L'amichevole cinefilo di quartiere

Articoli con tag ‘Stone’

La La Land

la-la-land-poster-itaBeverly Hills, that’s where I want to be!
Living in Beverly Hills…
Beverly Hills, rolling like a celebrity!
Living in Beverly Hills…

TRAMA: Mia e Sebastian sono due giovani, innamorati e sognatori, che lavorando come cameriera e musicista in un piano bar tentano di soddisfare le proprie aspirazioni artistiche e di arrivare dignitosamente alla fine del mese.

RECENSIONE: Concettualmente parlando, rappresentare una storia d’amore sul grande schermo non è difficile.

Basta prendere un attore caruccio ed un’attrice caruccia, inserirli in una città famosa o comunque facilmente identificabile, circondarli di comprimari tutti più o meno inutili o fastidiosi (i genitori dei due, l’amico gay, l’amica ninfomane, l’anziano/a saggio/a…) e annacquare la brodaglia per la classica novantina di minuti tattica.

Cos’è allora che incide il solco all’interno del genere romantico tra il compitino cinematografico ed il buon film?

L’atmosfera.

la-la-land-coppia

Come scrissi recensendo l’Anticristo, essendo il film un’opera visiva l’atmosfera che riesce a creare è estremamente importante: attraverso di essa infatti si può passare da un’intrattenimento esclusivamente passivo, in cui il pubblico subisce le immagini e la trama derivante, ad un’immedesimazione dello spettatore nel mondo narrativo che si sta dispiegando davanti ai suoi occhi.

Lo spettatore si dimentica di essere davanti a delle immagini in sequenza proiettate in una sala buia.

Si dimentica di assistere a personaggi fittizi interpretati da attori doppiati in una lingua non loro.

Si dimentica della finzione.

E in un film romantico, soprattutto quando esso racconti una storia verosimile senza alcun elemento fantasioso, fantascientifico o irreale, è un aspetto fondamentale, perché la love story è un’esperienza umana generica, può toccare tutti, e quindi azzerando le distanze tra audience e pellicola avviene la sublimazione del rapporto tra l’arte e chi la sta ammirando.

E La La Land ci riesce in maniera ottima.

la-la-land-dance
Attraverso una trama ordinata ma non noiosa, Damien Chazelle racconta una storia fatta di sogno e speranza, che vede protagonisti due giovani innamorati che cercano di far fronte a varie difficoltà legate alle loro ambizioni artistiche.

Il tutto ammantato di un’alone musicale efficace perché gestito in modo consequenziale: non si assiste a stacchi danzerecci fuori contesto o spuntati dal nulla, ma ogni canzone o balletto si inserisce nella storia come diretto passaggio successivo al segmento parlato precedente.
I numeri musicali sono ottimamente orchestrati ed hanno il grande merito di conferire alla pellicola una costante idea di gioia e movimento, a cominciare dalla canzone di apertura eseguita in piano sequenza.

La La Land non è un film statico, in cui si assiste alla costruzione monolitica della narrazione, ma un’opera estremamente cinetica, in cui anche nella sequenza più banale ed ordinaria si percepisce un costante movimento (della camera, dei personaggi, della storia stessa).
Il film quindi non annoia, e scorre costante senza battute a vuoto.

LLL d 12 _2353.NEF

Sapiente anche la fusione tra il sempiterno fascino rétro delle coreografie (oltre ai numerosi rimandi a cinema, musica e ricordi) e la modernità tecnologica conseguente all’ambientazione odierna: va quindi a crearsi un crogiolo il cui sapore ricorda quasi una sorta di opposto estetico dello steampunk, in cui viceversa elementi moderni sono inseriti in ambientazione storica.

Unendo passato e presente alla proiezione nel futuro dei due protagonisti, che inseguono sogni, speranze e progetti, La La Land nonostante contenga precisi riferimenti temporali risulta paradossalmente acronico: conseguenza di tale scelta è che la storia vada infatti a trascendere i limiti del tempo, sdoganandosi da una normale costrizione cronologica ed assumendo una connotazione temporale molto più fluida.

la-la-land-ballando

Detto che le musiche sono azzeccatissime e si integrano ottimamente alla trama, in una love story vestono un’importanza fondamentale gli attori.

Ryan Gosling ed Emma Stone affiatatissimi (alla terza collaborazione in cinque anni dopo Crazy, Stupid Love Gangster Squad), la loro chimica contribuisce enormemente al realismo della pellicola, facendo loro perdere lo status di giovani e famosissimi attori per diventare Sebastian e Mia, aspiranti artisti squattrinati nella città d’oro dell’intrattenimento statunitense.

Gosling (che per prepararsi alla parte ha imparato a suonare il piano in soli tre mesi) grazie alla sua interpretazione dell’appassionato jazzista riesce a far trasparire l’ardore del musicista che crede fermamente nel potere della musica e nelle emozioni che essa veicola.
Sovente in completo, la sua eleganza vestiaria diventa quella del cavaliere galante, che nel mondo delle attuali cafonaggini si trova a medievaleggiare attraverso uno stile musicale da lui stesso definito “morente”, ma che adora in maniera viscerale tanto quanto ama la propria donna.

la-la-land-gosling

Emma Stone è qui di una carineria infinita, ornata di frizzanti abitini monocromatici che risaltano la sua struttura esile.
Tanto dolce ed un po’ svanita quanto determinata a diventare una grande attrice, la rappresentazione dei suoi fallimenti è fonte di grande empatia da parte del pubblico, che la prende quindi facilmente in simpatia.
Sorprendente la maturazione artistica di questa interprete.

la-la-land-stone

La La Land è un film veramente ottimo sotto ogni punto di vista, che contribuisce a rinverdire un genere abbastanza stantio con un’iniezione endovenosa di brio e classe.

Sognante ma non ingenuo, canterino ma non a sproposito, romantico ma non sciropposo.

Consigliato a tutti.

Annunci

The Amazing Spider-Man 2 – Il potere di Electro

the amazing-spider-man-2-il-potere-di-electro-Spider-Man, Spider-Man / He makes the movies a spider can…

TRAMA: Peter Parker vive la sua tranquilla vita quotidiana tra la scuola e Gwen, ormai diventata la sua ragazza. Tutto fino a quando il passato non torna a tormentarlo, con il contemporaneo ritorno di un vecchio amico, Harry Osborn…

RECENSIONE: Seguito di The Amazing Spider-Man (2012), diretto anch’esso da Marc Webb, questo film è purtroppo un’opera piatta, con alcune buone idee che però affondano in una scialbezza generale evidente.

In parole povere, per ogni elemento degno di nota ce ne sono subito dopo almeno un paio malfatti, tirati per i capelli o ridicoli, e da estimatore del primo reboot è per me un vero peccato constatarlo.

Inizialmente la mia paura più grande era la presenza di ben tre nemici: tale aspetto mi provocava un pericoloso déjà vu riguardante Spider-Man 3 (2007), pellicola immonda il cui posto è tra le fiamme dell’Inferno e che è stata utile al rispettivo franchise come Batman & Robin coi suoi bat-capezzoli e bat-carta di credito.

bat carta di credito 

Quanti chiodi devo piantare sulla bara, dottò’?

Il problema principale di The Amazing Spider-Man 2 non sono però tanto i villains (beh anche, ma poi ci arriviamo), quanto non essere riusciti in fase di regia e sceneggiatura a creare una dignitosa spina dorsale che potesse sostenere, oltre ad essi, anche una complicata storia d’amore e i tormenti familiari del protagonista.

So che non è molto critico-oggettivo dirlo, ma a vedere questa pellicola mi sono sentito continuamente “sedotto e abbandonato” da (pochi) notevoli elementi alternati a palesi cazzate, e ciò non può portarmi a una valutazione positiva dell’opera.

La regia di Webb sarà anche efficace in alcune scene di battaglia (aiutata anche dagli ottimi effetti speciali valorizzati dal 3D) ma talvolta calca troppo la mano sull’eccesso e sulla estremizzazione dell’azione.
Non si riesce a riscontrare in cabina di regia uno stile ben preciso, che si limita quindi ad essere un pallido riverbero della regia del primo capitolo, non aggiungendo un nuovo quid a parte forse qualche inquadratura del supereroe a zonzo per la città; tali inquadrature saranno sì magnificenti per l’occhio, ma si rivelano ben presto fini a se stesse, non essendo inserite in un contesto stilistico caratterizzato appieno.

the amazing-spider-man-2-il-potere-di-electro scena2

La sceneggiatura (qui opera di Kurtzman, Orci e Pinkner) conferma di essere il tallone d’Achille di quasi tutti i film della Marvel.

Sì, d’accordo, alcuni elementi sono sviluppati con cura (ad esempio il personaggio di Harry Osborn per quanto didascalico non è stato reso male) ma in altri si richiede da parte dello spettatore una sospensione dell’incredulità veramente notevole, e a meno che non si chiudano occhi e orecchie spegnendo pure un 50 % del cervello le pecche risultano evidenti.

Evidenti mentre si guarda il film, non dopo averci rimuginato sopra e averlo digerito, il problema è soprattutto questo.

Piena di difetti è in particolare la parte legata ai genitori di Peter (preoccupante, sarebbero due geniali scienziati), che nonostante la sua drammaticità risulta a tratti involontariamente ridicola, raffazzonata e inserita tanto per allungare il brodo.
Anche il rapporto tra Peter e Gwen (ma in generale ogni relazione tra un personaggio e l’altro) non è dei resi meglio su pellicola, con scelte e reazioni umane piuttosto stiracchiate, se non casuali, oltre alle già accennate esagerazioni senza senso.

Nonostante la pellicola sia orchestrata in stile casella 16 del gioco dell’oca (“avanza di una casella, poi vai indietro di due”) gli attori non sono neanche tanto male.

the amazing-spider-man-2-il-potere-di-electro scena

Andrew Garfield è ben calato nei panni del supereroe creato da Lee e Ditko nel 1962: credibile sia come Peter Parker (nella sua nuova versione più scanzonata-high tech e meno sfigata-inibita) che come ciarliero supereroe, riesce ad essere simpatico ma non borioso.
Emma Stone dovrebbe essere cazzuta ma scade troppo spesso nel complesso della damigella da salvare, e risulta perciò un character più schematico rispetto al primo episodio.
Più convincente Dane DeHaan (già visto in Chronicle e Come un tuono), il cui Harry Osborn è stato forse raffigurato troppo dandy e fuori contesto ma alla fine della fiera è uno dei pochi a salvarsi.

Come villains abbiamo Paul Giamatti in una breve apparizione nei panni di Rhino (sia benedetto chi ha pensato all’esoscheletro da guerra al posto del costumino grigio attillato con un corno sulla testa) e soprattutto il Puffo Elettrico Jamie Foxx (si scrive “Delectro”, la D è muta).

Quest’ultimo è purtroppo un personaggio sviluppato da cani, risultando lo stereotipo di se stesso: una persona trattata male dagli altri e “invisibile” agli occhi dei più si trasforma in un un banale cattivo “say my name” in cerca di ribalta e fama.
Ciò lo rende una macchietta o poco altro e forza le emozioni dello spettatore nei suoi confronti, dato che esse non nascono spontanee (come dovrebbero) ma vengono provate perché non potrebbe essere altrimenti.

In generale, The Amazing Spider-Man 2 di “amazing” ha ben poco.

Una delusione.

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi: Come al solito, i film della Marvel.
Che iniziano ad assomigliarsi tra loro in maniera piuttosto preoccupante.

 

Gigolò per caso

gigolò per casoSon solo un recensor / scrivo elogi ma anche no / se un film fa schifo, giù accidenti…

TRAMA: Un vecchio libraio che ha appena dovuto chiudere la sua attività decide, per guadagnare dei soldi, di proporre un suo amico fiorista come gigolò e fargli da “protettore”.

RECENSIONE: Scritto, diretto e interpretato da John Turturro (di cui vi consiglio il divertente Romance & Cigarettes del 2005), Gigolò per caso è una delicata favola adulta, che riesce ad essere genuinamente ironica e allo stesso tempo dolce, mostrando reazioni emotive fragili ed intense.

Chiariamo subito un punto: questa pellicola non è (volutamente) realistica.

Abbiamo infatti:

  • Woody Allen come pappone ultrasettantenne (“il più bianco che si sia mai visto” cit. da Kick-Ass 2);
  • Lo stesso Turturro, che con tutto il dovuto rispetto non corrisponde all’archetipo del bell’uomo, nei panni di un apprezzato gigolò;
  • Come clienti del suddetto gigolò la coppia Sofia Vergara – Sharon Stone.

Cioè due che riescono a trasformare ogni appendice maschile in menhir devono ricorrere al sesso a pagamento.
sofia vergarasharon stone gigolò

 

Sicuramente.

Messi così, questi ingredienti potrebbero far presagire di primo acchito una delle più vergognose cazzate che la Settima Arte ricordi.

Si aggiunge infatti un’altra opera ad un filone cinematografico piuttosto scadente che sta avendo la ribalta negli ultimi tempi, ossia quello in cui persone “più che mature” fanno attività tipicamente giovanili, come avviene ad esempio nei recenti Il grande match Last Vegas.
A differenza però di questi ultimi film, intelligenti come sventolare la bandiera serba a Zagabria, Gigolò per caso riesce ad essere una piccola chicca, che nei suoi 90 minuti e spicci intrattiene facendo sorridere e, perché no, riflettere il pubblico.

gigolò per caso scena2

Il vero obiettivo di satira qui non è tanto l’età dei personaggi (che nei film prima citati era oggetto del 99,9 % delle battute), bensì l’ortodossia ebraica, che simboleggia in senso più ampio la chiusura mentale e affettiva, criticata appunto dal film.

La pellicola spinge infatti le persone a lasciarsi andare ai propri sentimenti, vivendo la vita con leggerezza e semplicità, senza badare ai preconcetti che la società impone in maniera talvolta opprimente.

La regia è molto intima, ed è caratterizzata da un gran numero di primi piani. Tale elemento sottolinea la vicinanza voluta da Turturro tra i personaggi e il pubblico, in modo che quest’ultimo possa focalizzare l’attenzione su di loro.
Abbondano quindi anche le scene in interni, che favoriscono tale riduzione delle distanze, mentre nelle poche scene in esterni la macchina da presa mantiene campi stretti non allargandosi a mostrare la città, evocata soltanto con nomi, scorci e piccoli elementi.

La sceneggiatura come già detto non deve essere presa seriamente e in modo pedante, ma come una sorta di fiaba, abbandonandosi alla sospensione dell’incredulità (qui giustificata, a differenza di altre pellicole immonde dove è inutilmente grossa come una portaerei).
Contano qui le emozioni, non i meri  fatti.

gigolò per caso scena

Turturro, accantonati (si spera definitivamente) i Transformers di Bay, dimostra le già menzionate sensibilità e misura anche in ambito recitativo, interpretando il gigolò per caso Fioravante in maniera delicata e quasi sommessa.
La sua recitazione è un sussurro, non un grido, e questo contribuisce alla curiosità dello spettatore, che vuole più dettagli sulla sua persona e prova una dolcezza mista ad empatia nei suoi confronti.

Woody Allen, che non recitava in film diretti da altri dal 2000 (Ho solo fatto a pezzi mia moglie, regia di Alfonso Arau), è qui nei panni del suo solito personaggio-feticcio: l’intellettuale ebreo sarcastico e balbettante.
Cioè se stesso.
Nonostante reciti più sopra le righe rispetto a Turturro riesce a contenersi mantenendosi nel “non protagonismo”, cosa che giova al film.

Il trio di donne è di tutto rispetto.
La Stone e la Vergara (meravigliose, complimenti alle mamme) come clienti hanno una presenza limitata per ciò che concerne lo sviluppo della storia e fanno la loro parte con brio e gusto.
E per chi ancora non abbia capito, sì, sono due gnoccone atomiche.
Vanessa Paradis segue la scia di Turturro come remissione e costrizione del proprio ruolo, risultando ancor più sotto le righe del collega.

Ottima colonna sonora, in cui spiccano Canadian Sunset di Gene Ammons e Tu si na cosa grande cantata dalla stessa Paradis.

Carino.

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: Dello stesso regista Romance & Cigarettes (2005), mentre sul tema “maschi in vendita” Un uomo da marciapiede (1969) e il sempiterno American Gigolò (1980).

Comic Movie

comic movie“Comic”?

TRAMA: Film a episodi. Un gruppo di famosi attori hollywoodiani si cimenta con un film dalla struttura a incastro il cui tema principale è l’eccesso di comicità e la presenza di situazioni assurde.

RECENSIONE: Quando ho saputo della sua uscita ho pensato: “Perché il titolo originale Movie 43 è stato tradotto in Comic Movie, che richiama le scadenti parodie americane su vari generi della cinematografia? Sicuramente è stata colpa dei soliti distributori italiani idioti che stravolgono i titoli delle opere al solo fine di richiamare il pubblico. Considerato il grande e notissimo cast questo film sarà sicuramente meglio rispetto a quelle pellicole.”

Sono un coglione.

Comic Movie è una delle peggiori porcherie che io abbia mai avuto la sfortuna di vedere. Un concentrato di volgarità, assurdità di dubbio gusto e centinaia di riferimenti a funzioni corporali che costituiscono una struttura a segmenti pieni di gag scatologiche francamente imbarazzanti.

L’intento della pellicola quale sarebbe, di grazia? Mostrare allo spettatore quanto in basso si può spingere l’élite hollywoodiana quando i suoi membri hanno voglia di far prendere una vacanza al cervello?

L’unico episodio che può risultare accettabile (pur con cadute di stile notevoli) è quello che fa da collante al tutto, ossia il disperato Dennis Quaid che cerca di far realizzare il suo demenziale e improponibile film al produttore Greg Kinnear. A intervallare questa cornice si hanno spezzoni orrendi, dove la presunta satira socio-culturale è piegata “more ovis” ad esigenze dettate da una comicità di bassissimo livello, che a lungo andare risulta persino fastidiosa.

Per cui abbiamo la ripetitività degli appuntamenti al buio, che stanno alla base di tre sketch (semplicemente deprimente quello dei supereroi), problemi di coppia farlocchi, episodi sulla tecnologia e sul ruolo che ha sulla vita di tutti i giorni eccetera. Ovviamente tutti virati verso una squallida farsa.

Un peccato, perché realizzare un film con un forte contenuto ironico su questi temi, con a disposizione un cast sulla carta eccezionale, avrebbe potuto essere una bomba. A patto ovviamente che l’ironia fosse sottile.

Sul sito Rotten Tomatoes ha un punteggio del 4% con un voto medio di 2,3 / 10.

Inguardabile.

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: Tutti i film che finiscono per Movie: Scary, Epic, Hot, Disaster e varie parodie per ritardati. Buttatevi sul duo Friedberg-Seltzer, praticamente.

Le belve

Roarrr.

TRAMA: Due amici di Laguna Beach conducono una vita idilliaca coltivando marijuana. Quando la ragazza di cui entrambi sono innamorati viene rapita dal cartello della droga della Mexican Baja, che vuole imporsi nella loro attività, i due iniziano una battaglia senza esclusione di colpi.

RECENSIONE: Film di Oliver Stone (Platoon (1986), Wall Street (1987), Assassini nati (1994), W. (2008)), tratto da un libro di Don Winslow, è un buon film con molto sole, molto sangue e che non fa rimpiangere i bei tempi andati in cui Clint Eastwood se ne andava a zonzo per gli Stati del Sud massacrando torme di messicani, popolo che cinematograficamente parlando è stato quasi sempre rappresentato con lo stereotipo “burrito, droga e maracas”, facendoceli sempre risultare un po’ simpatici per affinità di interessi. La pellicola è un misto di azione (alcune sequenze sembrano prese da Bad Boys), thriller e poliziesco in piccole dosi, con il risultato che, nonostante il V.M. 14, può attirare un pubblico relativamente eterogeneo; la sceneggiatura non sarà se vogliamo il massimo dell’arte immaginifica, ma sorretta da molti personaggi (interpretati da attori più o meno noti) riesce a portare avanti 130 minuti circa in modo più che sufficiente. I protagonisti sono Taylor Kitsch (protagonista di John Carter e Battleship nel 2012, rispettivamente un film debole e un insulto), che ha le physique du role ed è credibile nonostante interpreti uno dei personaggi meno sfaccettati del film, e Aaron Johnson (giovane John Lennon in Nowhere Boy (2009) e divertente protagonista del bel Kick-Ass (2010)) con un personaggio più interessante rispetto al compare di merende e che ha il potenziale per diventare un ottimo attore, ammesso e non concesso che non si perda in cazzate tipo Shia LaBoeuf (Transformers e seguiti, Indiana Jones e il regno dei teschi di cristallo, il gran visir delle puttanate). La partner femminile è la bionda cavallona da monta Blake Lively (protagonista della serie tv Gossip Girl e di Lanterna Verde (2011), un obbrobrio che farebbe impallidire un viso pallido), con cui Oliver Stone non sarà riuscito nel miracolo di Cronenberg con Pattinson in Cosmopolis, cioè dare espressività a un morto, ma almeno è un paio di tacche sopra la marmoreità facciale, diciamo tipo Megan Fox ma meno pornostar e più attrice. Salma Hayek (nomination all’Oscar nel 2003 per Frida), il buon Benicio Del Toro (un sacco di bei film, tra cui il grande I soliti sospetti (1995)) e John Travolta (non male in un ruolo un po’ diverso dai suoi soliti) sono le star in ruoli minori che recitano senza dare l’impressione del “devo farlo, ho un mutuo a Beverly Hills” e questo è già un punto a favore loro e del film. Aspetti tecnici come la fotografia e il montaggio sono affidati a professionisti già avvezzi a lavorare con Stone, rispettivamente il fotografo Daniel Mindel, il cui lavoro non mi è dispiaciuto anche se forse avrebbe potuto sbizzarrirsi di più aiutato dai paesaggi, e Joe Hutshing (con in cascina due Oscar vinti per Nato il quattro luglio (1990) e JFK – Un caso ancora aperto).

The Amazing Spider-Man

TRAMA: Peter Parker, abbandonato da piccolo e cresciuto dagli zii, inizia a indagare sulla scomparsa dei genitori; esplorando un laboratorio dove lavora lo scienziato Curt Connors, ex collega di suo padre, viene morso da un ragno geneticamente modificato e ne ottiene le abilità. Peter, assunta l’identità di Spider-Man, si ritroverà contro il mostruoso alter ego di Connors, Lizard.

RECENSIONE: Da grandi aspettative derivano grandi responsabilità, e questo film le soddisfa bene. Reboot della saga, con un cambio radicale di cast tecnico e attori principali: regia di Marc Webb (che sostituisce Sam Raimi), il cui unico film precedente è (500) giorni insieme (2009) ma che ha alle spalle tantissimi videoclip musicali per Green Day, Maroon 5, Weezer, My Chemical Romance e altri; sa dosare bene la regia sia nelle scene di auto a penzoloni da un ponte sia in quelle in cui i due ragazzi flirtano a spron battuto.

Come protagonista via il legnosissimo Tobey Maguire, dentro lo smilzo Andrew Garfield (Leoni per agnelli (2007), Parnassus – L’uomo che voleva ingannare il diavolo (2009), amico abbandonato da Jesse Eisemberg-Zuckemberg in The social network (2010)), che rispetta il fumetto originale interpretando uno Spider-Man giovanile, ironico e molto atletico, come anche un Parker sfigato e imbranato il giusto, senza esagerare; tutto questo contribuisce ad una immedesimazione maggiore dello spettatore nel personaggio e questo dà l’acqua della vita al film. La sua nuova partner è Emma Stone (The Help, Benvenuti a Zombieland) che fornisce allo stesso tempo determinazione e dolcezza al suo ruolo facendolo diventare quello di ragazza con gli attributi e non una semplice spalla femminile da salvare. Il villain è Rhys Ifans (divertente Spike in Notting Hill (1999), e dj in I love radio rock (2009)), che con i personaggi fuori di testa va a nozze, e infatti qui è un mad scientist a sangue freddo con due caratteristiche spaventose: diventa una lucertola bipede alta tre metri e, soprattutto, ha la voce di Pino Insegno, che di solito non mi dispiace (come doppiatore ovviamente) ma con questo personaggio non ci azzecca un tubo.

Sceneggiatura di Steve Kloves (sceneggiatore dei film della serie di Harry Potter) e James Vanderbilt (sceneggiatore per Fincher in Zodiac tra le altre cose), che hanno il grande merito di dare una sceneggiatura almeno decente ad un film supereroistico che non sia su Batman (per la serie “La cineteca degli orrori” andare a rivedere Capitan America, Lanterna Verde, Daredevil o The Avengers); buone e adatte al film le musiche del prolifico James Horner (due premi Oscar per Titanic e 10 candidature ai medesimi).

In conclusione questo film è un reboot che in partenza costituiva un salto dal decimo piano senza paracadute ma che si è rivelato poi una scommessa vinta; annunciata una probabile nuova trilogia, questa serie non sarà la controparte del Batman di Nolan ma forse anche la Marvel ha finalmente il suo “eroe”.

Tag Cloud