L'amichevole cinefilo di quartiere

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Blade Runner 2049

I’ve seen things.

TRAMA:
Los Angeles, 2049. Un agente della polizia cittadina, K, fa una scoperta che rischia di gettare nel caos totale quello che resta di una società ormai in rovina. Tale disvelamento lo porta sulle tracce di un ex-cacciatore di replicanti, Rick Deckard, scomparso dalla circolazione da circa 30 anni.

RECENSIONE:

Per la regia del canadese Denis Villeneuve, ancora operante nel genere fantascientifico dopo il più che buon Arrival della scorsa annata, Blade Runner 2049 è un ottimo film che riesce a non sfigurare al cospetto di uno dei più grandi cult della cinematografia moderna, superando così a pieni voti la prova del salto nel buio dovuta appunto al mettere le mani su una pellicola tanto importante.

Pellicola basata sensorialmente sulla vista, con l’occhio che diventa portale di scambio di informazioni a doppio senso, Blade Runner 2049 riesce a sfruttare questo tema anche per quanto concerne l’elemento scenico, andando a creare sequenze che fondono ottimamente elementi filosofico-politici di per sé astratti con una loro efficace rappresentazione visiva.

Attraverso gli occhi vengono innanzitutto identificati i replicanti, tanto a causa del posizionamento del loro numero identificativo quanto tramite il test di Voight-Kampff del primo capitolo; il veicolo sensoriale maggiormente usato per relazionarsi al mondo che ci circonda, in una società basata sulla sempre più galoppante digitalizzazione (internet, media, pubblicità…) nell’universo di Blade Runner è Lettera Scarlatta della propria natura, umana o artificiale che sia, indirizzando quindi il proprio destino verso un orizzonte di prospera autonomia o di preda cacciata dalla comunità stessa.

Fotografia che fa giustamente la voce grossa, con un uso del colore quasi pittorico nel suo sfruttare la stessa pigmentazione di base declinata però in molteplici quantità di toni differenti riuscendo a creare delle inquadrature tanto virtuose quanto eleganti.
L’arancione, il blu, il verde, il bianco si scompongono in moltissime variazioni di loro stessi creando inquadrature suggestive e sensazionalmente vivide. Ogni scena pare un affresco, risultando tanto granitica nella disposizione spaziale degli elementi, spesso statici e talvolta rigidamente mastodontici, quanto fluida e liquida grazie ad un colore cangiante e ad una luce che accompagna a braccetto i corpi con l’efficacia di rotaie parallele.

Importantissima tematica del film è ovviamente il rapporto tra uomini e macchine, che non sono però divisi mediante una separazione duale manichea, ma si ha la presenza di un avanzamento tecnologico su vari substrati.
Oltre ai replicanti veri e propri, distinti in base a modelli di serie in un’ottica paragonabile agli attuali telefoni cellulari, abbiamo infatti macchinari di vario tipo, ologrammi e figure che si avvicinano chi più chi meno alla “qualifica” di essere umano.

Come nella Creazione di Michelangelo, in cui le dita di Adamo e Dio sono vicinissime senza tuttavia toccarsi, così lo spazio di manovra e distinguo tra replicanti e nati umani si assottiglia sempre più, creando interessanti questioni etiche e narrative.

Tra le creazioni artificiali vi sono coloro che anelano profondamente essere considerate umane, mentre sull’altro fronte alcuni umani hanno la funzione di mantenere intatto il muro tra i due mondi; echi sottilmente (ma nemmeno tanto) politici e classisti in cui considerando, come già detto, l’enorme quantità di variabili presenti in “vita”, vengono a crearsi numerose zone grigie tra una fazione e l’altra.

Ryan Gosling sfrutta la recitazione misurata e tra le righe che lo caratterizza attorialmente offrendo un’interpretazione totemica che ben si confà al personaggio.

Serio, conciso e diretto all’obiettivo, il K di Gosling è un individuo lavorativamente senza fronzoli che nasconde però una complessità che si manifesta in modo evidente con il prosieguo della trama.
Un elemento di scompiglio in un mondo sull’orlo di una crisi devastante, che entrerà in contatto con esseri dell’uno e dell’altro schieramento nel corso di un’indagine assai complessa e dalle particolari conseguenze morali.

Jared Leto come imprenditore-santone cieco (anche qui ritorna il tema dell’occhio) il quale sopperisce alla mancanza sensoriale grazie ad una “vista” assai lunga sul futuro che gli consenta di cambiare società ed economia stesse.

Era necessario produrre questo sequel?

No.

Sono personalmente favorevole a Capitoli 2 a distanza di decenni?

Men che meno.

Ma devo ammettere che Blade Runner 2049 mi abbia colpito molto positivamente.

 

P. S. Per meglio comprendere la trama di Blade Runner 2049 si consiglia, oltre ovviamente alla visione del primo capitolo, anche di recuperare i tre cortometraggi rilasciati dalla Warner prima dell’uscita del film, e che fungono a collegamento tra gli eventi presentati nelle due pellicole.

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Arrival

arrival-locandina-italianaI’m so scared about the future and I wanna talk to you.

TRAMA: In 12 diversi luoghi della Terra, compaiono altrettanti misteriosi oggetti provenienti dallo spazio. A dispetto degli apparati dispiegati, composti da team di esperti in fisica, matematica e linguistica, nessuno riesce a comprendere le intenzioni degli alieni. Una linguista statunitense viene reclutata dall’esercito per tentare di comunicare con i nuovi arrivati e stabilire quali siano i loro scopi.
Basato sul racconto Storia della tua vita (1998) di Ted Chiang.

RECENSIONE: Per la regia del canadese ormai in rampa di lancio Denis Villeneuve (nel 2017 arriverà il suo Blade Runner 2049, seguito del culti di Ridley Scott), Arrival è una pellicola profonda ed intensa basata sul linguaggio.

Le modalità per comunicare significati attraverso segni o gesti diventano fondamentali per poter interagire con esseri provenienti da un altro mondo, e diventa allegoria del nostro rapporto con ciò che sia diverso o difficilmente comprensibile.

La vasta gamma di stati d’animo scaturiti nell’umanità dagli alieni, che spaziano dalla paura all’ostilità, dalla curiosità alla brama di supremazia nei confronti delle altre potenze, è qui feticcio narrativo di come l’uomo reagisca allo sconosciuto, rapporto qui estremizzato nel caso in cui non si abbia appigli anche minimi dettati dall’esperienza.
Dovendosi trovare infatti a comprendere un linguaggio totalmente estraneo alla pur numerosa risma di quelli adottati nel corso dei secoli sul nostro pianeta, linguisti, scienziati e militari tentano di completare una doppia missione: da un lato colmare le proprie lacune in senso prettamente conoscitivo, e dall’altro avere la possibilità di rassicurare se stessi cercando di scoprire quale sia il motivo che ha spinto gli alieni a farci visita.

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Sono ostili? Sono in esplorazione? Vogliono qualcosa da noi? Interrogativi che prescindendo dall’atmosfera sci-fi vennero posti nella storia umana anche da popolazioni “scoperte” dall’occidente (nella pellicola presente un interessante paragone con gli aborigeni) e che quindi traslocano il film su un terreno sempre più allegorico e meno dipendente dalla trama stessa.

La fantascienza fonte di domande, più che di risposte.

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Ottimo il comparto tecnico, sia visivo che sonoro.

Se da un mero lato estetico le astronavi sono imponenti ovali verticali meri a simboleggiare l’inferiorità e lo smarrimento dell’uomo nei confronti dell’ignoto, la fotografia dai toni grigiatri è utile per suggerire allo spettatore un senso di incertezza e di notevole pressione emotiva, dovuta all’insicurezza sul dove possa andare a parare la trama.
Per l’orecchio, interessante l’uso di toni grevi e bassi nell’astronave, i quali rientrano anch’essi nell’idea di potenza a disposizione degli esseri provenienti dallo spazio.

Attori in forma, a cominciare da un’Amy Adams che dimostra quanto un’interprete femminile possa tranquillamente essere protagonista di una pellicola che non sia una love story o un dramma urbano.
Il cinema mainstream dovrebbe forse cercare maggiormente l’esplorazione non solo di generi cinematografici, ma anche giostrando il rapporto tra storie ed attori innovando se stesso senza basarsi pedissequamente su cliché stantii e ormai anacronistici.

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Jeremy Renner spalla convincente anche se fa specie vederlo quasi interamente molto sotto le righe, vista l’abitudine a vederlo ricoprire ruoli più esuberanti; comprimari (Forest Whitaker e Michale Stuhlbarg) in panni giusti per la loro modalità espressiva, anche se non viene concesso loro molto spazio di manovra per non distogliere attenzione dai temi di maggior peso.

Arrival non è ovviamente un film perfetto, probabilmente avrebbe potuto essere leggermente più snello; non tanto per via di una durata temporale quantitativamente eccessiva (due ore scarse), quanto a causa di una forte componente di seriosità generale e nel lento incedere di alcuni segmenti narrativi, particolarmente i primi 20-25 minuti, ma una volta instaurato il ritmo lo spettatore può farci l’abitudine.

Complessivamente un film più che buono.

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