L'amichevole cinefilo di quartiere

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Maleficent

maleficent-posterCosa c’è di peggio delle fiabe Disney?
Le riletture scadenti delle fiabe Disney.

TRAMA: Una strega, offesa per non essere stata invitata al battesimo della Principessa Aurora, scaglia una maledizione sulla piccola.

RECENSIONE: In questo film viene ripresa una delle fiabe più famose del mondo (La bella addormentata nel bosco) trasponendola però in chiave dark, focalizzandosi sull’antagonista e lasciando briglia completamente sciolta all’attrice che la interpreta.

Rileggete attentamente la frase precedente e ditemi:

Come accidenti fa a sembrare un’idea intelligente?!

bella addormentata

Per la regia di Robert Stronberg, ex scenografo e addetto agli effetti visivi qui al suo esordio alla regia (e si vede parecchio), questo film è una porcheria senza arte né parte, che non solo è basata su un presupposto acuto come tagliare un ramo su cui si è seduti, ma che anche esteticamente non ha né mordente, né originalità, né stile.

Così come Cappuccetto rosso sangue (2011), Biancaneve e il cacciatore (2012) e Hansel & Gretel – Cacciatori di streghe (2013), siamo di fronte ad un film bello come l’influenza spagnola, che stravolge una favola con toni più realistici, crudi e darkettoni, mancando però totalmente il bersaglio e portando sugli schermi un prodotto assai scadente.

Si vengono a proporre tutti gli stereotipi del genere dark (fotografia satura, temi cupi e adulti, magia come potente mezzo da usare contro le persone) e tutti gli stereotipi riguardanti l’evoluzione dei personaggi (la buona che diventa cattiva, il tradimento dovuto alla cupidigia, la follia che acceca il cuore degli uomini, l’amore sopra ogni cosa) dimostrando l’assoluta mancanza di un’impronta personale nell’opera.

Maleficent è inoltre penalizzato da un ritmo veloce come Thiago Motta sotto narcotici, dipendente soprattutto da un prologo tanto lungo quanto inutile, che oltre a durare più di un quarto di film (UN QUARTO!) aggiunge moltissime cose tirate per i capelli o campate per aria.

Un po’ alla Noah maniera.

La foresta/brughiera, o come cavolo la chiamano, è un po’ Endor, un po’ Fangorn e un po’ FernGully; la sua completa mancanza di originalità (e dai) è per l’occhio dello spettatore di una piacevolezza a metà strada tra il vedere una collezione di ciabatte (intese come calzature) e una collezione di ciabatte (intese come prese elettriche).

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La sceneggiatura, scritta da Dini, Woolverton e Hancock riesce a…

No, aspetta.

Questa sceneggiatura piena di cazzate l’hanno scritta IN TRE?!?!

Dicevo.

Lo script riesce a rovinare quello scarnissimo della fiaba con aggiunte senza senso, scene alla viva il parroco, reazioni emotive stupide e un generale senso di superficialità e di scarsa cura per ciò che si sta realizzando.
Anche i dialoghi sono stringati, oltre che stupidi come sorprendersi se una macchina ha tre pedali e si hanno solo due piedi.

La parte centrale dell’opera è costituita per lo più da momenti di scialba comicità in stile sit-com di terz’ordine, soprattutto riguardante le sequenze con le tre irritanti ed inutili fate che si prendono cura di Aurora, le cui gag farebbero ridere solo un bambino di quattro anni.
Ubriaco.

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Angelina Jolie è l’unico faro di attenzione del film, il solo aspetto su cui si focalizza la mente dello spettatore.
E questo è male.

Personaggio penalizzato dalla già citata sceneggiatura diversamente intelligente, Malefica è caratterizzata da reazioni umane incomprensibili e stiracchiate; la maggior parte delle azioni che compie paiono francamente casuali e la sua interpretazione è quindi colpita dal Morbo di Johnny Depp (vedere anche alla voce Pirati dei Caraibi), malattia che fa cimentare un attore stranoto in film scarsi per soddisfare la sua sete di protagonismo e trasformismo.

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L’ex Elysium Sharlto Copley è poco più che una psicopatica macchietta, perciò su di lui preferisco non pronunciarmi essendo cattiva educazione parlare degli assenti.

Aurora (interpretata da Elle Fanning) era prima e rimane adesso un personaggio senza nerbo e personalità, una pagina vuota in cui le fanciulle si possono immedesimare (perché poi, lo sanno solo loro) e la cui rappresentazione fisica sullo schermo costituisce poco più di un soprammobile prestanome.

Tipo Twilight, mannaggia alle ragazzine.

In conclusione, un film utile come il due di coppe.

Quando giochi a baseball.

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: Oltre alle schifezze già citate qua e là, l’opera originale della Disney (1959).
E un sacco di film orrendi.

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Biancaneve e il cacciatore

Non il più bel film del reame.

TRAMA: Rilettura gotica della celebre fiaba.

RECENSIONE: Diretto dal regista esordiente Rupert Sanders, questo film delude le aspettative risultando un collage abbastanza scialbo di situazioni che sanno di già visto.

Alcuni pregi comunque li ha: l’interpretazione della bravissima Charlize Theron (Oscar nel 2004 per Monster e nomination per North County- Storia di Josey (2006)) supportata da un gran doppiaggio italiano di Roberta Pellini, sua “storica” doppiatrice, che ne riproduce le modulazioni di voce e i continui cambi di registro; ciò dà vita a una regina forte e allo stesso tempo debole nella sua ossessione per la bellezza, in un gioco di contrasti gioventù-vecchiaia e bellezza-bruttezza con lifting a go-go, che viene rispecchiato anche dall’ambiente circostante; le scenografie sono ben curate, sia quelle aperte nella foresta sia quelle al chiuso dei palazzi, dando veramente l’idea di trovarsi immersi in questi luoghi; infine gli effetti speciali sono per la maggior parte di fattura più che sufficiente.

Oltre a questo, da salvare purtroppo c’è poco: spicca in negativo Kristen Stewart (che conoscono anche i sassi come Bella nella saga di Twilight (2008) e seguenti), la cui impassibilità è paragonabile a quella di un termosifone e che ha sempre la stessa espressione con la bocca dischiusa e gli incisivi in fuori, e dire che ha recitato anche in Panic Room (2002) di Fincher e in Into the wild (2007) di Sean Penn! ; un altro da buttare giù dalla proverbiale torre è il culturista-cacciatore Chris Hemsworth (Thor (2011) e l’allegra reunion dei Supereroi Anonimi dell’anno seguente): che abbia in mano un’ascia o un martello spara-fulmini alla fine è sempre la solita zuppa, con tanti bicipiti e sotto niente; i nani appaiono relativamente poco e sono prevedibili, nonostante gli attori che li interpretano (tra cui Bob Hoskins e Ian McShane), il principe azzurro di Sam Claflin fa da soprammobile e molte scene sono telefonate o ancor peggio sfociano nel ridicolo involontario, grande pecca considerata l’atmosfera dark dell’intera pellicola (sarebbe potuta essere migliore la sceneggiatura dell’iraniano Hossein Amini, che aveva dato buona prova di sé nel gran Drive (2011)).

Dal punto di vista tecnico da registrare il montaggio di Conrad Buff IV già co-montatore per James Cameron; predica nel deserto la grande regina (tanto per restare in tema) dei costumi Colleen Atwood (9 nomination agli Oscar di cui 3 vinti per Chicago, Memorie di una geisha e Alice in Wonderland).

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