L'amichevole cinefilo di quartiere

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The Predator


Mio Dio, sei un film schifoso.

TRAMA: Messico. Un tiratore scelto si imbatte in un pericoloso alieno, riuscendo a sottrargli il casco e una protezione per le braccia.
Dopo aver spedito gli oggetti a casa sua, il casco viene indossato dal figlio autistico, attivando un segnale che richiama altri alieni sulla Terra.

RECENSIONE:

Predator: film horror fantascientifico del 1987, diretto da John McTiernan, narra le vicende di un alieno giunto sulla Terra per andare a caccia di esseri umani.
Realizzato con un budget di 15 milioni di dollari fu un successo commerciale, incassando 59 milioni di dollari negli Stati Uniti e quasi 100 milioni complessivamente.

La pellicola è diventata celebre anche per la presenza di lui.

Il Mozart dei bicipiti.

Lo Schrödinger delle scazzottate.

Il Wittgenstein dei fucili d’assalto.

ARNOLD SCHWARZENEGGER.

Arnold non balla, riesce a malapena a camminare.

Culturista prestato al cinema, con una fisicità gargantuesca ed una recitazione indecente, Schwarzy contribuisce pesantemente a fornire alla pellicola l’acqua della vita, incarnando un personaggio tanto granitico e sopra le righe da diventare iconico quanto il suo antagonista proveniente da un altro mondo.

Ciò permette la creazione di un bilanciamento tra il mostro cacciatore, per sua natura particolare, interessante e carismatico, e l’uomo che deve combatterlo, in uno scontro tra esseri terrificanti (per l’aspetto il primo, per capacità attoriali il secondo) che cattura in maniera assai efficace l’attenzione del pubblico.

In questo sequel/reboot manca Arnold.

E la sua mancanza si sente terribilmente.

Va infatti a mancare il granatiere che riesca ad imporsi fisicamente e quasi animalescamente verso lo spettatore, ossia quel personaggio esagerato e caricaturale nella sua essenza che imbracci i vessilli da leader narrativo della situazione.

Qui non c’è: Boyd Holbrook (simile in modo inquietante a Tom Felton) si sbatte anche un pochino, ma il paragone è impari ed assolutamente ingeneroso nei confronti dell’attore statunitense, che non riesce a raccogliere il testimone del Mister Universo ex governatore della California.

“Sarcasmo pungente, poco rispetto per te stesso: tu devi essere un cinefilo.”

Mancando la pietra angolare della storia, non si ha perciò un fattore che possa distogliere la mente dall’estrema povertà del film, sia narrativa, che registica che tecnica, che risulta a conti fatti zeppo di cose viste e riviste decisamente meglio in altri lidi, che vanno troppo presto ad annoiare o sfociare in un ridicolo invlontario.

The Predator si può riassumere in:

Colpirne uno per educarne cento.

I giovani non hanno rispetto per niente.

Una volta si poteva uscire lasciando la porta di casa aperta.

La musica heavy metal è rumore e basta.

Non ci sono più le mezze stagioni.

Si stava meglio quando si stava peggio.

Donna al volante pericolo costante.

Sono sempre i migliori ad andarsene per primi.

Prima o poi l’amore arriva.

Lo sai? Dovevo guardarmi un bel film, questo weekend. Invece nooo… tu hai dovuto portarmi qui per trascinare questa recensione su internet, con le tue treccine che ormai mi escono dai coglioni. Sei dovuto venire quaggiù a fare il super-reboot, mr. Grosso e Cattivo… E CHE DIAVOLO È QUESTA CGI!?! POTEVO STARE SUL DIVANO ADESSO!!! Ma non sono arrabbiato… Non fa niente… Non fa niente…

Oggi vanno tutti di fretta.

Le materie umanistiche non servono più a niente.

La matematica non ti serve per andare a comprare il pane alla mattina.

Mancano i valori.

Una volta c’era più solidarietà.

Il tempo è la miglior medicina.

Il nuoto è uno sport completo.

Chi le capisce, le donne, è bravo.

Venezia è bella ma non ci abiterei.

Gli italiani hanno l’arte di arrangiarsi.

Suvvia, Boyd, più garbato.

I soldi non sono tutto nella vita.

La donna è preda, l’uomo cacciatore.

Il nero sfina.

Il libro è meglio del film.

Non mi piace il calcio, ma seguo la Nazionale.

Le persone sovrappeso sono simpatiche.

Con questo tempo non sai come vestirti.

C’è la crisi, ma i ristoranti sono sempre pieni.

Il bagno è in fondo a destra.

Non è il caldo, è l’umidità

Quest’anno è proprio volato

È intelligente, ma non si applica.

Per il cast, oltre al già menzionato Holbrook che di questa recensione negativa suo padre verrà a sapere, abbiamo un discreto numero di peones sacrificabili.

Da un dimenticabilissimo Alfie Allen (Theon in Spade, draghi e tette) a un imbolsito come pochi Thomas Jane (povero Punisher), ruoli piccoli e caricaturali che cercano di dare un tocco di colore alla pellicola, non rendendosi conto però di quando il pubblico dovrebbe ridere per un personaggio invece di un personaggio.

Faccio rispettosamente notare inoltre, con tutti i limiti della mia profonda ignoranza, che quello presente nel film sia il gruppo di sciroccati e virili marines più Politicamente Corretto della storia, visto che pur essendo multietnico e composto da una masnada di biscazzieri fuori di testa, i loro scambi verbali non si spingono oltre le classiche battute sulle madri.

“Siamo un gruppo di armi umane, addestrate per uccidere e pure traumatizzate, però parliamo come il gruppo di catechismo della parrocchia Don Bosco di Agrate Brianza”.

Menzione speciale per Yvonne Strahovski, in un ruolo utile come una biro nel deserto (mio figlio è in pericolo mortale? Il mio ex marito dice “ci penso io”? Bon, sono a posto), ed Olivia Munn, che è una scienziata così di punta da essere richiesta come consulente dall’esercito.

Probabilmente nello stesso universo parallelo in cui Denise Richards è un fisico nucleare.

Qualcuno spieghi a Hollywood che ESSERE un fisico nucleare e AVERE un fisico nucleare non sono la stessa cosa.

Piccola chiusura con le tre importanti regole da seguire tassativamente nel caso vogliate realizzare un cazzuto film fanta-horror:

1) Non metteteci dentro i bambini;

2) Non metteteci dentro i bambini;

3) NON. METTETECI. DENTRO. I. BAMBINI.

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The Nun: La vocazione del male

«Ma scherziamo?! Una recensione, non c’è problema, gliela portiamo domattina. Andiamo, Elwood».
«No! Io non la accetterò mai la vostra sporca recensione negativa!»
«Va bene. E allora sono cavoli tuoi, sorella».

TRAMA: Romania, 1952. Il Monastero di Cârța è stato teatro del suicidio di una suora di clausura. Un prete e una novizia, inviati dal Vaticano, investigano sul caso.

RECENSIONE: Quinto film appartenente al Conjuring Universe (“Conjuverse”?), The Nun è una pellicola horror il cui pomposo sottotitolo italiano rischia di ingannare lo spettatore superficiale e poco accorto.

Questa infatti non è La vocazione del male.

È la vocazione delle cazzate.

Perché questo film ne ha una barca.

«Tu riesci a vedere il jumpscare imminente?»

Partendo con quel famigerato “Tratto da una storia vera” che con il suo giustificazionismo vacuo e spicciolo mi ha ormai causato un’incurabile orchite, The Nun inanella senza soluzione di continuità una serie di stereotipi che farebbero arrossire di vergogna i neri con il ritmo nel sangue, le donne incapaci alla guida e i proprietari di SUV dagli attributi ridotti.

Posso tranquillamente evitare gli spoiler semplicemente sfidandovi a pensare ad ogni cliché possibile ed immaginabile nel genere “horror sovrannaturale con atmosfera religiosa”: ognuno di quelli balzativi alla mente è presente in quest’opera.

Pure quello.

Sì, anche quello.

Eh, volete che non ci sia quello?

Il risultato è una ridicola brodaglia di robacce a caso inframmezzate da jumpscare più ovvi della tabellina dello zero, che faticano terribilmente ad iniettare adrenalina ad una trama nata morta e la cui profondità ha una pochezza francamente sconcertante.

Seriamente, perfino Whoopi Goldberg canterina gospel non sarebbe stata malposta in novantasei minuti di puro delirio, ma per i motivi sbagliati, con eventi senza senso, ma per i motivi sbagliati e con una richiesta al pubblico di abbandono totale ed irreversibile della logica.

Ma per i motivi sbagliati.

Ed è quando rimpiangi la commedia scollacciata italiana anni ’70 che il Settimo Sigillo sta per aprirsi…

Tutto un urlare, tutto un vagare da soli per corridoi infiniti e identici gli uni agli altri, tutto un simbolismo religioso che definire “spicciolo” sarebbe eufemistico, un casino di rituali, demoni, il Bene, il Male, Dio, i sacrifici, le possessioni, i villici ignoranti, le superstizioni sbagliate ma forse giuste… fattori rimestati alla bell’e meglio e vomitati alla Regan McNeil su noi poveri padri Karras e Merrin che assistiamo impotenti a tanto orrore.

PER I MOTIVI SBAGLIATI.

E non hai visto niente, Kurtz…

E poi, per cortesia, basta con questa tonnellata infinita di jumpscare banali, inutili ed iper-telefonati: la paura dovrebbe provenire dall’ambientazione, dall’atmosfera, da una lenta discesa nell’inquietudine dell’animo umano, con lo spettatore che gradualmente si perde nei meandri della propria psie invece col cazzo, qui è tutto un BAAHH e un TUUUM di colonna sonora uno dietro all’altro.

Come se il film ti urlasse contro:

Nel cast, Demián Bichir passa un’ora e mezza con il perenne grugno tipico di colui che sta meditando di licenziare il proprio agente (al suo cinquantesimo “Sorella Airiiiiiinnn…” stavo cadendo preda di raptus omicidi); Taissa Farmiga, sorella minore della Vera già nel Conjuverse (o come caspita lo volete chiamare) nei panni di Lorraine Warren, fa la sua porca figura pur interpretando un character banale e piuttosto fastidioso.

The Nun.

La vocazione all’autolesionismo.

La mia.

Gli Incredibili 2

Era anche ora.

TRAMA: All’orizzonte, ci sono nuove avventure per la ‘normale famiglia di supereroi’, mentre il piccolo Jack Jack inizia a dare sfogo sempre più frequentemente ai suoi poteri.

RECENSIONE:

Anno Domini 2004.

Tecnologia:

– Nasce il social network Facebook e viene lanciata la prima versione del browser Mozilla Firefox.

Cinema:

Il ritorno del re vince 11 Premi Oscar, eguagliando il record di Ben Hur e Titanic.

Politica:

– Le elezioni in Spagna sono vinte dal socialista Zapatero, seguito negli Stati Uniti da George Bush jr., che inizia il suo secondo mandato presidenziale.

Costume:

– I Queen diventano il primo gruppo rock occidentale ufficialmente autorizzato a vendere un proprio album in Iran.
La compilation però contiene solo i brani a sfondo sociale e non quelli che parlano d’amore. Costa 1 dollaro ed ha anche la traduzione dei testi.

Calcio:

– Il campionato europeo viene vinto a sorpresa dalla Grecia.

Ah, già, esce anche al cinema Gli Incredibili, pellicola d’animazione della Pixar che verte su di una famiglia di supereroi, primo film della casa della lampada a vedere come protagonisti personaggi umani.
Ottimo riscontro di critica e pubblico (630 milioni di dollari d’incasso mondiale), per un seguito hanno aspettato quattordici anni.

Però di Cars ne sono usciti tre.

Gli Incredibili 2 è una più che buona pellicola, che mette in mostra il brio dei bei vecchi tempi proponendo il consueto piacevole mix di azione, humour e sentimenti; un cocktail mai stucchevole che riesce a soddisfare le esigenze sia del pubblico giovanile a cui il film è naturalmente rivolto, sia di quella schiera di spettatori che assistettero da giovani al primo episodio.

Grazie anche ad una trama che temporalmente è diretto prosieguo di quella del capitolo precedente (con un piccolo effetto straniante dovuto ai quattordici anni trascorsi solo nella “vita reale” mentre i nostri eroi sono rimasti identici, famiglia Dorian Gray), non si incappa nel rischio sbrodolamento narrativo inserendo sottotrame raffazzonate o dovute a carenza di idee, ma si può notare invece un sottile fil rouge che dona al sequel maggiore forza espositiva.

Però di Cars ne sono usciti tre.

E per questo film hanno aspettato quattordici anni.

Temi portanti de Gli Incredibili come la diffidenza nei confronti dei supereroi, i conflitti interiori di questi ultimi trattati come fuorilegge anche se animati dalle più pure intenzioni, e di conseguenza anche l’accettazione di sé e del proprio bagaglio di potenzialità, vengono qui ulteriormente approfonditi grazie al plot principale (un magnate dei media vuole far tornare i “super” legali ed accettati) e ad un’espansione globale del disegno narrativo.

La famiglia è quindi ancora portante, qui più che mai visto il ribaltamento di ruoli in casa, con il forzuto Bob costretto suo malgrado a fare il casalingo mentre la sua consorte diventa un volto pubblico per la causa pro eroi, ma ciò che prima era confinato tra le quattro mura domestiche viene enormemente ampliato dalla causa mondiale e collettiva per modificare la legge che mise i mascherati al bando.

Si aggiungono perciò tematiche come il bisogno o meno di figure al servizio della legge ma in qualche modo superiori ad essa, il conciliare faccende umane “normali” con la necessità e la volontà di proteggere la propria comunità di appartenenza, l’importanza che può assumere valenza positiva o negativa del ruolo dei media in una società dipendente dalla tecnologia come quella occidentale ed il rischio di diventare troppo dipendenti da figure eroiche ma in un certo senso “esterne” per la risoluzione dei propri problemi.

Però di Cars ne sono usciti tre.

E per questo film hanno aspettato quattordici anni.

Nessun elemento viene tralasciato.

Le sequenze d’azione sono adrenaliniche, di ampio respiro e sfruttano efficacemente le peculiari capacità di ogni eroe coinvolto: estremamente piacevole è infatti assistere a scene in cui la forza bruta, l’agilità elastica, la velocità, i campi di forze o i poteri criogeni vengono uniti al servizio della spettacolarità e del divertimento.

L’humour è molto presente senza essere però forzato o cercando la risata ad ogni costo in qualsiasi momento (guarda e impara, Marvel): i problemi del capofamiglia sono esilaranti e la caratterizzazione dei vari membri Parr crea un’ottima alchimia di gruppo risultando piacevole e leggero per l’occhio esterno del pubblico.

I temi già citati precedentemente offrono al film molti spunti di riflessione interessanti, che consentono agli adulti di meglio identificarsi nei personaggi e di essere più facilmente catturati da una trama non complessa ma nemmeno banale e scontata.

Però di Cars ne sono usciti tre.

E per questo film hanno aspettato quattordici anni.

Buon doppiaggio italiano, nonostante un generale cambio di voci rispetto al primo film, con Adalberto Maria Merli e Laura Morante sostituiti da Fabrizio Pucci e Giò Giò Rapattoni.

Simpatico ritorno di Amanda Lear negli stravaganti panni di Edna Mode, la schermitrice paralimpica Bebe Vio in un ruolo secondario non è neanche male, terrificante Ambra Angiolini che recita come ai tempi di Non è la Rai.

Che fatica.

Molto carino il consueto cortometraggio di apertura Pixar, l’allegorico Bao.

Mission: Impossible – Fallout

La vostra missione, se deciderete di accettarla, è assistere all’ennesima dimostrazione di machismo di un cinquantaseienne che si ostina ad eseguire i propri stunt, rischiando sia di spezzarsi l’osso del collo che di provocare un infarto ai propri registi.

Se uno di voi vomiterà, subirà un attacco di orchite o perderà la sanità mentale, l’autore negherà di essere al corrente dell’articolo.

Questa recensione si autodistruggerà entro cinque secondi.

TRAMA: Ethan Hunt, la sua squadra e alcuni alleati sono impegnati in una corsa contro il tempo per evitare gli effetti di una missione andata male.

RECENSIONE:

Quella che noi comunemente chiamiamo “aria”, è in realtà un agglomerato di diversi gas.

L’aria secca al suolo è infatti composta all’incirca per il 78,09% di azoto (N2), per il 20,9% di ossigeno (O2), per lo 0,93% di argon (Ar) e per lo 0,04% di anidride carbonica (CO2)..

L’ossigeno, considerato semplicisticamente come unico elemento fondamentale per la sopravvivenza delle specie sulla Terra, è quindi in realtà bilanciato da altri elementi, ed il suo aumento non coinciderebbe quindi con un miglioramento della vita stessa.

Banalmente, infatti, se la percentuale di O2 fosse incrementata radicalmente, sarebbero molto più comuni gli incendi spontanei, alimentati appunto da questo gas, e tutto ciò che è fatto di ferro arrugginirebbe e si degraderebbe molto più in fretta.

Ci sarebbero effetti anche sulla vita animale: gli insetti, infatti, hanno un sistema respiratorio costituito da minuscole trachee che portano le molecole d’ossigeno direttamente dentro ogni cellulla: poiché le dimensioni delle cellule sono legate al metabolismo, e quindi ancora alla presenza di O2, se questo gas aumentasse gli insetti sarebbero enormi.

Questo per dire che ciò che può superficialmente sembrare utile, spesso lo è solo vincolato a determinate quantità, e quindi una sua esagerazione porterebbe ad effetti negativi anziché benefici.

Per Fallout si può applicare lo stesso principio.

Ok la solita azione sfrenata, ok il solito tour mondiale con location variegate e panorami ad effetto, ok il solito Tom Cruise maratoneta, ma questo film è troppo.

Troppo tutto.

Mi dispiace, Tom, purtroppo non posso farlo.

Troppi personaggi, molti dei quali provenienti dalle pellicole precedenti, aggiungendo un ulteriore difficoltà di comprensione a chi non abbia seguito i recenti sviluppi di saga con attenzione, troppi elementi di doppiogioco e di impossibilità di fidarsi di chicchessia (vedere alla voce Red Sparrow) e soprattutto troppe corse contro il tempo improbabili tendoni spesso a far scadere la pellicola nel ridicolo involontario.

Stratagemmi raffazzonati per fermare quel terrorista o quell’ordigno, corredati da siparietti comici che dovrebbero gigionescamente spezzare la tensione ma finiscono per far nascere il quesito “ma sta a finì er mondo, ma che c’avranno da scherzà?” non contribuiscono quindi ad offrire al pubblico la sperata possibilità di prendere fiato, poiché ad ogni colpo di scena ne segue immediatamente un altro, ad ogni scena action un’altra, ad ogni problema risolto ne compare un altro, e via così per due ore e mezza piuttosto probanti.

Giochiamo a: “Quante ossa si sarebbero rotte realisticamente in una sequenza del genere?”

La regia di McQuarrie, alla sua ennesima collaborazione con Cruise, è la solita direzione da pellicola action: buon uso dello spazio, discreta capacità di scelta dei punti camera per la creazione di scene adrenaliniche esaltate dal montaggio, propensione ai campi lunghi e alle panoramiche per enfatizzare ambienti naturali o aperti che arricchiscano le gesta dei personaggi.

La sceneggiatura è un casino.

No, davvero.

Cast ovviamente ricchissimo, con molti volti noti direttamente da Rogue Nation o capitoli precedenti (Pegg, Rhames, Ferguson, Baldwin) e new entries che vanno a creare un’atmosfera narrativa più da RPG che da lungometraggio, con un po’ troppi “Personaggi Non Giocanti” che paiono un po’ buttati lì per fare numero.

«Scusate, avete mica visto passare il prossimo film in cui dovrò fare la spalla comica?»

Cruise si vede che mette anima e corpo in questa serie, e la sua già citata protervia con cui esegue i propri stunt gli fa professionalmente onore, ma da cinefilo rimpiango con una vena di nostalgia il più giovane attore impegnato che ha offerto performance memorabili in pellicole di spessore.

Come non pensare, ad esempio, allo yuppie rampante che maturerà interiormente in Rain Man, all’ex soldato pacifista di Nato il quattro luglio, al sicario freddo e spietato in Collateral e al guru maschilista e misogino tremendamente sopra le righe di Magnolia?

Comunque, basta che non faccia ancora La mummia e va bene.

Mission: Impossible è diventato ormai un paradigma del cinema action, venendo preso come esempio di lode o di spregio.

A mio parere la saga ha perso un po’ di smalto nel corso dei capitoli, che tendono come detto all’esagerazione ad ogni costo, anche se rimane comunque un franchise godibile per un intrattenimento leggero nella forma, per quanto piuttosto confusionario nei contenuti.

Alla prossima, agente Hunt.

Ant-Man and the Wasp

Un cinefilo può sopportare una rottura di palle pari a cento volte il proprio peso.

TRAMA: Scott Lang è agli arresti domiciliari e cerca di bilanciare gli impegni domestici e e di padre con la sua vita da supereroe. Hope van Dyne e Hank Pym compaiono improvvisamente per reclutarlo in una nuova missione, in cui Hope assume l’identità di nuova Wasp.

RECENSIONE:

Quando andavo a scuola, l’estate era attesa con trepidazione e gioia.

Anche entrati nel mondo del lavoro, ovviamente, il periodo estivo rimane pregno di cose molto belle (le ferie, il sole, le ragazze in shorts), ma fino alle superiori avevo la piacevole aspettativa che, una volta superati i primi sette/dieci giorni di giugno, mi avrebbe atteso un titanico spaccato di tre mesi di puro cazzeggio.

L’unico elemento di disturbo all’incrollabile proposito del me stesso brufoloso preadolescente di non fare una beata mazza fino a metà settembre erano gli immancabili compiti scolastici.

Niente di complesso, sia chiaro, però erano una discreta rottura di maroni e venivano svolti spesso senza nessuna voglia o slancio.

Fatti solo perché obbligati.

Tipo questo film.

Noto solo ora che per due ore la mia espressione facciale è stata la stessa di Evangeline Lilly

Ant-Man and the Wasp non è una delle ormai numerose opere dell’universo Marveliano, che va ad arricchire un mondo narrativo aumentandone respiro e complessità.

Ant-Man and the Wasp è “studiati l’ascesa della borghesia europea del 1800, che probabilmente a settembre salteremo a piè pari ma se il professore te la chiede e non l’hai manco letta, sai che figura di merda?”

E si nota già dal titolo.

In una serie piena di sottotitoli roboanti, tipo Il primo vendicatore (di che?), The Dark World (quale?), Age of Ultron (che dura un weekend), Civil War (sono sei persone contro sei, ce ne stanno di più a pallamano), Homecoming (sì, Marvel Studios, abbiamo capito che vi hanno ridato i diritti) e Ragnarok (che non ha fatto finire il mondo, ma solo la mia pazienza), qui il titolo è l’elenco dei protagonisti.

Formicuomo e la Vespa, signore e signori, e crederete che un uomo può rimpicciolirsi e bombarsi la Kate di Lost!

Oltre a lui.

Una pellicola confusionaria e mal fatta, che si basa troppo, troppo, troppo, sugli effetti speciali prospettici, senza coniugarli però con un guizzo, una scintilla, un quid che possa renderla vagamente memorabile e non sprofondata nell’oblio, insieme alle mie nozioni sulla borghesia europea dell’Ottocento, appena accesa l’automobile uscendo dal cinema.

Un sense of humour perennemente fuori luogo e di una stupidità immane persino per gli standard della M di Mefistofele correda una trama inutilmente complicata considerato un target di pubblico di tredicenni in esplosione ormonale non particolarmente svegli, piena zeppa di sottotrame evitabili e che nei momenti cardine forza troppo la sospensione d’incredulità dello spettatore, già naturalmente messa a dura prova dai poteri dei protagonisti.

Altra pecca diretta conseguenza della precedente è che, in proporzione alle due ore scarse di durata, in questo film ci sono più antagonisti che nell’Odissea, tutti poco caratterizzati, mal sfruttati e che avrebbero potuto essere tranquillamente sforbiciati in nome di una auspicabile maggiore linearità.

Gli effetti speciali, pur ben realizzati come nell’episodio precedente, si basano veramente troppo su prospettive “à la Hobbit” che essendo già state sviscerate non sorprendono lo spettatore e faticano ad intrattenere a causa della loro eccessiva prolissità.

Tu… restare… io… andare… non… seguire…

Se inoltre si volesse provare a considerare il film come ingranaggio nel grande macchinario che è la Fase Marvel di appartenenza, lo sforzo risulterebbe tanto difficile quanto superfluo, visto che per una storia ambientate tra Civil War Infinity War la timeline non si incastra per un cazzo, con un sacco di forzature e tempistiche casuali, incoerenti con quanto detto dagli altri film.

Non male, per uno studio il cui obiettivo dichiarato è creare un mondo narrativo complesso ed organico.

Nel cast, oltre al bisteccone Paul Rudd la cui caratterizzazione bypassa sovente i limiti dell’irritante, ritroviamo la quota-patata de Lo Hobbit Evangeline Lilly, che è anche bravina ma che come eroina action mi fa alzare il sopracciglio più che a The Rock.

Una discreta alchimia tra i due non basta infatti a tirare avanti una storia con i citati problemi, rafforzando anzi l’impressione che con meno contorno e più focus sugli elementi di reale importanza si sarebbe raggiunto un decisamente migliore risultato.

Però il suo costume non ha i capezzoli. Beccati questa, Schumacher!

Se non altro si assiste ad una buona dose di girl power, sia grazie alla Vespa che all’antagonista (uno dei cinquanta) Ghost, qui in versione femminile a differenza della fonte di partenza: entrambe mostrano una buona dose di caparbietà ed abilità a menare le mani quando serve, oltre che superare in determinazione ed acume la maggior parte dei maschietti che le circondano.

E diciamo che in passato il personaggio è stato sfruttato in modi un po’ diversi…

wasp hulk

Ok.

Torna Michael Douglas, che ricordiamo oltre all’ovvio Wall Street ha prestato volto a pellicole molto varie, tra cui:

– Attrazione fatale, in cui ha dei problemi con una Glenn Close maniaca di sesso;

– Basic Instinct, in cui ha dei problemi con una Sharon Stone maniaca di sesso;

– Rivelazioni, in cui ha dei problemi con una Demi Moore maniaca di sesso.

Completano il cast Lawrence Fishburne, che qui compare perché capitato sul set per caso e non era buona educazione andarsene, uno sprecatissimo Walton Goggins che dopo Tomb Raider conferma il suo voto monastico all’interpretazione di antagonista nelle puttanate e Michelle Pfeiffer.

La bravissima Michelle Pfeiffer.

La meravigliosa sessantenne Michelle Pfeiffer.

Mi sono innamorato di lei in Ladyhawke, a saperla impelagata nel Marvel Universe piango.

Un film senza voglia.

Da stroncare senza pietà.

Ocean’s 8

Pacifico. Indiano. Atlantico. E poi?

TRAMA: Debbie Ocean, sorella di Danny, organizza un gruppo composto da 8 donne per compiere una rapina complicatissima, praticamente impossibile, durante un’importante serata di gala a New York.

RECENSIONE:

Gary Ross non è Steven Soderbergh.

Non possiede, infatti, il suo piacevole tocco in fase di regia e fotografia, che riesce a porsi al servizio del set esaltandone le caratteristiche visive.

Sandra Bullock non è George Clooney.

Non possiede, infatti, quel fascino da irresistibile bisteccone statunitense, con il rassicurante profilo mascellare di Clark Kent di chi è persona che trasmette possibilità di sicuro affidamento.

Quindi la domanda che spontanea sorge di fronte a questo Ocean’s 8 è una sola.

Ma perché?

Perché bisogna rivedersi uno stilema narrativo che, anche tralasciando l’heist movie nella sua totalità e varietà, ci si è cuccati già per ben tre volte, in un arco di trama bello che completo e da cui si riprende in modo alquanto pedissequo lo schema del capitolo iniziale?

Semplice.

Perché non ci sono idee.

Ocean’s Eleven con le donne non è un’idea nuova.

Ocean’s Eleven con le donne è un’idea vecchia diciassette anni rifatta pari pari, con unica variante un cast formato da persone aventi gli organi genitali interni invece che esterni.

Ed è una constatazione piuttosto mesta, perchè Ocean’s 8 non è un brutto film, non è mal realizzato.

È solo banale.

La regia di Ross sa comunque il fatto suo, e pur con alcune scelte abbastanza rivedibili a causa della loro eccessiva pomposità espositiva, riesce a portare a casa la pagnotta senza scadere nell’esteticamente becero.

Peggiore è la sceneggiatura.

Nonostante in fin dei conti sia abbastanza passabile, essa infatti pecca di alcune ingenuità e forzature troppo estremizzate rispetto all’ovvia percentuale relativa a questo genere.
Tempistiche pratiche, risoluzioni di problemi ed organizzazione del materiale umano, per quanto derivanti da una preparazione certosina dei cinque anni passati dalla protagonista in prigione, sono fattori qui troppo elasticizzabili e facilmente messi in pratica a dispetto di quanto avrebbero inciso in una cornice più “realistica”.

Si riscontra in particolare un principio logico più che fallace.

Ora, io sono un uomo eterosessuale, quindi la mia considerazione sarà sicuramente influenzata dal fatto che mi piacciano le donne.

Ma in una serata di gala caratterizzata da uno sfarzo enorme, con invitati ricchissimi ed illustri, tirati a lucido, con un’ostentazione sfrenata di bellissimi abiti, gioielli e paillettes…

… come si fa a giustificare una banda di sole donne con (testuali parole pronunciate dalla leader del gruppo) “un uomo dà nell’occhio, una donna passa inosservata”?!

È come dire che una sfilata di Victoria’s Secret non se la caghi nessuno, mentre un gruppo di Agenti Smith risalta in mezzo ad altri uomini in abito.

E il comico è che il film stesso si smentisce, mostrando le ladre con i loro abiti da gala che, ovviamente, sono appariscenti come un bengala acceso al cinema.

Film, perché mi cadi su queste cose?

Giudizio sul cast?

Brave attrici lasciate a briglia abbastanza lunga, interpretano personaggi piuttosto bidimensionali e statici.

Avrei preferito maggiori distinzioni tra la Debbie Ocean della Bullock ed il suo braccio destro, la Lou di Cate Blanchett (ma anche Danny e il Rusty di Brad Pitt non è che poi fossero così differenti, a parte che il secondo mangiava sempre); Helena Bonham Carter interpreta il solito personaggio pittoresco e un po’ svampito, mentre avrei preferito focus maggiore sulla madre di famiglia Sarah Paulson che concilia criminalità e prole; la Hathaway come modella ocona forse la migliore, il resto del gineceo è piuttosto dimenticabile.

Anzi, no.

Vi ricordate il Lex Luthor di Jesse Eisenberg in quel… ehm… capolavoro americano di Batman v Superman?

Attore che non c’entra una mazza con il personaggio, portando ad un’interpretazione così pessima che non si capisce dove sia volutamente grottesca e quando invece, molto più semplicemente, non ci avessero capito niente in fase di scrittura e direzione nemmeno loro?

Ecco, pensate a quello scempio.

Poi moltiplicatelo dieci volte.

E avrete RIHANNA NEI PANNI DI UN’HACKER.

Vi giuro, assistere alla monoespressiva popstar barbadiana nelle vesti di una Lisbeth Salander in salsa Whoopi Goldberg è un qualcosa che fa sanguinare gli occhi, tale è l’assurdità del connubio interprete-personaggio unita agli sforzi erculei con cui stiano provando a creare una parallela carriera cinematografica ad una persona che, detto senza alcuna antipatia, è brava a vendere milioni di copie dei suoi album e dovrebbe limitarsi a fare quello.

Non vi è bastato Battleship?!

Ah, già, c’è pure James Corden in un personaggio appiccicato alla trama con la saliva, con un atto narrativo focalizzato su di lui che pare scivolare lentamente fuori dall’orbita gravitazionale della pellicola, tanto è piazzato come riempitivo, e pure poco ispirato.

Ocean’s 8.

Un film banale.

Un film scontato.

Un film già visto.

Un film che bah.

Impressioni di trailembre – Glass

PREGI SPARSI:

– Il ritorno di Anya Taylor-Joy: che si spera continui a mantenere l’importante ruolo che aveva in Split e non venga soverchiata dai tre pesi massimi del cast, facendo deflagrare il personaggio nello stereotipo della bella figotta incastrata suo malgrado in un combattimento tra superumani.

Attrice che a mio parere possiede un grande potenziale in divenire, spero che opti per scelte di carriera oculate che possano forgiare le sue abilità recitative, e regalare così in futuro una grande interprete al pubblico.

– Sarah Paulson: Attrice con i controattributi a livello televisivo, sul grande schermo non ha però avuto una carriera altrettanto buona; a quarantaquattro anni non sarebbe male che finalmente riesca a sdoganarsi pure al cinema, anche se l’apparentemente non eccelso Ocean’s 8, uscito in America e ancora inedito da noi, non fa presagire grandi picchi.

Che il suo ruolo sia quello di una psichiatra, inoltre, sembra suggerire il mantenimento di forti tematiche introspettive, rendendo il prodotto più maturo e consapevole.

– Volendo il Signore, un film che prende “seriamente” i comics: Al di là delle dichiarazioni del regista, secondo cui Glass sarà “Il primo film davvero fondato sui fumetti”, dei toni narrativi che si preannunciano ancora cupi e dark non possono che giovare ad un genere che, tra opere di enorme successo viranti però troppo su un’estrema stupidità infantile (Marvel) ed un principale concorrente con idee poco chiare, tra la ricerca di maggiore serietà e la tentazione di copiare pedissequamente il rivale (DC), avrebbe decisamente bisogno di una “via di mezzo” che non può essere solamente la in futuro già defunta Marvel-Fox (con LoganNew Mutants o Deadpool).

– Altre personalità di Kevin? Se le sfaccettature di Crumb in Split erano ventiquattro, sia per evitare emicranie al pubblico che un esaurimento nervoso al povero McAvoy, quelle con un effettivo ruolo all’interno della pellicola erano solo quattro o cinque.

Oltre ad un rimando a tali personaggi, male non farebbe la comparsa di altre figure che magari, in seguito al casino combinato nell’ultimo film, hanno “preso la luce” al posto dei leader precedenti.

DIFETTI SPARSI:

– Bruce Willis: la cui carriera sta attraversando un andamento in discesa che rasenta la verticalità ed improntato su ruoli interpretati senza voglia in film peggio che mediocri; si spera che tornare ai vecchi fasti de Il sesto senso Unbreakable lo possa aiutare a tornare sulla retta via, confidando inoltre che quello che sarà il protagonista positivo non si trasformi nella palla al piede della pellicola.

– M. Night Sopravvalutato: che Shyamalan dopo i suoi primi due film non ne abbia azzeccata mezza è un dato abbastanza assodato: tra il confusionario e banalotto The Village ed il mediocre The Visit, il ben poco umile Manoj ha inanellato una serie di porcate di rara idiozia: tra un Signs con gli alieni fermati dalle porte di legno, Lady in the Water, ed E venne il giorno che non so da dove cominciare ad insultare, L’ultimo dominatore dell’aria che è uno stupro ad un ottimo cartone animato e After Earth che è né più né meno un pompino con ingoio alla famiglia Smith.

Split era stata una piccola sorpresa pure per quello, e si spera che possa invertire la rotta di un regista che sembrava potesse diventare Titanico ma che rischia(va) di sfracellarsi contro un iceberg.

– La Bestia di Crumb che si muove come Liev Schreiber in X-Men le origini – Wolverine:

No, qui non ho nulla di specifico da aggiungere: i disgraziati come me che hanno assistito a quello scempio (sì, quello con Taylor Kitsch nei panni di Gambit e Deadpool muto) sanno a cosa mi stia riferendo.

Per tutti gli altri: rimanete nell’ignoranza, davvero.

– Tono epico: perché è un difetto? Perché ormai quasi tutti i trailer sono fighi, ed il carisma da essi derivante deve poi essere mantenuto nell’opera cinematografica vera e propria.

In caso contrario il rischio è quello di lanciare al pubblico un messaggio sbagliato sull’impronta che verrà data al film, rischiando perciò di fuorviare lo spettatore rendendogli difficile apprezzare il prodotto in sé.

E visto che The Village, sempre di Shyamalan, dal trailer pareva un horror, il grosso punto interrogativo rimane.

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