L'amichevole cinefilo di quartiere

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Ready Player One

Nerd: persona attratta dalla scienza e dalla tecnologia e poco incline alla vita di relazione.

Geek: termine inglese per indicare una persona con un eccessivo entusiasmo in un certo campo di interesse

TRAMA: 2044. In una Terra devastata da guerre, carestie e carenza di risorse naturali, l’unico modo per evadere da una realtà troppo dura e triste è accedere a OASIS, una comunità virtuale dal potenziale infinito.
Alla sua morte, il creatore di OASIS decide di mettere in palio la comunità tra i suoi frequentatori: OASIS sarà di chi risolverà una complicata serie di enigmi e supererà alcune prove.

RECENSIONE: Tratto dal romanzo omonimo di Ernest Cline, Ready Player One è un’opera votata al puro intrattenimento, che pesca a piene mani nella cosiddetta “pop culture” ed arrivando in questo modo alle menti e ai cuori di più generazioni.

Ciò non lo rende un film.

Lo rende Disneyland.

Le scorrevolissime due ore e venti sono infatti incapsulate in una fiumana di citazioni visive e parlate relative a film, canzoni e persino alimenti pop, nerd o geek, in modo da permettere agli spettatori di ogni età di riconoscerne almeno qualcuna (molte sono immediate e veramente celebri, a favore della inclusione e della democraticità), calamitando così il pubblico e rendendolo partecipe di un’avventura che va a sfiorare più o meno blandamente elementi che loro conoscano.

Una trama nella sua essenza piuttosto semplice (i giovani buoni e idealisti contro la corporazione malvagia ed avida) si dipana seguendo le vicende di personaggi aventi un peculiare rapporto con un mondo virtuale dal potenziale infinito.


Si ha di conseguenza anche un interessante confronto tra la realtà materiale e quella visivo-mentale, con la prima che assume un ruolo di trampolino per la seconda, come un passaggio dal Kansas in bianco e nero al fantastico mondo di Oz; pur in un’ottica comunque leggera e di entertainment, vengono lasciate sul terreno come briciole di pane di Pollicino alcune tematiche interessanti relative al nostro rapporto con la virtualità, che possono ben agganciarsi anche a quello esistente con i social network più celebri.

Se la mia vita reale fa schifo, isolarmi in un mondo virtuale dalle infinite possibilità, ma finto, è una naturale e pacifica conseguenza dello spirito di autoconservazione oppure bisognerebbe prestare particolarmente attenzione al mantenimento della distinzione tra il me reale e quello informatico?

Io ed il mio avatar siamo ontologicamente uguali?
Quello che scrive recensioni su un blog e quello che si alza alle sei della mattina per andare a lavorare sono la stessa persona?

Il ragazzino delle medie che se la cavicchia a scuola e AssD3str0y3r che insulta pesantemente le madri dei suoi avversari a Call of Duty sono la stessa persona?

L’esplicito focus sull’intrattenimento non è però solo il maggiore punto di forza di Ready Player One, ma anche purtroppo il suo più stringente limite.

A parte qualche sequenza di notevole expolit visivo, infatti, (non mi vergogno a dire che ad alcune scene ho vomitato arcobaleni) il prodotto non cerca un approccio più specificatamente qualitativo, (fattore invece presente in altri film di Spielberg comunque leggeri e per famiglie, come E.T. o Incontri ravvicinati del terzo tipo), ma si adagia forse troppo sul pop e sul piacere indirizzato ai fan di quel “mondo nerd” salito forse sin troppo alla ribalta negli ultimi anni grazie a serie tv ed altri media.

Le domande ed i concetti teorici che ho precedentemente espresso infatti non vengono esplorati a dovere, rimanendo precipuamente nel conflitto tra la condivisione di un’esperienza accessibile a tutti e l’antagonista compagnia d’affari megagalattica che vuole invece introdurre servizi a pagamento e pubblicità.

Un peccato, perché sono ottimi assist non sfruttati.

Tye Sheridan (Ciclope nel reboot degli X-Men) e Olivia Cooke, pur essendo abbastanza diversi IRL alle loro controparti cartacee (Wade nella prima metà del romanzo è obeso) riescono ad offrire una prova recitativo medio-discreta, utile comunque nell’incarnazione di ragazzi idealisti per cui il pubblico giovane possa provare empatia.

Ben Mendelsohn si conferma uno che “dove lo metti sta”, nei panni di un cattivone bidimensionale comunque adeguato alla già menzionata struttura narrativa abbastanza semplice.

Summa di un movimento, di una raison d’être o di una semplice connotazione socio-culturale, Ready Player One può divertire gli appassionati senza trascurare i casual.

Un simpatico giro sulla giostra del pop.

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Pillole di cinema – Il ponte delle spie

il-ponte-delle-spie locandinaHe’s never caught one spy untold
He’s never even caught a cold
Got his degree from Disney Land
But he’s the last of the secret agents
And he’s my man.

TRAMA: Tratto da una storia vera. Un avvocato americano si ritrova al centro della guerra fredda quando gli viene assegnato l’incarico di negoziare il rilascio di un pilota il cui aereo spia U-2 è stato abbattuto sopra l’Unione Sovietica.

PREGI:

– Basi: La buona (o pessima) qualità di un film dipende principalmente dal suo “manico”, ossia dal connubio regia-sceneggiatura, che si incanala poi nell’interpretazione degli attori.

Nonostante il cast venga considerato dal grande pubblico come l’elemento cardine per determinare se i soldi del biglietto siano stati ben spesi o buttati nel water, esso è un tramite (necessario ed indispensabile, ovviamente) dell’ossatura dell’opera.

Per quanto capace, un attore difficilmente può risollevare più di tanto il livello di un film mediocre, ed è quindi basilare che le fondamenta della pellicola siano realizzate con cura.

Qui lo sono: la regia dimostra un uso di camera sapiente, riuscendo ad optare per una scelta di inquadrature funzionale ai vari segmenti narrativi, e la sceneggiatura (ad opera dei fratelli Coen) dimostra una apprezzabile solidità narrativa.

il ponte delle spie processo

– Tom Hanks: Alla sua quarta direzione da parte di Spielberg l’attore californiano offre una prova maiuscola, interpretando un personaggio tutto d’un pezzo che riesce a farsi apprezzare dallo spettatore senza però risultare esageratamente candido, ma mantenendosi quindi realistico e “vero”.

Il suo James B. Donovan è un legale il cui unico obiettivo è la difesa dei propri clienti, indipendentemente da chi essi siano, e che cerca di adoperarsi al meglio per far sì che i diritti umani e le tutele giuridiche vengano garantiti a dispetto delle cornici situazionali storiche o sociali.

Nel nostro adattamento Hanks è stato ottimamente doppiato da Angelo Maggi, la cui voce si fonde apprezzabilmente con l’espressività dell’interprete creando un efficace rapporto voce-volto e giovando all’ascolto del film in lingua italiana.

il ponte delle spie naks

– Atmosfera: Quanto è importante questo elemento in un film storico…

Ne Il ponte delle spie si percepiscono la fragilità e la tensione dovute ai tesi rapporti tra Stati Uniti, DDR e URSS, trasmettendo allo spettatore una costante ansia unita alla penetrante sensazione di insicurezza per le sorti dei protagonisti.

Questa atmosfera, corredata da una fotografia cupa e gelida, contribuisce ad immergere un pubblico anche digiuno di conoscenze storiche nella complicata realtà di una città spaccata in due e nella difficoltà di mantenere una delicata tregua tra le superpotenze.

il ponte delle spie muro

DIFETTI:

– “Solito” Spielberg: Non è propriamente un difetto, perché ogni regista ha un proprio stile sia narrativo che meramente visivo (ed è giusto sia così, al contrario ci sarebbe troppa monotonia cinematografica), ma è lampante che anche in questa sua ultima opera l’occhio di uno spettatore attento possa notare alcune firme distintive del regista nato in Ohio.

Dall’amore per la ripresa di dialoghi focalizzati su temi ampi e generali (qui la giustizia), ai movimenti di macchina per seguire gli spostamenti dei personaggi facendo scaturire attraverso essi reazioni emotive o al feticismo per le lampade e le illuminazioni intense, se non siete tra gli estimatori di questo director preparatevi.

bridge-of-spies-tom-hanks

Consigliato o no? Assolutamente sì. Il ponte delle spie è un ottimo film sotto ogni punto di vista, ben costruito e che dimostra una credibile ricostruzione storica.

Jurassic Park

jurassic“Darwin” chi?

TRAMA: Il miliardario John Hammond è riuscito, grazie a sofisticati esperimenti genetici, a clonare molte specie di dinosauri. Il suo obiettivo è creare un parco divertimenti su un isola al largo della Costa Rica, e per farlo vi invita degli scienziati in modo che possano ammirare la sua opera.

RECENSIONE: Film del 1993 diretto da Steven Spielberg, che con questa opera ha fatto la gioia di milioni di bambini in tutto il mondo cresciuti con l’amore per i bestioni preistorici, ma soprattutto delle imprese di merchandising che si sono scandalosamente arricchite vendendo giocattoli, abbigliamento, materiale scolastico e preservativi raffiguranti dinosauri.

Liberamente tratto dall’omonimo romanzo del 1990 di Michael Crichton, che ha collaborato alla stesura della sceneggiatura, questo è un buon film che a differenza dei due seguiti sa alternare i momenti di stupore e magia di fronte alle creature a sangue freddo e quelli più orrorifici e di tensione; questo aspetto si perderà già a partire da Il mondo perduto del 1997, in cui verrà schiacciato pesantemente il piede sul pedale della violenza e dello spavento.

La regia di SS è funzionale ai notevoli effetti speciali, che a distanza di vent’anni ancora reggono, e il paesaggio delle Hawaii, dove sono avvenute le riprese, rende le panoramiche e i campi larghi spettacolari, contribuendo anche ad amalgamare i dinosauri con l’ambiente. Da notare anche il parallelismo delle scene di azione negli ambienti chiusi, in cui sono utilizzati primi piani o in generale inquadrature più strette per accentuare l’elemento claustrofobico.

La sceneggiatura, alla quale come già detto ha contribuito Crichton, è di David Kloepp, ed è strutturata in modo semplice e lineare: ad ogni evento corrisponde la sua conseguenza, e ciò non fa perdere l’attenzione, che visto il genere del film è per forza orientata ai rettili. Considerando che Kloepp anni dopo scriverà la “sceneggiatura” (le virgolette sono d’obbligo) della fetecchia Indiana Jones e il regno dei teschi di cristallo ci si può tranquillamente accontentare.

Bravi gli attori, a cominciare da Sam Neill buon protagonista tutto d’un pezzo e chioccia suo malgrado; Laura Dern cazzuta e in gamba, anche se forse con un personaggio troppo “urlato” e “urlatore”; Jeff Goldblum come matematico macchietta è simpatico in questa versione da non protagonista, e da lui dipende la maggior parte dell’ironia del film, aiutato anche dalla voce di Roberto Chevalier.

Il lato scientifico di questo film fa ridere i polli (zanzare che sono state intrappolate nell’ambra subito dopo aver succhiato il sangue a un dinosauro, conservandosi fino a noi per milioni di anni talmente bene da poter estrarre il DNA dal sangue succhiato? Come no, pieno così!) ma da qualche parte c’era pure da tirare fuori il plot. Tanta grazia che non abbiano ricorso alla magia pagana centroamericana per farli risorgere tipo zombie (Romero sarebbe stato contento, la National Academy of Sciences americana probabilmente meno).

È diventato nel bene o nel male un cult ed è stato uno dei primi film con un massiccio uso della computer grafica, cosa che gli ha fruttato un Oscar oltre a quelli per il sonoro e il montaggio sonoro (questi ultimi grazie al guru Gary Rydstrom che nel complesso ne ha vinti sette). Epico e allo stesso tempo ingenuo, nella enorme categoria dei blockbuster Jurassic Park può vantarsi di essere molto meglio rispetto a titoli usciti quindici anni dopo.

Lincoln

Almeno non ci sono i vampiri.

TRAMA: Col volgere al termine della Guerra di Secessione americana il presidente degli Stati Uniti Abramo Lincoln deve affrontare il problema dell’abolizione della schiavitù all’interno del Gabinetto dell’Unione.

RECENSIONE: Per la regia numero trentatré del prolifico Steven Spielberg, grande boss della cinematografia yankee con quattro premi Oscar sul groppone e la media di due pellicole ogni tre anni, questo film è una notevole biografia iper-patriottica imbastita apposta per fare incetta dei premi dorati a forma di uomo calvo armato.
Gli elementi per riuscire (teoricamente) in questa impresa ci sono tutti: un regista di spicco, una vasta e dispendiosa produzione con accurate ricostruzioni d’epoca e la coppia d’assi formata da uno dei migliori attori viventi e dalla sua interpretazione di un personaggio storico conosciuto anche dagli zulù, promotore di un evento epocale.

Daniel Day-Lewis (cinque nomination agli Oscar compresa questa, di cui due vinti) interpreta infatti il sedicesimo presidente americano in modo veramente notevole per quanto riguarda gestualità, espressioni ed eloquio, quest’ultimo purtroppo guastato in sede di doppiaggio dalla voce di Pierfrancesco Favino, non attinente al personaggio (ed è un peccato che un attore come Day-Lewis non abbia un doppiatore italiano ufficiale).
Canonico anche mostrare il volto umano oltre il politico, attraverso il rapporto con la combattiva moglie Mary e il figlio Robert (rispettivamente Sally Field e il lanciatissimo Joseph Gordon-Levitt) e buona scelta degli attori di contorno come David Strathairn e Tommy Lee Jones.

Dal punto di vista tecnico presenti i fedelissimi di Spielberg, anch’essi pluripremiati: buona fotografia di Janusz Kaminski (due Oscar vinti), montaggio di Michael Kahn (tre), musiche di John Williams (cinque!) e scenografie di Rick Carter (uno).

Tutto oro quello che luccica, quindi? Non proprio, le note dolenti ci sono.

La prima è che nella sceneggiatura del drammaturgo Tony Kushner (che ritrova Spielberg a sette anni da Munich) è presente un’enorme mole di personaggi, probabilmente conosciutissimi dagli americani ma che per il pubblico a est dell’Atlantico possono essere poco individuabili: in qualche caso si ha l’impressione di avere di fronte un individuo ai fini della trama utile come un cucchiaio bucato.
Ciò tende a rendere Lincoln un film di americani realizzato da americani per gli americani (parafrasando il celebre discorso di Gettysburg), cosa che potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio.
Inoltre bisogna anche considerare l’immancabile retorica del film (seconda grossa pecca), utile per ingraziarsi gli spettatori e conferire un alone di santità al protagonista.

In conclusione un film buono ma non ottimo, che potrebbe entrare alla premiazione degli Oscar con la delicatezza di un bulldozer ma forse non avere il successo che ci si aspetterebbe sulla carta.

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