L'amichevole cinefilo di quartiere

Articoli con tag ‘marvel’

Avengers: Endgame


I can do this all day.

TRAMA: Dopo l’ecatombe causata da Thanos, i supereroi superstiti uniscono le proprie forze per contrastarlo e salvare l’Universo.
Quarto episodio della saga Avengers dopo The AvengersAge of UltronInfinity War.

RECENSIONE:

Ventiduesima pellicola del Marvel Cinematic Universe a undici anni da quell’Iron Man che fu pioniere di questo fortunatissimo franchise (quasi quattro miliardi di incassi complessivi, escludendo quest’ultimo film), Endgame è la conclusione di un progetto cinematografico a tre fasi.

Il cosiddetto “Marvel Cinematic Universe” (o MCU) si era infatti proposto di erodere il più possibile la distanza tra due mezzi narrativi parecchio diversi: il fumetto ed il cinema.
Se nel primo, infatti, personaggi e trame possono coesistere senza particolari problematiche di costruzione, in quanto è sempre possibile un colpo di spugna che resetti eventuali stalli narrativi, nel secondo tale salvataggio in corner non è possibile a causa di diritti d’autore non necessariamente uniti in un unico soggetto (d’ora in poi sì, con la famosa acquisizione da parte della Marvel-Disney del pacchetto ex Sony).
Il target era quindi creare una sorta di macro-storia che introducesse gradualmente moltissimi personaggi andando a costruire un mondo a cui il pubblico si affezionasse nella sua globalità.

In attesa della quarta fase, composta dai già annunciati sequel di Doctor Strange, Black PantherGuardiani della Galassia più gli ennesimi stand-alone che tanto bene fanno al marketing, va quindi a concludersi un arco narrativo di medio-lungo periodo per gli standard attuali, che vedono un ritorno di fiamma di quegli universi condivisi il cui apripista è stato quello dei mostri Universal tra gli anni ’20 e ’50.

Alla regia di Endgame abbiamo ancora i Russo Brothers from Cleveland, Ohio, già dietro la macchina da presa per The Winter Soldier, Civil War e ovviamente Infinity War, il tutto per un’ovvia ricerca di continuità stilistica che sulla carta è idea non disprezzabile; effettivamente questo fil rouge artistico si nota, sia nella regia che nei toni, ma è azzoppato ed ostacolato proprio dal fattore “fine di un viaggio” che permea l’opera.

Dopo un abbondante decennio di risa, goliardia, humour e cazzeggio, la Marvel infatti scopre improvvisamente il desiderio di dimostrarsi adulta, proprio per fornire una degna conclusione ad una storia che ha accompagnato la crescita del proprio stesso pubblico, se vogliamo similarmente a quanto accaduto con l’Harry Potter della Warner Bros.

Il problema è che come una bambina che si impiastricci il viso con i trucchi rubati alla madre e indossandone i tacchi per atteggiarsi a donna matura, lo spettacolo qui fornito è un misto tra l’involontariamente ridicolo ed il grottesco: la causa è riconducibile soprattutto a dialoghi che veleggiano spesso oltre il confine del cringe e ad una gestione dei picchi emotivi troppo didascalica, farcita infatti da troppi semplicismi che vedono un’esposizione narrativa avente un solo obiettivo.

Essere compresa anche da uno spettatore avente il Quoziente Intellettivo di un oleandro.

Un climax maturo non è perciò possibile, non solo a causa di alcune scelte improntate verso una direzione diametralmente contraria a quella della profondità introspettiva (leggasi: gag idiote a raffica), ma soprattutto poiché manca una fondamentale fiducia verso l’intelletto del pubblico: esso purtroppo non viene trattato da adulto, bensì per l’ennesima volta come un branco di entusiasti tontoloni a cui è necessario spiegare come unire i puntini numerati di rabbia, tristezza, paura e rimpianti perché non lo si ritiene in grado di tracciare da solo la linea che li congiunga.

Pur con un’apprezzabile sforzo di amalgamare nel modo più organicamente fattibile i vari episodi della saga (per un’ottimale comprensione di Endgame è consigliabile la visione di tutte le pellicole precedenti), la resa risulta inoltre alquanto confusionaria e dispersiva.

Non tanto per il tema del viaggio del tempo in sé (nonostante alcuni suoi elementi fondanti vengano elisi sbrigativamente senza ricevere adeguato spazio espositivo), quanto per l’inserimento di scene o addirittura intere sequenze quasi inutili ai fini del plot principale, difetto piuttosto pesante in un’opera dalle abbondanti tre ore di durata che a posteriori avrebbero potuto essere sicuramente sfoltite da tali zavorre inutili.

Non bastano infatti i numerosissimi camei (che non verranno menzionati onde evitare spoiler) di personaggi apparsi nei vari stand alone per fornire organicità ad un film che si sviluppi su più trame incrociate, soprattutto quando esse risultano talvolta mero veicolo affinché lo spettatore venga indirizzato a momenti emozionali introspettivamente statici.
Questi ultimi risultano ben poco aiutati dalle già citate deleterie linee di dialogo, sempre più simili a quelle scritte da George Lucas per i prequel di Guerre Stellari, in cui i personaggi esprimono continuamente i propri stati d’animo invece di agire in base ad essi, scelta che sarebbe stata molto più adulta.

Per quanto riguarda il cast, considerando anche le timbrate di cartellino estemporanee in Endgame compaiono veramente cani e porci: strizzate d’occhio continue ai fan dei film, peccato che nel cinema sia presente anche il fattore “spreco di attore” che qui raggiunge l’iperuranio, con interpreti dal peso considerevole costretti a causa di un loro ruolo di contorno nel Tizio-Man di turno ad una-due battute, quando non direttamente sfruttati come elemento di tappezzeria sullo sfondo.
Appunto sicuramente capzioso e pignolo, ma da cinefilo piange il cuore.

Se la regia dei Russo mostra i muscoli soprattutto nelle numerose scene d’azione, spesso esagerate e coreografiche, e in un discreto utilizzo delle ambientazioni delle pellicole precedenti si nota purtroppo che i movimenti di camera non riescono a nascondere sotto un tappeto di spettacolarità la polvere della povertà narrativa.

Spiace che la regia di questi blockbuster venga quindi utilizzata solo come punto laser luminoso per distrarre il proprio gatto, senza conferirle quella profondità artistica che trasformerebbe un prodotto precipuamente per masse in un’offerta artistica.

Elemento di continuità riscontrabile in Endgame, ma generalmente in tutto il MCU, è il ruolo preponderante di quel Tony Stark che anche in questo conclusivo capitolo subisce un’evidente fellatio narrativa, con tanti saluti ad una coralità che pare evidente nella forma ma che purtroppo non si concretizza in una sostanza che si basa pedissequamente su ben pochi personaggi.

Tutti gli eroi sono uguali, ma qualche eroe è più uguale degli altri.

Punto particolarmente negativo, oltre alle comparsate di personaggi dallo spazio risicatissimo, l’aura di scempiaggine che permea Thor e Hulk, che come già in Thor: Ragnarok sono derubricati e mere macchiette pseudo-comiche dall’effetto facepalm immediato e dalla quasi fastidiosa tediosità.

Persino un antagonista caratterizzato sorprendentemente bene come Thanos in Infinity War viene qui appiattito con la pialla della bidimensionalità, con tanto di aggiunta di un vero e proprio discorso da villain unito ad esclamazioni più attinenti ad un antagonista di James Bond che ad un essere mosso da una distorta visione di pace e prosperità per l’universo.

Capitan Misandrica a risolvere problemi come Mr. Wolf, nota lieta l’utilizzo che viene fatto del personaggio di Occhio di Falco, se non altro nella prima metà di pellicola, peccato che anche lui venga successivamente risucchiato nel vortice dell’imbarazzante.

Pur con alcuni segmenti nient’affatto disprezzabili (seppur pochi e brevi) e numerosissime strizzate d’occhio ai conoscitori dell’Universo Marvel non solo per quanto esposto sul grande schermo ma anche nei fumetti, che dimostra positivamente l’attenzione verso questo multimediale franchise, Avengers: Endgame è come un bicchierone di popcorn formato famiglia: pur potendo accompagnare centottanta minuti della nostra vita risultando gustosi e saporiti, non è un pasto che riempia lo stomaco.

Un ragazzino che gioca a fare l’adulto invece di un adulto che parli (anche) ai ragazzini.

Annunci

Captain Marvel


TRAMA: Anni Novanta. La Terra viene coinvolta in una guerra galattica fra due razze aliene. Carol Danvers, pilota dell’aeronautica degli Stati Uniti, indossa il costume di Captain Marvel e diventa uno dei supereroi più potenti del pianeta.

 

 

 

 

RECENSIONE:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

 

 

 

Spider-Man: Un nuovo universo


Da grande cinefilia derivano grandi responsabilità.

TRAMA: A causa di un macchinario costruito da Kingpin, gli Spider-Man di universi differenti convergono in uno solo in cui l’Uomo Ragno è Miles Morales, un ragazzo di Brooklyn di origini portoricane.

RECENSIONE:

Raro caso di pellicola Marvel non avente come target intellettivo persone reduci da una commozione cerebrale grave, Spider-Man: Un nuovo universo è un esempio lampante di come anche la Casa delle Idee possa sfruttare le suddette idee per proporre al pubblico dei prodotti adatti a tutte le fasce di età, a patto che si decida di anteporre la narrativa sull’azione.

Il film vede infatti come pregio principale quello di riuscire ad orchestrare una storia in cui trovino ampio spazio e realizzazione degli importanti temi morali ed introspettivi, quali il trovarsi o meno a proprio agio nell’ambiente sociale circostante, la ricerca della propria strada indipendentemente dalle pressioni esterne e, ovvio leitmotiv nel caso del Tessiragnatele, la presa di coscienza delle proprie responsabilità.

Ogni versione dell’Uomo Ragno (talvolta nemmeno uomo, talvolta nemmeno umano) incarna infatti una particolare inclinazione dello stesso generico personaggio, risultando un catalogo di figure che sono allo stesso tempo tutti il medesimo individuo e tutti soggetti differenti.

Dall’imbolsito Peter B. Parker in crisi umana e “professionale” ad una tetra versione Noir direttamente uscita dalle pagine di un romanzo hard boiled, fino ad una colorata loli nipponica filo-robot e ad un assurdo maiale fuori di testa, lo spettatore si trova quindi di fronte interessanti varietà di un elemento che già conosce bene, risultando affascinato ma non negativamente spiazzato.

Tra le versioni alternative spicca sicuramente Gwen Stacy, proveniente da una realtà in cui è stato Parker a morire e il cui personaggio è stato scritto con un mix veramente azzeccato di girl power, indipendenza e grinta, senza però sembrare esagerato o forzato.
Non una principessa da salvare né una spietata guerriera picchia-tutti, quindi, ma una semplice giovane donna combattiva e decisa, che lotta per ciò in cui crede non facendosi mettere i piedi in testa dai maschietti.

Ciao, Emma Stone.

L’azione è sì presente, ma più a corredo dell’elemento umano che a suo scapito: grande contributo al lato intrattenimento viene dato da uno stile grafico che se nella raffigurazione delle figure umane risulta piuttosto particolare, quindi può piacere o meno, nei fondali mostra efficacemente i muscoli grazie ad un caleidoscopio di colori meraviglioso ed affascinante.

Elemento di pregio è anche l’ironia, anch’essa azzeccata e, soprattutto, inserita con misura e gusto, a differenza dello sbrodolamento di gag a casaccio ormai consueto per il luciferino connubio Marvel-Disney.

Degno di nota anche il comparto voci in lingua originale, tra cui risaltano Hailee Steinfeld come Gwen, Liev Schreiber per Kingpin e Mahershala Ali per Aaron Davis e Nicolas Cage per Spider-Man Noir.

Una delizia.

Speakers’ Corner – La Marvel punta sul “Girl Power”. Ma non così tanto.

marvel avengers capitan

A destra il cavallo vincente, a sinistra una tizia espressiva come Jason Statham in una tutina da pilota di Mazinga.

Diciamocela tutta: che il trailer di Captain Marvel sia stato seguito dopo soli quattro giorni dal teaser del prossimo Avengers, l’evento cinematografico più atteso del prossimo anno (che fa capire come siamo messi, ma questa è un’altra storia), è la dimostrazione più lampante possibile che del film su Carol Danvers non frega un tubo nemmeno a quelli che lo hanno realizzato.

Perché non gli interessa? Perché la pellicola con Brie Larson diventerà l’equivalente femminile di quello che Black Panther fu nei confronti del pubblico afroamericano: lanciare sul mercato alla bell’e meglio un supereroe che possiede solo un briciolo di carisma rispetto a personaggi introdotti già parecchi anni (e film) fa in modo da usarlo come un mero e facile mezzo per attirare nelle sale fasce di spettatori statisticamente meno inclini al genere.

Su BP la prova provata sono i tentativi di pomparlo e doparlo in modo disumano ad ogni premiazione possibile (oltre alla recente candidatura ai Golden Globes, basti pensare al putiferio generato da quella geniale idea dell’Oscar al film popolare), per CM le infelici dinamiche temporali con cui si è scelto di pubblicizzarlo.

oscar film popolare

Sparata che ha ricevuto ampi consensi.

Va anche rilevato un altro fattore che accomuna i destini dei due super: la loro peculiarità estetica.

T’Challa di Chadwick Boseman è andato ad inserirsi in un panorama filmico in cui Spawn e il Catwoman con Halle Berry sono a dir poco indecenti, Falcon, War Machine e Storm (aridaje con Halle Berry) hanno ruoli comprimari, mentre il Cyborg della Justice League è un misto delle due.

Se aggiungiamo all’equazione che Hancock con Will Smith evidentemente non conta e del povero Blade di Wesley Snipes nessuno pare avere memoria (vergognatevi: il primo è carino, il secondo anche ed il terzo pure, a parte il fatto che esiste), la nomea di first black superhero era facilmente ottenibile, seppur falsuccia.

pantera nera

Batman dovrebbe farti causa per plagio.

E Captain Marvel con le donne?

Beh, c’è Wonder Woman. Che è della DC.

La già citata Catwoman. Sempre DC.

Il Suicide Squad harleycentrico. Ancora DC.

Ok, e la Marvel?

Beh, oddio: Elektra con Jennifer Garner lasciamo perdere, per la Donna Invisibile ci hanno provato due volte (Alba e Mara) e stendiamo un pietoso velo… l’unica che potrebbe rivendicare lo scettro è la Vedova Nera, oggetto sessuale interpretato da un’attrice apprezzata dal pubblico generalista quasi esclusivamente anche come oggetto sessuale.

Quindi stesso principio del principe di Wakanda.

vedova nera sedere

Un’espressività soda come il marmo.

Supereroe africano perché, sorpresona, una fascia di pubblico è di origini africane.

Supereroe con la vagina perché, sorpresona, una fascia di pubblico ha la vagina.

Che tristezza.

Non è un problema di per sé che la “Casa delle idee” abbia come idea principale quella di fare dei gran soldi: è l’obiettivo principale di ogni mega-impero commerciale che si rispetti, e da fruitore dei loro prodotti bisogna prenderne atto.

Ma magari, ecco, la prossima volta… un po’ meno spudorati

Venom

Per simbiosi (dal greco σύν «con, insieme» e βιόω «vivere») in ecologia si intende un’interazione biologica piuttosto intima, di lungo termine, fra due o più organismi.
In alcuni casi, il termine simbiosi viene usato solo se l’associazione è obbligatoria e va a beneficio di entrambi gli organismi, abusando di quella che è l’etimologia della parola.

TRAMA: In un laboratorio si tenta di innestare dentro un ospite umano uno strano organismo riportato da una missione spaziale, ma le cavie continuano a morire una dopo l’altra.
Una notte si intrufola nella struttura il giornalista d’inchiesta Eddie Brock…

RECENSIONE:

Il protagonista di questo film racchiude due personalità.

Ho detto, il protagonista di questo film racchiude due personalità.

IL PROTAGONISTA DI QUESTOAh, sì, eccomi, mi ero un attimo appisolato. Di che si parla?

Tizio con un aspetto terrificante che parla usando la prima persona plurale. Chi ti viene in mente?

Il Divino Otelma?

Non così terrificante, mi riferisco a Venom, personaggio nato nel 1988 dalle matite di David Michelinie e Todd McFarlane.

Piccola lezione di storia fumettistica:

Avvisami quando si passa a qualcosa di interessante…

I Simbionti sono una razza immaginaria di parassiti amorfi extraterrestri dell’universo Marvel; secondo le origini canoniche del personaggio, uno di questi si unì a Spider-Man a mo’ di costume, aumentandone le facoltà fisiche alterandone però quelle mentali.
Dopo alcune vicissitudini, Peter Parker scopre che si tratta di un essere vivente che stava fondendo la propria personalità con la sua, arrivando anche ad essere estremamente violento e sempre meno controllabile; scoperta l’avversione del simbionte per le onde sonore intense, Peter si disfa dell’alieno.

Dopo poco tempo l’essere incontra Eddie Brock, un giornalista che odiava a morte l’Uomo Ragno perché lo accusava di avergli rovinato la vita (avendo smascherato una sua notizia falsa che gli aveva causato il licenziamento): Eddie aveva intenzione di suicidarsi, ma il simbionte si unì a lui e ai suoi ricordi, trovando nell’odio verso l’arrampica-muri un fine comune che gli permise di essere completamente accettato dal nuovo ospite.

Dopo vari scontri ed incontri con Spider-Man, mosso da un distorto codice morale Venom assunse il ruolo di protettore degli innocenti uccidendo i criminali e/o mangiandoseli.

Cioè me lo devo immaginare come un Tobey Maguire stronzo e cannibale?

Non è solo una copia carbone, ma un character interessante dotato di profonda dignità.

Non mi sembra così dignitoso…

Non rivanghiamo le tragedie.

Beh, quindi questo Venom è un bel film?

Beh, è carino.

Oddio, magari anche no.

Circa.

Questa recensione sta diventando “circa” una palla atomica.

Lo so, ma non è semplice inquadrare un film come questo.

All’inizio si ha un’ottima rappresentazione di Brock come giornalista d’inchiesta determinato che non guarda in faccia nessuno: vengono sovrapposti vari suoi servizi di stampo sociale unendo una commistione dei suoi commenti audio ad un uso quasi fumettistico dello schermo, sezionato in varie parti che si accumulano in una ricchezza stilistica efficace.

Quindi cos’è, un fumettone autoriale?

Tipo Watchmen? No, perché poi si passa ad evidenziare la love story tra Brock e la sua fidanzata prossima sposa, mostrando l’amorevole rapporto tra i due ed il sostegno reciproco che si danno: carino e coccoloso quanto vuoi, ma non particolarmente ispirato o frizzante.

Ah, allora è Nicholas Sparks con i poteri.

Neanche, perché si susseguono varie sequenze che mostrano le operazioni spaziali (prima) e bioingegneristiche (poi) della corporazione presieduta dall’antagonista, ricche di elementi di tensione in cui si strizza l’occhio ai monster-movies con il solito vago antipasto di come potrà essere la creatura.

Ok: è un fanta-horror.

Ma proprio no: tanto per cominciare hanno avuto l’idea demente di metterlo PG-13 invece che R-Rated (quindi scordati mutilazioni on screen, ma solo dette o accennate), in più non contiene nemmeno elementi di terrore così pesanti da risultare indigesti ai ragazzini.

Inoltre il legame tra ospite e simbionte ha esplicite venature leggere e comiche, con scambi di battute scanzonate (anche se non ai consueti livelli prescolari marveliani) che strappano sorrisi e stemperano azione e tensione.

Beh, tipo Deadpool o I guardiani della galassia?

Senza praticamente nessun riferimento o quasi alla cultura pop? Lo stesso Marvel Universe che viene citato una volta e solo per una cosa?

Va beh, sarà come quelle commedie in cui ci sono due amici che litigano e combinano cazzate, com’è che si chiamano…?

buddy movies? Con visibile solo uno dei due “protagonisti” alla volta, e l’altro al massimo parla?

Che palle, allora dimmelo tu cos’è.

Un misto di tutto ciò che ho appena detto.

E funziona ‘sto casino?

Beh, è carino.

Oddio, magari anche no.

Circa.

Se continui così gli utenti si “circa” disiscriveranno.

Venom non è la schifezza che molte recensioni statunitensi hanno declamato e sentenziato: si lascia guardare, ha un ritmo abbastanza climatico (oddio, un po’ lento nel primo terzo), il cast recita bene e di effetti speciali se ne sono visti di peggiori.

I problemi sono due: il tono ed il rating.

Beh, sul primo hai già detto: c’è dentro tutto quindi è un bordello.

Sì. Mi sta bene che una pellicola cerchi di spaziare tra più generi, cercando di evocare echi di impostazioni narrative diverse, per venire incontro a varie esigenze di un pubblico eterogeneo, ma così è veramente troppo.

Il risultato finale è un film che pare lo zapping televisivo annoiato in un uggioso pomeriggio domenicale:

Con questo nuovo set di padelle antiaderenti direte addio ai residui diPergolettese, che si riversa in avanti per cercare il goal del pareggio in questi ultimi minuti dellaprova che dimostra che è stato lei, signor Johnson, ad uccidere sua moglie colpendola ripetutamente con uncapodoglio. Questo gigante dei mari si spinge spesso nelle profondità oceaniche, nutrendosi di reddito di cittadinanza, una manovra per la quale preleveremo i soldi aumentandole mie tette, sai, non ho soldi per pagarti la pizza però possiamo trovare una soluzione

Quale sarebbe stato meglio avessero scelto, tra i tanti?

Ti rispondo con il secondo punto: la censura.

Avete Venom: un enorme mostro alieno con i superpoteri.

IL PG-13 NON HA UN CAZZO DI SENSO.

Non ha senso che per due, tre volte stacchi con le fauci la testa ad un essere umano come Ozzy Osbourne con un pipistrello senza che venga mostrata questa cosa e cavandosela semplicemente con un successivo accenno in una linea di dialogo.

«Gli hai staccato la testa con un morso».

«Oh, mio Dio, gli ho staccato la testa con un morso».

E NON ME LO FAI VEDERE??!

Con un visto censura più severo avrebbero portato sicuramente meno persone in sala, ma avrebbero anche incanalato l’opera in binari narrativo-stilistici a lei più che consoni, potendo sbizzarrirsi con la violenza, rimanendo sopra le righe ed omettendo la terribile sensazione castrante di qualcosa che “succede ma non si vede”.

Non dico un gore alla Eli Roth.

Bastava copiare da un “collega”.

Logan è veramente un film della Madonna.

Mi fa piacere che anche tu apprezzi: un western crepuscolare più che un cinecomics, con personaggi profondi e segnati dalla vita come vecchie querce che…

Wolverine che squarta la gente, cazzo!

Sì, buonanotte… per il cast, devo dire che Tom Hardy e Michelle Williams buttati in un fumettone ci stanno a pennello più o meno quanto Corrado Augias nella giuria di Miss Italia.

Oddio, per essere bravi sono bravi e non è sicuramente qui che dovevano dimostrarlo, ma si ha la vibrante sensazione che il loro grande talento sia piuttosto sprecato: lui si sbatte tantissimo ma è ostacolato dai problemi di tono, che giocoforza si riversano sulla sua interpretazione rendendola proprio confusa più che confusionaria.

Lei ha il vantaggio di incarnare un interesse amoroso che deo gratia non è il solito inutile cartonato a forma di vagina, ma possiede un ruolo relativamente attivo nelle vicende affrancandola dall’ormai tritissimo ruolo ancillare, purtroppo estremamente frequente in questo filone e non solo.

Riz Ahmed nel ruolo del villain è come i cappucci del Ku Klux Klan di Django Unchained: l’idea era carina, ma si poteva fare meglio.

Bon, quindi dopo la tua solita sbrodolata,Venom è un film…?

Beh, in fin dei conti carino.

Oddio, magari anche no.

Circa.

Ant-Man and the Wasp

Un cinefilo può sopportare una rottura di palle pari a cento volte il proprio peso.

TRAMA: Scott Lang è agli arresti domiciliari e cerca di bilanciare gli impegni domestici e e di padre con la sua vita da supereroe. Hope van Dyne e Hank Pym compaiono improvvisamente per reclutarlo in una nuova missione, in cui Hope assume l’identità di nuova Wasp.

RECENSIONE:

Quando andavo a scuola, l’estate era attesa con trepidazione e gioia.

Anche entrati nel mondo del lavoro, ovviamente, il periodo estivo rimane pregno di cose molto belle (le ferie, il sole, le ragazze in shorts), ma fino alle superiori avevo la piacevole aspettativa che, una volta superati i primi sette/dieci giorni di giugno, mi avrebbe atteso un titanico spaccato di tre mesi di puro cazzeggio.

L’unico elemento di disturbo all’incrollabile proposito del me stesso brufoloso preadolescente di non fare una beata mazza fino a metà settembre erano gli immancabili compiti scolastici.

Niente di complesso, sia chiaro, però erano una discreta rottura di maroni e venivano svolti spesso senza nessuna voglia o slancio.

Fatti solo perché obbligati.

Tipo questo film.

Noto solo ora che per due ore la mia espressione facciale è stata la stessa di Evangeline Lilly

Ant-Man and the Wasp non è una delle ormai numerose opere dell’universo Marveliano, che va ad arricchire un mondo narrativo aumentandone respiro e complessità.

Ant-Man and the Wasp è “studiati l’ascesa della borghesia europea del 1800, che probabilmente a settembre salteremo a piè pari ma se il professore te la chiede e non l’hai manco letta, sai che figura di merda?”

E si nota già dal titolo.

In una serie piena di sottotitoli roboanti, tipo Il primo vendicatore (di che?), The Dark World (quale?), Age of Ultron (che dura un weekend), Civil War (sono sei persone contro sei, ce ne stanno di più a pallamano), Homecoming (sì, Marvel Studios, abbiamo capito che vi hanno ridato i diritti) e Ragnarok (che non ha fatto finire il mondo, ma solo la mia pazienza), qui il titolo è l’elenco dei protagonisti.

Formicuomo e la Vespa, signore e signori, e crederete che un uomo può rimpicciolirsi e bombarsi la Kate di Lost!

Oltre a lui.

Una pellicola confusionaria e mal fatta, che si basa troppo, troppo, troppo, sugli effetti speciali prospettici, senza coniugarli però con un guizzo, una scintilla, un quid che possa renderla vagamente memorabile e non sprofondata nell’oblio, insieme alle mie nozioni sulla borghesia europea dell’Ottocento, appena accesa l’automobile uscendo dal cinema.

Un sense of humour perennemente fuori luogo e di una stupidità immane persino per gli standard della M di Mefistofele correda una trama inutilmente complicata considerato un target di pubblico di tredicenni in esplosione ormonale non particolarmente svegli, piena zeppa di sottotrame evitabili e che nei momenti cardine forza troppo la sospensione d’incredulità dello spettatore, già naturalmente messa a dura prova dai poteri dei protagonisti.

Altra pecca diretta conseguenza della precedente è che, in proporzione alle due ore scarse di durata, in questo film ci sono più antagonisti che nell’Odissea, tutti poco caratterizzati, mal sfruttati e che avrebbero potuto essere tranquillamente sforbiciati in nome di una auspicabile maggiore linearità.

Gli effetti speciali, pur ben realizzati come nell’episodio precedente, si basano veramente troppo su prospettive “à la Hobbit” che essendo già state sviscerate non sorprendono lo spettatore e faticano ad intrattenere a causa della loro eccessiva prolissità.

Tu… restare… io… andare… non… seguire…

Se inoltre si volesse provare a considerare il film come ingranaggio nel grande macchinario che è la Fase Marvel di appartenenza, lo sforzo risulterebbe tanto difficile quanto superfluo, visto che per una storia ambientate tra Civil War Infinity War la timeline non si incastra per un cazzo, con un sacco di forzature e tempistiche casuali, incoerenti con quanto detto dagli altri film.

Non male, per uno studio il cui obiettivo dichiarato è creare un mondo narrativo complesso ed organico.

Nel cast, oltre al bisteccone Paul Rudd la cui caratterizzazione bypassa sovente i limiti dell’irritante, ritroviamo la quota-patata de Lo Hobbit Evangeline Lilly, che è anche bravina ma che come eroina action mi fa alzare il sopracciglio più che a The Rock.

Una discreta alchimia tra i due non basta infatti a tirare avanti una storia con i citati problemi, rafforzando anzi l’impressione che con meno contorno e più focus sugli elementi di reale importanza si sarebbe raggiunto un decisamente migliore risultato.

Però il suo costume non ha i capezzoli. Beccati questa, Schumacher!

Se non altro si assiste ad una buona dose di girl power, sia grazie alla Vespa che all’antagonista (uno dei cinquanta) Ghost, qui in versione femminile a differenza della fonte di partenza: entrambe mostrano una buona dose di caparbietà ed abilità a menare le mani quando serve, oltre che superare in determinazione ed acume la maggior parte dei maschietti che le circondano.

E diciamo che in passato il personaggio è stato sfruttato in modi un po’ diversi…

wasp hulk

Ok.

Torna Michael Douglas, che ricordiamo oltre all’ovvio Wall Street ha prestato volto a pellicole molto varie, tra cui:

– Attrazione fatale, in cui ha dei problemi con una Glenn Close maniaca di sesso;

– Basic Instinct, in cui ha dei problemi con una Sharon Stone maniaca di sesso;

– Rivelazioni, in cui ha dei problemi con una Demi Moore maniaca di sesso.

Completano il cast Lawrence Fishburne, che qui compare perché capitato sul set per caso e non era buona educazione andarsene, uno sprecatissimo Walton Goggins che dopo Tomb Raider conferma il suo voto monastico all’interpretazione di antagonista nelle puttanate e Michelle Pfeiffer.

La bravissima Michelle Pfeiffer.

La meravigliosa sessantenne Michelle Pfeiffer.

Mi sono innamorato di lei in Ladyhawke, a saperla impelagata nel Marvel Universe piango.

Un film senza voglia.

Da stroncare senza pietà.

Deadpool 2

Volete il bis? Meglio preparare lo zabaione…

TRAMA: Il mercenario mutante Deadpool si ritrova a dover contrastare un nuovo nemico, il totemico Cable, arrivato dal futuro per uccidere un ragazzo.
Al gruppo di strani personaggi dell’avventura precedente si aggiunge tra gli altri anche Domino, capace di controllare le probabilità…

RECENSIONE:

Seguito di Deadpool di un paio d’anni fa, questo film…. oh, ma ci sei?

Ah, sì, scusa, mi ero un attimo distraPerché adesso sono azzurro??

Perché così visivamente balzi di più all’occhio e mi permette di sfruttarti in modo più efficace come pretesto per sviluppare meglio il mio giudizio sul film.

Ah, sì, me lo avevi spiegato anche l’altra volta, meta-narrazione o quella robe lì… però aspetta, se sono una parte della tua coscienza allora voglio che mi immagini come una delle personalità di Sylvester Stallone in quel grande classico americano: Spy Kids 3D!

Preferirei evitare.

Adam Sandler in Jack & Jill?

Piuttosto la morte… che ne dici di Fredric March ne Il dottor Jekyll del 1931? Ci ha anche vinto un Oscar…

Mark Ruffalo in The Avengers? Ha incassato un miliardo e mezzo, quindi vuol dire che è bellissimo, giusto?

Non provo nemmeno a spiegartelo… ok, Jim Carrey in Io, me & Irene: più vergognosamente in basso di così non scendo.

Accettato.

Uff, dicevamo, per la regia di David Leitch, che sostituisce Tim Miller dopo il primo episodio, Deadpool 2 è un superhero movie spassoso e leggero, che riesce a mantenere lo spirito del suo predecessore coniugando occhio al meteorite un’atmosfera sboccata e scanzonata a personaggi fuori di testa e scene d’azione adrenaliniche.

Esplosioni, sparatorie e fendenti di spada la fanno da padrona, con il nostro eroe che utilizza ogni mezzo a propria disposizione per regalare al pubblico scene di esagitato divertimento.

Si conferma quindi la solita, divertentissima somarata senza alcun senso razionale che

Ma che figata, da adesso la stupidità nei film è un pregio! Quando ci facciamo la maratona Transformers?

Nel duemilafottiti.
Non è così semplice, bisogna attuare una distinzione importante all’interno del meraviglioso e fatato mondo dell’idiozia: così come nel primo film, in Deadpool 2 la sfrenata deficienza presente lungo i centoventi minuti di durata possiede una caratteristica fondamentale per fare sì che il film non scada nell’orrido.

È volontaria.

I personaggi, i dialoghi, i risvolti della trama, i poteri stessi degli improbabili eroi, le dinamiche tra i characters… tutto è volutamente sopra le righe e senza freni, ed il risultato è un giocoso casino in cui nessuno si prende mai sul serio: lo stesso Deadpool, grazie ai numerosissimi sfondamenti della quarta parete e ad una buona autoironia da parte di Ryan Reynolds, è estremamente scanzonato e quasi surreale nella sua paciosa ultraviolenza.

La mia generale critica negativa alla stupidità nel cinema nasce invece dal fatto che, spesso, si rivelano intelligenti come un preservativo di cioccolata delle pellicole che teoricamente dovrebbero risultare seriose: questo è in assoluto il caso peggiore, perché si ha un’opera che suscita l’effetto radicalmente opposto rispetto al suo stesso obiettivo.

Tipo quando si vedono dei mega-scienziati intelligentissimi che fanno robe da poveri coglioni?

Esatto, oppure i casi in cui il film dovrebbe essere figo e accattivante ma risulta solo una incorreggibile e sifilitica puttanata machista.

Tipo quello con Bruce Willis che deve trivellare l’asteroide?

Cazzo, hai preso proprio il peggiore.

Comunque sì.

All’effetto comico contribuisce sicuramente, oltre all’ovvia assurdità del personaggio principale, un uso piuttosto disinvolto del linguaggio, ricchissimo di parolacce, sconcerie varie e carriolate di doppi sensi sessuali.

Sì, le cazzate sul sesso, quelle mi fan ridere un fottio!

E lo sai perché sono comiche? Perché il rapporto sessuale rimanda inevitabilmente all’immagine dell’unione degli organi genitali, con il pene e la vagina che congiungendosi esorcizzano la cenofobia, o “paura del vuoto”, l’horror vacui che è uno dei timori ancestrali dell’essere umano.

Ah… davvero?

Ovviamente no, coglione.

Fanno ridere perché in primis si è naturalmente sorpresi che in un film su tizi vestiti attillati che sparano computer grafica dalle mani vengano pronunciate determinate espressioni: un po’ l’effetto di sentire Renzo Arbore portare a Sanremo Il clarinetto.

Chi??

Sei una bestia.

In secundis queste gag portano il nostro inconscio a rendersi conto del grottesco e dell’assurdo di elementi che nella nostra vita sono comuni: situazioni imbarazzanti nelle quali, bene o male, buona parte della popolazione può riconoscersi.
In questo, la risata ha un atto semplicemente liberatorio, perché ciò che è tabù e può essere visto come una cosa imbarazzante viene ridicolizzato esorcizzando il tabù stesso.

Oltre al sesso, possono rientrare in tal senso le gag sulla morte, o sulla vita ultraterrena. Non a caso molte barzellette vertono su questi argomenti.

Ad ogni modo, bisogna tenere presente che il fattore tabù è semplicemente un elemento che potenzia la battuta, non la rende automaticamente più divertente.
Se invece una persona ride a prescindere, semplicemente è un idiota senza capacità di discernimento tra ciò che ha valore e cosa ne manca.

Del tuo discorso astratto ci ho capito poco o niente, ma mi fido.

“Un viaggio di mille miglia comincia sempre con il primo passo”, lo disse un grande filosofo.

Trapattoni?

No, cane, intendo un vero filosofo, un vecchio pensatore del passato…

Trapattoni È un vecchio pensatore del passato…

Non è Trapattoni!

Come sequel inoltre Deadpool 2 non è affatto male, poiché riesce a non fossilizzarsi su di una facile ripetizione dei medesimi stilemi di plot, anzi, sviluppandoli ed ampliandoli grazie all’inserimento dei nuovi personaggi che offrono il fianco a simpatiche dinamiche intranarrative, come ad esempio il lamentarsi di eventuali facilonerie tipiche dello script stesso.

Tradotto in un italiano comprensibile?

C’è il “due” nel titolo ma non è la stessa zuppa, quindi è un buon sequel, come Terminator 2, Shrek 2…

Una poltrona per due…

Lasciamo perdere.

Nel cast di contorno ritroviamo il Colosso in CGI (spassosi i suoi battibecchi con il protagonista), il tassista Dopinder, Testata Mutante Negasonica e i membri della nuova X-Force.
Particolarmente divertenti alcuni piccolissimi camei, che non spoilero ma che contribuiscono all’atmosfera surreale della pellicola.

Oh, ma proposito del cast, ma la polemica su Domino nera?

Beh, la mia opinione è… ‘sticazzi.

Che la Domino di Zazie Beetz non ci azzecchi nulla esteticamente con la sua versione classica è lapalissiano, ma va anche tenuto presente che l’appartenenza etnica non è una delle sue caratteristiche preponderanti.

Non è un personaggio storico o con stretto legame con la zona geografica di riferimento (come in Gods of Egypt in cui gli dei egiziani erano tutti bianchi e addirittura un DANESE nei panni Horus, o Exodus, con Mosè ed il faraone caucasici), quindi che l’attrice sia afroamericanotedesca (?) non è un elemento a cui mi senta di caricare particolare importanza.

Ah, quindi per il colore dei personaggi dei fumetti ce ne sbattiamo le palle?

Beh, no, dipende da QUALI personaggi dei fumetti si sta parlando.

Un esempio abbastanza chiaro che ti posso fare è Magneto: Erik Lehnsherr è ebreo, e DEVE essere ebreo, perché dalle persecuzioni che ha ricevuto nascono il suo rancore, il suo dolore ed il suo desiderio di rivalsa nei confronti degli umani, delle cui più bieche malvagità ha potuto subire effetto diretto.

Togliere la sua appartenenza giudaica snaturerebbe il personaggio, eliminandone un quid caratteristico molto importante per la sua delineazione introspettiva, e quindi impoverendolo notevolmente.

Tornando quindi al discorso iniziale, non trovi anche tu che la diatriba Domino bianca / Domino nera sia piuttosto speciosa?

Non lo so.

Non sai se è speciosa?

Non so che vuol dire “speciosa”.

Vuol dire “di poco valore”.

Beh, non è “specioso” che sia un gran bel pezzo di…

Per concludere, Deadpool 2 è un film divertente e disimpegnato, utile per una serata spassosa per tutta la famiglia che…

Beh, “tutta la famiglia” no, c’è mica il divieto per i minori?

No, negli Stati Uniti c’è il divieto per i minori di 17 anni non accompagnati da adulti, in Italia il film è per tutti: bollino verde.

È un’altra presa per il culo?

No, sono serio: ti ricordi che in sala con noi c’era un bambino di quattro anni?

Secondo te quante battute ha capito?

Per il suo futuro sviluppo psichico, spero il meno possibile. C’è altro o posso terminare?

Ah, sì, un’ultima roba: mi spieghi perché il finale di Infinity War è una presa per il culo?

Non ci sei arrivato? Il finale è una presa in giro perché

Cloud dei tag