L'amichevole cinefilo di quartiere

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L’onda

la-locandina-italiana-de-l-onda-103119“Cuiusvis hominis est errare: nullius nisi insipientis, in errore perseverare”. Cicerone (Filippiche XII. 5)

TRAMA: Per dimostrare ai suoi studenti la facilità di instaurazione di una dittatura, un professore di una scuola superiore tedesca decide di unire i ragazzi sotto un movimento cameratesco chiamato “Onda”. Gli effetti saranno ben presto fuori controllo.

RECENSIONE: Questa pellicola del 2008 diretta da Dennis Gansel è un esempio lampante di ciò che debba essere fatto vedere agli studenti delle scuole superiori. Si hanno supplenze, ore buche, professori assenti o il Cristianesimo è troppo noioso? Bene, sfruttatele con due ore in aula magna o sala audiovisivi guardando L’onda.
Tratto liberamente dall’omonimo romanzo di Todd Strasser (a sua volta basato sull’esperimento condotto dal professor Ron Jones in California nel 1967), questo film rappresenta in maniera efficace e non retorica la degenerazione dell’idea di “gruppo” in una pseudo-setta totalitaria, che arriva ben presto ad escludere e tiranneggiare coloro che non si adeguano ai suoi dettami.

Il presupposto fondamentale è che all’uomo piaccia essere comandato a bacchetta senza saperlo, ma facendolo sentire parte di un gruppo in cui tutti sono (sarebbero) uguali e non vi sono (sarebbero) distinzioni interne, ma solo una grande spaccatura tra i membri del gruppo e gli “Altri”, che in questo caso non vivono sull’Isola con Jack, Sawyer e Locke ma sono persone che fino al giorno prima si consideravano amici.

Una nuova dittatura nel nostro mondo, che noi tanto amiamo definire “civilizzato”, sarebbe quindi possibile perché tale forma di governo risponde agli istinti basilari della natura umana, così radicati nel nostro essere da risultare ineliminabili.

Il film mostra efficacemente tutto ciò, scegliendo attori con facce comuni per gli studenti, che risultano quindi personaggi i cui stereotipi (la perfettina, l’atleta, lo straniero, l’emarginato ecc…) sono un aspetto positivo, in quanto a differenza di ciò che accade in altri contesti non limitano la portata del messaggio ma contribuiscono all’immedesimazione in loro da parte del (si spera coetaneo) pubblico.

Il professor Wenger, interpretato da Jürgen Vogel, è un leader che viene per un certo verso corrotto anch’esso da ciò che ha scatenato, in quanto il totalitarismo del gruppo si riflette non solo sui suoi appartenenti ma anche sul comandante, il cui rischio è sempre quello di perdere contatto con la realtà delle cose e inebriarsi quindi di un potere malevolo che egli stesso ha creato.

Il regista Gansel indugia a ragione sui giovani protagonisti, facendo entrare lo spettatore nel loro mondo e contribuendo alla già menzionata immedesimazione; in questi casi si ha quasi l’impressione che ciò che si sta vedendo sia un documentario sociologico e non un’opera di finzione cinematografica, in quanto è preponderante l’aspetto psicologico della vicenda.

Se vi è piaciuto, potrebbero piacervi anche: Dello stesso regista I ragazzi del Reich (2004). Per quanto riguarda esperimenti sociali The Experiment – Cercasi cavie umane (2001).

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Detachment – Il distacco

detachment“Per me si va ne la città dolente, per me si va ne l’etterno dolore, per me si va tra la perduta gente.” Dante Alighieri, Inferno Canto III.

TRAMA: Una scuola superiore americana con ragazzi problematici vista dagli occhi di Henry Barthes, un supplente che si troverà a lavorarvi per un mese.

RECENSIONE: Diretto da Tony Kaye (regista di American History X) questo film del 2011 è un deprimente spaccato su una parte del sistema educativo americano e non, nascosto dal sottile strato delle high school fighette con giocatori di football che indossano la felpa della propria squadra e cheerleaders belle, spocchiose e zoccole.

Tra disillusioni, indifferenza e arroganza disgraziati insegnanti si barcamenano cercando di svolgere il loro mestiere nel modo più proficuo e dignitoso possibile e al contempo risolvere i loro problemi personali, o quantomeno conviverci.
Il risultato è un luogo di lavoro insopportabile e fonte continua di amarezza, senza soddisfazioni.

La regia enfatizza molto quest’ultimo aspetto concentrandosi sui volti dei personaggi, con tocchi simili tecnicamente a Sergio Leone, inquadrando e squadrando ogni volto per carpirne ogni minima espressione o ruga.
Dall’altra parte della barricata vi sono alunni che si potrebbe definire “problematici” usando un eufemismo e che si chiudono in loro stessi, si danno alla prostituzione o si comportano come gangsta in stile Grand Theft Auto: ciò comporta una distanza tra corpo docenti e alunni ampia come quella tra Groenlandia e Nuova Zelanda, impedendo ai primi di insegnare e ai secondi di imparare (o esercitarsi nella nobile arte di fingere di farlo).
La sceneggiatura di Carl Lund ci accompagna in una lenta e progressiva deriva, facendo abituare lo spettatore a ciò a cui sta assistendo lentamente e senza strappi.

Adrien Brody (che somiglia in maniera impressionante a Giorgio Gaber) interpreta un personaggio che subisce più disgrazie di Cristo dopo i Getsemani; molto bravo, ritorna quasi ai fasti de Il pianista ed è un buon fulcro per il film stesso.
La giovane Sami Gayle acerba ma buona anche considerando il difficile personaggio della baby prostituta, verso cui lo spettatore prova un misto di sensazioni non ben definibili. In piccole parti James Caan, ex Sonny Corleone de Il padrino, Lucy Liu e Marcia Gay Harden, membri del disagiato corpo insegnante.

Un bel film indipendente, che dovrebbe forse essere fatto vedere agli studenti nelle scuole.

American Pie: Ancora insieme

TRAMA: L’intera classe del 1999 del liceo East Great Falls torna in città per una grande rimpatriata, per festeggiare il decennale del diploma. Sarà un’occasione in più per ricordare i bei vecchi tempi e rendersi conto di non essere più degli adolescenti.

RECENSIONI: Ottavo film della famosa serie inaugurata da American Pie (1999), che incassò 235 milioni di dollari nel mondo, dopo 9 anni di nuovo con il cast originale. Da un soggetto di Paul Weitz, che da regista ha diretto tra gli altri About a Boy (2002) e In a Good Company (2004), il film ha una sceneggiatura ad albero: si basa sulla rimpatriata per poi diramarsi per i vari personaggi, ognuno dei quali con i suoi problemi personali che provocano peripezie all’interno della compagnia. I protagonisti, che iniziano a fare i conti con l’età che avanza, mantengono le caratteristiche stereotipate che li hanno resi celebri: il bravo ragazzo sfigato, l’intellettuale, l’anarchico cazzone ecc… a partire da quelli di Jason Biggs (Jim) e Sean William Scott (Stifler), qui anche in vesti di produttori esecutivi. Scott sopra le righe nonostante l’imborghesimento (solo apparente) del suo personaggio, con cui ormai è un tutt’uno; non è un grande attore, non si è mai misurato con altre parti e ha comunque un’espressività limitata al suo ruolo tipico (vedere anche Il Tesoro dell’Amazzonia (2003)); il suo compito qui è far ridere, e nonostante qualche colpo a vuoto ci riesce bene. Biggs si conferma l’”Adam Sandler dei poveri”, ripetendo alcuni vecchi schemi, e per quanto riguarda la prova recitativa si può fare lo stesso discorso del compare. Funzionali gli altri, in particolare Eddie Kaye Thomas (Finch) che mantiene il suo solito aplomb e Eugene Levy, con classici occhiali e sopracciglia a cespuglio, che diverte e SI diverte veramente tanto; relativamente poco lo spazio dato alle rispettive consorti, e ciò rende il film ancora più maschile. Ai fan della serie piacerà anche questo capitolo, chi non lo è NON cambierà idea (gli schemi delle gag, parecchie delle quali sessuali o comunque scatologiche, sono più o meno gli stessi); a chi non ha mai visto un film di questa saga converrebbe vedersi prima il capostipite.

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