L'amichevole cinefilo di quartiere

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Il giorno sbagliato


Al mio segnale scatenate la constatazione amichevole.

TRAMA: Una donna suona il clacson contro un altro automobilista, fermo a un semaforo. Questo gesto così comune scatena un’indomabile furia nell’uomo, in verità un guidatore psicopatico, che da quel momento in poi inizia a perseguitare lei e tutti i suoi cari…

RECENSIONE:

Diciamocelo: incontrare un automobilista idiota e concludere un acceso scambio di opinioni uscendo dalla propria macchina per spaccargli/le la testa con un cric è il sogno bagnato di tutti noi.

Ok, il sogno bagnato di MOLTI di noi.


Ok, il MIO sogno.

Peccato però che Il giorno sbagliato sia solo quello in cui io abbia avuto la malsana idea di pipparmi questo film: un’accozzaglia di noia, accenni di critica sociale e tentativi faciloni di tension-building, il cui unico risultato è quello di farci pregare che un nostro futuro ed eventuale alterco stradale si svolga in tempi umani invece che idrogeologici.


Se l’idea di base è più che buona sulla carta (sfruttare lo stress quotidiano per imbastire un plot in cui da un banale litigio si innesti una concatenazione di furia omicida), questo Unhinged va purtroppo eccessivamente a perdersi in un tedio difficilmente perdonabile.

Troppi sono, infatti, i passaggi di trama che vanno ad incastrarsi fra loro per un’assai improbabile casualità di eventi o per una maggiormente deleteria pigrizia di scrittura, non rendendo perciò il soggetto di base elettrizzante ed ansiogeno quanto sarebbe stato preventivabile.

Non aiutano, inoltre, le caratterizzazioni totalmente sballate dei personaggi, con l’amorevole mammina protagonista che invece di suscitare una corretta empatia da parte dello spettatore si meriterebbe due sani sberloni sul muso ed un minaccioso inseguitore dall’occhio porcino il cui modus operandi sfiora più che sovente il ridicolo involontario.
 

Nei confronti del buon Russell Crowe, in particolare, preferirei non sfociare nel body shaming (ma tanto è un uomo, quindi chi se ne fotte) visto che le sue ultime scelte di carriera sono già abbastanza all’insegna della mestizia, ma l’ormai accentuata pinguetudine è un decisivo boomerang alla supposta capacità intimidatoria derivante dal ruolo.

Più volte mi è capitato infatti di preoccuparmi per la salute delle sue coronarie a seguito di un determinato sforzo fisico, così come mi sono chiesto se, invece di malmenarla, non sarebbe stata una strategia più efficace per la soddisfazione della sua vendetta nei confronti della protagonista sedercisi sopra a guisa di un tricheco nella lotta pre-accoppiamento.
 

Girovita dell’antagonista a parte, ho apprezzato (ironicamente, sia chiaro) in ordine sparso:

– che per non saper né leggere né scrivere, molte micro-sequenze vengano concluse tramite eventi che paiono più appartenenti a The Final Destination 2 che ad un Cape Fear su quattro ruote;

– la distinzione tra “clacson di cortesia” e clacson normale (me la rivendo sicuro);

– il totale disprezzo verso gli avvocati divorzisti, forma di vita bipede più esecrabile dopo giornalisti e psicologi: che uno di loro venga barbaramente ucciso in una tavola calda e nessuno muova un dito per aiutarlo NON la considero una illogicità di sceneggiatura;
 

– che una tipica soccer mom single statunitense non abbia nell’auto una cisterna di spray al peperoncino, tre tirapugni, una doppietta e due granate a frammentazione “perché sai, Janice, altrimenti non mi sento sicura”.

– che dimenticandoci di essere spettatori onniscienti e focalizzandoci solo sui dati a disposizione DEI personaggi, tutto il puttanaio scaturisca per l’ottusità della Karen qui sopra.

– che il film venga risolto grazie a Fortnite.

Il giorno sbagliato.

Per una boiata del genere difficile trovarne uno giusto.
 

Pillole di cinema – L’uomo di neve

Do you want to build a snowman?

TRAMA: Oslo. Al sopraggiungere della prima neve alcune donne iniziano a sparire e, contemporaneamente, in città compaiono diversi pupazzi di neve. Le due cose sembrano collegate, ma bisogna darsi da fare: nuove nevicate cancellerebbero eventuali tracce del killer. Il detective Harry Hole è a capo di una sezione speciale della polizia cittadina impegnata nel caso.
Da un romanzo di Jo Nesbø.

PREGI:

– IL NORD NON DIMENTICA: L’uomo di neve riesce ad imbastire una trama efficace grazie all’importanza che viene data alla consequenzialità di eventi che si svolgono su linee temporali diverse; in questo modo la vicenda assume un più ampio respiro, giovando ad una storia che assume connotati più generazionali che meramente immanenti.
Flashback e relativi ritorni al presente sono ben gestiti, non sembrando forzati e rivelando elementi giusti nei momenti giusti, fattore importante e niente affatto scontato nei thriller.

– OSLO: Una delle capitali europee forse meno sfruttate al cinema (escludendo epopee vichinghe varie ed eventuali), l’ex Christiania offre un’ambientazione estremamente suggestiva, non solo per quanto concerna l’elemento prettamente cittadino ma anche relativamente al paesaggio naturale circostante l’aera urbana.

La fotografia riesce ad azzeccare toni e luci giusti, fornendo agli occhi dello spettatore un’algida sequenza di campi medi e lunghi che riescono ad immergere lo spettatore in un’atmosfera fredda ed asettica, con i colori bianchi che assumono connotazioni accoglienti o spettrali secondo l’evenienza.

– REBECCA FERGUSON: Dopo l’ennesimo delirio onanistico di Tom Cruise ed un vergognoso plagio di Alien, finalmente l’attrice svedese capita in una pellicola quanto meno decente e nella quale possa interpretare un personaggio ben caratterizzato.

Per carità, non stiamo parlando di Bergman (a proposito di Svezia), ma la sua Katrine Bratt possiede almeno una tridimensionalità caratteriale tale da farla spiccare tra i colleghi qui impegnati, anche perché una delle pecche de L’uomo di neve è proprio…

DIFETTI:

– … IL RESTO DEL CAST: Da un Val Kilmer la cui espressione piuttosto indecifrabile rimane comunque la stessa in ogni scena che lo veda coinvolto, ad un J. K. Simmons sprecatello fino ad un Michael Fassbender mandato allo sbaraglio, personaggi relativamente interessanti vengono penalizzati da una scelta di cast poco lungimirante.

Spiace in particolare per “Fassy”, attore di pregevole bravura ma che risulta piuttosto fuori ruolo come detective alcolizzato e sfatto.
Recitazione troppo pulita ed aspetto non così trasandato come il vissuto del character suggerirebbe, sarebbe servito un interprete dall’estetica ben più torva.

– POCA PERSONALITÀ: Come tutti i film da sei-sei e mezzo, anche L’uomo di neve rischia di finire ben presto nel dimenticatoio; a meno che non siate fan delle opere di Nesbø, infatti, la pellicola non contiene elementi che possano farla emergere all’interno del genere di appartenenza.

Lo spettatore superficiale, inoltre, potrebbe considerarla una mera copia di Uomini che odiano le donne, thriller a sua volta tratto da un best seller scandinavo.

– EFFETTI SPECIALI: Pur contando quanto le mutande in un porno, i pochi effetti speciali qui presenti rientrano nelle menzioni negative poiché hanno il doppio difetto di essere tanto mal fatti quanto inutili e bypassabili in modi stilisticamente diversi rispetto a quelli adottati.

Se in un film si inserisce un elemento inutile e per di più lo si realizza male, si dimostra doppia miopia.

CONSIGLIATO O NO?

Oggettivamente non è un brutto film, per cui in una serata da botta e via sicuramente, ma se cercate qualcosa di più artisticamente rilevante può essere evitato senza troppi rimpianti.

Dead Man Down – Il sapore della vendetta

Un film che potrebbe sostituire la pena di morte in molti Stati.

TRAMA: Victor è il braccio destro di un capomafia di New York in cerca di vendetta. Sulla sua strada incontra Beatrice, una donna misteriosa che nasconde un segreto inconfessabile e che conosce a fondo il suo passato.

RECENSIONE: Per la regia del danese Niels Arden Oplev, famoso per aver diretto il primo capitolo della trilogia originale di Millennium, Uomini che odiano le donne, questa pellicola basata sui dialoghi e sulle scene d’azione ha due grossi problemi: i dialoghi e le scene d’azione.

I primi sono di una lentezza esasperante, con intensi sguardi eterni alla Twilight maniera, battute rarefatte e banalissime e interi minuti dove non si riesce a comprendere che cosa stiano aspettando i personaggi sullo schermo prima di fare o dire qualcosa (Godot probabilmente). Le scene action invece sono caratterizzate da un movimento della macchina da presa accurato e preciso come se avessero fatto impugnare la telecamera a una scimmia ubriaca, creando un casino tale da non far capire allo spettatore un beneamato accidente di ciò a cui sta assistendo. La somma di questi due fattori ha come risultato uno dei più colossali deficit di attenzione che occhio umano possa mai provare (e sopportare), con il povero Cristo in sala che passa in letargo il 70% delle due ore scarse di durata per poi svegliarsi in quegli orgasmi di morte che sono le sparatorie, col risultato di non seguire per niente una sceneggiatura banale come uno yo-yo rotto.

Lo script ha più buchi del groviera, i personaggi molto spesso fanno scelte repentine e incomprensibili usando un minimo di logica, cambiando mood a casaccio e avendo reazioni umane realistiche come gli effetti speciali di Superman del 1978. E ovviamente gli attori, se possibile, rendono ancora peggiore questo immane strazio.

Colin Farrell è irritante nella sua monoespressività e con i suoi sopracciglioni perennemente aggrottati come se avesse una paresi, e il fatto di avere un personaggio stereotipato come non mai non lo aiuta (chissà cosa aveva di così urgente da pagare con questo cachet). Noomi Rapace dopo l’insulto Prometheus imbrocca un altro flop che accresce ancora di più la sua fama di miracolata, come se non ce ne fosse bisogno. Dominic Cooper e Terrence Howard fanno tappezzeria con personaggi rilevanti come l’ultimo pezzo in basso a sinistra di un puzzle da cinquemila, e quest’ultimo in particolare interpreta uno dei villain più noiosi e scontati della storia. Brevi apparizioni di Fahrid Murray Abraham e Armand Assante che dimostrano che lo sputtanamento non ha età.

Che tedio.

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