L'amichevole cinefilo di quartiere

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Deadpool 2

Volete il bis? Meglio preparare lo zabaione…

TRAMA: Il mercenario mutante Deadpool si ritrova a dover contrastare un nuovo nemico, il totemico Cable, arrivato dal futuro per uccidere un ragazzo.
Al gruppo di strani personaggi dell’avventura precedente si aggiunge tra gli altri anche Domino, capace di controllare le probabilità…

RECENSIONE:

Seguito di Deadpool di un paio d’anni fa, questo film…. oh, ma ci sei?

Ah, sì, scusa, mi ero un attimo distraPerché adesso sono azzurro??

Perché così visivamente balzi di più all’occhio e mi permette di sfruttarti in modo più efficace come pretesto per sviluppare meglio il mio giudizio sul film.

Ah, sì, me lo avevi spiegato anche l’altra volta, meta-narrazione o quella robe lì… però aspetta, se sono una parte della tua coscienza allora voglio che mi immagini come una delle personalità di Sylvester Stallone in quel grande classico americano: Spy Kids 3D!

Preferirei evitare.

Adam Sandler in Jack & Jill?

Piuttosto la morte… che ne dici di Fredric March ne Il dottor Jekyll del 1931? Ci ha anche vinto un Oscar…

Mark Ruffalo in The Avengers? Ha incassato un miliardo e mezzo, quindi vuol dire che è bellissimo, giusto?

Non provo nemmeno a spiegartelo… ok, Jim Carrey in Io, me & Irene: più vergognosamente in basso di così non scendo.

Accettato.

Uff, dicevamo, per la regia di David Leitch, che sostituisce Tim Miller dopo il primo episodio, Deadpool 2 è un superhero movie spassoso e leggero, che riesce a mantenere lo spirito del suo predecessore coniugando occhio al meteorite un’atmosfera sboccata e scanzonata a personaggi fuori di testa e scene d’azione adrenaliniche.

Esplosioni, sparatorie e fendenti di spada la fanno da padrona, con il nostro eroe che utilizza ogni mezzo a propria disposizione per regalare al pubblico scene di esagitato divertimento.

Si conferma quindi la solita, divertentissima somarata senza alcun senso razionale che

Ma che figata, da adesso la stupidità nei film è un pregio! Quando ci facciamo la maratona Transformers?

Nel duemilafottiti.
Non è così semplice, bisogna attuare una distinzione importante all’interno del meraviglioso e fatato mondo dell’idiozia: così come nel primo film, in Deadpool 2 la sfrenata deficienza presente lungo i centoventi minuti di durata possiede una caratteristica fondamentale per fare sì che il film non scada nell’orrido.

È volontaria.

I personaggi, i dialoghi, i risvolti della trama, i poteri stessi degli improbabili eroi, le dinamiche tra i characters… tutto è volutamente sopra le righe e senza freni, ed il risultato è un giocoso casino in cui nessuno si prende mai sul serio: lo stesso Deadpool, grazie ai numerosissimi sfondamenti della quarta parete e ad una buona autoironia da parte di Ryan Reynolds, è estremamente scanzonato e quasi surreale nella sua paciosa ultraviolenza.

La mia generale critica negativa alla stupidità nel cinema nasce invece dal fatto che, spesso, si rivelano intelligenti come un preservativo di cioccolata delle pellicole che teoricamente dovrebbero risultare seriose: questo è in assoluto il caso peggiore, perché si ha un’opera che suscita l’effetto radicalmente opposto rispetto al suo stesso obiettivo.

Tipo quando si vedono dei mega-scienziati intelligentissimi che fanno robe da poveri coglioni?

Esatto, oppure i casi in cui il film dovrebbe essere figo e accattivante ma risulta solo una incorreggibile e sifilitica puttanata machista.

Tipo quello con Bruce Willis che deve trivellare l’asteroide?

Cazzo, hai preso proprio il peggiore.

Comunque sì.

All’effetto comico contribuisce sicuramente, oltre all’ovvia assurdità del personaggio principale, un uso piuttosto disinvolto del linguaggio, ricchissimo di parolacce, sconcerie varie e carriolate di doppi sensi sessuali.

Sì, le cazzate sul sesso, quelle mi fan ridere un fottio!

E lo sai perché sono comiche? Perché il rapporto sessuale rimanda inevitabilmente all’immagine dell’unione degli organi genitali, con il pene e la vagina che congiungendosi esorcizzano la cenofobia, o “paura del vuoto”, l’horror vacui che è uno dei timori ancestrali dell’essere umano.

Ah… davvero?

Ovviamente no, coglione.

Fanno ridere perché in primis si è naturalmente sorpresi che in un film su tizi vestiti attillati che sparano computer grafica dalle mani vengano pronunciate determinate espressioni: un po’ l’effetto di sentire Renzo Arbore portare a Sanremo Il clarinetto.

Chi??

Sei una bestia.

In secundis queste gag portano il nostro inconscio a rendersi conto del grottesco e dell’assurdo di elementi che nella nostra vita sono comuni: situazioni imbarazzanti nelle quali, bene o male, buona parte della popolazione può riconoscersi.
In questo, la risata ha un atto semplicemente liberatorio, perché ciò che è tabù e può essere visto come una cosa imbarazzante viene ridicolizzato esorcizzando il tabù stesso.

Oltre al sesso, possono rientrare in tal senso le gag sulla morte, o sulla vita ultraterrena. Non a caso molte barzellette vertono su questi argomenti.

Ad ogni modo, bisogna tenere presente che il fattore tabù è semplicemente un elemento che potenzia la battuta, non la rende automaticamente più divertente.
Se invece una persona ride a prescindere, semplicemente è un idiota senza capacità di discernimento tra ciò che ha valore e cosa ne manca.

Del tuo discorso astratto ci ho capito poco o niente, ma mi fido.

“Un viaggio di mille miglia comincia sempre con il primo passo”, lo disse un grande filosofo.

Trapattoni?

No, cane, intendo un vero filosofo, un vecchio pensatore del passato…

Trapattoni È un vecchio pensatore del passato…

Non è Trapattoni!

Come sequel inoltre Deadpool 2 non è affatto male, poiché riesce a non fossilizzarsi su di una facile ripetizione dei medesimi stilemi di plot, anzi, sviluppandoli ed ampliandoli grazie all’inserimento dei nuovi personaggi che offrono il fianco a simpatiche dinamiche intranarrative, come ad esempio il lamentarsi di eventuali facilonerie tipiche dello script stesso.

Tradotto in un italiano comprensibile?

C’è il “due” nel titolo ma non è la stessa zuppa, quindi è un buon sequel, come Terminator 2, Shrek 2…

Una poltrona per due…

Lasciamo perdere.

Nel cast di contorno ritroviamo il Colosso in CGI (spassosi i suoi battibecchi con il protagonista), il tassista Dopinder, Testata Mutante Negasonica e i membri della nuova X-Force.
Particolarmente divertenti alcuni piccolissimi camei, che non spoilero ma che contribuiscono all’atmosfera surreale della pellicola.

Oh, ma proposito del cast, ma la polemica su Domino nera?

Beh, la mia opinione è… ‘sticazzi.

Che la Domino di Zazie Beetz non ci azzecchi nulla esteticamente con la sua versione classica è lapalissiano, ma va anche tenuto presente che l’appartenenza etnica non è una delle sue caratteristiche preponderanti.

Non è un personaggio storico o con stretto legame con la zona geografica di riferimento (come in Gods of Egypt in cui gli dei egiziani erano tutti bianchi e addirittura un DANESE nei panni Horus, o Exodus, con Mosè ed il faraone caucasici), quindi che l’attrice sia afroamericanotedesca (?) non è un elemento a cui mi senta di caricare particolare importanza.

Ah, quindi per il colore dei personaggi dei fumetti ce ne sbattiamo le palle?

Beh, no, dipende da QUALI personaggi dei fumetti si sta parlando.

Un esempio abbastanza chiaro che ti posso fare è Magneto: Erik Lehnsherr è ebreo, e DEVE essere ebreo, perché dalle persecuzioni che ha ricevuto nascono il suo rancore, il suo dolore ed il suo desiderio di rivalsa nei confronti degli umani, delle cui più bieche malvagità ha potuto subire effetto diretto.

Togliere la sua appartenenza giudaica snaturerebbe il personaggio, eliminandone un quid caratteristico molto importante per la sua delineazione introspettiva, e quindi impoverendolo notevolmente.

Tornando quindi al discorso iniziale, non trovi anche tu che la diatriba Domino bianca / Domino nera sia piuttosto speciosa?

Non lo so.

Non sai se è speciosa?

Non so che vuol dire “speciosa”.

Vuol dire “di poco valore”.

Beh, non è “specioso” che sia un gran bel pezzo di…

Per concludere, Deadpool 2 è un film divertente e disimpegnato, utile per una serata spassosa per tutta la famiglia che…

Beh, “tutta la famiglia” no, c’è mica il divieto per i minori?

No, negli Stati Uniti c’è il divieto per i minori di 17 anni non accompagnati da adulti, in Italia il film è per tutti: bollino verde.

È un’altra presa per il culo?

No, sono serio: ti ricordi che in sala con noi c’era un bambino di quattro anni?

Secondo te quante battute ha capito?

Per il suo futuro sviluppo psichico, spero il meno possibile. C’è altro o posso terminare?

Ah, sì, un’ultima roba: mi spieghi perché il finale di Infinity War è una presa per il culo?

Non ci sei arrivato? Il finale è una presa in giro perché

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Avengers: Infinity War

La guerra più totale!

TRAMA: Gli Avengers sono perennemente impegnati a difendere la Terra dai pericoli in arrivo da altri pianeti, ma un nuovo temibile nemico si profila all’orizzonte: si tratta di Thanos e dei suoi figli. Egli è intenzionato a conquistare l’universo, impossessandosi delle sei Pietre dell’Infinito.

RECENSIONE:

Dopo dieci anni e diciotto film (il primo fu Iron Man, diretto da Jon Favreau) si arriva finalmente all’apice dell’Universo Cinematografico Marvel.

Con un’opera che non è solo un film.

Ma qualcosa di ben più grande, e dalla natura assai differente.

Uno spettacolo che milioni di spettatori in tutto il mondo attendevano in assoluta e quasi religiosa trepidazione.

Una miserabile gara a chi ha il pene più lungo.

Ebbene sì, finalmente ci sono riusciti: Infinity War è un florilegio di personaggi e sottotrame intrecciate alla boia di un Giuda, in cui ogni eroe finora apparso (o meglio, quasi ogni eroe, un paio sono stati lasciati fuori inquadratura e sbolognati frettolosamente perché sì) possa dire la sua attraverso un’eroica azione di battaglia o tramite i raffinatissimi e mai spacconi scontri dialettici caratteristici di quello che è ormai il corrispettivo cinematografico del reggaeton.

Il risultato è una sbadilata a perdita d’occhio (guarda, mamma, come Thor) di tizi in costumini colorati ed attillati più che improbabili, che essendo tutti speciali in modi diversi, tirando le somme finiscono per non esserlo, risultando veramente troppi e in diversi casi mal sfruttati.

La quantità, che avrebbe dovuto essere punto di forza del film (anche perché se cercate la qualità dovrete accontentarvi degli effetti speciali), assume però purtroppo la traiettoria del tipico strumento di caccia australiano.

Come un cuoco che voglia unire piatti originariamente appartenenti a tradizioni culinarie molto diverse esagerando con i sapori, si costringono ad interagire tra loro personaggi che, oltre all’ovvia appartenenza alle fila dei buoni, hanno però ben pochi elementi di contatto che ne possano far sviluppare i legami.

Se la sezione di Thor con i Guardiani della Galassia, pur deboluccia e abbastanza raffazzonata, riceve in parte un assist dalla deriva cosmica del dio asgardiano avente come acme l’ultimo Ragnarok (così come anche Capitan America nel Wakanda si riallaccia agli eventi di Civil War), il segmento che mostra più il fianco alle critiche è quello che trova ad unire Tony Stark con il Dottor Strange.

Ah, già, nel film c’è anche Spider-Man.

Essi infatti sono tra i personaggi che meno hanno punti di contatto, pur possedendo un carattere di partenza assai simile, e l’evoluzione del loro rapporto assume connotazione tanto prevedibile quanto forzata, andando a concludere un mini-arco narrativo in modo banale, ovvio e troppo didascalico.

In alcuni frangenti paiono due lontani parenti che, rivistisi per caso ad un matrimonio, cercano di alimentare una conversazione che però entrambi sanno andrà inevitabilmente a vertere sul tempo atmosferico.

E quando la tua sottotrama risulta peggiore di quella che unisce un dio norreno ad una nutria parlante, è d’uopo farsi qualche domanda.

Per quanto riguarda i personaggi più nello specifico, escludendo coloro che subiscono il “trattamento Dorne” (= ho a disposizione dei personaggi di cui non so che farmene, quindi li uccido in modo stupido e sbrigativo in modo da chiudere la loro parentesi), a risultare i peggiori sono sicuramente i Guardiani della Galassia: sia perché inserito in differente contesto il loro essere sopra le righe stona terribilmente, sia perché, senza fare troppi spoiler sulla trama, sono tra i fautori di almeno due eventi fortemente negativi che essi avrebbero potuto evitare con un diverso comportamento.

Menzione d’onore anche per l’apparizione cringy come poche di Peter Dinklage nei panni di un nano (mi astengo dal commentare), per di più doppiato da un Pino Insegno mai così fuori parte.

Sorprende invece positivamente, vista la tendenza di estrema bidimensionalità del genere, l’enorme spazio dedicato al villain, che qui finalmente compare in scene che non siano esclusivamente di lotta, ma attraverso le quali lo spettatore possa comprendere le sue motivazioni.

Idiote e sopra le righe come al solito, ovviamente (è Ultron 2.0), ma almeno in questo film hanno provato a dare una connotazione psicologica al titanico antagonista viola dell’universo Marvel.

No, l’altro titanico antagonista viola…

Parliamo dei ruoli femminili?

Ok, facile: se le guerriere hanno tre battute in croce, ma almeno hanno avuto il buon gusto di non metterle discinte (e nemmeno gli uomini, se è per questo), gli interessi amorosi degli eroi non li hanno manco cagati per sbaglio a parte la sempiterna Pepper Potts di Gwyneth Paltrow, che comunque dopo i primi quindici minuti chi la vede più.

Se Natalie Portman se l’era squagliata già da anni e del personaggio di Betty Ross non viene più fatta menzione (tornerà mai qualcuno ad interpretarla?), totalmente ignorate Rachel McAdams, Emily VanCamp e Lupita Nyong’o, forse per dare spazio alle ben due love stories presenti nel film.

Tra cui sorprendentemente non c’è la loro.

Love stories purtroppo entrambe abbastanza scorreggione, che aggiungono alla trama una serie di impedimenti utili solo ad allungare un brodo di due ore e mezza, dalla conclusione scontata quanto il panettone il sei luglio e che consistono nel medesimo “se succede la cosa X devi uccidermi anche se mi ami tanto, perché l’alternativa è peggiore”.

Dolorosamente mal scritta in particolare quella tra Visione e Wanda Maximoff, in parte a causa dell’alchimia inesistente tra Bettany e la Olsen non drogata, in parte per via di un risvolto conclusivo di trama che la rende ridicolmente e palesemente inutile.

A proposito di inutilità, senza rivelare troppo bisogna dire che il finale di Infinity War ha veramente un enorme problema, poiché si pone come un punto di rottura e di svolta quando in realtà non lo sarà, rendendo perciò i già enumerati centocinquanta minuti platealmente senza scopo.

Sì, insomma, il finale del film prendetelo con le pinze.

Di più non posso dire.

Questo era Avengers: Infinity War: ça va sans dire che a livello globale incasserà quanto il PIL combinato di diversi Stati e diventerà l’ennesimo celebrato “capolavoro” (brrr…) della cultura pop-nerd, attraendo torme di giovani e meno giovani.

Ma è sempre la solita zuppa.

Che come tutte le altre macchine da soldi, andrà avanti finché ne incasserà.

Thor: Ragnarok

Ragnarǫk: nella mitologia norrena, la battaglia finale tra le potenze della luce e dell’ordine e quelle delle tenebre e del caos, in seguito alla quale l’intero mondo verrà distrutto e quindi rigenerato.

TRAMA: La Dea della Morte, Hela, ha un potere tale da ridurre in frantumi il mitico martello di Thor. L’eroe asgardiano, con l’aiuto di vecchi e nuovi amici, tenterà il tutto per tutto per fermarla.

RECENSIONE: “Recensione” è, in fin dei conti, un modo chic di definire un insieme di opinioni più o meno personali e di considerazioni oggettive relative a qualcosa.

Personalmente quando scrivo cerco di impostare il mio pensiero in modo che sia sì il più chiare possibili, ma al contempo legato ad un procedimento esplicativo tecnico, in modo da parlare di cinema in linguaggio cinematografico.

Ovviamente non è detto che io ci riesca, però ci provo.

Mi dispiace, quindi, che la frase seguente non vada propriamente a trasporre un eloquio cinematografico precipuo, ma non trovo diverso modo per esprimere il mio giudizio nei riguardi di questo film.

Thor: Ragnarok è una puttanata col fischio.

Tanto colorato e vivace nella forma quanto borioso e approssimativo nella sostanza, il terzo episodio incentrato sul dio del Tuono della Marvel è un’opera raffazzonata ed infantile, pregna di un’ironia fin troppo basilare e che non riesce ad impostare una direzione narrativa stabile.

In un’atmosfera colorata, fracassona ed ultrapop, che pur mal sposandosi con la solennità dei personaggi asgardiani potrebbe essere apprezzata in chiave Marvel (ovviamente non così esagerata e applicata ad altri contesti, stile Guardiani della Galassia), si muovono personaggi con uno spessore narrativo paragonabile al domopak.

Quella che d’ora in poi verrà qui definita piuttosto coraggiosamente “sceneggiatura”, scritta tra un sorso di pejote e l’altro da ben sei (SEI) mani è infatti, ahinoi, un’accozzaglia di stereotipi, insulsaggini, facezie e dialoghi da fase peri-anale simpatici quanto un felino domestico avvinghiato alle gonadi.
Ciò rende il film un’opera errabonda, che si trascina fiaccamente senza un target preciso, non sapendo scegliere tra l’azione, la comica, il buddy movie o il supereroismo puro.

Oltre a ricordare una sbiadita copia del già citato GotG, uno dei difetti più imperdonabili di questo aborto su pellicola è di utilizzare una profusione di spunti ironici fuori contesto ed improvvisi (una sorta di jumpscares comici), che oltre ad essere di un’idiozia piuttosto imbarazzante contribuiscono a spezzare terribilmente il già esiguo ritmo del film.

Chiamateli jumplaughsjumpgags o come vi piaccia, un espediente imbecille anche con un altro nome conserva sempre la sua idiozia; tale scelta fa da traino ad un montaggio eccessivamente tranchant anche per gli standard di un comic movie, disorientando fastidiosamente lo spettatore invece di entusiasmarlo.

Tra un Grandmaster versione Mika goes full gay, cazzottoni, Hemsworth tanto per cambiare in topless ed una colonna sonora che stupra due gran canzoni come Immigrant Song dei Led Zeppelin e Pure Imagination di Gene Wilder (la scena che rimanda a Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato è da persone senza una dignità), il film orbita ben lontano dalla stella del buongusto, mettendo troppa carne sul fuoco e, ciliegina sulla torta, sminchiando in maniera siderale le varie sottotrame presenti, che diventano meno che abbozzi da due linee di dialogo e via.

Spiace particolarmente il trattamento riservato a Banner ed Hulk, con il primo la cui introspezione psicologica viene totalmente abbandonata, rendendolo ormai palesemente inutile ai fini dell’universo fumettistico (è ormai il Tony Stark del discount, ed un piccolo risvolto della trama lo afferma involontariamente), mentre il secondo ha il concept di inarrestabile colosso verde “arricchito” con quello di bambinone quattrenne oggetto di alcune scene di rara pateticità.

Rendere Hemsworth ed il suo compare di turno (Ruffalo o Hiddleston) come Abbott e Costello è deprimente, considerando anche la ripetitiva stupidità fattuale del plot principale:

Thor è potente e sicuro di sè, poi perde Asgard e lotta per ritrovarla.

Bella sequenza di eventi, se non fosse che è la STESSA trama del primo episodio.

Praticamente Il risveglio della Forza versione Marvel.

Capitolo Loki: apprezzo Tom Hiddleston come attore sia in generale che nello specifico del ruolo, ma la Marvel sta gestendo da cani un buon personaggio.

Un conto è raffigurare una personalità profondamente ambigua tra Bene e Male con in più la caratterizzazione manzoniana del vaso di terracotta costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro, un conto è spiattellare un trickster senza arte né parte che cambia bandiera sei volte a film tanto repentinamente da perdersi in se stesso.

– “Io recito più sopra le righe di te.”
– “No, IO recito più sopra le righe di te!”

Cate Banchett nei panni della dea Hela, il cui nome ricorda una celebre marca di budini, va ad infilarsi in una categoria attoriale che personalmente adoro: i grandi interpreti che pur immersi in cagate equine invereconde, si impegnano seriamente come stessero recitando in un film vero.

Vai, Cate, pensa al cachet.

Completano il cast una valchiria ubriacona di cui si sentiva la mancanza come di un dolcevita a ferragosto, una sfilza di comprimari che paiono appena usciti da Kung Fu Panda ed un Jeff Goldblum che evidentemente era così preoccupato di poterlo fare che non ha pensato se lo doveva fare.

Benedict Cumberbatch ritorna come Dottor Strange in una sequenza talmente messa a caso che è quasi riuscita a farmi dimenticare la bontà del suo film, mentre Sir Anthony Hopkins veste di nuovo i panni di Odino perché la demenza senile è una brutta bestia.

Spicca l’assenza di Natalie Portman, che dopo due giri di giostra ne aveva evidentemente piene le balle di ‘ste cazzate.

Beata lei.

Evitatelo come i monatti.

Spider-Man: Homecoming

A forza di reboot, mi sarei aspettato zio Ben interpretato da Tobey Maguire.

TRAMA: Dopo il suo incontro con gli Avengers, Spider-Man/Peter Parker è tornato a New York e sotto la guida del suo nuovo mentore, il miliardario Tony Stark, tenta di trovare un equilibrio tra i suoi impegni di supereroe e la vita di un normale adolescente.

RECENSIONE: Tornate a casa dopo una giornata di lavoro.

Siete fuori da dieci-dodici ore ed avete addosso una stanchezza da mettere K.O. un alce.

Entrate. Vi togliete le scarpe. Vi sistemate.

E bevete un bicchiere d’acqua fresca.

Vi svolta la giornata? Vi ristora tutto di un colpo dalla vostra fatica? Vi sentite persone nuove e rinvigorite?

No.

Però è piacevole e vi dà sollievo.

Spider-Man: Homecoming è un bicchiere d’acqua fresca.

Non è un capolavoro. Ha dei difetti. Il rapporto con la fonte artistica originaria è talvolta piuttosto “conflittuale”.

Ma è un film carino.

E tanto basta.

Il tanto discusso ringiovanimento di Peter Parker fa sì che ad un personaggio immediatamente apprezzabile dal pubblico (il bravo ragazzo sfigatello dal cuore d’oro che salva la gente sotto mentite spoglie) si aggiunga il grande tema del cambiamento adolescenziale.

Niente inizio classico con la morte di zio Ben e grandi responsabilità derivanti da grandi poteri, ma un giovane uomo in divenire che cerca di trovare il proprio posto del mondo mettendo a disposizione le proprie capacità in favore del prossimo; compiendo errori, agendo con avventatezza, facendo “pratica” con le sue stesse potenzialità e non valutando talvolta appieno le conseguenze delle proprie azioni, ma sempre con il Bene come obiettivo.

La pellicola riesce a cavalcare questi temi con metodo, alternando ordinatamente le diverse fasi narrative mantenendo un giusto equilibrio.
Sequenze scolastiche in cui Peter attraversa esperienze comuni per un ragazzo della sua età (la cotta, i bulli, le materie, il rapporto con il migliore amico) si susseguono a quelle più tradizionalmente supereroistiche (scoperta delle potenzialità del costume, combattimenti, salvataggio delle persone) riuscendo a centrare il bersaglio su entrambe, non stancando troppo lo spettatore affossandosi su una di esse ma dando loro la giusta consistenza nello storytelling.

Nonostante, come già accennato, vengano bypassate le origini del personaggio, in Homecoming il superhero movie viene a fondersi efficacemente con il viaggio di formazione, mostrando quindi lo sbocciare, attraverso esperienze brillanti e negative, dell’uomo quanto dell’eroe.

Passando ad elementi più classici, l’azione è adrenalinica ed efficace, sfruttando tutte e tre le dimensioni dello spazio grazie alle peculiari abilità di eroe ed antagonista: vengono perciò a crearsi duelli aerei ben orchestrati da regia e montaggio, che riescono a rendere l’altezza parte integrante degli scontri.

Una fotografia colorata e vivida contribuisce inoltre alla piacevolezza dell’opera, e dato che, ovviamente, in questa tipologia di pellicole l’occhio vuole la sua parte il risultato generale è in tal senso più che accettabile.

L’ironia tipica della Marvel è presente, seppur in quantità positivamente minore e più focalizzata sull’imbranato/scanzonato protagonista che sul farcire la pellicola di vagonate di battutine più o meno sceme; si ride perciò meno ma si (sor)ride meglio, con gag e momenti brillanti maggiormente omogenei e che causano reazioni molto meno sguaiati rispetto ad opere precedenti.

Forse un po’ troppo abusato da Hollywood il ruolo piuttosto sterile del “ciccione buontempone” qui incarnato dal Ned di Jacob Batalon, ma come spalla ilare tutto sommato ci può anche stare.

I difetti del film risiedono principalmente nei cambiamenti che esso ha portato rispetto alla visione ultra-classica dell’universo narrativo dell’Uomo Ragno.

Capisco che ringiovanendo il protagonista anche la carta d’identità di zia May ne guadagni, ma la cinquantatreenne Marisa Tomei, pur in versione ingenua e protettiva, è forse troppo giovanile per il ruolo, elemento accennato inoltre dal fatto che raramente venga chiamata con il suo ruolo di parentela, ma molto spesso semplicemente per nome.
Stona inoltre il Flash Thompson guatemalteco interpretato dal remissivo Zero di Grand Budapest Hotel Tony Revolori, presenza più stupida che intimidatoria quale dovrebbe essere.

Buona prova per Michael Keaton nei panni di Adrian “Avvoltoio” Toomes, ben doppiato da Luca Biagini.
L’attore della Pennsylvania, già “animale volante” nei due Batman di Burton e nel meraviglioso Birdman di Iñárritu, riesce a conferire una buona rappresentazione di uno dei cattivi più sfigati ed inutili minori dello spara-ragnatele senza risultare macchiettistico o banale.

Spider-Man: Homecoming è in conclusione un buon film, che permette a Peter Parker di ritornare alla casa madre dopo il pessimo secondo Amazing; scommessa fin qui vinta, per una pellicola che delle sei finora dedicate al personaggio si pone qualitativamente sotto solo al secondo film di Raimi.

Carino lo stile registico dell’inizio, così come la sequenza dei titoli di coda.

Guardiani della Galassia Vol. 2

«A Riccà, ma mo’ ancora qua stàmo? Ma nun era ‘n’idea demmerda?»

«A Francé, ma che stai a dì?? Cor primo se sémo fatti più de 770 mijoni, mica du’ piotte. T’o ho detto che la ggente è ‘sti film che va a vede, mica li pipponi intellettuali. ‘Nnamo su, che mo’ cor secondo fàmo er botto.»

TRAMA: La squadra di eroici disadattati spaziali guidata da Peter Quill viaggia attraverso la galassia, nel tentativo di scoprire le vere origini di Peter.

RECENSIONE: Due anni dopo il primo capitolo sul gruppo di supereroi Marvel che nessuno aveva mai sentito/apprezzato/cagato di striscio prima dell’uscita del suddetto film ma che improvvisamente tutti adorano perché la mente umana segue vie insondabili, tornano al cinema i Guardiani della Galassia.

Cosa possiamo dire…?

Niente.

No, dai, non facciamo i faceti: con la conferma del cast tecnico ed artistico precedente, Guardiani della Galassia Vol.2 si poggia abbastanza pedissequamente sulle basi del primo episodio tentando di ampliarne l’universo narrativo, aggiungendo quindi nuovi personaggi, nemici, alleati e puntando a maggiore peso introspettivo.

E qual è il risultato?

Sorprendentemente decente.

Nonostante la prima pellicola, e qui mi scuso per il linguaggio probabilmente troppo tecnico per i non cinefili, mi abbia fatto venire la diarrea a coriandoli, ho trovato questo seguito superiore; migliora infatti sia in termini narrativi (qui una parvenza di trama, pur abbozzata, c’è, là le cose succedevano a caso) che per quanto concerne lo sviluppo dei personaggi, i quali essendo già noti allo spettatore non necessitano di lunghe sequenze di presentazione smembra-gonadi.

Una delle ragioni principali del miglioramento qualitativo di questo sequel sta inoltre in uno dei suoi elementi di maggiore spicco, ossia la comicità: se nel Vol. 1 era caratterizzata da una stupidità infantile e francamente fastidiosa alle sinapsi, qui si vira maggiormente verso il più oggettivo nonsense (quasi alla Rat-Man, mi verrebbe da dire) che può quindi incorrere nel favore di più gusti.

Sì, insomma, per apprezzarlo non siete obbligati ad avere 13 anni come età fisica o mentale.

Si nota inoltre da un punto di vista tecnico maggiore cura negli effetti speciali e, soprattutto, nella fotografia, che a differenza del Vol. 1 talvolta dimostratasi poco approfondita, qui sfrutta maggiormente tonalità vivaci di paesaggi ed epidermidi.
Nonostante talvolta i corpi fisici degli attori non si incastrino granché bene con la CGI a causa di fondali un po’ fintacchioni, il lato visivo risulta complessivamente più che dignitoso ed adatto alla bonaria baracconata di grana grossa che è questa pellicola.

Quindi ricapitolando abbiamo: colori sgargianti, sconclusionati personaggi fuori di testa ed esplosioni.

Cosa manca all’elenco di elementi semplici, immediati e gigioni per attirare il pubblico?

Semplice.

Questo aborto qua.

Il genere supereroistico è rivolto ad un pubblico prevalentemente (coff coff quasi esclusivamente coff coff) maschile, e per attirare il gentil sesso l’unica arma dei produttori sono i pettorali/addominali/dorsali ed altri muscoli che finiscono con “ali” di attori che si sono spaccati il culo in palestra per mesi?

Bene, da ora non più: abbiamo l’inserimento del “personaggio carino e cuccioloso”.

Se non fosse che qui è un terrificante bambino/albero con la faccia di Voldemort senza narici, due occhi che ricordano il pozzo di Samara in The Ring e le stesse appendici della baby mano di Deadpool.

Ehm…

Io sono Groot………..?

Nonostante non sia come detto un film disprezzabile, non è nemmeno esente da difetti.

Una pellicola può essere divertente e scanzonata quanto volete, ma due ore e un quarto sono eccessive, sia considerando il plot non propriamente complesso (in fin dei conti molti personaggi sono solo diversivi per la trama) sia perché la comicità richiederebbe tempi più fulminei ed immediati.

Per quanto dimostrino maggiore maturità (minore obiettivamente era difficile) e per quanto possano offrire un diversivo dall’eccessiva somaraggine del contesto, i rapporti morali conflittuali tra i vari personaggi se analizzati con un minimo di attenzione si dimostrano piuttosto classici e didascalici; il risultato è rimanere quindi a metà via tra una profondità che avrebbe portato il film ad un livello qualitativo superiore ed un Psicologia 1.01 un po’ scorreggione e di grana grossa.

E ad una drammaticità generale così basilare che al confronto Babe, maialino coraggioso pare Salvate il soldato Ryan.

Ah, e non essendone fan a prescindere immaginate la mia gioia nello scoprire che qui le scene dopo i titoli di coda sono ben cinque.

Il cast artistico è come già accennato lo stesso del primo film con qualche aggiunta, alcune azzeccate ed altre meno.

Se da un lato ho infatti trovato carinissimo il personaggio di Mantis, buffa aliena empatica interpretata dalla canadese Pom Klementieff che funge sovente da espediente comico, penso sia stata parecchio sprecata la brava Elizabeth Debicki nel vestire i dorati panni della leader degli alieni Klimt provenienti dal pianeta Springfield.

Ah, questa è la seconda recensione nelle ultime tre in cui mi chiedo “Che cazzo ci fa Kurt Russell in ‘sta roba?”.

No sul serio, Snake, torni a fare roba impegnata, Cristo!

Guardiani della Galassia Vol.2 è nel suo genere un buon film, ideale per passare una serata leggera leggera facendosi quattro risate.

Come l’ultimo film recensito, Kong: Skull Island non siamo di fronte a qualcosa di memorabile, ma già essere migliore di parecchie opere del proprio stesso genere è un elemento che personalmente apprezzo.

E che quindi mi basta.

P. S. La colonna sonora è una chicca dietro l’altra.

Logan – The Wolverine

logan-locandinaI’m the best there is at what I do, but what I do best isn’t very nice.

TRAMA: 2029. Il mutante Wolverine ha perso gran parte del suo potere rigenerante, perciò sta invecchiando precocemente. A dispetto dei suoi problemi fisici deve tornare in azione per aiutare una bambina con i suoi stessi poteri, contro un’organizzazione governativa impegnata a trasformare i mutanti in veri e propri strumenti bellici.

N. B. Dopo la fine di questa recensione parlerò di due elementi del film che, pur non riguardando il finale, non sono presenti nei trailer. Essi dunque costituiscono spoiler.

RECENSIONE: James “Logan” Howlett.

Soprannome: “Wolverine”.

Chi è costui?

È un mutante dei fumetti Marvel. Ha un fattore di rigenerazione delle ferite estremamente rapido e uno scheletro ricoperto di metallo indistruttibile.
Di questo metallo sono composti anche i tre artigli che gli fuoriescono dalle nocche di ciascuna mano, cosa che lo rende, visivamente parlando, uno dei personaggi di fantasia più iconici e carismatici del mondo pop.

Caratterialmente Wolverine è un incazzoso, cinico, rissoso e sboccato tritacarne umano.

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Domanda: se il personaggio è così figo, perché i primi due film con lui protagonista fanno schifo?

Risposta: perché là non viene sfruttato nulla oltre ciò che ho elencato.

Perché invece Logan è una buona pellicola?

Perché gestisce decisamente meglio il personaggio, attraverso un depotenziamento che lo rende nettamente più empatico e inserendolo in un contesto deprimente che ben si confà al suo carattere rude e senza fronzoli.

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Uno dei temi principali e ben sfruttati di Logan è la convivenza generazionale tra tre characters estremamente diversi, che compensano a vicenda punti di forza e debolezza sia fisica che umana, creano uno strano ma efficace trio.

Il professor Charles Xavier, una volta preside della Scuola per  Giovani Dotati, è ora un novantenne malato che necessita del continuo aiuto del mutante canadese; nonostante la sua precaria condizione di salute, egli mantiene un’aura di bontà e saggezza che, pur essendo talvolta vista in modo troppo naif rispetto al materialismo di Howlett, fornisce un barlume di speranza in tempi bui.

Laura è una bambina nata in un contesto difficile che si ritrova in un guaio più grosso di lei, braccata da un’organizzazione senza scrupoli e che trova nei due vecchi mutanti una scialuppa di salvataggio per salvare una vita destinata alla deriva.

Logan è un uomo allo sbando, il suo fattore rigenerante non funziona più bene come un tempo e il suo nome un tempo leggenda è ora fonte sia di ingenua speranza che di scherno.

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Come accennato in apertura, che un personaggio notoriamente inarrestabile abbia qui importanti momenti di caducità lo rende più avvicinabile ad un pubblico che non si accontenti passivamente di un’ora e mezza di squartamenti, ma necessiti intellettualmente di una storia solida e con input emotivi di un certo spessore.

Pur essendo presenti nel film numerose scene action basate sul menare gli artigli (la cui violenza gli è valso il divieto ai minori di 17 anni negli Stati Uniti e ai minori di 14 in Italia), esse sono ben alternate a dialoghi vertenti temi come il cambiamento dei tempi ed il rapporto tra un passato glorioso ma ormai svanito nelle nebbie della memoria ed un futuro pericoloso ed ignoto.

Proprio il tempo è un leitmotiv interessante dell’opera, e trova le sue basi sia sui due arcinoti mutanti sia su di una giovane e misteriosa figura che funge da obiettivo per l’eventuale passaggio di testimone.

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Quando presente, l’azione è concitata, sanguinaria e brutale, addicendosi ottimamente a due personaggi con poteri tanto offensivi.
Le sferzate di artigli sono accompagnate da ringhi e grida che acuiscono ancor più l’elemento animalesco dei due mutanti, e pur essendo i combattimenti la fiera del separare parti del corpo dal rimanente o dell’infilare decine di centimetri metallici nei crani di poveri peones da macellare, lo spettacolo risulta godibile ed intrattenente, non sfociando in una eventuale ripetitività che sarebbe stata la morte del divertimento.

Hugh Jackman, dopo aver annunciato il suo ritiro dal personaggio, affronta questo ultimo giro di giostra in modo efficacemente dolente e compassato.

Ansimante e tossente alla Walter White, con una pelle di cuoio che funge da mappa topografica per ferite e cicatrici, quest’ultimo Logan è un essere che ha fatto ormai il suo tempo. L’incontro con la piccola Laura è un mezzo che ha la pellicola per costruire un interessante rapporto “protettore/protetta” che funge da importante leva emotiva.

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La piccola Dafne Keen offre una buona prova, bypassando il suo mutismo per offrire una interpretazione prevalentemente facciale attraverso una recitazione talvolta espressiva ed in altri frangenti efficacemente quasi da Sfinge imperscrutabile.

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Nota dolente gli antagonisti principali, che risultano troppo banali ed assai poco memorabili; nonostante ciò credo che sia un difetto sorvolabile, poiché tirando le somme questa è un’opera basata sui protagonisti e sul rapporto che intercorre tra loro, quindi ci può stare che i villains in scena facciano un passo indietro.

Nonostante faccia parte di un genere che troppo spesso vira sull’eccessivamente disimpegnato e ridanciano, Logan è un film molto più maturo dei suoi colleghi, ed attraverso un mix tra superhero, chase e road movie riesce pur con qualche calo qualitativo a mantenere una rotta espositiva apprezzabile.

SPOILER ZONE

Ora parlerò dei due spoiler.

NON continuate a leggere se non avete visto il film.

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1) Non mi è piaciuto che il mutante antagonista X-24 sia la copia precisa di Wolverine.
Per quanto sia un elemento scientificamente logico (il suo DNA deriva direttamente da quello di Logan), questo è uno dei casi in cui avrei preferito una deroga alla razionalità in favore di maggiore fantasia stilistica.

Personalmente avrei apprezzato molto di più se il villain fosse stato basato sulla storica nemesi di Wolverine, Sabretooth, magari attraverso un ringiovanimento al digitale di Liev Schreiber, che interpretò il personaggio nel 2009.

2) Mi rendo conto che un coprotagonista non parlante per due ore e un quarto possa essere narrativamente pesante, ma un altro punto che credo andasse gestito meglio è il passaggio di Laura/X-23 dal mutismo alla loquacità.
Invece di sbloccarsi totalmente cominciando a conversare normalmente con Wolverine mi sarebbe piaciuto un cammino più graduale, magari cominciando da monosillabi o poche parole per poi piano piano sciogliersi una volta cementato il rapporto.
Avrei quindi preferito una relazione tra i due personaggi basata su di un graduale goccia-dopo-goccia piuttosto che un diga divelta all’improvviso.

Doctor Strange

strange-locandinaSalagadula Marvelcabula bibbidi-bobbidi-bu.

TRAMA: Il noto neurochirurgo Stephen Strange resta vittima di un grave incidente che gli compromette l’uso degli arti superiori e minaccia di impedirgli di condurre una vita normale.
Alla ricerca di una soluzione e della guarigione, inizia un viaggio che lo conduce in Tibet, a incontrare l’Antico.

RECENSIONE: Breve riassunto del personaggio per chi non lo conosca:

Il dottor Strange è un uomo bravissimo nel suo lavoro, ma arrogante ed egoista…

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…subisce un incidente che lo mutila gravemente…

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…e questo lo fa maturare rendendolo un araldo delle forze del Bene.

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Cominciamo bene.

Per la regia di Scott Derrickson, director di pellicole horror memorabili come…. come…. beh, qualcuna mi verrà in mente, Doctor Strange è un pimpante spettacolo di fuochi d’artificio che riesce però in aggiunta a proporre un plot che, seppur ordinario, non renda il film un pretesto per una banale orgia di computer grafica.

Pur essendo infatti la classica storia di origini (e non poteva essere altrimenti, visto che Strange non è mai comparso nel Marvel Cinematic Universe fino ad ora), la trama riesce a sostenere un ritmo discreto e a non farsi incagliare da stilemi espositivi come gli ovvi “prova dei poteri”, “cambiamento psicofisico” o “conosciamo cosa vuole fare il cattivo”, superandoli invece con relativa regolarità.

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Per quanto concerne il comparto tecnico, ovvio fiore all’occhiello dei superhero movies, già nei suoi primi cinque minuti la pellicola concede allo spettatore un assaggio di quelle che saranno le sue potenzialità visive, e ciò sgrava di ulteriore peso l’ordinario inizio narrativo.

Tale aspetto è di sottovalutata importanza: se già il film anticipa quali siano i fattori stimolanti per l’intrattenimento, il pubblico accetta che vengano rispettati i canoni espositivi, un po’ come un bambino che mangia tutta la verdura perché ha intravisto una torta appoggiata sulla mensola.

Nello specifico, il pregio migliore degli effetti speciali di Doctor Strange risiede nella loro capacità di ammaliare lo spettatore provocando la sua oblianza dei macro-concetti di tempo e spazio per come egli li conosca e sia abituato a relazionarcisi.

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Il tempo diventa in Doctor Strange percorso sì lineare, ma bidirezionale, che può essere quindi percorso nei due versi; non si è quindi vincolati al procedere esclusivamente verso un destino dinanzi a noi, ma si può anche tornare sui propri passi sfruttando un tracciato scritto.
La dimensione nella quale si concepisce e si misura il trascorrere degli eventi viene piegata da artefatti magici ed arti occulte, creando interessanti e addirittura intelligenti paradossi che pur concettualmente semplici danno maggiore brio alla trama.

Lo spazio è malleabile plastilina da manipolare a proprio piacimento, con un quasi totale dominio di gravità e baricentri, ottimamente supportato da un comparto tecnico che sul grande schermo mostra i muscoli.
Simile in alcuni segmenti alla dimensione onirica di Inception, pareti, mura ed addirittura interi paesaggi urbani vengono modificati dalle abilità dei personaggi, contribuendo all’intrattenimento generale.

Marvel's DOCTOR STRANGE..L to R: Mordo (Chiwetel Ejiofor) and Doctor Strange (Benedict Cumberbatch)..Photo Credit: Film Frame ..©2016 Marvel. All Rights Reserved.

Altra nota lieta è l’ironia, che presente in buone quantità segue il classico leitmotiv Marvel senza però scadere nella fastidiosità emersa da altre opere, mantenendo perciò un sottile e benefico garbo.

Pur andando persi nel doppiaggio italiano alcuni giochi di parole “Strange = strano”, i piccoli momenti di ironia alleviano la narrazione senza sostituirsi ad essa e mantenendo un positivo apporto ancillare senza strafare.

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Uno dei più grandi pregi della Marvel è senza dubbio il casting: per dare volto fisico alla folta schiera di supereroi facenti parte di questa casa fumettistica, sono stati infatti scelti interpreti sempre adeguati.

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Ok, quasi sempre.

Uno dei punti di forza anche di questo Doctor Strange è l’interpretazione dell’ottimo Benedict Cumberbatch.

Esteticamente molto simile alla controparte cartacea, l’attore inglese riesce al meglio a rappresentare cinematograficamente il personaggio creato da Steve Ditko nel 1963: per quanto inizialmente simile al già stravisto Tony Stark, Cumberbatch lo connota limando molto la sbruffoneria smargiassa del miliardario per adattarsi meglio a colui che abbia subito una grave perdita.

L’arroganza viene mitigata dalla determinazione, così come la volontà di primeggiare viene incanalata verso il desiderio di apprendere.

Attraverso in particolare il suo continuo studio, il personaggio offre al pubblico un costante miglioramento del proprio sé, e tale aspetto contribuisce in modo rilevante alla sua profondità psicologica, rendendolo piacevole e suscitando empatia nei suoi confronti.

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Stuzzicante interpretazione di Mads Mikkelsen come antagonista, anche se purtroppo il suo personaggio è dotato di scarso approfondimento e avrebbe forse meritato maggiore tempo in scena.
Buon apporto anche di un’androgina Tilda Swinton come Antico (nonostante le polemiche successive al suo casting a causa del famigerato whitewashing) e Chiwetel Ejiofor nei panni di Mordo.

Nonostante io sia particolarmente critico nei confronti di questa casa di produzione, devo dire che Doctor Strange è veramente un buon film, che non si lascia andare ad alcune facilonerie cercando di intrattenere il pubblico attraverso una buona qualità complessiva.

Uno dei migliori film del Marvel Cinematic Universe.

IL migliore.

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