L'amichevole cinefilo di quartiere

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Inferno (2016)

inferno-locandina“Per me si va ne la città dolente,
per me si va ne l’etterno dolore,
per me si va tra la perduta gente.

Giustizia mosse il mio alto fattore:
fecemi la divina potestate,
la somma sapienza e ‘l primo amore;

dinanzi a me non fuor cose create
se non etterne, e io etterno duro.
Lasciate ogne speranza, o voi ch’ intrate”.

Inferno, di Dante Alighieri. Canto III, vv. 1-9.

TRAMA: L’esperto di simbologia religiosa Robert Langdon è alle prese con un pericolo internazionale legato alla Divina Commedia di Dante Alighieri: un folle, infatti, ha intenzione di colpire il mondo intero con una piaga pestifera che trae ispirazione dall’opera del Sommo Poeta.
Tratto dall’omonimo romanzo di Dan Brown (2013).

RECENSIONE: Il Male pone di fronte all’uomo numerosi interrogativi, che dipendono non solo dalla sofferenza e dalla malvagità oggettive, ma dall’animo soggettivo di ognuno di noi.
Oltre ad un generale coacervo di negatività in senso assoluto, si ha quindi un elemento personale, legato alla connotazione più profonda della nostra reale essenza.

La domanda che mi pongo io è… perché?

Dimmi perché, Ron Howard.

Dimmi perché, Tom Hanks.

Ditemi perché vi siete prestati ad un terzo giro sulla giostra da soldi di Dan Brown.

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Ok, capisco Il codice Da Vinci: boom editoriale pop del 2003 con il suo carrozzone di polemiche e le 80 milioni di copie vendute, è naturale conseguenza il tentativo da parte di Hollywood di inseguire danari facili (e quindi nel 2006 relativo film che ha incassato globalmente 758 milioni di dollari).                

Comprendo già meno Angeli e Demoni, che di copie ne ha vedute “solo” 39 milioni (un’enormità, ma comunque un dimezzamento rispetto all’opera precedente) ed il cui adattamento sul grande schermo ha portato in cascina 485 milioni di dollari.

Ma… un terzo film?

Da Inferno, milioni di copie vendute sei?

DAVVERO???

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Confusionaria brodaglia di arte e modernità, testi antichi e minacce attuali, passato e presente, ricchi premi e cotillons, Inferno è la solita danbrownata stantia e ripetitiva, in cui un ingessato Indiana Jones in tweed cerca di salvare il mondo da cattivoni che ce l’hanno un po’ con tutti.

Immagino che le motivazioni del “siamo troppi” e “si mettono al mondo troppi figli” siano ampiamente giustificabili dopo una coda alle Poste o a seguito di un volo transcontinentale passato con alle spalle un pargolo piuttosto… ehm… “vivace”, ma risultano assai sterili e banali all’interno di una pellicola high-budget.

Quest’ultima risulta infatti così intrisa di catastrofismo e prospettive sociali distopiche da scadere quasi nel ridicolo involontario.

Tra indicazioni piuttosto scialbe e tirate per i capelli, anagrammi a caso, una coppia di protagonisti con la stessa chimica di olio e acqua e una classicissima caccia all’uomo in due contro tutti, Inferno procede stancamente alternando location su location come cartoline vuote e senz’anima.

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Ambientazioni sicuramente apprezzabili, che però preferirei vedere valorizzate con una cura di gran lunga migliore in un documentario storico-artistico rispetto a questo utilizzo sommario e a mero pro di una sceneggiatura inutilmente confusa.

Se in un romanzo infatti la ricchezza di personaggi, comprimari e sottotrame può contribuire a conferirgli maggior respiro, essendo il cinema un media visivo sarebbe invece preferibile applicarvi un approccio più snello, per tenere viva l’attenzione del pubblico.

Attenzione qui pimpante circa come un daino travolto sulla tangenziale, vista la vagonata di risvolti “nascosti” che eruttano come popcorn soprattutto nell’ultimo quarto di film, e che rendono la narrazione confusa ed inutilmente torbida.

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Sempre a proposito dei luoghi, come nella miglior tradizione statunitense gli indigeni italiani vengono ovviamente rappresentati come un branco di allegri ingenuotti, oltretutto doppiati da cani (avete presente le scene di Spectre ambientate a Roma? Ecco più o meno la menata è sempre quella).

L’unica eventualità positiva è che il gran numero di menzioni a vie, monumenti ed opere d’arte possano incentivare ancor più il turismo d’oltreoceano verso Firenze e Venezia nello specifico, o sull’Italia in generale.

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Cast buono sulla carta, ma utilizzato male.

Protagonista il doppio Premio Oscar Tom Hanks che si butta letteralmente via e che dopo oltre trent’anni di onorata carriera dubito fortemente abbia dei conti da pagare che possano giustificare questo film.
Il suo Langdon è infatti un personaggio oltre ogni limite di plausibilità. Un patto narrativo con le gambe che si diletta a risolvere misteri con la stessa verve delle signore sotto l’ombrellone al bagno Ornella di Misano Adriatica, attraverso una caccia al virus che pare uscita da un percorso a puntate della Settimana Enigmistica.

Felicity Jones è la solita partner da film a stelle e strisce: bona e stereotipata, mantiene per quasi due ore un’aria da conigliotta imbronciata tipica dell’attrice che ha bisogno di cercarsi un agente migliore.
Comparsate o poco più dell’Omar Sy di Quasi amici e di Ben Foster, che probabilmente sono stati pagati al minuto come i tassisti.

Tirando le somme, Inferno è un Dov’è finita Carmen Sandiego stravisto, noioso ed insipido. Storicamente raffazzonato, narrativamente farraginoso e, in generale, un buco nell’acqua.

Povero Ron Howard.

Povero cast.

E povero Dante…

Cinquanta sfumature di grigio

cinquanta sfumature locandinaLove, Sex, American Express.

TRAMA: Quando la graziosa e ingenua studentessa Anastasia Steele incontra Christian Grey, giovane imprenditore miliardario, si accorge di essere attratta irresistibilmente da quest’uomo bellissimo e misterioso.
Poco a poco i due inizieranno una relazione, caratterizzata dai gusti erotici decisamente singolari del signor Grey…
Tratto dal romanzo omonimo di E. L. James.

RECENSIONE: Abbiamo qui a che fare con la pellicola tratta dal primo capitolo di una serie di romanzi indirizzati al pubblico femminile, e diventati fenomeno di massa nonostante la loro scarsa qualità oggettiva e la poca inventiva.

twilight fiori

No, non quella serie di film…

Mi riferisco invece alla storia di una ragazza comune che intreccia una relazione con un figone inarrivabile, rappresentando quindi su carta e schermo una delle tipiche fantasie del gentil sesso e raccogliendo un enorme successo di pubb…

twilight fiori

Ok, dato che questa recensione sarà un lungo e doloroso calvario, partiamo dalle basi.

Differenza tra realtà e fantasia.

La realtà è la dimensione in cui viviamo, concreta, materiale ed esistente, e per sua natura solitamente presenta difficoltà o problemi vari.

Gioie ma anche dolori. Trionfi ma anche sconfitte. Sollievi ma anche bestemmie.

Nel boschetto della fantasia, invece, oltre a un fottio di animaletti un po’ matti inventati da voi, si ha la facoltà della mente umana di interpretare liberamente e senza limitazioni i dati reali e da essi creare contenuti inesistenti.

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In una fantasia (non solo sessuale, ma in generale) a meno che il soggetto fantasticante non sia un masochista tutto va come dovrebbe, in un’aura di assoluta perfezione.

Trasporre pari pari un sogno nella realtà non funziona narrativamente, perché avendo basi puramente idilliache esse si scontrano con le difficoltà normalmente presenti nel mondo reale; il risultato non è quindi credibile, cosa che costituisce uno dei presupposti fondamentali affinché lo svolgimento di un racconto regga.
È ovvio che una storia possa anche avere elementi irrealistici (astronavi, draghi, animali parlanti o robe simili), ma i suoi cardini, una volta fissati, devono servire a mandare avanti la storia stessa cercando di far dimenticare allo spettatore l’essere di fronte a finzione.

Quindi, paradossalmente, anche Guerre Stellari ha una sinossi più credibile di Cinquanta sfumature di grigio.

50 sfumature di grigio

Per realizzare questo aborto è stata selezionata infatti una delle fantasie sessuali più comuni e apprezzate dalle donne, ossia il miliardario figo, ed è stata dilatata e annacquata fino a due ore di pellicola, senza preoccuparsi minimamente di dare spessore artistico all’opera.

Una pensata demente: è come se avessero preso uno dei desideri pornografici preferiti dagli uomini, come, che so, le dottoresse sexy, e ci avessero fatto dei film.

A chi mai verrebbe un’idea del gen…

dottoressa fenech

Ah, già…

Ma dopo la doverosa introduzione, passiamo all’opera in esame.

Com’è questa versione patinata e al femminile delle pellicole italiane scollacciate degli anni ’70?

Beh, una vaccata.

Preso come film erotico manca dei due elementi principali di tale genere, ossia i personaggi e l’atmosfera

Partiamo dai primi.

50 sfumature loro

I personaggi di questa pellicola non funzionano.

Esistono coppie cinematografiche (non solo di amanti, ma di qualsiasi tipo) i cui componenti sono molto diversi; in tali casi però, solitamente, i due si completano a vicenda, rendendosi complementari l’un l’altro e muovendo la storia attraverso i loro due binari paralleli.
Un esempio classico è quello del duo Dean Martin – Jerry Lewis: bello, carismatico e risoluto il primo quanto goffo, imbranato e sgraziato il secondo, nonostante ciò riescono ad amalgamarsi e a formare un tutt’uno.

Qui no.

La coppia Anastasia – Christian è totalmente sbilanciata.

50 sfumature coppia

Entrambi hanno caratteristiche troppo marcate e calcate.

Lui è figo, magnetico ed attraente, e viene rimarcato in ogni modo che sia figo, magnetico ed attraente; lei è goffa, nella media e caratterialmente piatta, e viene rimarcato in ogni modo che sia goffa, nella media e caratterialmente piatta.

Il risultato di tali personalità troppo estremizzate è che nonostante il punto di vista della storia sia quello di lei, l’attenzione è catalizzata totalmente da lui, rendendo Anastasia un personaggio vuoto e piuttosto noioso.

Avere una Maserati e incollare un mattone al pedale dell’acceleratore non è una scelta intelligente per mostrare di avere una macchina veloce, ma una pensata imbecille che estremizza a livelli iperuranici un aspetto fin troppo evidente.

Le dinamiche narrative tra i due sono inoltre sbattute in faccia allo spettatore troppo velocemente, e i due passano da meri conoscenti ad amanti in un lasso di tempo troppo contenuto, non dando tempo a chi assiste di ambientarsi e abituarsi ai vari passaggi.

Un momento si studiano e quello dopo fanno sesso sadomaso.

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Ah, e che i manichini da crash-test abbiano più spessore narrativo di questi due tizi sicuramente non aiuta.

Capitolo atmosfera.

Nei film è molto importante creare un’atmosfera che coinvolga lo spettatore nella narrazione, in modo che ciò che veda non sia una semplice parete con un filmato proiettato sopra, ma una storia che riesca ad attirarli nell’aura del film.

Nei film erotici, in particolare, deve essere creata un’atmosfera torbida e sensuale; l’aria deve essere vibrante, per far sì che il pubblico sia interessato all’evoluzione del rapporto personale tra i due personaggi.

Questo vale non solo per i film erotici: così come nei thriller è fondamentale la tensione, negli action l’adrenalina e nei Marvel le cazzate col botto, ogni pellicola deve riuscire a far entrare il pubblico nel proprio mondo.

50 sfumature di grigio non ci riesce, per due motivi.

Il primo è la già citata ed eccessiva artificiosità della storia dovuta alla sua credibilità inesistente.

Il secondo è una pecca comune ai film tratti da romanzi, ossia il fatto di descrivere/parlare/discutere tantissimo e mostrare poco attraverso recitazione ed immagini.

Detto in altri termini, nemmeno in un’opera di Shakespeare sceneggiata a sei mani da Christopher Nolan e i fratelli Wachowski con la regia di Martin Scorsese si parlerebbe così tanto.

Quindi, ricapitolando: due cose importanti, entrambe toppate in pieno.

loki facepalm

E il sesso?

Beh, questo film dura circa due ore: la prima scena erotica inizia dopo più di quaranta minuti e dura sui 60-90 secondi, per cui credo che le attese in ambito “oh, mio Dio, ma questo è un porno” siano state, tanto per cambiare, un tantino esagerate.

Cambiando argomento, pensavo che il titolo dell’opera fosse un’allusione alle sfaccettature caratteriali di Grey, e non al disperato tentativo da parte della fotografia di aspirare ogni parvenza di vivacità e naturalezza ai colori.

La sensazione è infatti di assistere a due ore di film attraverso uno strato di domopak che la luce non riesce ad attraversare, appiattendo quindi i colori rendendoli asettici e artificiali.

50 sfumature di grigio colori

Pur con il buon doppiaggio da parte di Andrea Mete e Rossa Caputo, funzionale al tipo di storia, i protagonisti Dakota Johnson e Jamie Dornan sono due totem inespressivi.
Troppo granitico e glaciale lui nell’eccessiva rappresentazione del figone stereotipato, troppo macchiettistica e con le mossettine lei nell’eccessiva rappresentazione della ragazza comune.
Nulla di nuovo sotto il sole.

Per chiudere il discorso e allo stesso tempo riallacciarmi alla gag iniziale, non solo questo film è una versione porno di Twilight, ma è anche peggiore rispetto ad esso.

sfumature twilight
Crepuscolo infatti aveva la scusa di essere un film (oddio, forse “film” è un po’ eccessivo…) indirizzato ad un pubblico abbastanza giovane, e quindi dai gusti MOLTO semplici; è ovvio che esistano pellicole realizzate per spettatori minorenni aventi una qualità complessiva più che buona, ma dato i soggetti di riferimento diciamo che non si è costretti a fare Bergman, e la si può prendere più alla leggera.

Ma qui no: 50 sfumature di grigio non ha le minorenni come target, spero, ma ragazze più mature.

Ormai donne.

Persone che quindi dovrebbero avere anche dei gusti più maturi, senza abbandonarsi a film sterili nati da basilari fantasie, che sono assolutamente normali da avere ma che non giustificano l’esistenza di un’opera cinematografica scadente e facilona, messa in piedi solo per spillare dei soldi ad un pubblico altrettanto facilone.

Persone che magari potrebbero e dovrebbero avere un maggiore senso critico nei confronti dell’intrattenimento a cui stanno assistendo.

E non far ottenere successo ad opere pessime.

Lo Hobbit – La battaglia delle cinque armate

la battaglia delle cinque armate locandina“Vedo nei vostri occhi la stessa rottura di palle che potrebbe afferrare il mio cuore.

Ci sarà un giorno in cui il coraggio dei recensori cederà, in cui abbandoneremo i nostri princìpi e leccheremo il culo a ogni blockbuster, ma non è questo il giorno!

Ci sarà l’ora della Marvel, e dei maroni frantumati quando l’era di Michael Bay verrà alla luce, ma non è questo il giorno!

Quest’oggi recensiamo… Per tutto ciò che ritenete caro di questa bella Arte vi invito a resistere!”

Zaan Zaan Za-za-zaaaaan…

TRAMA: Dopo essere giunti a Erebor, Thorin e gli altri nani hanno due problemi: eliminare il drago Smaug e difendere la propria montagna, prima che altri giungano a reclamarne le ricchezze…

RECENSIONE: Liberamente tratto dall’omonimo romanzo di J. R. R. Tolkien e terzo capitolo della relativa trilogia cinematografica, La battaglia delle cinque armate è la classica mattonata fantasy di due ore e mezza con cui, se Dio vuole e ha pietà di noi, si conclude la saga de Lo Hobbit.

sam you don't mean non intendi

Prima che mi aspettiate sotto casa coi bastoni, mi spiego meglio.

Nonostante io non sia amante, per usare un eufemismo, del cosiddetto “High Fantasy” (= elfi, nani, draghi, ambientazione medievale, serie tv pretenziose basate su tette e morti ammazzati), apprezzo tantissimo la trilogia de Il Signore degli Anelli: ritengo tutte e tre le pellicole molto ben realizzate globalmente, e penso che dimostrino una grande cura di tutte le loro componenti.
Ogni loro aspetto è di ottima qualità (dalla colonna sonora ai costumi, dalla fotografia al trucco), e nonostante al grande pubblico di tali elementi non gliene possa fregare di meno, i numerosi Oscar tecnici vinti in tali categorie credo siano stati più che meritati.

THE HOBBIT: THE BATTLE OF THE FIVE ARMIES

Il problema è che, dopo quel grande successo di pubblico e critica, in cabina di comando si sono lasciati prendere la mano, diluendo in tre opere (ciascuna oltretutto di lunghezza notevole) un libro dai toni favolistici molto più scarno di come sia stato poi rappresentato sul grande schermo.
Tale manovra, oltre ad essere una commercialata spaventosa dettata da una pantagruelica avidità, fa accomunare la trilogia de Lo Hobbit con altre galline dalle uova d’oro letterarie/cinematografiche come Twilight Hunger Games.

Risultando quindi un’opera fatta solo per soldi e utile come un costume da bagno sull’Everest.

hobbit katniss hunger games

Oltretutto a parte nani, elfi e uomini “high as fuck, fighting a dragon and shit”, non posso fare a meno di notare che questa serie sia divisa in un primo capitolo dal ritmo piuttosto lento in cui i personaggi principali si conoscono ed iniziano la loro avventura, un secondo atto caratterizzato da un grande scontro intermedio in cui la trama è riassumibile in due righe ed un episodio finale con grandi battaglie campali tra enormi eserciti.

Cioè pari pari a ISDA, nonostante le due opere letterarie di riferimento siano totalmente diverse.

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Tralasciando il pistolotto necessario data la conclusione di questa trilogia (i cui primi due film sono Un viaggio inaspettato La desolazione di Smaug), La battaglia delle cinque armate è un finale di saga portato a compimento con ordinarietà da ragioniere, e che pare una copia sbiadita de Il ritorno del re.

Sbiadita perché nonostante lo scontro menzionato nel titolo sia imponente e ben realizzato visivamente, il film dà sempre l’idea di un rifacimento in tono minore di ciò che si è visto anni fa, e ciò va ovviamente ad inficiare in pejus sulla qualità complessiva dell’opera.

Giudicare questa pellicola è quindi piuttosto difficile, perché sì, è fatta molto bene oggettivamente, ma rende una sensazione di “secondario” e di “tono minore” troppo marcata.

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Il cast tecnico è lo stesso de ISDA, e ciò garantisce alta qualità: come già accennato elementi quali la fotografia, i costumi, gli effetti speciali e la colonna sonora sono veramente ottimi, e contribuiscono a far immergere lo spettatore in un mondo lontano e incredibile, rendendo visivamente realistico ciò che oggettivamente non lo è.

Peccato solo che alcune scene di combattimento (specialmente quelle uno contro uno) siano state coreografate da qualcuno che aveva fatto il pieno di peyote un’ora prima e che si è fatto un po’… diciamo… “prendere la mano” con la spettacolarità.

Nonostante la complessiva qualità la pellicola trasmette poco, e devo ammettere che l’impressione di avere a che fare con un soprammobile di due ore e mezza tanto bello quanto vuoto sia stata piuttosto vivida.

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Ne La battaglia delle cinque armate viene portato a compimento il tema dell’avidità, che era stato introdotto nel capitolo precedente con la comparsa del drago e che ovviamente svolgeva un ruolo molto importante anche ne ISDA (“The thieves, the thieves, the filthy little thieves, they stole it from us, our precious”).

L’avidità del rettile sputafuoco, simbolo per antonomasia dell’accumulo e dell’amore smisurato nei confronti di ori e gioielli.

L’avidità di Thorin, la cui mente deve combattere contro le tentazioni e i tormenti che tale quantità di ricchezze provoca.

L’avidità dei produttori di questo film, ormai genuflessi alla categoria dei lettori e che farebbero mettere su pellicola anche le Pagine Gialle se ne avessero un importante ritorno economico.

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Un’ulteriore pecca de LH è legata ai personaggi.
Se ne ISDA ci sono molti personaggi secondari dalla costruzione psicologica interessante (come Boromir, Faramir ed Éowyn, tanto per citarne tre), qui molti supporting characters sono bidimensionali (come lo stesso drago, che a parte la già citata bramosia trasmette poco altro), difficilmente identificabili poiché troppo piatti (molti dei nani sono interscambiabili tra loro) o non hanno senso di esistere se non quello di piegarsi ai cliché cinematografici (l’elfa Tauriel, inserita perché per accontentare il pubblico ignorante è obbligatorio mettere la bellona monoespressiva).

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Per le sottotrame poco da dire. Sono tante, si intersecano tra loro e parecchie vertono sulla conquista della montagna: una specie di Risiko con nani, elfi, orchi e chi più ne ha più ne metta.

Menzione particolare per la storia d’amore tra l’elfa e il nano, una delle dinamiche narrative più campate per aria e attaccate con lo sputo che io abbia mai visto in un film.

tauriel love

LH è inoltre una saga Bilbocentrica, e nonostante tale personaggio sia molto più “attivo” rispetto a quel sottobicchiere di Frodo l’idea di un soggetto umile inserito in conflitti più grandi di lui risulta un po’ troppo stucchevole, rendendo semplice spettatore di eventi colui che dovrebbe essere il protagonista dell’opera.

Attualmente giungono inoltre voci sulla possibilità di trasporre o meno in un film anche Il Silmarillion, altra opera di Tolkien.

Cosa ne penso di quest’idea?

boromir male che non dorme evil sleep

Per concludere lo ripeto un’ennesima volta in modo che sia chiaro: La battaglia delle cinque armate NON è il flagello di Isildur, ma un film oggettivamente buono; ciò che lo affossa è la palese poca scintilla artistica presente in esso, che lo fa risultare piatto e poco interessante.

Meglio tornare agli antichi fasti…

Colpa delle stelle

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“Yeah you cried and you cried / He’s alive he’s alive / Ah, you cried and you cried and you cried and you cried.”

TRAMA: La sedicenne Hazel, affetta da cancro, è obbligata dai genitori a frequentare un gruppo di supporto psicologico. Qui incontra e si innamora del diciassettenne Augustus, un ex giocatore di basket con una gamba amputata.

RECENSIONE: Avete presente cosa scrissi nella recensione di Lei?

Ovviamente no, me lo ricordo a malapena io.

Vabbè, quando recensii il film di Jonze scrissi che uno dei suoi pregi principali (anzi, direi fondamentali ai fini della buona riuscita dell’opera) era quello di avere come protagonista una persona comune.

Ossia con un aspetto estetico comune, una personalità comune e che mostrava reazioni emotive comuni.

La “normalità” del personaggio principale consente infatti alla pellicola di essere realistica.

Il realismo è un fattore di fondamentale importanza nei film di genere “romantico”, perché tali opere si basano molto sull’immedesimazione del pubblico in ciò che vede sullo schermo, o in generale su una forte sospensione dell’incredulità che faccia dimenticare allo spettatore di avere a che fare con attori che interpretano una parte.

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Colpa delle stelle ha dei difetti.

Ma ha anche questo grande pregio.

È ovvio che l’opera galleggi in una dimensione narrativa caratterizzata da malattie molto gravi, persone emotivamente nonché fisicamente provate, sofferenze dovute al precario stato di salute e quant’altro, ma i personaggi si comportano similmente a come agirebbero persone reali.

È un film lacrimoso, che tiene subdolamente per mano lo spettatore ben sapendo di portarlo a preparare i fazzoletti? Certo.

Si scade talvolta nella retorica e nell’esagerazione, con lo stereotipo della storia d’amore vista come una sorta di monte che resiste alle ondate avverse della vita? Certo.

Ma in un genere piagato da troppe pellicole che si rivelano inguardabili e atroci cazzate, Colpa delle stelle pur con le evidenti pecche prima citate batte altri “colleghi” tre a zero.

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Per essere un regista esordiente Josh Boone riesce a fare un lavoro sufficiente, trasponendo su pellicola l’omonimo romanzo di John Green senza renderlo un indigesto polpettone e sapendo dosare i picchi emozionali meglio di altre opere strappalacrime. Buona inoltre la scelta di abbondare con primi piani e campi medi, optando a volte per piani americani.

Come ho già scritto in altre recensioni, infatti, nelle opere basate sull’aspetto psicologico e introspettivo è importante usare questo tipo di inquadrature per diminuire la distanza relazionale tra pubblico e personaggi, aumentando così il legame emotivo tra palco e platea.

La sceneggiatura, pur con i canoni, gli stereotipi e i classici binari narrativi del genere di appartenenza, non sbraca in scempiaggini senza senso ma centra l’obiettivo superando la soglia di sufficienza.
La prima parte ha il pregio di essere più leggera e ironica, con una presentazione dei personaggi veloce in modo da catturare subito l’attenzione del pubblico e non affossare il ritmo narrativo fin dall’inizio; la seconda sezione è invece più sofferta e intimista, con la prepotente emersione della malattia e della drammaticità che ne consegue.

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I due attori principali, Shailene Woodley e Ansel Elgort, hanno una buona recitazione e riescono a incanalare in maniera efficace la normalità e l’ordinarietà di due adolescenti, comportandosi quindi in maniera piuttosto naturale.

Il loro rapporto è inoltre ben caratterizzato da una contrapposizione caratteriale in stile poli magnetici: uno infatti è più solare, estroverso e attivo, cercando sempre una soluzione positiva alle situazioni; l’altra è più seria, riflessiva e matura, aggrappata al crudo realismo dovuto alla sua condizione medica.

Personalmente apprezzo quando in un’opera di fantasia vengono a crearsi coppie di personaggi (di qualsiasi tipo, non necessariamente amanti) che si compensano e completano a vicenda, perché in tal modo non solo la sceneggiatura fa da colonna portante ai characters, ma anche questi ultimi la riempiono in maniera efficace e funzionale.

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Un film migliore di quanto possa sembrare.

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: I film “amore e fazzoletti”, come ad esempio Love Story di Arthur Hiller (1970), Scelta d’amore di Joel Schumacher (1991) e Autumn in New York di Joan Chen (2000).

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