L'amichevole cinefilo di quartiere

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Amiche di sangue


– purosangue: aggettivo e sostantivo maschile e femminile

Animale, spec. cavallo di razza pura (per la credenza, oggi ripudiata, che il sangue fosse l’elemento portatore dei caratteri ereditari).

TRAMA: Due adolescenti del Connecticut, amiche benché molto diverse fra loro, progettano di uccidere il dispotico patrigno di una delle due.
Non sapendo bene cosa fare, le due ragazze si rivolgono ad un coetaneo noto nella zona come spacciatore.

RECENSIONE:

Impostato inizialmente come un’opera teatrale con tanto di divisione in atti e rimodellato poi per il grande schermo, Amiche di sangue è un film piacevole ed interessante, con un cast in forma e scelte stilistiche azzeccate.

La pellicola, il cui titolo originale Thoroughbreds, ossia “purosangue”, è sicuramente più ispirato rispetto a quello nostrano, rimandando ad alcuni elementi della trama assumendo anche al contempo un discreto carico metaforico, mostra personaggi dai peculiari problemi psicologici che fondono le proprie anime per un comune obiettivo, senza però comprendere fino in fondo la natura dei propri deficit.

Un’opera in cui è più importante il “come” del “cosa”, il viaggio della destinazione, gli step del target e che grazie ad una coppia di protagoniste in gamba e ad una vicenda che spesso sfocia nel surreale, senza però perdere in crudezza, riesce a centrare il bersaglio offrendo un prodotto dal retrogusto indie ma accattivante quanto un dramma popolare.

Buona prova delle giovani Olivia Cooke e Anya Taylor-Joy, entrambe attrici in rampa di lancio che se continueranno in scelte di carriera oculate avranno sicuramente buone possibilità di un radioso avvenire.
Fredda e robotica la prima, la cui mancanza di emozioni rende il suo character un complicato puzzle con troppi pezzi mancanti, ambivalente la seconda, fuoco e determinazione nascosti dietro una patina di fumo e accondiscendenza.

Amiche di sangue è stato purtroppo anche l’ultimo film per il giovane Anton Yelchin, morto dopo sole due settimane la fine delle riprese.

Consigliato.

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Impressioni di trailembre – Glass

PREGI SPARSI:

– Il ritorno di Anya Taylor-Joy: che si spera continui a mantenere l’importante ruolo che aveva in Split e non venga soverchiata dai tre pesi massimi del cast, facendo deflagrare il personaggio nello stereotipo della bella figotta incastrata suo malgrado in un combattimento tra superumani.

Attrice che a mio parere possiede un grande potenziale in divenire, spero che opti per scelte di carriera oculate che possano forgiare le sue abilità recitative, e regalare così in futuro una grande interprete al pubblico.

– Sarah Paulson: Attrice con i controattributi a livello televisivo, sul grande schermo non ha però avuto una carriera altrettanto buona; a quarantaquattro anni non sarebbe male che finalmente riesca a sdoganarsi pure al cinema, anche se l’apparentemente non eccelso Ocean’s 8, uscito in America e ancora inedito da noi, non fa presagire grandi picchi.

Che il suo ruolo sia quello di una psichiatra, inoltre, sembra suggerire il mantenimento di forti tematiche introspettive, rendendo il prodotto più maturo e consapevole.

– Volendo il Signore, un film che prende “seriamente” i comics: Al di là delle dichiarazioni del regista, secondo cui Glass sarà “Il primo film davvero fondato sui fumetti”, dei toni narrativi che si preannunciano ancora cupi e dark non possono che giovare ad un genere che, tra opere di enorme successo viranti però troppo su un’estrema stupidità infantile (Marvel) ed un principale concorrente con idee poco chiare, tra la ricerca di maggiore serietà e la tentazione di copiare pedissequamente il rivale (DC), avrebbe decisamente bisogno di una “via di mezzo” che non può essere solamente la in futuro già defunta Marvel-Fox (con LoganNew Mutants o Deadpool).

– Altre personalità di Kevin? Se le sfaccettature di Crumb in Split erano ventiquattro, sia per evitare emicranie al pubblico che un esaurimento nervoso al povero McAvoy, quelle con un effettivo ruolo all’interno della pellicola erano solo quattro o cinque.

Oltre ad un rimando a tali personaggi, male non farebbe la comparsa di altre figure che magari, in seguito al casino combinato nell’ultimo film, hanno “preso la luce” al posto dei leader precedenti.

DIFETTI SPARSI:

– Bruce Willis: la cui carriera sta attraversando un andamento in discesa che rasenta la verticalità ed improntato su ruoli interpretati senza voglia in film peggio che mediocri; si spera che tornare ai vecchi fasti de Il sesto senso Unbreakable lo possa aiutare a tornare sulla retta via, confidando inoltre che quello che sarà il protagonista positivo non si trasformi nella palla al piede della pellicola.

– M. Night Sopravvalutato: che Shyamalan dopo i suoi primi due film non ne abbia azzeccata mezza è un dato abbastanza assodato: tra il confusionario e banalotto The Village ed il mediocre The Visit, il ben poco umile Manoj ha inanellato una serie di porcate di rara idiozia: tra un Signs con gli alieni fermati dalle porte di legno, Lady in the Water, ed E venne il giorno che non so da dove cominciare ad insultare, L’ultimo dominatore dell’aria che è uno stupro ad un ottimo cartone animato e After Earth che è né più né meno un pompino con ingoio alla famiglia Smith.

Split era stata una piccola sorpresa pure per quello, e si spera che possa invertire la rotta di un regista che sembrava potesse diventare Titanico ma che rischia(va) di sfracellarsi contro un iceberg.

– La Bestia di Crumb che si muove come Liev Schreiber in X-Men le origini – Wolverine:

No, qui non ho nulla di specifico da aggiungere: i disgraziati come me che hanno assistito a quello scempio (sì, quello con Taylor Kitsch nei panni di Gambit e Deadpool muto) sanno a cosa mi stia riferendo.

Per tutti gli altri: rimanete nell’ignoranza, davvero.

– Tono epico: perché è un difetto? Perché ormai quasi tutti i trailer sono fighi, ed il carisma da essi derivante deve poi essere mantenuto nell’opera cinematografica vera e propria.

In caso contrario il rischio è quello di lanciare al pubblico un messaggio sbagliato sull’impronta che verrà data al film, rischiando perciò di fuorviare lo spettatore rendendogli difficile apprezzare il prodotto in sé.

E visto che The Village, sempre di Shyamalan, dal trailer pareva un horror, il grosso punto interrogativo rimane.

Split

split-locandinaLa cosa migliore di me è che ci sono molti me.

TRAMA: Tre adolescenti vengono rapite da un uomo e rinchiuse in una cantina. Ciò che ancora non sanno è che il loro sequestratore è dotato di ben ventitré personalità distinte che si palesano di volta in volta…

RECENSIONE: Essere sottovalutati è spiacevole.

Avere la sensazione che le proprie qualità non siano riconosciute, constatare che chi vi circonda non si accorga di ciò che sapete fare e magari di conseguenza sviluppare un senso di inferiorità nei confronti degli altri è parecchio triste.

Esiste però un’alternativa addirittura peggiore.

Essere sopravvalutati.

E M. Night Shyamalan lo è stato.

Parecchio.

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Dopo aver ottenuto fama mondiale a nemmeno trent’anni con l’ottimo Il sesto senso, che ebbe un grande successo sia di pubblico (670 milioni di dollari incassati) che di critica (6 Nomination agli Oscar 2000, quelli dominati da American Beauty e Matrix), molti vennero spiazzati l’anno seguente da Unbreakable, considerato all’epoca sì sufficiente ma un grosso passo indietro rispetto all’opera precedente.

Peccato che in seguito il regista indiano abbia inanellato una serie di film decisamente deludenti che hanno ricevuto talvolta dure opinioni da parte dei recensori e severi sbeffeggiamenti dal pubblico (candidature ai Razzie Awards, meme su internet); nonostante ciò furono comunque opere con cui mantenne ancora un certo appeal, grazie alla sua nomea di giovane stella in ascesa o a cast con interpreti di richiamo.

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Facendo una rapida carrellata, personalmente considero Signs un film semplicemente imbecille, The Village tanto rumore per nulla, Lady in the Water una indifendibile baggianata senza arte né parte, E venne il giorno un’idea stuzzicante sfruttata da cani, L’ultimo dominatore dell’aria uno stupro artistico nei confronti di un ottimo cartoonAfter Earth una fellatio alla famiglia Smith e The Visit un’opera sufficiente solo se si ama lo stile POV ma non di più.

Non ero quindi particolarmente… ehm… propenso alla visione della sua ultima fatica, tanto più considerando che il suo spunto iniziale costituisce un patto narrativo di proporzioni considerevoli.

Invece mi devo ricredere.

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Pur contenendo Split ogni shyamanalata possibile ed immaginabile, esso si rivela un film discreto, con elementi positivi che superano per peso e quantità le sue pecche.

Punto di nota della pellicola è innanzitutto un istrionico ed ottimo James McAvoy nei panni dell’antagonista, una Legione di personalità diverse tra cui l’attore scozzese zompa qua e là con notevole agilità recitativa, risultando credibile ed offrendo un buon pretesto al pubblico per immaginarselo di volta in volta nelle vesti di donna, bambino o maniaco compulsivo.

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Grazie a movenze, posture e un’apprezzabile capacità di modificare il proprio sguardo, in cui secondo il detto risiede lo specchio dell’anima, McAvoy domina efficacemente la scena nonostante la seria difficoltà del ruolo (anzi, dei ruoli) non risultando macchiettistico e riuscendo a non scadere nel rischio del ridicolo involontario, pecca in cui sarebbe facile cadere dato l’elemento grottesco del personaggio.

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Per bilanciare tale esagerazione insita nel villain, è necessario affiancargli come protagonista un personaggio molto più inquadrato e sotto le righe; in tal senso fa la sua buona figura la giovane e dotata Anya Taylor-Joy (nel caso non venga coinvolta in scandali, droga o serie tv dal dubbio gusto, segnatevi questo nome) nel ruolo di una delle sfortunate vittime di Crumb.

Con gli occhioni neri sbarrati ma allo stesso tempo espressivi, riesce ad essere ragazza e donna, inserendosi in uno spaccato biologico complesso giostrando bene tra timori residuati dall’infanzia e adulta consapevolezza del proprio sé.

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I difetti principali di Split risiedono nella ormai cronica difficoltà da parte di Shyamalan di autoregolarsi frenando la sua tendenza a strafare.

Se la trama nel segmento finale ha qualche sbandata espositiva dovuta ad un climax avente ascesa forse troppo ripida, la sua classica regia invasiva si dimostra sovente più fastidiosa che esteticamente apprezzabile.

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Movimenti di macchina ondulatori e senza senso se non quello di informare il pubblico della propria esistenza dietro la macchina da presa, la ripetitiva tendenza a cambiare repentinamente il punto di vista all’interno di una conversazione passando da un’inquadratura d’insieme a sostituirsi a ciò che vede uno dei personaggi e un abuso di primi piani e campi stretti evitabili costituiscono una firma tanto evidente quanto evitabile, che se maggiormente sfumata potrebbe perdere la sua connotazione macchiettistica.

Split è un buon film di Shyamalan.

Nonostante sia di Shyamalan.

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