L'amichevole cinefilo di quartiere

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Alien: Covenant

Kiss me, k-k-kiss me
Infect me with your love and fill me with your poison
Take me, t-t-take me
Wanna be a victim, ready for abduction
Boy, you’re an alien, your touch so foreign
Its supernatural, extraterrestrial

TRAMA: L’equipaggio della nave spaziale Covenant si imbatte in quello che reputa una sorta di paradiso inesplorato: in realtà si tratta di un mondo oscuro e particolarmente pericoloso il cui unico abitante è l’androide David, sopravvissuto all’ecatombe della spedizione Prometheus.

RECENSIONE: A distanza di trentotto anni dal primo Alien, dopo trentuno anni dall’unico sequel decente di Alien, un lustro successivo rispetto al pessimo prequel di Alien e pochi mesi dopo un ridicolo plagio di Alien, torna al cinema la saga di Alien, con un sequel del prequel di Alien che quindi è anche prequel del primo Alien.

Per la regia di (mi piange il cuore a dirlo) Ridley Scott, Alien: Covenant oltre ad essere un film sensato, utile e richiesto più o meno quanto un salvagente nel deserto riesce nella non trascurabile impresa di fallire sia come seguito dell’inguardabile Prometheus sia come antipasto di Alien.

Se concedere ulteriore spago ad un progetto francamente imbecille come raccontare le origini dello xenomorfo (Mi dite che senso ha? Chi sentiva la necessità di conoscere da dove saltasse fuori? Chi aveva bisogno di una pellicola del genere?) aveva già poco grano salis di suo, Covenant si riallinea ai binari del fumo senza arrosto, con altre domande senza risposta, altri personaggi memorabili come il trentesimo decimale del π ed un altro motore narrativo che si ingolfa, arranca e gira pressoché a vuoto.

Tra tutte le pecche del film, la principale è senza dubbio una:

I PERSONAGGI SONO UNA MANICA DI RITARDATI.

Irrazionali, avventati e con la varietà emotiva di una carta da briscola, i characters vengono macellati più per conseguenza di loro scelte palesemente suicide che a causa della pericolosità dell’alieno: non si esagera affermando che se la crew avesse tenuto un comportamento rientrante nella normale e comune logica la pellicola sarebbe finita al minuto 15-20.

Non è che sono cattivi.

È che sono proprio stupidi.

Altro difetto enorme in fase di sceneggiatura è stata la scelta di organizzare i personaggi principali in coppie marito-moglie: data infatti la scemenza generale dei contenuti, tale idea ha come risultato elaborazioni del lutto praticamente inesistenti e la sensazione che la naturale empatia dello spettatore per i personaggi sia forzata, non dipendendo infatti dall’averli a cuore ma perché si subiscono costantemente richiami ai legami esistenti tra di essi.

Sì, insomma, al venticinquesimo “mio marito/mia moglie” stavo per accendere un cero in onore della legge Fortuna-Baslini.

Ed è un peccato, considerati i buoni nomi del cast.

Se la Katherine Waterston di Animali fantastici è una Ripley wannabe meno cazzuta e piuttosto incolore, non avendo forse la stoffa per interpretare un’ammazza-mostri, il povero Fassbender pare qui la versione del discount di Jeremy Irons ne Inseparabili, divenendo veicolo di metafore e richiami aulici piuttosto scorreggioni e mal posti.

Parti di contorno per Billy Crudrup, Danny McBride e Demián Bichir, che spero per loro siano stati pagati parecchio.

A tutto ciò si aggiungono limiti di genere arcinoti a chi guarda i film ma evidentemente non a chi li realizza; andando in modalità lista della spesa abbiamo:

– Fotografia saldata sul “ciano”: due ore ininterrotte di blu-nero che, fidatevi, la mattina successiva alla visione del film vi faranno apprezzare la luce del sole come mai prima;

– Storia sulle origini di qualcosa inutilmente incasinata e contorta: non solo mi spieghi da dove ciccia fuori ‘sto aborto nonostante non me ne possa fregare di meno, ma me lo spieghi pure da cani.

– Il mostro si vede troppo (in alcune sequenze è addirittura fermo al centro dell’obiettivo), togliendo paura, sorpresa ed imprevedibilità, cose, si sa, poco importanti nell’horror.

– Uccisioni così esagerate o sopra le righe da risultare trash/ridicole invece di spaventose/nauseanti/orrorifiche;

– Rimandi a capitoli della saga nettamente migliori che acuiscono ancor di più, come se ce ne fosse il bisogno, un divario qualitativo abissale tra vecchio e nuovo.

Alien: Covenant è l’ennesima brodaglia imbastita alla viva il parroco solo per il gusto di sfruttare un brand celebre ed amato che sarebbe anche ora si lasci in pace.

http://www.brocardi.it/codice-penale/libro-secondo/titolo-iv/capo-ii/art410.html

Un film veramente idiota e inutile.

Power Rangers (2017)

Potere del cristallo del… ah, no, sbagliato serie.

TRAMA: Cinque ragazzi che vivono nell’immaginaria cittadina di Angel Grove vengono scelti dal Destino per diventare i nuovi Power Rangers, invincibili guerrieri mascherati pronti a difendere la Terra dalle forze del Male guidate dalla strega intergalattica Rita Repulsa, in cerca di vendetta per essere stata sconfitta dalla precedente squadra di combattenti.

RECENSIONE: “Power Rangers”, chi erano costoro?

I Power Rangers, personaggi nati nell’omonima serie televisiva del 1993, sono dei tizi che combattono il male vestiti con costumi sgargianti e caratterizzati dall’utilizzo di mosse dalla dubbia serietà estetica.

Ok, questa gag era scontata ma ero in dovere morale di farla, ora basta facezie.

Per quanto io sia consapevole che i produttori di Hollywood venderebbero la propria madre per un buon incasso al botteghino, sinceramente non credevo che volessero raschiare il barile TANTO IN FONDO da recuperare una serie televisiva che, pur famosissima e di enorme successo commerciale (gadget e altro), era piuttosto trash persino per gli esagerati Nineties, decennio in cui misura e sobrietà non erano particolarmente di casa.

E invece eccoci qui, nell’Anno Domini 2017 ad assistere ad una “nuova” versione di questi “fantastici” eroi.

E com’è?

Direi una deboluccia ed inutile porcatina.

Uno dei peggiori difetti di questa pellicola e che, non mi stancherò mai dirlo, costituisce veramente il MALE dei film action, è di avere un’introspezione psicologica sui personaggi veramente DA QUATTRO SOLDI, aggravata ulteriormente dal fatto che, fin dalle prime sequenze che li vedono protagonisti, possiamo notare come i nostri pisquani denotino lo stesso carisma dei manichini dei Grandi Magazzini.

Tali connotazioni da Adolescente problematico 1.0 hanno come unica funzione quella di accentuare il solito solitume dell’ascesa “zero to hero” di questa manica di coglioni, la cui caratterizzazione dovrebbe avvicinarli al pubblico per aiutarlo ad identificarsi in essi.

E quindi, attraverso un segmento iniziale dalla durata ETERNA (un terzo abbondante delle quasi due ore totali) e dalla velocità di crociera pari alla moviola della Domenica Sportiva, via ad uno stereotipo dietro l’altro: dalla star dello sport in declino alla cheerleader reietta, dal nerd semi-autistico, alla lesbica (??) sarcastica all’asiatico tosto, il tutto interpretato da “attori” espressivi come un elenco telefonico.

Ripensandoci, non è difficile essere empatici nei loro confronti.

Se avete la varietà emotiva di una trota salmonata.

O se siete morti dentro.

E un po’ anche fuori.

Le sequenze action non sono imbarazzanti come nella serie tv, (cazzo, almeno le infinite capriole all’indietro e le pose plastiche con tanto di esplosione alle spalle ce le siamo risparmiate) ma risultano comunque scialbe nel loro aderire perfettamente a delle semplici legnate su legnate su legnate inferte a dei mostri che si avviano fieri verso l’inevitabile morte come manichini da crash test, ed indistinguibili uno con l’altro nella loro minionità.

La conseguenza di ciò è duplice:

In primis la parte più noiosa del superhero movie, ossia la scoperta dei poteri da parte del/la ragazzo/a di turno, è entusiasmante come la vernice che si asciuga, non essendoci varietà oltre ai già stravisti “faccio salti lunghissimi”, “rompo le cose senza volerlo perché non mi rendo conto della mia improvvisa forza” et similia.

In secundis quando FINALMENTE cominciano le battaglie sono due palle comunque, perché è tutto calcio, pugno, salto, pugno, calcio, salto con la partecipazione delle ondate e ondate di figli abortiti di Mordiroccia come allegra carne da macello.

A parte qualche piccolissima punta stilistica, la regia è inoltre notevolmente piatta, non riuscendo perciò a rendersi ancora di salvezza almeno visiva in caso di opere con scarsa sceneggiatura (tipo questa, ma ad essere buoni) o con idee di base senza forte appeal.

Fun fact: ascoltato in lingua italiana, mi ha fatto sorridere constatare che i nostri doppiatori sono molto più famosi dei semisconosciuti attori a cui prestano la voce: abbiamo infatti tra gli altri Davide Perino (Elijah Wood, Jesse Eisenberg), Letizia Ciampa (Emma Watson, Emilia Clarke) e Flavio Aquilone (Tom Felton, Zac Efron).

Ah, e Bill Hader è sostituito per uno stranamente sopportabile Alpha 5 da Nanni Baldini.

Pur con un restyling grafico anche piuttosto piacevole e “moderno”, la Rita Repulsa di Elizabeth Banks è un villain assai poco sviluppato, che ha solamente tre funzioni: piatta incarnazione del Male con background narrativo easy easy, nutrimento per il trasformismo della Banks e sfizioso materiale masturbatorio per quattordicenni.

Bryan Cranston come Zordon è un dimenticabilissimo tamerlano che per scelte di trama piuttosto banalotte e/o squallide non riesce ad imprimere la sensazione di potente e saggia guida che connoterebbe il personaggio.

Evidentemente per metterci il faccione lo hanno pagato bene.

Per quanto ovviamente non si potesse pretendere la luna, Power Rangers è un film pessimo e disutile, la cui uscita odierna in un panorama cinematografico dominato dai supereroi fumettistici non ha alcun senso logico, rendendo inevitabile un impietoso confronto.

Adatto esclusivamente ai fan della serie, e poi e poi.

Go go fuori dalle balle.

Sopravvissuto – The Martian

the martian sopravvissuto locandinaIs there life on Mars?

TRAMA: Un astronauta e botanico viene abbandonato su Marte per errore dal suo equipaggio, che lo crede morto in seguito a una tempesta di sabbia. In attesa che che qualcuno torni a recuperarlo, egli deve affrontare le condizioni estreme di un pianeta inospitale, procurandosi cibo commestibile con i pochi mezzi a disposizione.
Tratto dal romanzo L’uomo di Marte di Andy Weir.

RECENSIONE: Per la regia di Ridley Scott, reduce dal pessimo Exodus – Dei e reThe Martian è un ottimo film di fantascienza, che riesce ad essere avvincente nella sua esposizione narrativa senza valicare il limite dell’esagerazione spettacolarizzata e fine a se stessa.
Un film di pregevole fattura in ogni sua componente, che non presenta i decisi dislivelli che talvolta si notano in alcune pellicole (es. attori bravi ma storia fiacca, scenografia/fotografia ottime ma opera nel complesso dimenticabile), riuscendo a mantenere la mano ferma sulle proprie appendici artistiche.

Ottimo apporto è dato innanzitutto dall’aspetto visivo.

Marte più che una semplice scenografia facente le vesti di ambientazione è quasi un vero e proprio personaggio, che durante le scorrevoli due ore e venti di durata avvolge il protagonista in un abbraccio saldo ma mortale.
In questo film il pianeta è al contempo l’ignota terra esplorata dagli avamposti scientifici umani, l’ospitante degli stessi e il primo “nemico” dell’astronauta lasciato indietro, che si trova a fare i conti con un ambiente impermeabile all’homo sapiens.

the martian marte

La fotografia ha il merito di caricare ed acuire le differenze ambientali, cambiando palette cromatica in base alle scenografie.
Se abbiamo infatti un “pianeta rosso” nel vero senso del termine, con sterminate distese di terra e sabbia color mattone che si estendono a perdita d’occhio, si passa ai colori freddi negli uffici terrestri della NASA, dove spiccano maggiormente i toni di blu, e nella navicella del resto dell’equipaggio, figure grigie e bianche in un oceano seppia.

the martian scena terra

La sceneggiatura sa quando dosare i picchi narrativi, scandendo ogni avvenimento senza la fretta sbrodolata di chi vuole arrivare subito al dunque, ma nemmeno trascinandosi nella prima parte per poi riversare tutto nella seconda come se si spingesse un masso su per una collina per poi lasciarlo rotolare giù per il versante opposto.

I fatti accadono quando devono accadere, e non per mere esigenze di ritmo, rendendo la narrazione costante e fluida.

the martian tempesta

La regia riesce sapientemente nel compito che essa deve svolgere in un film, ossia coniugare narrazione e cornice visiva, mantenendole in piacevole equilibrio e dando loro i giusti spazi senza che una tracimi sull’altra, oltre che fungere da aiuto alla sceneggiatura nel dettare i ritmi dell’opera.

In The Martian è importante il grande tema della solitudine, con l’uomo che si ritrova solo nel senso più intenso del termine, separato dal più vicino membro della sua specie da decine di milioni di chilometri.

L’uomo, rimasto isolato, si industria per la propria sopravvivenza, sfruttando nella maniera più ottimale e razionale possibile ogni risorsa alimentare e tecnologica che egli abbia a disposizione.

Oltre a ciò, per non soccombere alla disperazione e non perdere di vista l’obiettivo fondamentale dell’autoconservazione, prima che un astronauta viene mostrato un uomo, che col passare del tempo continua a comunicare ad una videocamera per fare il punto della propria situazione e per mantenere costante la sensazione di speranza.

La storia di The Martian è il riscatto di colui che non ha nulla da perdere oltre la propria vita, minacciata da una spada di Damocle il cui filo si assottiglia in modo lento ed inesorabile.

the martian scena

Cast ottimo e ricco, con un Matt Damon che si riscatta dallo sprecato Elysium e ritorna solingo come ai tempi del soldato Ryan, non più oltre le linee nemiche ma in un territorio persino peggiore nella sua granitica e totale indifferenza alle necessità biologiche umane.

Bravo nel trasmettere al pubblico determinazione, forza d’animo e un piacevole umorismo senza scadere nel retorico, il suo Mark Watney non è una principessa da salvare da un arido drago di sabbia, ma una persona che lotta come meglio può per non soccombere.

matt-damon the martian

Jeff Daniels, Sean Bean (qui al centro di una chicca di cultura pop che non vi anticipo) e Chiwetel Ejiofor sono tra le persone sulla Terra che a vario titolo cercano di portare a casa il protagonista, mentre Jessica Chastain (già con Damon in Interstellar), Michael Peña (recentemente in Fury Ant-Man) e Kate Mara (recentemente in un film che non dovrebbe esistere) sono tra i suoi compagni di viaggio.

the martian cast

Il cast corale è funzionale, poiché contribuisce ad aumentare la complessità della trama e la sua organicità, ponendo la storia sotto più punti di vista e mostrando diversi atteggiamenti e reazioni agli stessi eventi.

Nel complesso un film di ottima qualità.

Exodus – Dei e re

exodus-locandina“Il Signore disse: «Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sorveglianti; conosco infatti le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dalla mano dell’Egitto e per farlo uscire da questo paese verso un paese bello e spazioso, verso un paese dove scorre latte e miele […]”
Esodo 3, 7-8

TRAMA: Mosè, ebreo cresciuto alla corte del Faraone come suo figlio, scopre le sue origini: decide quindi di abbandonare la reggia, riunirsi con la sua famiglia e il suo popolo e guidarlo fuori dall’Egitto.

RECENSIONE: Tratto dal Libro biblico dell’Esodo e diretto da Ridley Scott, Exodus – Dei e re è una baracconata di grana grossa, con cui il regista inglese cerca di ritrovare i fasti perduti de Il gladiatore plagiandolo in salsa nordafricana e preoccupandosi quasi esclusivamente dell’aspetto visivo piuttosto che della solidità artistica.

exodus bale

AVVISO: Questa recensione conterrà uno spoiler (anticipazione) sul modo in cui viene rappresentato Dio.
L’Altissimo è un personaggio del film e non posso non parlarne, ma non essendo mostrato nel trailer non voglio anticipare la cosa a chi voglia tenersene all’oscuro.
Perciò la recensione andrà avanti (e finirà) tralasciando completamente questo elemento, per poi parlarne dopo la conclusione, come fosse una specie di “extra”.

Bene.

Dopo Noah, in cui un più che pingue Russell Crowe tentava di salvare l’umanità dalla furia di Dio, dalla violenza degli uomini e dalla pretenziosità di Aronofsky, abbiamo qui Christian Bale che cerca di portare alla Terra promessa il popolo eletto e al filmone promesso il regista derelitto.

Fallendo ampiamente nella seconda impresa.

Come già accennato, questa pellicola pecca nel voler riprendere troppi elementi da Il gladiatore, inserendoli in un contesto con cui non c’entrano nulla e rendendo quindi la vicenda stucchevole.

Le ambientazioni e gli effetti speciali non sono malvagi, pur con un uso esagerato della computer grafica, ma Exodus manca totalmente delle fondamenta narrative, a causa di una sceneggiatura con molti buchi e che si focalizza troppo su elementi obiettivamente secondari tralasciando aspetti molto più importanti.

exodus città

Io non sono un amante dell’animazione, per usare un eufemismo.

Un GROSSO eufemismo.

Provo quindi molta fatica nel dirlo, ma devo dare a Cesare ciò che è di Cesare: Il principe d’Egitto della DreamWorks è un film migliore di questo.

principe d'egitto gif

Non solo Exodus viene rullato 10-0 da I dieci comandamenti di DeMille, ma anche la versione cartoon dimostra una resa della storia decisamente migliore di questa costosa patacca.

L’unico pregio di questo film sono le Piaghe, che oltre ad essere realizzate ottimamente dal punto di vista visivo (ma come ho già detto, il problema della pellicola non è quello) sono state pensate come eventi consecutivi, e non ognuno fine a se stesso: ciò ne aumenta l’aspetto materiale pratico e non le fa sembrare delle mere magie distruttive.

La prima Piaga in particolare, ossia l’acqua del Nilo che diventa sangue, pur non essendo stata interpretata in maniera molto ortodossa (e anche qui, notevole eufemismo) l’ho trovata resa efficacemente e con originalità.

Con l’ovvia presenza di un gusto per l’esagerazione tipicamente hollywoodiano.

exodus sangue

Grosso problema della pellicola è inoltre il poco senso di molti personaggi secondari, avendo quindi l’impressione che siano meri riempitivi per arrivare alle due ore e mezza di durata tipiche dei kolossal.
La cattiva resa dei characters colpisce purtroppo anche i due principali.

Il Ramses di Joel Edgerton in particolare non ha né la freddezza e il distacco calcolatore di quello interpretato da Yul Brynner né la grande sfaccettatura di emozioni di quello animato, e ciò lo rende un personaggio decisamente piatto, nonché un villain ottuso e banale.
Un antagonista ebbro di potere come ve ne sono tantissimi, che non vede al di là del proprio naso e che porterà alla rovina il suo regno a causa del suo ostinato rigore.

Ah, e il fatto che sembri un incrocio tra il Divino Otelma e René Dif degli Aqua non lo aiuta…

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Mosè è un personaggio più sviluppato, anche per l’ovvia maggiore quantità di scene che lo vedono partecipe, ma non possiede elementi che non siano già stati visti in tanti altri film.
Pensa al bene superiore del suo popolo, è un condottiero, chiede ai suoi uomini di fidarsi di lui anche nelle avversità, si interroga se i metodi da lui (e da Dio) usati siano giusti… molti aspetti presenti in altri condottieri o leader carismatici nel cinema, e che quindi non riescono a suscitare appieno l’interesse del pubblico.
Christian Bale cerca di portare a casa la pagnotta, ma in un’opera del genere è dura…

Casting scelto con la stessa pianificazione delle frasi che saltano fuori a Cards Against Humanity.

John Turturro (composto e delicato in Gigolò per caso) come faraone Seti non ci azzecca un tubo, e il suo personaggio ricalca quasi completamente il Marco Aurelio di Richard Harris.
Sigourney Weaver è spaesata nell’antico Egitto come può esserlo chi è abituata a uccidere alieni che escono dalle fottute pareti, e aralda del concetto prima esposto sui personaggi secondari che fanno tappezzeria.

exodus cast

Capitolo doppiaggio.

1) Apprezzo Simone D’Andrea, e lo ritengo un ottimo doppiatore sia per attori di film in live action (Colin Farrell, Cillian Murphy), sia nei cartoni animati (doppiò il personaggio che preferivo in Dragon Ball quando ero un marmocchio), peccato che con Ramses non c’entri assolutamente nulla.
Come l’attore che lo interpreta, del resto.

2) Si potrebbe fissare definitivamente un accoppiamento voce-volto per Christian Bale?
È un peccato che uno dei migliori attori della sua generazione abbia in italiano una voce sempre diversa; tra coloro che gli hanno prestato favella quello che trovo più azzeccato è Massimo Rossi.

In conclusione un piatto giocattolone da 150 minuti.

EXTRA:

Per chi non volesse sapere nulla di come è stato reso Dio, la lettura può finire qui, mentre chi abbia già visto il film o abbia perso la voglia di andarlo a vedere può proseguire.

Pronti?

Bene, ora parliamo di Dio.

Ronnie James Dio

No, non QUEL Dio!

In Exodus è stata fatta una scelta piuttosto coraggiosa per la rappresentazione dell’Onnipotente.

Dio appare e parla a Mosè in forma di bambino.

Mostrare la divinità in forma umana penso sia in generale una buona scelta, perché permette di creare un ponte o un punto di contatto più solido tra il profeta/messaggero umano e il dio, facendo sì che l’essere sovrannaturale scenda a livello dell’uomo per parlare con lui e mostrarsi in vesti che egli possa comprendere senza esserne terrorizzato.

È quindi rassicurante.

C’è solo un piccolo dettaglio, che in questo film la rende una PESSIMA scelta.

Sentire un bambino di dieci anni parlare continuamente di morte, distruzione e piaghe non è rassicurante, fa venire la pelle d’oca alta un metro!

In Exodus Dio non mostra mai pietà e compassione, ma è sempre molto duro e deciso nella sua volontà di punire gli egiziani per forzare la mano al faraone.
Impone a Ramses di liberare il suo popolo, tenuto in schiavitù; al suo rifiuto, l’Onnipotente reagisce con la stessa pacatezza di Carrie dopo aver ricevuto la secchiata di sangue suino in testa, scatenando così le Piaghe.
E mostrare un Dio del genere come un bambino fa un effetto Villaggio dei dannati terrificante.

E la rende un’idea imbecille.

Serenate. Parole e opinioni in libertà – I 5 film che piacciono a tutti. Tranne a me.

Ovvero pellicole che vengono spesso nominate nelle chiacchierate al bar e definite dai più come dei gran filmoni ma che per un motivo o per l’altro non riesco a mandare giù.

OVVIAMENTE non sono i film che mi fanno più schifo in assoluto, ma semplicemente quelli che di solito mi fanno fare la figura del bastian contrario della situazione.

Non vi preoccupate, alla fine potrete sgranare gli occhioni dicendomi: “Ma come, non ti piace X?!”.

Oppure insultarmi.

ELENCO:

Avatar (2009). In assoluto il miglior 3D nella storia di questa tecnica. E basta.

La sceneggiatura è di una banalità imbarazzante e sembra un misto tra Pochaontas Ferngully, con l’ulteriore presenza di personaggi stereotipati all’ennesima potenza (il soldato buono, il generale /colonnello cattivo random, la scienziata progressista, la soldatessa gnocca e cazzuta).

Gli attori si limitano al compitino (anche Sigourney Weaver, purtroppo) e una spettacolare confezione non può non farmi notare che dentro al pacchetto regalo c’è un portachiavi da un euro e cinquanta in stile uova di Pasqua. Un vero peccato che con tutti i soldi utilizzati per le tecniche al computer Cameron abbia deciso di scrivere la sceneggiatura invece di pagare uno bravo per farla. Con uno script all’altezza sarebbe potuto essere il punto di non ritorno e l’inizio di una nuova epoca cinematografica. Peccato.

Il favoloso mondo di Amélie (2001). David Lynch in overdose di acidi e orsetti gommosi non avrebbe potuto partorire niente di più strambo.

Secondo la mia modesta opinione uno dei film più sconclusionati degli ultimi 15 anni, con protagonista una strampalata fanciulla il cui ruolo sarebbe il sogno di Zooey Deschanel che se ne va in giro con lo scopo di aiutare le persone. A caso, tipo una Girl Scout.

A questa premessa già di per sé un po’ inquietante si aggiungono dialoghi con gli oggetti, un insieme di personaggi secondari se possibile con ancor meno rotelle di lei e in generale situazioni ai confini della realtà e della salute mentale. Perdonare tutto perché è ambientato nella splendida Parigi? No, non credo.

Il gladiatore (2000). Russell Crowe in gonnella che ammazza tigri in un’arena. Questo film costituisce alla perfezione la storia romana vista dagli americani. Ossia in maniera ignorante.

Frasi latine sbagliate, consecutio temporum sbagliata, storia degli imperatori sbagliata, riferimenti ad altre culture sbagliati, geografia sbagliata (il Tevere attaccato al Colosseo??) e tante altre piccole o grandi cazzate.

Crowe cerca di mantenere un minimo di dignità e devo ammettere che probabilmente è l’unica cosa che si salva nel film. Phoenix ha un personaggio troppo sopra le righe e fuori di testa, ed è troppo accentuato il suo lato malvagio e folle, rendendolo una caricatura di se stesso. La sceneggiatura ha troppi passaggi a vuoto che servono solo ad allungare il brodo (due ore e trentacinque metterebbero a dura prova la vescica di chiunque) e troppi “scalini”: da generale a schiavo, da schiavo a gladiatore, da gladiatore di provincia a gladiatore famoso che alla fiera dell’Est mio padre comprò.

Titanic (1997). Sputtaniamo una delle più grandi tragedie del 1900 (guerre escluse) con un eterno polpettone.

Il fatto che siano su una nave è rilevante solo quando affonda, per il resto avrebbero potuto ambientarlo anche al classico McDonald’s vicino a un cinema. Fortunatamente DiCaprio e la Winslet ci hanno marciato poco, a differenza di Cameron, e crescendo sono diventati due tra i migliori attori under 40.

Il personaggio di Rose è completamente campato per aria dal punto di vista socio-culturale risultando molto forzato e non è un bene, essendo il film ambientato per buona parte nel 1912. Billy Zane è un cattivo con la profondità psicologica di una pozzanghera e paragonabile a quelli bidimensionali di Bollywood. Il fatto che Rose da giovane abbia gli occhi nocciola e da vecchia azzurri mi fa seriamente pensare che il casting lo abbia fatto un daltonico.

La vita è bella (1997). Un concetto per me molto importante è che i film italiani non vanno osannati a prescindere solo perché sono stati realizzati a sud del Monte Bianco. Se si fa questo paradossalmente si danneggia l’arte cinematografica tricolore, perché non si riesce più a distinguere tra i film degni di lode e quelli degni di pareggiare un tavolo traballante.

La vita è bella non è un capolavoro, è una boiata.

La prima parte è scialba, si regge totalmente sulle spalle del comico toscano e la poesia diventa presto stupidità. Alcune gag, come la corsa intorno al palazzo o la telecinesi a teatro sono scopiazzate da grandi comici come Keaton o Troisi, e l’impressione generale è che invece di avere delle gag basate sulla sceneggiatura, sia quest’ultima a essere basata sulle gag, risultando un debole collage di frizzi e lazzi. La seconda parte è una farsa che fa scadere nel ridicolo il dramma della Shoah e che contribuisce allo stereotipo dell’italiano come giullare coglioneggiante.

N.B. Prima che mi saltiate addosso come comari mestruate il primo giorno di saldi tenete presente che quelle che avete appena letto sono opinioni personali e come tali vanno prese. Il tono è provocatorio ma è usato semplicemente per suscitare ironia e sarcasmo.

That’s all, folks. IMHO.

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