L'amichevole cinefilo di quartiere

Articoli con tag ‘Weisz’

Black Widow

«Morty! Conosci il test di Bechdel!?»

«Il… cosa!?»

«La formula per misurare l’impatto dei personaggi femminili nelle storie, inventato dalla fumettista lesbica Alison! Che cavolo vi insegnano a scuola!?»

«Altre cose!»

«Allora ci hai uccisi entrambi!»

«Ma perché devi specificare che è lesbica!?»

«Oh, ORA sei un progressista!?»

TRAMA: Dopo gli eventi di Captain America: Civil War Natasha Romanoff si ritrova da sola e costretta ad affrontare il suo passato, mentre una nuova minaccia incombe.

RECENSIONE:

Citando Wikipedia, per catfight si intende una lotta fisica fra donne, spesso caratterizzata da graffi, schiaffi, tirate di capelli e indumenti strappati.

È un concetto che valorizzi le figure femminili coinvolte, che doni loro il tanto agognato empowerment e che contribuisca nel suo piccolo ad ottenere finalmente una benedetta parità tra generi?

Assolutamente no, è un’immagine destinata al mero ludibrio dell’uomo, dotata anche di una valenza più che vagamente erotica e che abbassa la donna ad una mera “gattina” che nonostante un aspetto assai gradevole può mostrare le unghie contro le sue simili.

Non fidatevi, quindi, delle dichiarazioni di quei critici troppo entusiasti di abbeverarsi alla fonte del progressismo anche quando sia a sproposito: Black Widow non è un film femminista, e nemmeno può esserlo.

Non può infatti valorizzare la figura femminile una pellicola facente parte di un genere in cui, mentre i loro corrispettivi maschili sono degli eroi piacioni e accattivanti che salvano il mondo (se non I mondi), vi siano come protagoniste delle belle fighe da esposizione scritte ancor più banalmente rispetto agli standard soliti, le quali si menano danzando nelle più stereotipate e lineari delle coreografie per poter mostrare ad un pubblico facilone e inebriato di testosterone quanto le tigrotte siano sexy quando si arrabbiano.

Non aiutano nemmeno le scelte registiche di Cate Shortland, che probabilmente pur appartenendo al gentil sesso non si fa problemi a mostrare le donne con l’occhio da predatore allupato con cui le guarda Michael Bay.

O come Zack Snyder guarda gli uomini.

Queste navette avrebbero potuto essere di qualsiasi forma. E invece…

Per ovviare al piccolo dettaglio di aver prodotto un film prequel la cui uscita temporale non ha assolutamente alcun senso logico in un’ottica di sviluppo introspettivo del character, considerato anche il finale del personaggio in Endgame, si tenta purtroppo di pigiare allo spasmo il pedale dell’attrattività estetica: quindi via, con un quantitativo francamente imbarazzante di primi piani sulle terga delle nostre eroine.

Penso sia inutile lamentarsi dell’oggettivizzazione del corpo femminile quando, trattandosi di supereroi, sia scontato un picco fisico decisamente fuori dai normali standard umani : la fisicità esasperata serve infatti per far sfuggire l’immaginazione del pubblico dalla realtà, ed in tal senso i corpi da divinità greca fungono a tale scopo (quante volte in un film action abbiamo il torso nudo del protagonista? Innumerevoli), diminuendo il realismo e contribuendo alla formazione di un universo scenico lontano dal grigiore quotidiano a cui lo spettatore sia sottoposto.
L’importante è considerare sempre i personaggi come in primis delle persone, senza scadere nella volgarità (sì, dico a te, inutile topless di spalle onnipresente non solo su Instagram, ma pure al cinema) e nella crassa beatificazione di un quarto di manzo da esposizione macelleristica.

Qui invece si esagera.

Non mi si fraintenda: immagino che Scarlett Johansson e Florence Pugh si siano sicuramente fatte il culo (in palestra letteralmente, direi) in modo da entrare in forma per il ruolo, ma nemmeno Joss Whedon con Gal Gadot in Justice League si è spinto a tanto.

Ok, forse sì.

Tra una trama geostorica così ai limiti del ridicolo da far assomigliare Rocky IV ad un capolavoro cinepolitico di Oliver Stone, con la mitologia fumettistica mainstream americana che evidentemente non riesce a trattenersi da un pigro bearsi per la vittoria della Guerra Fredda (sono passati più di trent’anni, per l’amor di Dio, anche basta), e una serie infinita di momenti insoddisfacenti anche per il proprio minimo intrattenimento, Black Widow non riesce a decollare, risultando una copia poco ispirata di Captain America: The Winter Soldier senza però condividere con il suo palese ispiratore dei succosi retroscena tra protagonista e amico/nemico giunto dal passato.

È assai difficile, infatti, risultare emotivamente coinvolti da personaggi dei quali in circa una ventina di film non abbiamo mai sentito parlare, e di cui perciò non abbiamo conosciuto il background storico se non dal punto di vista strascicato a posteriori dalla storia che si sta svolgendo in questo momento, lasciandoli perciò smarrirsi nell’ormai infinito marasma di facce, corpi e poteri senza personalità che questo universo narrativo ci ha presentato negli anni.

Se il plot in senso stretto presenta più crateri della superficie lunare, con badilate di informazioni spiegate poco e/o male, lascia piuttosto perplessi la totale mancanza di focus per quanto riguarda i toni narrativi: la pellicola tenta infatti a più stancanti riprese di essere divertente, attraverso però degli sforzi più inutilmente disperati di quelli di un padre che cerchi di sembrare g-g-giovane agli occhi del figlio; viceversa, il film gioca anche la carta dell’estrema cupezza e seriosità, ma risultando ad inverso involontariamente ridicolo poiché la drammaticità dei temi va appunto ad inserirsi in un contesto volutamente scanzonato e fumettistico.

La palese critica allo sfruttamento internazionale della prostituzione femminile, alle relazioni tossiche ed al patriarcato, qui mascherata dall’indottrinamento forzato delle donne per i biechi scopi degli uomini, manca totalmente il bersaglio, proprio perché tematica che viene affogata mediante il più spietato dei waterboarding da un polpettone di trama spenta e noiosa, pure eccessivamente lunga come minutaggio e che fallisce nel voler rendere giustizia all’ultimo (?) atto di un’eroina dipartita.

Che tutti i personaggi maschili (tranne circa uno) siano o malvagi, oppure idioti, oppure comici nella loro superficialità, non fa altro che rendere macchiettistico quello che sarebbe invece (stato) un messaggio di estrema importanza, soprattutto se appunto trasmesso da una pellicola così mainstream e alla portata delle masse come quelle della Marvel.

Ma se invece di prendere continuamente per il culo questa posa idiota la smettessimo direttamente di fare? Eh, film? Che dici?

Scarlett Johansson ormai non ci prova nemmeno più, dovendo continuare a giustificare a favore di telecamera la presunta profondità del suo personaggio nonostante sullo schermo venga strizzata in una tuta attillata di latex dietro l’altra; recitando (si fa per dire) con lo stesso entusiasmo di coda alle Poste in luglio che aveva Jennifer Lawrence negli ultimi capitoli di The Hunger Games, evidentemente in cuor suo sa che non si possa cavare sangue da una rapa.

Florence Pugh, che ho amato in qualsiasi cosa abbia recitato tranne che nel film più noioso della storia del cinema è sprecata come usare una mazzetta di banconote per pareggiare un tavolo traballante; il suo innegabile magnetismo (pollice non ironicamente in su per i truccatori, che qui le hanno fatto risaltare tantissimo gli occhi) non è purtroppo sufficiente ad offrire una buona performance, visto lo squallore del materiale che le sia stato affidato per lavorare.

David Harbour, Rachel Weisz e Ray Winstone incommentabili: spero per loro che siano stati pagati parecchio, anche se, come per le protagoniste, bisogna spezzare una lancia in loro favore vista la desolante povertà contenutistica dei loro personaggi.

Il villain di Winstone, in particolare, risulta uno dei più scialbi e malriusciti di tutto il MCU: ricadendo troppo pedissequamente nello stereotipo dell’uomo abusante debole e codardo, il suo scontro finale con l’eroe non è soddisfacente né narrativamente né per un ipotetico climax visivo.

CGI che nella parte finale sembra essere stata un po’ al risparmio (nonostante i duecento milioni di dollari di budget), il personaggio di Taskmaster da ridere per non piangere.

Che film bruttino.

Speakers’ Corner – La Favorita


«Siete venuto a sedurmi o a stuprarmi?»
«Sono un gentiluomo».
«Allora a stuprarmi».

Raffinato gioco al massacro in una corte settecentesca inglese pregna di veleni, “La Favorita” è una pellicola che eleva il leccaculismo a strategia di sopravvivenza sociale darwiniana.

Ambizione, il tuo nome è femmina: una battaglia senza esclusione di colpi tra due dame per accaparrarsi la posizione sociale più privilegiata, sfruttando debolezze fisiche e caratteriali di una regina il cui potere è ormai meramente nominale.

La Voluntas regale che è quindi diroccato mausoleo, pallida imitazione di quanto realmente dovrebbe incarnare: di facile condizionamento ma proprio per questo terribile e mutevole come piacevole brezza primaverile che si tramuti improvvisamente in furiosa tempesta.

Bravissime le tre protagoniste: Olivia Colman leviatano decisionale in corpo rotto e mente assuefatta presta il fianco alle due arpie Rachel Weisz ed Emma Stone, le cui battute al vetriolo sono spade nelle mani di ben poco cavalleresche duellanti.

Un film meraviglioso.

The Bourne Legacy

The Bourne eccetera.

TRAMA: Aaron Cross è un nuovo agente segreto della CIA uscito dallo stesso addestramento eseguito su Jason Bourne, che lo ha reso una perfetta macchina da guerra potenziando le sue capacità. A causa della volontà di insabbiare il programma, si ritroverà contro i vertici dello stesso reparto che l’ha creato.

RECENSIONE: Spin-off (più che sequel) della saga di Jason Bourne (interpretato da Matt Damon in The Bourne Identity (2002), The Bourne Supremacy (2004) e The Bourne Ultimatum (2007)), per la regia di Tony Gilroy (Michael Clayton (2007)), sceneggiatore della saga anche in questo capitolo, che sostituisce alla regia Paul Greengrass, questo spy-movie non arriva alla sufficienza, zavorrato dalla sua eccessiva somiglianza in alcuni tratti con il primo film della serie (possibile nuova trilogia?) e dalla durata eccessiva: 135 minuti sono tanti se non li sai gestire con continuità e dosando l’altalenarsi delle situazioni, e qui gli scarti sono veramente notevoli (considerando soprattutto l’inizio un po’ arrugginito): lo spettatore medio potrebbe faticare e annoiarsi, e questo costituisce la morte del film; inoltre si sente un po’ il mancato supporto di una regia che è sì sufficiente ma che forse avrebbe potuto mostrare più qualità in alcuni frangenti invece di limitarsi al compitino. La sceneggiatura è la classica “bournata” piena di intrighi, (evitate il film se non avete visto almeno uno dei precedenti, l’ideale sarebbe averli in mente tutti e tre) con badilate di nomi e personaggi utili per gli aficionados in modo da mantenere il trait d’union con gli altri, ma difficili da digerire almeno inizialmente per i neofiti. Nuovo protagonista della saga caratterizzata dalla enorme fantasia dei titoli è Jeremy Renner (che nonostante sia stato candidato all’Oscar come protagonista per The Hurt Locker, miglior film del 2008, e come non protagonista per The Town nel 2010, verrà ricordato per l’Hawk-Eye di The Avengers (2012), film rilevante come le mutande in un porno) che a fare l’eroe d’azione salva-situazioni-impossibili è bravo, ma vista la sua bravura a recitare con lo sguardo sarebbe forse un peccato si limitasse a quello; al suo fianco la Bourne girl Rachel Weisz (primi due episodi de La Mummia (1999 e 2001), assieme a Brendan “Indiana Jones dei poveri” Fraser, oltre ai più interessanti Agora e Amabili resti nel 2009) che interpreta la scienziata tutta testa che si ritrova in una situazione più grande di lei, personaggio clichè ma in film di questo tipo è ciò che passa il convento; il cattivo è il brizzolato (e redivivo) Edward Norton (American History X (1998), Fight Club (1999), La 25a ora (2002)), che a differenza dell’inguardabile L’incredibile Hulk (2008) salva la baracca interpretando con vigore patriottico un Tom enormemente avvantaggiato rispetto al suo Jerry, avendo a disposizione praticamente tutta la tecnologia esistente sul pianeta e sfruttandola in maniera asfissiante nei confronti dei protagonisti. Dal punto di vista tecnico spiccano in positivo la fotografia di Robert Elswit (vincitore dell’Oscar per Il petroliere (2008)) che passa in maniera abbastanza disinvolta dalle montagne alla città, da un continente all’altro, dal Manzanarre al Reno, e le musiche di James Newton Howard (5 nomination all’Oscar per la miglior colonna sonora, tra cui quella de Il fuggitivo (1993) più 2 nomination per la miglior canzone) che sottolineano adeguatamente i ritmi concitati della seconda parte di film.

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