L'amichevole cinefilo di quartiere

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Gli Incredibili 2

Era anche ora.

TRAMA: All’orizzonte, ci sono nuove avventure per la ‘normale famiglia di supereroi’, mentre il piccolo Jack Jack inizia a dare sfogo sempre più frequentemente ai suoi poteri.

RECENSIONE:

Anno Domini 2004.

Tecnologia:

– Nasce il social network Facebook e viene lanciata la prima versione del browser Mozilla Firefox.

Cinema:

Il ritorno del re vince 11 Premi Oscar, eguagliando il record di Ben Hur e Titanic.

Politica:

– Le elezioni in Spagna sono vinte dal socialista Zapatero, seguito negli Stati Uniti da George Bush jr., che inizia il suo secondo mandato presidenziale.

Costume:

– I Queen diventano il primo gruppo rock occidentale ufficialmente autorizzato a vendere un proprio album in Iran.
La compilation però contiene solo i brani a sfondo sociale e non quelli che parlano d’amore. Costa 1 dollaro ed ha anche la traduzione dei testi.

Calcio:

– Il campionato europeo viene vinto a sorpresa dalla Grecia.

Ah, già, esce anche al cinema Gli Incredibili, pellicola d’animazione della Pixar che verte su di una famiglia di supereroi, primo film della casa della lampada a vedere come protagonisti personaggi umani.
Ottimo riscontro di critica e pubblico (630 milioni di dollari d’incasso mondiale), per un seguito hanno aspettato quattordici anni.

Però di Cars ne sono usciti tre.

Gli Incredibili 2 è una più che buona pellicola, che mette in mostra il brio dei bei vecchi tempi proponendo il consueto piacevole mix di azione, humour e sentimenti; un cocktail mai stucchevole che riesce a soddisfare le esigenze sia del pubblico giovanile a cui il film è naturalmente rivolto, sia di quella schiera di spettatori che assistettero da giovani al primo episodio.

Grazie anche ad una trama che temporalmente è diretto prosieguo di quella del capitolo precedente (con un piccolo effetto straniante dovuto ai quattordici anni trascorsi solo nella “vita reale” mentre i nostri eroi sono rimasti identici, famiglia Dorian Gray), non si incappa nel rischio sbrodolamento narrativo inserendo sottotrame raffazzonate o dovute a carenza di idee, ma si può notare invece un sottile fil rouge che dona al sequel maggiore forza espositiva.

Però di Cars ne sono usciti tre.

E per questo film hanno aspettato quattordici anni.

Temi portanti de Gli Incredibili come la diffidenza nei confronti dei supereroi, i conflitti interiori di questi ultimi trattati come fuorilegge anche se animati dalle più pure intenzioni, e di conseguenza anche l’accettazione di sé e del proprio bagaglio di potenzialità, vengono qui ulteriormente approfonditi grazie al plot principale (un magnate dei media vuole far tornare i “super” legali ed accettati) e ad un’espansione globale del disegno narrativo.

La famiglia è quindi ancora portante, qui più che mai visto il ribaltamento di ruoli in casa, con il forzuto Bob costretto suo malgrado a fare il casalingo mentre la sua consorte diventa un volto pubblico per la causa pro eroi, ma ciò che prima era confinato tra le quattro mura domestiche viene enormemente ampliato dalla causa mondiale e collettiva per modificare la legge che mise i mascherati al bando.

Si aggiungono perciò tematiche come il bisogno o meno di figure al servizio della legge ma in qualche modo superiori ad essa, il conciliare faccende umane “normali” con la necessità e la volontà di proteggere la propria comunità di appartenenza, l’importanza che può assumere valenza positiva o negativa del ruolo dei media in una società dipendente dalla tecnologia come quella occidentale ed il rischio di diventare troppo dipendenti da figure eroiche ma in un certo senso “esterne” per la risoluzione dei propri problemi.

Però di Cars ne sono usciti tre.

E per questo film hanno aspettato quattordici anni.

Nessun elemento viene tralasciato.

Le sequenze d’azione sono adrenaliniche, di ampio respiro e sfruttano efficacemente le peculiari capacità di ogni eroe coinvolto: estremamente piacevole è infatti assistere a scene in cui la forza bruta, l’agilità elastica, la velocità, i campi di forze o i poteri criogeni vengono uniti al servizio della spettacolarità e del divertimento.

L’humour è molto presente senza essere però forzato o cercando la risata ad ogni costo in qualsiasi momento (guarda e impara, Marvel): i problemi del capofamiglia sono esilaranti e la caratterizzazione dei vari membri Parr crea un’ottima alchimia di gruppo risultando piacevole e leggero per l’occhio esterno del pubblico.

I temi già citati precedentemente offrono al film molti spunti di riflessione interessanti, che consentono agli adulti di meglio identificarsi nei personaggi e di essere più facilmente catturati da una trama non complessa ma nemmeno banale e scontata.

Però di Cars ne sono usciti tre.

E per questo film hanno aspettato quattordici anni.

Buon doppiaggio italiano, nonostante un generale cambio di voci rispetto al primo film, con Adalberto Maria Merli e Laura Morante sostituiti da Fabrizio Pucci e Giò Giò Rapattoni.

Simpatico ritorno di Amanda Lear negli stravaganti panni di Edna Mode, la schermitrice paralimpica Bebe Vio in un ruolo secondario non è neanche male, terrificante Ambra Angiolini che recita come ai tempi di Non è la Rai.

Che fatica.

Molto carino il consueto cortometraggio di apertura Pixar, l’allegorico Bao.

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Coco

Messico e nuvole
La faccia triste dell’America
Il vento soffia la sua armonica
Che voglia di piangere ho.

TRAMA: Messico. Il dodicenne Miguel, aspirante musicista a dispetto del divieto impostogli dalla famiglia di praticare canzoni e strumenti, sta per fare luce su un mistero vecchio di secoli. Accidentalmente, entra nella Terra dei Morti e…

RECENSIONE: Per la regia di Lee Unkrich (Toy Story 2 e 3, Monsters & Co, Alla ricerca di Nemo), Coco racconta le vicende di un giovane messicano che se ne va in giro con una chitarra.

Ok, un altro messicano che se ne va in giro con una chitarra.

Il diciannovesimo lungometraggio della Pixar opta ancora per l’affronto di tematiche adulte, focalizzandosi sul sempre interessante topos del rapporto tra vivi e defunti, con tutto il corollario ad essa relativo.

Il conseguente rapporto tra le tre dimensioni temporali (passato, presente e futuro, à la Canto di Natale) viene rappresentato con una grazia utile ad essere reso comprensibile per i più giovani, che potrebbero trovarsi spiazzati dal dualismo vita/morte, ma allo stesso tempo risulta contenutisticamente apprezzabile anche per gli adulti.

Se posizionalmente non vi è grande differenza tra il regno dei vivi e quello dei morti dato che sfruttando la componente spiritica è come se coincidessero, a parte il visivamente spettacolare ponte di fiori, ciò che fa da padrone in Coco è infatti il tempo.

Ieri, oggi e domani si fondono in un calderone in cui vengono ad elidersi le differenze tra i tre fino a farli confluire in un unico cammino, in cui la Morte appare solo come un mero passaggio tra la dimensione reale e quella spiritica, senza però inficiare l’umanità del soggetto che la sperimenti.

A collegare vivi e morti c’è la musica, che in taluni casi diventa un vero e proprio psicopompo per i defunti, oltre a mezzo di espressione emotivo estremamente potente.

Con l’accompagnamento musicale i sentimenti diventano vividi e maggiormente intensi, con le note che sostengono come impalcature invisibili la gioia, il dolore o l’infatuazione, che possono in questo modo spandersi nell’aere riversandosi sugli astanti.

Simile per struttura a The Brave, non solo per una localizzazione geografica peculiare (qui il Messico, là la Scozia), ma anche per il tema del giovane in ebollizione che si ribella ai dettami della propria famiglia, la vicenda si dipana forse in modo un po’ troppo sbrigativo, con in particolare un segmento conclusivo eccessivamente rapido e che tarpa in parte le ali allo sviluppo introspettivo di protagonista e congiunti.

Da sottolineare inoltre che le ragioni che spingono la famiglia a detestare la musica vengono in parte banalizzate, mettendo in luce esclusivamente positiva il piccolo Miguel, il cui comportamento viene agli occhi dello spettatore giustificato a prescindere; manca perciò quell’avvicinamento più biunivoco presente, appunto, in The Brave, in cui sia la madre che la figlia comprendevano le ragioni dell’altra mitigando i propri ostinati eccessi.

Oltre all’ovvio focus sul giovane protagonista, che riesce ad essere disubbidiente ma simpatico e non fastidioso, buona resa narrativa di Mamma Imelda, probabilmente il personaggio di contorno più riuscito, e di un Ernesto de la Cruz che, canterino, seduttore ed idolatrata star del cinema, ricorda un Elvis Presley in salsa guacamole.

Colorata carta da parati gli altri caratteristi, a partire dagli infiniti membri della famiglia Rivera fino agli altri morti più o meno caratterizzati, eccezion fatta per una spassosa Frida Kahlo.

Buon doppiaggio dei protagonisti, in particolare di Emiliano Coltorti nei panni del goffo Hector, mentre stupisce Mara Maionchi, a suo agio nei panni di una vecchia rimbambita (per cortesia, niente ironia facile) e protagonista di uno dei momenti più emotivamente toccanti del film.

Coco è complessivamente quindi un buon film, che sfrutta l’atmosfera magica del Messico per confezionare un prodotto adatto a grandi e piccini.

Non il massimo dell’eccellenza in termini di trama, ma sicuramente una pellicola più che discreta.

Inside Out

inside out locandinaTu chiamale, se vuoi, emozioni.

TRAMA: Riley è una ragazzina di 11 anni che si trasferisce con la famiglia a San Francisco. È guidata come tutti dalle cinque emozioni principali (Gioia, Paura, Rabbia, Disgusto e Tristezza), che vivono nella sua mente e la aiutano ad affrontare la quotidianità.

RECENSIONE: Tralasciando l’ovvio fattore intrattenimento e l’industria che economicamente li produce, i film sono fondamentalmente opere di tipo artistico, e in quanto tali la loro essenza risiede nel trasmettere emozioni allo spettatore.

Tali emozioni possono scaturire in maniera più o meno naturale o forzata, e questo in base alla qualità complessiva del film stesso e alle modalità con cui vengono presentate determinate tematiche.

Un horror che tiene incollati alla sedia con gli occhi sbarrati, una commedia che fa indolenzire gli addominali a forza di ridere e un dramma che gonfia il magone nel petto si basano tutti, pur con ovvie distinzioni di genere, sullo stesso principio di base.

E se in un film le emozioni avessero il ruolo di protagoniste?

In tal caso abbiamo Inside Out.

Uno dei migliori film d’animazione occidentali degli ultimi quindici anni.

inside out emozioni 2

Per la regia e la sceneggiatura di Pete Docter (già director di Monsters & Co. Up), il quindicesimo lungometraggio della Pixar è un’opera di una profondità narrativa rara, resa ottimamente sullo schermo da un impianto visivo di notevole fattura che sa rendere al meglio agli occhi ciò che in realtà è chiaro solo alla mente.

Uno dei grandi pregi di questo meraviglioso film è infatti quello di sapere raffigurare componenti fondamentali della personalità umana, ossia appunto le emozioni, i pensieri e la coscienza in generale, attraverso scelte artistiche tanto dirette quanto ragionate e intelligenti.

Inside Out non è il primo caso di animazione utilizzata per mostrare il nostro organismo umanizzandone le componenti; ad esempio possono essere citati il film del 2001 diretto dai fratelli Farrelly Osmosis Jones o, andando più indietro nel tempo, la famosa serie animata francese Esplorando il corpo umano (titolo originale Il était une fois… la Vie).

Osmosis_jones

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Ciò che li differenzia da Inside Out, e che al contempo aumenta il valore artistico di quest’ultimo, è che nei due esempi citati vengono ad essere antropomorfizzate delle parti costitutive oggettive e biologiche del nostro essere.

Per quanto microscopici essi siano, infatti, i globuli rossi e bianchi, i neuroni, i virus e i batteri sono elementi reali e concreti, che possono essere visti, “toccati” e misurati.

Le emozioni no.

Le emozioni sono concetti astratti.

Non è la stessa cosa.

inside out scena

Tutto ciò che riguarda la psiche umana viene qui reso attraverso un’esplosione ottica di colori e forme, denotante una piacevole e frizzante fantasia che però non si limita a crogiolarsi esclusivamente sulla resa visiva, ma dà anche vita a trasposizioni ingegnose di elementi immateriali quali “pensieri”, “ricordi” e “sogni”, risultando nel complesso bello a vedersi ed intelligente a capirsi.

Se i bambini rimarranno infatti divertiti da gag, personaggi colorati e ritmo narrativo incalzante, i più grandi potranno trovare nella pellicola ben più di uno spunto di riflessione, rendendo Inside Out in grado di unire semplicità e profondità attraverso modalità che raramente si vedono in un film.

La pellicola non si riduce infatti a raffigurare solo delle emozioni umanizzate, ma riesce anche a farle scaturire nell’animo dello spettatore, grazie ad una sceneggiatura ricca di spirito introspettivo che nello spazio di una stessa scena può passare in pochi istanti dal divertimento alla commozione, dal sollievo alla malinconia.

inside out gioia tristezza

Il tema di base è molto importante: si assiste alla piccola ma importante crescita emotiva di una ragazzina, attraverso avvenimenti per lei nuovi che la vedono protagonista, e grazie ai quali ella possa (così come ogni persona al mondo) sviluppare piano piano una propria personalità e intraprendere un percorso di maturità caratteriale.

Tale sviluppo è mostrato attraverso il ruolo che le emozioni giocano nei rapporti che Riley ha col mondo circostante, oltre che ponendo l’accento sul concetto di “memoria” e tematiche correlate, colonna portante della nostra capacità di apprendimento e crescita personale.

inside out riley

Le emozioni che la guidano sono personaggi ben resi sia esteticamente che caratterialmente, ed hanno in particolare il grande merito di risultare interessanti nonostante in apparenza possano sembrare unidimensionali, incarnando appunto solo un determinato aspetto dell’umana personalità.

In particolare è molto intrigante il rapporto tra i due antipodi Gioia e Tristezza, e come il film riesca a sviluppare narrativamente queste due emozioni mostrando il ruolo che esse assumono nell’indole di una persona.

Da questo legame nascono sia una moltitudine di spunti comici, dovuti all’ovvio espediente del contrasto tra due caratteri contrapposti, sia molti importanti elementi di riflessione introspettiva, che come già detto danno ad Inside Out una pregevolissima maturità narrativa ed artistica.

INSIDE OUT – Anger, Fear, Joy, Sadness and Disgust look out upon Riley's Islands of Personality. ©2015 Disney•Pixar. All Rights Reserved.

Probabilmente ho detto circa la metà di quanto avrei voluto, data la complessità della pellicola e la difficoltà di esprimere a parole emozioni e introspezione; riassumendo, si può dire che nonostante la classica facciata da cartoon colorato (per quanto di ottima fattura) che potrebbe ingannare un occhio superficiale, il film nasconda nel suo guscio una perla da opera impegnata e matura, che riesce a toccare le corde dell’animo facendo emergere ricordi ed emozioni.

Veramente ottimo.

Il gioco di Geri

Terza età con brio.

TRAMA: Un vecchietto gioca a scacchi al parco contro se stesso.

RECENSIONE: Cortometraggio animato realizzato dalla Pixar nel 1997, vincitore di un Oscar per la categoria.

In poco più di 4 minuti assistiamo a una sorta di poesia visiva, con protagonista un anziano che potrebbe essere il nonno di chiunque, ispirando subito simpatia, che affronta la solitudine mischiando allegria e malinconia. Gli scacchi sono qui la metafora del gioco, legato quindi all’infanzia e alla felicità, ma anche alla concentrazione (caratteristica adulta) che ne deriva. L’ambientazione, naturale e autunnale, si muove in questa stessa direzione: essa è infatti caratterizzata dai colori caldi delle foglie che circondano dall’alto degli alberi la figura umana centrale, ed esse sono però di tali colori quando la loro vita giunge al periodo finale, a causa della loro futura caduta. Con la rappresentazione di una persona sul viale del tramonto il corto percorre il filo tra tristezza e gioia, sottile come il bordo della moneta di Harvey Dent, e la Pixar mostra ancora una volta di riuscire a realizzare belle opere da pochi minuti oltre a lungometraggi con grossi budget e incassi.

Il gioco di Geri è stato abbinato al film A Bug’s Life, sia nella uscita al cinema sia nelle versioni home video.

Qui il link YouTube: http://www.youtube.com/watch?v=03T2pKO8ItE

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