L'amichevole cinefilo di quartiere

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The Butler – Un maggiordomo alla Casa Bianca

the butlerAmbrogio, avverto un leggero languorino.

TRAMA: Tratto dalla vera storia di Eugene Allen (il cui nome nel film è stato modificato in Cecil Gaines), maggiordomo afroamericano che ha lavorato alla Casa Bianca dal 1952 al 1986, sotto otto diversi Presidenti degli Stati Uniti d’America.

RECENSIONE: Per la regia dell’afroamericano Lee Daniels, che nel 2009 aveva diretto l’intenso Precious (no, non quello di Gollum, quello di Gabourey Sidibe), The Butler è una buona (ma non ottima) pellicola, che rappresenta il percorso professionale e personale di un individuo correlandolo ai fatti che hanno segnato la storia della sua nazione, in un continuo ping pong tra la dimensione interiore e quella sociale.

Per spiegare più chiaramente il film penso che prima di farne una recensione vera e propria sia utile paragonarlo ad un’altra pellicola americana a 24 carati, uscita l’anno scorso e che (come probabilmente toccherà a The Butler) ha fatto incetta di nomination agli Oscar, ossia Lincoln.

Il punto in comune è evidente: entrambe sono pellicole storiche. Lo è più marcatamente l’opera di Spielberg, ovviamente, perché la sua dimensione storiografica costituisce il cuore del film stesso, mentre come già detto The Butler ha una grande simmetria con un singolo uomo comune,  a contatto con il nucleo della politica (per via del suo lavoro) e allo stesso tempo estraneo ad esso data la sua funzione di mero servitore la cui opinione non deve mai trasparire.

Ma The Butler è migliore di Lincoln.

Il tallone d’Achille di Lincoln, per quanto sia una buona opera, è la sua imponenza pachidermica dal punto di vista storico-narrativo. Fatti, personaggi ed azioni sono mostrati con un dettaglio tale da essere accessibili solo ad un preparato pubblico americano; gli europei, per una mera questione di ignoranza scolastica e culturale, faticano a digerire un’opera così verbosa e minuziosa. I personaggi, magari anche importanti per il susseguirsi degli eventi, rischiano di diventare quindi un confuso e torbido miscuglio di visi senza una ben chiara connotazione su ognuno rispetto a chi sia e faccia cosa.

Per quanto riguarda The Butler è ovvio che la conoscenza della storia americana della seconda metà del Novecento è importante per la comprensione della pellicola, ma è altrettanto vero che ci si limita (aiutati dall’estensione temporale pluridecennale del film stesso) ai pochi e grandi cardini delle relative vicende storiche.
Per fare un esempio molto banale, quindi, è piuttosto improbabile che un europeo (o peggio, un italiano) conosca la composizione dei partiti repubblicano e democratico nel 1865, è più facile che sappia chi fossero le Pantere Nere.
O almeno spero.

Nonostante l’ennesimo sottotitolo italiano imbecille, che sembra il nome di una sit-com di Disney Channel con le risate registrate in sottofondo, The Butler è un buon film, che pecca sovente di eccessiva retorica (come molte pellicole americane che abbiano la politica come argomento principale) ma che riesce a dare quei due-tre affondi (non troppi, per la verità) alle coscienze che piacciono tanto al grande pubblico e all’Academy.
Sarà interessante vedere se l’onda lunga dell’amore per il Presidente Obama porterà ad un’incetta di Oscar, anche in base ovviamente a quali saranno le altre pellicole pluricandidate.
Non ti preoccupare, Leonardo, la statuetta non la vincerai neanche quest’anno. 

Forest Whitaker torna finalmente ad un’opera degna di lui dopo alcune pellicole mediocri e/o ignoranti e riprende quel fil rouge iniziato con L’ultimo re di Scozia del 2007. Intenso e dignitoso, il suo personaggio è il punto d’incontro tra macro e micro, tra Stato e famiglia (le due principali aggregazioni di persone) e offre una buona prova attoriale, risultando probabilmente la cosa migliore della pellicola.

Molto imponente il resto del cast, con David Oyelowo (già presente in Lincoln), il rocker Lenny Kravitz, l’opinion leader Oprah Winfrey, Cuba Gooding Jr. (recente comparsata in Machete Kills) e Terrence Howard. Personaggi i loro talvolta eccessivamente stereotipati ma che danno una buona visione d’insieme, quindi su alcuni cliché penso si possa soprassedere.

Molto interessante il punto di vista sui vari presidenti americani, i cui ritratti sono talvolta riusciti (il viscido Nixon di John Cusack e il totemico Reagan di Alan Rickman) altre volte meno (lo stucchevole Kennedy di James Marsden, il caricaturale Johnson di Liev Schreiber), ma che rendono complessivamente un buon contributo al film. Attraverso loro lo spettatore può entrare in un mondo ovattato, una torre d’avorio dalla cui sommità si vigila sugli eventi che accadono in un grande Paese.

Non eccelso e probabilmente sarebbe potuto riuscire meglio, ma si è visto di molto peggio.

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: Per il lato maggiordomi L’impareggiabile Godfrey (1936) e Quel che resta del giorno (1993). Per la politica americana J. Edgar (2011) e Lincoln (2012)

Jumanji

Nella giungla dovrai stare finché un 5 o un 8 non compare.

TRAMA: Nel 1969 il giovane Alan rimane intrappolato in un misterioso gioco da tavolo ambientato nella giungla amazzonica durante una partita. 26 anni dopo due ragazzini proseguono la partita liberando, oltre ad Alan adulto, il mondo del gioco che inizia ad invadere la loro città.

RECENSIONE: Tratto dall’omonimo racconto per bambini scritto da Chris Van Allsburg nel 1981, questo film del 1995 è una divertente e colorata avventura ideale per un pubblico di famiglie. Secondo il detto “quando Messner non va alla montagna, la montagna va da Messner” qui è la giungla che piomba rumorosamente e prepotentemente nell’ambiente urbano, in fondo anch’esso un po’ giungla. Ma un conto è litigare con un’anziana che guida come se avesse un secolo di vita davanti, un conto è avere l’asfalto invaso da rinoceronti ed elefanti, e il film dal punto di vista della bellezza visiva raggiunge il suo obiettivo, cioè divertire con sano disimpegno. La regia di Joe Johnston (specializzato nel genere, peccato per i molti scivoloni come Jurassic Park 3Wolfman Capitan America) è decisa nel lasciare briglia sciolta a ciò che vedono gli occhi, senza preoccuparsi di virtuosismi o riprese molto elaborate. La sceneggiatura pone in essere come già detto i contrasti: natura/uomo, dentro/fuori (dal tabellone) quelli principali, con l’aggiunta del rapporto a volte difficile con i genitori che come il prezzemolo può essere sparso un po’ ovunque. Tutti questi elementi sono da sei spaccato, che costituisce il minimo indispensabile per farli digerire allo spettatore senza fargli accorgere della pochezza di ciò che sta guardando (“Didascalie a go-go, nessun colpo di scena e personaggi sullo stereotipato andante? Chissene, guarda che figata i leoni!”). Per quanto riguarda gli attori, c’è subito da chiarire che questo è un film Robin Williams-centrico, e nonostante abbia un guinzaglio più corto rispetto ad altre pellicole passate (Mrs Doubtfire) o future (i due Una notte al museo) l’attore nato a Chicago regge bene la baracca mandando avanti dignitosamente i 100 minuti di film. Accanto a lui personaggi di contorno più o meno riusciti, tra cui spicca una tredicenne Kirsten Dunst pre-sviluppo ormonale. Da segnalare anche le buone musiche di James Horner (recentemente in The Amazing Spider-Man). In conclusione un gran casino, ma con gusto.

Dal film è stata tratta una divertente serie a cartoni animati della durata di 40 episodi da mezz’ora ciascuno.

Insomnia

E contare le pecore?

TRAMA: Alaska. Un detective in trasferta da Los Angeles manomette le indagini sull’omicidio di una liceale per evitare un’accusa. Verrà ricattato proprio dal killer…

RECENSIONE: Remake dell’omonimo film norvegese del 1997, questa pellicola del 2002 è un’opera ben diretta, scritta e interpretata, ambientata in uno scenario bluastro e senza vita.

Christopher Nolan pre-Batman dà un tocco molto particolare alla vicenda, caratterizzandola sia da una notevole introspezione psicologica dei personaggi (sceneggiatura di Hillary Seitz) sia da un loro movimento mentale e fisico, che in alcuni casi si fonde con la particolare natura selvaggia dell’Alaska.
Essa mette alla prova corpo e spirito e fornisce uno sfondo ideale per le tribolazioni vissute sullo schermo dalle persone, che in quanto deboli e fatte di carne hanno molti punti vulnerabili: anche i più duri possono capitolare e cadere fatalmente se colpiti quando sono sotto pressione, e il film mostra in maniera efficace tale aspetto, portando agli occhi dello spettatore le varie facce che compongono il dado emotivo e caratteriale dei personaggi.

La regia di Nolan mostra un buon uso della macchina da presa, decidendo in maniera efficace quando stringere sui volti e quando lasciare invece che siano gli ambienti esterni a parlare, cosa efficace e ad impatto vista la già citata bellezza dei paesaggi.
Ottimo anche l’uso dei colori freddi, presenti in una vastissima gamma di azzurri e grigi che caricano ancora di più l’atmosfera e accentuano le emozioni provate dai personaggi, quasi a trasporre i loro sentimenti su una tavolozza pittorica.

Passando al cast, grande lotta tra un Al Pacino rude piedipiatti e Robin Williams in un’insolita veste dark.
Il primo è una ragnatela di rughe e tormenti, molto spesso combattuto e in ansia; il secondo è molto più rilassato e serafico, anche nei lineamenti, quasi come fosse un putto del male consapevole della sua natura e perciò incurante delle conseguenze delle sue azioni. Anche in uno dei film considerati come minori del regista londinese questi due pesi massimi offrono performance all’altezza della loro fama.
Accanto a loro una Hilary Swank che nonostante il ruolo di poliziotta risulta molto più femminile di altre sue apparizioni, comunque ottime, come Boys Don’t Cry (1999) e Million Dollar Baby (2004).

In definitiva un bel film forse offuscato dai futuri successi del regista, trilogia su Batman (Batman Begins, Il cavaliere oscuro e Il cavaliere oscuro – Il ritorno) in primis.

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