L'amichevole cinefilo di quartiere

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La battaglia di Hacksaw Ridge

hacksaw-ridge-locandinaBrothers in arms that share my fears,

Time to protect what you hold dear.

TRAMA: Seconda Guerra Mondiale. Desmond T. Doss, cresciuto secondo la fede degli avventisti del settimo giorno, si arruola all’età di 23 anni.
Cosa lo distingue dagli altri soldati? È un obiettore di coscienza, e si rifiuta di usare qualsiasi tipo di arma.
Tratto da una storia vera.

RECENSIONE: Diretta da un redivivo Mel Gibson che torna alla regia dieci anni dopo ApocalyptoHacksaw Ridge è una pellicola che pur avendo il merito di evidenziare una storia reale ma poco conosciuta purtroppo scade ben presto nel già visto, risultando paradossalmente molto più convenzionale e ordinaria di quanto dovrebbe essere.
Al di là della particolarità, per non dire bizzarria, di un soldato che non impugna fucile, il leitmotiv del film è comunque l’underdog catapultato in una situazione di estremo pericolo, un eroe sui generis che ostinatamente mette le proprie convinzioni prima delle convenzioni belliche.

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Legando credo religioso e necessità di servire orgogliosamente il proprio Paese in un conflitto armato, il film risulta inoltre piuttosto retorico; rapporto padre-figlio, guerra e religione, giusto o sbagliato sono temi molto cari al cinema di guerra, e qui non vi sono purtroppo elementi che facciano spiccare la pellicola rispetto ad altre, nonostante come già detto il tema possa apparire in principio originale.

Narrativamente l’opera divide la storia del protagonista sotto le armi in due tronconi separati in modo molto netto, ricordando in tal senso il kubrickiano Full Metal Jacket.

Di tale capolavoro si riprende inoltre in modo abbastanza simile il primo tempo focalizzato sull’addestramento: il duro sergente interpretato da Vince Vaughn con i soprannomi politicamente scorretti affibbiati ai membri della truppa, il training massacrante e le frizioni che si vengono a creare tra Doss ed i suoi commilitoni (i quali mal vedono le sue convinzioni etico-religiose, temendo che egli non li potrebbe aiutare in caso di bisogno) strizzano infatti più di un occhio a chi conosca questo film.

Il secondo tempo, invece, in cui viene rappresentata la battaglia in terra giapponese vera e propria, presenta per struttura e stile visivo diverse somiglianze con lo sbarco in Normandia nella sequenza iniziale dell’arcinoto Salvate il soldato Ryan di Spielberg: la crudezza del conflitto, le gravi ferite dei soldati e l’intensità dello scontro sono mostrate senza sconti di sorta in pieno stile gibsoniano (il già menzionato ApocalyptoLa passione di Cristo), prediligendo l’oggettività della violenza ad un eventualmente edulcorato solfeggio.

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Tali somiglianze non sono di per sé un male, ma risultano un po’ scontate se al posto di un velato omaggio ci si ritrovino sequenze pressoché identiche, che mutano il ragionamento da “è simile a ciò che si vede in…” a “quello l’ho già visto in…”.

Alla buona ma non eccezionale qualità del film contribuisce una fotografia non disprezzabile nei suoi colori grigi o terrosi, ma penalizzata da una CGI di sfondo che per gli standard hollywoodiani è stranamente piuttosto scadente e visibilmente posticcia, che in un war movie basato su una storia vera di uomini, armi e sangue ha il pesante difetto di evidenziarne la finzione.

Buona interpretazione di Andrew Garfield, il cui personaggio risulta però meno sfaccettato di quanto il film si sforzi a far credere, e che talvolta appare persino troppo idealista fino a sfiorare l’ingenuità.

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Personaggi secondari già visti in moltissimi film del medesimo genere, dal già citato sergente ai commilitoni la cui caratterizzazione è smussata con l’ascia fino all’amata in trepidante attesa del proprio uomo o i genitori sofferenti.

Hacksaw Ridge è in conclusione una pellicola non disprezzabile e pienamente sufficiente, ma che pecca nell’adagiarsi in una banale consuetudinarietà espositiva che forse fa a pugni con la nomea di Gibson.

Nonostante le ben sei candidature ai prossimi Oscar, l’ho trovato senza infamia e senza lode.

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Ok, e quindi?

TRAMA: Il film segue sei differenti storie in sei epoche diverse, con gli eventi di ogni storia apparentemente legati alle altre, mostrando alcuni minimi comuni denominatori costanti come la reincarnazione e il destino.

RECENSIONE: Andiamo con calma e partiamo dagli aspetti positivi. Tratto dall’omonimo romanzo L’atlante delle nuvole di David Mitchell, il film ha la regia di Andy e Lana (ex Larry) Wachowski, celebri per essere gli autori della saga di Matrix e di Speed Racer, film che rimarrà scolpito nella storia del cinema come Dragostea Din Tei in quella della musica. Al loro fianco il tedesco Tom Tykwer (il buon Lola corre e il flop Profumo, film mediocre tratto da un libro infilmabile), che vista la complessità della realizzazione del film molto spesso ha lavorato in parallelo con i due fratelli, con due unità di ripresa distinte. Il film è formato da diversi episodi ed è retto dagli attori, che interpretano più ruoli nelle varie sezioni; tra questi abbiamo Tom Hanks, probabilmente uno dei migliori del gruppo, data anche la profonda diversità delle figure che interpreta, Hugh Grant, Hugo Weaving (questi ultimi i più truccati), la splendida quarantaseienne Halle Berry (bentornata al cinema dopo pellicole di rara idiozia), l’esperto Jim Broadbent e tanti altri, che aumentano la complessità e l’aspetto corale del film. Un altro elemento positivo è che per ogni episodio cambia il registro a livello di genere: si passa, infatti, dal fantasy alla commedia, al thriller, al dramma con alternanza di situazioni e personaggi; prendendo ogni episodio e considerandolo a se stante, per la maggior parte sono abbastanza curati, pur senza eccellere. Nonostante questi notevoli pregi, il grandissimo difetto del film è che spesso si trasforma in uno sterile esercizio di stile fine a se stesso: “Guardate, pubblico idiota, come siamo bravi a metterci dentro la base di un po’ tutti i generi, a truccare un po’ tutti gli attori, a farli comparire un po’ in tutti gli episodi e a metterci dentro un botto di filosofia senza uno scopo per farvi fare le pippe intellettuali”; è un po’ come un falegname che realizza una sedia intarsiata e bellissima agli occhi, ma che è troppo fragile perché regga il peso di una persona. Bellissime le scenografie e la fotografia (di John Toll, vincitore di due Oscar), ottimi effetti speciali, notevole trucco e bravi attori, ma il risultato quindi non è un capolavoro né un’ottima pellicola, ma solo un film carino, perché la sostanza cinematografica latita. Non si può realizzare un film che sfiori le tre ore di durata (pesanti tra l’altro) con un budget dichiarato di 100 milioni di dollari e ottenere un risultato “carino”: era logico, lecito e doveroso aspettarsi di più, e purtroppo questo film (comunque sufficiente) rischia di essere inserito nella categoria dei “belli senz’anima”, film che puntano più agli occhi che all’arte. Gli aeroplani devono essere fabbricati per far volare le persone, non per mostrare agli altri quanto si è bravi a costruirli.

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