L'amichevole cinefilo di quartiere

Archivio per la categoria ‘Reboot/Remake/Sequel’

Bumblebee


Sei film sui Transformers? Seriamente?

TRAMA: 1987. In fuga e male in arnese, il robot alieno Bumblebee trova rifugio nella discarica di una località balneare sulle coste della California. Viene trovato da una ragazza che prova a metterlo in sesto, e che presto si accorge di avere a che fare con un’automobile fuori dall’ordinario…

RECENSIONE:


Che due maroni ‘sti robottoni giganti ho visto primo terzo e quarto e non saprei dire quale mi abbia fatto venire la gastrite peggiore ma siccome la vita è sofferenza e il cinema è pure peggio siamo oggi qui riuniti per celebrare la scomparsa della mia sanità mentale già messa a durissima prova lungo il corso di svariati anni farciti di troiate invereconde che mi sorbisco a cadenza settimanale perché amo più il cinema di me stesso non fiori ma opere di bene ok già che il regista non sia più Michael Bay vorrà dire che forse ci risparmieremo la tristissima immagine della ragazza con un’età che potrebbe essere sua figlia inquadrata a pecora sì lo so che sarebbe più corretto definirla posizione prona però dai non stiamo qua a sottilizzare alla fine sempre di mandolino in primo piano si sta disquisendo poi oh il tipo è anche quello che ha diretto Kubo e la spada magica che dici esticazzi ma fidatevi che è un film proprio bellino


quindi booom pronti via ed è già tutto uno sparare con gente totalmente a caso a mio parere francamente indistinguibili l’uno dall’altro meno male che siccome il target di pubblico è quello dei bambinotti e quindi la dobbiamo spiegare ai venti-trentenni con la mentalità di ragazzini delle medie oltre che ai suddetti pischelli facciamo che i buoni sono quelli colorati mentre i cattivi sono tutto un grigiore che oh sembrerà anche una pignoleria ma cazzo sul campo di battaglia se ti si para davanti un limone alto quattro metri sarà ben più visibile da colpire rispetto ad una ferraglia fumé però dai il concetto dei Transformers è stato creato per venire usufruito da spettatori ehm diciamo semplici quindi bon


spara che ti spara Bumblebee il nostro simpatico roito arriva sulla Terra ed è doppiato dal pallavolista Ivan Zaytsev che fin per carità sicuramente sarò stronzo io ma non comprendo il nesso logico tra schiacciare una palla a cento e passa chilometri orari ed il mondo della recitazione poi se vogliamo immergerci nella più becera polemica si potrebbe anche aggiungere che avessero scelto un calciatore apriti cielo ma non siamo qui per quello o forse sì comunque il martello non parla molto visto che come ben si sa il compagno B ha il dispositivo vocale scassato e quindi dopo aver mostrato questo interessantissimo background sull’handicap del nostro prode arrivano pure i militari ottusi perché dove ci sono pianeta Terra + alieni ci sono i militari ottusi il robot scappa e taglio su Hailee Steinfeld


che dico io capisco avrà i suoi conti da pagare però osteria te sei stata nominata all’Oscar per Il Grinta dove recitavi per i Coen con Bridges, Damon e Brolin e poi mi finisci a fare la quota vulva per i quindicenni segaioli che sì ti avviso subito su di te si spareranno un numero di raspe così alto che se i proverbiali problemi alla vista consequenziali fossero documentati medicalmente figlia mia corri ad aprire un negozio di cani-guida che incassi di Hollywood spostatevi e siccome bisogna masturbarsi fino a farsi riconoscere una percentuale di invalidità per il tunnel carpale giovanile oltre ad essere una bella tana pur fregandosene del suo aspetto la squinzia è pure appassionata di meccanica e musica rock benvenuti nel regno di Fantasilandia con la tipa che invece di passare i pomeriggi da boh Sephora Pandora o che cazzo ne so va dallo sfasciacarrozze a ravanare nella ferraglia in un’immagine che è una strizzata d’occhio così potente ai nerd che per cortesia signora Palmira non mi faccia parlare


trova ‘sto rottame parte il segnale che richiama i cattivi GESÙ CRISTO È LA STESSA TRAMA PRINCIPALE DEL REMAKE DI PREDATOR A TUTTO L’EQUIPAGGIO ABBANDONARE LA NAVE RIPETO ABBANDONARE LA NAVE momento famigliare scorreggione come pochi poi classica sequenza rimettiamo in piedi il catorcio che fa molto Herbie il maggiolino tutto matto che era matto ma non malefico in cui la tipa entra per la prima volta dentro all’auto che oh mi è venuto in mente adesso pensate fosse stato il contrario robot femmina e sbarbatello maschio che ci entra dentro che carico metaforico ci avrebbero picchiato giù insomma poi il coso giallo si sveglia e inizia a fare casini ennesimo stereotipo sull’imparare gli usi e costumi terrestri arrivano i cattivi facendo un gran bordello e accompagnati da un sottofondo di musica schitarrante tirato fuori paro paro dalla libreria license free di YouTube che fa tanto sono arrivati i cattivi e via di cazzate che servono a costruire il rapporto tra i due emarginati che mamma mia è di una pigrizia affossante


incontro tra le due fazioni di antagonisti che ah già, vi ho per caso detto che il leader dei militari è John Cena no dico John Cena you can’t see me quello che fino all’altroieri schienava degli ammassi di steroidi su un ring e mo’ gli danno pure dei soldi per sbraitare davanti allo schermo ma come ci siamo ridotti dico io vabbè tra una gag e l’altra sulla musica anni ’80 e altra acqua per far germogliare il legame vulva-maggiolone ci schiaffano pure dentro un interesse amoroso di cui sentivo la mancanza come della neve il 3 luglio e via ad introdurre un personaggio che non vale il tempo che sto sprecando per menzionarlo nel frattempo i cattivi ottengono il controllo dei satelliti terrestri che ovviamente figurati se avrà delle ripercussioni negative siamo in società di noi ti puoi fidar poi talmente a caso che pensavo fosse subentrato per errore un film diverso viene tirata fuori una gara di tuffi che è una delle metafore sul coraggio più tristi nella storia della narrazione vendetta a base del robot che non sa dosare le forze poi pure la casa sfasciata perché mamma mia che pazienza IL ROBOT NON SA DOSARE LE FORZE e dopo circa un’ora dall’ultima volta c’è lo scontro tra bestioni metallici ossia il punto nevralgico su cui dovrebbe basarsi ‘sta baracconata infame


ma forse anche no perché nonostante ci troviamo a che fare con esseri potentissimi provenienti da un altro pianeta la situazione la risolvono dei ragazzini in tempesta ormonale che ai tempi nostri se chiamava voja de scopa’ poi ovviamente salta fuori che dei tizi che si chiamano Ingannevoli ci hanno ingannati oh mio Dio Bumblebee è morto bu-hu piangiamo e invece no gli danno la scossa finché non si sveglia e io boh a questo punto mi sarei aspettato pure la lacrima magica che le scende dalla guancia e gli cade sul petto poi il robottone pacioccone diventa una fottuta macchina da guerra inizia a spaccare tutto a dimostrazione che siamo innanzi ad una pellicola per raffinati intellettuali momento Il gigante di ferro e poi via verso la scazzottata con i villain che ovviamente pur essendo in due lo attaccano uno alla volta come le note basi del duello ottocentesco e figurati se un ferrovecchio che ha subito legnate fino adesso non riesce ad abbattere due tizi molto più in forma di lui solita percentualona a cazzo che non va più avanti


solita tipa che dobbiamo trovare un modo perché dia il suo contributo ovviamente i buoni vincono perché magari ci siamo scordati che ‘sto qua è un prequel quindi come cazzo fa a crepare però vabbé, risalta fuori la questione tuffi che mi stavo giusto chiedendo come avrebbero fatto a risolverla essendo così campata per aria e poi finale banalotto che ci dobbiamo lasciare anche se ci vogliamo tanto bene perché le nostre due famiglie non vogliono ah no quello è un altro film poi sub-finale in cui la tipa non la smolla alla spalla boy inutile perché nei film se sei una donna forte devi pure essere anaffettiva che cazzo almeno un bacetto all’idiota non morivi mica secondo me poi ognuno la vede come crede.

Che film del cazzo.

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Animali fantastici – I crimini di Grindelwald


Harry Potter e lo spin-off ciucciasoldi – Parte 2.

TRAMA: Il magizoologo Newt Scamander e il giovane mago Albus Silente tentano di contrastare il mago oscuro Gellert Grindelwald, che vuole scatenare una guerra tra il mondo magico e quello babbano.

RECENSIONE: Diretto da David Yates, ormai aficionado (o magari meglio “simbionte”) della serie di Harry Potter, avendone diretto gli ultimi quattro film della saga principale per essere poi assunto per la pentalogia spin-off, questo Animali fantastici – I crimini di Grindelwald è un’opera la cui discreta resa estetico-grafica non riesce a celare le lacune in fase di scrittura.

Grosse lacune.

Ma GROSSE lacune.

Detto in maniera più terra-terra: sotto un look carino c’è una sceneggiatura da mettersi le mani nei capelli.

Dai, ragazzi, ve lo aspettavate…

Dispiace in particolare vedere come l’elemento che fornisca titolo alla serie (gli animali) non sia, a differenza del capitolo precedente, parte rilevante della storia, diventando purtroppo un fattore molto incidental-secondario che non porta a sviluppi di rilievo, limitandosi a banale riempitivo.

Per cui ok, la CGI mostra efficacemente i muscoli andando a creare degli esseri bizzarri e particolari, ma va a perdersi, è proprio il caso di dirlo, la magia che nel primo episodio caratterizzava la loro comparsa, con ogni animale che aveva un ruolo, magari piccolo o talvolta più sostenuto, all’interno della trama stessa, che quindi ne veniva da loro arricchita.

Qui sono più dei soprammobili.

Carini e colorati, ok, ma… l’utilità?

Sì, sei inutile.

Altro piacevolissimo fattore di Animali fantastici e dove trovarli che qui viene totalmente stravolto sono le relazioni umane tra i quattro personaggi principali.

La bislacca amicizia tra l’introverso e particolare Newt con il bonario babbano Jacob, la tensione romantica tra il magizoologo e l’auror americana Tina, le differenze caratteriali delle sorelle Goldstein e il tenerissimo rapporto che si sviluppa tra Queenie e Jacob contribuivano infatti ad aumentare moltissimo l’empatia dello spettatore nei loro confronti, oltre che a renderli personaggi meno bidimensionali e più corposi.

Qui purtroppo tutto ciò va ad essere rovinato da una sceneggiatura, scritta dalla Rowling stessa, che va a stravolgere l’adorabile impostazione dei characters rendendoli sciapi e peggiorandoli.

Peggiorandoli tanto.

Ma TANTO.

Ricordateveli così, finché potete.

Esempio lampante Queenie e Jacob: io non so cosa abbiamo fatto alla scrittrice del Gloucestershire questi due cristiani, ma ne I crimini di Grindelwald vengono sbriciolati senza pietà alcuna, con un raro sadismo che va a distruggere senza senso né logica le loro basi narrative.

Allo stesso tempo, l’organizzazione delle relazioni umane è basata su una fastidiosissima ricerca del creare coppie a tutti i costi (ad un certo punto pare One Tree Hill, ci mancavano solo la capo cheerleader ed il quarterback), unita ad un sottofondo di telenovelas messicana che ha seriamente attentato al mio stato di veglia.

In questa immagine ci sono cinque coppie. O forse di più.

Ampliando il discorso, come già accennato la sceneggiatura di questo film è pessima, caratterizzata dall’assidua ricerca di un bieco fanservice il quale finisce però paradossalmente per scontentare quei fan a cui si cerca così disperatamente di leccare il culo, perché attuato senza sforzo di coerenza con lo stesso canone fissato dai libri precedenti.

Tra una Minerva McGranitt buttata in una comparsata nei flashback di Newt a scuola, ossia più o meno nel primo decennio del Novecento quando secondo fonte “ufficiale” è nata nel 1935, a colpi di scena farlocchi, buttati a casaccio e che si spera si riveleranno finzioni, chi finisce con le ossa rotte è sicuramente Silente.

Il rapporto tra Grindelwald ed il futuro preside di Hogwarts fa sicuramente sollevare più di un sopracciglio, sia per la annosa questione dell’omosessualità (cicciata fuori da J. K. a posteriori pur non essendo affatto menzionata nei romanzi) che qui viene gestita malissimo con un detto/non detto raffazzonato e totalmente out of character, sia per la menzione di un’impossibilità ad attaccarsi direttamente che pare più ignavia che elemento di profonda tensione introspettiva.

Il David Bowie di Hogwarts.

Altro grande difetto dello script è l’essere strapieno di passaggi inutili: si perde letteralmente il conto di quante sottotrame non portino a niente, di quanti personaggi secondari non facciano un tubo, siano dei soprammobili o non dicano nulla di rilevante per la trama, di quanti spostamenti farraginosi i protagonisti debbano affrontare o di quanta trama sarebbe potuta essere tagliata senza ripercussione alcuna sulla storia.

Capisco la ricchezza narrativa, ma è Harry Potter, non Il trono di spade, alcuni passaggi sono talmente stratificati con storyline su storyline che risultano veramente faticosi da seguire, e diventano frustranti appunto per la loro improduttività a posteriori.

Troppa carne al fuoco.

Troppe idee.

Troppa confusione.

Lo Specchio delle Brame, diventato qui lo Specchio dei Flashback.

Per il cast, difficile il giudizio data l’enorme riserva dovuta ovviamente alla scrittura.

Tra le new entries buone interpretazioni però sia di Jude Law che di Johnny Depp; quest’ultimo in particolare dimostra una resa di personaggio molto asciutta ed efficace, che tra Burton e sparrowate varie si era un po’ persa.

Zoë Kravitz utile come un tostapane su un’isola deserta, Claudia Kim negli squamosi panni di Nagini serve solo a comunicarci che ne I doni della morte il timido, impacciato e pacioccoso Neville decapita brutalmente una donna.

Animali fantastici – I crimini di Grindelwald.

Gli ultimi Jedi di Harry Potter.

The Predator


Mio Dio, sei un film schifoso.

TRAMA: Messico. Un tiratore scelto si imbatte in un pericoloso alieno, riuscendo a sottrargli il casco e una protezione per le braccia.
Dopo aver spedito gli oggetti a casa sua, il casco viene indossato dal figlio autistico, attivando un segnale che richiama altri alieni sulla Terra.

RECENSIONE:

Predator: film horror fantascientifico del 1987, diretto da John McTiernan, narra le vicende di un alieno giunto sulla Terra per andare a caccia di esseri umani.
Realizzato con un budget di 15 milioni di dollari fu un successo commerciale, incassando 59 milioni di dollari negli Stati Uniti e quasi 100 milioni complessivamente.

La pellicola è diventata celebre anche per la presenza di lui.

Il Mozart dei bicipiti.

Lo Schrödinger delle scazzottate.

Il Wittgenstein dei fucili d’assalto.

ARNOLD SCHWARZENEGGER.

Arnold non balla, riesce a malapena a camminare.

Culturista prestato al cinema, con una fisicità gargantuesca ed una recitazione indecente, Schwarzy contribuisce pesantemente a fornire alla pellicola l’acqua della vita, incarnando un personaggio tanto granitico e sopra le righe da diventare iconico quanto il suo antagonista proveniente da un altro mondo.

Ciò permette la creazione di un bilanciamento tra il mostro cacciatore, per sua natura particolare, interessante e carismatico, e l’uomo che deve combatterlo, in uno scontro tra esseri terrificanti (per l’aspetto il primo, per capacità attoriali il secondo) che cattura in maniera assai efficace l’attenzione del pubblico.

In questo sequel/reboot manca Arnold.

E la sua mancanza si sente terribilmente.

Va infatti a mancare il granatiere che riesca ad imporsi fisicamente e quasi animalescamente verso lo spettatore, ossia quel personaggio esagerato e caricaturale nella sua essenza che imbracci i vessilli da leader narrativo della situazione.

Qui non c’è: Boyd Holbrook (simile in modo inquietante a Tom Felton) si sbatte anche un pochino, ma il paragone è impari ed assolutamente ingeneroso nei confronti dell’attore statunitense, che non riesce a raccogliere il testimone del Mister Universo ex governatore della California.

“Sarcasmo pungente, poco rispetto per te stesso: tu devi essere un cinefilo.”

Mancando la pietra angolare della storia, non si ha perciò un fattore che possa distogliere la mente dall’estrema povertà del film, sia narrativa, che registica che tecnica, che risulta a conti fatti zeppo di cose viste e riviste decisamente meglio in altri lidi, che vanno troppo presto ad annoiare o sfociare in un ridicolo invlontario.

The Predator si può riassumere in:

Colpirne uno per educarne cento.

I giovani non hanno rispetto per niente.

Una volta si poteva uscire lasciando la porta di casa aperta.

La musica heavy metal è rumore e basta.

Non ci sono più le mezze stagioni.

Si stava meglio quando si stava peggio.

Donna al volante pericolo costante.

Sono sempre i migliori ad andarsene per primi.

Prima o poi l’amore arriva.

Lo sai? Dovevo guardarmi un bel film, questo weekend. Invece nooo… tu hai dovuto portarmi qui per trascinare questa recensione su internet, con le tue treccine che ormai mi escono dai coglioni. Sei dovuto venire quaggiù a fare il super-reboot, mr. Grosso e Cattivo… E CHE DIAVOLO È QUESTA CGI!?! POTEVO STARE SUL DIVANO ADESSO!!! Ma non sono arrabbiato… Non fa niente… Non fa niente…

Oggi vanno tutti di fretta.

Le materie umanistiche non servono più a niente.

La matematica non ti serve per andare a comprare il pane alla mattina.

Mancano i valori.

Una volta c’era più solidarietà.

Il tempo è la miglior medicina.

Il nuoto è uno sport completo.

Chi le capisce, le donne, è bravo.

Venezia è bella ma non ci abiterei.

Gli italiani hanno l’arte di arrangiarsi.

Suvvia, Boyd, più garbato.

I soldi non sono tutto nella vita.

La donna è preda, l’uomo cacciatore.

Il nero sfina.

Il libro è meglio del film.

Non mi piace il calcio, ma seguo la Nazionale.

Le persone sovrappeso sono simpatiche.

Con questo tempo non sai come vestirti.

C’è la crisi, ma i ristoranti sono sempre pieni.

Il bagno è in fondo a destra.

Non è il caldo, è l’umidità

Quest’anno è proprio volato

È intelligente, ma non si applica.

Per il cast, oltre al già menzionato Holbrook che di questa recensione negativa suo padre verrà a sapere, abbiamo un discreto numero di peones sacrificabili.

Da un dimenticabilissimo Alfie Allen (Theon in Spade, draghi e tette) a un imbolsito come pochi Thomas Jane (povero Punisher), ruoli piccoli e caricaturali che cercano di dare un tocco di colore alla pellicola, non rendendosi conto però di quando il pubblico dovrebbe ridere per un personaggio invece di un personaggio.

Faccio rispettosamente notare inoltre, con tutti i limiti della mia profonda ignoranza, che quello presente nel film sia il gruppo di sciroccati e virili marines più Politicamente Corretto della storia, visto che pur essendo multietnico e composto da una masnada di biscazzieri fuori di testa, i loro scambi verbali non si spingono oltre le classiche battute sulle madri.

“Siamo un gruppo di armi umane, addestrate per uccidere e pure traumatizzate, però parliamo come il gruppo di catechismo della parrocchia Don Bosco di Agrate Brianza”.

Menzione speciale per Yvonne Strahovski, in un ruolo utile come una biro nel deserto (mio figlio è in pericolo mortale? Il mio ex marito dice “ci penso io”? Bon, sono a posto), ed Olivia Munn, che è una scienziata così di punta da essere richiesta come consulente dall’esercito.

Probabilmente nello stesso universo parallelo in cui Denise Richards è un fisico nucleare.

Qualcuno spieghi a Hollywood che ESSERE un fisico nucleare e AVERE un fisico nucleare non sono la stessa cosa.

Piccola chiusura con le tre importanti regole da seguire tassativamente nel caso vogliate realizzare un cazzuto film fanta-horror:

1) Non metteteci dentro i bambini;

2) Non metteteci dentro i bambini;

3) NON. METTETECI. DENTRO. I. BAMBINI.

The Nun: La vocazione del male

«Ma scherziamo?! Una recensione, non c’è problema, gliela portiamo domattina. Andiamo, Elwood».
«No! Io non la accetterò mai la vostra sporca recensione negativa!»
«Va bene. E allora sono cavoli tuoi, sorella».

TRAMA: Romania, 1952. Il Monastero di Cârța è stato teatro del suicidio di una suora di clausura. Un prete e una novizia, inviati dal Vaticano, investigano sul caso.

RECENSIONE: Quinto film appartenente al Conjuring Universe (“Conjuverse”?), The Nun è una pellicola horror il cui pomposo sottotitolo italiano rischia di ingannare lo spettatore superficiale e poco accorto.

Questa infatti non è La vocazione del male.

È la vocazione delle cazzate.

Perché questo film ne ha una barca.

«Tu riesci a vedere il jumpscare imminente?»

Partendo con quel famigerato “Tratto da una storia vera” che con il suo giustificazionismo vacuo e spicciolo mi ha ormai causato un’incurabile orchite, The Nun inanella senza soluzione di continuità una serie di stereotipi che farebbero arrossire di vergogna i neri con il ritmo nel sangue, le donne incapaci alla guida e i proprietari di SUV dagli attributi ridotti.

Posso tranquillamente evitare gli spoiler semplicemente sfidandovi a pensare ad ogni cliché possibile ed immaginabile nel genere “horror sovrannaturale con atmosfera religiosa”: ognuno di quelli balzativi alla mente è presente in quest’opera.

Pure quello.

Sì, anche quello.

Eh, volete che non ci sia quello?

Il risultato è una ridicola brodaglia di robacce a caso inframmezzate da jumpscare più ovvi della tabellina dello zero, che faticano terribilmente ad iniettare adrenalina ad una trama nata morta e la cui profondità ha una pochezza francamente sconcertante.

Seriamente, perfino Whoopi Goldberg canterina gospel non sarebbe stata malposta in novantasei minuti di puro delirio, ma per i motivi sbagliati, con eventi senza senso, ma per i motivi sbagliati e con una richiesta al pubblico di abbandono totale ed irreversibile della logica.

Ma per i motivi sbagliati.

Ed è quando rimpiangi la commedia scollacciata italiana anni ’70 che il Settimo Sigillo sta per aprirsi…

Tutto un urlare, tutto un vagare da soli per corridoi infiniti e identici gli uni agli altri, tutto un simbolismo religioso che definire “spicciolo” sarebbe eufemistico, un casino di rituali, demoni, il Bene, il Male, Dio, i sacrifici, le possessioni, i villici ignoranti, le superstizioni sbagliate ma forse giuste… fattori rimestati alla bell’e meglio e vomitati alla Regan McNeil su noi poveri padri Karras e Merrin che assistiamo impotenti a tanto orrore.

PER I MOTIVI SBAGLIATI.

E non hai visto niente, Kurtz…

E poi, per cortesia, basta con questa tonnellata infinita di jumpscare banali, inutili ed iper-telefonati: la paura dovrebbe provenire dall’ambientazione, dall’atmosfera, da una lenta discesa nell’inquietudine dell’animo umano, con lo spettatore che gradualmente si perde nei meandri della propria psie invece col cazzo, qui è tutto un BAAHH e un TUUUM di colonna sonora uno dietro all’altro.

Come se il film ti urlasse contro:

Nel cast, Demián Bichir passa un’ora e mezza con il perenne grugno tipico di colui che sta meditando di licenziare il proprio agente (al suo cinquantesimo “Sorella Airiiiiiinnn…” stavo cadendo preda di raptus omicidi); Taissa Farmiga, sorella minore della Vera già nel Conjuverse (o come caspita lo volete chiamare) nei panni di Lorraine Warren, fa la sua porca figura pur interpretando un character banale e piuttosto fastidioso.

The Nun.

La vocazione all’autolesionismo.

La mia.

Gli Incredibili 2

Era anche ora.

TRAMA: All’orizzonte, ci sono nuove avventure per la ‘normale famiglia di supereroi’, mentre il piccolo Jack Jack inizia a dare sfogo sempre più frequentemente ai suoi poteri.

RECENSIONE:

Anno Domini 2004.

Tecnologia:

– Nasce il social network Facebook e viene lanciata la prima versione del browser Mozilla Firefox.

Cinema:

Il ritorno del re vince 11 Premi Oscar, eguagliando il record di Ben Hur e Titanic.

Politica:

– Le elezioni in Spagna sono vinte dal socialista Zapatero, seguito negli Stati Uniti da George Bush jr., che inizia il suo secondo mandato presidenziale.

Costume:

– I Queen diventano il primo gruppo rock occidentale ufficialmente autorizzato a vendere un proprio album in Iran.
La compilation però contiene solo i brani a sfondo sociale e non quelli che parlano d’amore. Costa 1 dollaro ed ha anche la traduzione dei testi.

Calcio:

– Il campionato europeo viene vinto a sorpresa dalla Grecia.

Ah, già, esce anche al cinema Gli Incredibili, pellicola d’animazione della Pixar che verte su di una famiglia di supereroi, primo film della casa della lampada a vedere come protagonisti personaggi umani.
Ottimo riscontro di critica e pubblico (630 milioni di dollari d’incasso mondiale), per un seguito hanno aspettato quattordici anni.

Però di Cars ne sono usciti tre.

Gli Incredibili 2 è una più che buona pellicola, che mette in mostra il brio dei bei vecchi tempi proponendo il consueto piacevole mix di azione, humour e sentimenti; un cocktail mai stucchevole che riesce a soddisfare le esigenze sia del pubblico giovanile a cui il film è naturalmente rivolto, sia di quella schiera di spettatori che assistettero da giovani al primo episodio.

Grazie anche ad una trama che temporalmente è diretto prosieguo di quella del capitolo precedente (con un piccolo effetto straniante dovuto ai quattordici anni trascorsi solo nella “vita reale” mentre i nostri eroi sono rimasti identici, famiglia Dorian Gray), non si incappa nel rischio sbrodolamento narrativo inserendo sottotrame raffazzonate o dovute a carenza di idee, ma si può notare invece un sottile fil rouge che dona al sequel maggiore forza espositiva.

Però di Cars ne sono usciti tre.

E per questo film hanno aspettato quattordici anni.

Temi portanti de Gli Incredibili come la diffidenza nei confronti dei supereroi, i conflitti interiori di questi ultimi trattati come fuorilegge anche se animati dalle più pure intenzioni, e di conseguenza anche l’accettazione di sé e del proprio bagaglio di potenzialità, vengono qui ulteriormente approfonditi grazie al plot principale (un magnate dei media vuole far tornare i “super” legali ed accettati) e ad un’espansione globale del disegno narrativo.

La famiglia è quindi ancora portante, qui più che mai visto il ribaltamento di ruoli in casa, con il forzuto Bob costretto suo malgrado a fare il casalingo mentre la sua consorte diventa un volto pubblico per la causa pro eroi, ma ciò che prima era confinato tra le quattro mura domestiche viene enormemente ampliato dalla causa mondiale e collettiva per modificare la legge che mise i mascherati al bando.

Si aggiungono perciò tematiche come il bisogno o meno di figure al servizio della legge ma in qualche modo superiori ad essa, il conciliare faccende umane “normali” con la necessità e la volontà di proteggere la propria comunità di appartenenza, l’importanza che può assumere valenza positiva o negativa del ruolo dei media in una società dipendente dalla tecnologia come quella occidentale ed il rischio di diventare troppo dipendenti da figure eroiche ma in un certo senso “esterne” per la risoluzione dei propri problemi.

Però di Cars ne sono usciti tre.

E per questo film hanno aspettato quattordici anni.

Nessun elemento viene tralasciato.

Le sequenze d’azione sono adrenaliniche, di ampio respiro e sfruttano efficacemente le peculiari capacità di ogni eroe coinvolto: estremamente piacevole è infatti assistere a scene in cui la forza bruta, l’agilità elastica, la velocità, i campi di forze o i poteri criogeni vengono uniti al servizio della spettacolarità e del divertimento.

L’humour è molto presente senza essere però forzato o cercando la risata ad ogni costo in qualsiasi momento (guarda e impara, Marvel): i problemi del capofamiglia sono esilaranti e la caratterizzazione dei vari membri Parr crea un’ottima alchimia di gruppo risultando piacevole e leggero per l’occhio esterno del pubblico.

I temi già citati precedentemente offrono al film molti spunti di riflessione interessanti, che consentono agli adulti di meglio identificarsi nei personaggi e di essere più facilmente catturati da una trama non complessa ma nemmeno banale e scontata.

Però di Cars ne sono usciti tre.

E per questo film hanno aspettato quattordici anni.

Buon doppiaggio italiano, nonostante un generale cambio di voci rispetto al primo film, con Adalberto Maria Merli e Laura Morante sostituiti da Fabrizio Pucci e Giò Giò Rapattoni.

Simpatico ritorno di Amanda Lear negli stravaganti panni di Edna Mode, la schermitrice paralimpica Bebe Vio in un ruolo secondario non è neanche male, terrificante Ambra Angiolini che recita come ai tempi di Non è la Rai.

Che fatica.

Molto carino il consueto cortometraggio di apertura Pixar, l’allegorico Bao.

Mission: Impossible – Fallout

La vostra missione, se deciderete di accettarla, è assistere all’ennesima dimostrazione di machismo di un cinquantaseienne che si ostina ad eseguire i propri stunt, rischiando sia di spezzarsi l’osso del collo che di provocare un infarto ai propri registi.

Se uno di voi vomiterà, subirà un attacco di orchite o perderà la sanità mentale, l’autore negherà di essere al corrente dell’articolo.

Questa recensione si autodistruggerà entro cinque secondi.

TRAMA: Ethan Hunt, la sua squadra e alcuni alleati sono impegnati in una corsa contro il tempo per evitare gli effetti di una missione andata male.

RECENSIONE:

Quella che noi comunemente chiamiamo “aria”, è in realtà un agglomerato di diversi gas.

L’aria secca al suolo è infatti composta all’incirca per il 78,09% di azoto (N2), per il 20,9% di ossigeno (O2), per lo 0,93% di argon (Ar) e per lo 0,04% di anidride carbonica (CO2)..

L’ossigeno, considerato semplicisticamente come unico elemento fondamentale per la sopravvivenza delle specie sulla Terra, è quindi in realtà bilanciato da altri elementi, ed il suo aumento non coinciderebbe quindi con un miglioramento della vita stessa.

Banalmente, infatti, se la percentuale di O2 fosse incrementata radicalmente, sarebbero molto più comuni gli incendi spontanei, alimentati appunto da questo gas, e tutto ciò che è fatto di ferro arrugginirebbe e si degraderebbe molto più in fretta.

Ci sarebbero effetti anche sulla vita animale: gli insetti, infatti, hanno un sistema respiratorio costituito da minuscole trachee che portano le molecole d’ossigeno direttamente dentro ogni cellulla: poiché le dimensioni delle cellule sono legate al metabolismo, e quindi ancora alla presenza di O2, se questo gas aumentasse gli insetti sarebbero enormi.

Questo per dire che ciò che può superficialmente sembrare utile, spesso lo è solo vincolato a determinate quantità, e quindi una sua esagerazione porterebbe ad effetti negativi anziché benefici.

Per Fallout si può applicare lo stesso principio.

Ok la solita azione sfrenata, ok il solito tour mondiale con location variegate e panorami ad effetto, ok il solito Tom Cruise maratoneta, ma questo film è troppo.

Troppo tutto.

Mi dispiace, Tom, purtroppo non posso farlo.

Troppi personaggi, molti dei quali provenienti dalle pellicole precedenti, aggiungendo un ulteriore difficoltà di comprensione a chi non abbia seguito i recenti sviluppi di saga con attenzione, troppi elementi di doppiogioco e di impossibilità di fidarsi di chicchessia (vedere alla voce Red Sparrow) e soprattutto troppe corse contro il tempo improbabili tendoni spesso a far scadere la pellicola nel ridicolo involontario.

Stratagemmi raffazzonati per fermare quel terrorista o quell’ordigno, corredati da siparietti comici che dovrebbero gigionescamente spezzare la tensione ma finiscono per far nascere il quesito “ma sta a finì er mondo, ma che c’avranno da scherzà?” non contribuiscono quindi ad offrire al pubblico la sperata possibilità di prendere fiato, poiché ad ogni colpo di scena ne segue immediatamente un altro, ad ogni scena action un’altra, ad ogni problema risolto ne compare un altro, e via così per due ore e mezza piuttosto probanti.

Giochiamo a: “Quante ossa si sarebbero rotte realisticamente in una sequenza del genere?”

La regia di McQuarrie, alla sua ennesima collaborazione con Cruise, è la solita direzione da pellicola action: buon uso dello spazio, discreta capacità di scelta dei punti camera per la creazione di scene adrenaliniche esaltate dal montaggio, propensione ai campi lunghi e alle panoramiche per enfatizzare ambienti naturali o aperti che arricchiscano le gesta dei personaggi.

La sceneggiatura è un casino.

No, davvero.

Cast ovviamente ricchissimo, con molti volti noti direttamente da Rogue Nation o capitoli precedenti (Pegg, Rhames, Ferguson, Baldwin) e new entries che vanno a creare un’atmosfera narrativa più da RPG che da lungometraggio, con un po’ troppi “Personaggi Non Giocanti” che paiono un po’ buttati lì per fare numero.

«Scusate, avete mica visto passare il prossimo film in cui dovrò fare la spalla comica?»

Cruise si vede che mette anima e corpo in questa serie, e la sua già citata protervia con cui esegue i propri stunt gli fa professionalmente onore, ma da cinefilo rimpiango con una vena di nostalgia il più giovane attore impegnato che ha offerto performance memorabili in pellicole di spessore.

Come non pensare, ad esempio, allo yuppie rampante che maturerà interiormente in Rain Man, all’ex soldato pacifista di Nato il quattro luglio, al sicario freddo e spietato in Collateral e al guru maschilista e misogino tremendamente sopra le righe di Magnolia?

Comunque, basta che non faccia ancora La mummia e va bene.

Mission: Impossible è diventato ormai un paradigma del cinema action, venendo preso come esempio di lode o di spregio.

A mio parere la saga ha perso un po’ di smalto nel corso dei capitoli, che tendono come detto all’esagerazione ad ogni costo, anche se rimane comunque un franchise godibile per un intrattenimento leggero nella forma, per quanto piuttosto confusionario nei contenuti.

Alla prossima, agente Hunt.

Ant-Man and the Wasp

Un cinefilo può sopportare una rottura di palle pari a cento volte il proprio peso.

TRAMA: Scott Lang è agli arresti domiciliari e cerca di bilanciare gli impegni domestici e e di padre con la sua vita da supereroe. Hope van Dyne e Hank Pym compaiono improvvisamente per reclutarlo in una nuova missione, in cui Hope assume l’identità di nuova Wasp.

RECENSIONE:

Quando andavo a scuola, l’estate era attesa con trepidazione e gioia.

Anche entrati nel mondo del lavoro, ovviamente, il periodo estivo rimane pregno di cose molto belle (le ferie, il sole, le ragazze in shorts), ma fino alle superiori avevo la piacevole aspettativa che, una volta superati i primi sette/dieci giorni di giugno, mi avrebbe atteso un titanico spaccato di tre mesi di puro cazzeggio.

L’unico elemento di disturbo all’incrollabile proposito del me stesso brufoloso preadolescente di non fare una beata mazza fino a metà settembre erano gli immancabili compiti scolastici.

Niente di complesso, sia chiaro, però erano una discreta rottura di maroni e venivano svolti spesso senza nessuna voglia o slancio.

Fatti solo perché obbligati.

Tipo questo film.

Noto solo ora che per due ore la mia espressione facciale è stata la stessa di Evangeline Lilly

Ant-Man and the Wasp non è una delle ormai numerose opere dell’universo Marveliano, che va ad arricchire un mondo narrativo aumentandone respiro e complessità.

Ant-Man and the Wasp è “studiati l’ascesa della borghesia europea del 1800, che probabilmente a settembre salteremo a piè pari ma se il professore te la chiede e non l’hai manco letta, sai che figura di merda?”

E si nota già dal titolo.

In una serie piena di sottotitoli roboanti, tipo Il primo vendicatore (di che?), The Dark World (quale?), Age of Ultron (che dura un weekend), Civil War (sono sei persone contro sei, ce ne stanno di più a pallamano), Homecoming (sì, Marvel Studios, abbiamo capito che vi hanno ridato i diritti) e Ragnarok (che non ha fatto finire il mondo, ma solo la mia pazienza), qui il titolo è l’elenco dei protagonisti.

Formicuomo e la Vespa, signore e signori, e crederete che un uomo può rimpicciolirsi e bombarsi la Kate di Lost!

Oltre a lui.

Una pellicola confusionaria e mal fatta, che si basa troppo, troppo, troppo, sugli effetti speciali prospettici, senza coniugarli però con un guizzo, una scintilla, un quid che possa renderla vagamente memorabile e non sprofondata nell’oblio, insieme alle mie nozioni sulla borghesia europea dell’Ottocento, appena accesa l’automobile uscendo dal cinema.

Un sense of humour perennemente fuori luogo e di una stupidità immane persino per gli standard della M di Mefistofele correda una trama inutilmente complicata considerato un target di pubblico di tredicenni in esplosione ormonale non particolarmente svegli, piena zeppa di sottotrame evitabili e che nei momenti cardine forza troppo la sospensione d’incredulità dello spettatore, già naturalmente messa a dura prova dai poteri dei protagonisti.

Altra pecca diretta conseguenza della precedente è che, in proporzione alle due ore scarse di durata, in questo film ci sono più antagonisti che nell’Odissea, tutti poco caratterizzati, mal sfruttati e che avrebbero potuto essere tranquillamente sforbiciati in nome di una auspicabile maggiore linearità.

Gli effetti speciali, pur ben realizzati come nell’episodio precedente, si basano veramente troppo su prospettive “à la Hobbit” che essendo già state sviscerate non sorprendono lo spettatore e faticano ad intrattenere a causa della loro eccessiva prolissità.

Tu… restare… io… andare… non… seguire…

Se inoltre si volesse provare a considerare il film come ingranaggio nel grande macchinario che è la Fase Marvel di appartenenza, lo sforzo risulterebbe tanto difficile quanto superfluo, visto che per una storia ambientate tra Civil War Infinity War la timeline non si incastra per un cazzo, con un sacco di forzature e tempistiche casuali, incoerenti con quanto detto dagli altri film.

Non male, per uno studio il cui obiettivo dichiarato è creare un mondo narrativo complesso ed organico.

Nel cast, oltre al bisteccone Paul Rudd la cui caratterizzazione bypassa sovente i limiti dell’irritante, ritroviamo la quota-patata de Lo Hobbit Evangeline Lilly, che è anche bravina ma che come eroina action mi fa alzare il sopracciglio più che a The Rock.

Una discreta alchimia tra i due non basta infatti a tirare avanti una storia con i citati problemi, rafforzando anzi l’impressione che con meno contorno e più focus sugli elementi di reale importanza si sarebbe raggiunto un decisamente migliore risultato.

Però il suo costume non ha i capezzoli. Beccati questa, Schumacher!

Se non altro si assiste ad una buona dose di girl power, sia grazie alla Vespa che all’antagonista (uno dei cinquanta) Ghost, qui in versione femminile a differenza della fonte di partenza: entrambe mostrano una buona dose di caparbietà ed abilità a menare le mani quando serve, oltre che superare in determinazione ed acume la maggior parte dei maschietti che le circondano.

E diciamo che in passato il personaggio è stato sfruttato in modi un po’ diversi…

wasp hulk

Ok.

Torna Michael Douglas, che ricordiamo oltre all’ovvio Wall Street ha prestato volto a pellicole molto varie, tra cui:

– Attrazione fatale, in cui ha dei problemi con una Glenn Close maniaca di sesso;

– Basic Instinct, in cui ha dei problemi con una Sharon Stone maniaca di sesso;

– Rivelazioni, in cui ha dei problemi con una Demi Moore maniaca di sesso.

Completano il cast Lawrence Fishburne, che qui compare perché capitato sul set per caso e non era buona educazione andarsene, uno sprecatissimo Walton Goggins che dopo Tomb Raider conferma il suo voto monastico all’interpretazione di antagonista nelle puttanate e Michelle Pfeiffer.

La bravissima Michelle Pfeiffer.

La meravigliosa sessantenne Michelle Pfeiffer.

Mi sono innamorato di lei in Ladyhawke, a saperla impelagata nel Marvel Universe piango.

Un film senza voglia.

Da stroncare senza pietà.

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