato a svilire la fotografia a mera perdita di tempo per borghesi annoiati elevare la fotografia come più limpida delle arti è Instagram.

Grazie a questo social network infatti, ognuno di noi può trovarsi di fronte ad immagini raffiguranti gatti, cibo e zoccole i soggetti più disparati.

Pregevole utilizzo è in particolare quello relativo alla figura umana, in cui si assiste alla totale padronanza dell’uomo sul prodotto artistico, della persona sul mezzo.
Che coloro in possesso di un bel seno si riempiano di decine e decine fotografie dall’alto per evidenziare la scollatura mentre chi sia dotata di terga stagne ami venire immortalata di spalle è segno di sfrenato e preoccupante narcisismo tipico di una società occidentale basata sull’immagine una capacità non comune nel vedere l’Arte nella grezza carne, come Michelangelo riusciva a scorgere meravigliose sculture nascoste negli imponenti blocchi di marmo su cui lavorava.

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Sperando di aver reso servizio gradito ed aver ampliato al contempo il vostro background culturale, vi lascio con l’opera di uno dei più grandi cantautori italiani, amato soprattutto per l’ermetismo dei suoi testi e l’esotismo delle musiche.

No, non sto parlando di Battiato.

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Sono tornato

Recensire e recensiremo.

TRAMA: Nella Roma del 2017, il dittatore fascista Benito Mussolini si ritrova improvvisamente in Piazza Vittorio Emanuele II, senza essere invecchiato di un solo giorno e credendo di essere ancora nel 1945. Disorientato da una società molto diversa da quella che conosceva, incappa in un aspirante giornalista e regista che, credendolo come tutti un comico o un attore, trova in lui l’idea perfetta per il suo documentario.
Remake del film tedesco Lui è tornato (2015), in cui viene raccontato l’ipotetico ritorno di Adolf Hitler nella Germania moderna.

RECENSIONE: Per la regia di Luca Miniero (celebre per Benvenuti al Sud e relativo seguito), Sono tornato è come detto in precedenza un remake rifacimento della versione hitleriana tedesca, a sua volta tratta dall’omonimo bestseller migliorvenduto teutonico.

Come operazione di trasposizione in sé non c’è granché da dire, poiché questa rivisitazione italica è molto simile per struttura e sketch scenette all’originale: pur cambiandone per ovvi motivi riferimenti storici e personaggi di costume, persino la maggior parte dei dialoghi risulta concettualmente identica, e quindi ci si trova dinanzi ad una mera copia carbone di un altro film.
Avendolo già recensito in passato, qui mi focalizzerò più che altro sulle differenze tra i due, rimandando al precedente articolo chi volesse un giudizio su Lui è tornato nello specifico.

Per regia e trama il confronto è evidentemente piuttosto sbrigativo, visto che per entrambe vengono compiute a grandi linee le stesse scelte.

Se la direction regia di Miniero ricalca piuttosto pedissequamente quella di Wnendt, anche la sceneggiatura è la medesima: ad un primo tempo prevalentemente comico, basato sulle gag trovate di straniamento del Duce in un contesto storico per lui incomprensibile, segue una secondo tempo in cui viene calcata maggiormente la mano sulla critica alla società odierna, formata da una popolazione facilmente abbindolabile ora come allora, e sull’inadeguatezza generale della classe dirigente.

Massimo Popolizio, noto ai più per essere la voce italiana di Ralph Fiennes nella saga cinematografica di Harry Potter Enrico Vasaio, nei panni di Mussolini è probabilmente la nota più lieta del film: l’attore genovese riesce ad offrire un’interpretazione del leader capo fascista che non è mera caricatura o sforzo metamorfico fine a se stesso, bensì un’idea, un’impressione di Mussolini, che quindi non scade in una macchiettistica trivialità.

Francesco Matano in arte Frank è invece, come facilmente prevedibile, un qualcosa di imbarazzante, che spicca in negativo per la recitazione purtroppo scadente e forzata.

Se da mera spalla comica può essere anche decente, dovendo semplicemente porgere il fianco alle stramberie anacronistiche del dittatore, quando il registro dell’opera si incupisce emerge la sua inadeguatezza interpretativa, soprattutto vocale: troppo marcatamente campano (la dizione, Cristo) mentre quasi tutti gli altri parlano italiano e troppo abituato al disimpegno per esprimere la preoccupazione ed il pathos sentimento necessari.

Il development lo sviluppo introspettivo del suo personaggio è uno degli elementi che meglio contribuiscono alla connessione tra opera e pubblico, ed il non riuscire a tratteggiarlo con sufficiente aplomb disinvoltura è un grosso passo indietro rispetto a Er ist wieder da.

Menzione d’onore per Stefania Rocca, che pur nei panni di un character personaggio piuttosto stereotipato (la dirigente stronza e ciecamente ambiziosa) è protagonista di alcune scene deliziosamente ciniche e sopra le righe.

What else che altro?

La porzione conclusiva presenta qualche piccola differenza concettuale rispetto all’originale, ma fortunatamente non ne è stato intaccato lo spirito di fondo, rimasto caustico e sanguigno.

Brevi apparizioni per YouTubers e Facebook stars Tutubai e stelle di Faccialibro, oltre che vip persone molto importanti nostrane di vario ambito socioculturale menzionate o a cui vengono affidati camei.

Un’ora e quaranta basata sull’evidenziare lo scarso apprendimento dagli errori del passato, l’insoddisfazione atavica della popolazione italiana, l’astio nei confronti della classe dirigente ed il fascino subìto dalla figura del princeps solo al comando.

Temi di cui, a giudicare dai primi commenti espressi in modo piuttosto tranchant tagliente, probabilmente non importerà molto al pubblico generalista, troppo focalizzato a sproposito sulla benevolenza o ferocia con cui è stato rappresentato il dittatore.

Peccato.

Jumanji – Benvenuti nella giungla

Nella giungla dovrai stare finché un film decente non compare.

TRAMA: Quattro studenti del liceo, mettendo mano alle vecchie cose accatastate nel magazzino della loro scuola, trovano una vecchia console per videogiochi e iniziano una partita a Jumanji, un gioco di ruolo ambientato nella giungla. I quattro finiscono per ritrovarsi realmente nel bel mezzo del gioco con il corpo e la fisionomia dei personaggi scelti come avatar all’inizio della partita.

RECENSIONE: Buonasera e benvenuti ad Achille: La gioia del ritrovamento.

Nella puntata di oggi ci immergeremo insieme in una terra lontana e ricca di misteri, in cui possiamo riscontrare ecosistemi tra i più vari tra quelli presenti sul nostro pianeta: il Cinema.

Esso è una regione estremamente vasta, che nonostante oltre un secolo di intense esplorazioni serba ancora molti segreti nei suoi anfratti più remoti; proprio per questo è caratterizzata da un’enorme ricchezza di specie animali, che oggi osserveremo insieme.

Ci troviamo subito in un ambiente urbano dell’emisfero boreale, in cui possiamo ancora cogliere numerosi resti archeologici delle antiche popolazioni che in tempi ormai remoti abitavano questi luoghi.

Tali gruppi umani erano detti gli Stereotipi, popoli di origine indoafricano-eurasiatico-antartica di cui purtroppo poche testimonianze attendibili sono arrivate ai giorni nostri: a causa di tale penuria, gli storici hanno dato convenzionalmente a queste genti caratterizzazioni tipiche e basilari, sicuramente ben lontane dall’estrema complessità della loro società.

Solitamente, le più comuni raffigurazioni storiche mostrano infatti uomini e donne di questa civiltà divisi radicalmente tra individui alfa e beta: negli uomini i primi erano quelli di maggiore stazza fisica e, al contempo, minore quoziente intellettivo, mentre le per le donne la distinzione era legata principalmente alla loro promiscuità sessuale, molto più accentuata nelle alfa.

Spostandoci nell’ambiente tropicale possiamo assistere ad un fenomeno piuttosto frequente: l’aggregazione in una sorta di branco da parte di animali appartenenti a specie diverse, che decidono di unire le forze per un obiettivo comune (denominato in natura “cachet”) formando una bizzarria eterogenea dall’alchimia pressoché inesistente.

Notiamo subito che, come solitamente accade, tali vertebrati prediligono habitat a bassa percentuale di accuratezza visiva, trovandosi spesso a proprio agio più in zone la cui artificiosità sia maggiormente evidente piuttosto che stanziandosi in porzioni di ambiente maggiormente ricche e curate.

Il primo animale di cui possiamo chiaramente riconoscere la figura è il pachyrockus samoani, più comunemente noto come “Rock”.

Tale enorme plantigrado fa della stazza fisica e della possente muscolatura, prevalentemente degli arti superiori e del petto, la sua più efficace arma di attacco e difesa; le sue relazioni sociali con le altre creature paiono invece sfruttare, in un modo ancora oggetto di studi da parte dei naturalisti, la sua scarsa capacità di trasmettere stati emotivi all’esterno.

Secondo alcuni studiosi, inoltre, pare che questa colossale creatura possa essere imparentata con un altro animale di notevoli dimensioni, l’Arnoldus schwarzerensis austriaci, ormai quasi estinto ma che pare essere stato riportato con successo in natura dopo un periodo di cattività in una riserva naturale della California.

Al suo fianco notiamo due creature galliformi di minori dimensioni, apparentemente assai simili: il macrogaster melanojacki e il kevinhartus vulgaris minimus.

Entrambi sono animali piuttosto bizzarri: il primo è stato per anni ritenuto erroneamente un discendente dello scomparso johnbelushi esilarantis, mentre sulla specie del secondo vi sono opinioni discordanti, dato che la sua eccelsa capacità di mimetizzazione lo rende facilmente confondibile anche ad un occhio esperto con altri animali della famiglia vulgaris come il petrachristi, il tuckerchristi o il chappellansis, tutti discendenti del macrostoma eddiemurphensis.

Chiude il gruppo un’esemplare di karengilla rubraceps, un mustelide appartenente alla famiglia delle bellaefregnae.

Tali animali sono stati osservati dall’uomo per millenni, pare infatti che già gli antichi babilonesi li avessero studiati a lungo: proprio da loro deriva la leggenda, giunta sino a noi, che un singolo crine di queste creature abbia una potenza di traino estremamente elevata.

Caratteristica tipica riscontrabile in queste lande è che le bellaefregnae vengano utilizzate nel gruppo solo come distrazione visiva per eventuali predatori, limitando perciò drasticamente le loro abilità, in realtà pari a quelle degli animali di sesso maschile.

Questo eterogeneo gruppo di animali, una volta riunitosi, si divide i compiti in una ormai consolidata e prevedibile gerarchia sociale, caratterizzata da un maschio dominante, due individui di contorno con una funzione definita in natura “spalla comica” e l’unica femmina del branco avente il ruolo già menzionato.

Solitamente le varie attività di comunicazione sono ridotte, prevedibili ed elementari, preferendo il branco dedicarsi alla caccia, agli spostamenti e agli scontri con animali molto comuni, i cosiddetti “minions” o “pigliasberle”, di specie e famiglia indefinite.

L’ostacolo principale del gruppo è un animale antagonista, che qui possiamo notare essere un esemplare di cannavalus comunus italiae.

L’antagonista, o “villain” è una creatura bipede avente un fabbisogno giornaliero di circa dieci tra espressioni facciali cattive, minacce inutili e comparsate casuali, e che comunica mediante urla sconnesse berciate senza convinzione.
Solitamente esso non ha un’identità definita, potendo svariare tra una vasta gamma di animali che assumono le medesime caratteristiche dettate dal ruolo imposto loro dall’ecosistema.

Per motivi che gli etologi non sono ancora riusciti a comprendere appieno, solitamente il branco non affronta subito l’antagonista, perdendo molto tempo in relazioni sociali inutili condite dalla formazione di coppie totalmente randomiche, comunicazioni fastidiose e spalle comiche che tentano in ogni modo di attirare l’attenzione su di loro attraverso comportamenti irrazionali e scarsamente intelligenti.

Anche lo scontro vero e proprio è basato su una serie di attività rumorose basate sull’esagerazione, tendendo gli animali ad estremizzare il più possibile le loro caratteristiche peculiari.
Concluso loro scontro è facile notare, inoltre, un cambiamento comportamentale repentino di questi vertebrati, indicato da alcuni studiosi come “maturazione interiore raffazzonata”, e che porta gli animali ad essere immotivatamente soddisfatti di loro stessi.

Per concludere, in questa esplorazione abbiamo potuto notare in prima persona numerosi elementi già approfonditamente studiati dai naturalisti, avendo osservato tanto gli stravaganti comportamenti degli animali quanto le in fin dei conti ordinarie interazioni tra di essi.

Il nostro viaggio per oggi è giunto al termine, vi ringraziamo per averci seguito qui questa sera, e appuntamento alla prossima puntata.

Star Wars: Gli ultimi Jedi

Recensire o non recensire, non c’è “provare”.

TRAMA: Rey prosegue il suo epico viaggio verso la scoperta della Forza insieme a Luke Skywalker. Nel frattempo Finn, Poe ed il resto della Resistenza devono vedersela con il Primo Ordine…

RECENSIONE: Dopo Il risveglio della Forza ci si imbarca nell’ottavo giro di giostra (più appendici varie ed eventuali) attraverso la galassia lontana lontana.

Ora, io non so se la Forza scorra potente in questa pellicola.

Perché Gli ultimi Jedi ha dei problemi.

Seri.

Scritto e diretto da Rian Johnson, Gli ultimi Jedi è un’opera piuttosto mediocre che purtroppo non sfrutta al meglio le basi narrative impostate dal suo predecessore, ingarbugliando eccessivamente una trama che viene così resa inutilmente complessa e accartocciandosi su se stessa senza dare una vera svolta al racconto.

Pur presentando infatti elementi di sceneggiatura piuttosto interessanti (su cui non posso essere specifico onde evitare spoiler), ne Gli ultimi Jedi essi affondano in due pecche evidenti che permeano l’intero film: l’errato contesto e la ridondanza.

Per quanto riguarda il primo, temo che il colpevole maggiore abbia la voce argentina e due enormi rotonde orecchie nere, visto che l’ironia che qui si respira è quasi di stampo marveliano per quanto forzata e guizzante fuori dal nulla.
La leggerezza dei toni cozza con le tematiche generali del film, e l’epico scontro tra Lato Chiaro e Lato Oscuro (qui ancora più leitmotiv del film precedente) non assume la drammaticità che teoricamente dovrebbe avere insito, venendo invece diluito e smorzato dal contesto più ampio in cui avvengono determinate situazioni.

Le gag inoltre si susseguono troppo freneticamente ed in modo troppo parcellizzato per essere apprezzate diventando magari in futuro iconiche (alla “Ti amo” – “Lo so” de L’impero colpisce ancora, per intenderci) e sono spalmate su un po’ tutti i personaggi, contribuendone all’appiattimento introspettivo rendendoli quindi tutti un po’ troppo simili.

Se nelle pellicole precedenti avevamo infatti l’ironia savia e pungente di un Obi-Wan, l’ingenuità di un giovane Skywalker, la tosta linguaccia della determinata Organa e la guasconeria sfrontata di Han, qui ogni character fa battute di un po’ ogni tipo in un po’ ogni situazione.

E ciò è male, soprattutto quando vengono sviliti gli antagonisti (povero generale Hux…) facendo subire loro gag che farebbero imbarazzare i Looney Tunes.

Ehi, Domhnall, lo sai che in questo film sei una macchietta imbarazzante?

Per la seconda, dispiace constatare quanto elementi estremamente validi vengano sviliti anche a causa della loro ripetizione idiotproof sul grugno dello spettatore.

Senza fare spoiler, il rapporto tra Kylo Ren e Rey si fortifica grazie ad un espediente che personalmente ho trovato ben pensato, apprezzandolo molto.

O meglio, apprezzandolo molto la prima volta che lo hanno utilizzato e non le successive tre-quattro, piuttosto banalotte ed inutili nel ribadire quanto già ormai assodato.

Non sviluppato poi benissimo l’importante tema del rapporto tra Rey e Luke, allieva e maestro ma anche due anime in cerca di riscatto (la prima) e redenzione (il vecchio Jedi) a causa della minaccia terribile che pende sulle sorti e della galassia.

Skywalker straziato dall’errore nel considerare Ben Solo, figlio del fraterno amico Han, come un nuovo potenziale alfiere della Forza, incarna un maestro molto diverso da coloro che abbiamo già visto nella saga.
Yoda, Obi-Wan (per Anakin prima e il figlio poi) e lo stesso Qui-Gon (ne La minaccia fantasma) venivano presentati con molta dedizione all’addestramento del prossimo, mentre la riluttanza di Luke, seppur giustificata, viene resa troppo schematicamente ed ottusamente visto il pericolo rappresentato dal Primo Ordine e dallo stesso Kylo Ren.

La relazione maestro-allieva si inserisce nell’ormai consolidata tematica tipica di questa saga del confronto generazionale, in cui da un lato le colpe dei padri, biologici e non, ricadono sui figli quanto dall’altro ci sia una vecchia guardia che può agire talvolta in riparazione di esse (dall’archetipo Darth Vader che si ribella all’imperatore fino a tutti gli altri).

Purtroppo Rey-Luke è la più deboluccia fin qui vista.

La speranza, altro grande topos narrativo di Guerre Stellari è qui talmente estremizzato da risultare antitetico: i personaggi la smarriscono molto velocemente, a causa anche alla deleteria estremizzazione dei ribelli come quattro gatti disgraziati contro un esercito gigantesco.

Gli scontri armati, per quanto ben realizzati visivamente (a cominciare dalla battaglia spaziale iniziale d’apertura, veramente spettacolare), sono anch’essi estremamente ripetitivi e spesso presentano il ricorso ad azioni suicide e disperate.
Come detto poc’anzi, anche questo è un espediente che funziona se viene utilizzato dalla sceneggiatura come extrema ratio, non ogni Cristo di volta.

Visivamente la pellicola è ottima, e visti budget, previsto ritorno di pubblico e sviluppo tecnologico sarebbe stato uno scandalo il contrario.
Per quanto riguarda le fantasiose creature presenti, se i porg, sottospecie di quaglie con gli occhioni dolci, mi hanno fatto venire la PTSD ripensando agli odiosi ewoks de Il ritorno dello Jedi, ho trovato carini ma fintarelli i fathiers (cavalli coniglieschi giganti) e già migliori le vulptex.

Ottimo uso in generale del colore, dal rosso-nero-bianco dell’impero del Primo Ordine alle consuete tonalità terrose verde-marrone della Resistenza.
Eccessivo il giallo-nero del pianeta Campione d’Italia, un po’ troppo caricato e stereotipato sulla negatività del denaro e che porta a dialoghi di scarsa innovatività sullo schierarsi oppure no in caso di grandi conflitti.

John Boyega nonostante un’entrata in scena degna dei tre marmittoni recita tremendamente sotto le righe per tutto il film, venendo surclassato dalla brava Kelly Marie Tran, sulla cui back-story avrei preferito maggiore focalizzazione.

Oscar Isaac, pur bene in parte e con un personaggio trattato piuttosto con riguardo in fase di sceneggiatura, continua a darmi l’impressione di uno a cui manchi il punto per fare blackjack, Daisy Ridley si conferma il membro del cast che offre l’interpretazione migliore mentre Adam Driver ha una pericolosità altalenante tra  Adolf Hitler e Dennis la minaccia.

Tra le new entries del cast, piuttosto dimenticabili i bravi Laura Dern dal crine magenta e Benicio del Toro doppiato in modo agghiacciante da Adriano Giannini.
Sempre a proposito di doppiaggio, personalmente credo stoni abbastanza la voce del pur ottimo Francesco Prando su Mark Hamill: dovendo trovare un sostituto dello scomparso Claudio Capone, avrei preferito in sua vece una tonalità più matura come, per dirne un paio, Luigi La Monica o Mario Cordova.

Gli ultimi Jedi porta il nome di una saga entrata nella storia del cinema e divenuta simbolo di una cultura pop-nerd di enorme successo, quindi mi aspetto incassi uno sproposito al botteghino.

Ma rimane uno spreco artistico ed un’occasione mal sfruttata.

Peccato.

Flatliners – Linea mortale

Elettroencefalogramma piatto: quello che vi verrà guardando questo film.

TRAMA: Intenzionati a indagare i misteri della morte e dell’Aldilà, cinque studenti di medicina compiono una pericolosa esperienza pre-morte.

RECENSIONE: Remake dell’omonimo mediocre film del 1990 diretto dal tizio che ha quasi ammazzato Batman, Flatliners mantiene la sua curiosa maledizione inca relativa al regista, visto che qui abbiamo l’esimio Niels Arden Oplev, già alla guida del celeberrimo (su questo blog) Dead Man Down con Colin Farrell e Noomi Rapace, cagatona stellare ed a mio parere una delle piaghe cinematografiche più pallose che occhio umano abbia mai dovuto subire.

Dai, Colin, non guardarmi così, lo sai anche tu…

Qui il nostro re Mida al contrario riesce nell’impresa di rendere visivamente inappagante un tema (l’afterlife e i suoi misteri) che avrebbe potuto anche essere vagamente interessante e spettacolarizzabile, scegliendo invece di farcirlo pigramente con cliché tecnici vuoti e stravisti.

Tra slow motion di dubbia utilità, birichine copulazioni off-screen ed apparizioni molto poco appariscenti, la pellicola si rivela frizzante e sbarazzina all’incirca quanto il bingo degli anziani il giovedì sera.
Potrei dilungarmi ulteriormente sullo stile registico alternante primi piani di gente catatonica (non sapevo avessero piazzato delle telecamere dentro al cinema) ai soliti ripetitivi jump-scares telefonati un quarto d’ora prima, ma preferisco mettervi una foto di ciò che vedo dalla finestra di camera mia, a simboleggiare la ricerca dell’orizzonte insita nella natura umana e quella di contenuti per un blogger che non sa come arrivare a fine articolo.

La sceneggiatura ha come missione ascetica quella di catalizzare ogni stereotipo umanamente immaginabile del genere.

Riuscendoci.

Tra personaggi smussati con l’ascia, motivazioni che definire farlocche sarebbe cavalleresco eufemismo, sentimentalismo che aspettatevi una causa per plagio dalla Harmony ed una sottospecie di para-morale scorreggiona che non può mai mancare, Flatliners inanella una scenaccia dietro l’altra senza prendersi la briga di fermarsi ad approfondire meccaniche narrative banalissime.

Sorprende che questo film sia stato scritto dallo stesso Ben Ripley che aveva messo il suo talento (questa è squallida, scusatemi) nell’apprezzabile Source Code di Duncan Jones; potrei partire con una filippica sull’importanza e la crucialità della scrittura nella rappresentazione cinematografica essendo quest’ultima una storia per immagini, ma se non si sono impegnati loro nel realizzarlo, non vedo perché dovrei farlo io nel recensirlo.

Vi metto perciò qui sotto il video del primo allunaggio, momento storico per l’umanità e sicuramente spettacolo migliore di questo liquame su pellicola.

In particolare spiccano negativamente i personaggi, il cui spessore narrativo è paragonabile alle sagome di Indovina chi? e che si ritrovano ad ammazzarsi e resuscitarsi a vicenda perché… yawn… perché… per….

Zzzzzzzzzzzzz….

Scusate, mi ero abbioccato.

Nel cast spiccano l’Ellen Page degli X-Men, il Diego Luna di Rogue One, la Nina Dobrev di Tette e Vampiri e… boh, basta, altre facce a caso che interpretano cartonati parlanti.

Ora sarebbe il momento di criticare negativamente ogni stereotipo caratteriale (il donnaiolo, l’ambiziosa, la stressata, il bravo ragazzo…), ma piuttosto vi inserisco il video dei rigori di Italia-Francia del 2006, perché è un pagina sportiva allegra e si rivedono desaparecidos tipo Iaquinta.

Torna dal film originale Kiefer Sutherland nei panni del dottor Cameo de Inutilis: speravo fosse in realtà l’agente Jack Bauer in incognito giunto lì per ammazzarli (definitivamente) tutti e invece no.

Peccato.

Flatliners – Linea mortale: una valida alternativa ad osservare per un’ora e quaranta il sole.

Smetto quando voglio – Ad Honorem

Laurea honoris causa (o ad honorem): titolo accademico onorifico conferito da una università (o da altra istituzione equivalente) a una persona che si è distinta in modo particolare, nella materia di laurea, nel corso della propria vita.

TRAMA: Nonostante l’aiuto fornito alla polizia, Pietro e la banda dei ricercatori sono ancora nei guai. Ora, in carcere ci sono proprio tutti. Chi è il misterioso produttore di droghe sintetiche che li ha incastrati? In cosa consiste esattamente il suo diabolico piano a base di gas nervino?

RECENSIONE: Dopo Smetto quando voglio Smetto quando voglio – Masterclass, uscito sempre quest’anno, si conclude la trilogia con protagonisti il neurobiologo Pietro Zinni e il suo sconclusionato gruppo di laureati.

Più una storia divisa in tre atti incrociati che una trilogia di opere a se stanti (consigliata la visione solo a chi ha visto i primi due film, in caso contrario la comprensione delle dinamiche sarebbe piuttosto confusa), questo Ad Honorem riesce a chiudere le vicende principali completando un percorso narrativo circolare.

Elementi delle prime due pellicole che parevano inizialmente secondari assumono senso logico, con una sceneggiatura che mantiene apprezzabile globalità costruttiva senza perdersi in complicazioni fini a se stesse.
Positiva l’aggiunta di un background all’antagonista che, per quanto semplice, consente di capirne più efficacemente le motivazioni e a dargli quello spessore caratteriale benefico in un’opera con personaggi comici piuttosto estremizzati.

La comicità si mantiene di pregevole fattura ed è strutturata sui consueti più livelli di lettura: sono presenti gag corporali quanto specifici riferimenti culturali-scientifici utili per la caratterizzazione professionale delle “migliori menti in circolazione”, situazioni comiche basate sugli equivoci o altre sulla esagerazione della situazione stessa, linguaggio forbito oppure romanesco, e l’insieme del tutto permette di ridere di elementi diversi in base alla soggettività dello spettatore.

Tra una gag e l’altra si trova il tempo anche per una critica al sistema italiano dell’istruzione, in cui pullulano raccomandazioni, una burocrazia farraginosa ed inutile, tagli su tagli alle eccellenze e notevoli difficoltà per ricercatori, professori meritevoli e gli stessi allievi.

Per quanto tale critica sia piuttosto didascalica è positivo trovarla anche in questo terzo capitolo, essendo il leit motiv da cui nasce l’intera storia a partire dal primo film (il protagonista decise di commerciare droga perché non gli venne rinnovato l’assegno di ricerca dall’università) ed inserendo così un elemento di carattere sociale.

I vari componenti della banda mantengono una propria connotazione caratteriale che oltre a renderli apprezzabilmente simpatici si amalgama bene con quella degli altri membri, grazie ad una scrittura frizzante che riesce a ritagliare ad ognuno un piccolo spazio ilare.

Sugli scudi in particolare il solito Stefano Fresi, qui mattatore nella divertentissima scena della rappresentazione teatrale, e maggior spazio per il Murena di un ottimo Neri Marcorè, anche lui fornito di un passato che gli conferisca tridimensionalità.

Consigliato.

Justice League

Io sono la Giustizia.

Davanti a me sono tutti uguali.

Io sono la Giustizia.

Nei giorni dispari e in quelli pari.

TRAMA: Dopo la morte di Superman, Bruce Wayne decide di formare una squadra di supereroi metaumani per difendere la Terra da una terribile minaccia imminente. Così, chiama a sé Flash, Wonder Woman, Aquaman e Cyborg.

RECENSIONE:

Io ho un problema con la Justice League.

Sarà forse la mia naturale ritrosia per i film sui supereroi?

Sarà magari il fatto che verrà considerata la copia degli Avengers marveliani, nonostante su carta sia nata nel 1960 mentre i corrispettivi di Stan Lee comparvero solo tre anni dopo?

Mmmh, no.

Il mio problema è The Pro.

Per chi non la conoscesse, The Pro è una storia a fumetti scritta nel 2002 da Garth Ennis (creatore anche di Preacher); la trama verte su una prostituta di strada che riceve dei superpoteri, venendo poi reclutata nella celeberrima Lega dell’Onore e trovandosi ad affrontare dei villain sopra le righe.

Il tono del fumetto è di presa in giro dissacrante nei confronti dei tipici crismi dei supereroi americani classici: Superman/The Saint è un bonaccione ingenuo, Lanterna Verde John Stewart/The Lime è lo stereotipo del nero sacrificabile, Batman e Robin/The Knight e The Squire hanno una velata relazione in stile “antichi greci” e così via.

Il tutto ironizzando anche su come una persona comune con comuni difetti (una ragazza madre egoista, annoiata, cinica, sboccata…) possa comportarsi se investita di enormi responsabilità non volute.

Avendo letto questa storia (che vi consiglio, se amate le trame sopra le righe), quando si parla di Justice League non penso all’onore, al coraggio e alla sete di giustizia che i suoi componenti permeano.

Penso ad una zoccola che pratica del sesso orale a Superman.

Chiudendo questa colorita parentesi, Justice League è né più né meno un gigantesco fumettone trasposto da carta a schermo.

Come Spectre di Sam Mendes era un po’ la summa di ogni elemento tipico della cinematografia su James Bond, questa pellicola racchiude in sé ogni fattore relativo al genere supereroistico di appartenenza: la conseguenza è che lo spettatore potrà apprezzarlo moltissimo quanto detestarlo con la medesima forza, in base al suo soggettivo apprezzamento non verso l’opera specifica, ma verso il settore artistico generico.

Come giudicarla, quindi?

Beh, sono partito da The Pro, quindi continuiamo su questa via.

Ossia con i PRO.

Justice League riesce a fornire un buon intrattenimento senza risultare troppo di grana grossa; punto focale per un blockbuster, l’azione è chiassosa ma ben gestita, non apparendo ridondante per gli standard e coreograficamente efficace nella sua esecuzione pratica.
Lo spirito di gruppo si mantiene evidente visivamente nel modo in cui i protagonisti affrontano l’antagonista, in modo da trasmettere bene allo spettatore l’idea di coesione alla base del film.
Di ottima fattura in particolare le scene ambientate a Themyscira, patria delle Amazzoni e teatro di una sequenza dal notevole impatto adrenalinico.

Ben Affleck e Gal Gadot si confermano adatti nei rispettivi ruoli, dando corpo ad un Bruce Wayne maturo ed attento e ad una Diana Prince generosa e fiera; alle new entries viene fornito un background narrativo che, pur scarno, non li rende dei cartonato bidimensionali, ma contribuisce a disseminare elementi che possano essere riconosciuti dai fan e che chiariscano il personaggio anche ai neofiti.

Particolare menzione anche per la sequenza dei titoli di testa, la cui impostazione ricorda quella di Watchmen, sempre con Zack Snyder regista, e con l’ottimo connubio audiovisivo grazie a Everybody Knows di Leonard Cohen interpretata dalla svedese Sigrid.
Non la solita esagerazione di simboli fallici e qualche inquadratura inutile di troppo alle terga di Gal Gadot, ma direi che si possa soprassedere.

Apprezzabili anche i piccoli riferimenti a personaggi non presenti nel film, che contribuiscono ad alimentare l’idea di universo narrativo donando ampio respiro a trama ed ambientazione.

Ora le NOTE DOLENTI.

Prima di tutto la trama è la solita menata già vista e stravista: oh mio Dio, stanno arrivando gli alieni da un altro mondo, c’è un cattivone uber-super che è dalla notte dei tempi vuole distruggere tutto, uniamo le forze per sconfiggerlo.

Tipo Space Jam, ma senza rubare il talento a Charles Barkley.

Devi affrontare un gruppo di supereroi? Obbligatorio l’elmo cornuto.

Il compito narrativo di alcuni personaggi nell’economia della storia è inoltre piuttosto basilare, e mi riferisco in particolare a Flash ed Aquaman.

Se il primo è un comic relief troppo estremizzato (pur non arrivando comunque ai livelli prescolari della Marvel, anche se non ci manca molto), il secondo ha subito un restyling avente come unico target quello di non farlo più essere l’eroe della comunità LGBT, ma rendendolo virile e figaccione.

Mi rendo conto che Jason Momoa sarebbe carismatico anche se recitasse Riccioli d’oro e i tre orsi nella parte della protagonista, ma su look e caratterizzazione psicologica è stata veramente calcata la mano, facendolo risultare stereotipato nel senso opposto.

Cioè è paradossalmente troppo figo per non stonare.

Ariel me la ricordavo diversa.

Sul lato tecnico, pur non esagerando nella slow motion tipicamente snyderiana, si assiste ad una CGI di un pataccame unico; come il pendolo di Schopenhauer oscilla tra dolore e noia, il green screen di Justice League oscilla tra il mediocre ed il raccapricciante, con fondali verosimili quanto cartoline pastello e sequenze acquatiche ahimè malfatte e banalmente sfruttate.

Si registra anche qui il momento-puttanata tipico delle precedenti opere DC, la sequenza cioè in cui al momento della scrittura agli sceneggiatori si chiude una vena del cervello.

Se ne L’uomo d’acciaio era Jonathan Kent trasportato nel meraviglioso mondo di Oz, in Batman v Superman era il Martha-time, in Wonder Woman il combattimento finale e in Suicide Squad l’intero film, qui abbiamo una idiozia che non posso spoilerare, ma che, pur essendo necessaria per il plot ha una modalità di svolgimento che mi ha fatto accapponare i capelli.

Senza rovinarvi la sorpresa (tutti dobbiamo soffrire), mi limito a dire che è un passaggio fondamentale per la trama e nella pellicola viene esposto in riferimento ad un celebre romanzo di Stephen King.

Chi lo ha già visto ha capito.

Tirando le somme, quale può essere il giudizio complessivo?

Beh, personalmente credo che pregi e difetti si elidano a vicenda, risultando in una giusta sufficienza finale per questo quinto episodio dell’universo DC.

Non eccezionale ma nemmeno così disprezzabile, considerando anche l’Orrore da Kurtz nella giungla di tre degli altri quattro film.

Fit iustitia.

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