L'amichevole cinefilo di quartiere

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Riccione

– Prima inquadratura: logo alla Wes Anderson dei poveri.
Seconda inquadratura: Edoardo Mecca.
Terza inquadratura: Ludovica Pagani con mezze tette di fuori.
Ho il tremendo sospetto di aver già capito quale sarà il tono del film, e mi sto cagando addosso dal terrore.

– “2001” per farci capire che siamo in un flashback e sul bancone si può vedere uno smartphone; “Nel programma sono presenti inserimenti di prodotti ai fini commerciali” e già si intuisce la mega marchettata galattica che implacabile sta per abbattersi su di noi.

– Secondi trascorsi: 34, e voglio già cavarmi gli occhi con un rompighiaccio.

– Una turbofiga siderale scrive di propria sponte il suo numero di telefono ad uno con la faccia da totano, per nessun particolare motivo apparente.

Genere del film: distopia fantascientifica.

«Ehm… i miei occhi sono quassù…»
«Quali occhi?»

– Maurizio Merluzzo, bravo doppiatore e simpatico youtuber, che legge un testo la cui banalità contenutistica imbarazzerebbe Fabio Volo.

– Dopo che una turbofiga siderale gli scrive di propria sponte il suo numero di telefono, Edoardo Mecca decide di andare a mignotte (in taxi???), pagando anche con la banconota su cui ha il cellulare della fregnona.

E via che il film ci diventa critica socio-psicologica, con il ragazzo che predilige la prostituta alla tizia con un lavoro normale perché in fondo le donne sono tutte un po’ sante e un po’ zoccolone, mentre l’uomo… no, è solo una scena pensata con il culo.

Ecco cosa succede a digitare “Riccione Mecca” su Google.

– Spiaggia, ed è subito inquadratura sui culi delle comparse femminili, figuranti che non rivedremo mai più.

Mi immagino il direttore del casting, che munendosi di una faccia il più possibile somigliante ad un culo, spiega a delle poco più che ventenni come verrà ripresa la scena.
E vivissimi complimenti anche al cameraman, per aver girato usando una mano sola.

Calabresi a Riccione? Seriamente? Con la differenza che passa tra i due litorali è un po’ come se Agnelli decidesse che per due settimane la vita del miliardario gli facesse schifo e preferisse passarle al tornio in una delle sue fabbriche.

– Prima bomba sganciata al minuto 4:01: il bagnino omosessuale stereotipo becerissimo del ricchione super saiyan di terzo livello da film dei Vanzina degli anni ’80.
AH AH!! FA RIDERE PERCHÉ È FROCIO!! AH AH!! GLI PIACE IL PENE!! AH AH!!


Nel 2019.

Prodotto dalla RAI.

Perdonali, Ricky Martin, perché non sanno ciò che fanno.

– Visione messianica di altre due ultra-fighe che escono dall’acqua come una versione soft porno di Ursula Andress in Agente 007 – Licenza di uccidere, con entrambe che si strizzano platealmente le bocce (e ovvio primo piano sulle suddette poppe) con i nostri eroi che ci rimangono come nell’Estasi di Santa Teresa.

– Una delle due tizie si mangia pure il calippo, MA BASTA!

– Se almeno una volta nella vita qualcuno di voi maschietti ha usato davvero con successo il trucco scelto da questi due caproni per ottenere il numero delle galline, non so se esserne piacevolmente colpito o sarcasticamente depresso.

– Lo scambio «Ma per caso tuo padre fa il ladro?» «No, perché?» quasi speravo si concludesse con «Perché è rumeno», così oltre a sessismo ed omofobia ci mettevano pure il razzismo e facevano primiera.

– Dopo che uno dei due coglioni ha dimostrato tautologicamente di essere un completo imbecille, Valentina Vignali (una delle due patonze, l’altra è l’insta-tizia Roberryc) gli dice «Stasera tu esci con me» succhiando voluttuosamente un cucchiaino di plastica.
Ho visto film porno più sottili di questa PORCATA REALIZZATA CON IL PATROCINIO DELLA TELEVISIONE PUBBLICA NAZIONALE.

Valentina Vignali scelta per le sue enormi doti recitative.

– Comunque faccio umilmente notare che l’ossessione dimostrata da tutti i personaggi maschili per la fica è un qualcosa di abbastanza preoccupante.

– Shade che vende cocco su una spiaggia della riviera romagnola indossando uno smanicato della Juventus per poi rappare contro se stesso.
Mai avrei pensato di avere l’occasione per scrivere una frase del genere.

– P.S. una delle lyrics è “Alla tua ragazza più che il cocco piace la pannocchia”, con lei che sorride.
No, ma avanti così, RAI.
Facciamoci del male.

– In mezzo a tutto questo frizzante marasma escrementizio voglio spezzare una lancia in favore degli Autogol (a proposito di frasi che non avrei mai pensato di vergare) per essere gli unici a recitare i propri dialoghi in modo relativamente credibile e realistico.
Relativamente, ho detto.

– In Fantozzi al protagonista devastato dalla partita di calcio aziendale appariva San Pietro appollaiato sulla traversa.
In Riccione compaiono delle belle fighe vestite da prostitute che si passano il rossetto sulle labbra in slow motion, dopo averlo aperto in un modo che più allusione al prepuzio che scorre sul glande non potrebbe esistere.
Ridendo e scherzando ho perso il conto di quanti velati riferimenti al sesso orale siano presenti in questo prodotto di mamma RAI.

– «Mi scusi, ma come mai ha quei preservativi lì attaccati?»
Perché la Durex non ha voglia di impegnarsi con i product placement, visto che qualsiasi luogo pubblico gli rende una pubblicità molto più efficace.

– Mi rifiuto categoricamente di commentare la sequenza del taxi: e la finta licenza, e il bagagliaio, e la bambina, e la bicicletta, e i goldoni usati come pallo… fate come volete.

– Panpers, ma non farò battute sulla qualità fecale delle loro gag, perché sono un signore.
Però “dove il savoir-faire fallisce la tangenziale sopperisce” ha il suo perché.

Ma sapete che sbronzarsi a morte potrebbe essere un’idea…?

Gag contro i grassi! Cazzo, questa mi manca! Te la chiedo in cambio di gag sugli uomini malati di figa, tanto quella ce l’ho già quintupla.

– Quando ormai pensavo (e speravo) che il peggio fosse stato ormai raggiunto, ENZO SALVI DI RITORNO DAL REGNO DEI MORTI!
Se ci caccia fuori un “Mamma mia comme stoooo” pratico un suicidio rituale.

Ok, amici, è stato bello.

No, non è vero, è stato uno schifo.

Come abbia fatto quest’uomo a campare grazie ad uno dei tormentoni più brutti della storia della comicità è fuori dalla mia umana comprensione.

– Le pubblicità delle aziende che hanno pagato per comparire in questo film sono più fastidiose, evidenti e spudorate di quelle della Volvo in Twilight.

– Festa a caso, stereotipi nord/sud che mi hanno già tracimato i coglioni, appare nell’erba alta un Fede Rossi “Frankie Commando” selvatico.

– Chiusura sulle boiate che hanno fatto leggere al povero Merluzzo, dove scopriamo che Mecca e la fregnona Pagani stanno pure insieme.

Riccione: una sequela interminabile di scenette che non portano da nessuna parte, piene di stereotipi, battute che non farebbero ridere nemmeno se ne andasse della nostra sopravvivenza, innumerevoli riferimenti alla fica e comparsate di web star del cui successo ritengo dovremmo interrogarci a livello di civiltà umana.

Quasi quaranta minuti della mia vita che non otterrò mai più indietro e che sono pure una scopiazzatura pecoreccia di Un pezzo da venti o de L’argent.

Voglio morire.

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Hotel Artemis


All the leaves are brown (all the leaves are brown)
And the sky is grey (and the sky is grey)
I’ve been for a walk (I’ve been for a walk)
On a winter’s day (on a winter’s day)
I’d be safe and warm (I’d be safe and warm)
If I was in L.A. (if I was in L.A.)

TRAMA: 2028. Los Angeles è teatro di numerose rivolte in strada.
Una donna, conosciuta come L’Infermiera, gestisce da 22 anni l’Hotel Artemis, una specie di pronto soccorso destinato a ospitare pericolosi criminali.

In una notte di tregenda, mentre nelle strade infuria la follia, all’Artemis arrivano diversi personaggi in cerca di cure.

RECENSIONE:

Fedele alla psicologia della Gestalt, corrente tedesca di inizio Novecento secondo cui la totalità è diversa dalla mera somma delle sue componenti, Hotel Artemis non riesce pur con premesse interessanti ed un cast solido a rendere se stesso qualcosa di più che un semplice film estivo disimpegnato.

Un po’ Suicide Squad per i personaggi dalla fedina penale atra, un po’ La notte del giudizio per la sua ambientazione sulfurea e rivoltosa, il film perde purtroppo la spinta iniziale man mano che va a rivelarsi una trama piuttosto banalotta e poco ispirata, sorretta più da cliché che da inventiva di narrazione.

E quindi sì, è interessante la scoperta dei criminali ricoverati in questa particolare e futuristica struttura, che attorniano la vecchia infermiera di buon cuore Jodie Foster come i ladroni sulla croce affiancano Cristo, ma il tutto sfuma in un nulla di fatto una volta accortisi che la loro introspezione è basilare, le interazioni tra loro sono lineari ed il percorso che compiono attraverso la storia è troppo facilmente intuibile.

Diretto da Drew Pearce, all’esordio registico di un lungometraggio dopo aver scritto l’Anticristo delle pellicole Marvel Iron Man 3 e Mission: Impossible – Rogue Nation (già meglio), Hotel Artemis mette a segno almeno il pregio di durare quell’ora e mezza canonica che contribuisca a non rendere il suo calo qualitativo troppo difficilmente sopportabile.

La già menzionata Jodie Foster incarna un personaggio sofferente e addolorato, che però unisce la debolezza della perdita umana alla forza della determinazione professionale, creando un connubio interessante e rendendola di fatto la figura caratterizzata più approfonditamente del mazzo.

Se Sterling K. Brown ha il grosso merito di provarci, con un personaggio che gli calza come un guanto di velluto, lo stesso non si può dire per altri suoi colleghi: da un Charlie Day pesantemente fuori ruolo ad una Sofia Boutella a cui è stato affidato uno stereotipo parlante, passando per un Dave Bautista che prova inutilmente a cavare sangue da una rapa, il cast di contorno deflagra presto nella noia e nel già visto.

Sprecatissimo in particolare il povero Jeff Goldblum, il cui potenziale estremamente maggiore viene sfruttato letteralmente con il contagocce, con un spreco criminale (no pun intended) di parecchi fattori interessanti riguardanti la sua parte che avrebbero meritato ben più esplorazione.

Non basta purtroppo una fotografia piuttosto efficace, con un sapiente uso dei colori, per risollevare visivamente un’opera che vede il suo difetto principale nel manico.

Hotel Artemis è il manifesto di ciò che avrebbe potuto essere e invece è stato: un’occasione persa.

Peccato.

I morti non muoiono


Oh, the dead don’t die

Any more than you or I
They’re just ghosts inside a dream
Of a life that we don’t own

TRAMA: Poliziotti e abitanti di una cittadina di provincia americana si ritrovano a fronteggiare un’improvvisa invasione di zombie.

RECENSIONE:

Gli zombie siamo noi.

Siamo noi una massa di esseri decerebrati che vaga errante per il mondo, bramando la vita e portando marcescenza in ciò che consuma.

Siamo noi, con quella tecnologia che ci ha portato in dote innumerevoli agi, barattandoli però forse, come conseguenza di un contratto con il Diavolo, con la perdita di troppa umanità.

Siamo noi, con i rapporti personali esacerbati da concetti magari non sbagliati presi in quanto tali, ma caratterizzati da un utilitarismo nocivo se estremizzati: il denaro, il lavoro, la reputazione, l’aspetto estetico.

Siamo noi, incattiviti verso il prossimo.

Verso colui che ha, perché invidiamo chi possiede più di noi, ma anche di chi non ha, perché ne temiamo le invidie e le tentazioni al furto, ben conoscendole in quanto parte di noi.

Siamo noi, che troviamo rifugio in un’omologazione alla massa, agli altri, a quelli come noi, per covare odio, paura e risentimento verso un’altra massa, quelli diversi da noi.

Siamo noi i vivi ma morti.

Siamo noi i morti ma vivi.

Romero lo aveva capito e lo traspose su schermo, in quel Dawn of the Dead in cui comuni cittadini si trovano asserragliati in un supermercato (simbolo di consumismo e capitalismo), contro orde di cadaveri rianimati.

Jarmusch invece manca il bersaglio.

I morti non muoiono è un film corale che corale non è, perché il focus principale verte preponderantemente sui poliziotti di Murray e Driver, lasciando agli altri personaggi un valore ancillare e di breve presentazione caratteriale.

Il redneck, i turisti, il matto del villaggio, le ragazze della tavola calda… tessere del puzzle di una classe media americana che non trovano riscontro tangibile in una pellicola che non sa se renderli elementi attivi o solo banali vittime degli esseri orrorifici.

È un film di critica che di critica non è, perché troppo banale e basico in una metafora sparagnina e poco ispirata.
Il razzismo, l’elogio al passato tipico di una società vuota che non si riconosce nella sua contemporaneità, i social outcast che salveranno gli altri grazie alla loro purezza, il ribaltamento delle convenzioni sociali… tutti accenni, vaghe pennellate sfumate, briciole di pane che vengono mostrate ma non approfondite.

È un metafilm che metafilm non è, in quanto non presenta veri e propri sfondamenti della quarta parete, e con un collegamento alla realizzazione della pellicola stessa che pare quasi buttato a caso.

Il film parla allo spettatore, mostrando una storia?
Parla a se stesso, crogiolandosi nel proprio svolgimento?
Parla alla società tutta, evidenziandone una possibile degenerazione?

Se la causa scatenante della rinascita dei morti è menzionata più volte in apertura, lo stesso non può dirsi per il suo prosieguo, composto da numerosi elementi non spiegati e lasciati alla libera interpretazione del pubblico.

Non è un’idea malvagia quella di partire da un punto di inizio certo per poi progressivamente abbandonare lo spettatore, lasciandogli trarre autonomamente delle conclusioni, ma I morti non muoiono pare un padre che voglia togliere le rotelle alla bici del figlio dopo solo un giro di triciclo.

Il risultato dell’unione di tutti i fattori sopra menzionati è che The Dead Don’t Die è sì gradevole, soprattutto grazie ad un ricco cast e al surrealismo dell’intera vicenda, ma poco memorabile o stimolante: un’opera che subisce passivamente un ritmo piuttosto lento e la mancanza di una scintilla di vita che possa farlo emergere in un settore ultrasaturo come quello zombesco.

Un grande autore che si circonda di interpreti a lui cari non trovando però il bandolo della matassa per imbastire una pellicola raffinata o intellettuale, limitandosi e limitandoci perciò ad una commedia ora nera, ora buddy, ora cop senza riuscire ad intraprendere una direzione narrativa ed espositiva precisa.

Peccato, ci si attendeva di più.

Polaroid

Mi ha rubato l’anima!

TRAMA: Due amiche stanno rovistando in soffitta quando, tra uno scatolone polveroso e l’altro, rinvengono una macchina fotografica Polaroid.
Il ritrovamento è solo l’inizio di una serie di fatti sinistri e sanguinosi, perché le foto scattate dall’apparecchio preannunciano l’arrivo della morte…

RECENSIONE: 

Nei suoi ultimi film, Moana Pozzi veniva sostituita da una controfigura per le scene di sesso anale.

Pur non centrando assolutamente nulla con l’argomento della recensione, trovo che questo aneddoto sia nettamente più interessante dell’ultima vergogna che ho avuto la disgrazia di sorbirmi.

Elettrizzante quanto un documentario sui pescegatti e terrificante come Peppa Pig e il risveglio degli ZombiePolaroid è un patetico Foto dal futuro wannabe, che però non possiede né la sana ingenuità di cui solo un romanzo di R. L. Stine è dotato, né un Ryan Gosling sedicenne a divertire gli adulti con il senno del poi.

Come ormai è diventato vero e proprio marchio di fabbrica del genere teen slasher moderno, il cast è ovviamente pregno di tutta quella bella gioventù diventata “celebre” grazie ai teen drama, forma di intrattenimento che a titolo puramente personale considero seconda per bassezza solo ai cristiani divorati dai leoni nel II secolo.

Siete misantropi? Auspicate solo il male per il prossimo?

Ottimo: i personaggi di Polaroid sono per diretta conseguenza del cast una deprimente masnada di stereotipi carne da macello, il cui unico scopo sul piano dell’esistente è quello di farsi massacrare convenientemente a turno dalla misteriosa figura diabolica.

Spicca per essere azzeccata con il contesto circostante come Peter Dinklage negli Harlem Globetrotters la veterana Grace Zabrinskie, che suppongo sia stata ingaggiata per questa imperdonabile boiata approfittandosi di una sua eventuale demenza senile.

A destra il clone di Timothée Chalamet, mentre da sinistra, in senso orario, le versioni giovanili di Olivia Munn, Aaron Stanford e Rosario Dawwson.

A corredo di una scrittura podalica gli ormai immancabili jumpscare sparsi alla boia di un Giuda, i soliti miao miao miao miaooo, bau bau bau bauuuu, chicchiricchì se il film manco ci prova non vedo perché dovrei farlo io.

Regia mediocre, montaggio da ABC del genere, introspezione dei characters vicina al nulla cosmico, effetti speciali creati con Microsoft Power Point.
Colpo di scena con contro-colpo di scena, ma perché?

La protagonista si chiama Bird: dopo la Wren di quel capolavoro neorealista di Slender Man è la seconda pellicola horror deficiente ad avere un personaggio principale dal nome di volatile.

Non so ancora cosa significhi, ma sto unendo i puntini, prima o poi lo capirò.

Pellicola utile unicamente per ravvivare la sacra fiamma del suicidio rituale, 88 minuti della mia vita perduti come lacrime nella pioggia.

Unico pregio del film è che se non altro non è prodotto dalla Blumhouse, quindi, anche visti i ricavi ad ora scarsi, non dovrebbero esserci sequel all’orizzonte.

Almeno spero.

Black Mirror, Stagione 5

Ci ho riflettuto molto ultimamente.

No, per favore, lasciami parlare.

È già difficile così.

Ci ho pensato davvero tanto a questa cosa, perché non volevo dare giudizi affrettati: abbiamo passato un sacco di bei momenti insieme e credimi, non li sto dimenticando né tralasciando.

Non VOGLIO dimenticarli.

Ma mi sono reso conto che tu sei cambiato.

E io così non posso continuare.

Non dopo tutto il bel tempo trascorso insieme.

Per rispetto di ME. Ma anche per rispetto di NOI.

MI ricordo ancora quando si parlava di serie tv: alcuni preverivano un branco di nerd con battute idiote, altri invece adoravano il Medioevo, con i suoi troni, le sue tette e le sue spade.

Io non ero come loro. Io avevo te.

Ed era speciale.

Era più che speciale era davvero… magico: il Primo Ministro inglese ricattato per scoparsi un maiale, Toby Kebbell quando ancora non si era sputtanato… e ti ricordi quando mi hai portato a vedere gli orsi, o che bello che è stato a Natale?

Poi hai voluto offrirmi di più, e io ero contento!

Pensavo a come sarebbe stato bello fare ancora più esperienze insieme, più avventure, più… tutto.
Credevo che avrebbe cementato ancora di più il nostro rapporto!

Ma mi sbagliavo.

Perché hai iniziato a darmi tanto, ma puntando sempre più alla quantità e non alla qualità. Mi riempivi di regali di cui non sapevo che farmene, solo per il gusto di stare insieme, ma non è così che funziona una relazione.
Una relazione ha bisogno di fiducia, amore e rispetto reciproco. Disinteressato.

Io non avevo bisogno dei tuoi doni, non me li avresti dovuti fare. Tre storie all’anno andavano benissimo.

Io ti amavo così come eri.

Ma piano piano sei diventato come gli altri, corrompendoti e lasciandoti trascinare dal giudizio della massa.

Hai provato a sorprendermi ancora, con dei finali multipli, e adesso sei tornato a tre storie come una volta, ma ormai quello che di magico ci legava si è perso.

Credi che mi piaccia stare così male? Sentirmi tradito, sentirmi… comprato?

Io ti amavo, cazzo.

Mi dispiace tantissimo, Black Mirror.

Tra noi non può più andare avanti.

Detainment

L’omicidio di James Bulger venne commesso il 12 febbraio 1993 a Liverpool; la vittima fu un bambino di due anni, che venne rapito e ucciso da due ragazzini di 10 anni, Jon Venables e Robert Thompson.
James scomparve dal centro commerciale New Strand a Bootle, dove si trovava con sua madre Denise; il suo corpo mutilato fu ritrovato sui binari di una linea ferroviaria il 14 febbraio.

Thompson e Venables furono arrestati il 22 febbraio; Il 24 novembre furono giudicati colpevoli dalla corte suprema di Preston e condannati a otto anni in prigione.

Nel 2001 vennero rilasciati e gli è stata assegnata una nuova identità.

Questa la pagina Wikipedia italiana sul caso: https://it.wikipedia.org/wiki/Omicidio_di_James_Bulger

Detainment, corto irlandese candidato agli Oscar nel 2019, ricostruisce il rapimento e gli interrogatori.

Pokémon: Detective Pikachu


C’è un luogo e un momento per ogni cosa. Ma non ora.

TRAMA: Ryme City è una metropoli moderna e caotica in cui umani e Pokémon convivono tranquillamente. Questa coesistenza pacifica rischia di scomparire, minacciando entrambe le popolazioni…

RECENSIONE:

In un panorama cinematografico in cui le idee scarseggiano e si ricorre sempre più spesso a riesumare cult del passato, riveduti e corretti sotto una luce “nuova” con risultati finali che spaziano dal deprimente all’agghiacciante, ci mancava solo il live action sui Pokémon.

No, seriamente, mancava solo quello per davvero, gli altri ce li siamo sparati tutti o quasi.

Tratto dall’omonimo videogioco Nintendo del 2016, ennesimo capitolo di una delle saghe videoludiche più famose e redditizie della storia, Detective Pikachu è il tentativo di utilizzare per un’opera cinematografica la CGI moderna: staccandosi quindi dall’animazione classica legata alla serie televisiva (con finora ben ventuno lungometraggi quasi tutti direct to video in Italia), si tenta un approccio à la Chi ha incastrato Roger Rabbit? sfruttando le attuali meraviglie della computer grafica per trasporre nel nostro mondo i celebri mostriciattoli tascabili.

I celebri e con uno stile grafico che non si presta minimamente al realismo mostriciattoli tascabili.

Mi spiace di aver già utilizzato La dichiarazione di Randolph Carter in una precedente recensione, perché se è vero che gli esemplari più carini e coccolosi di queste bestie videoludiche assumono le fattezze di simpatici peluche da accarezzare, altri sgorbi paiono orrori scaturiti dalla peggior mente malata e oppiomane.

Se la regia tenta un’opera di ibridazione computer grafica – live action che possa amalgamare i due mondi visivi, è palese che quindi purtroppo non tutti i soggetti coinvolti si prestino a tale tentativo, per un prodotto finale a volte dall’apparenza quasi magica, a volte quasi scarabocchiato e approssimativo.

La regia pare inoltre ingolfata da un ritmo narrativo sincopato ed eterogeneo, che alterna fasi para-introspettive basate sul dialogo e sul confronto tra sentimenti a sequenze puramente d’azione ignorante, che risultano però paradossalmente troppo dilatate e ripetitive.

E quindi noiose.

Il film sui pokémon, signore e signori!

La sceneggiatura ha una resa bifronte: è un Dottor Jekyll nella prima oretta, con stilemi narrativi che, per quanto classici e già visti, compiono il proprio dovere di mero proseguimento della trama (abbiamo ad esempio il protagonista con una particolarità che lo fa emergere dalla massa, l’amicizia improbabile, una ricerca della verità senza prove a supporto…); per quanto la profondità espositiva sia paragonabile ad una gara di imitatori di Adriano Celentano, per un pubblico infantile, ma anche per un adulto senza poche pretese, pare che la nave possa arrivare facilmente in porto.

Peccato che allo scoccare dei due terzi di durata il mite scienziato londinese assuma la pozione, tramutandosi in un delirio simil-messianico che deraglia nella sagra del nonsense: personaggi acquisiscono abilità fuori da ogni logica narrativa, diventando così risolutivi da sfiorare la qualifica di ex machina e portando di conseguenza ad una conclusione raffazzonata e piaciona come poche.

Protagonista umano Justice Smith, il cui comic relief in Jurassic World – Il regno distrutto è piacevole quanto infilarsi degli aghi sotto le unghie e che anche qui si conferma un cane un interprete piuttosto mediocre e monocorde.

Partner del nostro accattivante protagonista è Kathryn Newton, nell’ormai classico ruolo femminile dallo spessore di una rondella e che incarna perfettamente lo stereotipo della bella figotta che sì, magari proviamo anche a darle una personalità, ma in fondo sappiamo che non è un fattore importante nell’economia della pellicola.

Tanta grazia che non è stata resa come un sogno masturbatorio o una specie di Rambo ammazzatutti.

Ryan Reynolds solito gigione nell’interpretazione tramite motion capture dell’odioso sorcio giallo del titolo, con Nintendo vogliosa di rimarcare la necessità per vendere il proprio prodotto di operare l’ennesima fellatio nei confronti del roditore sparafulmini.
A sostituirlo vocalmente Francesco Venditti, figlio di Antonello e già voce italiana dell’attore canadese nei due Deadpool. Difficilmente giudicabile la prova di doppiaggio, in quanto è il Mercenario Chiacchierone senza armi, turpiloquio e riferimenti sessuali.

Quindi una noia rara.

Nel cast di contorno, selezionato palesemente a caso, abbiamo Ken Watanabe, che lontanissimi i tempi de L’ultimo Samurai ormai è la prima scelta come “tizio giapponese saggio e in là con gli anni” e Bill Nighy che se già da tempo si è reso protagonista di partecipazioni a pellicole discutibili, arrivato ai settant’anni ormai se ne strafrega di scegliere buoni progetti.

Spicca Rita Ora, che interpretando una scienziata conferma la piaga dell’alcolismo diffusa tra i direttori di casting.

Prima immagine che mi balza in mente quando penso ad una donna che abbia votato la sua vita alla nobile scienza.

Pokémon: Detective Pikachu è una… boh… “roba” che oltre a non stare né in cielo né in terra a causa di premesse narrative che si sposano malissimo con una trasposizione realistica, risulta un ibrido di intrattenimento che non è indirizzato ad un target di pubblico che si elevi ai preadolescenti.

Un vero peccato, considerando che la loro nascita nel 1996 consentirebbe loro di avere appeal anche su un pubblico più maturo rispetto ai bimbi.

Male male.

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