L'amichevole cinefilo di quartiere

Articoli con tag ‘serie tv’

After Life – Serie tv


«Papà dice che sei triste da quando zia Lisa è morta».
«Sì».
«Anche io. Sai che la sogno qualche volta?»
«Anche io».
«Perché i dottori non l’hanno curata?»
«Ci hanno provato».
«Perché Gesù non l’ha salvata?»
«Perché è uno stronzo».

Dopo la morte della moglie per un cancro, un uomo cade in depressione. Non trovando nessuna gioia nel vivere e abbattuto da continui pensieri suicidi, decide di passare le giornate a dire tutto quello che gli passa per la mente.

Scritta, diretta ed interpretata dal comico britannico Ricky Gervais, After Life è una serie tv di genere dramedy in cui le poche risate amare fanno da contorno ad un sottotesto di malinconia e introspezione.


Esiste un vero e proprio senso all’esistenza?

Perché continuare a vivere quando il nostro più grande amore non c’è più?
Perché piegarsi a convenzioni sociali inutili e stupide quando ciò che veramente desideriamo è la morte?

Attraverso un personaggio (che si è) scritto su misura per lui, Gervais propone un prodotto mesto ma deliziosamente cinico, il cui scopo non è abbattere il morale dello spettatore solo per il gusto di esporlo ad una tetra e cruda realtà, ma metterlo di fronte a come vengano gestite situazioni di vita comune da chi non sente di avere più nulla da perdere o per cui trattenere il proprio sarcasmo.


Ogni incontro, ogni esperienza, ogni piccola inezia della quotidianità è un’occasione per rimarcare la stupidità intrinseca di tali incroci; la nostra vita è il risultato di una somma lunga anni di innumerevoli momenti apparentemente privi di profondità, il cui significato risiede solo nel piccolo o grande valore che ognuno di noi conferisca agli stessi.

La perdita di una persona amata è irreversibile, e chi ha subito un lutto non può trovare la felicità in un ritorno materialmente impossibile: la gioia, se davvero desiderata, va ricercata in altri lidi emotivi e materiali, ma ciò deve giocoforza comportare un difficile abbandono al passato per affidarsi ad un ignoto futuro.


È proprio questo che il protagonista, Tony, non riesce a fare. Il ricordo della moglie, deceduta circa un anno prima, è ancora troppo vivido e potente da permettergli di proseguire nella propria esistenza, e ciò lo porta ad un opprimente desiderio di morte che egli razionalizza con semplicità e chiarezza.


Interessante da questo punto di vista il parallelismo tra Tony e l’anziano padre, il cui Alzheimer gli impedisce i ricordi.

Tra il figlio che non vede per sé un futuro ed il padre che non vede con chiarezza il passato viene rappresentato un rapporto basato su dialoghi brevi ma ricchi di significato, la cui diametralità introspettiva è ben coadiuvata dall’infermiera della casa di riposo per anziani, uno dei pochi personaggi a tener testa al cinismo di Tony.


Pregevole è anche la presenza di alcuni side characters che non si limitano ad esporre ottusamente opinioni personali sceme, ma si relazionano con il protagonista dal punto di vista di chi si ritrovi a fianco di qualcuno così ossessionato dalla propria morte.


La razionale brutalità di Tony non discende sul mondo come le Tavole della Legge, pur essendo il suo un personaggio strabordante per spazio e complessità rispetto agli altri, ma trova una sua ragione di confronto anche nelle altre figure.


In un cast di contorno ovviamente Gervais-centrico, riconoscibili dai fan de Il trono di spade sono il padre del protagonista, interpretato da David Bradley (Walder Frey nella serie di HBO) ed il bizzarro psicologo di Paul Kaye (ex Thoros di Myr).


Stile un po’ particolare, ma consigliata.

Good Omens

Buona Apocalisse a tutti!

TRAMA: Nel 2019 le forze del Paradiso e le potenze infernali hanno deciso di scatenare l’Apocalisse. Il demone Crowley e l’angelo Azraphel, rappresentanti delle rispettive fazioni sulla Terra e ormai affezionati alle usanze umane, si alleano per scongiurare la fine del mondo.

RECENSIONE:

Basata sull’omonimo romanzo di Terry Pratchett (romanzi del “Mondo Disco”) e Neil Gaiman (American Gods, Coraline), Good Omens è una dolcissima meringa ricoperta di cannella.

Estremamente brillante nei toni e nella esposizione narrativa, grazie ad un felice matrimonio tra lo humour inglese e la dissacrante capacità di prendere poco sul serio argomenti da molti considerati tabù, questa serie televisiva di Amazon Prime Video, tratta dal romanzo del 1990 arrivato in Italia come Buona Apocalisse a tutti!, risulta una boccata d’aria fresca, ideale per qualche serata simpatica e disimpegnata senza però abbandonarsi alla più becera stupidità.

Uno dei punti di forza maggiori dell’opera è sicuramente l’umanizzazione di figure angeliche e demoniache: essa provoca infatti un impatto decisamente maggiore nello spettatore rispetto al ruolo in cui siamo abituati a immaginarci tali esseri, e la rivalità tra le forze di Paradiso e Inferno risalente agli albori dei tempi assume i toni quasi di schermaglia tra due vicini di casa che mal si sopportino.

Ciò è conseguenza di molte soluzioni narrative simpatiche ed ingegnose, che traspongono la più classica delle battaglie tra Bene e Male in una vicenda dai toni surreali e sopra le righe, vista però quasi con piacevole distacco da un narratore/Padreterno brillante e deliziosamente raffinato.

Se angeli e demoni rievocano i “bei vecchi tempi andati” tanto di eventi biblici (il Diluvio Universale) quanto di fatti storici (Rivoluzione francese), la serie è brava nel generare parecchi piccoli momenti riflessivi nello spettatore, utilizzando dettagli apparentemente insignificanti e dalla breve durata per instillare il germe del ragionamento.

Ottima l’intesa tra i bravissimi Michael Sheen e David Tennant.

Il primo nei panni dell’angelo Azraphel dimostra una volta di più quanto bravo possa essere se gli si affida un copione perlomeno decente; più umano degli umani, con una rappresentazione garbata ma non macchiettistica dell’apprezzamento per i piaceri eleganti della vita (il buon cibo, la cultura, la danza), egli mostra quanto la bontà debba essere accompagnata ad un godimento dell’esistenza terrena che giocoforza non può sposarsi con il mero e distaccato ascetismo tipico delle figure angeliche.

Il secondo, che con l’età sta sempre più assumendo le sembianze di Bill Nighy, è perfetto nell’incarnare un demone piacione, sarcastico e dandy.
Una figura immediatamente carismatica che però non viene naufragata dalla sceneggiatore in un mero elogio al Male: oltre che per una cattiveria piuttosto all’acqua di rose, la malvagità di Crowley è più legata ad una praticità spicciola (la creazione di una superstrada volutamente mal realizzata in modo da far imprecare gli automobilisti) piuttosto che un odio estremizzato e violento.

Attraverso questi due personaggi, il Bene e il Male si associano come yin e yang, dimostrando di essere due facce della stessa medaglia e rappresentando sul piccolo schermo un’amicizia tanto improbabile quanto stimolante ed interessante da seguire.

Piccoli ruoli e comparsate varie per Jon Hamm, arcangelo Gabriele pragmatico e poco incline ai compromessi, Frances McDormand, Brian Cox e Benedict Cumberbatch, questi ultimi voci rispettivamente di Dio, della Morte e di Satana.

Grazie ad una durata contenuta (sei puntate da cinquanta minuti circa), la serie si presta inoltre al binge watching, permettendo quindi allo spettatore una fruizione intensiva se non abbia la pazienza di diluirla nel tempo.

E solo tanto amore per l’uso dei Queen nella colonna sonora.

Consigliata.

Black Mirror, Stagione 5

Ci ho riflettuto molto ultimamente.

No, per favore, lasciami parlare.

È già difficile così.

Ci ho pensato davvero tanto a questa cosa, perché non volevo dare giudizi affrettati: abbiamo passato un sacco di bei momenti insieme e credimi, non li sto dimenticando né tralasciando.

Non VOGLIO dimenticarli.

Ma mi sono reso conto che tu sei cambiato.

E io così non posso continuare.

Non dopo tutto il bel tempo trascorso insieme.

Per rispetto di ME. Ma anche per rispetto di NOI.

MI ricordo ancora quando si parlava di serie tv: alcuni preverivano un branco di nerd con battute idiote, altri invece adoravano il Medioevo, con i suoi troni, le sue tette e le sue spade.

Io non ero come loro. Io avevo te.

Ed era speciale.

Era più che speciale era davvero… magico: il Primo Ministro inglese ricattato per scoparsi un maiale, Toby Kebbell quando ancora non si era sputtanato… e ti ricordi quando mi hai portato a vedere gli orsi, o che bello che è stato a Natale?

Poi hai voluto offrirmi di più, e io ero contento!

Pensavo a come sarebbe stato bello fare ancora più esperienze insieme, più avventure, più… tutto.
Credevo che avrebbe cementato ancora di più il nostro rapporto!

Ma mi sbagliavo.

Perché hai iniziato a darmi tanto, ma puntando sempre più alla quantità e non alla qualità. Mi riempivi di regali di cui non sapevo che farmene, solo per il gusto di stare insieme, ma non è così che funziona una relazione.
Una relazione ha bisogno di fiducia, amore e rispetto reciproco. Disinteressato.

Io non avevo bisogno dei tuoi doni, non me li avresti dovuti fare. Tre storie all’anno andavano benissimo.

Io ti amavo così come eri.

Ma piano piano sei diventato come gli altri, corrompendoti e lasciandoti trascinare dal giudizio della massa.

Hai provato a sorprendermi ancora, con dei finali multipli, e adesso sei tornato a tre storie come una volta, ma ormai quello che di magico ci legava si è perso.

Credi che mi piaccia stare così male? Sentirmi tradito, sentirmi… comprato?

Io ti amavo, cazzo.

Mi dispiace tantissimo, Black Mirror.

Tra noi non può più andare avanti.

Speakers’ Corner – Love, Death & Robots


Serie animata antologica per adulti, scritta e diretta dal Tim Miller di Deadpool e prodotta da David Fincher, Love, Death & Robots è una raccolta di racconti principalmente sci-fi ma che abbracciano anche altri generi tra cui l’horror, il thriller e la commedia.

Piccolo gioiello di creatività ed arte visiva, la serie è composta da diciotto episodi non collegati tra loro, che alternando come già accennato i registri comico, drammatico ed horrorifico riescono a soddisfare i gusti più disparati, centrando il bersaglio che di volta in volta si prefiggono e dimostrando un livello medio complessivo decisamente alto.
Utile per la fruizione degli episodi è inoltre la loro durata ridotta (da 6 a 17 minuti ciascuno), che rende la serie adatta sia per una maratona complessiva non stop quanto per optare invece il guardarsi qualche episodio nei ritagli di tempo.

Per meglio capire la portata dell’opera, essendo formata da segmenti molto diversi uno dall’altro, invece di buttarsi in un’analisi complessiva è molto più utile esaminare brevemente gli episodi uno ad uno.

Il vantaggio di Sonnie (Sonnie’s Edge)
Combattimenti tra umani in simbiosi telepatica con dei mostri.
Episodio di apertura, Sonnie’s Edge è anche quello che più ho apprezzato, e ragionando a posteriori sulla serie come unicum sono contento che sia stato scelto come primo, perché credo che oltre ad essere uno di quelli di qualità oggettivamente migliore sia molto emblematico del focus della serie.
Animazione in CGI di qualità eccellente, che mostra i muscoli soprattutto nella sequenza di lotta tra le creature, ciò non mette in secondo piano una trama ovviamente breve ma intensa, con una protagonista interessante ed un arco narrativo ben gestito.

Tre robot (Three Robots)
Tre robot vagano per un mondo post-apocalittico commentando l’estinzione degli umani.
Dopo il dramma dell’episodio 1 si passa ad un tono molto più leggero e sarcastico, con i tre protagonisti che, trovandosi di fronte ad infrastrutture tipicamente umane, cercano di comprenderne l’utilizzo; a ciò si accompagnano sferzanti critiche alla stupidità della nostra specie e all’innata indole di autodistruzione insita nell’homo sapiens.
Segmento basato sull’infondere nello spettatore la classica risata unita al «È vero: è proprio così», Three Robots è un carino divertissement.
Simpatico il finale.

La testimone (The Witness)
La casuale testimone di un omicidio scappa inseguita dall’assassino.
Con un mood ansiogeno generato non solo dalla trama in sé, ma anche da uno stile grafico ricco di primi piani ed animazioni rapide, The Witness è una corsa verso la salvezza, inframmezzata da sequenza sessualmente esplicite che fungono da una sorta di pausa contemplativa per un’esistenza, quella umana, in cui il pendolo oscilla tra la inconcludente fretta ed un piacere effimero.
Ottima scelta quella di dare molto risalto a livello uditivo all’ansimare dei personaggi, con la frequente aggiunta dell’appannamento della camera durante i primi piani, come se i characters avessero realmente un obiettivo puntato in faccia.

Tute meccanizzate (Suits)
Agricoltori combattono un’invasione aliena.
Per citare un amico, «”Redneck con i mecha” è una delle cose che non sapevate ancora di volere»; battute a parte, episodio che ricade nel classico “uomo vs mostro” riuscendo però a non essere banale e noioso, grazie ad uno stile di animazione che ricorda quello dei videogiochi della casa di sviluppo Telltale Games e che ben si addice a quanto viene mostrato.
Relativamente leggero nonostante l’argomento, il tono è smorzato anche dall’uso di una colorazione vivace e quasi da pennarello, che esalta piacevolmente le figure.

Il succhia-anime (Sucker of Souls)
Spedizione scientifica risveglia qualcosa che avrebbero dovuto lasciar dormire.
Tra tutti, forse questo è l’episodio che personalmente mi ha convinto di meno. Non che non sia di intrattenimento, anzi, la sua violenza esagerata è paradossalmente divertente, ma ho avuto la sensazione che c’entrasse poco con gli episodi fin lì visti, e penso che non abbia quel quid per risultare memorabile e di impatto che magari altri segmenti possiedono.
Si guarda e via.

Il dominio dello yogurt (When the Yogurt Took Over)
I batteri dello yogurt diventano senzienti e conquistano il pianeta.
Su una trama del genere mi rendo conto che poco ci sia da dire. Utilizzando uno stile cartoonesco tipico dei programmi indirizzati ai più piccoli, When the Yogurt Took Over è indubbiamente l’episodio che sfocia maggiormente nell’assurdo; anche qui comunque è riscontrabile una pesante e benvenuta critica alla stupidità umana in genere, a cui ben si sposa una narrazione documentaristica alla Adam McKay / Michael Moore.

Oltre Aquila (Beyond the Aquila Rift)
Il salto spaziale di un’astronave ha un problema ed essa finisce lontana molti anni luce rispetto al previsto.
Inquietante. Molto.
Beyond the Aquila Rift è un gioiello di costruzione narrativa, semplice nelle sue apparenti premesse ma molto più complesso nel loro sviluppo. Una trama avvincente ed interessante, che riesce a montare la tensione gradualmente in un climax finale che rende un senso all’intero episodio.
Alcune scelte sono una palese strizzata d’occhio ad un film ormai classico nel genere sci-fi, ma che non posso menzionare per non fare spoiler sulla conclusione.

Buona caccia (Good Hunting)
Nella Cina della Rivoluzione Industriale, il rapporto tra un uomo ed una kitsune.
Ideale passaggio di consegne tra il mondo magico e quello materiale, Good Hunting riesce a costruire una storia poetica e romantica, di un romanticismo però non solo meramente amoroso, ma che comprende più ad ampio respiro l’elogio per un mondo destinato inevitabilmente a scomparire.
Grazie alla tecnologia, però, la magia naturale ed animista diviene qualcosa di diverso ma altrettanto irreale e mistico, a testimonianza della ciclicità degli eventi e di una circolarità inaspettata ma narrativamente ben congegnata.

La discarica (The Dump)
Un ufficiale comunale deve sfrattare un vecchio che vive in una discarica.
Dopo un paio di episodi seriosi, Love, Death & Robots ritorna sul terreno dell’ironia, con una tipica storia di paura aneddotica raccontata con un po’ di alcool nelle vene.
Simpatico ed esagerato, The Dump ha un posizionamento strategico per stemperare la tensione e la drammaticità precedenti, con la presenza del tema “vecchio che se ne frega della modernità e vuole solo essere lasciato in pace” che suscita naturale simpatia.
Un paio di piccole chicche faranno sbellicare lo spettatore attento.

Mutaforma (Shape-Shifters)
Nella guerra in Medio Oriente, l’esercito americano si serve di soldati particolari.
Come il già visto Sucker of Souls, anche questo episodio c’entra ben poco con il tema generale della serie, ma gli è superiore grazie ad una breve storia di amicizia e di accettazione del sé che lo eleva rispetto ad una stereotipata lotta violenta contro una minaccia ignota.
Da segnalare una CGI anche qui ben fatta ma più legnosa di Beyond the Aquila Rift e di Secret War (che vedremo poi), per il resto non molto da dire senza cadere negli spoiler.

Dare una mano (Helping Hand)
Un’astronauta si ritrova alla deriva.
Episodio che riprende la tematica di Gravity di Cuarón, Helping Hand è uno degli episodi incentrati sull’ansia. Carenza di ossigeno, aiuti che non arrivano e concreta possibilità di morire nello sconfinato vuoto in cui “nessuno può sentirti urlare”, altro fattore citato, per un segmento in cui anche la capacità di sacrificio per rimanere attaccati alla vita dimostra la sua importanza.

La notte dei pesci (Fish Night)
Due venditori porta a porta rimangono in panne con la macchina nel deserto nordamericano.
Episodio maggiormente onirico della serie, Fish Night sfrutta una trama semplice ed apparentemente priva di spunti per mostrare animazioni coloratissime e ben realizzate, virando la storia su un confronto generazionale alla Cat Stevens con il maturo calmo e riflessivo che ha accanto il giovane intrepido ed avventato.
Stile visivo che ricorda vagamente il cel-shading del videogioco XIII, tratto dall’omonimo fumetto franco-belga.

Dolci tredici anni (Lucky 13)
Il rapporto di “amicizia” tra una pilota militare ed un’aeronave nota per portare sfortuna. 
Legame uomo-macchina contornato di superstizione, desiderio di rendersi utili e determinata volontà di oltrepassare i propri limiti; aggiungete il tema dell’ammasso di ferraglia che pur vecchio dimostra ancora la sua (stile Herbie, il maggiolino tutto matto) venendo di conseguenza preferito da un’umana “romantica” ai nuovi ritrovati tecnologici e si ottiene una trama classica impreziosita dalle consuete scene militari.
Più profondo di quanto potrebbe sembrare.

Zima Blue (id.)
Una giornalista deve intervistare un pittore le cui opere sono caratterizzate da una particolare tonalità di azzurro.
Ritorno alle origini in salsa artistico-fantascientifica, Zima Blue è uno degli episodi più delicati e poetici: da esso emerge infatti la circolarità tra progresso e regresso, per cui se l’obiettivo è aspirare alle vette più alte dello scibile umano, la via migliore è paradossalmente quella di alleggerirsi mentalmente e fisicamente, fino a far riemergere la propria vera essenza.
Interessante anche il tema del triplice rapporto su cui si basa l’arte: artista-opera, artista-pubblico e opera-pubblico.

Punto cieco (Blind Spot)
Una banda di ladri assalta un veicolo blindato fortemente difeso.
Azione pura: bastano due semplici parole per definire questo episodio, in cui si abbandonano quasi totalmente elementi filosofico-introspettivi, dalla grande rilevanza in altri segmenti, per imbastire invece un train heist adrenalinico e su più livelli di pericolosità.
Il fattore veramente importante non è ciò che il gruppo tenti di rubare, ma i vari ostacoli che compaiono via via lungo il tragitto.
Coloratissimo ed avvincente.

L’era glaciale (Ice Age)
Una coppia scopre che nel nuovo freezer esiste un microscopico mondo umano in evoluzione.
Episodio in live action (protagonisti Topher Grace e Mary Elizabeth Winstead), anche qui il tema principale è quello del ciclo: pur se il tempo scorre convenzionalmente in una sola direzione, non è detto che con il passare di ere troppo grandi per la concezione umana esso non ritorni a presentare daccapo lo stesso corso evolutivo.
Pur non essendo disprezzabile, Ice Age è forse un pesce fuor d’acqua nella serie, un po’ per la sua assenza di animazione, un po’ per la ripetitività di un concetto già visto.
Comunque discreto.

Alternative storiche (Alternative Histories)
Sei possibili scenari storici di cosa sarebbe successo se Adolf Hitler fosse morto prima di fondare il Partito Nazista.
Alternative Histories è la sagra dell’assurdo: grazie ad uno stile visivo minimale nelle forme e vivacissimo nei colori, vengono delineati universi paralleli basati sul nonsense e sull’esagerazione, in cui il futuro Führer viene ucciso nei modi più bislacchi ed improbabili, portando a conseguenze altrettanto fuori di testa.
Divertentissimo e leggerissimo, una serie di allegri WTF da gustare senza anticipazioni.

Guerra segreta (Secret War)
Durante la Seconda Guerra Mondiale, un plotone di soldati russi viene inviato ad eliminare una minaccia sconosciuta.
Si ritorna al realismo, alla crudezza e all’ambientazione militare per questa conclusione di serie: Secret War offre una CGI di pregevole fattura, che ben si sposa appunto con la serietà delle tematiche.
Pure qui uomo contro mostro, ma con un paio di elementi estetico-narrativi che rendono anche questo episodio interessante ed avvincente.

Speakers’ Corner – The Umbrella Academy

Basata sull’omonimo fumetto di Gerard Way, frontman del gruppo punk-rock “My Chemical Romance”, The Umbrella Academy è una serie televisiva supereroistica che pur piazzando qua e là buon idee sia sul lato tecnico-visivo che sulla sponda prettamente narrativa, non riesce purtroppo a spiccare all’interno di un’offerta tematica ultrasatura come quella dei superumani.

La trama alterna simpatiche ed astruse bizzarrie relative alla disfunzionale famiglia protagonista (sei fratelli si riuniscono alla morte del proprio padre adottivo e cercano di sventare un’enorme minaccia) quanto una serie di cliché ormai arcinoti e dallo svolgimento banale, con il risultato di assistere ad una prosecuzione della storia ondivaga e zoppicante.

La mancanza di una chiara direzionalità espositiva si fa sentire anche per quanto concerne la caratterizzazione dei personaggi, con un’impressione di “freno a mano tirato” che limita un approfondito svisceramento a trecentosessanta gradi di individui sicuramente non noiosi, ma piuttosto limitati nel loro tratteggio psicologico, che avrebbe potuto e dovuto essere ben più esteso.

Tra il cast abbiamo un fin troppo ingessato Tom Hopper, Dickon Tarly de Il trono di spade, Robert Sheehan forse uno dei migliori del gruppo insieme al giovane Aidan Gallagher ed Ellen Page, la cui recitazione sofferente è qui molto più croce che delizia.

Ottime potenzialità, risultato solo passabile.

Peccato.

Kidding

TRAMA: Protagonista da oltre 30 anni di uno show tv educativo per bambini, Jeff Piccirillo è conosciuto come Mr. Pickles. Buono, gentile e carico di consigli utili su tutti gli aspetti della vita, Jeff ha una vita privata disastrosa a cui il buonsenso di Mr. Pickles e il sostegno della sorella e del padre non riescono più a far fronte.

RECENSIONE:

Meraviglioso affresco di un uomo ben oltre l’orlo di una crisi di nervi, Kidding è una serie televisiva che mantenendo incisività nella sua durata non eccessiva (dieci episodi da mezz’ora scarsa ciascuno) presenta una storia interessante fatta di segreti e lacerazioni interiori.

Ogni personaggio ha infatti una doppia natura, che viene sapientemente svelata nel corso degli episodi: interpretati da un cast veramente in forma, ognuno di essi si tramuta in una figura controversa, attraverso anche un intelligente e non banale parallelismo tra la vita reale ed il microcosmo del programma tv, fatto di pupazzi stereotipici aventi una caratterizzazione basilare a misura di bambino.

Il contrasto tra il mondo crudo della vita quotidiana, con i suoi problemi, anche molto gravi, ed il regno della fantasia a misura dei più piccoli viene a sfociare in una distinzione quasi manichea tra verità e menzogna, identità pubbliche e private, facciate e interiorità.

Tornano a collaborare Michel Gondry e Jim Carrey dopo Se mi lasci ti cancello: Gondry, alla regia in più di metà degli episodi ha il grande merito di avervi impresso la sua impronta artistica e visiva, in particolare per quanto riguarda l’artigianalità tipica della creazione dei pupazzi del programma.

Il Signor Cetriolini di Carrey (con ovvi rimandi, durante il corso della serie, alla relativa verdura) è probabilmente la persona più dolce e gentile del mondo, prodiga di buoni consigli, sa far riflettere i bambini, coccolarli e divertirli (chiaro riferimento al realmente esistente Mister Rogers di Fred Rogers); anche nella vita reale il suo alter-ego Jeff Piccirillo non è un ipocrita, ma un uomo buono che tenta di vivere nella rettitudine più totale.

Un improvviso lutto provoca però un grave scisma psicologico nella mente di Jeff, che comincia ad accumulare una sobbollente rabbia che tende ad esplodere in situazioni di particolare stress, cosa che anche la sua vita lavorativa non gli lesina.

Non riuscendo a separare la sua vita privata da quella pubblica, sorge infatti un enorme problema legato alle difficoltà dell’uomo che si scontrano con l’immutato ed immutabile candore del personaggio (che deve rimanere “asessuato” e “sposato” anche se nello show non si sa con chi): iniziano quindi ad emergere le conseguenze negative di quello che è a tutti gli effetti un esaurimento nervoso: tanto da un lato il rapporto con i giovani spettatori che vedono in lui uno zio candido, quanto la più materiale catastrofe economica che potrebbe recare all’azienda di famiglia (diretta dal padre e in cui lavora anche la sorella come creatrice di pupazzi) e che costituisce un impero da centinaia di milioni di dollari.

Lo stesso titolo americano, Kidding (che significa “prendere in giro”, ma anche“ingannare”) fornisce un’azzeccata idea del tono della serie.

Jim Carrey mattatore, dimostra una volta di più che diretto da mano sapiente può essere ben più dell’esagerato buffone di The Mask o Bugiardo Bugiardo; l’attore canadese mostra nelle cinque ore complessive della prima stagione una varietà di emozioni e stati d’animo pazzesca, riuscendo ad essere efficacissimo sia come bonario e fatato Mr. Pickles che come il tormentato uomo di mezza età Jeff Piccirillo.

Ottimi anche gli interpreti di contorno: da Frank Langella padre totemico e dalla lingua tagliente, al giovanissimo Cole Allen ottima scoperta in un doppio ruolo, passando per le meravigliose Catherine Keener e Judy Greer nei panni di due donne tanto diverse quanto simili, nell’attraversamento di una crisi e nel desiderio di appagamento sessuale.

Consigliato, in attesa della confermata seconda stagione.

Serenate. Parole e opinioni in libertà – Happy! (Serie TV)

Ovvero felice.

Tratta dall’omonimo fumetto di Grant Morrison e Brian Taylor, e distribuita in Italia da Netflix, Happy! è una serie televisiva surreale e divertente, il cui humour nero e la corrosività dei personaggi fanno da sfondo ad una crime-story sopra le righe.

Protagonista improbabile il sicario Nick Sax, ex poliziotto cinico, cardiopatico e pure alcolizzato, che dopo una sparatoria in cui viene coinvolto si risveglia riuscendo a vedere un unicorno volante blu di nome Happy; questo buffo personaggio è l’amico immaginario di una bambina, in cerca d’aiuto quando quest’ultima viene rapita da uno squilibrato vestito da Babbo Natale.

Se già dalla generica sinossi si può intuire quanto particolare sia il mood dell’opera, proseguendo nel corso delle otto puntate da circa 45 minuti ciascuna veniamo immersi in una New York cupa e caotica, in cui puttane, papponi, mafiosi e criminali di ogni genere imperversano grazie ad un corpo di polizia assente se non addirittura platealmente corrotto.

A differenza però di approcci più crudamente dark, ad esempio alla Watchmen, sempre per restare in ambito fumettistico, in Happy! il disilluso sarcasmo del protagonista, unito a sequenze e caratterizzazioni, soprattutto criminali, smussate con l’accetta, stempera anche i passaggi più drammatici, alleggerendo l’esposizione narrativa grazie quindi ad una piacevole venatura di caustico humour nero.

Tale ironia è inoltre accentuata, oltre che dall’ovvia contrapposizione manichea tra i due protagonisti che porta a confronti assurdi (con il killer prezzolato abituato a modi piuttosto pittoreschi ed il più ingenuo cartoon), anche da numerose situazioni paradossali ed esplicitamente oniriche, in cui avviene un’estremizzazione talvolta radente il nonsense.

La regia si può quindi sbizzarrire, altalenando inquadrature con più strettamente legate al comic puro, con tanto di riquadri a dividere personaggi ai quali mancano solo veri e propri balloon di dialogo per la fusione tra i due media, a montaggi più veloci per le numerose scene di inseguimento o scazzottate, fino alle sopraccitate sequenze da trasmissione televisiva o videoclip musicale.

Con una storia ambientata in dicembre, l’atmosfera natalizia sfiora più volte il grottesco, con la sua zuccherosità magica e candida ad avvolgere una società corrotta e cruda: lo stesso antagonista incarna alla perfezione questo paradosso, predatore di bambini in un costume di Babbo Natale, icona di gioia e generosità nei confronti dei più piccoli che diventa fonte di pericolo e sofferenze.

Sicuramente sugli scudi nei panni del protagonista l’imponente Christopher Meloni, noto anche per aver vestito i panni di Keller in Oz e del detective Stabler in Law & Order: l’attore di Washington riesce a fornire un’ottima caratterizzazione recitativa al personaggio, rendendolo tanto un duro e cinico borderline senza nulla da perdere quanto un disilluso e addirittura simpatico diavolo che con tutti i suoi difetti viene convinto in fin dei conti a fare la cosa giusta.

Il suo umorismo lo inserisce nel gruppo di personaggi televisivi il cui menefreghismo e linguaggio sopra le righe donano immediato carisma, e con dialoghi che ben si prestano a diventare pane per citazione: pensiamo ad esempio al dottor House della serie omonima, a Cox e Kelso di Scrubs o al Rick Sanchez della fortunata serie Rick & Morty.
A differenza dei characters citati, però, il suo sarcasmo non deriva dal possesso di un’intelligenza superiore (reale o presunta) rispetto coloro che gli stanno intorno, ma ad una più pura ed autentica disillusione, dovuta alla parabola discendente assunta dalla sua vita.

Dio non esiste, le persone sono violente, il mondo è malvagio.

Tutto fa schifo.

Nei ruoli di contorno buona prova di Lili Mirojnick, dai lineamenti affilati alla Noomi Rapace, nei panni di una tosta poliziotta con più di uno scheletro nell’armadio e di Ritchie Coster, ex ceceno de Il cavaliere oscuro, tra i villain mafiosi tanto esagerati quanto il protagonista.

Per i temi e la tipologia di comicità sicuramente non è una serie per tutti, ma in un panorama televisivo magari un po’ troppo incentrato sui ragazzini o sul crime più tradizionale, sicuramente un’opera interessante.

Consigliata.

Cloud dei tag