L'amichevole cinefilo di quartiere

Archivio per la categoria ‘Uncategorized’

Le ragazze di Wall Street – Business Is Business


Baby, take off your coat
Real slow
And take off your shoes
I’ll take off your shoes
Baby, take off your dress
Yes yes yes

TRAMA: In seguito agli effetti della crisi finanziaria del 2008, delle spogliarelliste formano un gruppo di ladre professioniste: dopo averli adescati e drogati, derubano i loro facoltosi clienti.
Ispirato a fatti realmente accaduti.

RECENSIONE:

Diretto da Lorene Scafaria, già alla regia di Nick & Norah, Le ragazze di Wall Street è un documentario di due ore piuttosto ordinarie sul rapporto tra la figa e il denaro.

Alcuni uomini usano il secondo per arrivare alla prima.

Alcune donne usano la prima per arrivare al secondo.

I due sono le colone portanti del film: non si lesina appunto nel sottolineare le disparità di mezzi tra gli uomini, identificati generalmente in beotoni dagli istinti piuttosto triviali e immediati, e le donne, costrette a causa di un rapporto di forze impari per quanto concerne i ruoli di vertice ad operare di necessità virtù, utilizzando prevalentemente le doti concesse loro da Madre Natura.

Il gruppo di protagoniste sfrutta infatti la debolezza principe del maschio per estorcergli ricchezza, accumulandone quindi ai suoi danni; quasi incarnando un ruolo da Robin Hood sui generis, le fanciulle si appropriano dei soldi appartenenti più o meno lecitamente ai ricchi utilizzando la loro determinazione, il loro savoir faire ma soprattutto…

Se il tema delle disparità di genere in un mondo spietato come quello smaccatamente capitalistico degli Stati Uniti poteva essere un punto di partenza assai interessante, la pecca principale di questo film è però di risultare fin dalle prime battute un’opera eccessivamente semplicistica e didascalica.

L’esposizione narrativa non è infatti mai del tutto convincente, poiché non affondando eccessivamente il colpo sulle dinamiche sociali che portano alle già citate diseguaglianze di ceto (e/o genere), non dimostra quindi quella profondità narrativa necessaria come l’acqua nel deserto per non ridurre la pellicola alla sagra dello stereotipo.

I personaggi presentati lungo il corso della vicenda sono infatti quelli legati principalmente ai macro-temi narrativi della rivalsa sociale e dell’iniziazione ad un gruppo.

La novizia si trova immersa in un ambiente che inizialmente non le appartiene ma a cui progressivamente si adatta, esponendosi quindi come l’individuo a cui venga prevalentemente indirizzata l’empatia del pubblico.
Affossata da problemi famigliari (figlia piccola, madre anziana, un partner inaffidabile) ella tenta disperatamente di prendere in mano le redini della propria vita, cogliendo al volo le occasioni, legali o meno, che le si presentino giustificandosi al mondo e a se stessa con il suo stato di necessità.

All’altro lato della bilancia abbiamo la matura scafata dall’atteggiamento molto più arrivista, materialista e legalmente ben oltre il borderline, che diventa chioccia del personaggio precedente introducendolo alle gioie dell’illegalità.
Essere umano colpito duro dalle avversità della vita, trova nell’apparente disparità tra i bisogni sessuali dei due generi una leva da utilizzare come novella Archimede per ottenere ciò che vuole, ritenendo illegittima la proprietà degli attuali detentori.

Intorno a loro gravitano delle comparse dalle storie bene o male equivalentemente tristi, o comunque caratterizzate da ristrettezze economiche o da un substrato sociale difficile.
Purtroppo ad eccezion fatta delle figure principali, comunque banali e noiose, esse risultano ruoli troppo abbozzati per ritagliarsi uno spazio che non sia esclusivo di una specifica caratteristica, dimostrandosi personaggi troppo bidimensionali e smussati con l’accetta.

Se Costance Wu abusa troppo dello sguardo da cagnona bastonata, Jennifer Lopez si conferma MILF Queen: dall’alto dei suoi cinquant’anni di seduzione mette ancora in riga le sbarbine grazie sia ad un ruolo cucito su misura per un’interprete dalla sua fisicità, sia perché costituisce l’unico nome dalla Fama maiuscola in un cast di figuranti.

Nonostante però in contesti prettamente statunitensi si sia pure ventilata una possibile candidatura agli Oscar, JLo risente troppo della già menzionata bidimensionalità caratteriale della sua Ramona, che la porta ad un’inevitabile parallelismo con gli Alonzo Harris del Training Day di turno, di cui la cantante risulta però una pallida copia da discount.

In conclusione, Le ragazze di Wall Street è un film che, escludendo un pubblico attratto dal fascino della Madre che Mi Piacerebbe Fottere, offre molto meno di quanto le sue pur buone basi avrebbero potuto rivelare.

Sufficiente sì, grazie comunque ad un comparto tecnico/artistico di fattura tutt’altro che scadente, ma che non si eleva da un sei di stima.

Un’occasione persa.

Light of My Life


And you light up my life

You give me hope to carry on
You light up my days and fill my nights with song

TRAMA: In un futuro non meglio precisato, una pandemia ha ucciso la metà della popolazione mondiale.
Dieci anni dopo, non ci sono più donne.

Un padre e una figlia camuffata da ragazzo viaggiano in questo mondo desolato, in cui il senso dell’umanità viene messo costantemente alla prova.

RECENSIONE:

Diretto ed interpretato da Casey Affleck (Oscar al migliore attore protagonista nel 2017 per Manchester by the Sea), Light of my Life rappresenta, come da titolo, una luce di umanità in un mondo spento.

Grazie soprattutto ad una chiara ispirazione narrativa presa da La strada di Cormac McCarthy (già trasposto in uno splendido film di John Hillcoat con Viggo Mortensen), la pellicola avanza lenta e cadenzata lungo una storia la cui colonna portante è la fiochezza dello spirito umano di fronte alle intemperie della vita.

Attraverso una fotografia terrea, ben sposata ad un’atmosfera deprimente che obbliga un forzoso ritorno alla natura, la società umana che fa da corollario alla vicenda è infatti monca: essa manca dell’elemento femminile, con i maschi a scoprirsi deboli e fragili non potendo più contare sulla presenza delle compagne di vita, che possano insieme a loro perpetrare il prosieguo della specie.

Il presente crudo si mischia con i dolorosi ricordi di un passato che è portatore della gioia dell’innocenza come della drammatica consapevolezza di quanto il corso della vita abbia colpito duro: uno sleale colpo sotto la cintola che lascia senza fiato i sopravvissuti, incapaci di accettare razionalmente quanto avvenuto.

E allora la felicità diventa mestizia, perché più si ripensa a quanto si era lieti prima meno si riesce ad ottenere la forza (mentale, fisica, morale) per andare avanti verso un orizzonte che probabilmente sarà altrettanto caustico, ma che costituisce comunque una direzione propositiva.

Ogni passo è una pena, ogni radura nei boschi o casa abbandonata in cui i due protagonisti cerchino riparo offre una protezione effimera ed instabile a confronto con la perenne sensazione di pericolo e accerchiamento a cui l’unicità della giovane li sottopone.

Consueto e innaturale, famigliare e collettivo, trivialità e società si fondono in un complesso calderone che è il rapporto tra due esseri umani in crescita e cambiamento.

Casey Affleck offre un’ottima performance, dalla straordinaria varietà di registro.
Babbo protettivo che si trova suo malgrado a dover sostenere un peso ben al di là di quanto già il suo complesso ruolo sociale di padre comporti, cerca di tenere al sicuro la figlia nel miglior modo possibile, senza però dimenticarsi che si tratta pur sempre di un individuo in crescita psicologica e fisica.

L’uomo vive infatti sulla propria pelle la difficoltà estrema di essere genitori, dovendo coniugare la tremenda situazione post-apocalittica in cui si trova con la necessità di crescere la propria figlia come un essere umano.

La giovane Anna Pniowsky molto brava in un ruolo basato sull’androginia per necessità e non per virtù; quasi un obbligato tomboy alle prese con la dolente necessità di doversi nascondere dietro una maschera in piena luce.

Rag, ragazzina apparentemente tra le pochissime portatrici rimaste del cromosoma XX, è quindi incarnazione della vera e propria Speranza: sia per l’individuo padre di poter prima o poi tornare ad un’esistenza quasi normale, sia per la specie umana per il futuro del mondo e della stirpe tutta.

Light of My Life è un film doloroso, ma che senza sfociare in una depressione fine a se stessa racconta una storia a suo modo delicata e dalle celate complessità, senza crogiolarsi però in un pigro patetismo.

Consigliato.

Finché morte non ci separi (2019)


Nella gioia e nel dolore.

Nella salute e nella malattia.
E di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita.

TRAMA: La prima notte di nozze di una ragazza prende una piega inaspettata quando la famiglia del suo sposo, arricchitasi producendo giochi da tavolo di successo, le impone di non sottrarsi a una macabra tradizione.

RECENSIONE:

Diretto dagli esimi Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett, registi di quella cazzatona atomica de La stirpe del male, Finché morte non ci separi è una frizzante black comedy con diversi colpi in canna, che riesce quindi a risultare godibile nonostante un impianto narrativo piuttosto ordinario.

Il clan altolocato che per motivi nebulosi (all’inizio, verranno ovviamente dipanati lungo la storia) decide di accanirsi spietatamente contro la novella sposa di un loro rampollo presta infatti il fianco a saporite metafore socioculturali che, pur abbozzate, elevano di un benefico gradino la pellicola rispetto alla volgare torma di opere slasher che appestano il cinema degli anni ’10.

Evitando fortunatamente qualsivoglia pretesa seriosa, e pigiando al contrario le suole sul pedale del divertissement sbarazzino, il film è un cocktail di assurdità e sangue, che scorre a fiumi lordando ma anche ornando come liquido motivo floreale una protagonista tostarella ma non piagata da inconsulte sbrodolate che annullerebbero l’empatia nei suoi confronti.

Il gioco che assume carattere mortale funge da punto di incontro tra i poli opposti del divertimento e della sofferenza; in questo caso è il gruppo a rivoltarsi contro uno dei partecipanti alla contesa, pur essendo entrambe le fazioni indispensabili per il prosieguo del gioco stesso, il quale per motivi di vera e propria immanenza non può infatti esimersi dalla presenza di due antipodi a duellare.

Il giuoco va a fondersi con uno dei più antichi passatempi nobiliari, ossia la caccia, che avendo nell’essere umano la preda più ambita diventa fonte di macabra sfida e stimoli perversi, in un canis canem edit inevitabilmente destinato a chiudersi con uno sconfitto.

Protagonista Samara Weaving de La babysitter (altra pellicola godibile nella sua assurdità scoppiettante), i cui enormi occhioni cerulei si prestano con garbo alla sequela di attentati ai suoi danni perpetrati dai Rockefeller dei board games, mentre gli interpreti della famiglia Le Domas danno corpo ai perfetti wasp che più bianchi non si può.

La fisicità da Barbie dell’australiana è infatti ottima se inserita in un’ottica di apparente vulnerabilità e debolezza, che vengono però soverchiate da un approccio deciso e sanguigno del suo personaggio, andandosi ad aggiungere al nutrito elenco di contraddizioni che caratterizzano piacevolmente il film.

Ruoli di contorno per l’Adam Brody di The O. C. e per una rediviva Andie MacDowell.

Consigliato per una serata all’insegna del disimpegno, ma senza fossilizzare totalmente le meningi.

Ad Astra


Per aspera ad astra (lat. «attraverso le asperità [si giunge] alle stelle»): frase con cui si suole significare che la via della virtù e della gloria è irta di difficoltà.
Una frase molto simile, “per ardua ad astra”, è stata assunta come motto araldico dalla Royal Air Force, l’aeronautica militare della Gran Bretagna.

TRAMA: Un astronauta compie un viaggio interstellare ai confini del sistema solare con due scopi: ritrovare il padre, scomparso anni prima, e svelare un mistero che rischia di mettere a repentaglio la sopravvivenza del genere umano.

RECENSIONE:

Si, d’accordo l’incontro
un’emozione che ti scoppia dentro
l’invito a cena dove c’è atmosfera
la barba fatta con maggiore cura.

La macchina a lavare ed era ora,
hai voglia di far centro quella sera
si d’accordo ma poi…

Tutto il resto è noia
no, non ho detto gioia, ma noia, noia, noia
maledetta noia.

Si, lo so il primo bacio
il cuore ingenuo che ci casca ancora
col lungo abbraccio l’illusione dura
rifiuti di pensare a un’avventura.

Poi dici cose giuste al tempo giusto

e pensi il gioco è fatto è tutto a posto
si, d’accordo ma poi…

Tutto il resto è noia

no, non ho detto gioia, ma noia, noia, noia
maledetta noia.

Poi la notte d’amore
per sistemare casa un pomeriggio
sul letto le lenzuola color grigio
funziona tutto come un orologio.

La prima sera devi dimostrare

che al mondo solo tu sai far l’amore
si, d’accordo ma poi…

Tutto il resto è noia

no, non ho detto gioia, ma noia, noia, noia
maledetta noia.

Si d’accordo il primo anno

ma l’entusiasmo che ti resta ancora
è brutta copia di quello che era

cominciano i silenzi della sera.

Inventi feste e inviti gente in casa
così non pensi almeno fai qualcosa
si, d’accordo ma poi…

Tutto il resto è noia

no, non ho detto gioia, ma noia, noia, noia
maledetta noia.

Chiara Ferragni – Unposted


trendy
 ⟨trèndi⟩ agg. ingl. (propr. «alla moda»). – Che segue o contribuisce a creare una tendenza, una moda: un locale t.; una rivista trendy.

TRAMA: Documentario basato sulla famosa influencer Chiara Ferragni, e di come i social network abbiano cambiato il mondo dei media e del business.

RECENSIONE:

Ero piuttosto indeciso se da cinefilo fossi moralmente tenuto a guardarmi questo Chiara Ferragni – Unposted e successivamente magari scriverci qualcosa a riguardo.

Non tanto per la qualità dell’opera, che definire miserabile sarebbe eufemistico e dalla quale infatti non nutrivo alcuna speranza se non che mi provocasse una misericordiosa morte cerebrale, quanto per la sua stessa essenza.

Chiara Ferragni – Unposted non è un film.

È una pubblicità.

Uno spot promozionale di un’ora e mezza scarsa, messo in piedi con l’unico scopo di elogiare meccanicamente un marchio vivente.
Un’azienda bipede, un’imprenditrice che svolge un’attività lavorativa legata nel senso più stretto possibile a quanto i suoi seguaci (“adepti” forse sarebbe un termine più corretto) la ammirino, la idolatrino e contribuiscano con la loro curiosità malata a renderla un personaggio degno di nota.

Ciò è intuibile già dalle prime sequenze: si comincia con l’Insalata Bionda che si fa un piercing negli Stati Uniti, un momento di intenso valore emotivo ed umano, poi si passa a brevi interventi da parte di figure più o meno di spicco nel mondo fashion che incensano lei e il ruolo del blogger modaiolo, a seguire alcuni brevi spezzoni sulle sue partecipazioni a sfilate di marchi vari.

Tutto piatto, banale, freddo e asettico, in cui il calore che lo spettatore dovrebbe provare per “una ragazza che ce l’ha fatta” viene soffocato dagli orpelli, dalla forma, dalla superficialità esasperata, azzerando totalmente sia una possibile empatia da parte del pubblico, sia una resa più umana di un personaggio che appare invece terribilmente finto, artificiale e plastico.

A tutte queste amenità si aggiungono filmini di repertorio riguardanti l’infanzia di Chiara, come i primi passi da bimba, le gite al museo e la continua, costante necessità di essere ripresa dalla telecamera della madre.

Donna che nell’ottica fornitale dal documentario appare fissata piuttosto maniacalmente con l’immortalare su video le figlie, la genitrice offre uno dei maggiori contributi al tono delirante del film, attribuendo alla Ferragni dei lati caratteriali (“determinata, che non vuole soverchiare gli altri e con un forte senso di giustizia”) che sarebbero forse più calzanti se riferiti a Gesù Cristo o a Superman, e piantando così l’ennesimo chiodo sul coperchio della bara che rinchiude il buon gusto.

Ad orchestrare il tutto vi è un taglio documentaristico dal pregevole stile nordcoreano, con la totale mancanza non solo di una qualsiasi forma di contraddittorio, a cui si potrebbe comunque soprassedere visto l’esasperato intento elegiaco nei confronti della giovane sciacquetta cremonese, ma pure carente di una seppur minima riflessione sulla superficialità sdoganata dalla figura dell’influencer, e sul suo delicato ruolo nel fare da guida a una sconfinata pletora di spettatori.

Un soggetto che trae la propria forza dal condizionare (“influenzare“, appunto) l’opinione dei suoi followers, un esercito di zombie idioti che scelgono di delegare il proprio senso critico nella scelta di come vestirsi, viene raffigurato come un Re Sole inattaccabile e quasi disumano.

Alcune parentesi del documentario in cui il livello del più becero trash si impenna particolarmente:

– l’incontro con Paris Hilton, in cui si raggiunge una quantità di Niente che si credeva riscontrabile solo ai confini dello spazio finora conosciuto;
– le interviste ad alcuni followers di Chiara su Instagram che paiono appena usciti da 1984;
– le innumerevoli inquadrature in cui la Ferragni fissa intensamente e fieramente il vuoto, scelta stilistica che presumo ricerchi intensità emotiva ma che mi ha riportato alla mente le vacue pupille di un pesce spada morto sulla ghiacciaia;
– il video dei preparativi per il matrimonio, in cui Fedez propone di suonare la meravigliosa Amore che vieni, amore che vai ma la proposta gli viene bocciata perché “è una canzone triste”;
– il figlio utilizzato come spudorata merce acchiappa-like.

Sentir definire dopo soli cinque minuti di film un nulla su due gambe come “una figura aspirazionale, una figura che diventa modello per milioni di ragazze” mi ha fatto ghiacciare il sangue nelle vene.

Vergognatevi.

C’era una volta a… Hollywood


Once upon a time you dressed so fine

Threw the bums a dime in your prime, didn’t you?
People call say ‘beware doll, you’re bound to fall’

TRAMA: Los Angeles, 1969. Un attore di grido ora ridotto a recitare in serie tv western ed il suo stuntman si muovono nella Hollywood che farà da cornice all’omicidio dell’attrice Sharon Tate per mano della Family di Charles Manson.

RECENSIONE:

Nono film diretto da Quentin Tarantino (considerando le due parti di Kill Bill come lungometraggio unico), C’era una volta a… Hollywood è un caloroso omaggio ad un cinema che non c’è e non ci sarà mai più.

Il divismo, il luccichio che a volte non indica la presenza di oro sottostante, un amore incondizionato sia per IL Cinema (arte nella sua più ampia espressione) che per UN particolare cinema (quello anni sessanta) si trasforma da omaggio intimo e personale del cineasta nato in Tennessee ad un elogio vasto e rispettoso, più da affezionato cultore che da professionista del settore.
La Settima Arte possiede infatti la grande capacità di non essere una proprietà esclusiva di chi la ama, essendo al contrario dotata di un carattere universale ed ecumenico, potendo raggiungere quindi ogni categoria possibile di spettatori, anche i più casuali, proponendo dal grande classico al lungometraggio impegnato, dalla commedia per famiglie al drammone d’essai.

“C’era una volta” è la formula che fin da bambini abbiamo appreso essere l’inizio delle favole, e anche questo C’era una volta a… Hollywood intraprende un percorso fiabesco (soprattutto nel segmento finale) proponendosi come un prodotto che nonostante si basi su un meccanismo di storie parallele à la Pulp Fiction non è forse così tarantiniano quanto potrebbe sembrare (anche in questo caso, escludendo l’ultima ventina di minuti da puro Quentin).

Efficace in tal senso la rappresentazione di Sharon Tate come vero e proprio angelo del Cinema: una presenza dolce, raggiante ed eterea che brilla di luce propria (grazie ad un’interpretazione genuina e priva di manierismi inutili di Margot Robbie); un essere delicato e dolce, reso ancor più struggente agli occhi dello spettatore che ripensi al fato barbaro destinato per lei dal corso degli eventi.
Una figura che si erge al di sopra del cinema come industria (sovente rappresentata in C’era una volta a… Hollywood mediante agenti magheggioni, dietro le quinte caotici, meticolose preparazioni delle scene) per incarnare il cinema come Arte.

Sorretta da un impianto tecnico di tutto rispetto (scenografie ricreate maniacalmente, abbigliamento, fotografia) che risulta piacevolmente immersivo in un decennio di ruggente star-system statunitense, la pellicola è un’opera di ricca organicità grazie anche all’inserimento di una miriade di piccole o grandi citazioni ad elementi cinematografici (e non) realmente esistenti (le star, i film, lo showbiz), riuscendo a proporre quindi numerose chicche per appassionati e cultori cinefili.

Il cinema che trionfa sulla violenza, sulla realtà e persino sulla Storia, piegandola a proprio vantaggio come solo in una fiaba può avvenire: un racconto in cui è sempre il principe valoroso a sconfiggere il temibile drago, in cui i personaggi buoni vissero tutti felici e contenti mentre i malvagi vengono puniti brutalmente per le proprie azioni empie.

L’ambientazione anni ’60 presta impeccabilmente il fianco a tali tematiche: colorata, libera, spensierata e sotto la forte influenza dell’amore universale quanto caratterizzata da piccoli ma intensi sprazzi di malvagità sotterranea.
Un male torbido, carnale e brutale, non visibile apertamente ma presente e sobbollente come il magma.

Cast monumentale.

DiCaprio e Pitt entrambi nei panni di un personaggio la cui parabola ondivaga parte da un (relativo) picco per poi inabissarsi a causa delle circostanze, avendo però successivamente una possibilità di redenzione e ascesa quasi da fenice, che proprio dalle sue ceneri trae la forza per la risalita a nuova vita.

“Non è il mondan romore altro ch’un fiato / di vento, ch’or vien quinci e or vien quindi, / e muta nome perché muta lato” scriveva Dante Alighieri nell’undicesimo canto del Purgatorio parlando della fama e della presunzione.

Rick Dalton, il divo che non trova più ruoli alla propria (ritenuta) altezza, dovendosi confrontare con il cambiamento del cinema in generale e con il ridimensionamento della sua celebrità in particolare, temendo quindi la possibilità di trasformarsi in un vetusto relitto incagliato e dall’attrattiva solo museale, è fattore portante della fama come entità aleatoria e sfuggente.

L’altra faccia della medaglia è il suo stuntman, Cliff Booth, le cui fortune dipendono non solo dalla propria bravura, ma anche dal percorso lavorativo dell’attore di cui è braccio destro. La sua carriera professionale segue quindi un doppio percorso, risultando sia autonoma che dipendente, con la sua carriera spesso sul filo del rasoio anche a causa di un ostracismo dovuto ad eventi passati.

Oltre a DiCaprio, Pitt e la Robbie (come già detto, diva nel ruolo, divina nella sensibilità con cui Sharon Tate è stata raffigurata) abbiamo una pletora di star.

Al Pacino come agente cinematografico diverte e si diverte, con il suo personaggio che è occasione sia per slanci di ammirazione verso il cinema anni ’60 sia per una critica alla superficialità statunitense nei confronti dell’industria europea, vista con immeritata spocchia.

Rappresentati molti divi realmente esistiti nel periodo: tra gli altri, Timothy Olyphant è la star di Lancer James Stacy, Damian Lewis appare in un piccolo cameo come Steve McQueen, Mike Moh dà corpo ad un particolarmente stereotipato Bruce Lee (con seguente polemica da parte della figlia di Lee, Shannon, che non ha particolarmente apprezzato il ritratto del padre) mentre Luke Perry interpreta l’attore Wayne Maunder (sia Perry che Maunder sono scomparsi durante la produzione del film).

I giovani Austin Butler, Dakota Fanning, Maya Hawke e Victoria Pedretti interpretano alcuni membri della Manson Family, mentre Charles è Damon Herriman, che interpreta lo stesso ruolo nella seconda stagione della serie tv Mindhunter (ambientata una decina di anni dopo rispetto a questo film).

C’era una volta a… Hollywood è un’opera che riesce ad incarnare un amore personale per poi alimentarlo come un incendio ed estenderlo quindi allo spettatore, invitandolo a far parte del cinema: un mondo crudo e magico, veniale ed artistico, immanente e trascendente.

Consigliato.

Riccione

– Prima inquadratura: logo alla Wes Anderson dei poveri.
Seconda inquadratura: Edoardo Mecca.
Terza inquadratura: Ludovica Pagani con mezze tette di fuori.
Ho il tremendo sospetto di aver già capito quale sarà il tono del film, e mi sto cagando addosso dal terrore.

– “2001” per farci capire che siamo in un flashback e sul bancone si può vedere uno smartphone; “Nel programma sono presenti inserimenti di prodotti ai fini commerciali” e già si intuisce la mega marchettata galattica che implacabile sta per abbattersi su di noi.

– Secondi trascorsi: 34, e voglio già cavarmi gli occhi con un rompighiaccio.

– Una turbofiga siderale scrive di propria sponte il suo numero di telefono ad uno con la faccia da totano, per nessun particolare motivo apparente.

Genere del film: distopia fantascientifica.

«Ehm… i miei occhi sono quassù…»
«Quali occhi?»

– Maurizio Merluzzo, bravo doppiatore e simpatico youtuber, che legge un testo la cui banalità contenutistica imbarazzerebbe Fabio Volo.

– Dopo che una turbofiga siderale gli scrive di propria sponte il suo numero di telefono, Edoardo Mecca decide di andare a mignotte (in taxi???), pagando anche con la banconota su cui ha il cellulare della fregnona.

E via che il film ci diventa critica socio-psicologica, con il ragazzo che predilige la prostituta alla tizia con un lavoro normale perché in fondo le donne sono tutte un po’ sante e un po’ zoccolone, mentre l’uomo… no, è solo una scena pensata con il culo.

Ecco cosa succede a digitare “Riccione Mecca” su Google.

– Spiaggia, ed è subito inquadratura sui culi delle comparse femminili, figuranti che non rivedremo mai più.

Mi immagino il direttore del casting, che munendosi di una faccia il più possibile somigliante ad un culo, spiega a delle poco più che ventenni come verrà ripresa la scena.
E vivissimi complimenti anche al cameraman, per aver girato usando una mano sola.

Calabresi a Riccione? Seriamente? Con la differenza che passa tra i due litorali è un po’ come se Agnelli decidesse che per due settimane la vita del miliardario gli facesse schifo e preferisse passarle al tornio in una delle sue fabbriche.

– Prima bomba sganciata al minuto 4:01: il bagnino omosessuale stereotipo becerissimo del ricchione super saiyan di terzo livello da film dei Vanzina degli anni ’80.
AH AH!! FA RIDERE PERCHÉ È FROCIO!! AH AH!! GLI PIACE IL PENE!! AH AH!!


Nel 2019.

Prodotto dalla RAI.

Perdonali, Ricky Martin, perché non sanno ciò che fanno.

– Visione messianica di altre due ultra-fighe che escono dall’acqua come una versione soft porno di Ursula Andress in Agente 007 – Licenza di uccidere, con entrambe che si strizzano platealmente le bocce (e ovvio primo piano sulle suddette poppe) con i nostri eroi che ci rimangono come nell’Estasi di Santa Teresa.

– Una delle due tizie si mangia pure il calippo, MA BASTA!

– Se almeno una volta nella vita qualcuno di voi maschietti ha usato davvero con successo il trucco scelto da questi due caproni per ottenere il numero delle galline, non so se esserne piacevolmente colpito o sarcasticamente depresso.

– Lo scambio «Ma per caso tuo padre fa il ladro?» «No, perché?» quasi speravo si concludesse con «Perché è rumeno», così oltre a sessismo ed omofobia ci mettevano pure il razzismo e facevano primiera.

– Dopo che uno dei due coglioni ha dimostrato tautologicamente di essere un completo imbecille, Valentina Vignali (una delle due patonze, l’altra è l’insta-tizia Roberryc) gli dice «Stasera tu esci con me» succhiando voluttuosamente un cucchiaino di plastica.
Ho visto film porno più sottili di questa PORCATA REALIZZATA CON IL PATROCINIO DELLA TELEVISIONE PUBBLICA NAZIONALE.

Valentina Vignali scelta per le sue enormi doti recitative.

– Comunque faccio umilmente notare che l’ossessione dimostrata da tutti i personaggi maschili per la fica è un qualcosa di abbastanza preoccupante.

– Shade che vende cocco su una spiaggia della riviera romagnola indossando uno smanicato della Juventus per poi rappare contro se stesso.
Mai avrei pensato di avere l’occasione per scrivere una frase del genere.

– P.S. una delle lyrics è “Alla tua ragazza più che il cocco piace la pannocchia”, con lei che sorride.
No, ma avanti così, RAI.
Facciamoci del male.

– In mezzo a tutto questo frizzante marasma escrementizio voglio spezzare una lancia in favore degli Autogol (a proposito di frasi che non avrei mai pensato di vergare) per essere gli unici a recitare i propri dialoghi in modo relativamente credibile e realistico.
Relativamente, ho detto.

– In Fantozzi al protagonista devastato dalla partita di calcio aziendale appariva San Pietro appollaiato sulla traversa.
In Riccione compaiono delle belle fighe vestite da prostitute che si passano il rossetto sulle labbra in slow motion, dopo averlo aperto in un modo che più allusione al prepuzio che scorre sul glande non potrebbe esistere.
Ridendo e scherzando ho perso il conto di quanti velati riferimenti al sesso orale siano presenti in questo prodotto di mamma RAI.

– «Mi scusi, ma come mai ha quei preservativi lì attaccati?»
Perché la Durex non ha voglia di impegnarsi con i product placement, visto che qualsiasi luogo pubblico gli rende una pubblicità molto più efficace.

– Mi rifiuto categoricamente di commentare la sequenza del taxi: e la finta licenza, e il bagagliaio, e la bambina, e la bicicletta, e i goldoni usati come pallo… fate come volete.

– Panpers, ma non farò battute sulla qualità fecale delle loro gag, perché sono un signore.
Però “dove il savoir-faire fallisce la tangenziale sopperisce” ha il suo perché.

Ma sapete che sbronzarsi a morte potrebbe essere un’idea…?

Gag contro i grassi! Cazzo, questa mi manca! Te la chiedo in cambio di gag sugli uomini malati di figa, tanto quella ce l’ho già quintupla.

– Quando ormai pensavo (e speravo) che il peggio fosse stato ormai raggiunto, ENZO SALVI DI RITORNO DAL REGNO DEI MORTI!
Se ci caccia fuori un “Mamma mia comme stoooo” pratico un suicidio rituale.

Ok, amici, è stato bello.

No, non è vero, è stato uno schifo.

Come abbia fatto quest’uomo a campare grazie ad uno dei tormentoni più brutti della storia della comicità è fuori dalla mia umana comprensione.

– Le pubblicità delle aziende che hanno pagato per comparire in questo film sono più fastidiose, evidenti e spudorate di quelle della Volvo in Twilight.

– Festa a caso, stereotipi nord/sud che mi hanno già tracimato i coglioni, appare nell’erba alta un Fede Rossi “Frankie Commando” selvatico.

– Chiusura sulle boiate che hanno fatto leggere al povero Merluzzo, dove scopriamo che Mecca e la fregnona Pagani stanno pure insieme.

Riccione: una sequela interminabile di scenette che non portano da nessuna parte, piene di stereotipi, battute che non farebbero ridere nemmeno se ne andasse della nostra sopravvivenza, innumerevoli riferimenti alla fica e comparsate di web star del cui successo ritengo dovremmo interrogarci a livello di civiltà umana.

Quasi quaranta minuti della mia vita che non otterrò mai più indietro e che sono pure una scopiazzatura pecoreccia di Un pezzo da venti o de L’argent.

Voglio morire.

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