L'amichevole cinefilo di quartiere

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Star Wars: L’ascesa di Skywalker


Che la Forza non sia più con noi.

TRAMA: La resistenza è ridotta a poche unità, il Primo Ordine dilaga sotto il comando del leader supremo Kylo Ren, ma un messaggio ha turbato la galassia.
Una nuova minaccia, riemersa dal passato, mette in grave pericolo i nostri eroi…

RECENSIONE:

Dopo Il risveglio della Forza, copia carbone senza vergogna di Una nuova speranza e un Gli ultimi Jedi che dovrebbe essere preso e buttato nel rusco, si conclude con questo L’ascesa di Skywalker una trilogia su Guerre stellari di cui francamente continuo a non comprendere l’utilità.

Ok, un’altra trilogia su Guerre stellari di cui francamente eccetera eccetera.

Ringraziando la Forza termina infatti un passaggio di testimone che si dimostra una volta di più come reso da cani (dopo l’uso del personaggio Han Solo ne IRdF e la caratterizzazione di Luke ne GUJ), con un Capitolo IX che mira esclusivamente a porsi come unione tra le trilogie varie ed eventuali, senza però dimostrarsi meritevole quell’alone magico che il nome Guerre stellari comporti.

È vero che si completa una nuova transizione generazionale, ma questa è purtroppo diventata una componente tematica ormai stantia, essendo stata ripetutamente esaminata in contesti decisamente migliori.

Da ricordare infatti che essa era comunque già presente non solo nella trilogia originale (in cui Obi-Wan, Anakin e lo stesso Yoda lasciavano il passo alla generazione Luke/Leia/Han), ma pure nei giustamente vituperati prequel (ad esempio con il consequenziale rapporto Maestro-apprendista che vedeva la catena Yoda/Dooku/Qui-Gon/Obi-Wan/Anakin).

Star Wars è una saga che, proprio per battere il martello sempre sugli stessi chiodi, è arrivata quindi a mostrare troppo la corda, perdendo argomenti di esposizione e copiando se stessa con, detto senza mezzi termini, le sue solite menate.

In questo L’ascesa di Skywalker siamo purtroppo a livelli che rasentano il ridicolo involontario, tanto stupide paiono le pochissime innovazioni al medesimo trito canovaccio e prendendo atto di quanto sia pressante la necessità da parte del film di farsi aiutare dai “grandi vecchi”, che però non possono farsi carico in eterno delle mancanze palesate dalla nuova leva.

Come un pulcino che non riesca a spiccare le ali per abbandonare il nido, gli Episodi VII-VIII-IX confermano con questa loro conclusione una debolezza strutturale fin troppo evidente, che provoca una deflagrazione su se stessa dell’opera lasciando nello spettatore un insoddisfacente sapore asprigno nella gola.

Sì, insomma, ‘sto film è abbastanza una puttanata.

Tralasciando l’alone così pop e diffuso da sfiorare il delirio nerd mistico, ciò che rimane è l’ennesimo tentativo da parte di questa saga di arricchire un presente scarno con rimandi quantitativamente esagerati al glorioso e amato passato: il risultato è un deprimente revival (in tutti i sensi, chi ha visto il film capirà) in salsa melensamente nostalgica, che accresce più il desiderio di riprendersi la trilogia anni ’70-’80 che nel conferire fiducia a questa più recente.

La regia di J. J. Abrams, che ritorna al franchise dopo IRdF, espone un’altalenanza preoccupante tra movimenti di macchina armoniosi ed efficacemente stilistici e noiosi approcci di sesso orale verso una CGI talvolta tremendamente invasiva e poco ispirata; puntando troppo alla magnificenza quantitativa rispetto a scelte qualitativamente ragionate, l’elemento artificiale risulta quindi troppo baroccamente kitsch e non soddisfacente.

Uso del colore piuttosto classico nella contrapposizione tra il Lato Chiaro e quello Oscuro, con una messa in scena di luci ed ombre però didascalica (e dagli…) nonché facilona, atta ad una comprensione a prova di pisquano da parte di un pubblico da cui pare ricercarsi esasperatamente l’approvazione.

La sceneggiatura, se così possiamo definirla, diletta lo spettatore con la solita mancanza di attributi maschili per quanto riguarda eventuali dolorose scelte di trama, che vengono presentate nel film solo per venire ovviamente smentite entro i venti minuti successivi alla loro comparsa.

Se in Una nuova speranza il maestro Obi-Wan muore (e stiamo parlando dell’inizio di una serie, non del capitolo innumerevole di un franchise multimiliardario), è desolante assistere nel 2019 inoltrato ad una sorta di fiaba della buonanotte per adulti (?) che fallisca così miseramente nel dimostrarsi consapevole e matura.

Per quanto alcuni passaggi avrebbero potuto risultare impopolari, sarebbe stato però ammirevole constatare una maggiore maturità contenutistica, legata ad un utilizzo più disinvolto di temi e personaggi.

Cosa che non avviene, perché alla Disney sono solo capaci di ammazzare madri off-screen.

Segue a ruota un’ironia che farebbe arrossire per la vergogna I tre marmittoni, con tempi comici totalmente telefonati e che mancano dell’imprevedibilità che tanto brio dona alla scrittura.

L’umorismo dovrebbe infatti possedere una connotazione inaspettata (pensare ad esempio alla forma più semplice e diretta di comicità, la barzelletta, che si basa spesso sul rovesciamento della situazione raccontata in partenza), che qui manca portando a scambi di battute di imbecillità dolorosa e simpatia pari ad una lezione di diritto tributario.

A corollario dei due punti precedenti, non poteva mancare (in realtà sì, ma lasciamo perdere) la mossa della disperazione legata a colpi di scena demenziali per quanto siano campati per aria e assurdi nella loro scempiaggine, oltre che ad un uso dei poteri della Forza di cui si perde totalmente il senso logico.


La coerenza narrativa interna alla storia deve essere sempre presente in modo da non disorientare l’osservatore, che in caso contrario non può quindi capire il funzionamento del mondo e dei fatti a cui assiste.

Se, ad esempio, Harry Potter ondeggia la bacchetta, pronuncia un paio di parole latine e questa combinazione provoca una magia, io accetto questo evento, perché la presentazione dell’universo del maghetto inglese mi ha insegnato che al suo interno ciò che mi si è appena presentato davanti è un evento comune.

Viceversa, se la professoressa McGranitt inizia a sparare raggi laser dagli occhi come Mazinga il film mi deve spiegare perché cazzo riesca a farlo.

Quindi no, da spettatore alcuni elementi de L’ascesa di Skywalker effettivamente non me li aspettavo.

Perché sono delle gran porcate.

Passiamo al cast.

Se la promettente Daisy Ridley ormai pare non provarci quasi più, recitando come una YouTuber per sedicenni e magari anelando interiormente uno step di carriera (per intenderci sulla voglia pari a zero, pensate a Jennifer Lawrence negli ultimi episodi degli Hunger Games), ella è affiancata da un cast di contorno che fallisce sia nel sostenerla che nel risaltare loro stessi per accrescere la coralità del film.

Tremendamente vicino al patetismo il rapporto buddy-buddy tra Poe e Finn: se il primo è sempre più inutilmente guascone e cazzone, al secondo viene affiancata l’ennesima compagna femminile (la terza, dopo la stessa Rey ne IRdF e Rose de GUJ), che conferma, oltre al vecchio adagio femminile once you go black, you’ll never go back, quanto povero il suo personaggio sia stato costruito se preso singolarmente.

Se i buoni piangono, i villain non ridono.

Deprime l’anima osservare un bravo attore come Adam Driver incastrato in un ruolo con il quale non azzecca un tubo (ovviamente aggravato da una scrittura pedestre dello stesso) e che lo espone per di più al pubblico ludibrio della rete.
Da cinefilo, credetemi sulla parola: questo qua è bravo.

SÌ, LO SO CHE NON SI DIREBBE, ma davvero, Adam Driver è uno degli attori più…

Che fatica.

Fidatevi.

Domhnall Gleeson machiettistico ancor più che nell’episodio precedente (il che è tutto dire), Richard E. Grant nell’ennesimo ruolo di generale imperiale, tipologia di personaggio che ha esaurito il suo senso di presenza dopo il Grand Moff Tarkin della buonanima di Peter Cushing.

L’ascesa di Skywalker è una pellicola che si rivela purtroppo mal fatta e peggio pensata; solamente un’occasione per concludere, si spera a livello definitivo, una saga inaciditasi e appassita come una vecchia radice che un tempo era rigogliosa piantina.

Continuo con la mia idea che il cinema di intrattenimento dovrebbe mostrare un minimo di qualità.

Invece di continuare con ‘ste cagate.

Frozen 2 – Il segreto di Arendelle


Bad movies never bothered me anyway.

TRAMA: Mentre Elsa impara a controllare i suoi poteri, insieme alla sorella Anna e agli amici Kristoff, Olaf e Sven, decide di avventurarsi lontano nella foresta per conoscere la verità su un antico mistero legato al loro regno di Arendelle.

RECENSIONE:

Sequel del fortunatissimo film d’animazione del 2013, che ha contribuito a rendere letale per le trombe di Eustachio un’orecchiabile canzone sull’empowerment e sdoganare una valanga di porno lesbo incestuosi (qui un esempio), questo Il segreto di Arendelle si dimostra una consona e rassicurante continuazione di una trama piuttosto semplice a misura di grandi e piccini.

Partendo da un presupposto “storico” in cui vicende umane si mischiano con elementi sovrannaturali, si assiste ad uno sviluppo del plot in cui viene esplicitato un chiaro trait d’union tra il mondo immanente della civiltà e quello trascendente della magia.

La giovane Elsa è un tramite tra i due poli esistenziali del concreto (è infatti a capo di un regno umano) e dell’astratto (possiede poteri magici criogeni), e ciò la rende chiave di volta di un’impalcatura narrativa che poggia sulla ricerca di un punto di contatto tra queste due estremità.

Fondamentale in un mondo regolato dalle quattro entità principali (acqua, aria, terra e fuoco) la scoperta del quinto elemento…

Non di quel quinto elemento, ma di un polo che appunto riesca a congiungere ed equilibrare le forti appendici che contribuiscono a creare il mondo naturale per come lo conosciamo.

Se il primo Frozen era basato sulla scoperta del , di quanto l’individuo possa realizzare/realizzarsi e sull’accettazione della propria persona per quanto concerne ogni sua sfaccettatura, Il segreto di Arendelle vira il focus narrativo su un piano maggiormente generale e ad ampio respiro.

Si mantiene comunque l’importanza sulla ricerca della verità oltre la coltre delle menzogne o di una memoria fallace (come in Frozen), e qui gettare luce sul passato serve ai protagonisti per diventare consapevoli di come sia la loro situazione nel presente, e di conseguenza su come migliorare il futuro.

Rimane un punto fondamentale il rapporto tra le due sorelle: si ripete infatti lo stilema narrativo che vede la matura Elsa in un viaggio necessario alla comprensione di un determinato elemento (se stessa in Frozen, qui la voce che la chiama nella foresta), mentre l’intraprendente Anna si adopera per mantenere la loro unione salda a dispetto delle loro differenze.

I due personaggi si mantengono ben piantati sui binari di approfondimento imbastiti nell’opera precedente, non risultando quindi ostici ad un pubblico desideroso di una porzione preconfezionata del medesimo prodotto.

Anche in questo capitolo 2 la fanno da padrone le canzoni (anche se assistere al secondo brano dopo nove minuti-nove di pellicola potrebbe affossare le anime meno pronte): se alcune di esse vertono, come di consueto per i canoni Disney, su alcuni picchi emozionali o servono per esplicare in modo più sintetico e diretto parti della trama, alcune sembrano purtroppo buttate lì per fare numero.

E la sottotrama di Kristoff impacciato nel dichiararsi ad Anna è uno degli elementi più fastidiosi e stupidi che avrebbero potuto aggiungere, diventando un mero pretesto per spezzare il ritmo ad una vicenda di per sé piuttosto tirata delle lunghe e che pare talvolta faticosamente stiracchiata per arrivare all’ora e mezza canonica.

In fase di doppiaggio italiano di nuovo sugli scudi le due Serena; se la profondità di voce della Elsa/Autieri è mitigata dall’essere sorella maggiore regnante, e quindi sposandosi con un ruolo di esperienza/potere/magia che non la renda acusticamente un transessuale, la Rossi mantiene un piacevole entusiasmo nella minore Anna, più attiva ed energica.

Autieri che ricordiamo intravedibile al minuto 0:38 come moglie di Max Tortora in questo capolavoro:

Letteralmente insopportabile Enrico Brignano (ma lo è anche il suo personaggio, quindi la considero un’assoluta vittoria), voci note per ruoli minori (Davide Perino, Alberto Angrisano, Rossella Izzo).

Frozen 2 – Il segreto di Arendelle: caldamente consigliato se avete sbriciolato i maroni ad ogni vostro congiunto ai tempi del predecessore, evitatelo a piè pari se non ne siete stati amanti.

Come il sottoscritto.

Doctor Sleep (2019)


– In effetti, come film non è pesante. L’unica cosa è che si può sentire un forte senso di isolamento durante la visione.

– Be’, se può farle piacere è quello che stavo cercando: un po’ di isolamento. Perché… perché sono lì-lì per partorire una recensione e quindi due ore e mezza di film sono proprio quello che ci vuole.
– Mmh, sono contento, Serenate. Mi preoccupavo perché per molte persone l’isolamento e la solitudine, a volte, possono rappresentare un problema.
– Non per me.

TRAMA: Dopo i fatti dell’Overlook Hotel, Dan Torrance ha provato a vivere una vita normale. L’incontro con una ragazza dotata come lui del potere della luccicanza, però, rimette in discussione ogni cosa.
Tratto dall’omonimo romanzo di Stephen King e sequel di Shining.

RECENSIONE:

A distanza di sei anni dalla sua pubblicazione, anche questo romanzo del Re ottiene una trasposizione cinematografica: Doctor Sleep è un film dalla discreta fattura, che non tenta voli pindarici sul lato tecnico/narrativo ma riesce a mantenere un profilo di buona qualità nei suoi (talvolta prolissi) centocinquanta minuti di durata.

La regia di Mike Flanagan, già incrociato a King per Il gioco di Gerald e che si è distino positivamente in film come Oculus e Hush (oltre alla fortunata serie Netflix Haunting), riesce a staccarsi dai crismi tipici del maestro Kubrick (ed era piuttosto prevedibile) riuscendo però al contempo a riproporne qualche dettaglio, che aumenta decisamente il legame tra le due opere aggiungendo piacevolmente continuità alla narrazione.

Se Shining è infatti un film eccellente, comunemente considerato tra i picchi del genere grazie alla sua complessa profondità tematica e alla raffigurazione di una lenta ma inesorabile discesa nel delirio che culmina in una contrapposizione famigliare tra il padre degenere da un lato e moglie succube/figlio puro dall’altro, Doctor Sleep riprende lo stesso tema di confronto generazionale ma in una versione di più ampio raggio.

Il contrasto qui è infatti tra una gioventù dotata ed ancora ingenua relativamente alle proprie potenzialità e un clan di adulti parassiti, che attraverso pratiche cannibalesche si nutrono del potere altrui per preservare la propria bellezza e forza.
La metafora è quasi classista, con i soloni disposti anche ad aggrapparsi disperatamente a pratiche empie onde mantenere il proprio status quo a discapito di individui più rampanti e positivi, in una battaglia tra vecchi ruderi vetusti e nuovo che avanza, con una lotta che impoverisce il gruppo sociale nella sua totalità, non permettendo di svilupparsi e progredire efficacemente.

Appropriarsi dell’energia vitale altrui per rinsaldare la propria è un concetto ovviamente legato al vampirismo, una delle pratiche orrorifiche per antonomasia che trae la sua paura essendo devianza mostruosa del più generico furto, in cui l’estraneo assume quindi connotazione di sospetto, sfiducia e tradimento.

Altro tema portante della pellicola è la forza della mente.

Se come diceva il famoso illusionista Harry Houdini “il cervello è la chiave che mi rende libero”, in Doctor Sleep la mente è un mondo a parte dentro di noi, che può risultare arma, bunker o archivio in base a come ognuno di noi decida di utilizzarla.
La semplicità o complessità del nostro animo, la bontà o malvagità delle nostre intenzioni e il modo in cui ci relazioniamo con le altre persone derivano dal regno esistente nella nostra testa, la cui potenza ci permette tanto di essere utili per il prossimo, quanto di resistere o abbattere quelli altrui.

La lotta non è perciò solo fisica, ma anche interiore e psicologica, con un battaglia legata a quanto possa essere salda la mente di un individuo, portando il confronto su un piano tanto apparentemente immateriale e fuggevole quanto in realtà squisitamente profondo e complesso.

Cast capitanato da un Ewan McGregor che offre una prova solida e sfaccettata, risultando credibile sia come personaggio a sé stante in questo lungometraggio sia considerandolo la versione adulta del piccolo Danny.

Tormentato e dubbioso nel segmento iniziale quanto risoluto seppur a malincuore con il susseguirsi degli eventi, Dan sa quale sia la cosa giusta da fare: non come un eroe o un Übermensch calato dall’alto a guisa di angelo, ma come individuo che a sua volta conobbe malvagità e corruzione, e per questo desideroso di proteggere una giovane che, come lui a suo tempo, si trova di fronte un male apparentemente al di sopra delle proprie possibilità.

Rebecca Ferguson nei panni dell’antagonista offre una prova decisamente buona; alla luce di questa performance cresce l’idea che l’attrice svedese dovrebbe magari considerare una direzione di carriera più definita qualitativamente, invece di cadere troppo frequentemente nelle scempiaggini (vedere alle voci Men in Black: International, Life, Hercules: il guerriero).

Brava anche la giovane Kyliegh Curran, della quale si nota in positivo anche un doppiaggio italiano efficace e sul pezzo da parte dell’altrettanto in erba Ginevra Pucci.

Curiosità sul cast: uno degli antagonisti secondari, Nonno Smilzo, è interpretato dell’olandese Carel Struycken, celebre per aver prestato il suo altissimo fisico al maggiordomo Lurch nelle due trasposizioni di Sonnenfeld de La famiglia Addams.

Doctor Sleep è in definitiva un film che, pur non potendo ovviamente competere con Shining, riesce a ritagliarsi un senso di esistenza grazie ad una costruzione narrativa interessante unita ad un’accoppiata regia-recitazione sul pezzo.

Consigliato.

It – Capitolo due


Tornare a Derry. Perché avevamo promesso, mi ha detto, ed è vero.

Abbiamo promesso. Tutto noi. Da ragazzi. Nel ruscello che attraversa i Barren, tenendoci per mano in circolo, dopo che ci eravamo tagliati i palmi con un pezzo di vetro.
Sembravamo un gruppo di ragazzini che giocano ai fratelli di sangue, solo che si faceva sul serio.

TRAMA: Derry. 27 anni dopo i drammatici fatti raccontati in It, i membri del Club dei Perdenti si ritrovano, riuniti da una terribile telefonata.
Sono cresciuti, ma riusciranno ad affrontare le paure dell’infanzia e il Male che si aggira per le strade della cittadina del Maine?
Dal romanzo di Stephen King (1986).

RECENSIONE:

Seguito del Capitolo uno uscito nel 2017 e diretto ancora da Andy Muschietti, It – Capitolo due riesce ad avere successo in un’insperata triplice impresa:

– Essere un buon film horror.

– Essere un sequel ispirato.

– Essere una più che decente trasposizione di un pantagruelico romanzo di Stephen King.

Prendiamo in esame i tre punti uno alla volta.

Per capire se si abbia di fronte un buon film horror devono essere presenti sostanzialmente due fattori:

Il primo è la paura: non uno scoglio particolarmente difficile da superare in un’arte visiva, a patto di non abusare ovviamente con jumpscares fini a se stessi, ripetitivi e monotoni che hanno come unico risultato quello di annoiare lo spettatore adagiandolo su binari troppo prevedibili.

L’antagonista di It è una creatura mutaforma vecchia milioni di anni, la cui apparenza estetica preferita è quella di un clown, perciò da questo punto di vista si è in una botte di ferro.
Così come nel primo capitolo, anche qui It assume diverse fattezze estremamente inquietanti, e fortunatamente il mix di computer grafica ed effetti pratici è di soddisfacenti fattura e realismo, risultato non semplice vista l’esigenza da parte dell’occhio di uno spettatore anche meno accorto.

Il secondo, più sottile, è legato alla caratterizzazione dei personaggi.

L’horror è letteralmente saturo di adolescenti arrapati che si fanno squartare a torme dal killer di turno: piatta e banale carne da macello di cui si ricordano più le scene in topless o i pettorali voluminosi (provate a pensare a quanti film de paura contengano una scena di sesso) che la loro caratterizzazione psicologica.

Bill Denbrough, Richie Tozier, Beverly Marsh, Ben Hanscom, Eddie Kaspbrak, Mike Hanlon e Stan Uris sono persone che si trovano di fronte un’entità maligna dall’essenza inenarrabile ed incomprensibile.

Persone, non macchiette.

Io spettatore sono interessato dalle loro vicende perché mi trovo di fronte a dei personaggi pieni e costruiti, in cui sono sì presenti degli ovvi stereotipi in modo da renderli spiccatamente riconoscibili e distinguibili tra loro (il leader, la maschiaccia, il chiacchierone, il timido…), ma tale delineazione introspettiva viene resa come un veicolo di intrattenimento, e non una barriera all’attenzione stile cartonati parlanti come il quarterback, la cheerleader, il nerd o l’afroamericano che crepa subito.

Ci si collega quindi al secondo punto di forza principale di questo It: la efficace prosecuzione di una Parte Uno apprezzabile attraverso un seguito che riesce a portare a nuovo livello le varie sotto-trame dei suddetti personaggi, senza deragliarle in uno sbrodolio inconsulto o esagerarle illogicamente.

I bambini che abbiamo conosciuto ventisette anni fa diventano adulti: osservarne lo sviluppo, assistere a come le loro problematiche preadolescenziali si siano poi evolute una volta maturati è molto interessante (grazie anche alla bravura sia del cast junior che di quello senior), così come l’intero armamentario narrativo legato al recalcitrante ritorno di un vecchio gruppo di amici nella tana del diavolo da cui disperatamente erano riusciti a fuggire e di cui la stessa loro mente ha cancellato il ricordo.

It – Capitolo due è più spaventoso del primo, più lungo del primo, più cupo del primo, molto più ad ampio respiro del primo, e ciò porta ad un sequel con molta più carne al fuoco, altro fattore che contribuisce più che positivamente a ravvivare interesse verso una storia del cui inizio abbiamo assistito due anni or sono.

Punto tre: Stephen King e il cinema.

Per quanto concerne le versioni cinematografiche delle opere del Re, i risultati sono molto ondivaghi: la loro qualità passa infatti dal capolavoro (come Il miglio verde, Le ali della libertà, Shining), l’ottimo (ad esempio Misery, Stand By Me, Carrie), il senza infamia (tra gli altri Cujo, 1408) e l’orripilante ma per motivi sbagliati (tipo la maggior parte del resto).

King è uno scrittore dallo stile estremamente prolisso ed immersivo: spende solitamente molte pagine in descrizioni di ambienti, personaggi secondario/terziari, elucubrazioni legate al rapporto tra i vari individui o altri elementi che, pur richiedendo spazio scritto, una volta visivi potrebbero essere tagliati in pochi minuti.

Siccome ciò è fondamentale nella costruzione di una storia elaborata, con libri che traggono la loro forza attrattiva proprio da quanto siano dettagliati anche in elementi apparentemente inutili, empiricamente per Stephen King vige il principio della proporzionalità inversa tra il numero di pagine del romanzo e quanto apprezzabile sarà poi il lungometraggio.

A parte L’acchiappasogni, ignobile fetecchia sia su carta che su schermo.

Anche il cast è sul pezzo.

Nonostante il paio di grossi nomi James McAvoy – Jessica Chastain, viene mantenuta un’apprezzabile coralità lungo tutto l’arco narrativo: ognuno dei Perdenti ha il proprio spazio di manovra (più che nel primo episodio, con Stan e Mike evidentemente in secondo piano), e in un’opera nella quale il focus è verso il branco, e non sul lupo, è sicuramente la scelta migliore.

Bill Skarsgård incredibilmente espressivo sotto il trucco del pagliaccio Pennywise, un’interpretazione spaventosa ed azzeccata per il Male incarnato; coadiuvato come già detto in precedenza da un comparto grafico piuttosto sul pezzo (per quanto trasformazioni diverse ottengano risultati pratici diversi), l’attore svedese si conferma come un’ottimo successore del famigerato Tim Curry.

Tra i Perdenti è sugli scudi in particolare il buon Bill Hader: alle prese con una prova prevalentemente drammatica poco nelle sue corde, il famoso componente del Saturday Night Live rende il Richie Tozier adulto non un semplice gagster chiacchierone, ma un personaggio profondo e con più sfaccettature di quanto le apparenze potrebbero far pensare.

Pregevole la chimica tra lui e James Ransone (Eddie adulto), che li rende protagonisti di siparietti comici e non solo molto apprezzabili e accattivanti.

Giusta inoltre la scelta di tagliare spazio ad alcuni characters di contorno poco utili nell’economia generale della trama (Tom Rogan e Audra Phillips su tutti) e aggiungere al loro posto Adrian Mellon (presente nel romanzo ma assente nella miniserie del 1990) grazie al quale è stato realizzato un efficacissimo prologo.

Prima di concludere, alcune dolenti note.

Purtroppo It romanzo è afflitto da uno dei più deliranti ed infilmabili finali mai concepiti.

Descritto a parole è un conto, mostrarlo per immagini è estremamente complesso.

Senza fare spoiler, la parte finale di It – Capitolo due è sicuramente un’esagerata e banalizzata semplificazione rispetto a quella del libro: purtroppo, pur considerando l’ostico materiale di partenza, è una mezza caduta di stile e tono considerando le abbondanti due ore precedenti (più le altrettante due e rotte del primo episodio).

MI rendo conto che una realizzazione migliore di questa sarebbe stata complessa, ma anche partendo da tale assunto, avrei preferito di meglio.

Altro problema è la totale inutilità narrativa di Henry Bowers, nel romanzo antagonista secondario fonte di grossi problemi ma che qui è poco più di un fastidio: sembra purtroppo evidente, da parte dello sceneggiatore, il non sapere cosa farsene di questo tizio, il cui ruolo risulta perciò oltremodo superfluo.

Ulteriore pecca è la troppa ironia a sproposito, specie in alcuni frangenti dove, per dirla in parole povere, non ci sarebbe un cazzo da ridere.

It – Capitolo due rimane comunque un buon esempio di horror costruito non con i piedi, che sicuramente eccelle in un genere vomitevolmente inflazionato, ripetitivo e dalla scarsa inventiva.

Pregi aventi nettamente più peso rispetto ai pur presenti difetti, una degna conclusione per un’opera, questa sì, che aveva decisamente bisogno di un restyling tecnico dopo la mediocre miniserie televisiva con Tim Curry.

Altro remake tra ventisette anni?

Il re leone (2019)


LUAU!

Se tu hai bisogno della grana, vieni qua!
Prova Il re leone, amico, perché è proprio un’ovvietà!
Famosi come lui, proprio non ce n’è!
Se giri il remake ci fai i danèèè…
Hai voglia? [Din din din!]
Di un miliardo? [Din din din!]
È banale! [Din din!]
Te ne accorgi anche tu! Uh!

TRAMA: Il giovane cucciolo di leone Simba, figlio di Mufasa e principe delle Terre del Branco, vuole diventar presto un re, ma suo zio brama il titolo per se stesso, e non si fermerà davanti a nulla per ottenerlo.
Con l’aiuto di una curiosa coppia di nuovi amici, Simba dovrà maturare e prendere ciò che gli spetta.

RECENSIONE:

Remake in CGI dell’omonimo lungometraggio animato Disney del 1994, e diretto da quel Jon Favreau famoso per essere Happy Hogan, il deficiente bodyguard di Tony Stark per aver diretto una versione de Il libro della giungla con la medesima tecnica questo The Lion King è…

È…




Un esercizio di stile pretenzioso e inutile.


Se nel citato Libro della giungla la computer grafica debordante aveva una certa resa artistica dovuta (anche) alla presenza al suo interno di un personaggio umano “reale” (con cui perciò poteva presentarsi un confronto visivo), qui l’assenza dell’attorialità umana rende la pellicola un’orgia di pura tecnica, mancante di un preciso costrutto.

Una gang bang computerizzata
in cui è sì palese la ricerca di una verosimiglianza naturale, che però conduce paradossalmente alla formazione di un innaturale costrutto artefatto e tecnologico, poiché basato in soldoni sull’utilizzo di un sugo leggermente diverso per condire un piatto a cui siamo troppo abituati per renderne apprezzabile una variante.


Ad essere penalizzata dal realismo è soprattutto l’espressività animale: ciò che viene guadagnato in documentarismo va a perdersi in una trasmissione delle emozioni sita a livello Gabriel Garko, che le porta di conseguenza ad appiattirsi e svilirsi, abbassando tremendamente di livello delle scene che empaticamente dovrebbero essere invece molto cariche.


Pellegrina anche l’idea di ricalcare troppo per filo e per segno la versione del 1994, che sia per la sua elevata qualità tecnico oggettiva nell’ambito dell’animazione, sia per l’effetto nostalgia e l’amore dei fan risulta un pilastro inarrivabile per quella che emerge purtroppo come una versione scialba e poco ispirata.

Tra le (poche) variazioni alcune sono in fin dei conti azzeccate: ad esempio le iene non sono più idioti che circondano Scar ma una vera e propria armata da temere, e sono stati eliminati i famigerati “fuck me eyes” di Nala in Can You Feel the Love Tonight, francamente imbarazzanti in una pellicola destinata alle famiglie.

Altri cambiamenti risultano però deleteri, come la scena iniziale dell’incontro tra Zazu, Scar e Mufasa macellata senza pietà, Be Prepared più parlata che cantata o la menzione di uno scontro tra Mufasa e Scar per Sarabi (???).

Per fortuna la CGI non ha ricreato lo sguardo “Voglio concepire Kiara”.

Il remake risulta quindi estremamente disomogeneo: un pendolo che oscilla tra la presa di coscienza di un cambiamento e l’amara considerazione di quanto siano dannose le modifiche al risultato complessivo.

E se una cosa funziona, non va cambiata.


Non va rifatta, non ce n’è bisogno.


Capitolo doppiaggio.


Non ho nulla contro Marco Mengoni ed Elisa: non sono cantanti che apprezzo particolarmente perché il pop italiano non è precisamente il mio genere, ma nemmeno li detesto.

Sono famosi, piacciono molto e hanno un grande successo, quindi il giudizio non è influenzato da particolare acredine legata alla loro produzione in campo musicale.


Mi limiterò ad un’opinione sul loro doppiaggio.






Sono inascoltabili.

“Credo negli esseri umani… credo negli esseri umani…”

Lui ha una timbrica troppo leggera per un leone maschio adulto, così alta che persino il Riccardo Rossi del cartoon (sostituto di Matthew Broderick) in confronto al cantante laziale sembra Alessandro Rossi, voce di Liam Neeson e Arnold Schwarzenegger.

Che l’impegno dietro al lavoro ci sia stato si nota ed è sicuramente apprezzabile, ma purtroppo questo è un caso lampante di poca attinenza voce-personaggio, che trattandosi oltretutto del protagonista contribuisce al fastidio uditivo e alla perplessità in merito alla scelta.




Elisa
invece non ha questo problema.


Il suo problema è che è terribile: con tutto l’amore del mondo, il suo doppiaggio sembra quello degli animali dialettali dei filmati di Paperissima Sprint.


C’è un lato positivo nel suo lavoro, comunque.



Nala adulta ha poche battute.

Estratto di un post su Instagram della cantante. Ce ne siamo accorti.

Già meglio però il cast di contorno.

Se riguardo un peso massimo come Luca Ward poco c’è da dire vista l’enorme esperienza del famosissimo doppiatore, spicca in positivo il sempre ottimo Massimo Popolizio (Ralph Fiennes nella saga di Harry Potter, redivivo Duce in Sono tornato), altro eccellente Scar dopo il bravo Tullio Solenghi, così come il divertente Emiliano Coltorti nei panni (penne) di Zazu.


Edoardo Leo e Stefano Fresi (compari nella godibile serie Smetto quando voglio) convincenti come Timon e Pumbaa, pur con un impari confronto sia con la coppia animata Tonino Accolla/Ermavilo che con gli originali Nathan Lane ed Ernie Sabella.


Però in fin dei conti se la cavano, e questo è l’importante.


Peccato che Il re leone di Favreau sia un mero tentativo da parte della casa del Topo di offrire alle nuove generazioni un prodotto tecnicamente all’avanguardia in riproposizione di un classico di venticinque anni fa, non tenendo conto che proprio la pellicola originale non necessita revisioni.

Il risultato finale è un film stimolante ed intelligente quanto un sorpasso fra tir in autostrada.

Ne valeva la pena?



Dovrò perfezionare la riverenza.

Fast & Furious – Hobbs & Shaw – Non recensione

Fino a qualche giorno fa volevo vedermi Hobbs & Shaw.

Non tanto nella speranza che sia un film anche solo decente (diciamo che le premesse del trailer non mi inducono all’ottimismo), ma per sfogare la mia frustrazione usando l’ironia e criticandone i tratti principali, tipo il disprezzo verso il Codice della Strada, la promozione dell’uso massiccio di steroidi, la perdita dell’espressività facciale, lo stupro delle leggi di Newton…

Poi però ho realizzato che il bravo Idris Elba impelagato solo per denaro in questa cagata con The Rock e quell’altro cazzone inglese è un po’ come la tipa che ti dice che sei carino e poi si fa scopare da quello con il Mercedes.

Ciò mi ha fatto riflettere (oltre che sull’importanza del Mercedes nella sottile arte del corteggiamento) sul rapporto tra prodotto e fruitori dello stesso.

Escludendo il primo episodio, innocuo Point Break con le auto, i F&F mi hanno fatto tutti cagare a coriandoli, però la maggior parte del pubblico non la pensa come me.
Quindi incassano.
Quindi i produttori sono spinti a metterne in cantiere altri.
Quindi gli attori anche un po’ più impegnati vi partecipano (qualcuno ha detto “Charlize Theron”?) consapevoli del loro ritorno economico.

E ora che questo porno automobilistico si è riprodotto per partenogenesi come le alghe, generando addirittura uno spin-off e arrivando così alla (finora) nona pellicola, questa consapevolezza mi ha provocato la reazione umana più consona.

Mi sono rannicchiato in posizione fetale sotto la doccia in bianco e nero ascoltando Mad World di Gary Jules.

Continuiamo così.

Facciamoci del male.

Men in Black: International


«Ah, Matt. Di là ci sono due tizi vestiti da impresari delle pompe funebri».
«Da che cosa?» 
«Devono essere sbirri della CIA o roba del genere.» 

TRAMA: Gli agenti H e M lavorano per la sezione londinese dei Men in Black e vengono coinvolti in un caso di omicidio di portata intergalattica.

RECENSIONE:

Quarto capitolo della saga a sette anni dall’ultimo episodio, Men in Black: International è un cesso immondo che ottiene il mirabile risultato di essere sia un orribile film di fantascienza quanto una tristissima commedia come anche un action banale.

Massacrato da una sceneggiatura più lenta, stupida ed inutile di un sorpasso fra tir in autostrada, per due interminabili ore della nostra esistenza terrena che non riavremo mai più si inanella infatti una serie sconclusionata di cliché (la recluta, il boss di grade fama, l’agente talentuoso ma cazzone) a cui presumo sfugga il sottile dettaglio relativo alla necessità, per un film, di intrattenere il pubblico.

Se la trama ha efficacemente contribuito ad espandere i miei testicoli alle stesse dimensioni delle protesi mammarie di Mia Khalifa, nemmeno la regia riesce a fornire un almeno momentaneo palliativo.
Il cinquantenne F. Gary Gray, al suo decimo lungometraggio, non ha ancora invero deciso se essere ricordato come un discreto mestierante (Il negoziatore, Giustizia privata, Straight Outta Compton) o come un risibile cioccapiatti (The Italian Job, Fast & Furious 8).

A meno che una ventina di primi e primissimi piani a Tessa Thompson (con un personaggio il cui stolido entusiasmo sarebbe da prendere a coppie di sberle finché non diventino terzetti) paro paro a quello che faceva Sonnenfeld non sia considerato uno stilema registico personale, ma ne dubito.

Perché lo faceva paro paro Sonnenfeld.

Sospirone di sollievo: pur non provando ad impegnarsi neanche lontanamente, al bietolone Chris Hemsworth viene fortunatamente affidata l’ormai classica scena a petto nudo, elemento altamente introspettivo dei suoi personaggi e attraverso cui possiamo intuirne sogni,  speranze e fragilità dell’anima.

Panca piana 1 – Recitazione 0.

Oltre ad un Liam Neeson francamente incommentabile, spero che in commercio esista uno psicofarmaco abbastanza potente da farmi dimenticare Rebecca Ferguson agghindata come se Moira Orfei e la Liz Taylor di Cleopatra si fondessero in una delle visioni allucinogene di Paura e delirio a Las Vegas.


Ritengo inoltre che se il CIO decidesse di elevare a sport olimpico l’essere rotti nel culo, i responsabili del marketing che hanno inserito nella locandina i Vermoni e Frank il carlino nonostante abbiano complessivamente meno di trenta secondi di screen time potrebbero sentirsi già con la medaglia d’oro in tasca.

Chiudo facendo rispettosamente notare che per fare ironia non ho sfruttato l’ovvio assist del neuralizzatore cancella memoria, a differenza di questo film che ha biecamente inserito una gag autoreferenziale su Thor così azzeccata da farmi bramare la morte.

Una vaccata tellurica.

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