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BlacKkKlansman

Ku Klux Klan (dal greco antico: κύκλος, kuklos, che significa cerchia) è il nome utilizzato da diverse organizzazioni segrete esistenti negli Stati Uniti d’America a partire dall’Ottocento, con finalità politiche e terroristiche a contenuti razzisti e che propugnano la superiorità della razza bianca.
Storicamente si distinguono tre fasi del movimento: una prima dal 1865 al 1874 come confraternita di ex militari dell’esercito degli Stati Confederati d’America, una seconda dal 1915 al 1950, in cui il movimento ha assunto la fisionomia che oggi consideriamo tipica, ed una terza dal secondo dopoguerra ad oggi, caratterizzato dalla grande frammentazione del movimento in una miriade di piccole organizzazioni fra loro ufficialmente scollegate che utilizzano il nome KKK o sue varianti.

TRAMA: Colorado, primi Anni ’70. Ron Stallworth, ufficiale di polizia afro-americano, riesce a infiltrarsi con successo nel locale Ku Klux Klan aiutato da un suo collega detective bianco, diventando il capo del gruppo del posto.
Il film si ispira a fatti realmente accaduti e raccontati nel libro Black Klansman scritto da Stallworth.

RECENSIONE:

Ventitreesimo lungometraggio diretto da Spike Lee, BlacKkKlansman è un’opera estremamente interessante, basata principalmente su contrasti e parallelismi.

La questione razziale, vissuta con così tanta passione negli Stati Uniti, diventa infatti occasione per un confronto quantomai diretto ed evidente tra le varie componenti di un quadro socio-politico assai problematico e le cui asprezze sono state, rimangono e purtroppo probabilmente saranno di difficile superamento.

Come caselle di una scacchiera intrisa di sangue, lacrime, e diritti richiesti o negati, i personaggi di Blackkklansman agiscono in una società in cui le differenze di razza creano barriere e spaccature manichee; ebano ed avorio difficilmente commistibili a causa di accese accredini ataviche di un passato che corrode il presente impedendo un futuro da costruire insieme.

La regia di Lee è molto efficace, con palesi rimandi alla Blaxploitation (genere cinematografico all black che esplose proprio negli anni ’70), sia verbali, con menzione di titoli celebri, sia visivi attraverso inquadrature e stile registico; a ciò si aggiungono altre soluzioni stilistiche da poliziesco duro e puro dell’epoca, così come importante diventa la divisione dello schermo ad evidenziare suddetti parallelismi tra anime Bianche e Nere.

Il risultato è un film che, sotto quell’alone commerciale che tanto piace ai produttori, dimostra un’essenza autoriale elegante nella sua durezza, con forma e contenuti in un connubio efficace ed intrigante.

I due membri principali del cast, John David Washington (figlio dell’attore Denzel) e Adam Driver sono pezzi di quella scacchiera.

Il primo è un afroamericano che racchiude in sé diverse anime, combattuto tra l’interesse per i movimenti black power, l’amore per una combattiva manifestante e il dovere di membro della polizia: diventa così crogiuolo dell’essenza delle Pantere Nere con la consapevolezza della potenziale deriva violenta del movimento stesso.

Il secondo è un bianco ebreo in avanscoperta nella tana di un leone suprematista, costretto ripetutamente a spergiurare una fede a cui prima di allora poco peso aveva dato; novello San Pietro accusato dalla folla, aspettando il canto del gallo si trova spalla a spalla con bifolchi WASP (White Anglo-Saxon Protestant) che lo odiano e mantiene la copertura spezzando il pane con loro.

Nei panni del realmente esistente David Duke, volto apparentemente rispettabile del Klan con ambizioni politiche, troviamo Topher Grace, in un ruolo imbarazzante nella sua stupidità.

Ok, un altro ruolo imbarazzante nella sua stupidità.

Sbeffeggiato spietatamente, il trattamento riservato a Duke va ad incanalarsi in quell’ottima procedura di ironizzazione del Male che ne evidenzia le mancanze intellettive, con le farneticanti tesi sulla razza che vengono messe in crisi da una semplice telefonata di un afroamericano sotto copertura.

Stilettata finale della pellicola è il facile parallelismo tra l’America di ieri e quella di oggi: nell’ultimo quarto d’ora il discorso politico, il confronto tra i Seventies e il sulfureo nuovo millennio diventa esplicito e lampante.
Particolarmente efficace il parallelismo tra quanto viene raccontato dal personaggio di Harry Belafonte, che rievoca un linciaggio avvenuto negli Anni ’10 favorito dalla visione del film Nascita di una nazione, considerato ispiratore del Klan, e le immagini di quanto successo a Charlottesville nell’agosto del 2017.

Il 12 agosto 2017 a Charlottesville, In Virginia, un’auto si è schiantata contro una folla di persone che stavano protestando contro il raduno di estrema destra “Unite the Right”. Il ventenne alla guida della macchina, un neo-nazista favorevole alla supremazia bianca ha ucciso una donna di trentadue anni e ferito altre ventotto persone.

Lee mostra le immagini di quanto avvenuto, corredandole con brevi testimonianze dei presenti e con la chiosa del presidente Trump; ciò da un lato aumenta la retorica della pellicola, ma non fa scemare l’ottimo risultato di un film che rimane caldamente consigliato.

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