L'amichevole cinefilo di quartiere

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Jojo Rabbit


Adolf, amico mio. Abbracciami, guascone.

TRAMA: Nella Germania nazista del 1945, Johannes Betzler detto Jojo è un bambino di dieci anni che vive solo con la madre, trascorrendo le proprie giornate in compagnia del suo amico immaginario: una versione infantile e buffonesca di Adolf Hitler, frutto della sua cieca ammirazione per il regime in cui è nato e cresciuto.
Liberamente tratto dal romanzo del 2004 Il cielo in gabbia di Christine Leunens

RECENSIONE:

Detesto La vita è bella.

Non è colpa mia, è che mi disegnano cosi.

Credo sia uno dei filmetti più faciloni degli ultimi trent’anni, una banale alternanza di scenette gioiose (nella prima parte) e deprimenti (nella seconda) proposte in entrambi i casi piattamente.

Un film cucito su misura per un pubblico che presenti un impegno intellettuale ed artistico pari a zero, una pellicola che vede il suo più enorme difetto nello spernacchiare non tanto il regime nazista quanto, paradossalmente, il dolore di tutti coloro che hanno sofferto per le atrocità degli anni ’30 e ’40 del Novecento.

I lager ridotti a campo giochi a premi.

Che scemi gli ebrei a creparci a milioni.

Quando si considera l’opportunità di donare un tono ironico e delicato ad un periodo storico tra i più cupi che l’uomo abbia mai conosciuto, io consiglio sempre il pregevolissimo Train de vie – Un treno per vivere di Radu Mihăileanu.

Le tragicomiche vicende di un villaggio ebraico che acquista un treno per fingersi un convoglio ferroviario nazista (con tanto di cittadini agghindati da ufficiali) e poter raggiungere in questo modo la Terra Promessa passando dall’Unione Sovietica è infatti un piccolo gioiello che troppo spesso viene oscurato dal più celebre “cugino”.

Li mortacci vostri.

Jojo Rabbit non è La vita è bella.

Non ne ha la pretenziosità, non ne ha la banalità.

Jojo Rabbit non è Train de vie.

Non ne ha la raffinata delicatezza di tono.

Ma è un’opera azzeccata e notevole.

Commedia nera, nazista ma non gaia, Jojo Rabbit è l’esperimento tanto strambo quanto incredibilmente riuscito di mettere alla berlina il nazionalsocialismo teutonico utilizzando come mezzo il candido occhio di un bambino che nutre verso di esso una ingenua esaltazione.

Quel mattacchione di Taika Waititi (nei panni anche del Fuhrer, ma ci torneremo poi) con la sua regia fracassona e godereccia crea uno spettacolo pirotecnico di magia e vita, permettendo al piccolo protagonista di risplendere di luce scenica e mettendolo come chiesa al centro del villaggio senza però caricarlo di eccessive responsabilità narrative grazie ad un gruppo di adulti in gamba.

Un’opera flamboyant, che riesce ad arricchire di comica poetica argomenti serissimi e drammatici, andando a intingere talvolta di nero fumo una commedia rischiosissima ma nella quale il gioco vale decisamente la candela.
Anche le gag più banali e scontate, talvolta basate su giochi di parole, vengono architettate con una precisione chirurgica, che ad un approccio poco attento sembrerebbe poco addirsi ad una commedia caciarona, cosa che Jojo Rabbit infatti non è.

Il contrasto dovuto ad un confronto impietoso tra la realtà storica e l’elemento farsesco della trama crea quindi un piacevolissimo stato di perenne assurdità, con la trama che diventa un trapezista circense in bilico tra la parodia e la farsa; nonostante ciò, non ci si dimentica della profonda ingiustizia di quell’epoca, e di quanto dolore e sofferenze abbia portato nelle vite di milioni di persone.

La morte e il cordoglio sono infatti gestiti da Jojo Rabbit con grande maturità e rispettosa grazia, senza lesinare talvolta qualche cazzotto ben assestato all’apparente tranquillità emotiva dello spettatore, magari adagiato sulle comode coltri dell’ironia.
Il film è ambientato nella Germania tardo nazista, e le atrocità di tale contesto storico-geografico sono ben presenti e mostrate al pubblico, pur se ornate talvolta da pagliacciata: quando viene utilizzata la sciabola dell’estremizzazione sarcastica funge però da importante veicolo attraverso il quale morte, paura e guerra vengono ferocemente criticate, esacerbandone i lati più assurdi ed iniqui.

Recitazione dei bambini di alto livello, con i piccoli protagonisti che, alla maniera di un Moonrise Kingdom, riescono ad essere ben caratterizzati ed estremamente accattivanti; scaldando il cuore dello spettatore, i ragazzini non sono gli insopportabili marmocchi che tanto infestano le pellicole a loro dedicate (a causa dell’erronea equazione “esagitato rompicoglioni=simpatico frugoletto”) ma personaggi delineati piacevolmente e dotati di delicate sfaccettature.

Taika Waititi un vero spasso nei panni di un Hitler prodotto dalla mente di un bambino e in quanto tale cartoonesco ed esagerato.
Nonostante si potesse calcare la mano sul leader nazista, rendendolo corposo ed ingombrante elemento, Jojo Rabbit sceglie al contrario di tenerlo come speziato contorno più che portata principale, aumentandone la carica comica e surreale grazie appunto al dosaggio della sua presenza.

Scarlett Johansson, che fa doppietta di Nomination agli Oscar con Storia di un matrimonio, nei panni di una madre coraggio ricca di spirito, ruoli che spero la portino sulla strada della vera recitazione a dispetto dell’inutile Vedova Nera in arrivo; il dinoccolato spilungone Stephen Merchant ottima scelta di cast per il gerarca nazista, grazie ad una fisicità che lo rende quasi più simile alla Morte personificata de Il settimo sigillo che ad una persona vera e disumanizza il suo ruolo professionale.

Menzione speciale per un Sam Rockwell potrebbe essere attore non protagonista pure in Declamazione dell’elenco telefonico di Biandrate e lo adorerei comunque, alle sue spalle Alfie Allen e Rebel Wilson simpatici in piccoli ruoli.

Consigliatissimo.

Gigolò per caso

gigolò per casoSon solo un recensor / scrivo elogi ma anche no / se un film fa schifo, giù accidenti…

TRAMA: Un vecchio libraio che ha appena dovuto chiudere la sua attività decide, per guadagnare dei soldi, di proporre un suo amico fiorista come gigolò e fargli da “protettore”.

RECENSIONE: Scritto, diretto e interpretato da John Turturro (di cui vi consiglio il divertente Romance & Cigarettes del 2005), Gigolò per caso è una delicata favola adulta, che riesce ad essere genuinamente ironica e allo stesso tempo dolce, mostrando reazioni emotive fragili ed intense.

Chiariamo subito un punto: questa pellicola non è (volutamente) realistica.

Abbiamo infatti:

  • Woody Allen come pappone ultrasettantenne (“il più bianco che si sia mai visto” cit. da Kick-Ass 2);
  • Lo stesso Turturro, che con tutto il dovuto rispetto non corrisponde all’archetipo del bell’uomo, nei panni di un apprezzato gigolò;
  • Come clienti del suddetto gigolò la coppia Sofia Vergara – Sharon Stone.

Cioè due che riescono a trasformare ogni appendice maschile in menhir devono ricorrere al sesso a pagamento.
sofia vergarasharon stone gigolò

 

Sicuramente.

Messi così, questi ingredienti potrebbero far presagire di primo acchito una delle più vergognose cazzate che la Settima Arte ricordi.

Si aggiunge infatti un’altra opera ad un filone cinematografico piuttosto scadente che sta avendo la ribalta negli ultimi tempi, ossia quello in cui persone “più che mature” fanno attività tipicamente giovanili, come avviene ad esempio nei recenti Il grande match Last Vegas.
A differenza però di questi ultimi film, intelligenti come sventolare la bandiera serba a Zagabria, Gigolò per caso riesce ad essere una piccola chicca, che nei suoi 90 minuti e spicci intrattiene facendo sorridere e, perché no, riflettere il pubblico.

gigolò per caso scena2

Il vero obiettivo di satira qui non è tanto l’età dei personaggi (che nei film prima citati era oggetto del 99,9 % delle battute), bensì l’ortodossia ebraica, che simboleggia in senso più ampio la chiusura mentale e affettiva, criticata appunto dal film.

La pellicola spinge infatti le persone a lasciarsi andare ai propri sentimenti, vivendo la vita con leggerezza e semplicità, senza badare ai preconcetti che la società impone in maniera talvolta opprimente.

La regia è molto intima, ed è caratterizzata da un gran numero di primi piani. Tale elemento sottolinea la vicinanza voluta da Turturro tra i personaggi e il pubblico, in modo che quest’ultimo possa focalizzare l’attenzione su di loro.
Abbondano quindi anche le scene in interni, che favoriscono tale riduzione delle distanze, mentre nelle poche scene in esterni la macchina da presa mantiene campi stretti non allargandosi a mostrare la città, evocata soltanto con nomi, scorci e piccoli elementi.

La sceneggiatura come già detto non deve essere presa seriamente e in modo pedante, ma come una sorta di fiaba, abbandonandosi alla sospensione dell’incredulità (qui giustificata, a differenza di altre pellicole immonde dove è inutilmente grossa come una portaerei).
Contano qui le emozioni, non i meri  fatti.

gigolò per caso scena

Turturro, accantonati (si spera definitivamente) i Transformers di Bay, dimostra le già menzionate sensibilità e misura anche in ambito recitativo, interpretando il gigolò per caso Fioravante in maniera delicata e quasi sommessa.
La sua recitazione è un sussurro, non un grido, e questo contribuisce alla curiosità dello spettatore, che vuole più dettagli sulla sua persona e prova una dolcezza mista ad empatia nei suoi confronti.

Woody Allen, che non recitava in film diretti da altri dal 2000 (Ho solo fatto a pezzi mia moglie, regia di Alfonso Arau), è qui nei panni del suo solito personaggio-feticcio: l’intellettuale ebreo sarcastico e balbettante.
Cioè se stesso.
Nonostante reciti più sopra le righe rispetto a Turturro riesce a contenersi mantenendosi nel “non protagonismo”, cosa che giova al film.

Il trio di donne è di tutto rispetto.
La Stone e la Vergara (meravigliose, complimenti alle mamme) come clienti hanno una presenza limitata per ciò che concerne lo sviluppo della storia e fanno la loro parte con brio e gusto.
E per chi ancora non abbia capito, sì, sono due gnoccone atomiche.
Vanessa Paradis segue la scia di Turturro come remissione e costrizione del proprio ruolo, risultando ancor più sotto le righe del collega.

Ottima colonna sonora, in cui spiccano Canadian Sunset di Gene Ammons e Tu si na cosa grande cantata dalla stessa Paradis.

Carino.

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: Dello stesso regista Romance & Cigarettes (2005), mentre sul tema “maschi in vendita” Un uomo da marciapiede (1969) e il sempiterno American Gigolò (1980).

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