L'amichevole cinefilo di quartiere

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Detainment

L’omicidio di James Bulger venne commesso il 12 febbraio 1993 a Liverpool; la vittima fu un bambino di due anni, che venne rapito e ucciso da due ragazzini di 10 anni, Jon Venables e Robert Thompson.
James scomparve dal centro commerciale New Strand a Bootle, dove si trovava con sua madre Denise; il suo corpo mutilato fu ritrovato sui binari di una linea ferroviaria il 14 febbraio.

Thompson e Venables furono arrestati il 22 febbraio; Il 24 novembre furono giudicati colpevoli dalla corte suprema di Preston e condannati a otto anni in prigione.

Nel 2001 vennero rilasciati e gli è stata assegnata una nuova identità.

Questa la pagina Wikipedia italiana sul caso: https://it.wikipedia.org/wiki/Omicidio_di_James_Bulger

Detainment, corto irlandese candidato agli Oscar nel 2019, ricostruisce il rapimento e gli interrogatori.

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Pokémon: Detective Pikachu


C’è un luogo e un momento per ogni cosa. Ma non ora.

TRAMA: Ryme City è una metropoli moderna e caotica in cui umani e Pokémon convivono tranquillamente. Questa coesistenza pacifica rischia di scomparire, minacciando entrambe le popolazioni…

RECENSIONE:

In un panorama cinematografico in cui le idee scarseggiano e si ricorre sempre più spesso a riesumare cult del passato, riveduti e corretti sotto una luce “nuova” con risultati finali che spaziano dal deprimente all’agghiacciante, ci mancava solo il live action sui Pokémon.

No, seriamente, mancava solo quello per davvero, gli altri ce li siamo sparati tutti o quasi.

Tratto dall’omonimo videogioco Nintendo del 2016, ennesimo capitolo di una delle saghe videoludiche più famose e redditizie della storia, Detective Pikachu è il tentativo di utilizzare per un’opera cinematografica la CGI moderna: staccandosi quindi dall’animazione classica legata alla serie televisiva (con finora ben ventuno lungometraggi quasi tutti direct to video in Italia), si tenta un approccio à la Chi ha incastrato Roger Rabbit? sfruttando le attuali meraviglie della computer grafica per trasporre nel nostro mondo i celebri mostriciattoli tascabili.

I celebri e con uno stile grafico che non si presta minimamente al realismo mostriciattoli tascabili.

Mi spiace di aver già utilizzato La dichiarazione di Randolph Carter in una precedente recensione, perché se è vero che gli esemplari più carini e coccolosi di queste bestie videoludiche assumono le fattezze di simpatici peluche da accarezzare, altri sgorbi paiono orrori scaturiti dalla peggior mente malata e oppiomane.

Se la regia tenta un’opera di ibridazione computer grafica – live action che possa amalgamare i due mondi visivi, è palese che quindi purtroppo non tutti i soggetti coinvolti si prestino a tale tentativo, per un prodotto finale a volte dall’apparenza quasi magica, a volte quasi scarabocchiato e approssimativo.

La regia pare inoltre ingolfata da un ritmo narrativo sincopato ed eterogeneo, che alterna fasi para-introspettive basate sul dialogo e sul confronto tra sentimenti a sequenze puramente d’azione ignorante, che risultano però paradossalmente troppo dilatate e ripetitive.

E quindi noiose.

Il film sui pokémon, signore e signori!

La sceneggiatura ha una resa bifronte: è un Dottor Jekyll nella prima oretta, con stilemi narrativi che, per quanto classici e già visti, compiono il proprio dovere di mero proseguimento della trama (abbiamo ad esempio il protagonista con una particolarità che lo fa emergere dalla massa, l’amicizia improbabile, una ricerca della verità senza prove a supporto…); per quanto la profondità espositiva sia paragonabile ad una gara di imitatori di Adriano Celentano, per un pubblico infantile, ma anche per un adulto senza poche pretese, pare che la nave possa arrivare facilmente in porto.

Peccato che allo scoccare dei due terzi di durata il mite scienziato londinese assuma la pozione, tramutandosi in un delirio simil-messianico che deraglia nella sagra del nonsense: personaggi acquisiscono abilità fuori da ogni logica narrativa, diventando così risolutivi da sfiorare la qualifica di ex machina e portando di conseguenza ad una conclusione raffazzonata e piaciona come poche.

Protagonista umano Justice Smith, il cui comic relief in Jurassic World – Il regno distrutto è piacevole quanto infilarsi degli aghi sotto le unghie e che anche qui si conferma un cane un interprete piuttosto mediocre e monocorde.

Partner del nostro accattivante protagonista è Kathryn Newton, nell’ormai classico ruolo femminile dallo spessore di una rondella e che incarna perfettamente lo stereotipo della bella figotta che sì, magari proviamo anche a darle una personalità, ma in fondo sappiamo che non è un fattore importante nell’economia della pellicola.

Tanta grazia che non è stata resa come un sogno masturbatorio o una specie di Rambo ammazzatutti.

Ryan Reynolds solito gigione nell’interpretazione tramite motion capture dell’odioso sorcio giallo del titolo, con Nintendo vogliosa di rimarcare la necessità per vendere il proprio prodotto di operare l’ennesima fellatio nei confronti del roditore sparafulmini.
A sostituirlo vocalmente Francesco Venditti, figlio di Antonello e già voce italiana dell’attore canadese nei due Deadpool. Difficilmente giudicabile la prova di doppiaggio, in quanto è il Mercenario Chiacchierone senza armi, turpiloquio e riferimenti sessuali.

Quindi una noia rara.

Nel cast di contorno, selezionato palesemente a caso, abbiamo Ken Watanabe, che lontanissimi i tempi de L’ultimo Samurai ormai è la prima scelta come “tizio giapponese saggio e in là con gli anni” e Bill Nighy che se già da tempo si è reso protagonista di partecipazioni a pellicole discutibili, arrivato ai settant’anni ormai se ne strafrega di scegliere buoni progetti.

Spicca Rita Ora, che interpretando una scienziata conferma la piaga dell’alcolismo diffusa tra i direttori di casting.

Prima immagine che mi balza in mente quando penso ad una donna che abbia votato la sua vita alla nobile scienza.

Pokémon: Detective Pikachu è una… boh… “roba” che oltre a non stare né in cielo né in terra a causa di premesse narrative che si sposano malissimo con una trasposizione realistica, risulta un ibrido di intrattenimento che non è indirizzato ad un target di pubblico che si elevi ai preadolescenti.

Un vero peccato, considerando che la loro nascita nel 1996 consentirebbe loro di avere appeal anche su un pubblico più maturo rispetto ai bimbi.

Male male.

After Porn Ends – Serie di film

RECENSIONE:

Trittico di documentari datati 2012, 2017 e 2018, la serie After Porn Ends racconta le vicende professionali passate e presenti di personaggi con una significativa esperienza nell’ambito della pornografia.

Registi, produttori e interpreti, ritirati o ancora in carriera, raccontano brevemente la propria storia umana e lavorativa, con le scelte che li hanno portati ad approcciarsi all’intrattenimento per adulti e, soprattutto, le loro impressioni su questo particolare mondo e sui cambiamenti che abbia avuto nel corso degli anni.

Proprio l’elemento umano è ciò che assume giustamente la prevalenza, rendendo After Porn Ends un prodotto interessante: i soggetti coinvolti vengono infatti mostrati a nudo non solo fisicamente, tramite immagini di repertorio (comunque tendenzialmente soft) ma anche personalmente, grazie alle loro opinioni soggettive legate al coinvolgimento emotivo in un settore professionale ancora visto sotto un’ottica di imbarazzo, rimprovero o addirittura disgusto da una buona fetta di “esterni” ad esso.

E anche parecchia ipocrisia.

Vengono quindi menzionate, ad esempio, le stranite reazioni di parenti ed amici o le origini famigliari talvolta complesse, caratterizzate in alcuni casi da fattori come genitori assenti, difficile stato economico o semplice necessità di ottenere denaro facilmente.

Dalle origini si passa poi agli ostacoli della maturità, in cui nel caso di una prole si deve per esempio affrontare l’opinione dell’amichetto dei figli, o la semplice necessità di un distacco da occasioni di riunione semplici come quelle genitori-insegnanti, onde evitare imbarazzi.

Un punto focale, che gli stessi intervistati sottolineano, è che le loro scelte professionali condizionino irrimediabilmente le loro vite private: se, molto brutalmente, “una volta preso un cazzo in bocca davanti ad una telecamera non si può più tornare indietro” è anche vero che l’oggetto di masturbazione di milioni di persone nel mondo è pur sempre un essere umano, con un carattere ed una forza mentale che possono essere più o meno solidi.

After Porn Ends è relativamente onesto nel mostrare anche il lato più negativo e tetro della medaglia: dai continui controlli medici alle vere e proprie malattie sessualmente trasmissibili, sia quelle momentaneamente “invalidanti” per la professione, ma solamente fastidiose, che una vera piaga come l’AIDS.

Non ci si pone quindi problema di sorta a raccontare come cambi la vita di un attore scopertosi sieropositivo, di come la salute nel mondo del porno sia tutelata e di come sia sempre presente la consapevolezza, latente o meno, di svolgere una professione che comporti un rischio di compromissione della propria integrità fisica.

Come principio concettuale, è così diverso dall’appassionato di sport estremo che lo pratica per adrenalina, soldi o semplice passione, pur rischiando ogni volta seri danni personali?

Anche il fattore preminentemente ambientale viene sviscerato dalle diverse testimonianze: se la maggior parte dei racconti dipingono un mondo della pornografia svolto per la maggior parte da professionisti seri, alcune storie vertono su sfruttamento, droga, coercizione mentale più o meno pesante ed altre vicissitudini relative all’incontro con figuri che sfruttano il porno nel modo più bieco.

After Porn Ends si concentra proprio sull’inscindibilità tra vita privata e lavorativa di chi svolga un mestiere del genere, e su come persone che vengano pagate per essere riprese mentre hanno rapporti sessuali ora stereotipati, ora estremi, ora da soli, affrontino con determinazione o semplice indifferenza il mondo esterno.

Pur non contando su un apparato tecnico-narrativo di particolare rilevanza all’interno del genere documentaristico, basandosi precipuamente su semplici testimonianze corredate da foto o archivi d’epoca, e nonostante (o proprio perché) si limita ad una mera esposizione di storie umane, After Porn Ends può risultare una serie molto interessante.

Per tentare di capire un mondo, quello del porno, tanto conosciuto quanto poco compreso.

 

 

The Silence


Talvolta la sordità è una benedizione.

Con The Silence sicuramente.

TRAMA: Mentre il mondo è assediato da terribili creature che scovano le loro prede umane grazie al proprio super udito, la sedicenne Ally, non udente da tre anni, e la sua famiglia cercano di mettersi al riparo…

RECENSIONE:

Ennesimo originale Netflix di qualità aberrante, The Silence è una pigra porcheria che oltre a presentare oggettivi difetti in fase costruttiva (sceneggiatura, soprattutto) subisce pure la scalogna di essere sembrare una copia carbone del buon A Quiet Place di John Krasinski, uscito solo un anno fa.

Al confronto del quale emerge una differenza simile a quella presente in campo calcistico tra il Barcellona catalano e il Barcellona Pozzo di Gotto.

Una delle pecche principali di questa boiata è sicuramente la trama, che pur considerando la presenza consona per l’horror di un patto narrativo (sarebbe infatti un errore approcciarsi al genere ricercando veridicità estrema), non evita l’alzata di più che un sopracciglio, a causa soprattutto di una scrittura eccessivamente facilona e superficiale.

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«Mio Dio, ma quella è proprio una clamorosa cazzatona…» «Stanley, ho paura…»

Nonostante infatti sia stato ipotizzato che solo negli ultimi quarant’anni l’uomo abbia causato l’estinzione di ben il 60% delle specie animali selvatiche, qui uno sciame di pipistrelli preistorici riesce a provocare una deriva apparentemente apocalittica della nostra società; è quindi presumibile che i vertici degli eserciti mondiali siano chiroptofobici come Batman, perché una delle pietre miliari su cui si poggia l’impianto narrativo della pellicola è proprio l’enorme pericolo causato da creature che, per quanto numerose ed aggressive siano, sono semplici animali.

Si aggiunga anche che l’udito delle bestie (non chi ha prodotto il film, quelle che volano) sia più o meno acuto in base a mera convenienza di trama, poiché a parità di decibel esse talvolta non si accorgono delle fonti rumorose, mentre in altre situazioni anche il più impercettibile rumore ne causa l’attenzione.

Viene quindi a crollare come un castello di carte uno dei principi fondamentali da tenere a mente quando si inseriscano antagonisti, animali o senzienti, dotati di particolari poteri: inquadrare specificatamente i limiti di tali abilità, mostrando perciò in modo chiaro fino a dove esse possano spingersi e quali siano i loro massimi.

Come visto nel precedente Velvet Buzzsaw anche qui Netflix si conferma maestra nello sprecare cast importanti: oltre alla Kiernan Shipka ex Mad Men e in lampa di lancio con Sabrina, ci provano invano Miranda Otto e quel povero Cristo di Stanley Tucci, attore dall’enorme talento che dovrebbe essere messo in condizione di lavorare in prodotti di ben altro spessore.

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Spettatori che dopo aver visto “The Silence” decidono di darsi fuoco.

Tra un rimando tristissimo ad Uccelli, che meno male Hitchcock è morto da quarant’anni, e alcune dinamiche narrative ormai straviste (la famiglia che perde letteralmente i pezzi, i diversi approcci alle tragedie, il fondamentalismo religioso inserito per motivi francamente incomprensibili), The Silence costituisce un’ora e mezza della mia vita che non riavrò mai più.

John Leonetti dovrebbe cambiare mestiere, perché con The Silence oltre che sordi bisognerebbe essere ciechi.

Un film riprovevole.

The Dirt: Mötley Crüe


«Una volta abbiamo visto un gruppo di prostitute, poi ci siamo avvicinati e ci siamo accorti che erano i Mötley Crüe».

James Hetfield.

«Preferirei avere i testicoli mangiati da Hannibal Lecter che fare ancora un tour con i Mötley Crüe».
Dave Mustaine.

TRAMA: La carriera dei Mötley Crüe, band heavy metal nata a Los Angeles nel 1981. Con il loro stile di vita dissoluto e un look trasgressivo, quattro ragazzi disadattati entrano nella storia del rock con il soprannome di “padrini del glam metal”.

RECENSIONE:

Acqua Guizza dei film biografici musicali, The Dirt è un pigro tentativo di sfruttare il nome di una rock band anni ’80 di successo per imbastire un prodotto cinematografico che risulta però assai debole e sciapo.

Incomprensibili innanzitutto le mal pensate scelte artistiche dell’opera, che paradossalmente vedono relegato quasi in secondo piano l’elemento musicale del gruppo per concentrarsi invece blandamente su quello umano, che purtroppo non esula da facili stereotipi risultando superficiale e ripetitivo.

Appurato infatti che la vita estrema delle rock star si basa su scopare, drogarsi, scopare, ubriacarsi, scopare, sfasciare le stanze d’albergo e scopare, il film considera la carriera musicale in senso stretto dei Mötley Crüe come un mero riempitivo alle scorribande sopra le righe dei quattro ragazzi, ponendosi quindi un focus narrativamente sbagliato.

Le vicende che dovrebbero appassionare non lo fanno (ok, sono dei somari, quindi? Ok, si accoppiano come conigli, quindi?) poiché inserite in quell’ovattato contesto eighties da rock band che aumenta terribilmente la distanza tra personaggi e spettatori, limitando fortemente il necessario senso di empatia che dovrebbe scaturire nel pubblico; allo stesso modo, i pochi momenti emozionali buttati un po’ a casaccio per non focalizzarsi unicamente sull’assalto alle vulve, al Jack Daniels e alla polvere magica sono stantii e scarsamente amalgamati con il tono generale della pellicola, nel complesso fortemente ironico e scanzonato.

The Dirt pare quindi più una pisellosa autocelebrazione di quattro (ex) maschietti terribili (infatti nelle vesti di produttori) che un vero e proprio racconto simil-organico degli alti e bassi tipici di una carriera musicale di svariati decenni; da registrare inoltre che escludendo qualche cambio di look in corso d’opera, lo scorrere degli anni è dalla difficile comprensione, poiché il trucco degli attori si limita solo ad “evocare” una vaga idea dei veri Sixx, Lee, Mars e Neil senza una vera e propria mimesi fisica.

Allacciandosi a questo punto, il cast risulta sì leggermente in parte, ma purtroppo non così tanto da offrire allo spettatore l’idea di avere di fronte i veri Mötley Crüe e non dei loro pallidi cosplayer da revival rock.
Spicca in negativo Richard Colson “Machine Gun Kelly” Baker come Tommy Lee, non riuscendo purtroppo ad azzeccare i binari di un  personaggio che tra festini, gossip e matrimonio infelice avrebbe dovuto ricevere una raffigurazione maggiormente all’altezza.

Sorprendentemente uguale Tony Cavalero come riuscitissimo Ozzy Osbourne, presente però solo in una sequenza di contorno.

Volendo allacciare un paragone con il ben più riuscito Bohemian Rhapsody, esso risulta impietoso, con The Dirt che è veramente una versione mal riuscita, zeppa di scelte artistiche poco ispirate (il senso degli sfondamenti della quarte parete per rivolgersi direttamente al pubblico?) e che, al di là dell’amore che si possa avere per l’una o l’altra band, non riesce a sostenerne il livello tecnico.
A titolo meramente informativo, basti prestare attenzione al numero di canzoni inserite nelle rispettive pellicole: ben 22 per BR, solo 14 qui.

The Dirt: Mötley Crüe, ovvero come sorbirsi i racconti di tuo padre su quanto fosse uno scapestrato alla tua età e dover continuare a rassicurarlo del fatto che sì, fosse figo.

Deprimente. 

Speakers’ Corner – Velvet Buzzsaw

Scritto e diretto da Dan Gilroy dopo essersi fatto un aerosol con il Vinavil, Velvet Buzzsaw è una debolissima cazzatona che pur avendo un’impressionante faretra a disposizione riesce nel non semplice obiettivo di centrare ogni bersaglio con la precisione di Mr. Magoo.

Irritante soprattutto constatare che la critica all’arte contemporanea, mondo vacuo in cui la forma predomina sulla sostanza, sarebbe stata nettamente più efficace se solo ci si fosse sforzati, in fase di sceneggiatura, di calcare la mano con maggiore determinazione verso figure umane tratteggiate troppo pigramente, e che perciò subiscono sferzate facilone e sterili.

La pellicola si tramuta presto, inoltre, in un mero Final Destination in salsa Guggenheim, poiché la vicenda principale (opere di uno sconosciuto pittore uccidono chiunque si trovi ad averne a che fare) non è supportata da un’adeguata esplorazione psicologica di personaggi che paiono cartonati da stereotipo comico.

Affettati direttori di musei che si rivelano squali pronti a scannarsi per ospitare la collezione dell’artista di grido. 
Ok, quindi?
Ambiziose curatrici disposte a tutto per una rapida scalata sociale. 
Ok, quindi?
Rancorosi installatori che covano ambizioni artistiche non volendo più marcire dal lato sbagliato dell’attenzione. 
Ok, quindi?

Per deformazione professionale, ho trovato interessante il critico bisex di Jake Gyllenhaal, che si fa corrompere in base a vantaggi personali per stroncare o elogiare un artista a convenienza, ma anch’esso risulta un character troppo bidimensionale e senza brio.
Immerso in un oceano di nulla, il ruolo del recensore non è purtroppo minimamente approfondito, proprio lui che forse più di tutti avrebbe meritato tridimensionalità data la sua funzione di ponte tra l’opera ed il pubblico.

Immane spreco di cast: oltre al già citato Gyllenhaal abbiamo infatti volti noti ed in gamba come Rene Russo, Toni Collette, Tom Sturridge ed un John Malkovich il cui personaggio non ho sinceramente capito che utilità pratica abbia ai fini dello svolgimento della trama.

Velvet Buzzsaw: un film che vuole essere un ritratto al vetriolo del microcosmo dell’arte moderna senza contenere una critica al microcosmo dell’arte moderna.

Bocciato senza attenuanti.

Peppermint – L’angelo della vendetta


Quando vedi che s’arrabbia, scappa

quella donna sembra acqua ma è grappa
è un litro di nitro con la miccia corta
la faccina pulita e la fedina penale sporca.

TRAMA: La vita felice di una donna viene sconvolta dall’omicidio inspiegabile del marito e della figlioletta, uccisi da una banda di narcotrafficanti. Nonostante la sua testimonianza, al processo gli accusati la fanno franca grazie a giudici e poliziotti corrotti.
Dopo cinque anni la donna, che si è data alla macchia, si è allenata e preparata per ottenere personalmente la sua vendetta.

RECENSIONE:

Cerchiamo di spiegarlo nel modo più chiaro possibile.


Un personaggio femminile forte è un character indipendente, determinato e che non si fa comandare a bacchetta da un uomo, ma compie le proprie scelte autonomamente non dipendendo da altri soggetti.


Severa verso gli antagonisti ed empatica nei confronti dei propri cari, talvolta diventa ella stessa una sorta di guida o punto di riferimento per il prossimo che incroci la sua strada senza avere intenzioni ostili.


Nel caso sia inserita in uno specifico contesto action-horror, non è tratteggiata come una semplice macchina dispensatrice di morte, ma rimane una persona con le sue forze e debolezze, che pur attraversando magari grandi difficoltà lungo il proprio percorso di vita riesce a riscattarsi.


QUESTI
sono personaggi femminili forti:






Nobody fucks with Mary Poppins





Un personaggio femminile debole è invece, per banale ragionamento contrario, un character dipendente in modo preminente da uno o più uomini, che non dimostra una vera e propria personalità eccetto dei piccoli tratti accessori rispetto a quella del maschio alpha che le è superiore.

Prende decisioni ed intraprende un percorso umano tramite scelte indissolubilmente legate a quelle della controparte maschile (solitamente il partner) ed è lampante la sua mancanza di spessore narrativo, dovuta ad una pigrizia o banalità di scrittura che la fa ricadere in uno dei tanti cliché femminei.


Nel caso sia inserita in un contesto action-horror, ella può essere racchiusa in due macro-categorie: damigella da salvare se obiettivo sentimentale/erotico del protagonista, quindi tratteggiata come un’inutile gallina starnazzante ed implorante soccorso, oppure per esagerazione contraria una specie di maschio senza pene, creata ricalcando pedissequamente gli stereotipi del più banale degli action hero senza dotarla di quella profondità caratteriale menzionata in precedenza per i personaggi forti.


Ah, quasi dimenticavo, a volte i personaggi femminili deboli sono direttamente degli oggetti sessuali parlanti.


QUESTI
sono personaggi femminili deboli:








E dopo tale premessa, dove inseriamo la Riley North di Jennifer Garner in questo Peppermint?

Ovvio.


Nel secondo gruppo.


La North è un grumo ambulante di stereotipi woman power così grossolani da ottenere l’effetto diametralmente opposto rispetto a quanto desiderato: rendono infatti la protagonista non una badass combattiva e pericolosa, bensì un patetico tentativo di virare in salsa estrogenica il peggiore bietolone ammazzatutti del Liam Neeson / Jason Statham di turno.

Non bastano infatti i soliti momenti morali scorreggioni incentrati sul dolore relativo al lutto, perché sono schiaffati in faccia allo spettatore troppo brutalmente e senza fornire loro una cornice motivazional-artistica che possa sollevare un film raffazzonato e mal pensato.

La trasformazione della North da casalinga USA profumata alla torta di mele in angelo vendicatore che protegge i più deboli è così affrettata da rendersi ridicola, mandando di conseguenza a donne di facili costumi uno scarno impianto narrativo basato mediocremente sull’empowerment di un personaggio dallo spessore narrativo del domopak.

La pellicola purtroppo nasce e muore con la sua protagonista, visto che Peppermint è un film chiaramente character-centrico, in cui una volta eliso dal processo analitico il personaggio principale emerge il vuoto cosmico da cui è costituito sia il comparto tecnico, povero e banale, sia quello narrativo, strapieno di scelte già viste in mille salse migliori e che non lasciano nulla di sedimentato nella testa dello spettatore una volta riaccese le luci della sala.

Peppermint
si conferma quindi purtroppo una pellicola male in arnese, che ribadisce la fortuna troppo ondivaga degli sceneggiatori maschi nel costruire eroine tridimensionali ed empaticamente valide.

A farne le spese è una Jennifer Garner la cui carriera sembra aver imboccato una parabola discendente: è auspicabile che la per la quarantasettenne texana non si spalanchino le porte dell’improponibile, anche se i frequenti passi falsi della sua carriera recente (e non) costituiscono un campanello d’allarme a cui andrebbe prestata attenzione.

Scadente.

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