L'amichevole cinefilo di quartiere

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I morti non muoiono


Oh, the dead don’t die

Any more than you or I
They’re just ghosts inside a dream
Of a life that we don’t own

TRAMA: Poliziotti e abitanti di una cittadina di provincia americana si ritrovano a fronteggiare un’improvvisa invasione di zombie.

RECENSIONE:

Gli zombie siamo noi.

Siamo noi una massa di esseri decerebrati che vaga errante per il mondo, bramando la vita e portando marcescenza in ciò che consuma.

Siamo noi, con quella tecnologia che ci ha portato in dote innumerevoli agi, barattandoli però forse, come conseguenza di un contratto con il Diavolo, con la perdita di troppa umanità.

Siamo noi, con i rapporti personali esacerbati da concetti magari non sbagliati presi in quanto tali, ma caratterizzati da un utilitarismo nocivo se estremizzati: il denaro, il lavoro, la reputazione, l’aspetto estetico.

Siamo noi, incattiviti verso il prossimo.

Verso colui che ha, perché invidiamo chi possiede più di noi, ma anche di chi non ha, perché ne temiamo le invidie e le tentazioni al furto, ben conoscendole in quanto parte di noi.

Siamo noi, che troviamo rifugio in un’omologazione alla massa, agli altri, a quelli come noi, per covare odio, paura e risentimento verso un’altra massa, quelli diversi da noi.

Siamo noi i vivi ma morti.

Siamo noi i morti ma vivi.

Romero lo aveva capito e lo traspose su schermo, in quel Dawn of the Dead in cui comuni cittadini si trovano asserragliati in un supermercato (simbolo di consumismo e capitalismo), contro orde di cadaveri rianimati.

Jarmusch invece manca il bersaglio.

I morti non muoiono è un film corale che corale non è, perché il focus principale verte preponderantemente sui poliziotti di Murray e Driver, lasciando agli altri personaggi un valore ancillare e di breve presentazione caratteriale.

Il redneck, i turisti, il matto del villaggio, le ragazze della tavola calda… tessere del puzzle di una classe media americana che non trovano riscontro tangibile in una pellicola che non sa se renderli elementi attivi o solo banali vittime degli esseri orrorifici.

È un film di critica che di critica non è, perché troppo banale e basico in una metafora sparagnina e poco ispirata.
Il razzismo, l’elogio al passato tipico di una società vuota che non si riconosce nella sua contemporaneità, i social outcast che salveranno gli altri grazie alla loro purezza, il ribaltamento delle convenzioni sociali… tutti accenni, vaghe pennellate sfumate, briciole di pane che vengono mostrate ma non approfondite.

È un metafilm che metafilm non è, in quanto non presenta veri e propri sfondamenti della quarta parete, e con un collegamento alla realizzazione della pellicola stessa che pare quasi buttato a caso.

Il film parla allo spettatore, mostrando una storia?
Parla a se stesso, crogiolandosi nel proprio svolgimento?
Parla alla società tutta, evidenziandone una possibile degenerazione?

Se la causa scatenante della rinascita dei morti è menzionata più volte in apertura, lo stesso non può dirsi per il suo prosieguo, composto da numerosi elementi non spiegati e lasciati alla libera interpretazione del pubblico.

Non è un’idea malvagia quella di partire da un punto di inizio certo per poi progressivamente abbandonare lo spettatore, lasciandogli trarre autonomamente delle conclusioni, ma I morti non muoiono pare un padre che voglia togliere le rotelle alla bici del figlio dopo solo un giro di triciclo.

Il risultato dell’unione di tutti i fattori sopra menzionati è che The Dead Don’t Die è sì gradevole, soprattutto grazie ad un ricco cast e al surrealismo dell’intera vicenda, ma poco memorabile o stimolante: un’opera che subisce passivamente un ritmo piuttosto lento e la mancanza di una scintilla di vita che possa farlo emergere in un settore ultrasaturo come quello zombesco.

Un grande autore che si circonda di interpreti a lui cari non trovando però il bandolo della matassa per imbastire una pellicola raffinata o intellettuale, limitandosi e limitandoci perciò ad una commedia ora nera, ora buddy, ora cop senza riuscire ad intraprendere una direzione narrativa ed espositiva precisa.

Peccato, ci si attendeva di più.

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Polaroid

Mi ha rubato l’anima!

TRAMA: Due amiche stanno rovistando in soffitta quando, tra uno scatolone polveroso e l’altro, rinvengono una macchina fotografica Polaroid.
Il ritrovamento è solo l’inizio di una serie di fatti sinistri e sanguinosi, perché le foto scattate dall’apparecchio preannunciano l’arrivo della morte…

RECENSIONE: 

Nei suoi ultimi film, Moana Pozzi veniva sostituita da una controfigura per le scene di sesso anale.

Pur non centrando assolutamente nulla con l’argomento della recensione, trovo che questo aneddoto sia nettamente più interessante dell’ultima vergogna che ho avuto la disgrazia di sorbirmi.

Elettrizzante quanto un documentario sui pescegatti e terrificante come Peppa Pig e il risveglio degli ZombiePolaroid è un patetico Foto dal futuro wannabe, che però non possiede né la sana ingenuità di cui solo un romanzo di R. L. Stine è dotato, né un Ryan Gosling sedicenne a divertire gli adulti con il senno del poi.

Come ormai è diventato vero e proprio marchio di fabbrica del genere teen slasher moderno, il cast è ovviamente pregno di tutta quella bella gioventù diventata “celebre” grazie ai teen drama, forma di intrattenimento che a titolo puramente personale considero seconda per bassezza solo ai cristiani divorati dai leoni nel II secolo.

Siete misantropi? Auspicate solo il male per il prossimo?

Ottimo: i personaggi di Polaroid sono per diretta conseguenza del cast una deprimente masnada di stereotipi carne da macello, il cui unico scopo sul piano dell’esistente è quello di farsi massacrare convenientemente a turno dalla misteriosa figura diabolica.

Spicca per essere azzeccata con il contesto circostante come Peter Dinklage negli Harlem Globetrotters la veterana Grace Zabrinskie, che suppongo sia stata ingaggiata per questa imperdonabile boiata approfittandosi di una sua eventuale demenza senile.

A destra il clone di Timothée Chalamet, mentre da sinistra, in senso orario, le versioni giovanili di Olivia Munn, Aaron Stanford e Rosario Dawwson.

A corredo di una scrittura podalica gli ormai immancabili jumpscare sparsi alla boia di un Giuda, i soliti miao miao miao miaooo, bau bau bau bauuuu, chicchiricchì se il film manco ci prova non vedo perché dovrei farlo io.

Regia mediocre, montaggio da ABC del genere, introspezione dei characters vicina al nulla cosmico, effetti speciali creati con Microsoft Power Point.
Colpo di scena con contro-colpo di scena, ma perché?

La protagonista si chiama Bird: dopo la Wren di quel capolavoro neorealista di Slender Man è la seconda pellicola horror deficiente ad avere un personaggio principale dal nome di volatile.

Non so ancora cosa significhi, ma sto unendo i puntini, prima o poi lo capirò.

Pellicola utile unicamente per ravvivare la sacra fiamma del suicidio rituale, 88 minuti della mia vita perduti come lacrime nella pioggia.

Unico pregio del film è che se non altro non è prodotto dalla Blumhouse, quindi, anche visti i ricavi ad ora scarsi, non dovrebbero esserci sequel all’orizzonte.

Almeno spero.

Black Mirror, Stagione 5

Ci ho riflettuto molto ultimamente.

No, per favore, lasciami parlare.

È già difficile così.

Ci ho pensato davvero tanto a questa cosa, perché non volevo dare giudizi affrettati: abbiamo passato un sacco di bei momenti insieme e credimi, non li sto dimenticando né tralasciando.

Non VOGLIO dimenticarli.

Ma mi sono reso conto che tu sei cambiato.

E io così non posso continuare.

Non dopo tutto il bel tempo trascorso insieme.

Per rispetto di ME. Ma anche per rispetto di NOI.

MI ricordo ancora quando si parlava di serie tv: alcuni preverivano un branco di nerd con battute idiote, altri invece adoravano il Medioevo, con i suoi troni, le sue tette e le sue spade.

Io non ero come loro. Io avevo te.

Ed era speciale.

Era più che speciale era davvero… magico: il Primo Ministro inglese ricattato per scoparsi un maiale, Toby Kebbell quando ancora non si era sputtanato… e ti ricordi quando mi hai portato a vedere gli orsi, o che bello che è stato a Natale?

Poi hai voluto offrirmi di più, e io ero contento!

Pensavo a come sarebbe stato bello fare ancora più esperienze insieme, più avventure, più… tutto.
Credevo che avrebbe cementato ancora di più il nostro rapporto!

Ma mi sbagliavo.

Perché hai iniziato a darmi tanto, ma puntando sempre più alla quantità e non alla qualità. Mi riempivi di regali di cui non sapevo che farmene, solo per il gusto di stare insieme, ma non è così che funziona una relazione.
Una relazione ha bisogno di fiducia, amore e rispetto reciproco. Disinteressato.

Io non avevo bisogno dei tuoi doni, non me li avresti dovuti fare. Tre storie all’anno andavano benissimo.

Io ti amavo così come eri.

Ma piano piano sei diventato come gli altri, corrompendoti e lasciandoti trascinare dal giudizio della massa.

Hai provato a sorprendermi ancora, con dei finali multipli, e adesso sei tornato a tre storie come una volta, ma ormai quello che di magico ci legava si è perso.

Credi che mi piaccia stare così male? Sentirmi tradito, sentirmi… comprato?

Io ti amavo, cazzo.

Mi dispiace tantissimo, Black Mirror.

Tra noi non può più andare avanti.

Detainment

L’omicidio di James Bulger venne commesso il 12 febbraio 1993 a Liverpool; la vittima fu un bambino di due anni, che venne rapito e ucciso da due ragazzini di 10 anni, Jon Venables e Robert Thompson.
James scomparve dal centro commerciale New Strand a Bootle, dove si trovava con sua madre Denise; il suo corpo mutilato fu ritrovato sui binari di una linea ferroviaria il 14 febbraio.

Thompson e Venables furono arrestati il 22 febbraio; Il 24 novembre furono giudicati colpevoli dalla corte suprema di Preston e condannati a otto anni in prigione.

Nel 2001 vennero rilasciati e gli è stata assegnata una nuova identità.

Questa la pagina Wikipedia italiana sul caso: https://it.wikipedia.org/wiki/Omicidio_di_James_Bulger

Detainment, corto irlandese candidato agli Oscar nel 2019, ricostruisce il rapimento e gli interrogatori.

Pokémon: Detective Pikachu


C’è un luogo e un momento per ogni cosa. Ma non ora.

TRAMA: Ryme City è una metropoli moderna e caotica in cui umani e Pokémon convivono tranquillamente. Questa coesistenza pacifica rischia di scomparire, minacciando entrambe le popolazioni…

RECENSIONE:

In un panorama cinematografico in cui le idee scarseggiano e si ricorre sempre più spesso a riesumare cult del passato, riveduti e corretti sotto una luce “nuova” con risultati finali che spaziano dal deprimente all’agghiacciante, ci mancava solo il live action sui Pokémon.

No, seriamente, mancava solo quello per davvero, gli altri ce li siamo sparati tutti o quasi.

Tratto dall’omonimo videogioco Nintendo del 2016, ennesimo capitolo di una delle saghe videoludiche più famose e redditizie della storia, Detective Pikachu è il tentativo di utilizzare per un’opera cinematografica la CGI moderna: staccandosi quindi dall’animazione classica legata alla serie televisiva (con finora ben ventuno lungometraggi quasi tutti direct to video in Italia), si tenta un approccio à la Chi ha incastrato Roger Rabbit? sfruttando le attuali meraviglie della computer grafica per trasporre nel nostro mondo i celebri mostriciattoli tascabili.

I celebri e con uno stile grafico che non si presta minimamente al realismo mostriciattoli tascabili.

Mi spiace di aver già utilizzato La dichiarazione di Randolph Carter in una precedente recensione, perché se è vero che gli esemplari più carini e coccolosi di queste bestie videoludiche assumono le fattezze di simpatici peluche da accarezzare, altri sgorbi paiono orrori scaturiti dalla peggior mente malata e oppiomane.

Se la regia tenta un’opera di ibridazione computer grafica – live action che possa amalgamare i due mondi visivi, è palese che quindi purtroppo non tutti i soggetti coinvolti si prestino a tale tentativo, per un prodotto finale a volte dall’apparenza quasi magica, a volte quasi scarabocchiato e approssimativo.

La regia pare inoltre ingolfata da un ritmo narrativo sincopato ed eterogeneo, che alterna fasi para-introspettive basate sul dialogo e sul confronto tra sentimenti a sequenze puramente d’azione ignorante, che risultano però paradossalmente troppo dilatate e ripetitive.

E quindi noiose.

Il film sui pokémon, signore e signori!

La sceneggiatura ha una resa bifronte: è un Dottor Jekyll nella prima oretta, con stilemi narrativi che, per quanto classici e già visti, compiono il proprio dovere di mero proseguimento della trama (abbiamo ad esempio il protagonista con una particolarità che lo fa emergere dalla massa, l’amicizia improbabile, una ricerca della verità senza prove a supporto…); per quanto la profondità espositiva sia paragonabile ad una gara di imitatori di Adriano Celentano, per un pubblico infantile, ma anche per un adulto senza poche pretese, pare che la nave possa arrivare facilmente in porto.

Peccato che allo scoccare dei due terzi di durata il mite scienziato londinese assuma la pozione, tramutandosi in un delirio simil-messianico che deraglia nella sagra del nonsense: personaggi acquisiscono abilità fuori da ogni logica narrativa, diventando così risolutivi da sfiorare la qualifica di ex machina e portando di conseguenza ad una conclusione raffazzonata e piaciona come poche.

Protagonista umano Justice Smith, il cui comic relief in Jurassic World – Il regno distrutto è piacevole quanto infilarsi degli aghi sotto le unghie e che anche qui si conferma un cane un interprete piuttosto mediocre e monocorde.

Partner del nostro accattivante protagonista è Kathryn Newton, nell’ormai classico ruolo femminile dallo spessore di una rondella e che incarna perfettamente lo stereotipo della bella figotta che sì, magari proviamo anche a darle una personalità, ma in fondo sappiamo che non è un fattore importante nell’economia della pellicola.

Tanta grazia che non è stata resa come un sogno masturbatorio o una specie di Rambo ammazzatutti.

Ryan Reynolds solito gigione nell’interpretazione tramite motion capture dell’odioso sorcio giallo del titolo, con Nintendo vogliosa di rimarcare la necessità per vendere il proprio prodotto di operare l’ennesima fellatio nei confronti del roditore sparafulmini.
A sostituirlo vocalmente Francesco Venditti, figlio di Antonello e già voce italiana dell’attore canadese nei due Deadpool. Difficilmente giudicabile la prova di doppiaggio, in quanto è il Mercenario Chiacchierone senza armi, turpiloquio e riferimenti sessuali.

Quindi una noia rara.

Nel cast di contorno, selezionato palesemente a caso, abbiamo Ken Watanabe, che lontanissimi i tempi de L’ultimo Samurai ormai è la prima scelta come “tizio giapponese saggio e in là con gli anni” e Bill Nighy che se già da tempo si è reso protagonista di partecipazioni a pellicole discutibili, arrivato ai settant’anni ormai se ne strafrega di scegliere buoni progetti.

Spicca Rita Ora, che interpretando una scienziata conferma la piaga dell’alcolismo diffusa tra i direttori di casting.

Prima immagine che mi balza in mente quando penso ad una donna che abbia votato la sua vita alla nobile scienza.

Pokémon: Detective Pikachu è una… boh… “roba” che oltre a non stare né in cielo né in terra a causa di premesse narrative che si sposano malissimo con una trasposizione realistica, risulta un ibrido di intrattenimento che non è indirizzato ad un target di pubblico che si elevi ai preadolescenti.

Un vero peccato, considerando che la loro nascita nel 1996 consentirebbe loro di avere appeal anche su un pubblico più maturo rispetto ai bimbi.

Male male.

After Porn Ends – Serie di film

RECENSIONE:

Trittico di documentari datati 2012, 2017 e 2018, la serie After Porn Ends racconta le vicende professionali passate e presenti di personaggi con una significativa esperienza nell’ambito della pornografia.

Registi, produttori e interpreti, ritirati o ancora in carriera, raccontano brevemente la propria storia umana e lavorativa, con le scelte che li hanno portati ad approcciarsi all’intrattenimento per adulti e, soprattutto, le loro impressioni su questo particolare mondo e sui cambiamenti che abbia avuto nel corso degli anni.

Proprio l’elemento umano è ciò che assume giustamente la prevalenza, rendendo After Porn Ends un prodotto interessante: i soggetti coinvolti vengono infatti mostrati a nudo non solo fisicamente, tramite immagini di repertorio (comunque tendenzialmente soft) ma anche personalmente, grazie alle loro opinioni soggettive legate al coinvolgimento emotivo in un settore professionale ancora visto sotto un’ottica di imbarazzo, rimprovero o addirittura disgusto da una buona fetta di “esterni” ad esso.

E anche parecchia ipocrisia.

Vengono quindi menzionate, ad esempio, le stranite reazioni di parenti ed amici o le origini famigliari talvolta complesse, caratterizzate in alcuni casi da fattori come genitori assenti, difficile stato economico o semplice necessità di ottenere denaro facilmente.

Dalle origini si passa poi agli ostacoli della maturità, in cui nel caso di una prole si deve per esempio affrontare l’opinione dell’amichetto dei figli, o la semplice necessità di un distacco da occasioni di riunione semplici come quelle genitori-insegnanti, onde evitare imbarazzi.

Un punto focale, che gli stessi intervistati sottolineano, è che le loro scelte professionali condizionino irrimediabilmente le loro vite private: se, molto brutalmente, “una volta preso un cazzo in bocca davanti ad una telecamera non si può più tornare indietro” è anche vero che l’oggetto di masturbazione di milioni di persone nel mondo è pur sempre un essere umano, con un carattere ed una forza mentale che possono essere più o meno solidi.

After Porn Ends è relativamente onesto nel mostrare anche il lato più negativo e tetro della medaglia: dai continui controlli medici alle vere e proprie malattie sessualmente trasmissibili, sia quelle momentaneamente “invalidanti” per la professione, ma solamente fastidiose, che una vera piaga come l’AIDS.

Non ci si pone quindi problema di sorta a raccontare come cambi la vita di un attore scopertosi sieropositivo, di come la salute nel mondo del porno sia tutelata e di come sia sempre presente la consapevolezza, latente o meno, di svolgere una professione che comporti un rischio di compromissione della propria integrità fisica.

Come principio concettuale, è così diverso dall’appassionato di sport estremo che lo pratica per adrenalina, soldi o semplice passione, pur rischiando ogni volta seri danni personali?

Anche il fattore preminentemente ambientale viene sviscerato dalle diverse testimonianze: se la maggior parte dei racconti dipingono un mondo della pornografia svolto per la maggior parte da professionisti seri, alcune storie vertono su sfruttamento, droga, coercizione mentale più o meno pesante ed altre vicissitudini relative all’incontro con figuri che sfruttano il porno nel modo più bieco.

After Porn Ends si concentra proprio sull’inscindibilità tra vita privata e lavorativa di chi svolga un mestiere del genere, e su come persone che vengano pagate per essere riprese mentre hanno rapporti sessuali ora stereotipati, ora estremi, ora da soli, affrontino con determinazione o semplice indifferenza il mondo esterno.

Pur non contando su un apparato tecnico-narrativo di particolare rilevanza all’interno del genere documentaristico, basandosi precipuamente su semplici testimonianze corredate da foto o archivi d’epoca, e nonostante (o proprio perché) si limita ad una mera esposizione di storie umane, After Porn Ends può risultare una serie molto interessante.

Per tentare di capire un mondo, quello del porno, tanto conosciuto quanto poco compreso.

 

 

The Silence


Talvolta la sordità è una benedizione.

Con The Silence sicuramente.

TRAMA: Mentre il mondo è assediato da terribili creature che scovano le loro prede umane grazie al proprio super udito, la sedicenne Ally, non udente da tre anni, e la sua famiglia cercano di mettersi al riparo…

RECENSIONE:

Ennesimo originale Netflix di qualità aberrante, The Silence è una pigra porcheria che oltre a presentare oggettivi difetti in fase costruttiva (sceneggiatura, soprattutto) subisce pure la scalogna di essere sembrare una copia carbone del buon A Quiet Place di John Krasinski, uscito solo un anno fa.

Al confronto del quale emerge una differenza simile a quella presente in campo calcistico tra il Barcellona catalano e il Barcellona Pozzo di Gotto.

Una delle pecche principali di questa boiata è sicuramente la trama, che pur considerando la presenza consona per l’horror di un patto narrativo (sarebbe infatti un errore approcciarsi al genere ricercando veridicità estrema), non evita l’alzata di più che un sopracciglio, a causa soprattutto di una scrittura eccessivamente facilona e superficiale.

silence scena

«Mio Dio, ma quella è proprio una clamorosa cazzatona…» «Stanley, ho paura…»

Nonostante infatti sia stato ipotizzato che solo negli ultimi quarant’anni l’uomo abbia causato l’estinzione di ben il 60% delle specie animali selvatiche, qui uno sciame di pipistrelli preistorici riesce a provocare una deriva apparentemente apocalittica della nostra società; è quindi presumibile che i vertici degli eserciti mondiali siano chiroptofobici come Batman, perché una delle pietre miliari su cui si poggia l’impianto narrativo della pellicola è proprio l’enorme pericolo causato da creature che, per quanto numerose ed aggressive siano, sono semplici animali.

Si aggiunga anche che l’udito delle bestie (non chi ha prodotto il film, quelle che volano) sia più o meno acuto in base a mera convenienza di trama, poiché a parità di decibel esse talvolta non si accorgono delle fonti rumorose, mentre in altre situazioni anche il più impercettibile rumore ne causa l’attenzione.

Viene quindi a crollare come un castello di carte uno dei principi fondamentali da tenere a mente quando si inseriscano antagonisti, animali o senzienti, dotati di particolari poteri: inquadrare specificatamente i limiti di tali abilità, mostrando perciò in modo chiaro fino a dove esse possano spingersi e quali siano i loro massimi.

Come visto nel precedente Velvet Buzzsaw anche qui Netflix si conferma maestra nello sprecare cast importanti: oltre alla Kiernan Shipka ex Mad Men e in lampa di lancio con Sabrina, ci provano invano Miranda Otto e quel povero Cristo di Stanley Tucci, attore dall’enorme talento che dovrebbe essere messo in condizione di lavorare in prodotti di ben altro spessore.

The-Silence-2

Spettatori che dopo aver visto “The Silence” decidono di darsi fuoco.

Tra un rimando tristissimo ad Uccelli, che meno male Hitchcock è morto da quarant’anni, e alcune dinamiche narrative ormai straviste (la famiglia che perde letteralmente i pezzi, i diversi approcci alle tragedie, il fondamentalismo religioso inserito per motivi francamente incomprensibili), The Silence costituisce un’ora e mezza della mia vita che non riavrò mai più.

John Leonetti dovrebbe cambiare mestiere, perché con The Silence oltre che sordi bisognerebbe essere ciechi.

Un film riprovevole.

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