L'amichevole cinefilo di quartiere

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Jurassic World – Il regno distrutto

I film sullo schermo sono più brutti di quanto appaiano.

TRAMA: Quando il vulcano inattivo dell’isola si risveglia minacciando epiche distruzioni, Owen e Claire si organizzano per salvare i dinosauri rimasti da questa nuova estinzione.

TRAMA, QUELLA VERA:

Il film si apre con dei tizi che se ne vanno in giro per il parco della pellicola precedente, abbandonato dopo il relativo disastro; partenza sorprendente, se consideriamo che non solo l’ottimo primo, ma pure lo scadente secondo ed il blasfemo terzo film della serie iniziano con dei personaggi secondari alle prese con i dinosauri.

Due di questi guitti, dentro una sonda sottomarina, esplorano beati la laguna del Mosasauro (quella specie di portaerei subacquea che in Jurassic World facevano giocare con le esche come Free Willy a San Diego) per ritrovare un osso sommerso del Comecazzosichiamavasauro antagonista della pellicola precedente; una delle prime frasi pronunciate dai nostri prodi è “Tutto ciò che viveva qui è ormai morto”, quindi sappiamo già che il loro tempo vegeti sullo schermo è compreso nell’ordine dei secondi.

Recuperano l’osso poco prima che, come facilmente prevedibile, Nessie curvy li divori come un Babybel e lo mandano ad altri loro parimenti expendables compagni di merende che lo aspettano su di un elicottero.

Un altro idiota rimasto a terra, senza nessuna protezione armata perché “ehi, vuoi mica che mi insegua un rettile carnivoro alto quattro metri?” viene inseguito da un rettile carnivoro alto quattro metri, accompagnato da movimenti di camera tipo Crash Bandicoot che scappa dall’orso polare gigante.

Classico schema “ti faccio credere che il tipo muore, poi ti faccio pensare che si salva, poi lo faccio uccidere così velocemente da non farti abituare al naturale sollievo empatico” (tramite la partecipazione del già menzionato logo Lacoste di venti metri che zompa fuori dall’acqua come Flipper il simpatico delfino), ma nonostante queste facezie l’osso è in mano agli uomini.

Cambio scena: siccome sull’Isla Nublar sta per eruttare un vulcano, ci si chiede se i dinosauri dovrebbero essere salvati oppure no.

Cameo per Jeff Goldblum nei panni di Ian Malcolm (doppiato in italiano dalla terza voce in altrettante pellicole: dopo Roberto Chevalier di “Quanto mi secca avere sempre ragione” e Sandro Acerbo di “Mammina è molto arrabbiata” qui c’è Massimo Corvo): persona dotata di raziocinio, egli afferma che tali animali dovrebbero essere lasciati al loro triste destino, essendo stato un grosso errore clonarli e permettendo in questo modo alla natura di riparare agli errori umani.

Ovviamente tutti sono d’accordo, i dinosauri muoiono e scorrono i titoli di coda.

TA-na-na-na-naaaaaa TA-na-na-na-naaaaaa…

Ma proprio no: l’ex direttrice del parco Claire interpretata dalla figlia di Ron Howard, che dopo il casino di tre anni prima qualcuno mi illumini su come mai non sia in galera, è a capo di un piccolo gruppo di ambiental… scienziat… attivist… boh, la Greenpeace del discount che lotta per la salvezza delle creature preistoriche.

Ora, capisco la spinta ambientalista, ma qui non si tratta di una specie cancellata dalla deforestazione, o dalla costruzione di una diga: i dinosauri hanno avuto il loro ciclo, e la natura li ha selezionati per l’estinzione.

Sapete chi ha detto queste cose? Ian Malcolm, l’unica voce della ragione in mezzo alla manica di mentecatti che sono i protagonisti di questo franchise.

Claire, che quando indicava a dei superficiali idioti la nobile via dell’andare a fare in culo mi stava più simpatica, viene contattata da un ex socio di John Hammond, un anziano miliardario impersonato da James CromJames Cromwell è in questa puttanata?!

Per l’amor di Dio, Cromwell, lei ha quasi ottant’anni, ritorni a far curare sua moglie da un gigante nero, ad allevare maiali parlanti, o da sua figlia Gwen Stacy!

Ce l’ha davanti!

Attraverso un jumpscare ci viene presentata anche la nipote di Cromwell, figlia della sua unigenita morta e facente parte della quota-bambini, poiché questa serie campa grazie ai soldi degli spettatori con un’età biologica o mentale inferiore ai quindici anni.

Il lacchè di Cromwell e tutore della bambina è invece interpretato da un altro reduce di Black Mirror, Rafe Spall, attore mosso dalla corretta convinzione che una volta partecipato a Prometheus peggio di così non può andare; Spall ha bisogno dell’aiuto della cieca di The Village per salvare i dinosauri prima che il vulcano costringa il Barcellona ad andare a Milano in autobus, e le chiede di coinvolgere nell’operazione l’uomo a causa del quale Thanos ha trasformato metà popolazione della galassia nel logo di Windows.

Signor Gates, non mi sento molto bene…

Trovato Star-Lord che sta costruendo una casa di legno (???), egli prima collega i neuroni rifiutandosi di aiutare la donna e concordando sulla linea-Malcolm, poi però, menzionata la sua velociraptor addestrata Blue e rivedendo i filmati di quando era piccola, Pratt si ricorda che da contratto anche in questo film gli enormi rettili carnivori verranno trattati come patatosi labrador e decide di aiutare la fredda bestia smembra-uomini.

E il velociraptor.

Arrivati sull’isola insieme a due compari della Howard, tra cui la fusione genetica delle fastidiose macchiette del nero, del giovane impaurito e del nerd, Fred e Daphne fanno la conoscenza di un imbarazzante stereotipo di cacciatore bianco che colleziona i denti delle sue prede: sappiamo già che morirà in modo idiota, dovremo solo stare a vedere quanto idiota.

E qui finalmente compaiono i dinosauri.

“Dalla mia mascella squadrata, i Ray-Ban e il mio portamento fiero potete evincere che sono un improbabile coglione”

Ok, la T-Rex zompava fuori già all’inizio, ma un po’ perché la scena era in notturna, un po’ per la telecamera ballerina, preferivo dare il beneficio del dubbio e non prestare attenzione all’enorme sospetto scaturitosi nel mio cervello.

In questa scena invece osserviamo un brachiosauro. Di giorno. Con inquadratura fissa.

Perciò si può dare un giudizio sulla resa grafica dei dinosauri.

E WOW, QUANTO CAZZO LI HANNO FATTI MALE!

I dinosauri sono NEBBIA con i contorni, degli ologrammi che si muovono in un ambiente la cui illuminazione e fotografia sono totalmente SBALLATE rispetto alla loro.
I pochi casi in cui vengono usati gli animatronics spiccano nettamente in positivo, e si ha quindi un comparto tecnico di caratura troppo ondivaga per catturare efficacemente lo spettatore più attento.

Che un film del 2018 con un budget di 170 milioni di dollari abbia effetti speciali di questa qualità è imbarazzante, ed ancor più vergognoso se consideriamo che questo era un grosso problema già del capitolo precedente.

Disonore sulla vostra mucca.

Dopo essersi divisi e aver rintracciato Blue, con un colpo di scena sorprendente per ogni spettatore affetto da deficit cognitivi veniamo a sapere che in realtà la missione era solo un bieco trappolone per catturare i dinosauri, architettato da White Christmas in combutta con il Dottor Wu, personaggio che ritorna dal film precedente per il quale ricordiamo gli venne assegnato il riconoscimento come “Villain cinematografico più a caso degli ultimi vent’anni”.

Dopo essere stato narcotizzato, Chris Pratt scappa dalla lava che ha iniziato a colare dal vulcano grazie a dei movimenti tipo QWOP (e qui non ho capito se il film voleva mettermi in tensione a causa del pericolo oppure farmi ridere per le movenze comiche del protagonista, nel dubbio ho optato per una vulcaniana assenza di emozioni); Claire e IT Crowd sfuggono ad un pessimo CGIsauro e si riuniscono all’aperto, dove viene loro salvato il culo dalla solita tirannosaura, che ormai ha aiutato così tante volte gli umani da farmela ritenere la vera eroina della serie.

“Sono più vecchia di Gesù!!!”

Tra una fuga dalla lava evitando di essere calpestati da Piedino e i suoi amici e capacità respiratorie sott’acqua che imbarazzerebbero Maiorca, i tre peones salgono sulla nave dei cattivi appena prima che il vulcano ricopra di lapilli l’isola, assistendo alla tragica scena della morte di un brachiosauro e all’ancor più tragico uso che questa vaccata fa della iconica posa su due zampe dell’erbivoro per ricordare il primo famoso incontro con un dinosauro in Jurassic Park.

Seriamente, dovreste vergognarvi.

Ma qual è il piano di Spall? Semplice: usare i dinosauri come armi, continuando la lunga tradizione di animali adoperati dall’uomo per scopi bellici dopo gli elefanti di Annibale e i topi infetti dei russi contro i nazisti.

MA SERIAMENTE???

Se c’è un’industria umana che non conosce crisi e che sostiene un incremento tecnico esponenziale è proprio quella bellica e l’ideona geniale sarebbe USARCI I DINOSAURI???

Gesù Cristo, sono degli animali, per quanto siano aggressivi o resistenti non sono dei carri armati!

Solo io mi ricordo che in Jurassic World uno dei raptor veniva fatto esplodere con un bazooka?!

E poi che palle ‘sta menata dei corporate men cattivi: si vedono nel 90% dei film, non avrebbero potuto inventarsene un’altra?

Che so:

Un gruppo di animalisti oltranzisti: siccome i biechi ed avidi scienziati hanno riportato in vita animali destinati dalla natura all’estinzione decine di milioni di anni fa, gli ambientalisti decidono di liberarli selvaggi nell’ambiente urbano, per mettere di fronte l’uomo ai suoi errori.

Una setta fondamentalista religiosa: attraverso i loro fossili, i dinosauri sono la prova più lampante delle teorie evoluzionistiche, inoltre i progressi umani si sono spinti talmente avanti da sostituire Dio, creando la vita; essi perciò decidono di sfruttare i dinosauri per l’uccisione di civili innocenti, in modo da poter avere una scusa per gettare discredito sulla scienza e sul progresso tecnologico.

Queste sono le prime due idee idiote di possibili antagonisti che mi sono venute in mente di botto in DUE MINUTI, e che sarebbero state più interessanti di questo cravattaro già visto in altre cento pellicole.

Non che ci voglia molto…

Compare Toby Jones nei panni di un bieco e avido yuppie (non scrivo più battute su bravi attori che hanno partecipato a roba migliore altrimenti facciamo notte) che farà da banditore d’asta per i dinosauri catturati sull’isola, e salta fuori che con l’aiuto di Wu vogliono creare l’arma definitiva: un incrocio tra l’albinosauro del parco precedente e la velociraptor Blue, per chiamarlo Indoraptor e vincere il premio per nome più inutilmente cazzuto della paleontologia.

Maisie, la nipotina di Cromwell, li scopre di nascosto e avverte il nonno, che però subisce Spall che fa il cosplay del nativo americano di Qualcuno volò sul nido del cuculo e che lo aiuta così a non sputtanarsi troppo la carriera.

Mentre parte l’asta, Owen e Claire sono scoperti e rinchiusi in una cella, da cui successivamente escono grazie all’ologramma di uno Stygimoloch che il film tenta di far passare come una creatura in carne ed ossa (nda: questo è di gran lunga il dinosauro con la computer grafica peggiore) e che svolge la mia stessa attività dopo aver visto Il regno distrutto. 

Prende i muri a testate.

Comunque più realistico di quello del film.

Dopo essersi congiunti con Maisie, ella mostra loro di nascosto l’hangar in cui si svolge l’asta, e per fare un po’ di casino Owen decide di farci fiondare dentro il pachycephalosauride; la creatura con la stessa concretezza visiva della graffetta di Office inizia a craniare persone a caso proprio quando gli adulti di Gossip Girl si stavano contendendo l’Indoraptor nonostante sia solo un pericoloso prototipo, fregandosene dell’opposizione di Hugo Strange unico scienziato tra i cattivi, ma tanto qui sono tutti idioti.

L’Adolfhitlersauro scappa dalla gabbia perché il capo cacciatore di Spall ha la brillante idea di entrarci dentro pensando erroneamente di aver narcotizzato la bestia in modo da strapparle un dente, giocandosela in finale del torneo “Morte più da coglione dovuta ad un disturbo compulsivo” con il Jason Lee de L’acchiappasogni e i suoi Cristo di stuzzicadenti.

Dopo aver sbranato Clayton nel modo più “Film per tutti” possibile, il Bruciabambinisauro uccide anche Jones e qualche altro miliardario perché evidentemente, già che c’erano, nel suo codice genetico ci hanno ficcato dentro anche Il capitale di Marx.

Il plusvalore proviene dal pluslavoro dell’operaio.

I nostri eroi rincontrano il villain, e qui si scopre il motivo che spinse Hammond e Cromwell a separare le strade: Maisie in realtà non è la nipotina del vecchio, ma il clone di sua figlia morta.

Mio Dio, finalmente un passaggio di trama interessante!
Questa rivelazione pone importantissimi interrogativi etici: quanto lontano deve spingersi la scienza? È immorale la clonazione umana? Il clone è un individuo a se stante o solo una mera riproduzione di codice genetico già esistente? Il clone è solo un bene o una vera e propria personjumpscare improvviso tronca la scena e nella successiva non se ne parla più.

Ok.

I due sidekick dei buoni liberano Blue, mentre Owen, Claire e baby Agente Smith scappano dal Violentasuoresauro, che ovviamente dopo essere state incensate le sue capacità sensoriali ed intellettive non riesce a vedere, sentire o fiutare prede umane che sono ad un metro e mezzo da lui.

Dopo il classico inseguimento alla Benny Hill Show con vetrate distrutte, testate ai muri e finestre che vengono aperte dal predatore usando la maniglia nonostante avrebbe potuto tranquillamente sfondarle (eh, ma poi il richiamo ai raptor del primo Jurassic Park dove lo mettiamo?), la situazione sembra tragica nella camera da letto di Mi sdoppio in quattro, ma Blue arriva ad aiutare i nostri prodi, e il Vecchioinautostradacontromanosauro finisce come Christopher Lee nell’extended cut de Il ritorno del re.

Problema finale: del gas tossico ha intasato il piano sotterraneo dove sono rinchiusi gli altri dinosauri catturati, che quindi restando lì morirebbero asfissiati.

Inizialmente Claire è tentata di liberarli, ma prima che possa premere il pulsante Owen giustamente la persuade a non farlo, poiché non essendo più su un’isola, verrebbero liberate nel bel mezzo della civiltà creature pericolosissime ed estranee alla nostra epoca.

Abbiamo quindi finalmente una scelta intelligente, posta in essere da persone razionali ed assennate, che non si fanno trascinare da facili sentimentalismla bambina pigia il bottone e libera tutti i dinosauri all’esterno della villa, procurando danni incalcolabili all’ecosistema e mettendo in pericolo la vita di Dio sa quanti umani.

Spall viene ucciso da un jumpscare, e Owen, Claire e la pecora Dolly se ne vanno in auto verso l’ignoto.

Mentre il dottor Malcolm novello Giovanni Battista predica nel deserto che si trova nella scatola cranica dei protagonisti, scorrono immagini dei dinosauri che scorrazzano liberi nel mondo: il mosasauro che sta per divorare dei poveri surfisti, la T-Rex che penetra in un giardino zoologico uccidendo chissà quante altre bestie e la nostra cara e simpatica macchina di morte Blue che zampotta felice per il deserto.

E vi ricordo che tutto ciò è successo…

[Inspira profondamente]

PERCHÉ BOBA FETT HA PREMUTO QUEL CAZZO DI PULSANTE GIUSTIFICANDOSI CON L’EMPATIA DA CLONI CHE LEI PROVA NEI CONFRONTI DI GALLINE CARNIVORE PREISTORICHE DI SEI TONNELLATE.


Questo era Jurassic World – Il regno distrutto.

Un film che è come il precedente: stupido ed inutile.

Spezzando una lancia in suo favore, è un action movie che dosa abbastanza bene i picchi di tensione, ed anche la regia accompagna efficacemente le sequenze in tal senso, dimostrandosi talvolta meno operaia di quanto i prevedibili facili guadagni al botteghino avrebbero potuto far supporre.

Ma la trama è veramente troppo stupida, i personaggi troppo abbozzati e idioti, e gli effetti speciali, fondamentali in questo tipo di prodotto di intrattenimento, hanno come punto debole proprio ‘sti cazzo di dinosauri, resi veramente male per la maggior parte degli esemplari.

Alcune buone idee (scherzi a parte, molto interessante quella del clone umano) affogano in una marea di cretinate, e si ha spesso il sentore che Il regno distrutto sia un incrocio tra l’ennesimo esempio di operazione nostalgia che sta intasando gli anni Dieci del Duemila e un nemmeno troppo velato richiamo al dimenticabilissimo Il mondo perduto del 1997.

Adoro il film del 1993, e mi piange il cuore che, per motivi diversi, nessuno degli ormai quattro seguiti ne sia minimamente all’altezza.

Come sempre, così preoccupati di poterlo fare che non hanno pensato se…

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Deadpool 2

Volete il bis? Meglio preparare lo zabaione…

TRAMA: Il mercenario mutante Deadpool si ritrova a dover contrastare un nuovo nemico, il totemico Cable, arrivato dal futuro per uccidere un ragazzo.
Al gruppo di strani personaggi dell’avventura precedente si aggiunge tra gli altri anche Domino, capace di controllare le probabilità…

RECENSIONE:

Seguito di Deadpool di un paio d’anni fa, questo film…. oh, ma ci sei?

Ah, sì, scusa, mi ero un attimo distraPerché adesso sono azzurro??

Perché così visivamente balzi di più all’occhio e mi permette di sfruttarti in modo più efficace come pretesto per sviluppare meglio il mio giudizio sul film.

Ah, sì, me lo avevi spiegato anche l’altra volta, meta-narrazione o quella robe lì… però aspetta, se sono una parte della tua coscienza allora voglio che mi immagini come una delle personalità di Sylvester Stallone in quel grande classico americano: Spy Kids 3D!

Preferirei evitare.

Adam Sandler in Jack & Jill?

Piuttosto la morte… che ne dici di Fredric March ne Il dottor Jekyll del 1931? Ci ha anche vinto un Oscar…

Mark Ruffalo in The Avengers? Ha incassato un miliardo e mezzo, quindi vuol dire che è bellissimo, giusto?

Non provo nemmeno a spiegartelo… ok, Jim Carrey in Io, me & Irene: più vergognosamente in basso di così non scendo.

Accettato.

Uff, dicevamo, per la regia di David Leitch, che sostituisce Tim Miller dopo il primo episodio, Deadpool 2 è un superhero movie spassoso e leggero, che riesce a mantenere lo spirito del suo predecessore coniugando occhio al meteorite un’atmosfera sboccata e scanzonata a personaggi fuori di testa e scene d’azione adrenaliniche.

Esplosioni, sparatorie e fendenti di spada la fanno da padrona, con il nostro eroe che utilizza ogni mezzo a propria disposizione per regalare al pubblico scene di esagitato divertimento.

Si conferma quindi la solita, divertentissima somarata senza alcun senso razionale che

Ma che figata, da adesso la stupidità nei film è un pregio! Quando ci facciamo la maratona Transformers?

Nel duemilafottiti.
Non è così semplice, bisogna attuare una distinzione importante all’interno del meraviglioso e fatato mondo dell’idiozia: così come nel primo film, in Deadpool 2 la sfrenata deficienza presente lungo i centoventi minuti di durata possiede una caratteristica fondamentale per fare sì che il film non scada nell’orrido.

È volontaria.

I personaggi, i dialoghi, i risvolti della trama, i poteri stessi degli improbabili eroi, le dinamiche tra i characters… tutto è volutamente sopra le righe e senza freni, ed il risultato è un giocoso casino in cui nessuno si prende mai sul serio: lo stesso Deadpool, grazie ai numerosissimi sfondamenti della quarta parete e ad una buona autoironia da parte di Ryan Reynolds, è estremamente scanzonato e quasi surreale nella sua paciosa ultraviolenza.

La mia generale critica negativa alla stupidità nel cinema nasce invece dal fatto che, spesso, si rivelano intelligenti come un preservativo di cioccolata delle pellicole che teoricamente dovrebbero risultare seriose: questo è in assoluto il caso peggiore, perché si ha un’opera che suscita l’effetto radicalmente opposto rispetto al suo stesso obiettivo.

Tipo quando si vedono dei mega-scienziati intelligentissimi che fanno robe da poveri coglioni?

Esatto, oppure i casi in cui il film dovrebbe essere figo e accattivante ma risulta solo una incorreggibile e sifilitica puttanata machista.

Tipo quello con Bruce Willis che deve trivellare l’asteroide?

Cazzo, hai preso proprio il peggiore.

Comunque sì.

All’effetto comico contribuisce sicuramente, oltre all’ovvia assurdità del personaggio principale, un uso piuttosto disinvolto del linguaggio, ricchissimo di parolacce, sconcerie varie e carriolate di doppi sensi sessuali.

Sì, le cazzate sul sesso, quelle mi fan ridere un fottio!

E lo sai perché sono comiche? Perché il rapporto sessuale rimanda inevitabilmente all’immagine dell’unione degli organi genitali, con il pene e la vagina che congiungendosi esorcizzano la cenofobia, o “paura del vuoto”, l’horror vacui che è uno dei timori ancestrali dell’essere umano.

Ah… davvero?

Ovviamente no, coglione.

Fanno ridere perché in primis si è naturalmente sorpresi che in un film su tizi vestiti attillati che sparano computer grafica dalle mani vengano pronunciate determinate espressioni: un po’ l’effetto di sentire Renzo Arbore portare a Sanremo Il clarinetto.

Chi??

Sei una bestia.

In secundis queste gag portano il nostro inconscio a rendersi conto del grottesco e dell’assurdo di elementi che nella nostra vita sono comuni: situazioni imbarazzanti nelle quali, bene o male, buona parte della popolazione può riconoscersi.
In questo, la risata ha un atto semplicemente liberatorio, perché ciò che è tabù e può essere visto come una cosa imbarazzante viene ridicolizzato esorcizzando il tabù stesso.

Oltre al sesso, possono rientrare in tal senso le gag sulla morte, o sulla vita ultraterrena. Non a caso molte barzellette vertono su questi argomenti.

Ad ogni modo, bisogna tenere presente che il fattore tabù è semplicemente un elemento che potenzia la battuta, non la rende automaticamente più divertente.
Se invece una persona ride a prescindere, semplicemente è un idiota senza capacità di discernimento tra ciò che ha valore e cosa ne manca.

Del tuo discorso astratto ci ho capito poco o niente, ma mi fido.

“Un viaggio di mille miglia comincia sempre con il primo passo”, lo disse un grande filosofo.

Trapattoni?

No, cane, intendo un vero filosofo, un vecchio pensatore del passato…

Trapattoni È un vecchio pensatore del passato…

Non è Trapattoni!

Come sequel inoltre Deadpool 2 non è affatto male, poiché riesce a non fossilizzarsi su di una facile ripetizione dei medesimi stilemi di plot, anzi, sviluppandoli ed ampliandoli grazie all’inserimento dei nuovi personaggi che offrono il fianco a simpatiche dinamiche intranarrative, come ad esempio il lamentarsi di eventuali facilonerie tipiche dello script stesso.

Tradotto in un italiano comprensibile?

C’è il “due” nel titolo ma non è la stessa zuppa, quindi è un buon sequel, come Terminator 2, Shrek 2…

Una poltrona per due…

Lasciamo perdere.

Nel cast di contorno ritroviamo il Colosso in CGI (spassosi i suoi battibecchi con il protagonista), il tassista Dopinder, Testata Mutante Negasonica e i membri della nuova X-Force.
Particolarmente divertenti alcuni piccolissimi camei, che non spoilero ma che contribuiscono all’atmosfera surreale della pellicola.

Oh, ma proposito del cast, ma la polemica su Domino nera?

Beh, la mia opinione è… ‘sticazzi.

Che la Domino di Zazie Beetz non ci azzecchi nulla esteticamente con la sua versione classica è lapalissiano, ma va anche tenuto presente che l’appartenenza etnica non è una delle sue caratteristiche preponderanti.

Non è un personaggio storico o con stretto legame con la zona geografica di riferimento (come in Gods of Egypt in cui gli dei egiziani erano tutti bianchi e addirittura un DANESE nei panni Horus, o Exodus, con Mosè ed il faraone caucasici), quindi che l’attrice sia afroamericanotedesca (?) non è un elemento a cui mi senta di caricare particolare importanza.

Ah, quindi per il colore dei personaggi dei fumetti ce ne sbattiamo le palle?

Beh, no, dipende da QUALI personaggi dei fumetti si sta parlando.

Un esempio abbastanza chiaro che ti posso fare è Magneto: Erik Lehnsherr è ebreo, e DEVE essere ebreo, perché dalle persecuzioni che ha ricevuto nascono il suo rancore, il suo dolore ed il suo desiderio di rivalsa nei confronti degli umani, delle cui più bieche malvagità ha potuto subire effetto diretto.

Togliere la sua appartenenza giudaica snaturerebbe il personaggio, eliminandone un quid caratteristico molto importante per la sua delineazione introspettiva, e quindi impoverendolo notevolmente.

Tornando quindi al discorso iniziale, non trovi anche tu che la diatriba Domino bianca / Domino nera sia piuttosto speciosa?

Non lo so.

Non sai se è speciosa?

Non so che vuol dire “speciosa”.

Vuol dire “di poco valore”.

Beh, non è “specioso” che sia un gran bel pezzo di…

Per concludere, Deadpool 2 è un film divertente e disimpegnato, utile per una serata spassosa per tutta la famiglia che…

Beh, “tutta la famiglia” no, c’è mica il divieto per i minori?

No, negli Stati Uniti c’è il divieto per i minori di 17 anni non accompagnati da adulti, in Italia il film è per tutti: bollino verde.

È un’altra presa per il culo?

No, sono serio: ti ricordi che in sala con noi c’era un bambino di quattro anni?

Secondo te quante battute ha capito?

Per il suo futuro sviluppo psichico, spero il meno possibile. C’è altro o posso terminare?

Ah, sì, un’ultima roba: mi spieghi perché il finale di Infinity War è una presa per il culo?

Non ci sei arrivato? Il finale è una presa in giro perché

Loro 2

Meno male che il cinema c’è.

TRAMA: Continua l’esplorazione e il racconto di Paolo Sorrentino della vicenda biografica e politica di Silvio Berlusconi.

RECENSIONE:

Se nel precedente film venivano introdotti i personaggi senza svilupparne eccessivamente il percorso, qui finalmente si arriva all’acme dell’opera ed al suo obiettivo primario, ossia l’osservazione dell’ex Cavaliere del Lavoro dal punto di vista umano: un abilissimo e prezzolato venditore piegato ma non ancora spezzato da un’anagrafe che ormai chiede il conto e da rapporti personali via via sempre più tribolati ed in bilico.

Rispetto al primo capitolo si ha quindi un ribaltamento di focus narrativo: se prima si avevano dei “loro” in funzione di un “lui”, qua l’occhio di bue del palco è sicuramente sul “lui” circondato da “loro”.
Nel cast di contorno emergono figure più socio-storicamente delineate, anche se ridotte a piccole comparsate parlate: da Ennio Doris, a Mike Bongiorno, a Fedele Confalonieri, esse contribuiscono ad esplicare il rapporto tra Berlusconi e gli altri, dando vita a figure di consiglieri più o meno disinteressati, più o meno amici, più o meno succubi.

Sicuramente preponderante nell’opera il tema del patetismo, derivante anch’esso da un confronto generazionale impari, in cui il Vecchio è ossessionato dall’inseguimento di una Gioventù totale in ogni suo aspetto: quella estetica, con i lifting ed il trapianto di capelli, quella di immagine in senso lato con il tempo passato in mezzo ai giovani ed alle giovani (non disdegnando di portarsi a letto quest’ultime, con il seduttore come ruolo di autoaffermazione di maschile vigoria) e quella comportamentale, con le celebri gaffes imbarazzanti ai meeting ufficiali dovute a scarsa maturità.

Silvio Berlusconi come Peter Pan che non vuole crescere, che prova un latente, ma nemmeno così tanto, senso di inferiorità, come un bambino che voglia avere sempre il giocattolo più bello e più nuovo rispetto ai compagnucci, un attore che accetti solo ruoli di assoluto protagonista, un Dorian Gray sempre al centro della società il cui ritratto però non sottrae la vecchiaia fisica al soggetto che vi sia raffigurato.

Il patetismo viene evidenziato anche dallo stuolo di leccaculo e Yes Men che circondano l’uomo di potere e ricchezza: vermi falsi, arrivisti, viscidi e l’immancabile zoccolame vario.

Premesso che una pellicola su Berlusconi senza una quantità smodatamente vergognosa di fica sia un po’ come una puntata de La corrida senza nessun suonatore di ascelle (sì, insomma, si sentirebbe la mancanza di qualcosa), in Loro 2 ci si immerge nel dorato mondo della villa in Sardegna e del suo stuolo di fanciulle tanto spregiudicate quanto discinte.

Provocanti all’eccesso e talmente sessualmente estremizzate da sfociare in un grottesco sarcasticamente nero e volontario (esplicativa in tal senso la sequenza di Meno male che Sivlio c’è, che pare un incrocio tra Colpo Grosso ed uno stacchetto soft porno da videoclip disco inizio anni 2000, una Destination Calabria dal vago retrogusto istituzionalizzato), le donne di questi due film posseggono il fascino della pantera ma non la di lei forza, incapaci di autosostentarsi senza svendere il proprio corpo e la propria anima; belle, profumate e brave ad arrampicarsi come i glicini, figure che sotto un’apparenza di pornografia esibita con protervia sottendono uno sporco squallore.

Interessantissimo in tal senso il rapporto con la consorte Veronica Lario (un’ancora ottima Elena Sofia Ricci) e le di lei prese di posizione nei confronti di un marito che ha ormai completato la trasformazione in ficantropo e passa sempre maggior tempo ad ululare verso un luminoso satellite lunare di passera.

I dialoghi tra i due, oltre a riprendere la lettera aperta pubblicata nel 2007 su la Repubblica della Lario nei confronti dell’ex consorte, evidenziano chiaramente le due anime del Paese pro e contro Berlusconi: se per bocca della Ricci emerge un’aspra critica politica ed umana alla rivoluzione A-culturale dell’imprenditore di Arcore, correlata da una elencazione dei suoi peccati terreni in campo personale o professionale (già enunciata in una scena precedente per mezzo di uno dei senatori che il compagno B. cerca di comprare per far cadere l’allora governo Prodi), si ha anche di rimando una puerile ma vibrante difesa del suddetto, in un “tutti sono disonesti, ma io sono il migliore” che va ad inserirsi nei già citati binari del patetismo come un “maestra, anche i miei compagni chiacchierano”.

Il Sergio Morra di Scamarcio è finalmente riuscito ad entrare nelle grazie berlusconiane, ad entrare in contatto con quel lontano “lui” che anelava, e ciò lo farà confrontare con quel regno d’avorio, carne e vulva così diverso e unitamente così viscerale.
Patetico tra i patetici, deluso tra i delusi, Morra è un Icaro che desidera volare il più vicino possibile ad un sole di potere, di soldi, di status e di passera, desiderandone sempre di più.

Toni Servillo straordinario come suo solito, protagonista di alcune scene non solo recitativamente ottime, ma che contribuiscono enormemente ed emblematicamente al tracciamento della personalità di Berlusconi per quello straordinario piazzista di aspirapolveri alle prese con la casalinga ignorante del popolo italiano.

Sguardo cupo da boss mafioso stanco dall’età e dall’eccessivo altalenarsi di vacche magre e grasse, quando viene a trovarsi nel suo habitat naturale sfoggia il più inquietante dei sorrisi da Stregatto, tentando di concupire le varie Alici che si trovano tra le sue grinfie in quella Wonderland illogica che è la vita del puttaniere.

Sicuramente un esperimento cinematografico interessante, che avrebbe meritato maggiore pubblicità nei cinema ed un approccio meno didascalico da parte di un pubblico che rischia di rimanere folgorato come Paolo sulla via di Damasco dal suo essere “pro” o “contro” il soggetto protagonista.

Consigliato senza dubbi.

Recensione di Loro 1 qui.

Avengers: Infinity War

La guerra più totale!

TRAMA: Gli Avengers sono perennemente impegnati a difendere la Terra dai pericoli in arrivo da altri pianeti, ma un nuovo temibile nemico si profila all’orizzonte: si tratta di Thanos e dei suoi figli. Egli è intenzionato a conquistare l’universo, impossessandosi delle sei Pietre dell’Infinito.

RECENSIONE:

Dopo dieci anni e diciotto film (il primo fu Iron Man, diretto da Jon Favreau) si arriva finalmente all’apice dell’Universo Cinematografico Marvel.

Con un’opera che non è solo un film.

Ma qualcosa di ben più grande, e dalla natura assai differente.

Uno spettacolo che milioni di spettatori in tutto il mondo attendevano in assoluta e quasi religiosa trepidazione.

Una miserabile gara a chi ha il pene più lungo.

Ebbene sì, finalmente ci sono riusciti: Infinity War è un florilegio di personaggi e sottotrame intrecciate alla boia di un Giuda, in cui ogni eroe finora apparso (o meglio, quasi ogni eroe, un paio sono stati lasciati fuori inquadratura e sbolognati frettolosamente perché sì) possa dire la sua attraverso un’eroica azione di battaglia o tramite i raffinatissimi e mai spacconi scontri dialettici caratteristici di quello che è ormai il corrispettivo cinematografico del reggaeton.

Il risultato è una sbadilata a perdita d’occhio (guarda, mamma, come Thor) di tizi in costumini colorati ed attillati più che improbabili, che essendo tutti speciali in modi diversi, tirando le somme finiscono per non esserlo, risultando veramente troppi e in diversi casi mal sfruttati.

La quantità, che avrebbe dovuto essere punto di forza del film (anche perché se cercate la qualità dovrete accontentarvi degli effetti speciali), assume però purtroppo la traiettoria del tipico strumento di caccia australiano.

Come un cuoco che voglia unire piatti originariamente appartenenti a tradizioni culinarie molto diverse esagerando con i sapori, si costringono ad interagire tra loro personaggi che, oltre all’ovvia appartenenza alle fila dei buoni, hanno però ben pochi elementi di contatto che ne possano far sviluppare i legami.

Se la sezione di Thor con i Guardiani della Galassia, pur deboluccia e abbastanza raffazzonata, riceve in parte un assist dalla deriva cosmica del dio asgardiano avente come acme l’ultimo Ragnarok (così come anche Capitan America nel Wakanda si riallaccia agli eventi di Civil War), il segmento che mostra più il fianco alle critiche è quello che trova ad unire Tony Stark con il Dottor Strange.

Ah, già, nel film c’è anche Spider-Man.

Essi infatti sono tra i personaggi che meno hanno punti di contatto, pur possedendo un carattere di partenza assai simile, e l’evoluzione del loro rapporto assume connotazione tanto prevedibile quanto forzata, andando a concludere un mini-arco narrativo in modo banale, ovvio e troppo didascalico.

In alcuni frangenti paiono due lontani parenti che, rivistisi per caso ad un matrimonio, cercano di alimentare una conversazione che però entrambi sanno andrà inevitabilmente a vertere sul tempo atmosferico.

E quando la tua sottotrama risulta peggiore di quella che unisce un dio norreno ad una nutria parlante, è d’uopo farsi qualche domanda.

Per quanto riguarda i personaggi più nello specifico, escludendo coloro che subiscono il “trattamento Dorne” (= ho a disposizione dei personaggi di cui non so che farmene, quindi li uccido in modo stupido e sbrigativo in modo da chiudere la loro parentesi), a risultare i peggiori sono sicuramente i Guardiani della Galassia: sia perché inserito in differente contesto il loro essere sopra le righe stona terribilmente, sia perché, senza fare troppi spoiler sulla trama, sono tra i fautori di almeno due eventi fortemente negativi che essi avrebbero potuto evitare con un diverso comportamento.

Menzione d’onore anche per l’apparizione cringy come poche di Peter Dinklage nei panni di un nano (mi astengo dal commentare), per di più doppiato da un Pino Insegno mai così fuori parte.

Sorprende invece positivamente, vista la tendenza di estrema bidimensionalità del genere, l’enorme spazio dedicato al villain, che qui finalmente compare in scene che non siano esclusivamente di lotta, ma attraverso le quali lo spettatore possa comprendere le sue motivazioni.

Idiote e sopra le righe come al solito, ovviamente (è Ultron 2.0), ma almeno in questo film hanno provato a dare una connotazione psicologica al titanico antagonista viola dell’universo Marvel.

No, l’altro titanico antagonista viola…

Parliamo dei ruoli femminili?

Ok, facile: se le guerriere hanno tre battute in croce, ma almeno hanno avuto il buon gusto di non metterle discinte (e nemmeno gli uomini, se è per questo), gli interessi amorosi degli eroi non li hanno manco cagati per sbaglio a parte la sempiterna Pepper Potts di Gwyneth Paltrow, che comunque dopo i primi quindici minuti chi la vede più.

Se Natalie Portman se l’era squagliata già da anni e del personaggio di Betty Ross non viene più fatta menzione (tornerà mai qualcuno ad interpretarla?), totalmente ignorate Rachel McAdams, Emily VanCamp e Lupita Nyong’o, forse per dare spazio alle ben due love stories presenti nel film.

Tra cui sorprendentemente non c’è la loro.

Love stories purtroppo entrambe abbastanza scorreggione, che aggiungono alla trama una serie di impedimenti utili solo ad allungare un brodo di due ore e mezza, dalla conclusione scontata quanto il panettone il sei luglio e che consistono nel medesimo “se succede la cosa X devi uccidermi anche se mi ami tanto, perché l’alternativa è peggiore”.

Dolorosamente mal scritta in particolare quella tra Visione e Wanda Maximoff, in parte a causa dell’alchimia inesistente tra Bettany e la Olsen non drogata, in parte per via di un risvolto conclusivo di trama che la rende ridicolmente e palesemente inutile.

A proposito di inutilità, senza rivelare troppo bisogna dire che il finale di Infinity War ha veramente un enorme problema, poiché si pone come un punto di rottura e di svolta quando in realtà non lo sarà, rendendo perciò i già enumerati centocinquanta minuti platealmente senza scopo.

Sì, insomma, il finale del film prendetelo con le pinze.

Di più non posso dire.

Questo era Avengers: Infinity War: ça va sans dire che a livello globale incasserà quanto il PIL combinato di diversi Stati e diventerà l’ennesimo celebrato “capolavoro” (brrr…) della cultura pop-nerd, attraendo torme di giovani e meno giovani.

Ma è sempre la solita zuppa.

Che come tutte le altre macchine da soldi, andrà avanti finché ne incasserà.

Pacific Rim – La rivolta

… e allora il robot tira un pugno PPAMM, e allora il primo mostro ruggisce e fa RROARRR, e allora il secondo mostro graffia il robot e fa SCRRRAAA…

TRAMA: A dieci anni dagli eventi del primo film, il programma Jeager è diventato lo strumento di difesa ufficiale dell’umanità. Quando i kaiju attaccano di nuovo la Terra, ma molto più forti di prima, il figlio del defunto comandante Stacker e sua sorella adottiva Mako fanno parte di un gruppo di piloti che dovrà guidare una nuova squadra di robot per difendere il pianeta.

TRAMA, QUELLA VERA:

– Pronti, via e subito una letale combinazione di spiegone inutile e voce fuori campo.
Ottimo, al secondo numero cinque la pellicola mette in chiaro le cose e so già che il mio cervello potrà rimanere in modalità aereo per le prossime due ore.

– Riepilogo di cose già viste, con scene tratte direttamente dal primo Pacific Rim.
Non ci state nemmeno provando.

– «Io non sono mio padre». «No, IO sono tuo padr»… ok, non mischiamo la merda con la cioccolata.

– In scene da favela statunitense con una fotografia che imbarazzerebbe i videoclip di Sean Paul, si aggira un John Boyega selvatico travestito da un incrocio tra il Will Smith del capolavoro filosofico Independence Day e il cestista Blake Griffin.

A che minuto siamo arrivati?

– Le persone disarmate sono intelligenti. Quelle armate sono stupide. Ti vogliamo bene, NRA ❤
Ah, messaggio piuttosto ironico per una pellicola basata sui cugini occidentali dei Transformers.

– Un robot a controllo neurale gigante e funzionante viene assemblato in un capannone da una sola ragazzina con le stesse competenze ingegneristiche di uno scienziato della NASA.

Azzarderei a dire che cazzata peggiore non potrò vederla, ma aspetto con trepidazione che il film mi stupisca.

– La ragazzina carina con le stesse competenze ingegneristiche di uno scienziato della NASA è pure cazzuta, indipendente e possiede un pessimismo che sfiora la preveggenza.

Sono soverchiato da queste ondate di realismo…

– Altra partecipazione del figlio di Clint Eastwood in una cagata invereconda. Ci credo che poi suo padre sbrocca e parla con le sedie vuote…

– La Blonde Bitch! Che meraviglia, sono riusciti ad incastrare in una pellicola di fantascienza caciarona pure uno dei più irritanti stereotipi da teen movie scolastico. Quando arrivano il quarterback stronzo e i nerd simpatici?

– Interessantissima diatriba sino-statunitense sull’esigenza di avere dei droni comandati da remoto piuttosto che ammassi di ferraglia con all’interno dei cristiani.
Rimpiango i trattati commerciali al centro della trama de La minaccia fantasma.

Forse.

– «Non mi fido della tecnologia» SOLO IO HO PRESENTE CHE QUESTO È UN FILM SU DEI ROBOT GIGANTI? PRONTO???

– Diario del recensore. Siamo al minuto trenta, ed escludendo i flashback, di mostri non se ne è visto mezzo.

– “SYDNEY. AUSTRALIA” da non confondere con “SYDNEY. UZBEKISTAN”.

– Il primo antagonista dei robot è, rullo di tamburi… un altro robot, con cui si ingaggia uno scontro a cazzotti come tra Rocky e Apollo.

Seriamente?

– “SHANGHAI. CINA” da non confondere con “SHANGHAI. GIOCO DEI BASTONCINI”.

– “Bigger is better”, ehi, credevo fosse importante come lo usi o quanto duri…

– Ringrazio il film per non avere osato mettere “SIBERIA. RUSSIA”, perché credo che tale didascalia mi avrebbe fatto esplodere le orbite.

– Uno dei plot twist più telefonati della stroria si rivela in realtà…

No, rimane uno dei plot twist più telefonati della storia.

– Non sapendo bene quale linea narrativa seguire, il film opta democraticamente per seguirle tutte, diventando un confuso marasma condito da cose giganti che distruggono altre cose giganti.

– Riferimento alla scena delle sfere Newton del primo capitolo.

Cazzata era, cazzata rimane.

– Tokyo distrutta come se non ci fosse un domani, non ci si pone minimamente il problema di portare lo scontro fuori dal centro abitato.
Il Superman di Man of Steel vi fa una pippa.

– In un mondo ultratecnologico, in cui si ritiene che per abbattere dei mostri preistorici giganti la soluzione migliore sia quella di costruire degli altrettanto pantagruelici rottami umanoidi, per accoppare il boss di fine gioco si ricorre alla strategia di Wile E. Coyote del colpire il nemico facendogli cadere un’incudine sulla testa.

Cosa avevo detto sul farmi stupire?

Questo era, in breve, Pacifi Rim – La rivolta.

Una baracconata infame.

Tomb Raider

Noi non seguiamo indicazioni per capolavori nascosti e il videogioco non indica, mai, il punto dove creare film.

TRAMA: Londra. Lara Croft è una ventunenne che si guadagna da vivere come corriere in bicicletta nelle caotiche strade della metropoli. Figlia di un eccentrico archeologo scomparso quando lei era solo una ragazzina, Lara non sembra voler seguire le ombre paterne.
Convinta però che il padre sia ancora vivo, si imbarca in una grande avventura e parte alla ricerca dell’uomo.

RECENSIONE: Questo film è direttamente tratto da un celeberrimo videogioco, molto amato e conosciuto in tutto il mondo.

Probabilmente a molti di coloro che stanno leggendo queste righe sarà capitato di giocarci.

Sto parlando, ovviamente, di Temple Run.

Un corridoio unidirezionale virtualmente infinito, attraverso la cui ripetizione randomica degli stessi soliti pattern il videogiocatore può…

Ah, non è quello?

Per la regia del norvegese Roar Uthaug alla sua prima pellicola statunitense, Tomb Raider è un classico, idiota film action che non riesce a proporre nulla di minimamente originale o memorabile contenutisticamente, e che perciò viene iscritto al nutrito club degli adattamenti da videogiochi rigurgitati in sala a causa del mero traino del brand di appartenenza.

Un’opera banale e sciatta sin dalle prime battute, con l’aggravante di proporre come unica scusante artistica il restyling estetico, avvenuto con il decimo dei finora undici capitoli videoludici usciti, di un personaggio che non possiede affatto una profondità narrativa adatta ad un’apprezzabile o quantomeno sufficiente resa filmica.

A meno che la mastoplastica riduttiva non sia diventata introspezione caratteriale.

Per quanto riguarda la gestione dei tempi narrativi, ad un primo segmento piatto come il mio elettroencefalogramma dopo aver visto il film si susseguono sequenze dialogate ed action con un’alternanza così schematica da sfiorare l’OCD.

Ovviamente le prime, come protagoniste di un romanzo di Defoe, vanno sovente a naufragare nella Terra degli Spiegoni Imbarazzanti, con spruzzate appena appena accennate di inquadramento caratteriale dei personaggi secondari, considerabili per comodità PNG: c’è da considerare che effettivamente buttando lì solo tre cazzate anche della stessa protagonista, aspettarsi ricchezza psicologica dal resto delle figure era pensiero piuttosto pellegrino.

Le fasi adrenaliniche vanno invece sapientemente a toccare ogni difetto possibile delle stesse: dall’invulnerabilità della protagonista all’idiozia dei minions, dall’orientarsi in modo perfetto senza mappa alcuna al villain che decide convenientemente per la trama chi uccidere e chi risparmiare.

Come il bosco di Non aprite quella porta era in realtà poco più di una macchia di vegetazione, che filmata da diversi angoli creava l’illusione di maggiore grandezza, qui la corsa della protagonista pare un po’ circolare e fine a se stessa, nell’essere la tombarola circondata da un background scenico talvolta finto e CGIoso come pochi.

Capisco che probabilmente Tomb Raider abbia come target manifesto il pubblico dei quattordicenni maschi segaioli, ma personalmente non trovo alcun intrattenimento nell’assistere ad una “eroina” presa letteralmente a calci per metà film, con diversi uomini che si alternano nel menarla in una preoccupante e assai fuori luogo metafora della gangbang.

Come un’inquieta quindicenne che sfoglia bramosa il Cioè alla ricerca del proprio stile cambiandone uno ogni due settimane, la pellicola inoltre si conclude in bellezza entrando prepotentemente in una fase Indiana Jones e l’ultima crociata squallidina, con meno Sean Connery e più cose a caso.

L’uomo penitente è umile al cospetto del cinema.

Passiamo ora all’elefante nella stanza.

A me Alicia Vikander piace.

Davvero, credo che abbia ottime doti recitative e che ciononostante sia, forse, un po’ meno alla ribalta rispetto ad altre colleghe (Jennifer Lawrence, Margot Robbie o Felicity Jones, per citarne solo alcune) che vengono riconosciute molto di più dal grande pubblico per aver recitato in franchise di notevole fama.

Però ve lo chiedo per favore.

Non fatele fare MAI PIÙ ruoli action.

In questa pellicola la sua presenza scenica è inesistente: un personaggio che dovrebbe rompere terga a manca e dritta pare una spaurita cosplayer piombata dal cielo nel cono di luce di Mr. Bean.

Il fatto che poi il film tenti con ogni mezzo di farla sembrare cazzuta e tosta mediante corse in bicicletta e combattimenti in palestra diventa controproducente, risultando in uno spettacolo tristissimo; Richie Cunningham che si spaccia per Fonzie indossando il suo giubbotto non fa altro che acuire il senso di imbarazzo e di inadeguatezza della materia nel tentare di conformarsi all’idea.

Lungi da me fare bodyshaming, ma se ad un leading action-character ti viene voglia di lanciare le briciole di pane come ai piccioni, evidentemente il casting è stato sbagliato.

Scusa, Ali.

Il buon Walton Goggins sprecato nei panni del solito cattivo del Lidl, tutto freddezza e scagnozzi armati, ci si dimentica del suo ruolo quando ancora scorrono i titoli di coda.

Camei o poco più per Nick Frost, Derek Jacobi e Kristin Scott Thomas, tutta gente che ha fatto cose dieci volte migliori.

Tomb Raider è un film insufficiente, utile come un cappotto nel Sahara ed il cui prodotto viene eroso dalla mente come la risacca elimina le scritte sulla sabbia.

In particolare, esso dimentica la regola più importante quando si ha tra le mani una serie di videogiochi di successo e si voglia trasporla sul mezzo cinematografico.

Non farlo.

Cinquanta sfumature di rosso

Cinquanta sfumature di grigio: 571 milioni di dollari incassati nel mondo.

Cinquanta sfumature di nero: 381 milioni di dollari incassati nel mondo

TRAMA: Christian e Anastasia sono convolati a nozze. La loro felicità viene messa in pericolo da Jack Hyde, che vuole vendicarsi per essere stato licenziato, e da Elena, che intende mettere i bastoni fra le ruote alla coppia.

RECENSIONE: Io ho un problema con questa serie di film.

Se “film” li si può definire.

Il mio cruccio è che questa sega saga oltre a, per usare un termine prettamente tecnico, fare schifo alla minchia è costituita da tre episodi concettualmente identici.

Nel senso che i difetti ivi presenti sono i medesimi, ed io, da bravo coglione quale sono, la recensione accurata ed esplicativa me la sono bruciata subito con il primo.

Quindi dopo uno scritto sul secondo in stile “passi per l’accettazione mentale”, il mio articolo sul terzo sarebbe stata una mera ripetizione di concetti già affermati in precedenza, confermando né più né meno quanto già espresso.
Siccome repetita iuvant sed stufant, oltre a proporvi le due recensioni già vergate mi limiterò ora ad illustrare per sommi capi la triade nel suo complesso.

Recensione Cinquanta sfumature di grigio.

Recensione Cinquanta sfumature di nero.

Cinquanta sfumature, giudicata nella sua totalità, è un tifone monsonico di merda, uno tsunami di vomito che abbatte ogni umana resistenza mentale con inarrestabili ondate e ondate di rigurgito gastroesofageo pestilenziale, una cascata Vittoria di feci equine inarrestabili, un Giove Pluvio di guano, una piaga biblica che ok, basta.

Siccome mi sembrerebbe però un po’ sbrigativo chiudere già qui l’articolo, e onde non essere eccessivamente negativo, voglio ora consigliarvi qualche opera appartenente ad altre arti, che in caso amiate questa sequela di inenarrabili puttanate serie cinematografica, molto probabilmente apprezzerete.

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LETTERATURA

Come non citare gli Harmony: rimarrete probabilmente stupefatti dalla straordinaria pletora di primari di chirurgia trentacinquenni alti, palestrati, biondi, con gli occhi cerulei e single, così come dalla miriade di lord sette-ottocenteschi agiati, progressisti e ovviamente scapoli.

Romanzi che imbarazzerebbero Stephenie Meyer mai banali, trame sempre imbecilli avvincenti, personaggi improbabili come come le lauree di Oscar Giannino dall’eccellente sviluppo introspettivo, per una lettura sicuramente di raro spessore emotivo ed intellettuale.

MUSICA

T’appartengo, di Ambra Angiolini.

Legato indissolubilmente ai saldi di fine estate legami all’interno di una coppia, T’appartengo vede al suo interno lyrics memorabili quali “T’appartengo ed io ci tengo / E se prometto poi mantengo / M’appartieni e se ci tieni / Tu prometti e poi mantieni / Prometto, prometti” che ben sottolineano la potenza degli impegni presi nei confronti di un’altra persona.

Mirabile anche l’uso delle onomatopee e dell’accomunare il sentimento a un’arma (“Perché un amore col silenziatore / Ti spara al cuore e pum! / Tu sei caduto giù”) ed il celeberrimo ritornello grondante metafore (“Ti giuro amore un amore eterno / Se non è amore me ne andrò all’inferno / Ma quando ci sorprenderà l’inverno / Questo amore sarà già un incendio”).

Beccatevi questa, Pink Floyd!

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POESIA

Gabriele Dotti Francesco Sole.

A prima vista questa operazione commerciale potrebbe sembrare l’ennesimo veicolo di promozione per un fenomeno del web creato a tavolino e perpetrato tramite una semplice raccolta di aforismi famosi tratti direttamente dalle più squallide pagine Tumblr.
Infatti lo è La sua bibliografia si rivela in realtà una summa di banalità buoniste, stucchevoli e pure populiste dell’amore in ogni sua declinazione nota e non.

Con un ordine di raccolta alla cazzo di cane peggio della colonna sonora di Suicide Squad di raro acume editoriale, Giulio Rapetti in arte Mogol ingloba pensieri e parole basati prevalentemente sul sentimento dei sentimenti, non avendo timore di amalgamarlo con la modernità della vita di tutti i giorni.

Citandone solo un paio tra tutte perché altrimenti mi verrebbe la psoriasi sarei ripetitivo, “Non riesco a dimenticarmi di aprire Instagram per guardare se oggi in una foto che hai caricato il filtro era più amaro del solito” oppure “dicono che fidarsi è bene ma screenshottare è meglio”.

Ed è a questo punto che Pascoli ed Ungaretti escono dalle loro tombe per mangiarci il cervello come zombie di Romero possono solo genuflettersi innanzi al loro erede Prescelto.

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GIORNALISMO

Pietra miliare della lunga tradizione giornalistica italiana è sicuramente il Cioè, rivista settimanale nata nel 1980.

Lettura imprescindibile per chi voglia rimanere sempre aggiornato su politica internazionale, economia e società, il Cioè spicca anche come antesignano del Time nel raffigurare in copertina i personaggi più importanti del nostro tempo.

Per chi voglia stare sempre sul pezzo, comprendendo l’importanza dei temi di attualità che stimolano il dibattito di studiosi e non.

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FOTOGRAFIA

La società del benessere ha sicuramente contribuito a rendere quest’arte maggiormente democratica ed alla portata di tutti.
Accade spesso, infatti, di conoscere persone che per diletto si appassionino alla fotografia, grazie anche alle molteplici opportunità che il mercato delle apparecchiature consente, con tanti livelli di mezzi in base alle differenti possibilità di spesa.

Ciò che sicuramente ha portato a svilire la fotografia a mera perdita di tempo per borghesi annoiati elevare la fotografia come più limpida delle arti è Instagram.

Grazie a questo social network infatti, ognuno di noi può trovarsi di fronte ad immagini raffiguranti gatti, cibo e zoccole i soggetti più disparati.

Pregevole utilizzo è in particolare quello relativo alla figura umana, in cui si assiste alla totale padronanza dell’uomo sul prodotto artistico, della persona sul mezzo.
Che coloro in possesso di un bel seno si riempiano di decine e decine fotografie dall’alto per evidenziare la scollatura mentre chi sia dotata di terga stagne ami venire immortalata di spalle è segno di sfrenato e preoccupante narcisismo tipico di una società occidentale basata sull’immagine una capacità non comune nel vedere l’Arte nella grezza carne, come Michelangelo riusciva a scorgere meravigliose sculture nascoste negli imponenti blocchi di marmo su cui lavorava.

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Sperando di aver reso servizio gradito ed aver ampliato al contempo il vostro background culturale, vi lascio con l’opera di uno dei più grandi cantautori italiani, amato soprattutto per l’ermetismo dei suoi testi e l’esotismo delle musiche.

No, non sto parlando di Battiato.

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