L'amichevole cinefilo di quartiere

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Bohemian Rhapsody

So you think you can stone me and spit in my eye?
So you think you can love me and leave me to die?
Oh, baby, can’t do this to me, baby!
Just gotta get out, just gotta get right outta here!

TRAMA: La storia di Farrokh Bulsara, meglio noto come “Freddie Mercury”, e della band di cui era il frontman, i Queen, dalla loro formazione nel 1970 fino al concerto per il Live Aid del 1985.

RECENSIONE:

Mi piacciono i Queen.

Vengo da una famiglia a cui piacciono i Queen.

A cui piacciono MOLTO.

E manca la riproduzione della statua di Mercury a Losanna.

Normale quindi che, alla notizia di una pellicola su questa leggendaria band, se il mio lato di rude cinefilo cominciava già a serrare le terga pregando in qualcosa che non fosse una totale porcheria, l’amante della buona musica che è in me era eccitato come una tredicenne invitata ad uscire da un ragazzo di prima superiore.

La produzione a di poco “travagliata” dell’opera non faceva però ben sperare: il progetto di un film sui Queen e su Freddie Mercury venne infatti annunciato addirittura nel 2010, e nei panni del frontman ci sarebbe stato Sacha Baron Cohen, il quale però nel luglio 2013 afferma di aver rinunciato alla parte a causa di divergenze artistiche tra lui e i membri della band.
Nel dicembre 2013 viene quindi annunciato che Ben Wishaw avrebbe sostituito Cohen e che la regia sarebbe stata affidata a Dexter Fletcher, il quale tuttavia si defila dal progetto nel marzo dell’anno successivo insieme allo stesso Wishaw, impegnato sul set del film Spectre.

Alla fine del 2015 la casa di produzione GK Films decide di far stendere una nuova sceneggiatura, col titolo Bohemian Rhapsody, e viene annunciato che le riprese sarebbero iniziate nei primi mesi del 2017, con Rami Malek nei panni di Freddie Mercury e Bryan Singer alla regia.

Tutto risolto? Ma proprio no: il 4 dicembre 2017 la 20th Century Fox annuncia il licenziamento di Singer dopo che un’assenza ingiustificata aveva bloccato le riprese per una settimana; al suo posto viene richiamato Dexter Fletcher, per finire le riprese e seguire la post-produzione; nel giugno 2018 viene annunciato che l’unico accreditato alla regia del film sarebbe stato comunque Bryan Singer.

Insomma, con premesse del genere, nove volte su dieci viene fuori una porcata

Qui per fortuna no.

Bohemian Rhapsody è un bel film.

Nonostante la pellicola su una delle band più famose ed amate della storia della musica sia un progetto dai rischi enormi, BR si difende bene, sfruttando in maniera piaciona ma sagace la ricca colonna sonora alternandola a picchi emozionali che possono sembrare magari ordinari, ma che svolgono regolarmente il proprio compito.

È bene precisare che dal punto di vista della fattualità storica sono state prese notevoli licenze narrative: esordi musicali modificati per caricare l’effetto underdog, John Deacon presentato come primo bassista, canzoni scritte in periodi sbagliati, dinamiche del gruppo esagerate per convenienze drammatiche ed altre piccole e grandi differenze con la storia dei Queen che sicuramente un fan può notare.

Tali cambiamenti però non rovinano un’esperienza filmico-musicale accattivante ed avvincente; un film è infatti un mezzo attraverso cui raccontare una storia, e soggiace quindi alle esigenze di storytelling (i tópoi, i ruoli archetipici, le richieste emozionali…), perciò condensare in modo veritiero quindici anni di rock band in due ore, molte delle quali coperte da canzoni, non era una possibilità realisticamente fattibile.

Volete vedervi un bel film storico? Vi consiglio Braveheart.

Vi interessa la storia dell’indipendenza scozzese? Guardatevi History Channel.

La colonna sonora la fa ovviamente da padrona.

Bypassando l’elemento strettamente soggettivo che il film sui Queen inizia con la mia canzone preferita delle loro, tramutando il mio organo riproduttivo in un possente menhir facendomi spuntare due dita di pelle d’oca, fa comunque piacere constatare che le venti e passa canzoni che ne compongono la colonna sonora non siano buttate su schermo a caso, ma vengono incastrate con gusto per andare a corredo del momento emotivo dell’opera in quel determinato momento.

E quindi Killer Queen a sancire la prima svolta di vero successo commerciale, la faticosa lavorazione di Bohemian Rhapsody quando il gruppo vuole compiere un importante salto di qualità, Love of my Life per le peregrinazioni sessuali di Mercury, We Will Rock You per superare conflitti interni mettendo il pubblico in primo piano, Another One Bites The Dust ad evidenziare le tensioni del quartetto e così via.

Il tutto ha come acme il Live Aid del 1985, sequenza girata magistralmente che, pur non seguendo pedissequamente il nastro originale, con canzoni tagliate per ovvi motivi di tempi, mostra grande cura per piccoli dettagli che aumentano notevolmente l’immersività nelle scene, facendo dimenticare allo spettatore la finzione del prodotto filmico.

Per il cast inevitabile partire da Rami Malek: il suo Freddie Mercury, pur utilizzando il playback con le parti cantate del vero leader dei Queen ed essendo fisicamente più esile di lui, riesce ad essere credibile e convincente nelle movenze e nei gesti.
Non è, se vogliamo, una mimesi così totale come sembrerebbe ad occhio distratto (anche perché ovviamente l’aspetto vocale sarebbe stato improducibile, parliamo di una bestia unica), ma è una rappresentazione ideale dell’essenza del Castro clone.

Giusta scelta quella di non lesinare sulla sua vita privata turbolenta (feste, droga, eccessi) senza però ridurlo ad una macchietta bisex, ma ad un uomo che cerca di trovare un equilibrio mentale arduo a causa del suo essere personaggio prima che persona.

Per il resto del gruppo, fa sicuramente piacere che anche gli altri componenti della band si difendano ottimamente, sia sul mero elemento estetico sia come interpretazione delle loro peculiarità caratteriali.

In particolare Gwilym Lee, comparso in alcuni episodi de L’ispettore Barnaby, assomiglia a Brian May da giovane più di quanto Brian May somigli a se stesso, ed incarna efficacemente la parte più razionale e matura del gruppo, che pur non disdegnando le stranezze dei compari riesce sempre a mantenere la testa sulle spalle per il bene della band.

Spaventosa in positivo anche la somiglianza di Ben Hardy, già visto come Angelo in X-Men – Apocalisse, con il batterista Roger Taylor: scanzonato, viscerale e donnaiolo, il suo ruolo è spesso quello di comic relief, rappresentando la parte più verace del quartetto e contribuendo a scambi di battute che strappano più di un sorriso.

Joseph Mazzello, noto al grande pubblico come Tim Murphy in Jurassic Park è un John Deacon riservato, introverso e poco ciarliero, con la sua tranquillità che ha avuto il grande merito di saldare le personalità più spiccate dei restanti componenti.

Bohemian Rhapsody è sostanzialmente un tribute film, con tutti i relativi pregi e limiti.

Cercare la realtà storica non è a mio parere l’approccio giusto ad una pellicola che mira a romanzare la storia di una band enorme e di quello che probabilmente è stato il più grande cantante della storia della musica.

Vi piacciono i Queen? Quasi sicuramente adorerete questo film.

Non vi piacciono i Queen?

Peccato per voi.

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La torre nera

Colui che scrive recensioni ha dimenticato il volto di suo padre.

TRAMA: New York. Il giovane Jake è tormentato da strani sogni e visioni in cui ricorrono tre immagini: un uomo vestito di nero, un pistolero e una torre nera. Un giorno, seguendo le indicazioni contenute in uno dei suoi sogni, Jake viene catapultato in una dimensione parallela; qui incontra l’uomo che occupa i suoi incubi, Roland Deschain…
Tratto dall’omonimo ciclo di romanzi di Stephen King.

PREMESSA: Pur essendo un amante delle opere del Re ed essermi divorato più di venti suoi scritti tra romanzi e raccolte di racconti, non ho letto la serie letteraria de La torre nera. Il mio giudizio verterà quindi esclusivamente sulla pellicola.

RECENSIONE:

Maratona – Record Mondiale: 2 ore, 2 minuti e 17 secondi (Dennis Kipruto Kimetto – 2014).
100 metri piani – Record Mondiale: 9 secondi e 58 centesimi (Usain Bolt – 2009).

Basate entrambe sulla corsa, esse sono due discipline sportive completamente diverse, che richiedono allenamento fisico ed approccio mentale agli antipodi: in atletica sono la distanza più lunga e quella più corta.
Un po’ come yin e yang nella filosofia cinese.

Se per quanto riguarda il percorso libro –> film lo yin è Lo Hobbit, favoletta per bambini trasposta in tre film da complessivi 470 minuti (quattrocentosettanta, Dio vi fulmini), lo yang è questo La torre nera, una mezza schifezza di un’ora e mezza tratta da una serie di otto libri da quattromiladuecento pagine totali.

Ma perché…?

Mi sarò probabilmente dimenticato il volto di mio padre, ma raramente ho assistito ad un film che trasmetta una tale idea di raffazzonaggine, dovuta principalmente all’ovvia liofilizzazione delle tempistiche e alla conseguente incapacità di soffermarsi su cosucce piuttosto importanti quali risvolti della trama, introspezione psicologica dei personaggi e dettagliume vario.

Characters, situazioni e, boh, cose vengono impunemente sbrodolate in faccia al pubblico senza offrirgli strumenti per comprenderle ed apprezzarle, non essendoci davvero il tempo materiale per farlo e dando quindi per scontato che ci si innamori fatalmente della storia, come colpiti dal dardo di Cupido.

Che è in assoluto il modo peggiore per tentare di farsi apprezzare.

La pecca principale del film è quindi il presentare troppa carne al fuoco sfruttandola malissimo, affidandosi prevalentemente al carisma degli attori (poi ne parliamo) e non assumendo un’identità propria non solo in riferimento all’opera letteraria di partenza, ma anche in senso più strettamente cinematografico.

Ad una prima sezione piuttosto noiosotta ambientata nella nostra realtà, farcita di tutti gli stereotipi sfascia-gonadi possibili ed immaginabili sul ragazzino “diverso e problematico”, segue una parte centrale nel Medio-mondo che sarebbe stato auspicabile fosse durata circa il triplo in modo da permettere immersività allo spettatore, concetto evidentemente estraneo ai produttori del film, guidati probabilmente dal mantra “questa roba piacerà perché si spara”.

Ed è proprio qui dove sarebbe dovuta scattare la scintilla vitale che il film deraglia nel meno che mediocre, sfiorando molti (troppi) elementi narrativi senza porca puttana approfondirne mezzo e mostrando una maledetta fretta non permettendo il naturale germoglio dei semi narrativi.

Terza ed ultima sezione il ritorno sulla terra, senza dubbio la parte peggiore data la fastidiosissima presenza di stanchissime gag già viste e straviste relative a normali elementi della nostra società e sul come possano sembrare bizzarri ad un completo estraneo, o viceversa.

Oltre ad uno scontro finale di raro piattume.

Che tedio.

Visivamente può essere godibile solo a chi non abbia grandissima esperienza cinematografica, dato il comparto grafico non offre elementi di particolare meraviglia, limitandosi a toccare pigramente meccaniche estetiche già più che collaudate (e i mostri… e i predoni… e la magia nera…) supportate da una regia operaia e impalpabile.

Le stesse pistole di Roland, che avrebbero potuto essere l’ira di Dio, pur spingendo ridicolmente l’acceleratore sulla bravura del gunslinger sono in fin dei conti piuttosto ordinarie, non mostrando nulla che un John Wick qualsiasi non abbia già presentato intrattenendo decisamente di più.

O un immarcescibile Clint, a cui il personaggio letterario di Roland è ispirato.

In una fotografia un po’ troppo spenta e che tendendo a tinte dark abbastanza a caso perde l’occasione di sfruttare il colore per delineare in modo più netto elementi magici o banalmente la differenza tra Bene e Male, si muove un cast riconducibile ai soli due grandi nomi.

Attori di indiscussa bravura e carisma, sia Idris Elba che Matthew McConaughey escono dalla pellicola con le ossa rotte.

Meglio il primo del secondo, non per meriti particolari ma semplicemente perché il Walter Padick del texano (chiamarlo direttamente “Randall Flagg” no?) è un antagonista scritto con gli alluci che avrebbe meritato molto di più sia in termini di screen-time che in approfondimento narrativo.

Fattori estremamente importanti nella definizione di un villain come “da dove viene?”, “perché ha scopi malvagi?”, “da dove derivano le sue capacità?” sono bellamente ignorati dal film, optando invece per una caratterizzazione stile “Killgrave dei poveri” che spesso sfiora il ridicolo involontario.

Elba d’altro canto è un attore figo che interpreta un personaggio figo, seppur piatto come una tavola da surf, e quindi la mediocrità del suo character è più sopportabile, per quanto ampiamente dimenticabile come il suo rivale e quasi altrettanto ridicolo.

Tom Taylor passabile come ragazzino con gli occhioni sbarrati da hobbit, il resto del cast ha il peso narrativo di sagome cartonate parlanti.

Un’occasione toppata malamente, un film confuso e assemblato alla bell’e meglio che rende cattivo servizio ad uno degli scrittori più famosi, amati e prolifici del nostro tempo.

Peccato.

Pillole di cinema – Terminator Genisys

terminator genisys locandinaVieni con me se vuoi una recensione.

TRAMA: 2029. Quando John Connor, leader della resistenza umana contro le macchine, spedisce Kyle Reese indietro nel 1984 per proteggere sua madre e salvaguardare il futuro, un evento inaspettato crea una frattura nella linea temporale. Kyle si troverà così in una nuova e sconosciuta versione del passato.

PREGI:

Mantenuti gli elementi tipici della serie:

Un sacco di armi.

Un sacco di esplosioni.

Un sacco di legnate.

Terminator è una saga cult della fantascienza con tutti i crismi del genere: robot, scontri a fuoco, futuri distopici e quella spruzzata di mumbo jumbo spazio-temporale che ci sta sempre bene.

Se anelate vedere salvo il futuro dell’umanità nel modo più plumbeo possibile questo è un franchise che fa per voi.

terminator genisys braccio

– Arnold Schwarzenegger:

Assomiglia ad un robot gigante.

[Nella versione originale] Parla come un robot gigante .

È espressivo come un robot gigante.

È nato per interpretare questo ruolo!

La sua mimica facciale inesistente e i suoi lineamenti dalla mobilità di un portaombrelli in granito sono ottimi per calarlo nella parte del Terminator, robot programmato per distruggere (prima) e salvare (poi) la famiglia Connor utilizzando la minore gamma di espressioni possibili.

He’s back.

ArnoldSchwarteneggerTerminatorGenesys

Riferimenti ai precedenti episodi: Sempre gradite, come ho scritto anche QUI, le connessioni con altre opere per creare una pellicola più organica e che dimostri di aver chiaro quale sia il proprio contenitore.

Battute, personaggi, scene, nomi e strizzate d’occhio varie ed eventuali rendono la visione maggiormente piacevole, stimolando l’occhio dello spettatore a cogliere determinati spunti.

DIFETTI:

Spudorato product placement della Nike: In Terminator Genisys c’è uno spudorato product placement della Nike.

Sì, non serve Cicerone per argomentare questo punto.

Va bene che sono anch’esse un richiamo al primo Terminator, ma quando vado al cinema lo faccio per vedere un film, non un paio di scarpe.

terminator genisys scarpe

Emilia Clarke: Far interpretare la virago Sarah Connor ad una ragazzina dagli occhioni cerbiattosi è una scelta di casting più che infelice, soprattutto nel caso la si paragoni alla Linda Hamilton dei primi due episodi cinematografici o alla Lena Headey (collega della Clarke in Medioevo & Tette) della sfortunata serie tv Terminator: The Sarah Connor Chronicles.

terminator sarah connor 2

Trova l’intrusa.

Sarah Connor è un personaggio femminile molto forte ed emancipato, e questa determinazione nei 157 centimetri della Clarke non la vedo, soprattutto considerando che il suo character si trova perennemente a fianco di omoni muscolosi, robot assassini o Schwarzy (che è un po’ l’unione dei due elementi precedenti).

Seriamente, le pantofole orsacchiotte sono più terrificanti.

Timeline: Questo film prende la linea temporale della saga originale e la manda platealmente a fare in c… ehm, volevo dire… ci getta sopra un colpo di spugna netto.

Ciò vuol dire che la rappresentazione degli eventi di Terminator Terminator 2 – Il giorno del giudizio viene eliminata totalmente.

La cancellazione di tale linea temporale costituisce la possibile pecca principale di questa pellicola.

terminator genisys T 100

Consigliato o no? Dipende proprio da quanto appena detto.

I primi due capitoli della saga sono ottimi film. Se pensate che proprio per questo debbano essere lasciati stare così come sono senza incasinarli ulteriormente, allora è altamente probabile che Terminator Genisys vi faccia salire la bile.

Se pensate invece che una retcon (alterazione della linea narrativa) possa rinverdire una serie cinematografica per renderla apprezzabile a distanza di parecchi anni, allora il film dovrebbe piacervi.

Comunque sia, tranquilli: non fa schifo come Terminator 3.

Pillole di cinema – Predestination

Predestination itaNo one can live for me
No one can see the things I see
I walk this road
No one can tell me how to be
It’s my destiny

TRAMA: Un agente governativo utilizza i viaggi nel tempo per dare la caccia a un misterioso terrorista battezzato dalla stampa “Fizzle Bomber”, responsabile di numerose stragi a partire dal 1975.

Adattamento cinematografico del racconto Tutti i miei fantasmi di Robert A. Heinlein del 1959.

PREGI: 

Sceneggiatura: Predestination riprende piuttosto fedelmente il racconto da cui è tratto, creando una struttura narrativa basata sull’intrecciarsi dei differenti piani temporali; ciò porta all’esposizione delle tessere di un puzzle la cui costruzione è in divenire, e alla cui unione lo spettatore assiste come allo sviluppo di un’opera architettonica.

predestination inizio

È inoltre molto interessante il tema trattato, basato sull’avere o meno possibilità di scelta sul proprio destino e sulle conseguenze scaturite dalle azioni compiute.

Alla domanda “Avendone la possibilità, tornereste indietro nel tempo per modificare qualcosa del vostro passato?” quasi tutti risponderebbero affermativamente, ma i risultati pratici potrebbero essere diversi da come li si è immaginati.

predestination clock

Montaggio: Legato al punto precedente, le scelte sul “cosa mostrare quando” sono azzeccate sia dal punto di vista cronologico sia all’interno delle varie scene, aggiungendo solidità ad una storia che con il prosieguo del film scioglie via via i suoi nodi fino allo sviluppo completo.

Sarah Snook: L’attrice australiana classe 1987 offre una performance ottima interpretando un personaggio molto complesso, come dovrebbero essercene maggiormente in un cinema moderno che purtroppo troppo spesso si adagia su stereotipi faciloni.

Risoluta ma fragile, dura ma bisognosa di affetto, intelligente ma insicura, la sua interpretazione fatta di sguardi e differenti posture sovrasta quella pur buona di un Ethan Hawke che, nonostante non sfiguri, in suo confronto pare sempre un passo indietro.

predestination snook

Atmosfera: Saltando tra anni ’60 e ’70, la fotografia e le scenografie contribuiscono in maniera determinante a far immergere lo spettatore nella pellicola, risultando azzeccate.

A ciò si aggiunge il viaggio nel tempo come rottura di una barriera che solitamente riteniamo invalicabile, ma che attraverso la fantascienza e la narrativa possiamo piegare a nostro piacimento.

DIFETTI:

Seconda parte: Pur non essendo, come caduta qualitativa, ai livelli di Fury, purtroppo anche in Predestination si assiste ad un secondo tempo un po’ troppo sbrigativo, che mostrando con eccessiva rapidità alcuni elementi fa scemare il gusto per la scoperta rendendo troppo palesi alcune dinamiche.

predestination-scene-5

Consigliato o no? Assolutamente sì, dato che confrontando questo film con il livello medio piuttosto basso del cinema di questo ultimo periodo, Predestination pare Psycho.

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