L'amichevole cinefilo di quartiere

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Godzilla II – King of Monsters

Ah, non è importante come lo si usa?

TRAMA: Alcune enormi ed antichissime creature si risvegliano, mettendo a rischio la sopravvivenza della vita sulla Terra. L’agenzia cripto-zoologica Monarch tenta di fronteggiare gli incredibili mostri.

RECENSIONE:

Sequel della pellicola diretta da Gareth Edwards nel 2014, Godzilla II  – King of Monsters non è un film.

Godzilla II – King of Monsters è un gigantesco pene eretto.

Un fallo in tiro di trenta metri che il regista Michael Dougherty utilizza non solo per distruggere l’ambiente circostante in un florilegio di morte e macerie, ma anche per sbriciolare ogni qualsivoglia parvenza di decenza cinematografica.

PAM! PAM! PAM! PAM!

Utilizzando un membro come una clava.

Simbolismo da quattro soldi ne abbiamo?

Nel 2014 vi siete lamentati perché l’enorme iguana frutto degli esperimenti nucleari nel Pacifico veniva inquadrata assurdamente poco e la storia era fin troppo incentrata sulle noiosissime vicende dei piccioncini Aaron Taylor-Johnson ed Elizabeth Olsen?

Bene, sarete contenti di sapere che cinque anni dopo si vira in direzione totalmente opposta: mostri, mostri, e mostri sempre, e fortissimamente mostri.

Che si prendono a mazzate sui denti per due ore e un quarto.

E io pago.

Non che ci si dovesse aspettare granché di particolare da un’opera dichiaratamente impostata verso un Deathmatch tra colossali creature antidiluviane, ma il plot di fondo, che dovrebbe fornire base per lo svilupparsi di questo scontro, è semplicemente ridicolo.

Il Rod Serling in The Twilight Zone a cui ci troviamo ad assistere è una trama stupida quanto giocare a bocce in salita, fondata su personaggi che definire sconclusionati o idioti sarebbe eufemisticamente riduttivo e che provoca nello spettatore una disperata brama della lotta tra titani non tanto per la spettacolarità delle loro scene, ma per quanto sia dolorosamente imbecille assistere alle vicende degli umani.

In questo fotogramma ci sono tre Nomination agli Oscar.

Anche in un popcorn movie di grana gigantesca come questo si dovrebbero comunque utilizzare le vicende degli homo sapiens per imbastire una costruzione narrativa che provochi effettiva empatia nei confronti delle persone: ad esempio una matura rappresentazione delle reazioni emotive ad un’apocalisse apparentemente inarrestabile e degli sforzi che comuni Cristi compiano per fermare il disastro in atto.

E invece no: quattro coglioni bi-dimensionali spessi come la carta igienica che vagano senza meta da un luogo di risveglio all’altro di ‘sti bestioni.
Senza un costrutto, senza un’esplorazione introspettiva, senza nulla di quanto potrebbe effettivamente renderli characters appetibili per l’attenzione di un pubblico che non sia composto di ottenni.

Un rettile alto cento metri trattato dai protagonisti come il golden retriever di “Air Bud”. Ditemi voi.

I mostri sono sì enormi, sì potentissimi e sì con poteri devastanti, ma forse addirittura TROPPO.

Non si riesce a comprendere il rapporto di forze tra le creature, tanto gargantuesche e mortifere da rendere apparentemente inutile qualsiasi impegno dei personaggi umani, meri spettatori di una lotta situata ben oltre la loro ridotta portata.
Il problema è che se gli uomini sono inutili anche la storia lo diventa, perché viene banalizzata all’assistere a enormi bestioni aggressivi l’uno verso l’altro senza che questo elemento sia in qualche modo in relazione con ciò che gli si trovi intorno.

Un combattimento tra galli da 130 minuti, che una CGI molto buona non riesce a salvare dalla superficialità e dal tedio.

Complimenti.

A reggere le sorti del mondo ci sono il bietolone Kyle Chandler, che mi stava simpatico finché possedeva il giornale  del giorno dopo o allenava i collegiali nel football, e Ken Watanabe già recentemente visto in Detective Pikachu e che si conferma ormai abbonato al ruolo di “vecchio giapponese intelligente”.

Che tristezza.

Vera Farmiga interpreta uno dei personaggi che non mi pento nel definire tra i più idioti nella storia del cinema: raramente si assiste ad un individuo che qualsiasi cosa faccia, dica o pensi sia intelligente come tentare di uccidere le zanzare con una granata.

Sua “figlia” Millie Bobbie Brown attraversa la tipica fase attoriale della ragazzina che cerca di affrancarsi da un personaggio per bambinotti attraverso un altro character puberale ma più vicino all’età adulta.
In questo caso la scelta è di farle sparare parolacce a raffica, perché secondo gli sceneggiatori del film, che evidentemente non hanno superato lo stadio evolutivo dei crostacei, è questo che fanno gli adulti: sacramentare tutto il giorno, quindi artisticamente è una direzione vincente.

Cazzo, figa, merda: datemi il Pulitzer, stronzi.

Terribilis in fundo, dispiace infinitamente assistere al macroscopico spreco di un grande attore come Charles Dance, impelagato in un imbarazzante cazzatona come questa.

Un leone non partecipa mai ai film di una capra.

Da dimenticare.

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Pokémon: Detective Pikachu


C’è un luogo e un momento per ogni cosa. Ma non ora.

TRAMA: Ryme City è una metropoli moderna e caotica in cui umani e Pokémon convivono tranquillamente. Questa coesistenza pacifica rischia di scomparire, minacciando entrambe le popolazioni…

RECENSIONE:

In un panorama cinematografico in cui le idee scarseggiano e si ricorre sempre più spesso a riesumare cult del passato, riveduti e corretti sotto una luce “nuova” con risultati finali che spaziano dal deprimente all’agghiacciante, ci mancava solo il live action sui Pokémon.

No, seriamente, mancava solo quello per davvero, gli altri ce li siamo sparati tutti o quasi.

Tratto dall’omonimo videogioco Nintendo del 2016, ennesimo capitolo di una delle saghe videoludiche più famose e redditizie della storia, Detective Pikachu è il tentativo di utilizzare per un’opera cinematografica la CGI moderna: staccandosi quindi dall’animazione classica legata alla serie televisiva (con finora ben ventuno lungometraggi quasi tutti direct to video in Italia), si tenta un approccio à la Chi ha incastrato Roger Rabbit? sfruttando le attuali meraviglie della computer grafica per trasporre nel nostro mondo i celebri mostriciattoli tascabili.

I celebri e con uno stile grafico che non si presta minimamente al realismo mostriciattoli tascabili.

Mi spiace di aver già utilizzato La dichiarazione di Randolph Carter in una precedente recensione, perché se è vero che gli esemplari più carini e coccolosi di queste bestie videoludiche assumono le fattezze di simpatici peluche da accarezzare, altri sgorbi paiono orrori scaturiti dalla peggior mente malata e oppiomane.

Se la regia tenta un’opera di ibridazione computer grafica – live action che possa amalgamare i due mondi visivi, è palese che quindi purtroppo non tutti i soggetti coinvolti si prestino a tale tentativo, per un prodotto finale a volte dall’apparenza quasi magica, a volte quasi scarabocchiato e approssimativo.

La regia pare inoltre ingolfata da un ritmo narrativo sincopato ed eterogeneo, che alterna fasi para-introspettive basate sul dialogo e sul confronto tra sentimenti a sequenze puramente d’azione ignorante, che risultano però paradossalmente troppo dilatate e ripetitive.

E quindi noiose.

Il film sui pokémon, signore e signori!

La sceneggiatura ha una resa bifronte: è un Dottor Jekyll nella prima oretta, con stilemi narrativi che, per quanto classici e già visti, compiono il proprio dovere di mero proseguimento della trama (abbiamo ad esempio il protagonista con una particolarità che lo fa emergere dalla massa, l’amicizia improbabile, una ricerca della verità senza prove a supporto…); per quanto la profondità espositiva sia paragonabile ad una gara di imitatori di Adriano Celentano, per un pubblico infantile, ma anche per un adulto senza poche pretese, pare che la nave possa arrivare facilmente in porto.

Peccato che allo scoccare dei due terzi di durata il mite scienziato londinese assuma la pozione, tramutandosi in un delirio simil-messianico che deraglia nella sagra del nonsense: personaggi acquisiscono abilità fuori da ogni logica narrativa, diventando così risolutivi da sfiorare la qualifica di ex machina e portando di conseguenza ad una conclusione raffazzonata e piaciona come poche.

Protagonista umano Justice Smith, il cui comic relief in Jurassic World – Il regno distrutto è piacevole quanto infilarsi degli aghi sotto le unghie e che anche qui si conferma un cane un interprete piuttosto mediocre e monocorde.

Partner del nostro accattivante protagonista è Kathryn Newton, nell’ormai classico ruolo femminile dallo spessore di una rondella e che incarna perfettamente lo stereotipo della bella figotta che sì, magari proviamo anche a darle una personalità, ma in fondo sappiamo che non è un fattore importante nell’economia della pellicola.

Tanta grazia che non è stata resa come un sogno masturbatorio o una specie di Rambo ammazzatutti.

Ryan Reynolds solito gigione nell’interpretazione tramite motion capture dell’odioso sorcio giallo del titolo, con Nintendo vogliosa di rimarcare la necessità per vendere il proprio prodotto di operare l’ennesima fellatio nei confronti del roditore sparafulmini.
A sostituirlo vocalmente Francesco Venditti, figlio di Antonello e già voce italiana dell’attore canadese nei due Deadpool. Difficilmente giudicabile la prova di doppiaggio, in quanto è il Mercenario Chiacchierone senza armi, turpiloquio e riferimenti sessuali.

Quindi una noia rara.

Nel cast di contorno, selezionato palesemente a caso, abbiamo Ken Watanabe, che lontanissimi i tempi de L’ultimo Samurai ormai è la prima scelta come “tizio giapponese saggio e in là con gli anni” e Bill Nighy che se già da tempo si è reso protagonista di partecipazioni a pellicole discutibili, arrivato ai settant’anni ormai se ne strafrega di scegliere buoni progetti.

Spicca Rita Ora, che interpretando una scienziata conferma la piaga dell’alcolismo diffusa tra i direttori di casting.

Prima immagine che mi balza in mente quando penso ad una donna che abbia votato la sua vita alla nobile scienza.

Pokémon: Detective Pikachu è una… boh… “roba” che oltre a non stare né in cielo né in terra a causa di premesse narrative che si sposano malissimo con una trasposizione realistica, risulta un ibrido di intrattenimento che non è indirizzato ad un target di pubblico che si elevi ai preadolescenti.

Un vero peccato, considerando che la loro nascita nel 1996 consentirebbe loro di avere appeal anche su un pubblico più maturo rispetto ai bimbi.

Male male.

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