L'amichevole cinefilo di quartiere

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Pillole di cinema – Ted 2

ted 2 locandinaFumare il bong con un orsacchiotto di pezza?!

Sigmund, vieni qua, c’è bisogno di te…

TRAMA: Ted e sua moglie Tami-Lynn decidono di avere un bambino per salvare il proprio matrimonio. Le loro speranze vengono schiacciate, però, quando il Commonwealth del Massachusetts dichiara che Ted non è un essere umano.
Arrabbiato e sconsolato, l’orso chiede al suo migliore amico John di aiutarlo a citare in giudizio lo Stato per far valere i propri diritti.

PREGI:

Comicità politicamente scorretta: Come è facilmente intuibile considerando che la mente dietro questo film è anche l’autore della serie animata I GriffinTed 2 è un concentrato di umorismo greve e sboccato, che può essere preso come una boccata d’aria fresca rispetto ai classici canoni ironici che si adagiano pigramente sui binari del buongusto.

ted 2 scena 3

Vasto citazionismo: Nel caso in cui possediate un minimo di cultura cinematografica pop coglierete nella pellicola un’enorme quantità di riferimenti a film celebri; ciò aumenta l’elemento satirico e il gusto per il capovolgimento comico di determinate situazioni.

Camei: Uno più assurdo dell’altro.

Seriamente.

ted 2 scena

DIFETTI:

Titoli di testa eterni: Ben coreografati, ben eseguiti, musicalmente apprezzabili.

Ma TROPPO lunghi.

La comicità talvolta prevale sulla sceneggiatura: Il plot assume spesso la connotazione di una serie di sketch incollati tra loro piuttosto che costituire un vero e proprio scheletro narrativo.
Non sempre, quindi, la trama principale riesce ad affermarsi perentoriamente sui vari spezzoni, mostrando un’eccessiva debolezza strutturale.

Niente ironia sulla religione: Legato al pregio iniziale da me menzionato, ciò è un difetto perché ironizzando, satireggiando o “sfottendo” elementi considerati tradizionalmente tabù dalla società benpensante (la morte, il razzismo, gli stereotipi, le convenzioni sociali, il sesso con annessi e connessi), col senno di poi si nota come il culto religioso sia stata l’unica area accuratamente evitata.

E sinceramente da uno che ha realizzato puntate de I Griffin con protagonista Gesù, ciò è abbastanza inspiegabile.

A meno che non volesse particolari rogne riguardo alla distribuzione del film.

In tal caso si spiegherebbe benissimo.

ted 2 scena 2

Consigliato o no? Se avete apprezzato il primo episodio (che a me non piacque, a differenza di questo seguito) o una delle due creazioni animate di Seth MacFarlane (oltre ai già citati GriffinAmerican Dad) sicuramente.

Lo Hobbit – La battaglia delle cinque armate

la battaglia delle cinque armate locandina“Vedo nei vostri occhi la stessa rottura di palle che potrebbe afferrare il mio cuore.

Ci sarà un giorno in cui il coraggio dei recensori cederà, in cui abbandoneremo i nostri princìpi e leccheremo il culo a ogni blockbuster, ma non è questo il giorno!

Ci sarà l’ora della Marvel, e dei maroni frantumati quando l’era di Michael Bay verrà alla luce, ma non è questo il giorno!

Quest’oggi recensiamo… Per tutto ciò che ritenete caro di questa bella Arte vi invito a resistere!”

Zaan Zaan Za-za-zaaaaan…

TRAMA: Dopo essere giunti a Erebor, Thorin e gli altri nani hanno due problemi: eliminare il drago Smaug e difendere la propria montagna, prima che altri giungano a reclamarne le ricchezze…

RECENSIONE: Liberamente tratto dall’omonimo romanzo di J. R. R. Tolkien e terzo capitolo della relativa trilogia cinematografica, La battaglia delle cinque armate è la classica mattonata fantasy di due ore e mezza con cui, se Dio vuole e ha pietà di noi, si conclude la saga de Lo Hobbit.

sam you don't mean non intendi

Prima che mi aspettiate sotto casa coi bastoni, mi spiego meglio.

Nonostante io non sia amante, per usare un eufemismo, del cosiddetto “High Fantasy” (= elfi, nani, draghi, ambientazione medievale, serie tv pretenziose basate su tette e morti ammazzati), apprezzo tantissimo la trilogia de Il Signore degli Anelli: ritengo tutte e tre le pellicole molto ben realizzate globalmente, e penso che dimostrino una grande cura di tutte le loro componenti.
Ogni loro aspetto è di ottima qualità (dalla colonna sonora ai costumi, dalla fotografia al trucco), e nonostante al grande pubblico di tali elementi non gliene possa fregare di meno, i numerosi Oscar tecnici vinti in tali categorie credo siano stati più che meritati.

THE HOBBIT: THE BATTLE OF THE FIVE ARMIES

Il problema è che, dopo quel grande successo di pubblico e critica, in cabina di comando si sono lasciati prendere la mano, diluendo in tre opere (ciascuna oltretutto di lunghezza notevole) un libro dai toni favolistici molto più scarno di come sia stato poi rappresentato sul grande schermo.
Tale manovra, oltre ad essere una commercialata spaventosa dettata da una pantagruelica avidità, fa accomunare la trilogia de Lo Hobbit con altre galline dalle uova d’oro letterarie/cinematografiche come Twilight Hunger Games.

Risultando quindi un’opera fatta solo per soldi e utile come un costume da bagno sull’Everest.

hobbit katniss hunger games

Oltretutto a parte nani, elfi e uomini “high as fuck, fighting a dragon and shit”, non posso fare a meno di notare che questa serie sia divisa in un primo capitolo dal ritmo piuttosto lento in cui i personaggi principali si conoscono ed iniziano la loro avventura, un secondo atto caratterizzato da un grande scontro intermedio in cui la trama è riassumibile in due righe ed un episodio finale con grandi battaglie campali tra enormi eserciti.

Cioè pari pari a ISDA, nonostante le due opere letterarie di riferimento siano totalmente diverse.

smaug-strafe

Tralasciando il pistolotto necessario data la conclusione di questa trilogia (i cui primi due film sono Un viaggio inaspettato La desolazione di Smaug), La battaglia delle cinque armate è un finale di saga portato a compimento con ordinarietà da ragioniere, e che pare una copia sbiadita de Il ritorno del re.

Sbiadita perché nonostante lo scontro menzionato nel titolo sia imponente e ben realizzato visivamente, il film dà sempre l’idea di un rifacimento in tono minore di ciò che si è visto anni fa, e ciò va ovviamente ad inficiare in pejus sulla qualità complessiva dell’opera.

Giudicare questa pellicola è quindi piuttosto difficile, perché sì, è fatta molto bene oggettivamente, ma rende una sensazione di “secondario” e di “tono minore” troppo marcata.

nani

Il cast tecnico è lo stesso de ISDA, e ciò garantisce alta qualità: come già accennato elementi quali la fotografia, i costumi, gli effetti speciali e la colonna sonora sono veramente ottimi, e contribuiscono a far immergere lo spettatore in un mondo lontano e incredibile, rendendo visivamente realistico ciò che oggettivamente non lo è.

Peccato solo che alcune scene di combattimento (specialmente quelle uno contro uno) siano state coreografate da qualcuno che aveva fatto il pieno di peyote un’ora prima e che si è fatto un po’… diciamo… “prendere la mano” con la spettacolarità.

Nonostante la complessiva qualità la pellicola trasmette poco, e devo ammettere che l’impressione di avere a che fare con un soprammobile di due ore e mezza tanto bello quanto vuoto sia stata piuttosto vivida.

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Ne La battaglia delle cinque armate viene portato a compimento il tema dell’avidità, che era stato introdotto nel capitolo precedente con la comparsa del drago e che ovviamente svolgeva un ruolo molto importante anche ne ISDA (“The thieves, the thieves, the filthy little thieves, they stole it from us, our precious”).

L’avidità del rettile sputafuoco, simbolo per antonomasia dell’accumulo e dell’amore smisurato nei confronti di ori e gioielli.

L’avidità di Thorin, la cui mente deve combattere contro le tentazioni e i tormenti che tale quantità di ricchezze provoca.

L’avidità dei produttori di questo film, ormai genuflessi alla categoria dei lettori e che farebbero mettere su pellicola anche le Pagine Gialle se ne avessero un importante ritorno economico.

thorin gold

Un’ulteriore pecca de LH è legata ai personaggi.
Se ne ISDA ci sono molti personaggi secondari dalla costruzione psicologica interessante (come Boromir, Faramir ed Éowyn, tanto per citarne tre), qui molti supporting characters sono bidimensionali (come lo stesso drago, che a parte la già citata bramosia trasmette poco altro), difficilmente identificabili poiché troppo piatti (molti dei nani sono interscambiabili tra loro) o non hanno senso di esistere se non quello di piegarsi ai cliché cinematografici (l’elfa Tauriel, inserita perché per accontentare il pubblico ignorante è obbligatorio mettere la bellona monoespressiva).

sam patate

Per le sottotrame poco da dire. Sono tante, si intersecano tra loro e parecchie vertono sulla conquista della montagna: una specie di Risiko con nani, elfi, orchi e chi più ne ha più ne metta.

Menzione particolare per la storia d’amore tra l’elfa e il nano, una delle dinamiche narrative più campate per aria e attaccate con lo sputo che io abbia mai visto in un film.

tauriel love

LH è inoltre una saga Bilbocentrica, e nonostante tale personaggio sia molto più “attivo” rispetto a quel sottobicchiere di Frodo l’idea di un soggetto umile inserito in conflitti più grandi di lui risulta un po’ troppo stucchevole, rendendo semplice spettatore di eventi colui che dovrebbe essere il protagonista dell’opera.

Attualmente giungono inoltre voci sulla possibilità di trasporre o meno in un film anche Il Silmarillion, altra opera di Tolkien.

Cosa ne penso di quest’idea?

boromir male che non dorme evil sleep

Per concludere lo ripeto un’ennesima volta in modo che sia chiaro: La battaglia delle cinque armate NON è il flagello di Isildur, ma un film oggettivamente buono; ciò che lo affossa è la palese poca scintilla artistica presente in esso, che lo fa risultare piatto e poco interessante.

Meglio tornare agli antichi fasti…

Lucy

LucyIn the Sky with Besson?

TRAMA: A Lucy viene inserito nello stomaco un pacchetto contenente una strana sostanza. Quando, a seguito di un pestaggio, il pacchetto si lacera e il suo contenuto viene assorbito dall’organismo, la ragazza si accorge di aver acquisito capacità incredibili.

RECENSIONE: Ehi, tu!

Sì, dico a te!

Sei un regista altalenante, che passa da buone opere a cazzatine senza pretese?

Hai creato un film basandoti su un’idea che, oltre ad essere farlocca, è pure già vista e stravista?

Non sai come attirare l’interesse verso la tua pellicola, che se fosse diretta dal Signor Nessuno verrebbe ritirata dalle sale dopo un week end, e poi e poi?

Non ti preoccupare, abbiamo la soluzione per te!

Abbiamo creato Tette™!

Con l’uso di Tette™ avrai torme di spettatori che non vedranno l’ora di andare in sala a sciropparsi la tua brodaglia, perché saranno ipnotizzati dai due meloni forniti gentilmente al tuo film dalla nostra impresa.

Che cosa stai aspettando?

Scegli la qualità!

Scegli l’affidabilità!

Scegli Tette™!

seno

Gag a parte, penso di aver spiegato quale sia l’unico motivo di interesse di Lucy.

Se vi è capitato di vedere Limitless, uscito tre anni fa, o la serie televisiva Kyle XY (2006-2009), direi che la visione di questo film sia pressoché inutile.

Premettendo che l’ultima opera di Besson (il disimpegnato Cose nostre – Malavita) mi aveva divertito parecchio, avrei sperato in una pellicola decisamente più originale ed incisiva per un suo ritorno alla “roba seria”.
Lucy infatti si rivela essere un classico film di inseguimento, con una regia che talvolta centra il bersaglio ma allo stesso tempo zavorrato da una sceneggiatura, sempre di Besson, con una quantità di cliché spaventosa.

lucy pistola

Se visivamente ci può anche stare qualche virtuosismo (l’inserimento di scene naturalistiche alla Superquark serve a…?), uniti agli effetti speciali relativi alla visione “metafisica” da parte della protagonista e al solito ABC degli action/pursuit movie, la sceneggiatura ha tantissimi tòpoi noti e stereotipati.
La persona comune/sbandata che diventa il fulcro della vicenda, il fuggitivo che ha involontariamente qualcosa che i cattivi vogliono, la polizia con l’unico detective in gamba che capisce la situazione, il vecchio scienziato che opera per il bene dell’umanità… tutti elementi visti in troppi film per non avere una sensazione di déjà vu perenne.

lucy scena

Per quanto riguarda invece l’assunto principale della pellicola (l’utilizzo da parte degli esseri umani di solo il 10% della propria capacità cerebrale) preferisco non perdere tempo in una confutazione piuttosto evidente, e rimando direttamente alla pagina di Wikipedia che tratta l’argomento (la trovate qui http://it.wikipedia.org/wiki/Sfruttamento_del_10%25_del_cervello).

Come protagonista una monoespressiva e tettosa Scarlett Johansson ci può stare se non la vedi (Lei) o se il suo personaggio fa da vera e propria bomba sexy di turno (Don Jon); in situazioni da one-woman show servirebbe invece qualcuna con più carisma e abilità recitative (tipo Jodie Foster o Marion Cotillard, per dire).

Morgan Freeman è stato colpito dalla sindrome di Samuel L. Jackson, ossia il letale morbo che porta a comparire in decine e decine di film a caso, tanto per avere il proprio nome sul manifesto, mentre il Min-sik Choi che tanto aveva impressionato nei film di Park Chan-wook qui è sprecato come invitare David Letterman a Colorado Cafè.

lucy freeman

Lucy: attori principali e regista troppo famosi per essere un B-movie, film troppo brutto e con un’idea principale troppo imbecille per essere un’opera seria.

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: i recenti Limitless (2011) di Neil Burger e Transcendence (2014) di Wally Pfister.

Bon, e con questa chiudiamo il cerchio:

Lo Hobbit – La desolazione di Smaug

lo hobbit smaug“Suvvia, Magò, hai detto “niente draghi”.”
“Ho forse detto “niente draghi viola”?”

TRAMA: Dopo essere miracolosamente scampati a un’imboscata degli orchi, Gandalf, Bilbo e la compagnia di nani si rimettono in viaggio alla volta della Montagna Solitaria, un tempo sede della capitale del regno di Erebor e ora dimora del terribile drago Smaug.

RECENSIONE: Seguito de Lo Hobbit – Un viaggio inaspettato, con lo stesso cast tecnico e artistico. La storia ormai è nota: far sì che i nani tornino nella propria terra natia abbandonata a causa di un drago, e per farci una trilogia di film da quasi tre ore ciascuno la si prende allo stesso modo in cui Amleto si approccia alla vendetta, ossia alla lontana.
Molto alla lontana.
Troppo alla lontana.

Il problema nel giudicare questa pellicola è che oggettivamente è realizzata molto bene, confermando l’elevata qualità della serie. Ciò non era scontato, perché visti gli enormi incassi delle quattro pellicole tolkeniane precedenti avrebbero anche potuto girare un film mediocre o peggio, confidando nel fatto che moltissimi sarebbero andati comunque a vederlo.
Quello che hanno fatto con Harry Potter Twilightpraticamente.

Non si può sorvolare però sul fatto che la divisone in più parti dello scarno romanzo Lo Hobbit sia stata frutto di una precisa e remunerativa scelta commerciale, la quale incontra difficoltà proprio nella brevità del romanzo da cui la pellicola è tratta. Per riuscire a farne una serie di film così lunghi si è annacquato il brodo talmente tanto da non sentire quasi più il profumo della carne e degli aromi usati per insaporirlo. Per tutta la pellicola si ha un continuo aprire parentesi, nella quasi totalità non chiuse, e ciò alla lunga infastidisce.

Si pecca inoltre nell’esagerato numero di personaggi secondari, che se ne Il Signore degli Anelli poteva essere un valore aggiunto, essendo un romanzo dai toni epici e dall’ampio respiro, qui zavorra eccessivamente il ritmo narrativo, con bruschi tagli da una scena all’altra e la perenne sensazione che questo film sia solo un riempitivo per arrivare alla terza pellicola.              

La desolazione di Smaug non è affatto un brutto film, quindi. Peccato sia utile come un pettine senza denti.

Dopo questa doverosa introduzione, che dire?

Se nella trilogia de Il Signore degli Anelli lo scopo della truppa era quello di distruggere un monile, la connotazione negativa della ricchezza è anche qui presente: il rettile sputafuoco infatti è sempre stato allegoricamente la rappresentazione dell’avarizia e della bramosia di ricchezze, caratteristica incarnata anche dai nani.
E dai produttori di questo film.

Dal precedente capitolo rimangono i personaggi principali. Bilbo è sempre interpretato da Martin Freeman, bene nella parte e con un personaggio estremamente più interessante rispetto al nipote Frodo, irritante nel suo continuo sfiorare la morte. Ottimi anche Ian McKellen come serafico Gandalf e Richard Armitage nei panni di Thorin. Il terzetto si conferma convincente quanto lo era nell’episodio precedente, e la loro personalità acquisisce nuove sfaccettature. Thumb up.

Per quanto riguarda le new entries abbiamo Bard, interpretato da Luke Evans, ex villain in Fast & Furious 6Lee Pace nei panni dell’etereo re elfico Thranduil e la coppia formata dal redivivo Legolas di Orlando Bloom e dalla Tauriel dell’ex “perduta” Evangeline Lilly, il cui personaggio è stato creato ex novo per rimpolpare il cast femminile della pellicola, dato che nei romanzi di Tolkien le donne sono frequenti quanto i barbieri aperti di lunedì.
Per ora è proprio quest’ultimo personaggio a risultare totalmente campato per aria, ma per dare un giudizio definitivo è necessario attendere l’ultima parte della storia.
Che arriverà tra un anno, mannaggia all’avidità.

Il drago Smaug è interpretato attraverso la tecnica del motion capture da Benedict Cumberbatch, che dopo aver sbancato la televisione con il suo Sherlock Holmes sta progressivamente conquistando anche il grande schermo (era l’antagonista in Into Darkness – Star Trek). Doppiato dallo stesso Cumberbatch nella versione originale, in italiano la creatura ha la voce di Luca Ward, scelta azzeccata e l’ennesima dimostrazione, se ancora ce ne fosse bisogno, di essere uno dei migliori doppiatori nella storia di questa professione.

Cumberbatch e la motion capture

Cumberbatch e la motion capture

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Recitare in posizione prona per meglio interpretare un personaggio quadrupede.

Il drago è forse l’unica ragion d’essere del film, essendo stato realizzato veramente molto bene sia dal punto di vista estetico sia per quanto riguarda l’uso che ne viene fatto. Alcune scene sono da mozzare il fiato per quanto sia maestoso fisicamente questo rettile, e l’attesa di vederlo in azione è stata quindi ripagata.

Sul lato tecnico niente di ulteriore da dire. Le musiche di Howard Shore sono eccezionali (peccato però non ci sia più il tema principale de Un viaggio inaspettatoossia Misty Mountains), così come la fotografia di Andrew Lesnie; è un vero peccato che il grande pubblico badi così poco a questi elementi, che uniti ai costumi e alle scenografie (ottimi entrambi) formano il background artistico che porta ad avere prodotti dalla elevata qualità visiva.
Traduzione: pensate anche agli attori, non solo ad essi.

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: personalmente Il Signore degli Anelli è l’unica opera che mi piaccia all’interno del genere “fantasy medievale”, per cui dico molto banalmente le precedenti pellicole di Jackson tratte da opere di Tolkien.

Now You See Me – I maghi del crimine

“My brain is the key that sets me free” cit. Harry Houdini

TRAMA: L’FBI cerca di incastrare un super-team formato da 4 illusionisti, i quali mettono a segno una serie di rapine in banca nel corso delle proprie performance.

RECENSIONE: Pellicola diretta da Louis Leterrier, autore di opere con l’ignoranza al potere come L’incredibile Hulk, i primi due Transporter e Scontro tra titani. Nonostante ciò questo film è veramente ben realizzato, con una notevole componente visiva e un buon lavoro in cabina di regia, e in un mare di sequel, reboot o scopiazzature generiche l’uscita di un film originale è una vera boccata d’ossigeno.

Il mondo della magia contemporanea è mostrato sia dal lato tutto lustrini e bei vestiti alla David Copperfield sia sul lato pratico, facendo capire allo spettatore cosa possa nascondersi dietro un semplice trucco per strabiliare il pubblico. In questo è simile al Nolaniano The Prestige, film tanto bello quanto ignorato (“Ma a te piace Nolan?”. “Sì, i Batman sono una figata”. “Sì, ma non ha fatto solo quelli…”. “AH NO?!”). Vengono anche forniti input su quale sia il vero significato della magia, intesa come semplice intrattenimento per gonzi o curiosi, ma anche come grande fede, tentando di spiegare il rapporto tra mago e spettatore, temi che aiutano a rendere il film serio nonostante il tema relativamente ludico.

La sceneggiatura di Ed Solomon e Boaz Yakin è ben orchestrata e non ha buchi evidenti, risultando anch’essa come un trucco di magia: lo spettatore è quasi rapito dal film perché vuole vedere cosa succederà quando saranno tesi tutti i fili, se anche lui è stato ingannato o ha capito dove era nascosto in realtà il coniglio nel cilindro. Grazie anche alle interpretazioni degli attori, tutte valide, il film scorre con un buon ritmo senza avere cali che possano annoiare o ancor peggio far disinteressare il pubblico.

Cast stellare ben assortito, con i grandi vecchi Caine e Freeman, solite garanzie, a fare da chiocce al resto della tribù. Eisenberg mantiene la sua spocchia in stile The Social Network e ritrova il buon Woody Harrelson dopo Benvenuti a Zombieland, di cui si vociferava anni fa un eventuale seguito. Le brave (e molto belle) Isla Fisher e Mèlanie Laurent, dei cui meravigliosi occhioni mi sono innamorato in Bastardi senza gloria, interpretano due personaggi femminili forti ed emancipati, facendosi valere nonostante i protagonisti siano i maschietti. Now You See Me si aggiunge alla lista “cose buone” di Mark Ruffalo, poi contiamo sul pallottoliere se sono più queste o le cazzate.

Buone musiche dei The Chemical Brothers, molto curate e armonizzate al film, perché non è importante solo vedere ma anche sentire.

Ora scegli una carta.

Lo Hobbit – Un viaggio inaspettato

Google Maps ci fai una pippa.

TRAMA: Bilbo Baggins intraprende un viaggio per reclamare il Regno Nanico di Erebor presidiato dal Drago Smaug. Accompagnato da tredici nani e dal mago Gandalf, vivrà un’avventura lunga e pericolosa.

RECENSIONE: Tratto dall’omonimo romanzo di J. R. R. Tolkien, è il prequel de Il Signore degli Anelli, la saga letterario – cinematografica sul trekking più famosa del mondo, e vede ancora alla regia e alla scrittura Peter Jackson, che ritorna in Nuova Zelanda affiancato dallo stesso cast tecnico e di collaboratori (a partire da Fran Walsh e Philippa Boyens), con il supporto di Guillermo Del Toro, che avrebbe dovuto dirigere il film in un primo momento, alla sceneggiatura.

A differenza del libro, che è unico, i film saranno tre, e ciò permetterà a Jackson di sfogare la bulimia venutagli dopo essere stato costretto a macellare lunghe parti della trilogia precedente: già a partire da questo film, infatti, sono stati aggiunti personaggi non presenti nel libro, per formare un legame più stretto tra le due saghe, ed evitare domande estemporanee del tipo “Ma l’anello non lo avevano già distrutto?”, “Perché Gandalf è ancora grigio?”, “Cos’è un Hobbit?”.

Bilbo è Martin Freeman (Guida galattica per autostoppisti, Watson nella serie tv inglese Sherlock), buon attore che riesce a interpretare bene la versione giovanile di un personaggio già conosciuto, risultando credibile sia come hobbit in generale sia come giovane Bilbo nello specifico; a differenza del nipote Frodo Occhi a Palla, l’Hobbit – Bond girl il cui compito era farsi salvare, mostra un minimo di indole combattiva in più e ciò gli attira più simpatia da parte del pubblico rispetto al parente. Gandalf è ancora Ian Mckellen (decenni di Shakespeare a teatro e lo ricorderanno per questo personaggio e Magneto, vabbè…) doppiato, in sostituzione dello scomparso Gianni Musy, da Gigi Proietti, grande attore/comico teatrale e televisivo (sì, va bene, è quello che dà la voce al Genio in Aladdin…) che riesce tuttavia a non sfigurare di fronte a questo grande doppiatore e a non cadere in un Gandalf stile “Whisky maschio senza rischio”; i nani, di cui vi sfido ad abbinare ad ogni nome la rispettiva faccia, sono tutti abbastanza caratterizzati e macchiettistici per divertire i più piccoli, e una menzione speciale va a Richard Armitage, che interpreta il suo Thorin Oakenshield sia come fiero principe guerriero (ci si dimentica che è alto un metro e quaranta) sia come uomo ferito interiormente, risultando in entrambi i casi molto nella parte.

Come al solito splendida fotografia di Andrew Lesnie, aiutato dai bellissimi (e molto vari) paesaggi neozelandesi, adattissimi per una storia di questo tipo; musiche ancora di Howard Shore (ha fatto vincere alla trilogia tre degli Oscar più meritati) che riprende i vecchi temi musicali, in primis quello della Contea, e aggiunge nuove tracce molto ben realizzate (ottima in particolare quella dei nani). Nel complesso un film ben fatto e curato, e se vi sono piaciute le dieci ore cinematografiche complessive per arrivare ad un Cristo di vulcano molto probabilmente vi piacerà anche questa scarpinata.

Il cavaliere oscuro – Il ritorno

Che la fine cominci.

TRAMA: A otto anni da quando Batman è diventato fuorilegge per essersi preso la responsabilità della morte di Harvey Dent, grazie a una speciale legge la criminalità a Gotham è stata sgominata.
L’improvviso arrivo della ladra Selina Kyle e di Bane, un terrorista mascherato, portano Bruce Wayne a uscire dall’esilio.

RECENSIONE: Dopo Batman Begins (2005) e Il cavaliere oscuro (2008) si conclude con questo capitolo la saga del supereroe con il super conto in banca, ed è una grande conclusione.

Per la regia di Christopher Nolan (oltre ai precedenti due capitoli della saga regista anche dello straordinario Memento, che personalmente considero il suo capolavoro e di Inception) questo film riesce ad avere una durata quasi da opera lirica (pregate che i posti del cinema siano comodi) ma ad essere allo stesso tempo avvincente ed entusiasmante, oltre che semplice da seguire, nonostante come sempre la sceneggiatura del fratello di Christopher, Jonathan Nolan, sia molto articolata (anche senza i salti nel tempo tanto cari alla coppia) e ricca di personaggi, eventi e situazioni che si intersecano.

Questo fattore è evidenziato anche dal montaggio, molto ben curato sia nelle sequenze puramente d’azione (cosa abbastanza normale per un film su supereroi, dato che anche le porcate puntano a quello non avendo altro) sia per quanto riguarda i dialoghi, qui veramente molto intensi e profondi e che rivelano l’umanità dei personaggi; ciò dimostra un lavoro molto accurato nei confronti di tutti gli elementi della sceneggiatura, Deo Gratias.

Per quanto riguarda gli attori, Bruce Wayne è interpretato ancora da Christian Bale (già in The Prestige, sempre di Nolan, in cui era assieme a Michael Caine, qui nei panni di Alfred), che mette in pratica la sua grande duttilità fisica per prendere e perdere chili, rappresentando le varie fasi del suo personaggio, qui particolarmente in evoluzione.
Uno dei grandi lati positivi della saga, infatti, è che a differenza di molti film dello stesso genere anche l’alter-ego normale del personaggio è sviluppato in modo approfondito: ciò non significa far vedere Bruce Wayne al supermercato, bensì creare un approfondimento interiore e psicologico che non sia da “La Psicologia insegnata agli idioti”.
Bane, il personaggio mascherato (no, non quello vestito da pipistrello, l’altro) è Tom Hardy (nel già citato Inception e La talpa con Gary Oldman, qui Gordon); veramente grosso e incombente (fatto accentuato dalle numerose riprese dal basso) riesce a mantenere furia e vigore trasmettendoli solo con lo sguardo, cioè la parte più debole del corpo.
Selina, la ladra mascherata (no, non quello con la maschera antigas sulla bocca, l’altra) è Anne Hathaway (Il diavolo veste Prada, Rachel sta per sposarsi), su cui come Catwoman, personaggio storicamente ambiguo, scaltro e provoca – erezioni, non avrei scommesso una banconota da sei euro, vedendola ancora in versione Susanna tutta panna (Pretty Princess, film di una melensaggine irritante), e che invece riesce a rendere molto bene la donna gatto come movenze, dialoghi e atteggiamenti.

Scenografie eccezionali sia per quanto riguarda gli spazi aperti sia per le riprese della città, molto esplorata, forse più che nei precedenti due film, uso del sonoro intelligente e molto adatto alle situazioni.

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