L'amichevole cinefilo di quartiere

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RoboCop

robocopVivo o morto, tu leggerai questa recensione.

TRAMA: Detroit, 2028. Dopo essere stato gravemente ferito, un agente delle forze dell’ordine viene trasformato da una multinazionale nel settore tecnologico in un super poliziotto mezzo uomo e mezzo macchina.
Remake e reboot di RoboCop – Il futuro della legge di Paul Verhoeven (1987)

RECENSIONE:
Domande che teoricamente questo film dovrebbe far nascere:
-Fino a che punto siamo disposti a spingerci per proteggere le nostre strade?
-È eticamente giusto disumanizzare una persona, pur se per fini superiori?
-Nel futuro prossimo, quale sarà il rapporto tra la macchina in quanto mezzo e l’uomo come suo fruitore e controllore?

Domanda che effettivamente questo film fa nascere:
-Cosa ha fatto di male Verhoeven per meritarsi un altro sputtanamento di un suo film dopo Basic Instinct 2 (2006) e Total Recall – Atto di forza (2012)?

Premessa: Paul Verhoeven non è un regista che amo particolarmente, anzi probabilmente gli unici suoi due film che apprezzo sono proprio RoboCop Atto di forza (1990, famoso per avere la donna con tre seni e il mitico Schwarzy che “portava il culo su Marte”).
Per citare alcuni suoi lavori, in Basic Instinct (1992) se si toglie la splendida e torrida Sharon Stone che tirava più di un carro di buoi in discesa e un Michael Douglas sopra la media o poco più non rimane molto; Showgirls (1995) è un filmaccio in cui si vedono più seconde di seno al vento che recitazione; Starship Troopers (1997) L’uomo senza ombra (2000) penso che nonostante le buone premesse avrebbero potuto essere migliori.

Pur quindi non amando troppo questo regista olandese mi chiedo quale sia il senso di riesumare dopo decenni alcune sue creature (il poliziotto meccanizzato, l’operaio in realtà leader della ribellione e la patata di Sharon Stone) con film squallidi solo per raccattare soldi al botteghino, facendo oltretutto rimpiangere le opere originali.

Ma da dov’è che eravamo partiti…?
Ah già, RoboCop.

robocop vecchio e nuovo

Nero? Lo avete fatto… NERO?!

L’originale era caratterizzato fondamentalmente da tre cose: violenza, ironia e introspezione.

Qui ve le potete scordare.

La violenza, che nel primo episodio era volutamente esagerata, sopra le righe e caratterizzata da un numero impressionante di fiotti di sangue, qui è molto (troppo) standard, essendo paragonabile a quella di un qualsiasi film d’azione.
Le persone muoiono come potrebbero trapassare in un videogame PEGI 16 e ciò va ad inficiare il realismo e l’estrema crudezza della pellicola, che ne risulta quindi rabbonita.

Se la violenza è presente, ma in dosi e caratteristiche visive di minore impatto, gli altri due elementi sono semplicemente inesistenti.
Male, perché l’ironia assente e la caratterizzazione dei personaggi banale e didascalica tolgono quel minimo di profondità che un film di questo genere dovrebbe avere, conferendogli quindi lo spessore del domopak.

Il regista José Padilha (quello dei due Tropa de Elite, del 2007 e 2010 sulle favelas di Rio) non riesce a dare uno stile visivo chiaro al film, penalizzato anche da una non eccelsa fotografia di Lula Carvalho.
In particolare le scene d’azione sono girate in modo confuso, con un uso spropositato e quasi fastidioso dei muzzle flashes (gli effetti luminosi degli spari) uniti ad un montaggio che rende difficile la comprensione delle scene stesse allo spettatore.

Dead Man Downancora tu? Ma non dovevamo vederci più?

Joel Kinnaman

E gli attori? Il protagonista Joel Kinnaman non è molto espressivo, ma il suo ruolo non lo richiede quindi gliela si può far passare. Un elemento che nei film mi fa sempre molta tristezza è però un altro, ossia i grandi attori sprecati, come qui Gary Oldman, Michael Keaton e Samuel L. Jackson (o anche Commissario Gordon, Batman vecchio e Nick Fury, se siete più terra terra).
L’ex Dracula Oldman ha un personaggio a cui è dato uno spazio veramente eccessivo, Keaton non aggiunge molto ai soliti tycoon cattivoni e Jackson, visto recentemente in Django Unchainedè protagonista di intermezzi non solo inutili ai fini della trama, ma che rallentano anche il ritmo del film con la stessa grazia con cui un’automobile è rallentata da un muro di cemento.

In soldoni ci si chiede se fosse davvero necessario riportare sul grande schermo la versione grossa e cazzuta del robot Emiglio.

Secondo me no.

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: Blade Runner (1982), RoboCop – Il futuro della legge (1987) e Atto di forza (1990).

Che poi un poliziotto mezzo robotizzato si era già visto

Total recall

Ridateci Schwarzy.

TRAMA: Un operaio decide di godersi una vacanza virtuale per staccare da una vita frustrante, impersonando un agente segreto con tanto di finti ricordi annessi. Durante la procedura però, qualcosa va storto ed egli diventa un ricercato, braccato dalla polizia sotto il controllo di un dittatore.

RECENSIONE: Quando le idee scarseggiano Hollywood si rifugia nei cari vecchi remake, spacciando film già visti come innovativi solo perché pompati di effetti speciali, nuove tecnologie di ripresa, tridimensionalità e altri specchietti per le allodole; in questo caso a farne le spese è il povero Atto di forza (1990) di Paul Verhoeven con Arnold Schwarzenegger e Sharon Stone, film che non sarà annoverato tra gli imperdibili capolavori della sci-fi ma che dopo due decadi fa ancora la sua porca figura.

Ispirato a un racconto breve di Philip Dick, Ricordiamo per voi, questo remake ha la regia di Len Wiseman (regista e sceneggiatore di Underworld più il quarto Die Hard (2007)), che si preoccupa più di mostrare il film che di costruirlo, attingendo sia da Dick stesso sia da altri capisaldi della fantascienza, ormai diventati quasi stereotipati a causa del largo utilizzo; è incomprensibile il perché questo film abbia avuto bisogno di ben tre sceneggiatori (Bomback, Vanderbilt e Wimmer, sceneggiatore del bel Giustizia Privata (2009)) visto che il film è simile all’ originale del 1990 sia in linea generale sia in alcune scene ricalcate in modo vero e proprio come si fa con un disegno appoggiato contro la finestra.

Come in altri film di qualità medio-scadente una botta di vita viene data dal comparto tecnico, in questo caso le scenografie dell’esperto Patrick Tatopoulos, che risultano efficaci e inquadrano bene il contesto dell’azione, e le musiche di Harry Gregson-Williams, autore anche delle musiche dei capitoli 2, 3 e 4 della saga di videogame Metal Gear Solid.

Colin Farrell (il disgraziato Alexander (2004), l’ancor più disgraziato Miami Vice (2006), ultimo sostituto di Heath Ledger in Parnassus – L’uomo che voleva ingannare il diavolo (2009)) rende il suo personaggio meno iconico-kitsch e più realistico rispetto al film di Verhoeven, ma in questo caso ciò è un male perché il film si appiattisce e perde il suo alone artigianale, diventando uno tra i tanti film futuristici.
A Kate Beckinsale (protagonista della saga di Underworld, viva le raccomandazioni) l’ingrato compito di sostituire Sharon Stone in un ruolo più ampliato rispetto a quello della bionda accavalla – gambe, con Jessica Biel (l’ex Mary di Settimo Cielo, sul grande schermo in Un matrimonio all’inglese (2008), film salvabile in mezzo a cazzate varie ed eventuali) a ingaggiare i cari vecchi catfights (scazzottate tra fanciulle) piacevoli per un feticista e nulla più.

Di contorno cliché assortiti: i “cattivi” non andrebbero a segno nemmeno con un missile termonucleare mentre i “buoni” hanno la mira di Tex Willer, i personaggi secondari sono caratterizzati in modo trito e ritrito, le scene di inseguimento sono eccessivamente lunghe. Spiace soprattutto per gli onesti Bill Nighy (Davy Jones nella saga/sega de Pirati dei Caraibi (2006 e 2007), I Love Radio Rock (2009), Love Actually (2003)) e Bryan Cranston, meraviglioso papà nella sitcom Malcolm (2000-2006) e già visto negli ultimi anni in Drive (2011) e Rock of Ages (2012).

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