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The Hateful Eight

the hateful eight locandinaTu sei… The Hateful Eight, giusto, è il tuo film? Sono il signor Serenate, scrivo recensioni.

TRAMA: Alcuni anni dopo la fine della Guerra Civile americana, otto loschi personaggi si ritrovano in una baita sui monti del Wyoming, bloccati da una tempesta di neve.

RECENSIONE: Ottavo lungometraggio diretto da Quentin Tarantino, The Hateful Eight è uno sporco e ruvido affresco del selvaggio ovest, caratterizzato in particolare da uno spiccato elemento social-politico che veicola in parte un atto di critica nei confronti dell’America e del suo concetto di giustizia.

L’ambientazione temporale lo rende infatti un crogiolo di conflitti di varia natura: in primis l’ovvio contrasto razziale, con il difficile rapporto tra bianchi e neri che viene acuito dal contrasto presente inoltre anche tra bianchi (dell’Unione) e altri bianchi (Confederati).

Coloro che prima erano fratelli uniti sotto la medesima bandiera e la stessa aquila diventano perciò nemici mortali, combattenti in un conflitto interno di sanguinose proporzioni sia materiali che morali, il quale crea una profonda spaccatura sociale dall’impervio risanamento.

the hateful eight scena

Ottimo l’aspetto prettamente tecnico: regia e montaggio riescono ad enfatizzare ogni scena sapendo dove porre l’occhio e come aggregare le immagini tra loro in modo da favorire lo scorrimento del film nelle varie sequenze.
Ritmo lento e posato durante i dialoghi di spiegazione che fungono da background, esplosivo nei passaggi maggiormente improntati sull’azione.

Notevole fotografia di Robert Richardson, soprattutto per quanto riguarda le scelte di luce con il prosieguo della trama e l’esaltazione del sangue o di alcuni dettagli.

the hateful eight scena 2

In The Hateful Eight sono ovviamente presenti gli elementi tipici della filmografia del regista nato in Tennessee: personaggi dalla caratterizzazione quasi stereotipica ma dal tratteggio efficace e dialoghi tanto frizzanti quanto caustici che si prestano ad un ampio citazionismo vengono immersi in una copiosa dose di violenza.

I personaggi di questo film sono i classici characters à la Tarantino: come in un Cluedo brusco e polveroso, ognuno di essi incarna a suo modo una tipica figura del genere western, risultando intrigante senza però costituire un banale copia-incolla di cose straviste, ma scolpendo individui interessanti che lo spettatore possa facilmente individuare.

Non abbiamo i colori ad indicare gli uomini (White, Blonde, Pink…), ma le professioni (Boia, Cacciatore di taglie, Sceriffo, Veterano…) e ciò consente quindi al pubblico di avere davanti agli occhi un gruppo di personaggi piuttosto nutrito ma che non richiede loro eccessivo sforzo di memoria. Tale fattore ha l’importante funzione di diminuire le distanze mentali tra audience e movie, rendendo l’opera più immediata per chi vi assista.

Se vi dicessi che in una magione ci sono sei personaggi sospettati dell’omicidio di un dottore, probabilmente avreste paura di faticare a tenerli presente tutti, ma se io ve li chiamassi Colonnello Mustard, Miss Scarlett, Reverendo Green e via a seguire, lo sforzo svanirebbe.

the hateful eight cast

Dai personaggi si passa ai dialoghi, probabilmente l’elemento più celebre di questo regista e sceneggiatore.

Aspre, offensive, velenose e sarcastiche, le parole che escono dalle bocche dei personaggi sono un florilegio di durezza tagliente così pregna di ironia nera da risultare quasi poetiche, e contribuiscono a tratteggiare alla perfezione le rispettive caratterizzazioni personali.

Non posso citarne onde evitare di fare spoiler, ma alcuni dei racconti esposti durante la pellicola sono difficilmente dimenticabili. Magari non aspettatevi un Ezechiele 25. 17, una filosofia basata sul non lasciare mance o il dilemma dell’essere o meno persuasi, essendo The Hateful Eight come già detto un’opera maggiormente socio-politica, ma sicuramente la sceneggiatura centra l’obiettivo e lascia il segno.

the hateful eight

La violenza, infine, è quella già presentata nelle altre pellicole dalla medesima provenienza: gli esseri umani sono palloncini formati per il 90% da sangue, che zampilla vermiglio da fontane di carne diventate meri contenitori di fluido.

In un’ambientazione fissa che ricorda molto Le iene e che segna nettamente il “dentro” e il “fuori” si hanno otto personaggi in cerca non d’autore ma di guai, ognuno con una storia alle spalle che lo contraddistingue e lo mette in relazione coi suoi compari di abitazione rendendo l’atmosfera elettrica.
Un barile di polvere da sparo dalla miccia sempre più corta che può deflagrare senza preavviso scatenando conseguenze inaspettate.

the hateful eight

Per questo progetto, l’abitante di Taranto ha riunito un ricco cast formato prevalentemente da assidui interpreti delle sue opere e attori-feticcio.

Spicca sicuramente tra gli altri un Samuel L. Jackson particolarmente sulfureo e a cui si devono i maggiori riferimenti alla storia e alla cultura statunitense del passato. Partendo da essi possono essere fatti numerosi collegamenti con la società attuale e la sua idea di giustizia, ed è qui che si vede il tocco di uno sceneggiatore: raccontare il passato per criticare il presente (coff coffManzonicoff coff).

Kurt Russell grizzlesco con la sua figura possente, i suoi occhi glaciali ed i suoi baffi da tricheco, riesce ad infondere un’aura di potenza e di timore intorno a lui, molto efficace per la caratterizzazione del suo Boia.

Ottima prova di una Jennifer Jason Leigh quasi stregonesca, spesso con uno sguardo psicopatico, sfuggente e spiritato che la rende continua fonte di imprevedibilità.

the hateful eight jennifer

Presenti inoltre Tim Roth, che per Tarantino è stato Mr. Orange ne Le iene e Pumpkin in Pulp Fiction, il “solito” dolente Michael Madsen (Victor “Mr. Blonde” Vega e Budd in Kill Bill) e l’ottimo Walton Goggins, nei panni di un Chris Mannix che risulta uno dei personaggi più interessanti del film.

Nel complesso un ottimo film, che riesce ad unire in un efficace connubio una trama interessante, i tratti distintivi del regista e stoccate al fosforo nei confronti di una società che forse, in alcuni aspetti, non è cambiata molto nell’arco di centocinquant’anni.

L’uomo con i pugni di ferro

Ha i pugni nelle mani.

TRAMA: Nella Cina feudale un fabbro americano produce armi per il suo piccolo villaggio; gli eventi però lo costringeranno a difendersi da un incombente pericolo. Ad aiutarlo ci saranno un maestro di kung-fu e uno straniero inglese abile con il coltello.

RECENSIONE: Sponsorizzato da quel mattacchione di Quentin Tarantino, esploso con Le iene e reduce dal successo di pubblico e critica di Django Unchained (416 milioni di dollari di incasso nel mondo, due Oscar vinti), questo film è un arabesco visivo colorato e ignorante, piacevole per gli occhi e all’insegna del disimpegno più totale.

Tra belle fanciulle asiatiche discinte, hip hop stile yowozzapmen? e wuxiapian (cappa e spada in salsa di soia) lo spettatore passa un’ora e mezza leggera e veloce, godendosi combattimenti ben realizzati, un senso della fisica che farebbe rivoltare Newton nella tomba e una sceneggiatura basilare al massimo che serve solo a presentare i vari personaggi e i loro scontri.

Alla regia debutta RZA, che non è una nuova tassa bensì il nome d’arte del rapper Robert Diggs, che aveva fornito a Tarantino diverse canzoni per la soundtrack dei due Kill Bill e dello stesso Django.

In questo film RZA è anche protagonista e sceneggiatore con Eli Roth, quest’ultimo altro compagnone di Tarantino e regista dei due Hostel, pellicole di fattura modestissima la prima e inguardabile la seconda basate sulla pornografia della violenza, che hanno purtroppo contribuito a degradare il rinomato genere horror in filmetti da un’ora e mezza senza arte né parte basati su carneficine tutte uguali.

Come già detto lo script ricalca vari topos come l’amore, la vendetta e l’avidità, tutti trattati in modo diretto e senza tanti fronzoli; dato che L’uomo con i pugni di ferro non è decisamente un film che si va a vedere per la sceneggiatura, questo aspetto è marginale.

A ciò si aggiunge la scelta di indicare la maggior parte dei personaggi con nomi di animali o con professioni: ad esempio i clan sono Lions, Wolves, Tigers eccetera, e il protagonista si chiama Blacksmith, con rimando alle pellicole classiche western dove i personaggi venivano identificati con ciò che facevano, come ad esempio l’Armonica del grandissimo C’era una volta il West

Per quanto riguarda gli attori c’è da dire che il rapper factotum è coadiuvato comunque da un discreto cast, per la gran parte asiatico, in cui spiccano per popolarità due volti notissimi. Il primo è il pingue Russell Crowe, ex Javert ne Les Misérables e prossimo Jor-El ne L’uomo d’acciaio, che si avvia a grandi balzi verso l’obesità e interpreta un personaggio assolutamente sopra le righe e molto carismatico, fornendo spesso spunti comici alla pellicola. La seconda è Lucy Liu, vista in Detachment- Il distaccoche riprende un ruolo simile a quello che aveva in Kill Bill e che porta a casa dignitosamente la pagnotta. 

Buon senso estetico per il sangue e le lotte, spiccano in positivo i curati costumi di Thomas Chong, che aumentano l’estetica del film.

Il protagonista è doppiato da Pino Insegno e Luca Ward come al solito dà la sua calda voce da radio notturna a Russel Crowe; nel film compare in un piccolo ruolo anche il wrestler Batista, riconoscibile perché è l’unico del cast ad avere delle braccia grosse come due mucche.

Girato interamente a Shangai con un budget di 20 milioni di dollari.

Le iene – Cani da rapina

Come una vergine.

TRAMA: Joe Cabot e il figlio Eddie organizzano una banda per compiere una rapina. I sei criminali non si conoscono tra loro e Cabot impone loro una regola ferrea: nessuno deve sapere niente dell’altro, neppure il nome. Tra loro, però, c’è un infiltrato e le cose non filano lisce come dovrebbero…

RECENSIONE: Nato con un budget di 30.000 dollari, poi aumentato grazie al contributo degli attori stessi, questo film del 1992 diretto da Quentin Tarantino (al suo primo lungometraggio) è probabilmente una delle pellicole più famose al mondo.

E a differenza di Avatar ciò non è un male.

Il regista del Tennessee inaugura quindi la sua gloriosa carriera con un film che ha come assoluto punto di forza i dialoghi scoppiettanti, che alternano cultura pop, misoginia, violenza efferata e turpiloquio.
In particolare i primi dieci minuti sono poesia per le orecchie, e in questo aspetto il più famoso Quentin del mondo riesce nel fondamentale obiettivo di rendere le battute realistiche: lo spettatore non osserva dei ragazzacci che parlano o cazzeggiano, ma dei veri dialoghi tra vere persone, risultando partecipe delle loro azioni e non avendo l’impressione di un muro di granito tra lui e “quelli dietro lo schermo”.
Grazie anche ad una quarta parete di carta velina, le lunghe scene parlate non diventano noiose, e l’uso della scenografia come palcoscenico di un teatro (con gli attori che letteralmente vi entrano ed escono) non fa altro che accentuare questo effetto.

Bravissimi tutti gli attori.
Harvey Keitel mantiene sempre serietà e impegno in ogni scena, apparendo come una colonna che sorregge la trama, peccato che negli ultimi anni Moonrise Kingdom escluso si sia un po’ buttato via; noi comunque rimaniamo fiduciosi nel suo ritorno in pompa magna, o almeno in cose di cui non ci si debba vergognare.
Tim Roth è un mostro di bravura e di sofferenza che ritroverà Tarantino due anni dopo in Pulp Fiction e che non era disprezzabile nella recente serie tv Lie to me.
Steve Buscemi e Michael Madsen sono… beh… Steve Buscemi e Michael Madsen: il simil-intelligente sarcastico ma un po’ sfigato e lo psicopatico a cui manca ben più di un venerdì. D’altronde con quelle facce fanno ciò che gli riesce meglio, lunga vita anche a loro!

Elencare tutti i riferimenti di questa pellicola sarebbe una fatica di Sisifo, ma come curiosità si può ricordare che l’idea dei colori al posto dei cognomi è stata presa dal film del 1974 Il colpo della metropolitana – Un ostaggio al minuto.

Uno dei rari film in cui non è presente neanche una battuta pronunciata da un membro del gentil sesso, ma la cosa non pesa ai fini della resa cinematografica: Tarantino dimostrerà il suo amore per l’altra metà del cielo in Jackie Brown, oltre che nella celeberrima coppia di opere con protagonista una vendicativa Sposa.

Django Unchained

La “D” è muta.

TRAMA: Django è uno schiavo che viene affrancato dal dottor Schultz, un dentista tedesco diventato cacciatore di taglie. Insieme cercheranno di liberare la moglie di Django, che si trova in una piantagione gestita dallo schiavista Calvin Candie.

RECENSIONE: Opera numero sette di Quentin Tarantino come regista, il film è un omaggio ai cosiddetti “spaghetti western” (western all’italiana, realizzati da metà anni ’60 a fine anni ‘70), da cui riprende anche il nome del personaggio principale, interpretato da Franco Nero per la regia di Sergio Corbucci nel 1966.

La pellicola ha tutti gli elementi “Made in Tarantino”: ironia talvolta sottile talvolta esagerata, dialoghi e situazioni pungenti, personaggi smussati con l’ascia e orgasmi di violenza; tutto ciò al servizio di un’ottima sceneggiatura (scritta anch’essa da Tarantino, ça va sans dire) in cui i protagonisti e i caratteristi sguazzano beati come limoni tra le cozze ognuno portando avanti il suo percorso, circondati da un’atmosfera western allo stesso tempo ricercata nei costumi e kitsch nei modi.

In mezzo a fiumi di sangue nuotano i due protagonisti Jamie Foxx (che vinse l’Oscar nel 2005 impersonando Ray Charles), nei panni di uno schiavo scatenato (letteralmente) cazzuto e tenero, combinazione che lo rende allo stesso tempo un eroe e un bastardo, trasformandolo da Cappuccetto Rosso a lupo famelico, e Cristoph Waltz (Oscar nel 2010 per il gerarca nazista Hans Landa di Bastardi senza gloria), ironia e raffinatezza al vetriolo unite a sorrisi da cobra, per la seconda volta il regista del Tennessee gli cuce addosso un personaggio sfaccettato e mai banale. All’angolo opposto di questo ring polveroso troviamo Leonardo DiCaprio, che interpreta un ruolo la cui visione è consigliata a tutte le persone che di lui hanno nella testa solo Shutter Island (ottimo film fin per carità, ma perché così osannato dal pubblico a dispetto di tanti altri non si capisce bene) o peggio ancora il Jack di Titanic (sì, si fida di te, Cristo!): come schiavista razzista e psicotico è una meraviglia e un divertimento per gli occhi, per di più se ci aggiungiamo la spalla d’eccezione Samuel L. Jackson, vecchio nero più razzista dei bianchi stessi.

Dopo Jackie Brown, omaggio alla blaxploitation, Tarantino esplora un altro sottogenere a lui personalmente molto caro, e lo fa prendendo in prestito inquadrature (primi piani intensi alla Sergio Leone, tra le altre cose), situazioni e piccole chicche sceniche o di montaggio; il risultato è un ottimo film, divertente e godibile, nonostante il genere di appartenenza non sia più nelle sue decadi migliori. Da segnalare la fotografia di Robert Richardson (3 Oscar della categoria sul groppone) e le musiche, nella scelta delle quali il buon Quentin immagino si sia divertito un sacco.

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