L'amichevole cinefilo di quartiere

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Arrival

arrival-locandina-italianaI’m so scared about the future and I wanna talk to you.

TRAMA: In 12 diversi luoghi della Terra, compaiono altrettanti misteriosi oggetti provenienti dallo spazio. A dispetto degli apparati dispiegati, composti da team di esperti in fisica, matematica e linguistica, nessuno riesce a comprendere le intenzioni degli alieni. Una linguista statunitense viene reclutata dall’esercito per tentare di comunicare con i nuovi arrivati e stabilire quali siano i loro scopi.
Basato sul racconto Storia della tua vita (1998) di Ted Chiang.

RECENSIONE: Per la regia del canadese ormai in rampa di lancio Denis Villeneuve (nel 2017 arriverà il suo Blade Runner 2049, seguito del culti di Ridley Scott), Arrival è una pellicola profonda ed intensa basata sul linguaggio.

Le modalità per comunicare significati attraverso segni o gesti diventano fondamentali per poter interagire con esseri provenienti da un altro mondo, e diventa allegoria del nostro rapporto con ciò che sia diverso o difficilmente comprensibile.

La vasta gamma di stati d’animo scaturiti nell’umanità dagli alieni, che spaziano dalla paura all’ostilità, dalla curiosità alla brama di supremazia nei confronti delle altre potenze, è qui feticcio narrativo di come l’uomo reagisca allo sconosciuto, rapporto qui estremizzato nel caso in cui non si abbia appigli anche minimi dettati dall’esperienza.
Dovendosi trovare infatti a comprendere un linguaggio totalmente estraneo alla pur numerosa risma di quelli adottati nel corso dei secoli sul nostro pianeta, linguisti, scienziati e militari tentano di completare una doppia missione: da un lato colmare le proprie lacune in senso prettamente conoscitivo, e dall’altro avere la possibilità di rassicurare se stessi cercando di scoprire quale sia il motivo che ha spinto gli alieni a farci visita.

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Sono ostili? Sono in esplorazione? Vogliono qualcosa da noi? Interrogativi che prescindendo dall’atmosfera sci-fi vennero posti nella storia umana anche da popolazioni “scoperte” dall’occidente (nella pellicola presente un interessante paragone con gli aborigeni) e che quindi traslocano il film su un terreno sempre più allegorico e meno dipendente dalla trama stessa.

La fantascienza fonte di domande, più che di risposte.

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Ottimo il comparto tecnico, sia visivo che sonoro.

Se da un mero lato estetico le astronavi sono imponenti ovali verticali meri a simboleggiare l’inferiorità e lo smarrimento dell’uomo nei confronti dell’ignoto, la fotografia dai toni grigiatri è utile per suggerire allo spettatore un senso di incertezza e di notevole pressione emotiva, dovuta all’insicurezza sul dove possa andare a parare la trama.
Per l’orecchio, interessante l’uso di toni grevi e bassi nell’astronave, i quali rientrano anch’essi nell’idea di potenza a disposizione degli esseri provenienti dallo spazio.

Attori in forma, a cominciare da un’Amy Adams che dimostra quanto un’interprete femminile possa tranquillamente essere protagonista di una pellicola che non sia una love story o un dramma urbano.
Il cinema mainstream dovrebbe forse cercare maggiormente l’esplorazione non solo di generi cinematografici, ma anche giostrando il rapporto tra storie ed attori innovando se stesso senza basarsi pedissequamente su cliché stantii e ormai anacronistici.

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Jeremy Renner spalla convincente anche se fa specie vederlo quasi interamente molto sotto le righe, vista l’abitudine a vederlo ricoprire ruoli più esuberanti; comprimari (Forest Whitaker e Michale Stuhlbarg) in panni giusti per la loro modalità espressiva, anche se non viene concesso loro molto spazio di manovra per non distogliere attenzione dai temi di maggior peso.

Arrival non è ovviamente un film perfetto, probabilmente avrebbe potuto essere leggermente più snello; non tanto per via di una durata temporale quantitativamente eccessiva (due ore scarse), quanto a causa di una forte componente di seriosità generale e nel lento incedere di alcuni segmenti narrativi, particolarmente i primi 20-25 minuti, ma una volta instaurato il ritmo lo spettatore può farci l’abitudine.

Complessivamente un film più che buono.

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Pillole di cinema – Mission: Impossible – Rogue Nation

mission impossible locandinaCome sempre, se tu o qualche altro lettore doveste annoiarvi o infastidirvi, il blogger negherà di essere al corrente della recensione.
Questo post si autodistruggerà entro cinque secondi.

TRAMA: L’agente Ethan Hunt si ritrova braccato dal Sindacato, un’organizzazione di assassini altamente addestrati che vogliono smantellare la IMF; con l’aiuto della sua squadra dovrà affrontarlo e distruggerlo, a qualsiasi costo.

PREGI:

Tom Cruise: Il mondo è in pericolo?

È in atto un letale balletto di spie in cui molti fanno il doppio gioco?

La sicurezza mondiale è appesa ad un filo?

Nessun problema: il nostro Super Saiyan di Scientology preferito torna a quattro anni dal precedente Protocollo fantasma per una nuova avventura a base di acrobazie improbabili, tour in giro per il globo e tanta azione scanzonata.

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Tom Cruise (che recentemente mi ha fatto scialacquare gettoni su gettoni) è ormai esperto in questo ruolo e lo interpreta sempre con molto vigore, eliminando la sensazione presente altrove del tizio senza alcuna abilità che sgomini i cattivi; essendo Mission: Impossible un concerto per violino solista, aver già visto Crociera in azione più volte contribuisce a rendere la vicenda passabile.

Perché, sì, in questa pellicola le leggi della fisica fanno la fine di Cappuccetto Rosso di fronte a una nonna dalle orecchie preoccupantemente grandi.

E, sì, facendoci attenzione si perde il conto di quante volte Hunt sarebbe realisticamente più che defunto.

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Premesso che lamentarsi del poco realismo di questi film sia sensato come protestare perché Radio Maria non trasmette i Black Sabbath, considerando la totale ignoranza riguardo alla resistenza agli urti del corpo umano una componente che non possa mancare, si è visto di peggio.

Cast di supporto: Ma hai appena detto cheSì, lo so cosa ho appena detto, torna nella tua recensione.

Se si ha come protagonista il classico good guy immortale ammazza-tutti, il modo migliore per non annoiare lo spettatore è quello di circondare tale personaggio da un supporting cast caratterizzato (talvolta anche stereotipato) che possa dare al pubblico un’impressione di maggiore coralità.

Qui ciò è stato fatto:

C’è Simon Pegg come spalla comica esperta di tecnologia, utile per alleggerire i toni e protagonista della maggior parte delle gag.

C’è Jeremy Renner come “maschio beta” di Cruise, utile per spalmare gli umori delle spettatrici su due fustacchioni e che rende meglio quando non si trova in una città che sta volando mentre affronta un esercito di robot con un arco e delle frecce, visto che nulla di tutto quello ha senso.

C’è Rebecca Ferguson come bella gnocca, utile perché è una bella gnocca.

Sì, Hollywood conferma di non creare dei gran personaggi femminili, ma dato che ho già menzionato il concetto nell’ultima recensione, evito di ripetermi.

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Solo un appunto: perché nella maggior parte dei film action bisogna far vedere una donna di spalle che si spoglia?

Perché è un bel vederAncora qua sei?

Premesso che la mia eterosessualità non mi fa disprezzare le donnine discinte, anzi, non si potrebbe per una volta costruire narrativamente un personaggio femminile sfaccettato e complesso, con un ruolo determinante ai fini della storia?

Un ruolo non basato prevalentemente sull’avvenenza, e che non abbia una funzione meramente ancillare del protagonista?

Un ruolo che poss…

mission impossible scena 2

Seh, buonanotte…

DIFETTI:

Antagonista: Mission: Impossible è una saga basata più sull’estremizzazione atletica e tecnologica che sul creare un universo narrativo che abbia come vertice un villain di spicco, per cui non mi aspetto il Dr. No, Blofeld o altri leader della SPECTRE.

Devo però ammettere che Sean Harris, per quanto interpreti un personaggio crudele, mi è sembrato un po’ carente di quel carisma che contribuisce a rendere il villain memorabile anche oltre la conclusione della pellicola.

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Consigliato o no? In fin dei conti sì. Mission: Impossible è una saga di puro disimpegno, e questo quinto capitolo credo sia uno dei migliori, se non IL migliore tra i quattro seguiti.

American Hustle – L’apparenza inganna

american-hustle-la-locandina-ufficiale-290603“Che bello, ci sono Batman, Hawkeye, Katniss e quello di Una notte da leoni.” cit. lo spettatore italiano medio.
Non so più come insultarvi.

TRAMA: America, fine anni 70. Un truffatore finanziario e la sua socia, nonché amante, si trovano loro malgrado a lavorare a fianco dei federali per incastrare una serie di politici e mafiosi.

RECENSIONE: Basato su eventi reali (l’operazione “Abscam” dell’FBI contro la corruzione amministrativa dilagante) con nomi dei personaggi modificati, questo è un film a cui è difficile dare una valutazione complessiva.
Il motivo è semplice: se ci si concentra solo sulla recitazione (veramente notevole sotto tutti i punti di vista) si ha di fronte un ottimo film, mentre il resto non ne è però all’altezza, risultando sì sopra la media ma non così eccezionale come il comparto attori.

Nella mia recensione de Lo Hobbit – La desolazione di Smaug avevo consigliato di non badare solo agli attori ma anche a tutto il rimanente fronte tecnico quando si guarda un film, cercando quindi di mantenere ben chiara la visione di insieme.
Dopo poco tempo recensisco una pellicola dove gli attori sono fondamentali, dovendosi quindi concentrare maggiormente su di essi.

Perfetto.

Per la regia di David O. Russell (Il lato positivo, con Cooper e Lawrence, The Fighter con Adams e Bale), autore anche della sceneggiatura, American Hustle è un film che definirei teatrale e quasi shakespeariano.
Mi perdonerà il grande attore e regista Kenneth Branagh (in cambio io perdono lui per Harry Potter e Thor, così siamo pari) se dico che nonostante le locations siano molteplici, il faro perennemente puntato sugli attori rende le parti in cui si divide il film paragonabili agli atti di una pièce teatrale e la scena cinematografica assimilabile quindi ad un palcoscenico vero e proprio
 

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La regia e la sceneggiatura scelgono quindi la valorizzazione del cast artistico.

La prima utilizza primi e primissimi piani, andando così vicina ai volti degli attori con la macchina da presa che se questa pellicola fosse in 3D il pubblico potrebbe toccare la barba a Christian Bale. Stringere il campo così tanto ha il pregio di risaltare le espressioni degli attori quando essi recitano bene (e questo film è il caso), ma ha il difetto di far perdere la visione complessiva sulla scena, distraendo talvolta il pubblico da cosa ci sia intorno alle figure umane.
Caratteristica anche l’importanza che viene data ai capelli. Cotonature, riporti, bigodini di diverse forme, lacche e acconciature ardite sono uno dei leitmotiv estetici della pellicola, che mostra in maniera martellante scene di cura della propria componente tricotica. La parola d’ordine? Esagerazione.

La seconda per quanto non sia mal costruita si piega molto alle esigenze dei personaggi; giustamente sceglie di caratterizzarli in modo molto sfaccettato, dipingendo le loro personalità a pennellate a volte grevi e spesse, con pregi e difetti ben evidenti anche all’occhio dello spettatore poco accorto, e dall’altro usando sottili minuzie che rendono bene i dettagli della loro complessità psicologica, basata sui grigi e non sulla separazione manichea tra bianco e nero.

Passiamo ora al cast nel dettaglio.

A questo giro siamo fortunati: full di re e donne.

Re di cuori: Christian Bale. La solita certezza, qui dà nuovo sfogo all’estro trasformista sfiorando il quintale e portando con rara dignità una capigliatura improbabile con tanto di riporto. Teorema di Bale: se si prende un ottimo attore, si aggiungono chili e si tolgono capelli il risultato non cambia. Il perno del cast per capacità recitativa, magnetismo e carisma, il pianeta attorno al quale ruotano i satelliti. Intenso e fragile nel suo barcamenarsi tra moglie e amante.

Re di fiori: Bradley Cooper. Ultimamente nel già citato bel film Il lato positivo, nel discreto Come un tuono e nel deludente Una notte da leoni 3. Se diretto da una mano sapiente è molto bravo e offre performance notevoli, si spera che la sua crescente (anzi, ormai cresciuta) fama lo porti ad avere la fiducia di registi sempre più prestigiosi. Perfetto, per presenza scenica, nel ruolo del good guy.

Re di quadri: Jeremy Renner. Lui conferma di non essere una conferma, ossia di alternare troppo di frequente buoni film a opere per usare un eufemismo “dimenticabili” (The Bourne Legacy, Hansel & Gretel). Stesso discorso di Cooper per quanto riguarda l’essere diretti da persone serie, il suo politico Jersey man caciarone che “tiene famiglia” è un personaggio bifacce e che fa da connubio tra la voglia di agire per il bene dei propri elettori ed i mezzi sporchi per rimanere a galla. Un ruolo non facile, ma interpretato in maniera efficace.

Donna di cuori: Jennifer Lawrence. La giovane rampante della nuova Hollywood, la classe ’90 in grado di interpretare adolescenti e trentenni con egual bravura. Tutti la vogliono, l’età è dalla sua e anche qui dimostra di essere una brava attrice oltre che un gran bel pezzo di fanciulla. Interpretare il personaggio più sgradevole, bipolare e volgare di una pellicola con numerosi attori bravi e con characters più carismatici non era facile, ma anche lei offre una buona prova.

Donna di fiori e mia preferita soggettivamente: Amy Adams. Bellissima e sexy, si risolleva ampiamente dalla piatta caricatura di una donna forte e indipendente nel pessimo L’uomo d’acciaio, dando viso e corpo ad una femmina che sa quando tirare fuori gli attributi, mostrare le sue fragilità ed usare il cervello. Passa in maniera disinvolta da un viso struccato e senza orpelli a una camminata con testa alta, spacchi vertiginosi su seno nudo e fascino da leonessa.
E se mi sfuggisse la parola “Oscar”?

Ottime musiche di Danny Elfman che contribuiscono alla costruzione dell’atmosfera degli anni ’70 (niente a che vedere con il tunz tunz hip hop de Il Grande Gatsby, sensato come la squadra giamaicana di bob a quattro) con brani di Duke Ellington, Paul McCartney, Tom Jones, Donna Summer e Electric Light Orchestra.
Costumi che sono un trionfo del kitsch, come è giusto che sia vista l’epoca.

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Per concludere, se American Hustle avesse avuto una componente tecnica che non si fosse semplicemente genuflessa di fronte agli attori staremmo parlando forse di un capolavoro; così è un buon film ben realizzato, che però può lasciare un retrogusto amaro in bocca per quello che sarebbe potuto essere e non è.

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: I precedenti film di Russell. E in generale il lato Chiaro del cinema.

Hansel & Gretel – Cacciatori di streghe

Niente topi fatti affogare nel fiume?

TRAMA: Hansel e Gretel anni dopo essere stati prigionieri nella casa di marzapane si guadagnano da vivere come sterminatori di streghe. Dovranno combattere contro la malvagia Muriel e la sua congrega di fattucchiere.

RECENSIONE: Liberamente ispirato alla fiaba Hansel e Gretel dei fratelli Grimm (non Matt Damon e Heath Ledger, quelli veri intendo), che ad inizio 1800 hanno raccolto narrazioni provenienti dall’Europa centrale.
Purtroppo tali storie sono arrivate a noi sotto forma di favolette per marmocchi e non come racconti cruenti che portano importanti insegnamenti (in questo caso “non fidarti degli estranei” e “non ingozzarti di dolci”), e questo penalizza parecchio il loro aspetto educativo e morale.

Ma sempre meglio che vegetare davanti alla tv guardando una bimba ispanica che ti chiede dove sono gli oggetti.

In questa pellicola, basata su una favola tedesca raccolta a suo tempo da due fratelli tedeschi e girata in Germania,  non c’è un tedesco manco a pagarlo.
Scritto e diretto dal norvegese Tommy Wirkola, il film è un chiassoso e sanguinolento pastrocchio che non riesce mai a imbroccare uno stile narrativo costante.

Alcune scene o riferimenti sono infatti legati alla modernità, mentre altri si allacciano alla tradizione favolistica ottocentesca, e questo moto ondivago non giova al film, che rimane costantemente in un limbo di mediocrità non scegliendo quale identità avere.
Quest’ultimo fattore non è migliorato o mitigato dalla sceneggiatura, che è più un espediente per mostrare effetti speciali un po’ a casaccio piuttosto che la struttura di una storia vera e propria.

Hansel ha i muscoli e la sfacciataggine del californiano Jeremy Renner, che come Dottor Jekyll ha interpretato The Hurt Locker e The Town, mentre nella versione Mister Hyde, cioè dopo The Avengers, è apparso in notevoli cazzate come The Bourne Legacy Mission Impossible – Protocollo fantasma.
Gretel è interpretata dalla britannica Gemma Artenton, ex Bond-girl (in Quantum of Solace del 2008), di cui negli 85 minuti di durata del film si contano due espressioni e che non è mai così svestita da farle avere lo scopo di “gnocca da esposizione”, cioè una bella figliola inutile ai fini del film ma discinta, messa lì perché nella testa dei produttori non fa mai male.

Completano il quadro lo svedese Peter Stormare (caduto bene in basso da quando non ammazza più la gente nella ceppatrice) nei panni di una specie di sceriffo di Nottingham dei poveri, personaggio inutile come quasi tutti i personaggi secondari in film del genere e la villain, l’olandese Famke Janssen (la Jean Grey della prima serie cinematografica sugli X-Men).

In poche parole una pellicola che si accoda, risultando per certi aspetti molto simile, a incredibili capolavori come Cappuccetto Rosso sangue, Biancaneve e il cacciatoreLa leggenda del cacciatore di vampiri e ovviamente il capostipite di questo genere immondo: Van Helsing.

Dieses Zeug ist ein Spaß für Narren.

P.S. La giusta pronuncia tedesca sarebbe HEnsel, ma sia nella versione inglese che nel doppiaggio italiano se ne sono sbattuti le palle.

The Bourne Legacy

The Bourne eccetera.

TRAMA: Aaron Cross è un nuovo agente segreto della CIA uscito dallo stesso addestramento eseguito su Jason Bourne, che lo ha reso una perfetta macchina da guerra potenziando le sue capacità. A causa della volontà di insabbiare il programma, si ritroverà contro i vertici dello stesso reparto che l’ha creato.

RECENSIONE: Spin-off (più che sequel) della saga di Jason Bourne (interpretato da Matt Damon in The Bourne Identity (2002), The Bourne Supremacy (2004) e The Bourne Ultimatum (2007)), per la regia di Tony Gilroy (Michael Clayton (2007)), sceneggiatore della saga anche in questo capitolo, che sostituisce alla regia Paul Greengrass, questo spy-movie non arriva alla sufficienza, zavorrato dalla sua eccessiva somiglianza in alcuni tratti con il primo film della serie (possibile nuova trilogia?) e dalla durata eccessiva: 135 minuti sono tanti se non li sai gestire con continuità e dosando l’altalenarsi delle situazioni, e qui gli scarti sono veramente notevoli (considerando soprattutto l’inizio un po’ arrugginito): lo spettatore medio potrebbe faticare e annoiarsi, e questo costituisce la morte del film; inoltre si sente un po’ il mancato supporto di una regia che è sì sufficiente ma che forse avrebbe potuto mostrare più qualità in alcuni frangenti invece di limitarsi al compitino. La sceneggiatura è la classica “bournata” piena di intrighi, (evitate il film se non avete visto almeno uno dei precedenti, l’ideale sarebbe averli in mente tutti e tre) con badilate di nomi e personaggi utili per gli aficionados in modo da mantenere il trait d’union con gli altri, ma difficili da digerire almeno inizialmente per i neofiti. Nuovo protagonista della saga caratterizzata dalla enorme fantasia dei titoli è Jeremy Renner (che nonostante sia stato candidato all’Oscar come protagonista per The Hurt Locker, miglior film del 2008, e come non protagonista per The Town nel 2010, verrà ricordato per l’Hawk-Eye di The Avengers (2012), film rilevante come le mutande in un porno) che a fare l’eroe d’azione salva-situazioni-impossibili è bravo, ma vista la sua bravura a recitare con lo sguardo sarebbe forse un peccato si limitasse a quello; al suo fianco la Bourne girl Rachel Weisz (primi due episodi de La Mummia (1999 e 2001), assieme a Brendan “Indiana Jones dei poveri” Fraser, oltre ai più interessanti Agora e Amabili resti nel 2009) che interpreta la scienziata tutta testa che si ritrova in una situazione più grande di lei, personaggio clichè ma in film di questo tipo è ciò che passa il convento; il cattivo è il brizzolato (e redivivo) Edward Norton (American History X (1998), Fight Club (1999), La 25a ora (2002)), che a differenza dell’inguardabile L’incredibile Hulk (2008) salva la baracca interpretando con vigore patriottico un Tom enormemente avvantaggiato rispetto al suo Jerry, avendo a disposizione praticamente tutta la tecnologia esistente sul pianeta e sfruttandola in maniera asfissiante nei confronti dei protagonisti. Dal punto di vista tecnico spiccano in positivo la fotografia di Robert Elswit (vincitore dell’Oscar per Il petroliere (2008)) che passa in maniera abbastanza disinvolta dalle montagne alla città, da un continente all’altro, dal Manzanarre al Reno, e le musiche di James Newton Howard (5 nomination all’Oscar per la miglior colonna sonora, tra cui quella de Il fuggitivo (1993) più 2 nomination per la miglior canzone) che sottolineano adeguatamente i ritmi concitati della seconda parte di film.

The Avengers

“Era questo il piano.” “Non è un granché.”

TRAMA: il malvagio dio nordico Loki minaccia la Terra; per fermarlo viene formata una squadra composta dai più forti supereroi del pianeta.

RECENSIONE: Questo film è semplicemente una colorata porcheria fracassona.

Si può tranquillamente fare un film sui supereroi che abbia un certo spessore (i Batman di Nolan e Burton ad esempio, o pur con i suoi difetti dovuti anche all’età il Superman con Christopher Reeve del 1978), ma qui semplicemente non ci si riesce.

Regia di Joss Whedon (produttore del telefilm cult Buffy the vampire-slayer), al suo secondo film da regista.
Si vede.
Lo stile è quello di Michael Bay, autore di perle intellettuali come Transformers e seguiti, cioè un collage di inquadrature da loop da aeroplani con contorno di esplosioni e distruzioni di basi sotterranee/palazzi/elicarri; utile e divertente da vedere se si filmano le Frecce Tricolori, meno in un film di due ore e 25.

La sceneggiatura (se così la si deve chiamare) è formata da tre pezzi triti e ritriti: reclutamento, combattimento intermedio e combattimento finale, con ininterrotte battutine stile “io sono un gran figo” da parte dei vari galletti presenti.

Per quanto riguarda la recitazione Downey jr interpreta il suo Stark come ormai tutti i suoi personaggi, cioè da irritante e incorreggibile cazzone (lontani i tempi di Charlot 1992); i biondi Evans-America e Hemsworth-Thor sarebbero testa a testa in una gara di inespressività; Ruffalo-Banner strappa a fatica la sufficienza, anche se sembra reciti meglio da bestione verde che da essere umano (cosa che dovrebbe fargli porre qualche domanda) ma dovrebbe decidere quale lato della forza seguire: film di qualità (Zodiac, Shutter Island) o meno (Se solo fosse vero o questo).
Piange il cuore vedere il mostro sacro Samuel L. Jackson (Fury) e il promettente Renner-Hawkeye (The Hurt Locker, film che ha vinto l’Oscar nel 2010) sputtanati in questa maniera.

Un film che si può tranquillamente evitare senza rimorsi di coscienza.

Ah già, Scarlett Johansson ha un livello recitativo da film porno.

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