L'amichevole cinefilo di quartiere

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It – Capitolo due


Tornare a Derry. Perché avevamo promesso, mi ha detto, ed è vero.

Abbiamo promesso. Tutto noi. Da ragazzi. Nel ruscello che attraversa i Barren, tenendoci per mano in circolo, dopo che ci eravamo tagliati i palmi con un pezzo di vetro.
Sembravamo un gruppo di ragazzini che giocano ai fratelli di sangue, solo che si faceva sul serio.

TRAMA: Derry. 27 anni dopo i drammatici fatti raccontati in It, i membri del Club dei Perdenti si ritrovano, riuniti da una terribile telefonata.
Sono cresciuti, ma riusciranno ad affrontare le paure dell’infanzia e il Male che si aggira per le strade della cittadina del Maine?
Dal romanzo di Stephen King (1986).

RECENSIONE:

Seguito del Capitolo uno uscito nel 2017 e diretto ancora da Andy Muschietti, It – Capitolo due riesce ad avere successo in un’insperata triplice impresa:

– Essere un buon film horror.

– Essere un sequel ispirato.

– Essere una più che decente trasposizione di un pantagruelico romanzo di Stephen King.

Prendiamo in esame i tre punti uno alla volta.

Per capire se si abbia di fronte un buon film horror devono essere presenti sostanzialmente due fattori:

Il primo è la paura: non uno scoglio particolarmente difficile da superare in un’arte visiva, a patto di non abusare ovviamente con jumpscares fini a se stessi, ripetitivi e monotoni che hanno come unico risultato quello di annoiare lo spettatore adagiandolo su binari troppo prevedibili.

L’antagonista di It è una creatura mutaforma vecchia milioni di anni, la cui apparenza estetica preferita è quella di un clown, perciò da questo punto di vista si è in una botte di ferro.
Così come nel primo capitolo, anche qui It assume diverse fattezze estremamente inquietanti, e fortunatamente il mix di computer grafica ed effetti pratici è di soddisfacenti fattura e realismo, risultato non semplice vista l’esigenza da parte dell’occhio di uno spettatore anche meno accorto.

Il secondo, più sottile, è legato alla caratterizzazione dei personaggi.

L’horror è letteralmente saturo di adolescenti arrapati che si fanno squartare a torme dal killer di turno: piatta e banale carne da macello di cui si ricordano più le scene in topless o i pettorali voluminosi (provate a pensare a quanti film de paura contengano una scena di sesso) che la loro caratterizzazione psicologica.

Bill Denbrough, Richie Tozier, Beverly Marsh, Ben Hanscom, Eddie Kaspbrak, Mike Hanlon e Stan Uris sono persone che si trovano di fronte un’entità maligna dall’essenza inenarrabile ed incomprensibile.

Persone, non macchiette.

Io spettatore sono interessato dalle loro vicende perché mi trovo di fronte a dei personaggi pieni e costruiti, in cui sono sì presenti degli ovvi stereotipi in modo da renderli spiccatamente riconoscibili e distinguibili tra loro (il leader, la maschiaccia, il chiacchierone, il timido…), ma tale delineazione introspettiva viene resa come un veicolo di intrattenimento, e non una barriera all’attenzione stile cartonati parlanti come il quarterback, la cheerleader, il nerd o l’afroamericano che crepa subito.

Ci si collega quindi al secondo punto di forza principale di questo It: la efficace prosecuzione di una Parte Uno apprezzabile attraverso un seguito che riesce a portare a nuovo livello le varie sotto-trame dei suddetti personaggi, senza deragliarle in uno sbrodolio inconsulto o esagerarle illogicamente.

I bambini che abbiamo conosciuto ventisette anni fa diventano adulti: osservarne lo sviluppo, assistere a come le loro problematiche preadolescenziali si siano poi evolute una volta maturati è molto interessante (grazie anche alla bravura sia del cast junior che di quello senior), così come l’intero armamentario narrativo legato al recalcitrante ritorno di un vecchio gruppo di amici nella tana del diavolo da cui disperatamente erano riusciti a fuggire e di cui la stessa loro mente ha cancellato il ricordo.

It – Capitolo due è più spaventoso del primo, più lungo del primo, più cupo del primo, molto più ad ampio respiro del primo, e ciò porta ad un sequel con molta più carne al fuoco, altro fattore che contribuisce più che positivamente a ravvivare interesse verso una storia del cui inizio abbiamo assistito due anni or sono.

Punto tre: Stephen King e il cinema.

Per quanto concerne le versioni cinematografiche delle opere del Re, i risultati sono molto ondivaghi: la loro qualità passa infatti dal capolavoro (come Il miglio verde, Le ali della libertà, Shining), l’ottimo (ad esempio Misery, Stand By Me, Carrie), il senza infamia (tra gli altri Cujo, 1408) e l’orripilante ma per motivi sbagliati (tipo la maggior parte del resto).

King è uno scrittore dallo stile estremamente prolisso ed immersivo: spende solitamente molte pagine in descrizioni di ambienti, personaggi secondario/terziari, elucubrazioni legate al rapporto tra i vari individui o altri elementi che, pur richiedendo spazio scritto, una volta visivi potrebbero essere tagliati in pochi minuti.

Siccome ciò è fondamentale nella costruzione di una storia elaborata, con libri che traggono la loro forza attrattiva proprio da quanto siano dettagliati anche in elementi apparentemente inutili, empiricamente per Stephen King vige il principio della proporzionalità inversa tra il numero di pagine del romanzo e quanto apprezzabile sarà poi il lungometraggio.

A parte L’acchiappasogni, ignobile fetecchia sia su carta che su schermo.

Anche il cast è sul pezzo.

Nonostante il paio di grossi nomi James McAvoy – Jessica Chastain, viene mantenuta un’apprezzabile coralità lungo tutto l’arco narrativo: ognuno dei Perdenti ha il proprio spazio di manovra (più che nel primo episodio, con Stan e Mike evidentemente in secondo piano), e in un’opera nella quale il focus è verso il branco, e non sul lupo, è sicuramente la scelta migliore.

Bill Skarsgård incredibilmente espressivo sotto il trucco del pagliaccio Pennywise, un’interpretazione spaventosa ed azzeccata per il Male incarnato; coadiuvato come già detto in precedenza da un comparto grafico piuttosto sul pezzo (per quanto trasformazioni diverse ottengano risultati pratici diversi), l’attore svedese si conferma come un’ottimo successore del famigerato Tim Curry.

Tra i Perdenti è sugli scudi in particolare il buon Bill Hader: alle prese con una prova prevalentemente drammatica poco nelle sue corde, il famoso componente del Saturday Night Live rende il Richie Tozier adulto non un semplice gagster chiacchierone, ma un personaggio profondo e con più sfaccettature di quanto le apparenze potrebbero far pensare.

Pregevole la chimica tra lui e James Ransone (Eddie adulto), che li rende protagonisti di siparietti comici e non solo molto apprezzabili e accattivanti.

Giusta inoltre la scelta di tagliare spazio ad alcuni characters di contorno poco utili nell’economia generale della trama (Tom Rogan e Audra Phillips su tutti) e aggiungere al loro posto Adrian Mellon (presente nel romanzo ma assente nella miniserie del 1990) grazie al quale è stato realizzato un efficacissimo prologo.

Prima di concludere, alcune dolenti note.

Purtroppo It romanzo è afflitto da uno dei più deliranti ed infilmabili finali mai concepiti.

Descritto a parole è un conto, mostrarlo per immagini è estremamente complesso.

Senza fare spoiler, la parte finale di It – Capitolo due è sicuramente un’esagerata e banalizzata semplificazione rispetto a quella del libro: purtroppo, pur considerando l’ostico materiale di partenza, è una mezza caduta di stile e tono considerando le abbondanti due ore precedenti (più le altrettante due e rotte del primo episodio).

MI rendo conto che una realizzazione migliore di questa sarebbe stata complessa, ma anche partendo da tale assunto, avrei preferito di meglio.

Altro problema è la totale inutilità narrativa di Henry Bowers, nel romanzo antagonista secondario fonte di grossi problemi ma che qui è poco più di un fastidio: sembra purtroppo evidente, da parte dello sceneggiatore, il non sapere cosa farsene di questo tizio, il cui ruolo risulta perciò oltremodo superfluo.

Ulteriore pecca è la troppa ironia a sproposito, specie in alcuni frangenti dove, per dirla in parole povere, non ci sarebbe un cazzo da ridere.

It – Capitolo due rimane comunque un buon esempio di horror costruito non con i piedi, che sicuramente eccelle in un genere vomitevolmente inflazionato, ripetitivo e dalla scarsa inventiva.

Pregi aventi nettamente più peso rispetto ai pur presenti difetti, una degna conclusione per un’opera, questa sì, che aveva decisamente bisogno di un restyling tecnico dopo la mediocre miniserie televisiva con Tim Curry.

Altro remake tra ventisette anni?

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Macchine mortali

Maledetti diesel Euro 2…

TRAMA: La razza umana ha cambiato radicalmente stile di vita dopo che il mondo civilizzato è stato spazzato via da un cataclisma: non sono più le persone a spostarsi, ma le città, che ora sono in grado di viaggiare da un capo all’altro della Terra distruggendosi a vicenda nei loro spostamenti…

RIFLESSIONI SPARSE:

Esteticamente è un film più che buono: la CGI, pur ultra-invasiva riesce a fornire una piacevole resa degli agglomerati urbani su ruote, piccoli o grandi, in perenne caccia tra loro come leoni e gazzelle nella savana su National Geographic.

Spettacolari in particolare le sequenze iniziali e finali, in cui la pellicola mostra i muscoli riuscendo ad intrattenere con azione ad ampio respiro e una sana dose di esplosioni random: siamo di fronte ad un fantasy-action, in fin dei conti quello si chiede al film.

Wroom Wroom scooteroni.

– La storia si basa su elementi che personalmente credo di aver già visto un numero di volte molto vicino a quello di Avogadro: caratterizzazione dei personaggi, svolgimento della trama, relazione tra le varie figure umane… decisamente nulla di nuovo sotto il sole.

Tutto già deciso, tutto già scritto, ogni pisquano che compare su schermo porta sul capo un’insegna al neon con l’indicazione o meno della sua futura morte… ciò rende l’opera ben poco interessante, soprattutto nelle sequenze di dialogo o introspezione di quel o quella tizio/a che ovviamente servono come il pane ad intervallare le parti action.

Piccola nota di demerito: se mi capita ancora un film in cui vengano pronunciate tutte e tre le battute «Che Dio ci aiuti…», «Io sono il futuro, tu sei il passato» e «Cosa avete fatto…?» vomito.

Hugo Weaving molto meglio come antagonista: vuoi per il suo profilo sopraccigliare che rimanda vagamente a Jack Nicholson, vuoi una presenza scenica potente, credo offra prestazioni decisamente migliori quando cerchi di ammazzare Neo piuttosto che nel presenziare il concilio di Granburrone.

«Fatemi controllare se mi sono allontanato abbastanza da “Wolfman”…»

– Mi fa piacere constatare che Robert Sheehan ogni tanto riesca a vincere un casting contro il suo succedaneo Brenton Thwaites (dai, sono lo stesso tipo di interprete).
Non che il nostro Bobby sia un fulmine di guerra su schermo, ma lo vedrò sempre con simpatia dopo Misfits ([indossando occhiali improbabili berciando urla incomprensibili] «Indovinate chi sono! […] Vi do un indizio, sono un coglione fastidioso! […] Sono Bono!»).

– Cast in generale discretamente partecipe: al di là di un numero spropositato di interpreti con gli occhi azzurri (tutta invidia perché i miei sono nocciola), c’è pure Stephen Lang massacrato dalla computer grafica nei panni di un simil-androide.
Cosa volete di più?

[…]

Ah, già, un altro attore di peso oltre Weaving…

Tirando le somme, Macchine mortali è un film che batte la ultra-abusata bandiera del “ma sì, dai, si guarda” senza però riuscire a rendersi memorabile o spiccare per un elemento in particolare.

Un costoso giocattolone da 100 milioni di dollari che il “papi” regala al figlio viziato ed annoiato.

BlacKkKlansman

Ku Klux Klan (dal greco antico: κύκλος, kuklos, che significa cerchia) è il nome utilizzato da diverse organizzazioni segrete esistenti negli Stati Uniti d’America a partire dall’Ottocento, con finalità politiche e terroristiche a contenuti razzisti e che propugnano la superiorità della razza bianca.
Storicamente si distinguono tre fasi del movimento: una prima dal 1865 al 1874 come confraternita di ex militari dell’esercito degli Stati Confederati d’America, una seconda dal 1915 al 1950, in cui il movimento ha assunto la fisionomia che oggi consideriamo tipica, ed una terza dal secondo dopoguerra ad oggi, caratterizzato dalla grande frammentazione del movimento in una miriade di piccole organizzazioni fra loro ufficialmente scollegate che utilizzano il nome KKK o sue varianti.

TRAMA: Colorado, primi Anni ’70. Ron Stallworth, ufficiale di polizia afro-americano, riesce a infiltrarsi con successo nel locale Ku Klux Klan aiutato da un suo collega detective bianco, diventando il capo del gruppo del posto.
Il film si ispira a fatti realmente accaduti e raccontati nel libro Black Klansman scritto da Stallworth.

RECENSIONE:

Ventitreesimo lungometraggio diretto da Spike Lee, BlacKkKlansman è un’opera estremamente interessante, basata principalmente su contrasti e parallelismi.

La questione razziale, vissuta con così tanta passione negli Stati Uniti, diventa infatti occasione per un confronto quantomai diretto ed evidente tra le varie componenti di un quadro socio-politico assai problematico e le cui asprezze sono state, rimangono e purtroppo probabilmente saranno di difficile superamento.

Come caselle di una scacchiera intrisa di sangue, lacrime, e diritti richiesti o negati, i personaggi di Blackkklansman agiscono in una società in cui le differenze di razza creano barriere e spaccature manichee; ebano ed avorio difficilmente commistibili a causa di accese accredini ataviche di un passato che corrode il presente impedendo un futuro da costruire insieme.

La regia di Lee è molto efficace, con palesi rimandi alla Blaxploitation (genere cinematografico all black che esplose proprio negli anni ’70), sia verbali, con menzione di titoli celebri, sia visivi attraverso inquadrature e stile registico; a ciò si aggiungono altre soluzioni stilistiche da poliziesco duro e puro dell’epoca, così come importante diventa la divisione dello schermo ad evidenziare suddetti parallelismi tra anime Bianche e Nere.

Il risultato è un film che, sotto quell’alone commerciale che tanto piace ai produttori, dimostra un’essenza autoriale elegante nella sua durezza, con forma e contenuti in un connubio efficace ed intrigante.

I due membri principali del cast, John David Washington (figlio dell’attore Denzel) e Adam Driver sono pezzi di quella scacchiera.

Il primo è un afroamericano che racchiude in sé diverse anime, combattuto tra l’interesse per i movimenti black power, l’amore per una combattiva manifestante e il dovere di membro della polizia: diventa così crogiuolo dell’essenza delle Pantere Nere con la consapevolezza della potenziale deriva violenta del movimento stesso.

Il secondo è un bianco ebreo in avanscoperta nella tana di un leone suprematista, costretto ripetutamente a spergiurare una fede a cui prima di allora poco peso aveva dato; novello San Pietro accusato dalla folla, aspettando il canto del gallo si trova spalla a spalla con bifolchi WASP (White Anglo-Saxon Protestant) che lo odiano e mantiene la copertura spezzando il pane con loro.

Nei panni del realmente esistente David Duke, volto apparentemente rispettabile del Klan con ambizioni politiche, troviamo Topher Grace, in un ruolo imbarazzante nella sua stupidità.

Ok, un altro ruolo imbarazzante nella sua stupidità.

Sbeffeggiato spietatamente, il trattamento riservato a Duke va ad incanalarsi in quell’ottima procedura di ironizzazione del Male che ne evidenzia le mancanze intellettive, con le farneticanti tesi sulla razza che vengono messe in crisi da una semplice telefonata di un afroamericano sotto copertura.

Stilettata finale della pellicola è il facile parallelismo tra l’America di ieri e quella di oggi: nell’ultimo quarto d’ora il discorso politico, il confronto tra i Seventies e il sulfureo nuovo millennio diventa esplicito e lampante.
Particolarmente efficace il parallelismo tra quanto viene raccontato dal personaggio di Harry Belafonte, che rievoca un linciaggio avvenuto negli Anni ’10 favorito dalla visione del film Nascita di una nazione, considerato ispiratore del Klan, e le immagini di quanto successo a Charlottesville nell’agosto del 2017.

Il 12 agosto 2017 a Charlottesville, In Virginia, un’auto si è schiantata contro una folla di persone che stavano protestando contro il raduno di estrema destra “Unite the Right”. Il ventenne alla guida della macchina, un neo-nazista favorevole alla supremazia bianca ha ucciso una donna di trentadue anni e ferito altre ventotto persone.

Lee mostra le immagini di quanto avvenuto, corredandole con brevi testimonianze dei presenti e con la chiosa del presidente Trump; ciò da un lato aumenta la retorica della pellicola, ma non fa scemare l’ottimo risultato di un film che rimane caldamente consigliato.

Shark – Il primo squalo

Ci serve un blog più grosso.

TRAMA: Un esperto di salvataggi subacquei viene reclutato da un oceanografo cinese per andare in soccorso a un sommergibile che, durante una spedizione legata a un programma internazionale di osservazione sottomarina, è stato attaccato da una gigantesca creatura creduta estinta.
Ora, il mostruoso animale si trova nelle profondità del Pacifico con il sottomarino: l’equipaggio è bloccato al suo interno…

RECENSIONE:

Chiamatemi Serenate.

Qualche giorno fa — non importa ch’io vi dica quanti — avendo poco o punto denaro in tasca e niente che particolarmente m’interessasse a casa, pensai di andare al cinema per un po’, e di vedere così la parte hollywoodiana del mondo.

Faccio in questo modo, io, per cacciar la malinconia e regolare la circolazione. Ogniqualvolta mi accorgo di mettere il muso; ogniqualvolta giunge sull’anima mia un umido e piovoso novembre; ogniqualvolta mi sorprendo fermo, senza volerlo, dinanzi alle agenzie di pompe funebri o pronto a far da coda a ogni funerale che incontro; e specialmente ogniqualvolta l’umor nero mi invade a tal punto che soltanto un saldo principio morale può trattenermi dall’andare per le vie col deliberato e metodico proposito di togliere il cappello di testa alla gente — allora reputo sia giunto per me il momento di prendere al più presto il cinema.

Filmettino che più estivo non si può, Shark – Il primo squalo è una cazzatina di bassa lega utile più a diffondere l’ittiofobia che ad offrire un intrattenimento considerabile para-decente.

Tratto inspiegabilmente da un libro (il MEG del titolo originale statunitense, opera del 1997), Shark ripesca (no pun intended) l’animale gigante come villain, un’idea cinematografica giunta con la DeLorean direttamente dagli anni Cinquanta e che lì sarebbe dovuta rimanere insieme alle frizzanti commedie con Doris Day e ai rockabilly.

Ennesima produzione sinoamericana, che dopo capolavori imperdibili quali Transformers 4, Pacific Rim – La rivolta, Independence Day – Rigenenerazione e The Great Wall alimenta il principio economico denominato legge del Porca puttana, sono un miliardo e mezzo, vuoi che non troviamo gente a cui piacciono ‘ste cazzate?, Shark tenta disperatamente di sfruttare infatti il filone hollywoodiano catastrofico (inteso come disastro naturale che si abbatte sulla popolazione) unito a quello dei film Asylum catastrofici (intesi come disastri umani che si abbattono sugli spettatori) in un’accozzaglia di assurdità narrative e visive senza capo né coda e, soprattutto, noiose da impiccarsi.

Di valore artistico paragonabile a quello di un sasso, oltre a presentare un ritmo dall’avvio più che diesel con una prima mezz’ora da rischio abbiocco catatonico, l’opera fa acqua (e dagli) anche nel banalissimo settore effetti speciali; se essi possono risultare nella media quando il predatore si trova nelle oscure profondità abissali, semi-nascosto alla vista dell’uomo e presenza incombente ma non visibilmente percepibile, la seconda metà della pellicola lo vedrà ovviamente irrorato dalla luce solare, che lo evidenzia quindi per la pataccata in CGI appiccicata con la saliva allo schermo che è.

E se tu scruterai a lungo in uno squalo preistorico lungo trenta metri, anche lo squalo preistorico lungo trenta metri scruterà dentro di te.

A corredo funebre della pellicola si hanno ovviamente al quadrato tutti gli stereotipi possibili immaginabili del genere fanta-horror-puttanata, a partire da un cast irrealisticamente vario e multietnico formato da personaggi con lo sviluppo caratteriale dei manichini di Zara, alcuni dei quali verranno divorati nella totale indifferenza del pubblico che a causa della loro piattezza non li conosce abbastanza da potercisi affezionare, per passare a sottotrame lasciate a volteggiare alla brezza senza ricevere una direzione chiara, l’immancabile bambino/a sgretolagonadi, un villain umano che non si capisce avessero voluto farlo stronzo o patetico e dei dialoghi che mi hanno fatto venire voglia di usare una pistola al posto del phon.

Campagna pubblicitaria Benetton collezione 2019.

Protagonista Jason Statham, granitico tanto nella fisicità esasperata (ovvia la scena delle sue pudenda coperte solo da un asciugamano correlata di fanciulla frontale sbavante, perché le donne bidimensionali dei film non hanno mai visto due pettorali e innanzi agli addominali scolpiti rimangono folgorate novelle Paolo sulla via di Damasco) tanto quanto in un’espressività che varia tra:

– incazzato;

– sarcastico incazzato;

– triste incazzato;

– sto-scherzando-con-una-bambina-di-dieci-anni incazzato.

Minchia, Jason, pigliati una tisana…

Fotografia scattata a Jason Statham durante la sua festa di compleanno.

Oltre al molosso inglese, sprecati in ‘sto filmaccio il brillante Rainn Wilson e l’ex Heroes Masi Oka, che oltre alla cheerleader direi dovrebbe cercare di salvare la sua carriera.

Piccola parte per la futura Batwoman Ruby Rose, su cui mi piacerebbe dire qualcosa che non sia “è lo stereotipo della donna maschiata e tosta qui chiamata “Jaxx”, solito nome comicamente aggressivo”, ma l’unico fattore che Shark riesca a trasmettere sul suo personaggio è lo stereotipo della donna maschiata e tosta qui chiamata “Jaxx”, solito nome comicamente aggressivo.

Fantascienza senza scienza, pesce gigante senza divertimento, Jason Statham senza parolacce e cazzotti.

Gli spettatori sono amici, non cibo.

Ready Player One

Nerd: persona attratta dalla scienza e dalla tecnologia e poco incline alla vita di relazione.

Geek: termine inglese per indicare una persona con un eccessivo entusiasmo in un certo campo di interesse

TRAMA: 2044. In una Terra devastata da guerre, carestie e carenza di risorse naturali, l’unico modo per evadere da una realtà troppo dura e triste è accedere a OASIS, una comunità virtuale dal potenziale infinito.
Alla sua morte, il creatore di OASIS decide di mettere in palio la comunità tra i suoi frequentatori: OASIS sarà di chi risolverà una complicata serie di enigmi e supererà alcune prove.

RECENSIONE: Tratto dal romanzo omonimo di Ernest Cline, Ready Player One è un’opera votata al puro intrattenimento, che pesca a piene mani nella cosiddetta “pop culture” ed arrivando in questo modo alle menti e ai cuori di più generazioni.

Ciò non lo rende un film.

Lo rende Disneyland.

Le scorrevolissime due ore e venti sono infatti incapsulate in una fiumana di citazioni visive e parlate relative a film, canzoni e persino alimenti pop, nerd o geek, in modo da permettere agli spettatori di ogni età di riconoscerne almeno qualcuna (molte sono immediate e veramente celebri, a favore della inclusione e della democraticità), calamitando così il pubblico e rendendolo partecipe di un’avventura che va a sfiorare più o meno blandamente elementi che loro conoscano.

Una trama nella sua essenza piuttosto semplice (i giovani buoni e idealisti contro la corporazione malvagia ed avida) si dipana seguendo le vicende di personaggi aventi un peculiare rapporto con un mondo virtuale dal potenziale infinito.


Si ha di conseguenza anche un interessante confronto tra la realtà materiale e quella visivo-mentale, con la prima che assume un ruolo di trampolino per la seconda, come un passaggio dal Kansas in bianco e nero al fantastico mondo di Oz; pur in un’ottica comunque leggera e di entertainment, vengono lasciate sul terreno come briciole di pane di Pollicino alcune tematiche interessanti relative al nostro rapporto con la virtualità, che possono ben agganciarsi anche a quello esistente con i social network più celebri.

Se la mia vita reale fa schifo, isolarmi in un mondo virtuale dalle infinite possibilità, ma finto, è una naturale e pacifica conseguenza dello spirito di autoconservazione oppure bisognerebbe prestare particolarmente attenzione al mantenimento della distinzione tra il me reale e quello informatico?

Io ed il mio avatar siamo ontologicamente uguali?
Quello che scrive recensioni su un blog e quello che si alza alle sei della mattina per andare a lavorare sono la stessa persona?

Il ragazzino delle medie che se la cavicchia a scuola e AssD3str0y3r che insulta pesantemente le madri dei suoi avversari a Call of Duty sono la stessa persona?

L’esplicito focus sull’intrattenimento non è però solo il maggiore punto di forza di Ready Player One, ma anche purtroppo il suo più stringente limite.

A parte qualche sequenza di notevole expolit visivo, infatti, (non mi vergogno a dire che ad alcune scene ho vomitato arcobaleni) il prodotto non cerca un approccio più specificatamente qualitativo, (fattore invece presente in altri film di Spielberg comunque leggeri e per famiglie, come E.T. o Incontri ravvicinati del terzo tipo), ma si adagia forse troppo sul pop e sul piacere indirizzato ai fan di quel “mondo nerd” salito forse sin troppo alla ribalta negli ultimi anni grazie a serie tv ed altri media.

Le domande ed i concetti teorici che ho precedentemente espresso infatti non vengono esplorati a dovere, rimanendo precipuamente nel conflitto tra la condivisione di un’esperienza accessibile a tutti e l’antagonista compagnia d’affari megagalattica che vuole invece introdurre servizi a pagamento e pubblicità.

Un peccato, perché sono ottimi assist non sfruttati.

Tye Sheridan (Ciclope nel reboot degli X-Men) e Olivia Cooke, pur essendo abbastanza diversi IRL alle loro controparti cartacee (Wade nella prima metà del romanzo è obeso) riescono ad offrire una prova recitativo medio-discreta, utile comunque nell’incarnazione di ragazzi idealisti per cui il pubblico giovane possa provare empatia.

Ben Mendelsohn si conferma uno che “dove lo metti sta”, nei panni di un cattivone bidimensionale comunque adeguato alla già menzionata struttura narrativa abbastanza semplice.

Summa di un movimento, di una raison d’être o di una semplice connotazione socio-culturale, Ready Player One può divertire gli appassionati senza trascurare i casual.

Un simpatico giro sulla giostra del pop.

Red Sparrow

Anne Hathaway, we saw your boobs in Brokeback Mountain
Halle Berry, we saw them in Monster’s Ball
Nicole Kidman in Eyes Wide Shut
Marisa Tomei in The Wrestler, but
We haven’t seen Jennifer Lawrence’s boobs at all.

TRAMA: La ballerina Dominika Egorova viene reclutata presso la ‘Sparrow’, un servizio di intelligence russo in cui viene addestrata a usare il suo corpo come un’arma. La sua prima missione minaccia di mettere a repentaglio la sicurezza di Russia e Stati Uniti.
Trasposizione cinematografica del romanzo Nome in codice: Diva (Red Sparrow) scritto dall’ex agente della CIA Jason Matthews.

RECENSIONE: Diretto da Francis Lawrence ed interpretato da Jennifer Lawrence (quindi non è vero che “solo finocchi e marinai si chiamassero Lawrence”), Sparrow è un algido spy-thriller con, principalmente, un piccolo difetto.

Un piccino piccino, sebbene cruciale, dettaglino.

Questo film è lento come una tartaruga centenaria zoppa che scala un monte Everest ricoperto di Nutella. 

Per carità, viste le premesse non mi aspettavo certo una pellicola intensa e con apprezzabili sequenze action alla Michael Mann, però Cristo, Red Sparrow si prende dei tempi narrativi veramente troppo rilassati e dilatati, che si sposano davvero male con un contesto di alta tensione tra Stati, in cui anche la più piccola mossa di un singolo può incidere sui rapporti tra superpotenze.

Quella che avrebbe potuto essere rappresentata come una tesa e fine partita a scacchi tra spie impegnate ad essere sempre un passo avanti al nemico diventa infatti troppo presto un drammone imbolsito in cui tutti i personaggi cercano di inchiappettarsi a vicenda (non solo metaforicamente) in un valzer di mascalzoni confusionario e privo di appeal.

Ah, però si vedono le tette della Lawrence.

In realtà non così tanto “Yaaay!”, perché Red Sparrow cade nel frequentemente riscontrato scivolone dell’uso di sessualità facile, unendo ad una premessa piuttosto traballante e ultrafacilona del corpo speciale addestrato ad usare fascino e sesso come armi (che pazienza…) un utilizzo del sesso non costruttivo ai fini narrativi, ma per il mero gusto di avere un sottotesto scabroso che condisca la storia stessa.

Avete presente le prime stagioni de Il trono di spade, dove ogni scusa era buona per mostrare patane?

Ecco, pur con pochissimi nudi, qui il principio è il medesimo.

La sceneggiatura offre un ribaltamento di fronti così repentino da diventare paradossalmente noiosa: visto che gli schieramenti sono così permeabili in entrata ed uscita da cambiare letteralmente da una scena all’altra, lo spettatore non è spinto ad interessarsi né ad essi (perché troppo mutevoli) né ai suoi interpreti (perché assumono la personalità di marionette tutte uguali ed intercambiabili).

E per un thriller, faticare ad appassionare non è un problema da poco.

L’erotismo di fondo, velato o esplicito, non aggiunge quasi nulla alla trama, poiché il rapporto sessuale non è climax all’interno della relazione tra due personaggi, ma un’ombra costante che li copre quasi soffocandone lo sviluppo narrativo.
Un acufene così continuo che la sua scomparsa non è piacevole surplus, ma liberazione da una scocciatura.

Nel ruolo della protagonista Jennifer Lawrence, di nuovo in collaborazione con il regista suo omonimo dopo la serie Hunger Games, che offre spavaldamente le proprie burrose forme a generose inquadrature del suo corpo.

Come ho già detto il punto di partenza è mal sfruttato, e personalmente se già dalla premessa percepisco un senso di stupidità, difficilmente accetto il patto narrativo che  mi richiederebbe di appassionarmi alla trama.

Sì, è bella, ed il film ce lo comunica in tutti i modi diretti o indiretti possibili.

E quindi?

Joel Edgerton forse ancora traumatizzato da quella boiata Netflix di Bright per ricordarsi come si recita: la sua stazza bovina combinata all’espressività di uno spartitraffico contribuiscono unicamente ad incarnare un fastidioso cosplay del più scialbo Ben Affleck.

Cast di contorno tanto ricco quanto sprecato: Jeremy Irons, Ciarán Hinds, Charlotte Rampling, Joely Richardson e Mary-Louise Parker hanno ruoli così piccoli e poco impattanti che avrebbero potuto risparmiare sui loro cachet per concentrarsi sulla solidità del plot.

Due ore e venti che sono il contrario del petto della Lawrence.

Piatte.

Pillole di cinema – L’uomo di neve

Do you want to build a snowman?

TRAMA: Oslo. Al sopraggiungere della prima neve alcune donne iniziano a sparire e, contemporaneamente, in città compaiono diversi pupazzi di neve. Le due cose sembrano collegate, ma bisogna darsi da fare: nuove nevicate cancellerebbero eventuali tracce del killer. Il detective Harry Hole è a capo di una sezione speciale della polizia cittadina impegnata nel caso.
Da un romanzo di Jo Nesbø.

PREGI:

– IL NORD NON DIMENTICA: L’uomo di neve riesce ad imbastire una trama efficace grazie all’importanza che viene data alla consequenzialità di eventi che si svolgono su linee temporali diverse; in questo modo la vicenda assume un più ampio respiro, giovando ad una storia che assume connotati più generazionali che meramente immanenti.
Flashback e relativi ritorni al presente sono ben gestiti, non sembrando forzati e rivelando elementi giusti nei momenti giusti, fattore importante e niente affatto scontato nei thriller.

– OSLO: Una delle capitali europee forse meno sfruttate al cinema (escludendo epopee vichinghe varie ed eventuali), l’ex Christiania offre un’ambientazione estremamente suggestiva, non solo per quanto concerna l’elemento prettamente cittadino ma anche relativamente al paesaggio naturale circostante l’aera urbana.

La fotografia riesce ad azzeccare toni e luci giusti, fornendo agli occhi dello spettatore un’algida sequenza di campi medi e lunghi che riescono ad immergere lo spettatore in un’atmosfera fredda ed asettica, con i colori bianchi che assumono connotazioni accoglienti o spettrali secondo l’evenienza.

– REBECCA FERGUSON: Dopo l’ennesimo delirio onanistico di Tom Cruise ed un vergognoso plagio di Alien, finalmente l’attrice svedese capita in una pellicola quanto meno decente e nella quale possa interpretare un personaggio ben caratterizzato.

Per carità, non stiamo parlando di Bergman (a proposito di Svezia), ma la sua Katrine Bratt possiede almeno una tridimensionalità caratteriale tale da farla spiccare tra i colleghi qui impegnati, anche perché una delle pecche de L’uomo di neve è proprio…

DIFETTI:

– … IL RESTO DEL CAST: Da un Val Kilmer la cui espressione piuttosto indecifrabile rimane comunque la stessa in ogni scena che lo veda coinvolto, ad un J. K. Simmons sprecatello fino ad un Michael Fassbender mandato allo sbaraglio, personaggi relativamente interessanti vengono penalizzati da una scelta di cast poco lungimirante.

Spiace in particolare per “Fassy”, attore di pregevole bravura ma che risulta piuttosto fuori ruolo come detective alcolizzato e sfatto.
Recitazione troppo pulita ed aspetto non così trasandato come il vissuto del character suggerirebbe, sarebbe servito un interprete dall’estetica ben più torva.

– POCA PERSONALITÀ: Come tutti i film da sei-sei e mezzo, anche L’uomo di neve rischia di finire ben presto nel dimenticatoio; a meno che non siate fan delle opere di Nesbø, infatti, la pellicola non contiene elementi che possano farla emergere all’interno del genere di appartenenza.

Lo spettatore superficiale, inoltre, potrebbe considerarla una mera copia di Uomini che odiano le donne, thriller a sua volta tratto da un best seller scandinavo.

– EFFETTI SPECIALI: Pur contando quanto le mutande in un porno, i pochi effetti speciali qui presenti rientrano nelle menzioni negative poiché hanno il doppio difetto di essere tanto mal fatti quanto inutili e bypassabili in modi stilisticamente diversi rispetto a quelli adottati.

Se in un film si inserisce un elemento inutile e per di più lo si realizza male, si dimostra doppia miopia.

CONSIGLIATO O NO?

Oggettivamente non è un brutto film, per cui in una serata da botta e via sicuramente, ma se cercate qualcosa di più artisticamente rilevante può essere evitato senza troppi rimpianti.

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