L'amichevole cinefilo di quartiere

Archivio per la categoria ‘Reboot/Remake/Sequel’

Fast & Furious – Hobbs & Shaw – Non recensione

Fino a qualche giorno fa volevo vedermi Hobbs & Shaw.

Non tanto nella speranza che sia un film anche solo decente (diciamo che le premesse del trailer non mi inducono all’ottimismo), ma per sfogare la mia frustrazione usando l’ironia e criticandone i tratti principali, tipo il disprezzo verso il Codice della Strada, la promozione dell’uso massiccio di steroidi, la perdita dell’espressività facciale, lo stupro delle leggi di Newton…

Poi però ho realizzato che il bravo Idris Elba impelagato solo per denaro in questa cagata con The Rock e quell’altro cazzone inglese è un po’ come la tipa che ti dice che sei carino e poi si fa scopare da quello con il Mercedes.

Ciò mi ha fatto riflettere (oltre che sull’importanza del Mercedes nella sottile arte del corteggiamento) sul rapporto tra prodotto e fruitori dello stesso.

Escludendo il primo episodio, innocuo Point Break con le auto, i F&F mi hanno fatto tutti cagare a coriandoli, però la maggior parte del pubblico non la pensa come me.
Quindi incassano.
Quindi i produttori sono spinti a metterne in cantiere altri.
Quindi gli attori anche un po’ più impegnati vi partecipano (qualcuno ha detto “Charlize Theron”?) consapevoli del loro ritorno economico.

E ora che questo porno automobilistico si è riprodotto per partenogenesi come le alghe, generando addirittura uno spin-off e arrivando così alla (finora) nona pellicola, questa consapevolezza mi ha provocato la reazione umana più consona.

Mi sono rannicchiato in posizione fetale sotto la doccia in bianco e nero ascoltando Mad World di Gary Jules.

Continuiamo così.

Facciamoci del male.

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Men in Black: International


«Ah, Matt. Di là ci sono due tizi vestiti da impresari delle pompe funebri».
«Da che cosa?» 
«Devono essere sbirri della CIA o roba del genere.» 

TRAMA: Gli agenti H e M lavorano per la sezione londinese dei Men in Black e vengono coinvolti in un caso di omicidio di portata intergalattica.

RECENSIONE:

Quarto capitolo della saga a sette anni dall’ultimo episodio, Men in Black: International è un cesso immondo che ottiene il mirabile risultato di essere sia un orribile film di fantascienza quanto una tristissima commedia come anche un action banale.

Massacrato da una sceneggiatura più lenta, stupida ed inutile di un sorpasso fra tir in autostrada, per due interminabili ore della nostra esistenza terrena che non riavremo mai più si inanella infatti una serie sconclusionata di cliché (la recluta, il boss di grade fama, l’agente talentuoso ma cazzone) a cui presumo sfugga il sottile dettaglio relativo alla necessità, per un film, di intrattenere il pubblico.

Se la trama ha efficacemente contribuito ad espandere i miei testicoli alle stesse dimensioni delle protesi mammarie di Mia Khalifa, nemmeno la regia riesce a fornire un almeno momentaneo palliativo.
Il cinquantenne F. Gary Gray, al suo decimo lungometraggio, non ha ancora invero deciso se essere ricordato come un discreto mestierante (Il negoziatore, Giustizia privata, Straight Outta Compton) o come un risibile cioccapiatti (The Italian Job, Fast & Furious 8).

A meno che una ventina di primi e primissimi piani a Tessa Thompson (con un personaggio il cui stolido entusiasmo sarebbe da prendere a coppie di sberle finché non diventino terzetti) paro paro a quello che faceva Sonnenfeld non sia considerato uno stilema registico personale, ma ne dubito.

Perché lo faceva paro paro Sonnenfeld.

Sospirone di sollievo: pur non provando ad impegnarsi neanche lontanamente, al bietolone Chris Hemsworth viene fortunatamente affidata l’ormai classica scena a petto nudo, elemento altamente introspettivo dei suoi personaggi e attraverso cui possiamo intuirne sogni,  speranze e fragilità dell’anima.

Panca piana 1 – Recitazione 0.

Oltre ad un Liam Neeson francamente incommentabile, spero che in commercio esista uno psicofarmaco abbastanza potente da farmi dimenticare Rebecca Ferguson agghindata come se Moira Orfei e la Liz Taylor di Cleopatra si fondessero in una delle visioni allucinogene di Paura e delirio a Las Vegas.


Ritengo inoltre che se il CIO decidesse di elevare a sport olimpico l’essere rotti nel culo, i responsabili del marketing che hanno inserito nella locandina i Vermoni e Frank il carlino nonostante abbiano complessivamente meno di trenta secondi di screen time potrebbero sentirsi già con la medaglia d’oro in tasca.

Chiudo facendo rispettosamente notare che per fare ironia non ho sfruttato l’ovvio assist del neuralizzatore cancella memoria, a differenza di questo film che ha biecamente inserito una gag autoreferenziale su Thor così azzeccata da farmi bramare la morte.

Una vaccata tellurica.

La bambola assassina (2019)


Hai un amico in me,
Un grande amico in me!
Se la strada non è dritta e ci sono duemila pericoli
Ti basta solo ricordare che,
Che c’è un grande amico in me!

TRAMA: Per il compleanno del figlio, una giovane madre regala al ragazzino una bambola, ignorando la natura malefica e pericolosa del giocattolo.

RECENSIONE:

Reboot di una celebre saga horror.

Paura, eh?

Basterebbe questa prima riga per genuflettere le nostre menti al terrore, visti i precedenti “ritorni sulle scene” di mostri o killer vari, scongelati sovente per delle imperdonabili cazzatone che pencolano tra l’orrendo e l’imbarazzante.

Invece questo La bambola assassina si dimostra un tentativo di ripartenza decente, che pur non raggiungendo (per ovvi motivi storici e pop) i fasti dell’originale, riesce almeno ad erigersi qualitativamente rispetto ai precedenti sette (!) seguiti.

Magari non che ci volesse molto, però intanto è un risultato che viene portato a casa.

Si tenta giustamente non una ripresa pedissequa di quanto già narrato in precedenza, che avrebbe poco senso vista l’enorme offerta di genere, ma optando invece per una rivisitazione che tenga conto dei tre decenni trascorsi dal primo film, aggiungendo quindi derivazioni tecnologiche al classico schema horrorifico, un quid necessario alla sua ribalta e rinascita.

Il terribile Chucky viene infatti fornito della possibilità di un controllo delle apparecchiature elettroniche casalinghe e non (alla Alexa, per intenderci, anche se con una domotica ancora maggiore), che lo rendono esponenzialmente molto più pericoloso rispetto ad un pur inquietante bambolotto rubizzo armato di coltello.

Viene mantenuto ovviamente l’elemento spaventoso del personaggio, derivante da un principio tanto semplice quanto efficace: infondere di malignità ciò che noi consideriamo genericamente innocuo.
Il terrore scaturisce perciò non dall’esagerazione di un elemento già presente (es. il mostro o il killer armato), ma dal contrasto tra apparenza e comportamento: la bambola è infatti ciò a cui affidiamo la compagnia e i sogni dei nostri bambini, memori di quando a nostra volta avevamo nel pupazzo un compagno di giochi.

Caricata di un fattore omicida, si ottiene appunto un ribaltamento manicheo, al pari di altre figure innocue e pacifiche che la letteratura o l’arte hanno talvolta votato al male, quali il clown (Pennywise, il Joker), il bambino (Omen, Il villaggio dei dannati) o la donna (strega, sirena, gorgone).

La bambola ci intimorisce proprio perché non dovremmo averne paura: la sua ostilità violenta è vissuta dalla parte irrazionale della nostra mente come un tradimento di un rapporto di fiducia implicito, la violazione di un patto di non belligeranza (unilaterale, ça va sans dire) in cui siamo la parte ingannata.

Nonostante la scelta di inserire una giovane madre single serva a livello di trama fino a mezzogiorno.
Per quanto la relativamente piccola differenza di età tra genitore e figlio potrebbe essere usata al massimo per indicare l’assenza di potere/protezione genitoriale, ombrello metaforico per i piccini, Aubrey Plaza ci si cala comunque decentemente, se non altro senza dare l’idea allo spettatore di attendere passivamente l’arrivo del bonifico sul conto corrente.

Molto bravi invece i ragazzini guidati dal classe 2004 Gabriel Bateman, aficionado dell’horror dopo Annabelle e Lights Out; solitamente punto debole del genere, nel caso in cui gli attori siano troppo piccoli per aver già sviluppato una tecnica recitativa passabile, qui invece si difendono egregiamente.

Menzione d’onore per il diabolico Chucky, doppiato in lingua originale da Mark Hamill e sostituito in italiano dall’ottimo Loris Loddi.

Si riscatta pure Lars Klevberg dopo il pessimo Polaroid.

Meritevole di una possibilità.

Godzilla II – King of Monsters

Ah, non è importante come lo si usa?

TRAMA: Alcune enormi ed antichissime creature si risvegliano, mettendo a rischio la sopravvivenza della vita sulla Terra. L’agenzia cripto-zoologica Monarch tenta di fronteggiare gli incredibili mostri.

RECENSIONE:

Sequel della pellicola diretta da Gareth Edwards nel 2014, Godzilla II  – King of Monsters non è un film.

Godzilla II – King of Monsters è un gigantesco pene eretto.

Un fallo in tiro di trenta metri che il regista Michael Dougherty utilizza non solo per distruggere l’ambiente circostante in un florilegio di morte e macerie, ma anche per sbriciolare ogni qualsivoglia parvenza di decenza cinematografica.

PAM! PAM! PAM! PAM!

Utilizzando un membro come una clava.

Simbolismo da quattro soldi ne abbiamo?

Nel 2014 vi siete lamentati perché l’enorme iguana frutto degli esperimenti nucleari nel Pacifico veniva inquadrata assurdamente poco e la storia era fin troppo incentrata sulle noiosissime vicende dei piccioncini Aaron Taylor-Johnson ed Elizabeth Olsen?

Bene, sarete contenti di sapere che cinque anni dopo si vira in direzione totalmente opposta: mostri, mostri, e mostri sempre, e fortissimamente mostri.

Che si prendono a mazzate sui denti per due ore e un quarto.

E io pago.

Non che ci si dovesse aspettare granché di particolare da un’opera dichiaratamente impostata verso un Deathmatch tra colossali creature antidiluviane, ma il plot di fondo, che dovrebbe fornire base per lo svilupparsi di questo scontro, è semplicemente ridicolo.

Il Rod Serling in The Twilight Zone a cui ci troviamo ad assistere è una trama stupida quanto giocare a bocce in salita, fondata su personaggi che definire sconclusionati o idioti sarebbe eufemisticamente riduttivo e che provoca nello spettatore una disperata brama della lotta tra titani non tanto per la spettacolarità delle loro scene, ma per quanto sia dolorosamente imbecille assistere alle vicende degli umani.

In questo fotogramma ci sono tre Nomination agli Oscar.

Anche in un popcorn movie di grana gigantesca come questo si dovrebbero comunque utilizzare le vicende degli homo sapiens per imbastire una costruzione narrativa che provochi effettiva empatia nei confronti delle persone: ad esempio una matura rappresentazione delle reazioni emotive ad un’apocalisse apparentemente inarrestabile e degli sforzi che comuni Cristi compiano per fermare il disastro in atto.

E invece no: quattro coglioni bi-dimensionali spessi come la carta igienica che vagano senza meta da un luogo di risveglio all’altro di ‘sti bestioni.
Senza un costrutto, senza un’esplorazione introspettiva, senza nulla di quanto potrebbe effettivamente renderli characters appetibili per l’attenzione di un pubblico che non sia composto di ottenni.

Un rettile alto cento metri trattato dai protagonisti come il golden retriever di “Air Bud”. Ditemi voi.

I mostri sono sì enormi, sì potentissimi e sì con poteri devastanti, ma forse addirittura TROPPO.

Non si riesce a comprendere il rapporto di forze tra le creature, tanto gargantuesche e mortifere da rendere apparentemente inutile qualsiasi impegno dei personaggi umani, meri spettatori di una lotta situata ben oltre la loro ridotta portata.
Il problema è che se gli uomini sono inutili anche la storia lo diventa, perché viene banalizzata all’assistere a enormi bestioni aggressivi l’uno verso l’altro senza che questo elemento sia in qualche modo in relazione con ciò che gli si trovi intorno.

Un combattimento tra galli da 130 minuti, che una CGI molto buona non riesce a salvare dalla superficialità e dal tedio.

Complimenti.

A reggere le sorti del mondo ci sono il bietolone Kyle Chandler, che mi stava simpatico finché possedeva il giornale  del giorno dopo o allenava i collegiali nel football, e Ken Watanabe già recentemente visto in Detective Pikachu e che si conferma ormai abbonato al ruolo di “vecchio giapponese intelligente”.

Che tristezza.

Vera Farmiga interpreta uno dei personaggi che non mi pento nel definire tra i più idioti nella storia del cinema: raramente si assiste ad un individuo che qualsiasi cosa faccia, dica o pensi sia intelligente come tentare di uccidere le zanzare con una granata.

Sua “figlia” Millie Bobbie Brown attraversa la tipica fase attoriale della ragazzina che cerca di affrancarsi da un personaggio per bambinotti attraverso un altro character puberale ma più vicino all’età adulta.
In questo caso la scelta è di farle sparare parolacce a raffica, perché secondo gli sceneggiatori del film, che evidentemente non hanno superato lo stadio evolutivo dei crostacei, è questo che fanno gli adulti: sacramentare tutto il giorno, quindi artisticamente è una direzione vincente.

Cazzo, figa, merda: datemi il Pulitzer, stronzi.

Terribilis in fundo, dispiace infinitamente assistere al macroscopico spreco di un grande attore come Charles Dance, impelagato in un imbarazzante cazzatona come questa.

Un leone non partecipa mai ai film di una capra.

Da dimenticare.

Speakers’ Corner – Aladdin (2019)

Film caratterizzato dalla stessa utilità di un culo senza il buco, questo rifacimento in live action di un celebre classico animato Disney riesce ad intrattenere alla soglia della sufficienza nonostante non faccia nulla per esularsi da una sbiadita copia carbone del cartoon.

Sfruttando la base esotica come assist per una resa scenico-estetica molto ricca, forse pure troppo kitsch ed esagerata, per fortuna il metadone assunto da Guy Ritchie ottiene come effetto quello di limare la sua regia ipercinetica: vengono smussati molto i suoi consueti stilemi visivi (pur con qualche slow motion a casaccio) e rendendoli perciò adatti ad un’avventura fiabesca, con buona pace delle coronarie dello spettatore.

CGI del Genio che si conferma terrificante, ma grazie al Signore Will Smith è stato dotato di molte scene cromaticamente al naturale, non passando quindi un’ora buona di screen time sembrando il figlio illegittimo dell’Omino Michelin e di Violet Beauregarde.

Mena Massoud e Naomi Scott sono gli arabi più bianco caucasici della storia, al Jafar di Marwan Kenzari sono stati aggiunti alcuni piccoli tratti caratteriali in più rispetto al foglio bidimensionale che era nella pellicola del 1992.

Buon film? Magari no.

Avrebbe potuto essere peggiore? Assolutamente sì.

Portateci i bambini.

Avengers: Endgame


I can do this all day.

TRAMA: Dopo l’ecatombe causata da Thanos, i supereroi superstiti uniscono le proprie forze per contrastarlo e salvare l’Universo.
Quarto episodio della saga Avengers dopo The AvengersAge of UltronInfinity War.

RECENSIONE:

Ventiduesima pellicola del Marvel Cinematic Universe a undici anni da quell’Iron Man che fu pioniere di questo fortunatissimo franchise (quasi quattro miliardi di incassi complessivi, escludendo quest’ultimo film), Endgame è la conclusione di un progetto cinematografico a tre fasi.

Il cosiddetto “Marvel Cinematic Universe” (o MCU) si era infatti proposto di erodere il più possibile la distanza tra due mezzi narrativi parecchio diversi: il fumetto ed il cinema.
Se nel primo, infatti, personaggi e trame possono coesistere senza particolari problematiche di costruzione, in quanto è sempre possibile un colpo di spugna che resetti eventuali stalli narrativi, nel secondo tale salvataggio in corner non è possibile a causa di diritti d’autore non necessariamente uniti in un unico soggetto (d’ora in poi sì, con la famosa acquisizione da parte della Marvel-Disney del pacchetto ex Sony).
Il target era quindi creare una sorta di macro-storia che introducesse gradualmente moltissimi personaggi andando a costruire un mondo a cui il pubblico si affezionasse nella sua globalità.

In attesa della quarta fase, composta dai già annunciati sequel di Doctor Strange, Black PantherGuardiani della Galassia più gli ennesimi stand-alone che tanto bene fanno al marketing, va quindi a concludersi un arco narrativo di medio-lungo periodo per gli standard attuali, che vedono un ritorno di fiamma di quegli universi condivisi il cui apripista è stato quello dei mostri Universal tra gli anni ’20 e ’50.

Alla regia di Endgame abbiamo ancora i Russo Brothers from Cleveland, Ohio, già dietro la macchina da presa per The Winter Soldier, Civil War e ovviamente Infinity War, il tutto per un’ovvia ricerca di continuità stilistica che sulla carta è idea non disprezzabile; effettivamente questo fil rouge artistico si nota, sia nella regia che nei toni, ma è azzoppato ed ostacolato proprio dal fattore “fine di un viaggio” che permea l’opera.

Dopo un abbondante decennio di risa, goliardia, humour e cazzeggio, la Marvel infatti scopre improvvisamente il desiderio di dimostrarsi adulta, proprio per fornire una degna conclusione ad una storia che ha accompagnato la crescita del proprio stesso pubblico, se vogliamo similarmente a quanto accaduto con l’Harry Potter della Warner Bros.

Il problema è che come una bambina che si impiastricci il viso con i trucchi rubati alla madre e indossandone i tacchi per atteggiarsi a donna matura, lo spettacolo qui fornito è un misto tra l’involontariamente ridicolo ed il grottesco: la causa è riconducibile soprattutto a dialoghi che veleggiano spesso oltre il confine del cringe e ad una gestione dei picchi emotivi troppo didascalica, farcita infatti da troppi semplicismi che vedono un’esposizione narrativa avente un solo obiettivo.

Essere compresa anche da uno spettatore avente il Quoziente Intellettivo di un oleandro.

Un climax maturo non è perciò possibile, non solo a causa di alcune scelte improntate verso una direzione diametralmente contraria a quella della profondità introspettiva (leggasi: gag idiote a raffica), ma soprattutto poiché manca una fondamentale fiducia verso l’intelletto del pubblico: esso purtroppo non viene trattato da adulto, bensì per l’ennesima volta come un branco di entusiasti tontoloni a cui è necessario spiegare come unire i puntini numerati di rabbia, tristezza, paura e rimpianti perché non lo si ritiene in grado di tracciare da solo la linea che li congiunga.

Pur con un’apprezzabile sforzo di amalgamare nel modo più organicamente fattibile i vari episodi della saga (per un’ottimale comprensione di Endgame è consigliabile la visione di tutte le pellicole precedenti), la resa risulta inoltre alquanto confusionaria e dispersiva.

Non tanto per il tema del viaggio del tempo in sé (nonostante alcuni suoi elementi fondanti vengano elisi sbrigativamente senza ricevere adeguato spazio espositivo), quanto per l’inserimento di scene o addirittura intere sequenze quasi inutili ai fini del plot principale, difetto piuttosto pesante in un’opera dalle abbondanti tre ore di durata che a posteriori avrebbero potuto essere sicuramente sfoltite da tali zavorre inutili.

Non bastano infatti i numerosissimi camei (che non verranno menzionati onde evitare spoiler) di personaggi apparsi nei vari stand alone per fornire organicità ad un film che si sviluppi su più trame incrociate, soprattutto quando esse risultano talvolta mero veicolo affinché lo spettatore venga indirizzato a momenti emozionali introspettivamente statici.
Questi ultimi risultano ben poco aiutati dalle già citate deleterie linee di dialogo, sempre più simili a quelle scritte da George Lucas per i prequel di Guerre Stellari, in cui i personaggi esprimono continuamente i propri stati d’animo invece di agire in base ad essi, scelta che sarebbe stata molto più adulta.

Per quanto riguarda il cast, considerando anche le timbrate di cartellino estemporanee in Endgame compaiono veramente cani e porci: strizzate d’occhio continue ai fan dei film, peccato che nel cinema sia presente anche il fattore “spreco di attore” che qui raggiunge l’iperuranio, con interpreti dal peso considerevole costretti a causa di un loro ruolo di contorno nel Tizio-Man di turno ad una-due battute, quando non direttamente sfruttati come elemento di tappezzeria sullo sfondo.
Appunto sicuramente capzioso e pignolo, ma da cinefilo piange il cuore.

Se la regia dei Russo mostra i muscoli soprattutto nelle numerose scene d’azione, spesso esagerate e coreografiche, e in un discreto utilizzo delle ambientazioni delle pellicole precedenti si nota purtroppo che i movimenti di camera non riescono a nascondere sotto un tappeto di spettacolarità la polvere della povertà narrativa.

Spiace che la regia di questi blockbuster venga quindi utilizzata solo come punto laser luminoso per distrarre il proprio gatto, senza conferirle quella profondità artistica che trasformerebbe un prodotto precipuamente per masse in un’offerta artistica.

Elemento di continuità riscontrabile in Endgame, ma generalmente in tutto il MCU, è il ruolo preponderante di quel Tony Stark che anche in questo conclusivo capitolo subisce un’evidente fellatio narrativa, con tanti saluti ad una coralità che pare evidente nella forma ma che purtroppo non si concretizza in una sostanza che si basa pedissequamente su ben pochi personaggi.

Tutti gli eroi sono uguali, ma qualche eroe è più uguale degli altri.

Punto particolarmente negativo, oltre alle comparsate di personaggi dallo spazio risicatissimo, l’aura di scempiaggine che permea Thor e Hulk, che come già in Thor: Ragnarok sono derubricati e mere macchiette pseudo-comiche dall’effetto facepalm immediato e dalla quasi fastidiosa tediosità.

Persino un antagonista caratterizzato sorprendentemente bene come Thanos in Infinity War viene qui appiattito con la pialla della bidimensionalità, con tanto di aggiunta di un vero e proprio discorso da villain unito ad esclamazioni più attinenti ad un antagonista di James Bond che ad un essere mosso da una distorta visione di pace e prosperità per l’universo.

Capitan Misandrica a risolvere problemi come Mr. Wolf, nota lieta l’utilizzo che viene fatto del personaggio di Occhio di Falco, se non altro nella prima metà di pellicola, peccato che anche lui venga successivamente risucchiato nel vortice dell’imbarazzante.

Pur con alcuni segmenti nient’affatto disprezzabili (seppur pochi e brevi) e numerosissime strizzate d’occhio ai conoscitori dell’Universo Marvel non solo per quanto esposto sul grande schermo ma anche nei fumetti, che dimostra positivamente l’attenzione verso questo multimediale franchise, Avengers: Endgame è come un bicchierone di popcorn formato famiglia: pur potendo accompagnare centottanta minuti della nostra vita risultando gustosi e saporiti, non è un pasto che riempia lo stomaco.

Un ragazzino che gioca a fare l’adulto invece di un adulto che parli (anche) ai ragazzini.

Speakers’ Corner – Ancora auguri per la tua morte


Sequel del quasi omonimo film del 2017, Ancora auguri per la tua morte conferma la carineria del primo episodio allargandone la trama mantenendone il piacevole tono leggero e scanzonato.

Da un semplice cerchio di eventi in ripetizione si passa qui all’introduzione di dimensioni alternative: come ben sanno gli appassionati di fumetti americani, in cui tale elemento è ormai comune, in questi differenti universi esistono tra i personaggi che conosciamo altri legami relazionali, che scombinano le carte rendendo la scoperta delle nuove variabili più interessanti.

La tensione relativa al killer e alle numerose morti viene infatti ben stemperata da battute, ironia e volute esagerazioni narrative, per le quali funge da assist il già citato tema sci-fi dei loop temporali e del multiverso; le risate si combinano con una dose di sano thrilling all’acqua di rose, in cui la ripetizione di un evento teoricamente unico, il trapasso, viene affrontata con umorismo, sarcasmo e comica frustrazione.

Nel cast, ancora buona prova per una molto espressiva Jessica Rothe, che pur assomigliando in modo impressionante alla sua coetanea Blake Lively (entrambe classe ’87), mantiene però rispetto a Lady Reynolds maggiore freschezza estetica, utile per interpretare un’universitaria, surclassandola per espressività e stimolazione di empatia nello spettatore.

Produce la famigerata Blumhouse, con un terzo capitolo già annunciato in caso di successo economico di questo secondo, costato 9 milioni di dollari.

Considerato che Auguri per la tua morte incassò 125 milioni contro i 5 scarsi di budget, appuntamento al 2021.

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