L'amichevole cinefilo di quartiere

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The Midnight Gospel – Serie tv


Didn’t know what time it was and the lights were low

I leaned back on my radio.

TRAMA: Un buffo spacecaster decide di esplorare un multiverso di mondi prossimi alla distruzione. Il suo obiettivo è trovare le risposte alle più importanti domande sulla vita, la morte, il significato dei sogni, la psiche, i valori sociali e politici. In ogni sua perlustrazione spaziale fa la conoscenza di interlocutori sempre diversi, i quali lo aiutano a comprendere meglio il suo mondo e lo scopo dell’umanità intera.

RECENSIONE:


Creata da Pendleton Ward, ideatore della celebre serie animata Adventure Time, The Midnight Gospel è un tuffo lisergico nell’oceano della mente umana.

Basato sui viaggi nell’universo di un podcaster desideroso di intervistare personaggi che arricchiscano la sua conoscenza, come un novello Ulisse che oltrepassa le colonne d’Ercole, il cartoon presenta allo spettatore puntate tematicamente specifiche, in cui attraverso la conversazione tra il protagonista ed il suo interlocutore di turno vengono sviscerati importanti argomenti filosofici o morali.


Toccando gli elementi di riflessione più classica su cui secoli di filosofi hanno pontificato, come l’amore o la morte, o passando attraverso topic meno comuni come il rapporto tra maestro ed allievo o la ciclicità delle scelte esistenziali, questo Vangelo di Mezzanotte si posiziona nettamente sul sottile limite tra genialità e stramberia.

Se da un punto di vista strettamente contenutistico abbiamo infatti lunghe digressioni verbali che si occupano di enunciare differenti opinioni riguardanti una macro-area tematica, con uno spirito quasi alla stream of consciousness joyciano, la cornice visiva è caotica e vivace.
Ciò porta ad un connubio di ghiaccio bollente, in cui la ricchezza e la profondità di queste chiacchierate sono circondate da elementi scenici che non sfigurerebbero per originalità in Paura e delirio a Las Vegas.


Attraverso una coraggiosa scelta nel considerare il dialogo come una chiesa da porre al centro del villaggio (i personaggi continuano ad interloquire amabilmente fra loro anche nelle situazioni più pericolose o bizzarre), il contorno visivo narra una storia di importanza sottoboschiva, quasi un sottofondo musicale nella lettura di un saggio filosofico.

Il risultato è un prodotto che carpisce l’essenza di un trip allucinogeno al chiarore della luna, nel quale ci abbandoniamo con i nostri compari (o anche soli con noi stessi) a torrenti di considerazioni sparse sui grandi temi della nostra esistenza, apprezzando al tempo stesso quanto siano meravigliosi i ciuffi d’erba sui quali adagiamo mollemente, o quale funzione peculiare abbiano le nostre mani.


Al pubblico viene quindi offerta un’esperienza che può efficacemente portarlo a mature e riflessive introspezioni sul suo modo soggettivo di essere spettatore interagente con il mondo che lo circonda, quanto, molto più banalmente, annoiarlo a morte a causa del focus posizionato quasi interamente sui dialoghi.
Gli episodi mancano infatti di una vera e propria trama ben definita, non possedendo quindi la colonna vertebrale sui cui blocchi si appoggia l’attenzione di uno spettatore pigro.

Piuttosto apprezzato da una critica che si spera abbia un background conoscitivo tale da elogiare la qualità artistica di un’opera e non solo la sua effimera portata visiva o commerciale, The Midnight Gospel potrebbe risultare indigesto ad un pubblico non perfettamente allineato ad un’esperienza come quella qui offerta.

La dritta è quindi provare almeno la prima puntata (con tema principale la droga, e con il senno di poi quale migliore argomento per una serie di questo tipo), e in base a quella cercare di capire quanto possano interessare le successive sette.

Consigliato.

Diamanti grezzi


Diamonds are a jew’s best friend.

TRAMA: Un gioielliere fa una scommessa che potrebbe procurargli una grossa fortuna. L’uomo deve riuscire a conciliare gli affari, la famiglia e i suoi avversari in un gioco di equilibri precari che potrebbe costargli caro.

RECENSIONE:

MI È PIACIUTO UN FILM CON QUELL’INSOPPORTABILE TESTA DI CAZZO DI ADAM SANDLER.

Fino a ieri ero seriamente convinto che l’inferno si sarebbe ghiacciato prima, ed invece, diretto dai fratelli Safdie, Happy Gilmore caccia fuori una performance sugli scudi ed intelligentemente gestita.

Nei panni di un commerciante di gioielli amante delle donne facili e delle scommesse difficili, il comico newyorchese offre infatti al pubblico una prova convincente e di estrema maturità interpretativa, ben distante dalle commedie scatologiche affossate da un deplorevole spirito peterpanesco a cui troppo spesso ci ha abituati.

Diamanti grezzi è l’elegia di un perdente: un uomo che, non pago di essere in balia di eventi negativi che affliggono la sua esistenza come fenomeni atmosferici ineluttabili, è egli stesso concausa degli stessi.
Scegliendo di optare costantemente per l’alternativa sbagliata, Howard Ratner non contribuisce infatti a quell’equilibrio karmico e cosmologico che potrebbe fruttargli una goccia di buona sorte in un tempestoso oceano di perigli, accrescendo invece il volume dei suoi affanni come chi sparge benzina su un fuoco la cui propagazione è divenuta già preoccupante.

Una vicenda così grottesca che risulterebbe tragicomica, se non ci fosse in ballo la vita di un peccatore che è in cerca di redenzione solo se essa faccia parte del disegno di una sua personale chiesa edonista: preferendo le scommesse al saldo dei debiti, gli affari poco puliti ad un commercio rispettabile e una giovane fica calda al conforto della sua famiglia, Ratner è inconsapevole esempio negativo che oscura come cumulonembo la vallata del suo sincero impegno nel miglioramento delle sue condizioni.

Diamanti grezzi è un film corposo ed intricato, in cui i passaggi di mano in mano di pietre preziose, orologi e denaro sono leitmotiv nella raffigurazione di uno scorcio sociale avido ed insaziabile.
Un cerbero tricefalo che inghiotte ogni buona azione, commercio e rapporto sociale defecandolo in squallore etico e umano.

Un’opera probabilmente non di immediato appeal nella sua torbida e affannosa composizione narrativa, ma che permette allo spettatore di empatizzare con Ratner (non lasciando né all’uno né all’altro un attimo di tregua dagli eventi narrati) e che sicuramente centra il bersaglio nel presentare una storia avvincente e ben congegnata.

Ruolo secondario ma nemmeno troppo per il cestista Kevin Garnett, all’epoca in cui si svolge la storia (2012) stella dei Boston Celtics e recentemente nominato per la NBA Hall of Fame.

Consigliato.

Her & Him


Tu sei cattivo con me

Perché ti svegli alle tre
Per guardare quei film
Un po’ porno.

TRAMA: Utilizzando il cellulare della propria compagna, un uomo scopre che la ragazza ha cercato su internet “come uccidere il proprio fidanzato e farla franca”.

RECENSIONE:

Con la chiusura delle sale a causa del coronavirus, avevo due alternative per soddisfare il mio pantagruelico desiderio di cinema:

– Recuperare un grande classico già visto e scriverci un articolo, arricchendo in questo modo il parco titoli trattati dal mio blog con una delle tante opere maiuscole della Settima Arte.

– Approfittare bassamente del servizio Premium reso gratuito da Pornhub per l’utenza italiana e togliermi uno sfizio che nutrivo da parecchio tempo: recensire un porno.

Ok, Viale del tramonto ce l’abbiamo da settant’anni, vuoi non averlo per altri settanta?

Cortometraggio della durata di trenta minuti prodotto da Pornhub e diretto da Bella Thorne, ex stellina scuola Disney Channel e passata al Lato Oscuro del parental control, Her & Him è una breve discesa nel delirio paranoide di una relazione erotica.

Tipo David Lynch, però coi fazzoletti in mano.

In un’abbondanza di immagini castranti e pseudo-femministe dell’ultima ora (come il ginocchio di lei spesso premuto contro l’inguine di lui, un continuo ribaltamento del ruolo di potere nell’atto sessuale, la donna che brandisce un coltello ad evidente simbolo fallico contro un maschio debole e incapace di soddisfarla), pur considerando il genere di appartenenza l’assenza di una vera e propria trama si fa purtroppo negativamente sentire, non permettendo alla pellicola di offrire uno spettacolo artisticamente soddisfacente.

Ebbene sì: se nella realizzazione di un’opera pornografica si mira semplicemente alla masturbazione del pubblico, Infermiere ninfomani nella clinica dei superdotati potrebbe essere un’idea vincente, ma se l’obiettivo è il “porno chic”, la trama ce la devi mettere.

Oltre alla carenza di elemento narrativo, è inoltre sicuramente deficitaria nel corto la mano registica visibilmente (e comprensibilmente) inesperta della Thorne, la quale non riesce a separarsi da un immotivato feticismo per i primissimi piani che rende se possibile ancora più claustrofobica un’ambientazione interna basata su un monolocale stanza + bagno.

La costruzione scenografica, per quanto ovviamente legata al tema di inquietudine e incertezza che permea l’opera è mal organizzata, poiché non va tanto ad enfatizzare il disagio del protagonista nei confronti della compagna ma solo ad esasperare il fastidio ottico dello spettatore, il cui sguardo sembra letteralmente sbattere nei bordi delle inquadrature.

Non basta una ripetuta scelta di split screen e di artifici visivi che vadano a rimarcare quasi ossessivamente il celeberrimo rapporto eros/thanatos per soprassedere a come i due elementi della coppia siano vacue entità senza forma e costrutto, incapaci di rappresentare efficacemente elementi così importanti nella narrativa. 

L’elemento prettamente pornografico non risulta nemmeno così estremizzato, proponendo un atto sessuale dalle dinamiche piuttosto standard per il genere (che suppongo non sia necessario spiegare), di cui se non altro è positivo il non fossilizzarsi sui genitali dei protagonisti mantenendo invece una scelta visiva che sfocia sì oltre l’erotico ma meno di quanto si sarebbe potuta calcare la mano.

Nonostante queste mancanze, l’esperimento di un porno “autoriale” o comunque rivestito da tecnicismi artistici che non lo rendano mero oggetto ad uso e consumo della masturbazione avrebbe anche potuto funzionare, a patto però che, oltre a solida regia e trama coerente, qui assenti, a darvi incarnazione fossero stati due attori “veri” (o per meglio dire… ehm… più “interpretativi” che fisici) invece delle pornostar qui presenti.

Nella coppia sicuramente meglio Abella Danger, grazie soprattutto ad un ruolo più interessante e sfaccettato rispetto a quello del partner.

La pornostar originaria della Florida non è ovviamente in grado di proporre al pubblico tutta la vasta gamma di sfaccettature psicologiche che dovrebbero far parte del sottobosco introspettivo del suo personaggio (e non gliene faccio nemmeno una colpa: il suo lavoro di fronte alla telecamera è succhiare cazzi, non declamare da Ofelia), ma se non altro possiede una varietà espressiva e recitativa non comune nelle sue colleghe.

Trovare un’immagine dove fosse vestita è stato più complesso del previsto.

Il suo compare Small Hands (all’anagrafe Aaron Thompson, complimenti per il nome d’arte) rimane invece piuttosto imballato in un ruolo da occhioni spauriti alla Frodo Baggins, alle prese con un anello triangolare di pelo che intorbidisce i suoi pensieri e lo rende a livello di un pupazzo nelle mani di una pericolosa marionettista.

Promemoria per me: aggiungere al curriculum “Ho inserito due riferimenti a Il signore degli anelli nella recensione di un porno”.

Per quanto l’elemento maschile sia volutamente posto in un piano di sottomissione e timore per l’imprevedibilità aggressiva della compagna (fattore che come già detto va ad incanalarsi sui binari del ribaltamento di quelli che sono ruoli classici), il ragazzone è troppo sotto ritmo quando una parte del suo corpo non sia all’interno della compagna.


Her & Him è un prodotto che, pur meritandosi magari una visione giusto per capire di che tipo di cortometraggio si tratti, non presenta purtroppo né una fisicità erotica che lo renda un porno apprezzabile, né un valore artistico tale da caratterizzarlo come prodotto qualitativamente pregevole.

Progetto sicuramente ambizioso e dotato di qualche buona idea di partenza, che però non servono a molto se rimangono nella testa degli autori.

Preferisco le infermiere.

1917


Per guerra di trincea s’intende un tipo di guerra di posizione nella quale la linea del fronte consiste in una serie di fortificazioni difensive. Conobbe il suo apice nei sanguinosi combattimenti della prima guerra mondiale: solamente durante la battaglia di Verdun (febbraio-dicembre 1916) 700.000 soldati vennero feriti o uccisi, senza che la linea del fronte mutasse in maniera sostanziale.

I soldati molto spesso morivano a causa della poca igiene ed erano soggetti al rischio di impazzire.

TRAMA: Nel 1917, all’apice della prima guerra mondiale, due giovani soldati britannici stanziati nel nord della Francia vengono incaricati di consegnare un dispaccio che avverte di un imminente attacco a sorpresa dell’esercito tedesco ritiratosi oltre la Linea Hindenburg.
Per salvare le vite di oltre 1600 commilitoni, tra cui il fratello di uno di loro, i due cominciano una solitaria corsa contro il tempo attraverso il fronte occidentale, avventurandosi in territorio nemico.

RECENSIONE:

Diretto da Sam Mendes e ispirato dai racconti di guerra di suo nonno, 1917 è un viaggio di speranza e desolazione: due giovani prodotti del proprio Paese, mandati a lottare per esso in terra straniera, diventano loro malgrado i latori di un’informazione che potrebbe salvare o condannare migliaia di altri loro omologhi.

È il singolo quindi a tenere nelle proprie mani le sorti del collettivo: il congiunto (in questo caso il fratello di uno dei protagonisti) diventa un primus inter pares emotivo che è apparente ma non realmente effettivo, in quanto nella grande visione delle cose egli non è altro che una pecora mischiata al gregge di soldati la cui vita è appesa ad un filo.

Non si salva il parente, ma il gruppo di cui egli fa parte.

Ad assumere la parte del leone in questo film è l’elemento strettamente tecnico.

La scelta infatti di un unico piano sequenza lungo circa due ore contribuisce a rendere lo spettatore un terzo compagno d’armi dei due caporali; egli può quasi respirare l’aria pesante del campo di battaglia, provare sulle sue spalle l’affanno dei soldati e sentire il pesante macigno costituito dalla loro opprimente situazione in terra ostile.

Importantissima è quindi l’erosione della distanza tra l’opera e il suo pubblico, poiché è fondamentale lo sviluppo di empatia nei confronti di personaggi che si trovano a compiere una missione perigliosa e complessa.
Venire trasportati in un’epoca ed in un contesto così diversi dal nostro catapulta lo spettatore dal tranquillo tepore imbottito della sala cinematografica ad una landa fredda ed impregnata del gelido alito della morte, suscitando in lui sensazioni profondamente estranee al suo stato attuale.

Ogni anfratto in cui si entri, ogni trincea che si percorra, ogni metro di fango che si debba conquistare strisciando è un passo in più verso l’obiettivo, verso i commilitoni da salvare, e allo stesso tempo un rischio in meno da superare e conquistare.

Ogni figura professionale che abbia svolto la sua parte nelle riprese tecniche di 1917 ha svolto un lavoro egregio: il finto piano sequenza, pur evidente grazie a dei “neri” saltuari, è veramente ben orchestrato, piegando il passare del tempo (in realtà molto più dilatato rispetto ai centoventi minuti circa di durata filmica) ad uso dell’efficacia espositiva della narrazione, e scegliendo angolazioni di ripresa sempre ficcanti ed appropriate.

Non si teme perciò un effetto spaziale straniante dovuto alla magari difficile comprensione dello spazio circostante le figure umane, ma si sceglie sempre quanto vicino o lontano debba sostare l’occhio della camera in relazione alla specifica posizione dei personaggi.
In tal modo lo spettatore può rendersi saltuariamente conto di cosa circondi i soldati, di quanta strada abbiano ancora da percorrere e quale sia l’ostacolo in cui si trovino o debbano scavalcare.

Cast sorretto da due giovani protagonisti, accompagnati in ruoli di contorno da interpreti ben più noti ed esperti.

George MacKay (Bill Turcotte nella miniserie 22.11.63 tratta dall’omonimo romanzo di Stephen King) è il membro della coppia più in balia degli eventi: un giovane uomo che, trovatosi affidatario quasi per caso di una missione estremamente ardua, tenta di portarla a termine sorretto unicamente da una solida determinazione.
Emblema del buon soldato, che esegue gli ordini scegliendo però al contempo la modalità effettivamente giusta nel seguirli, il suo caporale Scofield subisce una mutazione di arco psicologico dopo il primo terzo di pellicola, portandolo in seguito ad essere un personaggio a cui lo spettatore possa meglio relazionarsi.

Dean-Charles Chapman (Tommen Baratheon ne Il trono di spade) è invece quello più coinvolto emotivamente dalla missione, sia perché colui a cui principalmente è stata affidata, ma soprattutto in quanto tra i commilitoni in pericolo di cadere in una trappola dei tedeschi si trova suo fratello maggiore.
Qui il dovere legato alla professione bellica si trova perciò a fondersi con l’amore familiare: esiste solo una direzione di marcia, che dev’essere per forza avanti; non c’è bisogno di discutere o di temporeggiare inutilmente, pena il rischio di subire una devastante perdita.

Mark Strong, Colin Firth, Benedict Cumberbatch e Richard Madden interpretano vari ufficiali che incarnano le diverse anime del potere in tempo di guerra: la determinazione, l’empatia verso i sottoposti, la severità e il rigore della disciplina.

Poche battute per ciascuno di loro, grandi nomi che vengono posti in secondo piano in modo da non distrarre l’attenzione dal percorso principale.

Una pellicola maestosa per una vicenda appassionante.

Star Wars: L’ascesa di Skywalker


Che la Forza non sia più con noi.

TRAMA: La resistenza è ridotta a poche unità, il Primo Ordine dilaga sotto il comando del leader supremo Kylo Ren, ma un messaggio ha turbato la galassia.
Una nuova minaccia, riemersa dal passato, mette in grave pericolo i nostri eroi…

RECENSIONE:

Dopo Il risveglio della Forza, copia carbone senza vergogna di Una nuova speranza e un Gli ultimi Jedi che dovrebbe essere preso e buttato nel rusco, si conclude con questo L’ascesa di Skywalker una trilogia su Guerre stellari di cui francamente continuo a non comprendere l’utilità.

Ok, un’altra trilogia su Guerre stellari di cui francamente eccetera eccetera.

Ringraziando la Forza termina infatti un passaggio di testimone che si dimostra una volta di più come reso da cani (dopo l’uso del personaggio Han Solo ne IRdF e la caratterizzazione di Luke ne GUJ), con un Capitolo IX che mira esclusivamente a porsi come unione tra le trilogie varie ed eventuali, senza però dimostrarsi meritevole quell’alone magico che il nome Guerre stellari comporti.

È vero che si completa una nuova transizione generazionale, ma questa è purtroppo diventata una componente tematica ormai stantia, essendo stata ripetutamente esaminata in contesti decisamente migliori.

Da ricordare infatti che essa era comunque già presente non solo nella trilogia originale (in cui Obi-Wan, Anakin e lo stesso Yoda lasciavano il passo alla generazione Luke/Leia/Han), ma pure nei giustamente vituperati prequel (ad esempio con il consequenziale rapporto Maestro-apprendista che vedeva la catena Yoda/Dooku/Qui-Gon/Obi-Wan/Anakin).

Star Wars è una saga che, proprio per battere il martello sempre sugli stessi chiodi, è arrivata quindi a mostrare troppo la corda, perdendo argomenti di esposizione e copiando se stessa con, detto senza mezzi termini, le sue solite menate.

In questo L’ascesa di Skywalker siamo purtroppo a livelli che rasentano il ridicolo involontario, tanto stupide paiono le pochissime innovazioni al medesimo trito canovaccio e prendendo atto di quanto sia pressante la necessità da parte del film di farsi aiutare dai “grandi vecchi”, che però non possono farsi carico in eterno delle mancanze palesate dalla nuova leva.

Come un pulcino che non riesca a spiccare le ali per abbandonare il nido, gli Episodi VII-VIII-IX confermano con questa loro conclusione una debolezza strutturale fin troppo evidente, che provoca una deflagrazione su se stessa dell’opera lasciando nello spettatore un insoddisfacente sapore asprigno nella gola.

Sì, insomma, ‘sto film è abbastanza una puttanata.

Tralasciando l’alone così pop e diffuso da sfiorare il delirio nerd mistico, ciò che rimane è l’ennesimo tentativo da parte di questa saga di arricchire un presente scarno con rimandi quantitativamente esagerati al glorioso e amato passato: il risultato è un deprimente revival (in tutti i sensi, chi ha visto il film capirà) in salsa melensamente nostalgica, che accresce più il desiderio di riprendersi la trilogia anni ’70-’80 che nel conferire fiducia a questa più recente.

La regia di J. J. Abrams, che ritorna al franchise dopo IRdF, espone un’altalenanza preoccupante tra movimenti di macchina armoniosi ed efficacemente stilistici e noiosi approcci di sesso orale verso una CGI talvolta tremendamente invasiva e poco ispirata; puntando troppo alla magnificenza quantitativa rispetto a scelte qualitativamente ragionate, l’elemento artificiale risulta quindi troppo baroccamente kitsch e non soddisfacente.

Uso del colore piuttosto classico nella contrapposizione tra il Lato Chiaro e quello Oscuro, con una messa in scena di luci ed ombre però didascalica (e dagli…) nonché facilona, atta ad una comprensione a prova di pisquano da parte di un pubblico da cui pare ricercarsi esasperatamente l’approvazione.

La sceneggiatura, se così possiamo definirla, diletta lo spettatore con la solita mancanza di attributi maschili per quanto riguarda eventuali dolorose scelte di trama, che vengono presentate nel film solo per venire ovviamente smentite entro i venti minuti successivi alla loro comparsa.

Se in Una nuova speranza il maestro Obi-Wan muore (e stiamo parlando dell’inizio di una serie, non del capitolo innumerevole di un franchise multimiliardario), è desolante assistere nel 2019 inoltrato ad una sorta di fiaba della buonanotte per adulti (?) che fallisca così miseramente nel dimostrarsi consapevole e matura.

Per quanto alcuni passaggi avrebbero potuto risultare impopolari, sarebbe stato però ammirevole constatare una maggiore maturità contenutistica, legata ad un utilizzo più disinvolto di temi e personaggi.

Cosa che non avviene, perché alla Disney sono solo capaci di ammazzare madri off-screen.

Segue a ruota un’ironia che farebbe arrossire per la vergogna I tre marmittoni, con tempi comici totalmente telefonati e che mancano dell’imprevedibilità che tanto brio dona alla scrittura.

L’umorismo dovrebbe infatti possedere una connotazione inaspettata (pensare ad esempio alla forma più semplice e diretta di comicità, la barzelletta, che si basa spesso sul rovesciamento della situazione raccontata in partenza), che qui manca portando a scambi di battute di imbecillità dolorosa e simpatia pari ad una lezione di diritto tributario.

A corollario dei due punti precedenti, non poteva mancare (in realtà sì, ma lasciamo perdere) la mossa della disperazione legata a colpi di scena demenziali per quanto siano campati per aria e assurdi nella loro scempiaggine, oltre che ad un uso dei poteri della Forza di cui si perde totalmente il senso logico.


La coerenza narrativa interna alla storia deve essere sempre presente in modo da non disorientare l’osservatore, che in caso contrario non può quindi capire il funzionamento del mondo e dei fatti a cui assiste.

Se, ad esempio, Harry Potter ondeggia la bacchetta, pronuncia un paio di parole latine e questa combinazione provoca una magia, io accetto questo evento, perché la presentazione dell’universo del maghetto inglese mi ha insegnato che al suo interno ciò che mi si è appena presentato davanti è un evento comune.

Viceversa, se la professoressa McGranitt inizia a sparare raggi laser dagli occhi come Mazinga il film mi deve spiegare perché cazzo riesca a farlo.

Quindi no, da spettatore alcuni elementi de L’ascesa di Skywalker effettivamente non me li aspettavo.

Perché sono delle gran porcate.

Passiamo al cast.

Se la promettente Daisy Ridley ormai pare non provarci quasi più, recitando come una YouTuber per sedicenni e magari anelando interiormente uno step di carriera (per intenderci sulla voglia pari a zero, pensate a Jennifer Lawrence negli ultimi episodi degli Hunger Games), ella è affiancata da un cast di contorno che fallisce sia nel sostenerla che nel risaltare loro stessi per accrescere la coralità del film.

Tremendamente vicino al patetismo il rapporto buddy-buddy tra Poe e Finn: se il primo è sempre più inutilmente guascone e cazzone, al secondo viene affiancata l’ennesima compagna femminile (la terza, dopo la stessa Rey ne IRdF e Rose de GUJ), che conferma, oltre al vecchio adagio femminile once you go black, you’ll never go back, quanto povero il suo personaggio sia stato costruito se preso singolarmente.

Se i buoni piangono, i villain non ridono.

Deprime l’anima osservare un bravo attore come Adam Driver incastrato in un ruolo con il quale non azzecca un tubo (ovviamente aggravato da una scrittura pedestre dello stesso) e che lo espone per di più al pubblico ludibrio della rete.
Da cinefilo, credetemi sulla parola: questo qua è bravo.

SÌ, LO SO CHE NON SI DIREBBE, ma davvero, Adam Driver è uno degli attori più…

Che fatica.

Fidatevi.

Domhnall Gleeson machiettistico ancor più che nell’episodio precedente (il che è tutto dire), Richard E. Grant nell’ennesimo ruolo di generale imperiale, tipologia di personaggio che ha esaurito il suo senso di presenza dopo il Grand Moff Tarkin della buonanima di Peter Cushing.

L’ascesa di Skywalker è una pellicola che si rivela purtroppo mal fatta e peggio pensata; solamente un’occasione per concludere, si spera a livello definitivo, una saga inaciditasi e appassita come una vecchia radice che un tempo era rigogliosa piantina.

Continuo con la mia idea che il cinema di intrattenimento dovrebbe mostrare un minimo di qualità.

Invece di continuare con ‘ste cagate.

Light of My Life


And you light up my life

You give me hope to carry on
You light up my days and fill my nights with song

TRAMA: In un futuro non meglio precisato, una pandemia ha ucciso la metà della popolazione mondiale.
Dieci anni dopo, non ci sono più donne.

Un padre e una figlia camuffata da ragazzo viaggiano in questo mondo desolato, in cui il senso dell’umanità viene messo costantemente alla prova.

RECENSIONE:

Diretto ed interpretato da Casey Affleck (Oscar al migliore attore protagonista nel 2017 per Manchester by the Sea), Light of my Life rappresenta, come da titolo, una luce di umanità in un mondo spento.

Grazie soprattutto ad una chiara ispirazione narrativa presa da La strada di Cormac McCarthy (già trasposto in uno splendido film di John Hillcoat con Viggo Mortensen), la pellicola avanza lenta e cadenzata lungo una storia la cui colonna portante è la fiochezza dello spirito umano di fronte alle intemperie della vita.

Attraverso una fotografia terrea, ben sposata ad un’atmosfera deprimente che obbliga un forzoso ritorno alla natura, la società umana che fa da corollario alla vicenda è infatti monca: essa manca dell’elemento femminile, con i maschi a scoprirsi deboli e fragili non potendo più contare sulla presenza delle compagne di vita, che possano insieme a loro perpetrare il prosieguo della specie.

Il presente crudo si mischia con i dolorosi ricordi di un passato che è portatore della gioia dell’innocenza come della drammatica consapevolezza di quanto il corso della vita abbia colpito duro: uno sleale colpo sotto la cintola che lascia senza fiato i sopravvissuti, incapaci di accettare razionalmente quanto avvenuto.

E allora la felicità diventa mestizia, perché più si ripensa a quanto si era lieti prima meno si riesce ad ottenere la forza (mentale, fisica, morale) per andare avanti verso un orizzonte che probabilmente sarà altrettanto caustico, ma che costituisce comunque una direzione propositiva.

Ogni passo è una pena, ogni radura nei boschi o casa abbandonata in cui i due protagonisti cerchino riparo offre una protezione effimera ed instabile a confronto con la perenne sensazione di pericolo e accerchiamento a cui l’unicità della giovane li sottopone.

Consueto e innaturale, famigliare e collettivo, trivialità e società si fondono in un complesso calderone che è il rapporto tra due esseri umani in crescita e cambiamento.

Casey Affleck offre un’ottima performance, dalla straordinaria varietà di registro.
Babbo protettivo che si trova suo malgrado a dover sostenere un peso ben al di là di quanto già il suo complesso ruolo sociale di padre comporti, cerca di tenere al sicuro la figlia nel miglior modo possibile, senza però dimenticarsi che si tratta pur sempre di un individuo in crescita psicologica e fisica.

L’uomo vive infatti sulla propria pelle la difficoltà estrema di essere genitori, dovendo coniugare la tremenda situazione post-apocalittica in cui si trova con la necessità di crescere la propria figlia come un essere umano.

La giovane Anna Pniowsky molto brava in un ruolo basato sull’androginia per necessità e non per virtù; quasi un obbligato tomboy alle prese con la dolente necessità di doversi nascondere dietro una maschera in piena luce.

Rag, ragazzina apparentemente tra le pochissime portatrici rimaste del cromosoma XX, è quindi incarnazione della vera e propria Speranza: sia per l’individuo padre di poter prima o poi tornare ad un’esistenza quasi normale, sia per la specie umana per il futuro del mondo e della stirpe tutta.

Light of My Life è un film doloroso, ma che senza sfociare in una depressione fine a se stessa racconta una storia a suo modo delicata e dalle celate complessità, senza crogiolarsi però in un pigro patetismo.

Consigliato.

Ad Astra


Per aspera ad astra (lat. «attraverso le asperità [si giunge] alle stelle»): frase con cui si suole significare che la via della virtù e della gloria è irta di difficoltà.
Una frase molto simile, “per ardua ad astra”, è stata assunta come motto araldico dalla Royal Air Force, l’aeronautica militare della Gran Bretagna.

TRAMA: Un astronauta compie un viaggio interstellare ai confini del sistema solare con due scopi: ritrovare il padre, scomparso anni prima, e svelare un mistero che rischia di mettere a repentaglio la sopravvivenza del genere umano.

RECENSIONE:

Si, d’accordo l’incontro
un’emozione che ti scoppia dentro
l’invito a cena dove c’è atmosfera
la barba fatta con maggiore cura.

La macchina a lavare ed era ora,
hai voglia di far centro quella sera
si d’accordo ma poi…

Tutto il resto è noia
no, non ho detto gioia, ma noia, noia, noia
maledetta noia.

Si, lo so il primo bacio
il cuore ingenuo che ci casca ancora
col lungo abbraccio l’illusione dura
rifiuti di pensare a un’avventura.

Poi dici cose giuste al tempo giusto

e pensi il gioco è fatto è tutto a posto
si, d’accordo ma poi…

Tutto il resto è noia

no, non ho detto gioia, ma noia, noia, noia
maledetta noia.

Poi la notte d’amore
per sistemare casa un pomeriggio
sul letto le lenzuola color grigio
funziona tutto come un orologio.

La prima sera devi dimostrare

che al mondo solo tu sai far l’amore
si, d’accordo ma poi…

Tutto il resto è noia

no, non ho detto gioia, ma noia, noia, noia
maledetta noia.

Si d’accordo il primo anno

ma l’entusiasmo che ti resta ancora
è brutta copia di quello che era

cominciano i silenzi della sera.

Inventi feste e inviti gente in casa
così non pensi almeno fai qualcosa
si, d’accordo ma poi…

Tutto il resto è noia

no, non ho detto gioia, ma noia, noia, noia
maledetta noia.

Pupazzi senza gloria

Le luci sono pronte
è tempo di iniziar.
È tempo per filmacci
vi faranno vomitar.

TRAMA: Los Angeles. In un presente alternativo a quello che conosciamo, esseri umani e pupazzi convivono tranquillamente.
Due detective devono indagare sulla misteriosa catena di omicidi che, negli ultimi tempi, ha coinvolto i membri della “Happytime Gang”, protagonista di un famoso show televisivo per bambini.

RECENSIONE:

Capitano dei momenti, nella vita di un uomo, in cui ci si trova faccia a faccia con qualcosa che ci spinge a fermarci per riflettere sui propri limiti.

Sulle proprie mancanze.

Sulle proprie debolezze.

Io di fronte a questo film ci ho provato, attraverso una profonda meditazione introspettiva.

Vi giuro, ho tentato di capire.

Mi sono impegnato.

Mi sono sforzato di comprendere.

Mi sono quasi… costretto.

Mentalmente.

Ma anche fisicamente.

Ma non ci sono riuscito.

Ho tentato.

Ed ho fallito.

Io non ho idea di come possano piacervi queste puttanate.

Dalla mia esperienza cinematografica, costituita da più di 1700 film visionati, non mi pento di definire Pupazzi senza gloria una delle troiate più ignobili a cui abbia mai avuto la disgrazia di assistere in quasi trent’anni.

Pellicola senza il più remoto barlume di idea e con una dolorosa assenza di qualsivoglia brio narrativo, visivo, realizzativo, accusativo o vocativo, siamo indubbiamente al cospetto di una ignominiosa vaccata col fischio.

Un film che vede come sue colonne artistiche pupazzi di stoffa che scopano, eiaculano, dicono oscenità e propongono sesso orale al prossimo.

Ok il contrasto tra il fantoccio come simbolo dell’infanzia e la volgarità adulta.

Ok l’assurdo generato dalla diametralità tra contesto e contenuto.

Ok i personaggi colorati e sopra le righe.

Ma questo film è un cesso, è che sia stato girato, pensato e prodotto da Brian Henson, figlio del Jim creatore dei Muppet è uno schifo.

Meno male che sei morto da trent’anni.

Pupazzi volgari che convivono con gli esseri umani è un’idea che avrebbe potuto risultare simpatica solo per un caustico ed immediato corto, ed infatti tale geniale pensata perde inesorabilmente la sua carica narrativa una volta che il pubblico viene immerso nel contesto dell’opera, un qualcosa di terrificante, gradevole quanto un lecca lecca al gusto di sperma e che, oltretutto, annoia terribilmente.

Questo film dura novantun minuti.

Che sono ottantuno di troppo.

Un fantoccio vuoto e senza vita. E un pupazzo blu.

Pure il titolo italiano, scelto da una persona che andrebbe impiccata in pubblica piazza quale nemica del popolo, contribuisce all’estrema finezza di mood dell’opera, rimandando a capolavori avanguardisti dell’ars comica quali 3cientoLo spaventapassere ed altre pellicole parodistiche così frizzanti da farmi vergognare che siano state portate sulla sfera del visibile da esseri viventi appartenenti alla mia specie.

Pietra angolare del nostro capolavoro è l’abruzzese Marcello Macchia (in arte “Maccio Capatonda”), che, se può far sghignazzare nei suoi sketch comici nonsense, come voce di un pupazzo detective privato in stile sbirro duro e cinico anni ’20 alla Robert Mitchum non ci azzecca una mazza.

«Sputtanarsi!»

Capisco che ormai in ambito comico-famigliare il cinema sempre più spesso ricorra ai cosiddetti “talent” (termine ossimorico, in quanto sovente dei cani atroci), ma ormai parecchie scelte risultano abbastanza toppate: questa è una di esse, con un connubio vocalità-immagine inesistente.

Tipo far doppiare un ragazzino a Bruno Pizzul.

Continuiamo così, facciamoci del male.

Protagonista una Melissa McCarthy sempre più svogliata e la cui filmografia anno dopo anno rafforza la sua candidatura come degna sostituta del waterboarding a Guantanamo; peccato per la nostra Francesca Guadagno, con cui forma un’accoppiata voce-volto eccellente, ma il suo partecipare ad una quantità abnorme di film dalla qualità esecrabile contribuisce ad inflazionare il personaggio.

Non fare quella faccia, almeno a te pagano.

E a provocarmi un esaurimento nervoso inesorabile.

Personalmente mi dispiace per Elizabeth Banks, che più volte si è dimostrata discreta attrice in ruoli brillanti, oltre ad essere un tòcco di figa assurdo una regista in erba, qui veramente buttata allo sbaraglio in un ruolo di tre scene (TRE) incisivo quanto scorreggiare in un tornado.

Mi sono appena innamorato.

Nonostante farà sicuramente piacere agli araldi del “tanto per passare un’oretta e mezza leggera”, tronfi battenti lo stendardo del “ma sì, si guarda”, a cui bisognerebbe voltairianamente rispondere ma “si guarda” un cazzo, questa pellicola ha come difetto principale la sua appartenenza al regno dell’esistente.

Pupazzi senza gloria, un film che è come una canzone dei Thegiornalisti.

Fa schifo e non ha senso.

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