L'amichevole cinefilo di quartiere

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L’isola dei cani

Vorrei vivere in un film di Wes Anderson
Inquadrature simmetriche e poi partono i Kinks
Vorrei l’amore dei film di Wes Anderson
Tutto tenerezza e finali agrodolci.

TRAMA: Giappone. un ragazzo è alla ricerca del suo cane smarrito, finito su un’isola piena di rifiuti e abitata da alcuni cani randagi.

RECENSIONE: Nono lungometraggio di Wes Anderson, con cui ha vinto l’Orso d’argento per il miglior regista all’ultimo Festival internazionale del cinema di Berlino, L’isola dei cani è un carinissimo gioiello in stop-motion (sua seconda opera girata mediante questa tecnica, dopo Fantastic Mr. Fox), in cui il regista texano può inserire tutti i suoi tipici crismi creando un’opera come suo solito simpatica, raffinata ed elegante.

Dietro ad un ben orchestrato impianto favolistico si cela infatti una storia ricca di sentimenti, che andando a toccare temi portanti dei rapporti personali (l’amicizia, l’altruismo, il lottare per i propri ideali) imbastisce una costruzione narrativa piacevolmente più profonda di quanto l’infantile apparenza possa erroneamente suggerire.

Ciò è importante per offrire allo spettatore una pellicola “per famiglie” nel senso più stretto della definizione, senza però dimenticarsi la classica particolarità para-hipster andersoniana, che ormai ha inquadrato il suo cinema come genere artistico a sé stante.

La regia è infatti quella che i cinefili hanno ben imparato a conoscere.

Una simmetricità che sarà sicuramente sollievo per i malati di OCD, in cui ogni fotogramma è costruito secondo regole geometriche tanto rigide quanto efficaci nella resa artistica degli stessi, gli zoom su oggetti di uso comune o sulla loro preparazione, le inquadrature dall’alto o con campi larghi o l’indugiare su procedure apparentemente superflue ai fini della specifica trama sono elementi che anche ne L’isola dei cani risultano facilmente individuabili, fornendo tanto un senso di piacevole abitudinarietà per i fan quanto i soliti gradevoli espedienti per i neofiti.

Si ha perciò anche qui l’impressione, probabilmente ancor più che in altri casi vista la tecnica con cui è stata realizzata la pellicola, di entrare in un particolare microcosmo che si sviluppi nelle atmosfere ovattate di una casa delle bambole, un mondo alle cui vicende noi spettatori assistiamo con leggerezza ed interesse.

Come in molte opere di Anderson (sì, lo so, il concetto viene ripetuto parecchio in questa recensione) anche ne L’isola dei cani abbiamo ragazzini che si comportano da adulti, spinti dalle proprie emozioni ed alla ricerca di ciò che è giusto; gli adulti, talvolta più deboli di loro, li trattano da pari, e ciò comporta una riduzione delle distanze psicologiche e ruolistiche dei soggetti: non si è “adulti” o meno in base ad una maturità anagrafica, ma ad uno sviluppo emotivo ed intellettuale.

Evidente anche il tema della fuga, qui per sfuggire all’ottusità di un ingiusto ordine costituito, mezzo attaverso cui perseguire il proprio obiettivo emotivo: ritrovare il proprio cane, o in senso lato un proprio amico, da cui si è stati obbligati a separarsi per l’incapacità dell’autorità di attuare provvedimenti maturi ed efficaci per la risoluzione di un gravoso problema.

Cast vocale di primissimo piano, in cui trovano spazio molti degli aficionados di Anderson, da Jeff Goldblum a Edward Norton, da Bill Murray a Tilda Swinton; simpatica la scelta di non doppiare i personaggi umani giapponesi, bensì di servirsi (come esplicitato dopo i titoli di testa) di “traduttori” particolari in occasione di dichiarazioni televisive o altro.

Tale fattore aumenta il senso di incomunicabilità tra le persone, unita alla distanza culturale tra popolazioni totalmente diverse come asiatici ed occidentali, che porta spesso ad avere come conseguenza situazioni spiacevoli che sarebbero state facilmente risolvibili o evitabili attraverso il dialogo.

Scelto per la versione italiana il cast vocale corrispettivo dei diversi attori, che deo gratia almeno non sono stati sostituiti da “talent” di dubbio senso.

Quindi ad esempio Stefano de Sando in luogo di Bryan Cranston (da lui già doppiato nella serie televisiva Breaking Bad) e Sandro Acerbo torna a prestare la voce ad un personaggio di Jeff Goldblum dopo lo Ian Malcolm de Il mondo perduto (“Mammina è molto arrabbiata”); Scarlett Johansson, Edward Norton e Liev Schreiber doppiati come consuetudine dai bravi Domitilla D’Amico, Massimo De Ambrosis e Pino Insegno.

Un film simpatico, agrodolce e di ottima qualità, come il buon Wes sa offrire al pubblico.

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Pillole di cinema – Il libro della giungla (2016)

il-libro-della-giungla-poster-2Welcome to the jungle
We take it day by day
If you want it you’re gonna bleed
But it’s the price you pay

TRAMA: Mowgli è un bambino allevato dai lupi. Quando la tigre Shere Kahn, nota mangiatrice d’uomini, annuncia di voler eliminare qualsiasi traccia dell’uomo dalla giungla, Mowgli parte all’avventura…

PREMESSA: Considerata la fama della storia, risalente al 1894, la recensione seguente potrebbe contenere spoiler (anticipazioni sulla trama).

PREGI:

– Giancarlo Magalli über alles: Già doppiatore per la Disney in Hercules (diede voce al satiro Filottete), il conduttore televisivo romano interpreta vocalmente in maniera efficace il re delle scimmie Louie (“Luigi” nell’italianizzazione del 1967), ben connotato in questa versione come una sorta di incrocio tra un monarca assoluto e il colonnello Kurtz di Apocalypse Now.

Aiutato infatti dal cambio di caratterizzazione del personaggio tanto introspettivo quanto estetico (qui Luigi è un gigantopithecus, là era un orango) rispetto al classico animato, la sua voce risulta ottimamente inquietante e addirittura “tenebrosa”, abbinandosi alla perfezione con il character.

– CGI avente un senso: grande pregio dell’opera è costituito da una non posticcia e fuori luogo sovrabbondanza di computer grafica, che riesce a risultare credibile sia nella ricostruzione della giungla come ambiente sia degli specifici animali che la popolano.

Paradossalmente è di aiuto la scarsa presenza umana (solo un bambino), che toglie quindi i creatori della pellicola dall’impiccio dovuto all’armonizzazione tra realtà e immagini al computer, talvolta piuttosto ardua nei film che utilizzino troppi effetti speciali.

Spicca particolarmente in positivo l’espressività conferita ai musi degli animali, che diventano così veri e propri “volti” diminuendo drasticamente la distanza tra pubblico e personaggi.

Per un regista che ha in curriculum i primi due episodi di Iron Man e l’assurdo Cowboys & Aliens (la cui idea di base ha senso quanto “Eschimesi & Nazisti” o “Prussiani & Watussi”), mica male.

il libro della giungla

– Kaa femmina: In generale credo sia necessaria molta cautela quando si opti per il cosiddetto genderswapping (ossia il cambiamento di genere di un personaggio canonicamente di un determinato sesso).

In questo caso specifico però il pitone ben si presta ad una virata femminile, sia considerando fattori pratici come l’ipnosi (che praticata da un individuo di sesso opposto assume valore vagamente erotico oltre che predatorio), sia approdando sul terreno del simbolismo legato a temi come tentazione, pericolo e, perché no, algida bellezza.

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– (Almost) Song-free movie: Ok, vi vedo già affilare i forconi e riempire di pece le torce, per cui mi spiego meglio.

In una pellicola in live action la solita vagonata di cantate Made in Disney sarebbe piuttosto ridicola.

Quindi per quanto la celeberrima The Bare Necessities, comunque presente anche qui, sia carina ed appartenga alla storia del relativo genere, non esagerare con le note lo considero un punto a favore.

Per essere una pellicola della House of Mouse, fortunatamente nessuna canzone su quanto sia valoroso e buono il protagonista, su quanto la bella ragazza voglia “di più” non essendo una semplice statuina, su quanto cattivo sia il cattivo o su quanto comica sia la spalla comica.

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DIFETTI:

– Ho detto “ALMOST”…: I Wan’na Be Like You ce la cucchiamo anche qui, e data la già citata connotazione darker di Luigi non è che abbia molto senso.

E pensare che nella versione originale in lingua inglese se la canta Christopher Walken ne ha probabilmente ancor meno.

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– Riprende con relativa fedeltà la versione animata: Che di per sé non è un difetto, ma qualcuno potrebbe mal digerire la relativa poca novità di questo prodotto cinematografico, oltre che arrabbiarsi per ogni (necessaria) modifica.

Se non altro si risparmia allo spettatore la grottesca immagine di un orso vestito come Carmen Miranda.

E gli avvoltoi-Beatles.

Consigliato o no? Sicuramente sì. Non fatevi ingannare dall’apparenza da ennesimo remake senza senso: questa versione de Il libro della giungla potrebbe stupirvi in positivo.

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