L'amichevole cinefilo di quartiere

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Thor: Ragnarok

Ragnarǫk: nella mitologia norrena, la battaglia finale tra le potenze della luce e dell’ordine e quelle delle tenebre e del caos, in seguito alla quale l’intero mondo verrà distrutto e quindi rigenerato.

TRAMA: La Dea della Morte, Hela, ha un potere tale da ridurre in frantumi il mitico martello di Thor. L’eroe asgardiano, con l’aiuto di vecchi e nuovi amici, tenterà il tutto per tutto per fermarla.

RECENSIONE: “Recensione” è, in fin dei conti, un modo chic di definire un insieme di opinioni più o meno personali e di considerazioni oggettive relative a qualcosa.

Personalmente quando scrivo cerco di impostare il mio pensiero in modo che sia sì il più chiare possibili, ma al contempo legato ad un procedimento esplicativo tecnico, in modo da parlare di cinema in linguaggio cinematografico.

Ovviamente non è detto che io ci riesca, però ci provo.

Mi dispiace, quindi, che la frase seguente non vada propriamente a trasporre un eloquio cinematografico precipuo, ma non trovo diverso modo per esprimere il mio giudizio nei riguardi di questo film.

Thor: Ragnarok è una puttanata col fischio.

Tanto colorato e vivace nella forma quanto borioso e approssimativo nella sostanza, il terzo episodio incentrato sul dio del Tuono della Marvel è un’opera raffazzonata ed infantile, pregna di un’ironia fin troppo basilare e che non riesce ad impostare una direzione narrativa stabile.

In un’atmosfera colorata, fracassona ed ultrapop, che pur mal sposandosi con la solennità dei personaggi asgardiani potrebbe essere apprezzata in chiave Marvel (ovviamente non così esagerata e applicata ad altri contesti, stile Guardiani della Galassia), si muovono personaggi con uno spessore narrativo paragonabile al domopak.

Quella che d’ora in poi verrà qui definita piuttosto coraggiosamente “sceneggiatura”, scritta tra un sorso di pejote e l’altro da ben sei (SEI) mani è infatti, ahinoi, un’accozzaglia di stereotipi, insulsaggini, facezie e dialoghi da fase peri-anale simpatici quanto un felino domestico avvinghiato alle gonadi.
Ciò rende il film un’opera errabonda, che si trascina fiaccamente senza un target preciso, non sapendo scegliere tra l’azione, la comica, il buddy movie o il supereroismo puro.

Oltre a ricordare una sbiadita copia del già citato GotG, uno dei difetti più imperdonabili di questo aborto su pellicola è di utilizzare una profusione di spunti ironici fuori contesto ed improvvisi (una sorta di jumpscares comici), che oltre ad essere di un’idiozia piuttosto imbarazzante contribuiscono a spezzare terribilmente il già esiguo ritmo del film.

Chiamateli jumplaughsjumpgags o come vi piaccia, un espediente imbecille anche con un altro nome conserva sempre la sua idiozia; tale scelta fa da traino ad un montaggio eccessivamente tranchant anche per gli standard di un comic movie, disorientando fastidiosamente lo spettatore invece di entusiasmarlo.

Tra un Grandmaster versione Mika goes full gay, cazzottoni, Hemsworth tanto per cambiare in topless ed una colonna sonora che stupra due gran canzoni come Immigrant Song dei Led Zeppelin e Pure Imagination di Gene Wilder (la scena che rimanda a Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato è da persone senza una dignità), il film orbita ben lontano dalla stella del buongusto, mettendo troppa carne sul fuoco e, ciliegina sulla torta, sminchiando in maniera siderale le varie sottotrame presenti, che diventano meno che abbozzi da due linee di dialogo e via.

Spiace particolarmente il trattamento riservato a Banner ed Hulk, con il primo la cui introspezione psicologica viene totalmente abbandonata, rendendolo ormai palesemente inutile ai fini dell’universo fumettistico (è ormai il Tony Stark del discount, ed un piccolo risvolto della trama lo afferma involontariamente), mentre il secondo ha il concept di inarrestabile colosso verde “arricchito” con quello di bambinone quattrenne oggetto di alcune scene di rara pateticità.

Rendere Hemsworth ed il suo compare di turno (Ruffalo o Hiddleston) come Abbott e Costello è deprimente, considerando anche la ripetitiva stupidità fattuale del plot principale:

Thor è potente e sicuro di sè, poi perde Asgard e lotta per ritrovarla.

Bella sequenza di eventi, se non fosse che è la STESSA trama del primo episodio.

Praticamente Il risveglio della Forza versione Marvel.

Capitolo Loki: apprezzo Tom Hiddleston come attore sia in generale che nello specifico del ruolo, ma la Marvel sta gestendo da cani un buon personaggio.

Un conto è raffigurare una personalità profondamente ambigua tra Bene e Male con in più la caratterizzazione manzoniana del vaso di terracotta costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro, un conto è spiattellare un trickster senza arte né parte che cambia bandiera sei volte a film tanto repentinamente da perdersi in se stesso.

– “Io recito più sopra le righe di te.”
– “No, IO recito più sopra le righe di te!”

Cate Banchett nei panni della dea Hela, il cui nome ricorda una celebre marca di budini, va ad infilarsi in una categoria attoriale che personalmente adoro: i grandi interpreti che pur immersi in cagate equine invereconde, si impegnano seriamente come stessero recitando in un film vero.

Vai, Cate, pensa al cachet.

Completano il cast una valchiria ubriacona di cui si sentiva la mancanza come di un dolcevita a ferragosto, una sfilza di comprimari che paiono appena usciti da Kung Fu Panda ed un Jeff Goldblum che evidentemente era così preoccupato di poterlo fare che non ha pensato se lo doveva fare.

Benedict Cumberbatch ritorna come Dottor Strange in una sequenza talmente messa a caso che è quasi riuscita a farmi dimenticare la bontà del suo film, mentre Sir Anthony Hopkins veste di nuovo i panni di Odino perché la demenza senile è una brutta bestia.

Spicca l’assenza di Natalie Portman, che dopo due giri di giostra ne aveva evidentemente piene le balle di ‘ste cazzate.

Beata lei.

Evitatelo come i monatti.

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Spider-Man: Homecoming

A forza di reboot, mi sarei aspettato zio Ben interpretato da Tobey Maguire.

TRAMA: Dopo il suo incontro con gli Avengers, Spider-Man/Peter Parker è tornato a New York e sotto la guida del suo nuovo mentore, il miliardario Tony Stark, tenta di trovare un equilibrio tra i suoi impegni di supereroe e la vita di un normale adolescente.

RECENSIONE: Tornate a casa dopo una giornata di lavoro.

Siete fuori da dieci-dodici ore ed avete addosso una stanchezza da mettere K.O. un alce.

Entrate. Vi togliete le scarpe. Vi sistemate.

E bevete un bicchiere d’acqua fresca.

Vi svolta la giornata? Vi ristora tutto di un colpo dalla vostra fatica? Vi sentite persone nuove e rinvigorite?

No.

Però è piacevole e vi dà sollievo.

Spider-Man: Homecoming è un bicchiere d’acqua fresca.

Non è un capolavoro. Ha dei difetti. Il rapporto con la fonte artistica originaria è talvolta piuttosto “conflittuale”.

Ma è un film carino.

E tanto basta.

Il tanto discusso ringiovanimento di Peter Parker fa sì che ad un personaggio immediatamente apprezzabile dal pubblico (il bravo ragazzo sfigatello dal cuore d’oro che salva la gente sotto mentite spoglie) si aggiunga il grande tema del cambiamento adolescenziale.

Niente inizio classico con la morte di zio Ben e grandi responsabilità derivanti da grandi poteri, ma un giovane uomo in divenire che cerca di trovare il proprio posto del mondo mettendo a disposizione le proprie capacità in favore del prossimo; compiendo errori, agendo con avventatezza, facendo “pratica” con le sue stesse potenzialità e non valutando talvolta appieno le conseguenze delle proprie azioni, ma sempre con il Bene come obiettivo.

La pellicola riesce a cavalcare questi temi con metodo, alternando ordinatamente le diverse fasi narrative mantenendo un giusto equilibrio.
Sequenze scolastiche in cui Peter attraversa esperienze comuni per un ragazzo della sua età (la cotta, i bulli, le materie, il rapporto con il migliore amico) si susseguono a quelle più tradizionalmente supereroistiche (scoperta delle potenzialità del costume, combattimenti, salvataggio delle persone) riuscendo a centrare il bersaglio su entrambe, non stancando troppo lo spettatore affossandosi su una di esse ma dando loro la giusta consistenza nello storytelling.

Nonostante, come già accennato, vengano bypassate le origini del personaggio, in Homecoming il superhero movie viene a fondersi efficacemente con il viaggio di formazione, mostrando quindi lo sbocciare, attraverso esperienze brillanti e negative, dell’uomo quanto dell’eroe.

Passando ad elementi più classici, l’azione è adrenalinica ed efficace, sfruttando tutte e tre le dimensioni dello spazio grazie alle peculiari abilità di eroe ed antagonista: vengono perciò a crearsi duelli aerei ben orchestrati da regia e montaggio, che riescono a rendere l’altezza parte integrante degli scontri.

Una fotografia colorata e vivida contribuisce inoltre alla piacevolezza dell’opera, e dato che, ovviamente, in questa tipologia di pellicole l’occhio vuole la sua parte il risultato generale è in tal senso più che accettabile.

L’ironia tipica della Marvel è presente, seppur in quantità positivamente minore e più focalizzata sull’imbranato/scanzonato protagonista che sul farcire la pellicola di vagonate di battutine più o meno sceme; si ride perciò meno ma si (sor)ride meglio, con gag e momenti brillanti maggiormente omogenei e che causano reazioni molto meno sguaiati rispetto ad opere precedenti.

Forse un po’ troppo abusato da Hollywood il ruolo piuttosto sterile del “ciccione buontempone” qui incarnato dal Ned di Jacob Batalon, ma come spalla ilare tutto sommato ci può anche stare.

I difetti del film risiedono principalmente nei cambiamenti che esso ha portato rispetto alla visione ultra-classica dell’universo narrativo dell’Uomo Ragno.

Capisco che ringiovanendo il protagonista anche la carta d’identità di zia May ne guadagni, ma la cinquantatreenne Marisa Tomei, pur in versione ingenua e protettiva, è forse troppo giovanile per il ruolo, elemento accennato inoltre dal fatto che raramente venga chiamata con il suo ruolo di parentela, ma molto spesso semplicemente per nome.
Stona inoltre il Flash Thompson guatemalteco interpretato dal remissivo Zero di Grand Budapest Hotel Tony Revolori, presenza più stupida che intimidatoria quale dovrebbe essere.

Buona prova per Michael Keaton nei panni di Adrian “Avvoltoio” Toomes, ben doppiato da Luca Biagini.
L’attore della Pennsylvania, già “animale volante” nei due Batman di Burton e nel meraviglioso Birdman di Iñárritu, riesce a conferire una buona rappresentazione di uno dei cattivi più sfigati ed inutili minori dello spara-ragnatele senza risultare macchiettistico o banale.

Spider-Man: Homecoming è in conclusione un buon film, che permette a Peter Parker di ritornare alla casa madre dopo il pessimo secondo Amazing; scommessa fin qui vinta, per una pellicola che delle sei finora dedicate al personaggio si pone qualitativamente sotto solo al secondo film di Raimi.

Carino lo stile registico dell’inizio, così come la sequenza dei titoli di coda.

Guardiani della Galassia Vol. 2

«A Riccà, ma mo’ ancora qua stàmo? Ma nun era ‘n’idea demmerda?»

«A Francé, ma che stai a dì?? Cor primo se sémo fatti più de 770 mijoni, mica du’ piotte. T’o ho detto che la ggente è ‘sti film che va a vede, mica li pipponi intellettuali. ‘Nnamo su, che mo’ cor secondo fàmo er botto.»

TRAMA: La squadra di eroici disadattati spaziali guidata da Peter Quill viaggia attraverso la galassia, nel tentativo di scoprire le vere origini di Peter.

RECENSIONE: Due anni dopo il primo capitolo sul gruppo di supereroi Marvel che nessuno aveva mai sentito/apprezzato/cagato di striscio prima dell’uscita del suddetto film ma che improvvisamente tutti adorano perché la mente umana segue vie insondabili, tornano al cinema i Guardiani della Galassia.

Cosa possiamo dire…?

Niente.

No, dai, non facciamo i faceti: con la conferma del cast tecnico ed artistico precedente, Guardiani della Galassia Vol.2 si poggia abbastanza pedissequamente sulle basi del primo episodio tentando di ampliarne l’universo narrativo, aggiungendo quindi nuovi personaggi, nemici, alleati e puntando a maggiore peso introspettivo.

E qual è il risultato?

Sorprendentemente decente.

Nonostante la prima pellicola, e qui mi scuso per il linguaggio probabilmente troppo tecnico per i non cinefili, mi abbia fatto venire la diarrea a coriandoli, ho trovato questo seguito superiore; migliora infatti sia in termini narrativi (qui una parvenza di trama, pur abbozzata, c’è, là le cose succedevano a caso) che per quanto concerne lo sviluppo dei personaggi, i quali essendo già noti allo spettatore non necessitano di lunghe sequenze di presentazione smembra-gonadi.

Una delle ragioni principali del miglioramento qualitativo di questo sequel sta inoltre in uno dei suoi elementi di maggiore spicco, ossia la comicità: se nel Vol. 1 era caratterizzata da una stupidità infantile e francamente fastidiosa alle sinapsi, qui si vira maggiormente verso il più oggettivo nonsense (quasi alla Rat-Man, mi verrebbe da dire) che può quindi incorrere nel favore di più gusti.

Sì, insomma, per apprezzarlo non siete obbligati ad avere 13 anni come età fisica o mentale.

Si nota inoltre da un punto di vista tecnico maggiore cura negli effetti speciali e, soprattutto, nella fotografia, che a differenza del Vol. 1 talvolta dimostratasi poco approfondita, qui sfrutta maggiormente tonalità vivaci di paesaggi ed epidermidi.
Nonostante talvolta i corpi fisici degli attori non si incastrino granché bene con la CGI a causa di fondali un po’ fintacchioni, il lato visivo risulta complessivamente più che dignitoso ed adatto alla bonaria baracconata di grana grossa che è questa pellicola.

Quindi ricapitolando abbiamo: colori sgargianti, sconclusionati personaggi fuori di testa ed esplosioni.

Cosa manca all’elenco di elementi semplici, immediati e gigioni per attirare il pubblico?

Semplice.

Questo aborto qua.

Il genere supereroistico è rivolto ad un pubblico prevalentemente (coff coff quasi esclusivamente coff coff) maschile, e per attirare il gentil sesso l’unica arma dei produttori sono i pettorali/addominali/dorsali ed altri muscoli che finiscono con “ali” di attori che si sono spaccati il culo in palestra per mesi?

Bene, da ora non più: abbiamo l’inserimento del “personaggio carino e cuccioloso”.

Se non fosse che qui è un terrificante bambino/albero con la faccia di Voldemort senza narici, due occhi che ricordano il pozzo di Samara in The Ring e le stesse appendici della baby mano di Deadpool.

Ehm…

Io sono Groot………..?

Nonostante non sia come detto un film disprezzabile, non è nemmeno esente da difetti.

Una pellicola può essere divertente e scanzonata quanto volete, ma due ore e un quarto sono eccessive, sia considerando il plot non propriamente complesso (in fin dei conti molti personaggi sono solo diversivi per la trama) sia perché la comicità richiederebbe tempi più fulminei ed immediati.

Per quanto dimostrino maggiore maturità (minore obiettivamente era difficile) e per quanto possano offrire un diversivo dall’eccessiva somaraggine del contesto, i rapporti morali conflittuali tra i vari personaggi se analizzati con un minimo di attenzione si dimostrano piuttosto classici e didascalici; il risultato è rimanere quindi a metà via tra una profondità che avrebbe portato il film ad un livello qualitativo superiore ed un Psicologia 1.01 un po’ scorreggione e di grana grossa.

E ad una drammaticità generale così basilare che al confronto Babe, maialino coraggioso pare Salvate il soldato Ryan.

Ah, e non essendone fan a prescindere immaginate la mia gioia nello scoprire che qui le scene dopo i titoli di coda sono ben cinque.

Il cast artistico è come già accennato lo stesso del primo film con qualche aggiunta, alcune azzeccate ed altre meno.

Se da un lato ho infatti trovato carinissimo il personaggio di Mantis, buffa aliena empatica interpretata dalla canadese Pom Klementieff che funge sovente da espediente comico, penso sia stata parecchio sprecata la brava Elizabeth Debicki nel vestire i dorati panni della leader degli alieni Klimt provenienti dal pianeta Springfield.

Ah, questa è la seconda recensione nelle ultime tre in cui mi chiedo “Che cazzo ci fa Kurt Russell in ‘sta roba?”.

No sul serio, Snake, torni a fare roba impegnata, Cristo!

Guardiani della Galassia Vol.2 è nel suo genere un buon film, ideale per passare una serata leggera leggera facendosi quattro risate.

Come l’ultimo film recensito, Kong: Skull Island non siamo di fronte a qualcosa di memorabile, ma già essere migliore di parecchie opere del proprio stesso genere è un elemento che personalmente apprezzo.

E che quindi mi basta.

P. S. La colonna sonora è una chicca dietro l’altra.

Logan – The Wolverine

logan-locandinaI’m the best there is at what I do, but what I do best isn’t very nice.

TRAMA: 2029. Il mutante Wolverine ha perso gran parte del suo potere rigenerante, perciò sta invecchiando precocemente. A dispetto dei suoi problemi fisici deve tornare in azione per aiutare una bambina con i suoi stessi poteri, contro un’organizzazione governativa impegnata a trasformare i mutanti in veri e propri strumenti bellici.

N. B. Dopo la fine di questa recensione parlerò di due elementi del film che, pur non riguardando il finale, non sono presenti nei trailer. Essi dunque costituiscono spoiler.

RECENSIONE: James “Logan” Howlett.

Soprannome: “Wolverine”.

Chi è costui?

È un mutante dei fumetti Marvel. Ha un fattore di rigenerazione delle ferite estremamente rapido e uno scheletro ricoperto di metallo indistruttibile.
Di questo metallo sono composti anche i tre artigli che gli fuoriescono dalle nocche di ciascuna mano, cosa che lo rende, visivamente parlando, uno dei personaggi di fantasia più iconici e carismatici del mondo pop.

Caratterialmente Wolverine è un incazzoso, cinico, rissoso e sboccato tritacarne umano.

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Domanda: se il personaggio è così figo, perché i primi due film con lui protagonista fanno schifo?

Risposta: perché là non viene sfruttato nulla oltre ciò che ho elencato.

Perché invece Logan è una buona pellicola?

Perché gestisce decisamente meglio il personaggio, attraverso un depotenziamento che lo rende nettamente più empatico e inserendolo in un contesto deprimente che ben si confà al suo carattere rude e senza fronzoli.

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Uno dei temi principali e ben sfruttati di Logan è la convivenza generazionale tra tre characters estremamente diversi, che compensano a vicenda punti di forza e debolezza sia fisica che umana, creano uno strano ma efficace trio.

Il professor Charles Xavier, una volta preside della Scuola per  Giovani Dotati, è ora un novantenne malato che necessita del continuo aiuto del mutante canadese; nonostante la sua precaria condizione di salute, egli mantiene un’aura di bontà e saggezza che, pur essendo talvolta vista in modo troppo naif rispetto al materialismo di Howlett, fornisce un barlume di speranza in tempi bui.

Laura è una bambina nata in un contesto difficile che si ritrova in un guaio più grosso di lei, braccata da un’organizzazione senza scrupoli e che trova nei due vecchi mutanti una scialuppa di salvataggio per salvare una vita destinata alla deriva.

Logan è un uomo allo sbando, il suo fattore rigenerante non funziona più bene come un tempo e il suo nome un tempo leggenda è ora fonte sia di ingenua speranza che di scherno.

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Come accennato in apertura, che un personaggio notoriamente inarrestabile abbia qui importanti momenti di caducità lo rende più avvicinabile ad un pubblico che non si accontenti passivamente di un’ora e mezza di squartamenti, ma necessiti intellettualmente di una storia solida e con input emotivi di un certo spessore.

Pur essendo presenti nel film numerose scene action basate sul menare gli artigli (la cui violenza gli è valso il divieto ai minori di 17 anni negli Stati Uniti e ai minori di 14 in Italia), esse sono ben alternate a dialoghi vertenti temi come il cambiamento dei tempi ed il rapporto tra un passato glorioso ma ormai svanito nelle nebbie della memoria ed un futuro pericoloso ed ignoto.

Proprio il tempo è un leitmotiv interessante dell’opera, e trova le sue basi sia sui due arcinoti mutanti sia su di una giovane e misteriosa figura che funge da obiettivo per l’eventuale passaggio di testimone.

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Quando presente, l’azione è concitata, sanguinaria e brutale, addicendosi ottimamente a due personaggi con poteri tanto offensivi.
Le sferzate di artigli sono accompagnate da ringhi e grida che acuiscono ancor più l’elemento animalesco dei due mutanti, e pur essendo i combattimenti la fiera del separare parti del corpo dal rimanente o dell’infilare decine di centimetri metallici nei crani di poveri peones da macellare, lo spettacolo risulta godibile ed intrattenente, non sfociando in una eventuale ripetitività che sarebbe stata la morte del divertimento.

Hugh Jackman, dopo aver annunciato il suo ritiro dal personaggio, affronta questo ultimo giro di giostra in modo efficacemente dolente e compassato.

Ansimante e tossente alla Walter White, con una pelle di cuoio che funge da mappa topografica per ferite e cicatrici, quest’ultimo Logan è un essere che ha fatto ormai il suo tempo. L’incontro con la piccola Laura è un mezzo che ha la pellicola per costruire un interessante rapporto “protettore/protetta” che funge da importante leva emotiva.

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La piccola Dafne Keen offre una buona prova, bypassando il suo mutismo per offrire una interpretazione prevalentemente facciale attraverso una recitazione talvolta espressiva ed in altri frangenti efficacemente quasi da Sfinge imperscrutabile.

logan-dafne-keen

Nota dolente gli antagonisti principali, che risultano troppo banali ed assai poco memorabili; nonostante ciò credo che sia un difetto sorvolabile, poiché tirando le somme questa è un’opera basata sui protagonisti e sul rapporto che intercorre tra loro, quindi ci può stare che i villains in scena facciano un passo indietro.

Nonostante faccia parte di un genere che troppo spesso vira sull’eccessivamente disimpegnato e ridanciano, Logan è un film molto più maturo dei suoi colleghi, ed attraverso un mix tra superhero, chase e road movie riesce pur con qualche calo qualitativo a mantenere una rotta espositiva apprezzabile.

SPOILER ZONE

Ora parlerò dei due spoiler.

NON continuate a leggere se non avete visto il film.

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1) Non mi è piaciuto che il mutante antagonista X-24 sia la copia precisa di Wolverine.
Per quanto sia un elemento scientificamente logico (il suo DNA deriva direttamente da quello di Logan), questo è uno dei casi in cui avrei preferito una deroga alla razionalità in favore di maggiore fantasia stilistica.

Personalmente avrei apprezzato molto di più se il villain fosse stato basato sulla storica nemesi di Wolverine, Sabretooth, magari attraverso un ringiovanimento al digitale di Liev Schreiber, che interpretò il personaggio nel 2009.

2) Mi rendo conto che un coprotagonista non parlante per due ore e un quarto possa essere narrativamente pesante, ma un altro punto che credo andasse gestito meglio è il passaggio di Laura/X-23 dal mutismo alla loquacità.
Invece di sbloccarsi totalmente cominciando a conversare normalmente con Wolverine mi sarebbe piaciuto un cammino più graduale, magari cominciando da monosillabi o poche parole per poi piano piano sciogliersi una volta cementato il rapporto.
Avrei quindi preferito una relazione tra i due personaggi basata su di un graduale goccia-dopo-goccia piuttosto che un diga divelta all’improvviso.

Doctor Strange

strange-locandinaSalagadula Marvelcabula bibbidi-bobbidi-bu.

TRAMA: Il noto neurochirurgo Stephen Strange resta vittima di un grave incidente che gli compromette l’uso degli arti superiori e minaccia di impedirgli di condurre una vita normale.
Alla ricerca di una soluzione e della guarigione, inizia un viaggio che lo conduce in Tibet, a incontrare l’Antico.

RECENSIONE: Breve riassunto del personaggio per chi non lo conosca:

Il dottor Strange è un uomo bravissimo nel suo lavoro, ma arrogante ed egoista…

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…subisce un incidente che lo mutila gravemente…

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…e questo lo fa maturare rendendolo un araldo delle forze del Bene.

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Cominciamo bene.

Per la regia di Scott Derrickson, director di pellicole horror memorabili come…. come…. beh, qualcuna mi verrà in mente, Doctor Strange è un pimpante spettacolo di fuochi d’artificio che riesce però in aggiunta a proporre un plot che, seppur ordinario, non renda il film un pretesto per una banale orgia di computer grafica.

Pur essendo infatti la classica storia di origini (e non poteva essere altrimenti, visto che Strange non è mai comparso nel Marvel Cinematic Universe fino ad ora), la trama riesce a sostenere un ritmo discreto e a non farsi incagliare da stilemi espositivi come gli ovvi “prova dei poteri”, “cambiamento psicofisico” o “conosciamo cosa vuole fare il cattivo”, superandoli invece con relativa regolarità.

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Per quanto concerne il comparto tecnico, ovvio fiore all’occhiello dei superhero movies, già nei suoi primi cinque minuti la pellicola concede allo spettatore un assaggio di quelle che saranno le sue potenzialità visive, e ciò sgrava di ulteriore peso l’ordinario inizio narrativo.

Tale aspetto è di sottovalutata importanza: se già il film anticipa quali siano i fattori stimolanti per l’intrattenimento, il pubblico accetta che vengano rispettati i canoni espositivi, un po’ come un bambino che mangia tutta la verdura perché ha intravisto una torta appoggiata sulla mensola.

Nello specifico, il pregio migliore degli effetti speciali di Doctor Strange risiede nella loro capacità di ammaliare lo spettatore provocando la sua oblianza dei macro-concetti di tempo e spazio per come egli li conosca e sia abituato a relazionarcisi.

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Il tempo diventa in Doctor Strange percorso sì lineare, ma bidirezionale, che può essere quindi percorso nei due versi; non si è quindi vincolati al procedere esclusivamente verso un destino dinanzi a noi, ma si può anche tornare sui propri passi sfruttando un tracciato scritto.
La dimensione nella quale si concepisce e si misura il trascorrere degli eventi viene piegata da artefatti magici ed arti occulte, creando interessanti e addirittura intelligenti paradossi che pur concettualmente semplici danno maggiore brio alla trama.

Lo spazio è malleabile plastilina da manipolare a proprio piacimento, con un quasi totale dominio di gravità e baricentri, ottimamente supportato da un comparto tecnico che sul grande schermo mostra i muscoli.
Simile in alcuni segmenti alla dimensione onirica di Inception, pareti, mura ed addirittura interi paesaggi urbani vengono modificati dalle abilità dei personaggi, contribuendo all’intrattenimento generale.

Marvel's DOCTOR STRANGE..L to R: Mordo (Chiwetel Ejiofor) and Doctor Strange (Benedict Cumberbatch)..Photo Credit: Film Frame ..©2016 Marvel. All Rights Reserved.

Altra nota lieta è l’ironia, che presente in buone quantità segue il classico leitmotiv Marvel senza però scadere nella fastidiosità emersa da altre opere, mantenendo perciò un sottile e benefico garbo.

Pur andando persi nel doppiaggio italiano alcuni giochi di parole “Strange = strano”, i piccoli momenti di ironia alleviano la narrazione senza sostituirsi ad essa e mantenendo un positivo apporto ancillare senza strafare.

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Uno dei più grandi pregi della Marvel è senza dubbio il casting: per dare volto fisico alla folta schiera di supereroi facenti parte di questa casa fumettistica, sono stati infatti scelti interpreti sempre adeguati.

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Ok, quasi sempre.

Uno dei punti di forza anche di questo Doctor Strange è l’interpretazione dell’ottimo Benedict Cumberbatch.

Esteticamente molto simile alla controparte cartacea, l’attore inglese riesce al meglio a rappresentare cinematograficamente il personaggio creato da Steve Ditko nel 1963: per quanto inizialmente simile al già stravisto Tony Stark, Cumberbatch lo connota limando molto la sbruffoneria smargiassa del miliardario per adattarsi meglio a colui che abbia subito una grave perdita.

L’arroganza viene mitigata dalla determinazione, così come la volontà di primeggiare viene incanalata verso il desiderio di apprendere.

Attraverso in particolare il suo continuo studio, il personaggio offre al pubblico un costante miglioramento del proprio sé, e tale aspetto contribuisce in modo rilevante alla sua profondità psicologica, rendendolo piacevole e suscitando empatia nei suoi confronti.

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Stuzzicante interpretazione di Mads Mikkelsen come antagonista, anche se purtroppo il suo personaggio è dotato di scarso approfondimento e avrebbe forse meritato maggiore tempo in scena.
Buon apporto anche di un’androgina Tilda Swinton come Antico (nonostante le polemiche successive al suo casting a causa del famigerato whitewashing) e Chiwetel Ejiofor nei panni di Mordo.

Nonostante io sia particolarmente critico nei confronti di questa casa di produzione, devo dire che Doctor Strange è veramente un buon film, che non si lascia andare ad alcune facilonerie cercando di intrattenere il pubblico attraverso una buona qualità complessiva.

Uno dei migliori film del Marvel Cinematic Universe.

IL migliore.

Deadpool

deadpool poster itaI ❤ chimichangas.

TRAMA: Wade Wilson, ex agente operativo delle Forze Speciali e mercenario, si sottopone a un terribile esperimento per guarire dal cancro, acquisendo l’eccezionale potere del fattore rigenerante…

RECENSIONE: Per la regia di Tim Miller, Deadpool è un film che…

Eh-ehm… non ci stiamo dimenticando di qualcosa?

No, ma temo sia una domanda retorica.

Dai, io sono te, sai cosa voglio. Deadpool è un personaggio famoso per avere personalità multiple, voci nella testa e roba varia, quindi potremmo cogliere la palla al balzo e recensirlo ripetendo il ménage à deux di quella vecchia volta.
Non lo trovi un intelligente riferimento all’argomento dell’articolo, nonché un frizzante e costruttivo espediente narrativo?

No, la trovo una puerile perdita di tempo. Sono già in ritardo a scrivere la recensione, per cui se potessi costruttivamente levarti dalle palle…

LA RECENSIONE! Fermi tutti, è arrivato Roger Ebert!
Capirai che roba, la tua “recensione”:”Bla bla bla, battutine del cazzo, le pellicole sui supereroi fanno schifo perché li rendono personaggi piatti conditi da umorismo spicciolo, battutine del cazzo, bla bl…”

Veramente a me questo film è piaciuto.

Ecco, sei il solito preven… no aspetta, cosa?!?

deadpool face

I supereroi spesso sono figure idealizzate in maniera esagerata: maschioni eroici che sfidano indomitamente le forze del male agghindati con costumi francamente improbabili.
Troppo perfetti, troppo valorosi, troppo… TROPPO.

Deadpool invece mi è piaciuto come film perché il suo protagonista non è così, lui è…

Lui.

deadpool gif 2

Alt, alt, alt, forse ho capito dove vuoi arrivare. Tu critichi negativamente i Guardiani della galassia perché li consideri personaggi stupidi e poi esalti Deadpool… per lo stesso motivo?

Sì, perché c’è una differenza fondamentale tra le due tipologie di character: Deadpool è intrinsecamente stupido e sopra le righe.

Il suo essere un concentrato di esagerazione fa parte della natura del personaggio: non è comico perché figo, ma è figo perché comico.

Per legarmi all’esempio che hai fatto tu, un procione parlante che spara mitragliate alla gente è un elemento “affascinante”, che può portare di conseguenza a gag, battute o scene comiche.

Deadpool invece ha la comicità insista nel personaggio: se gli si toglie questa caratteristica, ci si ritrova con un mercenario armato fino ai denti che, per quanto possa avere carisma, è un archetipo stravisto in molti media fumettistici e non.

deadpool macchina

Deadpool è per prima cosa un tizio comico ed esagerato, e dopo un antieroe d’azione.

Capito?

Sinceramente no ma ti vedo convinto, per cui mi fido.

La tua stima mi commuove. Quello che dicevo prima viene evidenziato nel film da continui sfondamenti della quarta parete:  essi sono ripresi dai fumetti, dato che il “merc with a mouth” è fortemente connotato dall’essere l’unico personaggio Marvel con la consapevolezza di trovarsi in un’opera d’intrattenimento.

Non è l’unico, anche She-Hulk sa di essere il personaggio di un comic book.

Chi??

She-Hulk_Dialogue_1

Tipica sobrietà Marvel… quale sarebbe il senso di questo personaggio, rendere sessualmente appetibili le culturiste maggiorate con la pelle verd…

Ripensandoci, preferisco non saperlo.

Stai perdendo il filo, mi chiedo come facciano le persone a leggerti.

Io mi chiedo perché queste cose alle fashion blogger non capitino…

Dicevo, essendo comunque Deadpool un superhero movie la regia e il montaggio enfatizzano decisamente l’elemento action, alternando sequenze adrenaliniche di pura azione con altre più posate e comiche; in particolare il montaggio risulta ottimamente funzionale alle parti più frenetiche, sapendo utilizzare anche lo slow motion per esaltare determinati passaggi.

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Il punto focale della pellicola è ovviamente l’umorismo, che rende il film incredibilmente divertente.

I tantissimi riferimenti alla cultura pop (fumettistica e non), il sarcasmo imperante ed un linguaggio sboccatissimo e sessualmente esplicito rendono l’opera decisamente spassosa, con battute a mitraglia che si susseguono eliminando i tempi morti dei dialoghi.

Ciò maschera una trama che tolto tale elemento risulterebbe banale e “canonica”, ma che da questo fattore viene quindi piacevolmente arricchita superando il classico schema narrativo riguardante l’origine di un personaggio.

dopinder deadpool

“Il film è bello perché è divertente”? Wow, dici che i lettori riusciranno a raccapezzarsi tra questi termini così squisitamente tecnici e incredibilmente oggettivi?

Ok, allora diciamo che Deadpool è un personaggio carismatico perché incarnazione materiale dell’astrazione teorica di individuo che abbandona le regole tipiche dello stato sociale, ritornando ad una dimensione naturale e para-anarchica in cui possa sfogare senza limiti positivi gli eccessi della sua personalità.

Ciò corrisponde ad una concezione intrinsecamente istintuale della vita, che affascina e solletica i profondi appetiti delle persone perché costituisce una sublimazione catartica del concetto stesso di “libertà”, contribuendo alla fuoriuscita visiva del nucleo fondante dell’animale uomo.

Meglio così?

“Divertente” va benissimo.

Ti ringrazio.

Deadpool disegno

All’umorismo si unisce la violenza, molto esplicita sia nei comic book che nel film. Essa però non pesa negativamente sull’opera, perché legata indissolubilmente alla tipologia di personaggio rappresentata dal protagonista, quindi non “forzata” solo per il gusto dell’omicidio.

Anche in questo caso, si ha un quid che migliora il film rispetto ad altre pellicole simili: un protagonista ammazzatutti le cui azioni hanno un senso di esistere all’interno dell’opera artistica, senza appiattirsi su personaggi alla Steven Seagal che si limitano a sterminare bidimensionalmente per un’ora e mezza tutti i maderfacchers che attraversino il loro campo visivo.

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Violenza e comicità risaltano grazie anche alla presenza di figure di contorno piuttosto sopra le righe, che ben si armonizzano con l’atmosfera del film e contribuiscono a creare divertenti gag e siparietti comici.

È una mia impressione o a te i personaggi secondari piacciono solo quando sono strambi?

No, non mi piacciono gli elementi di contorno strani in sé, ma quelli che riescano a ritagliarsi uno spazio più o meno importante nella vicenda, in modo da aumentare il respiro dell’opera e non stancare lo spettatore concentrandosi solo su protagonista e antagonista.

Se così fosse, non si avrebbe davanti agli occhi un film, ma un incontro di pugilato.

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Ok, ok, va bene. ‘Sti tizi sarebbero?

Beh, nei panni della fiamma del protagonista abbiamo una sexy e tosta Morena Baccarin, aficionada delle serie tv; Colosso, l’X-Man russo (“In Soviet Russia metal forges you”), è interpretato con la tecnica del motion capture da Andre Tricoteux per quanto riguarda il fisico, mentre il viso è di Greg LaSalle, supervisore di tale tecnica di recitazione.
La semi-esordiente Brianna Hildebrand è Negasonic Mutant Warhead, la lottatrice Gina Carano (Fast & Furious 6) è Angel Dust, mentre Ed Skrein (già visto ne I vichinghi) veste i panni di Ajax.

deadpool ajax

“Ajax” come quello di Cruijff?

No, “Ajax” come i due dell’Iliade.

Ah, bello, è mica il film dove Brad Pitt spacca i culi sulla spiaggia?

Farò finta di non aver sentito… fortunatamente la recensione è andata.

Visto musone che non è stato difficile? Dai, alla fine la Marvel ti ha sputato fuori una robetta mica male, cosa vuoi di più?

Beh, se mi facessero un film decente su di lui non mi dispiacerebbe…

the punisher 2

Lo han messo nella serie tv su Daredevil.

Ho detto “film”.

Non ne hanno già fatti due?

Ho detto “decente”…

Pillole di cinema – Fantastic 4 – I Fantastici Quattro

FANTASTIC-4-I-FANTASTICI-4-Poster-Locandina-2015Si ringrazia per il sottotitolo italiano indispensabile.

TRAMA: Durante un esperimento, quattro giovani vengono teletrasportati in un altro universo che altera i loro fisici e dà loro incredibili abilità; dovranno imparare a usare i loro poteri e a lavorare insieme per affrontare minacce alla Terra…

PREGI:

– Fa capire allo spettatore la teoria della relatività: Nonostante l’ora e quaranta di durata sia tutto sommato ridotta per gli standard dei superhero movie, a causa dell’iniziale ritmo lento dell’opera questi 100 minuti risultano ETERNI.

Il pubblico ne trarrà quindi un importante insegnamento scientifico, apprendendo sulla propria pelle quanto la dimensione nella quale si concepisce e si misura il trascorrere degli eventi possa essere distorta in base alle nostre percezioni.

Avete presente la citazione attribuita al grande fisico Albert Einstein secondo cui “Quando un uomo siede due ore in compagnia di una bella ragazza, sembra sia passato un minuto. Ma fatelo sedere su una stufa per un minuto e gli sembrerà che siano passate due ore”?

Ecco, Fantastic 4 non è una bella ragazza.

Ma proprio no.

fantastici 4 tombe

– Prima o poi termina: Pregio legato indissolubilmente al primo punto, a differenza dell’universo, della stupidità umana e dell’amore femminile per i gatti, Fantastic 4 non è infinito.

DIFETTI:

[Dopo un’attenta riflessione e cercando di riassumere mentalmente tutto ciò che ho visto, posso arrivare a concludere che il difetto principale del film è…]

– Ogni cosa: Fantastic 4 non ha UNA componente che sia DECENTE.

Come per Ant-Man credo sia interessante conoscere la storia produttiva della pellicola. Le “divergenze” tra il regista Josh Trank e la Fox sono state ampie e troppo lunghe da spiegare, vi lascio un articolo QUI nel caso vi interessi un riassunto.

Sicuramente ciò ha portato ad un film ben al di sotto degli standard anche del più medio cinecomic.

O, per meglio dire, ben al di sotto di qualsiasi standard.

fantastici 4 spazio

La regia non ha un minimo stile visivo che la renda originale o personale; non si nota un tocco artistico del director che possa particolareggiare il film, dato che le riprese sono poste in atto con la più basilare diligenza dell’ABC del cinema.
Niente invenzioni particolari, niente usi di camera interessanti o brillanti, solo un gran ping pong di inquadrature alla lunga banali e stancanti, unite ad un montaggio senza guizzi e ad una CGI finta e irrealistica come poche.

fantastici 4 reed

La fotografia è tutto un gran blu-nero alla Nolan dei poveri, scelta incomprensibile visto che alle tonalità scure delle scene non si accompagna un’accurata introspezione narrativa che le possa rendere intense emotivamente.

Il tono emozionale di una sequenza cinematografica deve essere basato su tematiche interiori, sentimenti e profondità psicologica; questi aspetti dell’animo umano devono essere poi accompagnati visivamente da una determinata scelta dei toni di colore, legata a fotografia e scenografia.

Non viceversa, Cristo.

DF-14999r Reed Richards (Miles Teller) and Sue Storm (Kate Mara) harness their daunting new abilities to save Earth from a former friend turned enemy. Photo credit: Alan Markfield

Sempre rimanendo sulle modalità narrative, è da registrare quanto l’ironia tipica dei Marvel movies qui sia praticamente assente.
Persino il cupo e drammatico X-Men: Giorni di un futuro passato, sempre distribuito dalla Fox, aveva ogni tanto qualche botta di spirito.

Qui il nulla, se non brevissimi sprazzi più o meno stupidotti.

fantastici 4 scena

La sceneggiatura è, come sempre, la vera piaga di queste pellicole.

Qui in particolare ha più buchi di un groviera, e ciò risulta ancor più evidente da una prima metà molto (ma molto) lunga, con un ritmo molto (ma molto) lento che la rende molto (MA MOLTO) noiosa.
Ad essa fanno seguito una cinquantina di minuti dove ci si ricorda improvvisamente della presenza della quinta marcia sulla propria automobile e si decide di utilizzare solo quella, inanellando un evento dietro l’altro a raffica senza dar tempo allo spettatore di capire cosa stia veramente succedendo e senza spiegare le dinamiche narrative.

E quindi via di cose poco chiare, tirate per i capelli o bellamente ignorate.

fantastici 4 macchina

Gli attori non riescono ad essere credibili nell’interpretazione.

Una sceneggiatura che tratteggia i personaggi in due dimensioni-due fronte e retro di sicuro non aiuta, ma quelle che si vedono sembrano quasi più degli abbozzi o delle pallide imitazioni annacquate che delle interpretazioni vere e proprie; gli attori faticano molto a reggere il peso di figure nate editorialmente nel 1961, e che quindi sono arcinote a generazioni di ragazzini.
A ciò si aggiunge il totale stravolgimento dei personaggi, che vengono modificati veramente tanto per adattarli ad una sceneggiatura povera di spessore e di unità narrativa.

Il risultato è uno sciapo teen-drama, con la caratterizzazione di un diluito telefilm per famiglie e la profondità narrativa di un B-movie.

Per quanto riguarda l’attinenza fisica…

fantastici 4 cast marvel

…tazione è fondamentale fin dalle sue origini, con il teatro greco legato a maschere fisse e monoemotive, le quali avevano lo scopo di incarnare un archetipo caratteriale cercando di trasmettere tale sentimento al pubbli…

fantastici 4 cast marvel

…pete le uova dividendo i tuorli dagli albumi: montate quindi sia i tuorli che gli albumi in due ciotole distinte. In una nuova ciotola versate la fari…

fantastici 4 cast marvel

LO SO… che non vi è piaciuto! Lo so, ho capito, ho afferrato il concetto!

Sì, ok, hanno cambiato etnia a Johnny Storm senza un vero motivo; focalizzarsi solo su questo aspetto estetico, però, vorrebbe dire tralasciare ben più importanti difetti del film.

E implicitamente equivarrebbe anche ad affermare che le pellicole tratte da fumetti Marvel non abbiano mai avuto scelte di casting sbagliate o personaggi mal resi.

Sicuri?

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Elizabeth-Olsen-Scarlet-Witch-marvel-avengers-2

tim roth emil blonsky abominio marvel

ben kingsley mandarino 2 marvel

marvel alba sue storm

ghost rider nicolas cage marvel

jamie foxx electro marvel

electra marvel garner

marvel gambit 2

Ecco, diciamo che rispetto alla Torcia Umana afroamericana c’è di peggio.

Anche in questo stesso film.

fantastici 4 doom

L’azione è concentrata quasi solo nei pochi minuti finali, ma visto com’è l’andazzo della pellicola sino a quel momento, lo scontro dell’epilogo sarebbe potuto anche consistere in una battaglia rap e non sarebbe cambiato nulla.

TUNZ-TUNZ-YO!
Sono Mr. Fantastic
ti frantumo come un joystick
scopo la Donna Invisibile
tu sei un coglione inguardabile
con la testa di metallo
spari lampi a più non posso,
il tuo design è entrato in stallo
tra Electro e Colosso?
Covi rancore sotto traccia
diventando tutto pazzo
io non allungo solo braccia,
quindi succhiami il c**zo!

Ripensandoci, sarebbe stato quasi migliore del risultato originale.

Un film veramente pessimo da bocciare su tutta la linea, e non solo limitandosi al genere di appartenenza.

Consigliato o no? 

get out gif cary grant

P.S. Piccola curiosità spoilerosa: in QUESTO ARTICOLO potete trovare un elenco di tutte le scene dei vari trailer di Fantastic 4 che però NON sono poi presenti nel film.

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