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After Porn Ends – Serie di film

RECENSIONE:

Trittico di documentari datati 2012, 2017 e 2018, la serie After Porn Ends racconta le vicende professionali passate e presenti di personaggi con una significativa esperienza nell’ambito della pornografia.

Registi, produttori e interpreti, ritirati o ancora in carriera, raccontano brevemente la propria storia umana e lavorativa, con le scelte che li hanno portati ad approcciarsi all’intrattenimento per adulti e, soprattutto, le loro impressioni su questo particolare mondo e sui cambiamenti che abbia avuto nel corso degli anni.

Proprio l’elemento umano è ciò che assume giustamente la prevalenza, rendendo After Porn Ends un prodotto interessante: i soggetti coinvolti vengono infatti mostrati a nudo non solo fisicamente, tramite immagini di repertorio (comunque tendenzialmente soft) ma anche personalmente, grazie alle loro opinioni soggettive legate al coinvolgimento emotivo in un settore professionale ancora visto sotto un’ottica di imbarazzo, rimprovero o addirittura disgusto da una buona fetta di “esterni” ad esso.

E anche parecchia ipocrisia.

Vengono quindi menzionate, ad esempio, le stranite reazioni di parenti ed amici o le origini famigliari talvolta complesse, caratterizzate in alcuni casi da fattori come genitori assenti, difficile stato economico o semplice necessità di ottenere denaro facilmente.

Dalle origini si passa poi agli ostacoli della maturità, in cui nel caso di una prole si deve per esempio affrontare l’opinione dell’amichetto dei figli, o la semplice necessità di un distacco da occasioni di riunione semplici come quelle genitori-insegnanti, onde evitare imbarazzi.

Un punto focale, che gli stessi intervistati sottolineano, è che le loro scelte professionali condizionino irrimediabilmente le loro vite private: se, molto brutalmente, “una volta preso un cazzo in bocca davanti ad una telecamera non si può più tornare indietro” è anche vero che l’oggetto di masturbazione di milioni di persone nel mondo è pur sempre un essere umano, con un carattere ed una forza mentale che possono essere più o meno solidi.

After Porn Ends è relativamente onesto nel mostrare anche il lato più negativo e tetro della medaglia: dai continui controlli medici alle vere e proprie malattie sessualmente trasmissibili, sia quelle momentaneamente “invalidanti” per la professione, ma solamente fastidiose, che una vera piaga come l’AIDS.

Non ci si pone quindi problema di sorta a raccontare come cambi la vita di un attore scopertosi sieropositivo, di come la salute nel mondo del porno sia tutelata e di come sia sempre presente la consapevolezza, latente o meno, di svolgere una professione che comporti un rischio di compromissione della propria integrità fisica.

Come principio concettuale, è così diverso dall’appassionato di sport estremo che lo pratica per adrenalina, soldi o semplice passione, pur rischiando ogni volta seri danni personali?

Anche il fattore preminentemente ambientale viene sviscerato dalle diverse testimonianze: se la maggior parte dei racconti dipingono un mondo della pornografia svolto per la maggior parte da professionisti seri, alcune storie vertono su sfruttamento, droga, coercizione mentale più o meno pesante ed altre vicissitudini relative all’incontro con figuri che sfruttano il porno nel modo più bieco.

After Porn Ends si concentra proprio sull’inscindibilità tra vita privata e lavorativa di chi svolga un mestiere del genere, e su come persone che vengano pagate per essere riprese mentre hanno rapporti sessuali ora stereotipati, ora estremi, ora da soli, affrontino con determinazione o semplice indifferenza il mondo esterno.

Pur non contando su un apparato tecnico-narrativo di particolare rilevanza all’interno del genere documentaristico, basandosi precipuamente su semplici testimonianze corredate da foto o archivi d’epoca, e nonostante (o proprio perché) si limita ad una mera esposizione di storie umane, After Porn Ends può risultare una serie molto interessante.

Per tentare di capire un mondo, quello del porno, tanto conosciuto quanto poco compreso.

 

 

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Don Jon

don jon“I Vangeli e il Manifesto del partito comunista sbiadiscono; il futuro del mondo appartiene alla Coca-Cola e alla pornografia.” cit. Nicolás Gómez Dávila, scrittore colombiano.

TRAMA: Jon è un bravo ragazzo italo-americano che ama andare ad allenarsi in palestra e uscire la sera con gli amici. È anche un grande seduttore, in quanto abborda facilmente moltissime ragazze, ma nonostante questo non riesce ad avere una compagna fissa.
Il suo problema? È un fanatico dei film porno.

RECENSIONE: Diretto, scritto ed interpretato da Joseph Gordon-Levitt, al suo debutto dietro alla macchina da presa, Don Jon è un film che mostra in maniera intelligente una grave dipendenza, da cui è difficile uscire al pari della ossessione per gli stupefacenti o per gli alcolici. Il protagonista è un personaggio attraverso cui lo spettatore vede le difficoltà di una persona che esteriormente sembra avere tutto, ma che è bloccata dal punto di vista relazionale, non riuscendo a trovare la sua dimensione all’interno dell’ambiente-coppia.

La sceneggiatura riprende i classici canoni delle commedie romantiche, aggiungendo però pepe attraverso l’esplorazione del lato nascosto della sessualità, non fermandosi banalmente a situazioni standard come l’incontro, il primo bacio e la prima volta, ma inserendosi nel legame tra il sesso in quanto atto vero e materiale e la sua rappresentazione mentale da parte di un soggetto.

L’incontro con la classica brava ragazza, interpretata da Scarlett Johansson, pone in contrasto la mentalità esageratamente sessuomane con le esigenze di una persona vera, che in quanto tale ha pensieri e sentimenti, dando quindi avvio alla visione del corpo femminile non come insieme di ossa, muscoli e sangue ma come concezione più matura e rispettosa.

La pornografia e l’attrazione per essa è raccontata non scadendo né nel ridicolo né nel triviale, mantenendo uno sguardo amico e al tempo stesso critico. Questa è una freccia nell’arco del film, in quanto l’argomento è di per sé scottante e c’era il rischio di volgarizzarlo più di quanto fosse necessario.

Come attore, Gordon-Levitt interpreta questo Jersey boy in maniera efficace, fornendo una gamma di atteggiamenti in rapporto ai soggetti e oggetti verso cui si relaziona (amici, famiglia, donne, palestra, cura per la casa) che ne fanno un archetipo all’apparenza scontato ma interiormente ricco di sfumature. La Johansson ha un buon ruolo e se abbandonasse supereroi e filmetti potrebbe far valere il detto tanto usato a sproposito secondo cui “a volte la bellezza è un fattore negativo perché nasconde le nostre vere capacità bla bla bla”. Julianne Moore in queste parti è quasi una sicurezza.

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: sul rapporto tra pornografia e persone appassionate di essa penso che film acuti come questo non ce ne siano. Molto particolare.

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