L'amichevole cinefilo di quartiere

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C’era una volta a… Hollywood


Once upon a time you dressed so fine

Threw the bums a dime in your prime, didn’t you?
People call say ‘beware doll, you’re bound to fall’

TRAMA: Los Angeles, 1969. Un attore di grido ora ridotto a recitare in serie tv western ed il suo stuntman si muovono nella Hollywood che farà da cornice all’omicidio dell’attrice Sharon Tate per mano della Family di Charles Manson.

RECENSIONE:

Nono film diretto da Quentin Tarantino (considerando le due parti di Kill Bill come lungometraggio unico), C’era una volta a… Hollywood è un caloroso omaggio ad un cinema che non c’è e non ci sarà mai più.

Il divismo, il luccichio che a volte non indica la presenza di oro sottostante, un amore incondizionato sia per IL Cinema (arte nella sua più ampia espressione) che per UN particolare cinema (quello anni sessanta) si trasforma da omaggio intimo e personale del cineasta nato in Tennessee ad un elogio vasto e rispettoso, più da affezionato cultore che da professionista del settore.
La Settima Arte possiede infatti la grande capacità di non essere una proprietà esclusiva di chi la ama, essendo al contrario dotata di un carattere universale ed ecumenico, potendo raggiungere quindi ogni categoria possibile di spettatori, anche i più casuali, proponendo dal grande classico al lungometraggio impegnato, dalla commedia per famiglie al drammone d’essai.

“C’era una volta” è la formula che fin da bambini abbiamo appreso essere l’inizio delle favole, e anche questo C’era una volta a… Hollywood intraprende un percorso fiabesco (soprattutto nel segmento finale) proponendosi come un prodotto che nonostante si basi su un meccanismo di storie parallele à la Pulp Fiction non è forse così tarantiniano quanto potrebbe sembrare (anche in questo caso, escludendo l’ultima ventina di minuti da puro Quentin).

Efficace in tal senso la rappresentazione di Sharon Tate come vero e proprio angelo del Cinema: una presenza dolce, raggiante ed eterea che brilla di luce propria (grazie ad un’interpretazione genuina e priva di manierismi inutili di Margot Robbie); un essere delicato e dolce, reso ancor più struggente agli occhi dello spettatore che ripensi al fato barbaro destinato per lei dal corso degli eventi.
Una figura che si erge al di sopra del cinema come industria (sovente rappresentata in C’era una volta a… Hollywood mediante agenti magheggioni, dietro le quinte caotici, meticolose preparazioni delle scene) per incarnare il cinema come Arte.

Sorretta da un impianto tecnico di tutto rispetto (scenografie ricreate maniacalmente, abbigliamento, fotografia) che risulta piacevolmente immersivo in un decennio di ruggente star-system statunitense, la pellicola è un’opera di ricca organicità grazie anche all’inserimento di una miriade di piccole o grandi citazioni ad elementi cinematografici (e non) realmente esistenti (le star, i film, lo showbiz), riuscendo a proporre quindi numerose chicche per appassionati e cultori cinefili.

Il cinema che trionfa sulla violenza, sulla realtà e persino sulla Storia, piegandola a proprio vantaggio come solo in una fiaba può avvenire: un racconto in cui è sempre il principe valoroso a sconfiggere il temibile drago, in cui i personaggi buoni vissero tutti felici e contenti mentre i malvagi vengono puniti brutalmente per le proprie azioni empie.

L’ambientazione anni ’60 presta impeccabilmente il fianco a tali tematiche: colorata, libera, spensierata e sotto la forte influenza dell’amore universale quanto caratterizzata da piccoli ma intensi sprazzi di malvagità sotterranea.
Un male torbido, carnale e brutale, non visibile apertamente ma presente e sobbollente come il magma.

Cast monumentale.

DiCaprio e Pitt entrambi nei panni di un personaggio la cui parabola ondivaga parte da un (relativo) picco per poi inabissarsi a causa delle circostanze, avendo però successivamente una possibilità di redenzione e ascesa quasi da fenice, che proprio dalle sue ceneri trae la forza per la risalita a nuova vita.

“Non è il mondan romore altro ch’un fiato / di vento, ch’or vien quinci e or vien quindi, / e muta nome perché muta lato” scriveva Dante Alighieri nell’undicesimo canto del Purgatorio parlando della fama e della presunzione.

Rick Dalton, il divo che non trova più ruoli alla propria (ritenuta) altezza, dovendosi confrontare con il cambiamento del cinema in generale e con il ridimensionamento della sua celebrità in particolare, temendo quindi la possibilità di trasformarsi in un vetusto relitto incagliato e dall’attrattiva solo museale, è fattore portante della fama come entità aleatoria e sfuggente.

L’altra faccia della medaglia è il suo stuntman, Cliff Booth, le cui fortune dipendono non solo dalla propria bravura, ma anche dal percorso lavorativo dell’attore di cui è braccio destro. La sua carriera professionale segue quindi un doppio percorso, risultando sia autonoma che dipendente, con la sua carriera spesso sul filo del rasoio anche a causa di un ostracismo dovuto ad eventi passati.

Oltre a DiCaprio, Pitt e la Robbie (come già detto, diva nel ruolo, divina nella sensibilità con cui Sharon Tate è stata raffigurata) abbiamo una pletora di star.

Al Pacino come agente cinematografico diverte e si diverte, con il suo personaggio che è occasione sia per slanci di ammirazione verso il cinema anni ’60 sia per una critica alla superficialità statunitense nei confronti dell’industria europea, vista con immeritata spocchia.

Rappresentati molti divi realmente esistiti nel periodo: tra gli altri, Timothy Olyphant è la star di Lancer James Stacy, Damian Lewis appare in un piccolo cameo come Steve McQueen, Mike Moh dà corpo ad un particolarmente stereotipato Bruce Lee (con seguente polemica da parte della figlia di Lee, Shannon, che non ha particolarmente apprezzato il ritratto del padre) mentre Luke Perry interpreta l’attore Wayne Maunder (sia Perry che Maunder sono scomparsi durante la produzione del film).

I giovani Austin Butler, Dakota Fanning, Maya Hawke e Victoria Pedretti interpretano alcuni membri della Manson Family, mentre Charles è Damon Herriman, che interpreta lo stesso ruolo nella seconda stagione della serie tv Mindhunter (ambientata una decina di anni dopo rispetto a questo film).

C’era una volta a… Hollywood è un’opera che riesce ad incarnare un amore personale per poi alimentarlo come un incendio ed estenderlo quindi allo spettatore, invitandolo a far parte del cinema: un mondo crudo e magico, veniale ed artistico, immanente e trascendente.

Consigliato.

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Pillole di cinema – Fury

fury locandinaBrad Pitt che se ne va in giro per la Germania nazista ammazzando tedeschi?
Pensa se Tarantino ci facesse un film, che figata!

TRAMA: Aprile 1945: gli Alleati stanno avanzando in profondità nella Germania nazista. Tra i numerosi veterani ci sono anche il sergente Collier e il suo equipaggio, i quali combattono a bordo del loro carro armato, un M4 Sherman dal nome di battaglia Fury.

PREGI:

– Ambientazione: Pellicola tetra e fangosa che si svolge nel plumbeo ed ostile territorio teutonico, Fury crea nell’animo dello spettatore una cappa opprimente catapultandolo nella crudezza del conflitto bellico.
La molta si attacca ai vestiti quasi a simboleggiare i cadaveri rimasti a terra, sfortunati eroi/pedine nel gioco della Storia.

– Fotografia: Legata al punto precedente, i colori grigi e terrei contribuiscono ad aumentare la durezza della guerra e a raffreddare le emozioni manifestate nell’opera.
Il prevalente grigio-verde diurno, in contrapposizione al nero-rosso notturno crea un ottimo contrasto ottico, legato inoltre al già menzionato tema bellico.

– Montaggio: Buono sia negli scontri a fuoco, dove il ping-pong di inquadrature aumenta la tensione dovuta allo scambio di proiettili, sia nelle scene dialogate all’interno del carro, creando una dimensione angusta e al tempo stesso protettiva nei confronti dei membri dell’equipaggio.

– Brad Pitt: Pur avendo già visto un tipo del genere in Bastardi senza gloria, Pitt rende il suo Don “Wardaddy” Collier un personaggio ben riuscito.
Un capo coriaceo ma giusto con i suoi sottoposti, che riesce ad affermarsi nella pellicola grazie alla sua notevole presenza scenica, corroborata da ciò che dice e ciò che tace.
Il sergente e i suoi uomini vagano come Apostoli di morte, avvolti da uno Spirito Santo di lamiera e portatori del Verbo del ferro e del sangue; grazie a ciò catalizzano efficacemente l’occhio del pubblico.

The crew of Fury: Boyd "Bible" Swan (Shia LaBeouf), Norman (Logan Lerman), Wardaddy (Brad Pitt), Trini "Gordo" Garcia (Michael Pena) and Grady "Coon-Ass" Travis (Jon Bernthal) in Columbia Pictures' FURY.

DIFETTI:

– Secondo tempo: Al giro di boa, purtroppo, Fury crolla come un castello di carte.

Tutte o quasi le sue componenti, infatti, si deteriorano come frutta lasciata al sole: gli stereotipi si fanno più evidenti, i dialoghi si retoricizzano eccessivamente, la battaglia che infuria assume connotazioni preoccupantemente simili ad una schermaglia spaziale di Guerre Stellari (troppi muzzle flashes) e molti snodi narrativi vengono telefonati troppo presto e con troppa veemenza.

Questa è veramente una grossa pecca, soprattutto confrontando tra loro le due metà del film, dato che tanto la prima parte è ben realizzata ed efficace, tanto la seconda pare sbrodolata e lanciata verso l’eccessiva spettacolarizzazione.

– “Oh, say can you see, by the dawn’s early light…” : Fury è un film americano di guerra.

Sì, ma su una guerra che gli americani hanno vinto.

Ci siamo già capiti.

fury pitt lerman

CONSIGLIATO O NO? Se uscite dalla sala all’intervallo, sì.

12 anni schiavo

12 anni schiavo“Neither slavery nor involuntary servitude, except as a punishment for crime where of the party shall have been duly convicted, shall exist within the United States, or any place subject to their jurisdiction.”

XIII emendamento alla Costituzione degli Stati Uniti d’America, sezione I.

TRAMA: 1841. Solomon Northup, un uomo libero che vive a Washington, viene ingannato, rapito e portato in Louisiana, dove rimarrà come schiavo fino al 1853.
Tratto dall’omonima autobiografia di Northup.

RECENSIONE: Diretto da Steve McQueen, 12 anni schiavo è un film intenso creato ad hoc per sbancare agli Oscar, puntando su una storia cruda e drammatica che prosegue il filone tematico degli ultimi anni composto da pellicole come Lincoln e The Butler.

Senza nulla togliere alla bravura di questo regista, che ha portato sullo schermo opere di notevole impatto emotivo come Hunger (2008) e Shame (2011), la pellicola manca di quel quid in più che le possa permettere di passare da “buon film” a “capolavoro”.
Forse ciò dipende anche dal fatto che 12 anni schiavo abbia una dimensione molto più generale e universale rispetto alle sue due pellicole già citate, dato che qui l’elemento personale si fonde maggiormente con la realtà storica.

12-anni-schiavo-chiwetel-ejiofor-nella-piantagione

Pur avendo quindi buone componenti prese singolarmente, si ha come l’impressione che McQueen si comporti come un tiratore che con un fucile in mano si lasci passare un bersaglio davanti agli occhi, avendolo al centro del suo mirino ma senza osare premere il grilletto.
Si avverte inoltre nel ritmo narrativo un’eccessiva lentezza, che considerando l’importante tema culturale e storico dietro al film risulta essere una pecca di non poco conto.

La regia è buona ma non eccezionale, prediligendo un approccio molto più materiale e basilare piuttosto che invenzioni visive particolari od originali. Se da un lato tale scelta può esaltare la già citata durezza dell’opera, d’altro canto può stancare lo spettatore che abbia un occhio più tecnico, assumendo connotati più socio-documentaristici che artistici.

La sceneggiatura di John Ridley si concentra forse un po’ troppo su alcuni elementi della storia tralasciandone altri che avrebbero meritato maggiore approfondimento, e pur avendo ragione nel mantenere una costante attenzione sul protagonista, i personaggi secondari poco esplorati risultano essere troppo piatti e bidimensionali.

Chiwetel Ejiofor sostiene il film quasi da solo. Il suo Solomon Northup è ottimamente rappresentato come un uomo buono soverchiato dagli eventi, che cerca di non perdersi mai completamente d’animo e che ha come unico obiettivo in mente sopravvivere con le unghie e con i denti. Forse il ruolo è in parte penalizzato dal suddetto mancato approfondimento nella sceneggiatura di alcuni sottotesti, ma in generale si ha di fronte un’ottima prova attoriale.

12 anni schiavo eijofor

Ottimo anche Michael Fassbender. Il suo schiavista psicopatico ricorda una versione cruda e più tra le righe del Calvin Candie di Leonardo DiCaprio in Django Unchained. Violento, irascibile e con una distorta e quasi ossessiva visione religiosa e divina, risulta essere una furia umanizzata pronta ad abbattersi senza preavviso sugli astanti, e l’attore di origine tedesca è molto bravo nel rappresentarlo.

12 anni schiavo fassbender

Piccole parti per Paul Giamatti, Benedict Cumberbatch post-viverna, Paul Dano e Brad Pitt. Personaggi che come già detto avrebbero meritato uno sviluppo più approfondito (in particolare quelli di Cumberbatch e Pitt) e che per come sono resi risultano essere maschere un po’ troppo blande e poco più. Peccato, visto che c’erano sia i presupposti che notevoli interpreti.  

Per quanto riguarda il comparto tecnico, accurati sia i costumi di Patricia Norris sia le scenografie di Adam Stockhause, entrambi nominati agli Oscar. Entrambi questi elementi sono importanti in un film storico, per aiutare lo spettatore ad immergersi completamente in una storia di centocinquant’anni prima.

Un’opera che probabilmente sarà molto premiata dall’Academy, ma che per quella che è la mia opinione avrebbe potuto essere più incisiva affondando meglio alcuni colpi. Un’occasione mancata.

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: Lincoln (2012), Django Unchained (2012) e The Butler (2013).

World War Z

“Cuz this is thriller / Thriller night / And no one’s gonna save you / from the beast about to strike. ”  Thriller  – Michael Jackson (1984)

TRAMA: Un ex funzionario dell’ONU cerca di capire la causa di una epidemia che trasforma le persone in zombie e che si sta propagando in tutto il mondo.

RECENSIONE: Tratto dal romanzo World War Z. La guerra mondiale degli zombi di Max Brooks del 2006. Senza tanti giri di parole il film è una delle più ridicole pagliacciate arrivate sullo schermo in questo 2013, uno zombie-movie pieno di irrazionalità e comicità involontaria che riesce a far passare allo spettatore due ore di grasse risate.

La regia è di Marc Forster (bello il suo Neverland – Un sogno per la vita sullo scrittore James Matthew Barrie e con Johnny Depp senza l’ennesimo make up), qui molto “operaio” e al servizio del protagonista Brad Pitt. Rispettati tutti i canoni e gli stereotipi della regia action, probabilmente lo spirito del director è stato “prima si inizia, prima si finisce”.

La sceneggiatura di Damon Lindelof e Drew Goddard è una deflagrante cazzata, caratterizzata da buchi grossi come crateri lunari, scelte irrazionali dei personaggi e caratteristi ridicoli e inutili. In generale vi è nella pellicola un senso del ridicolo che si palesa più volte, in alcuni casi anche quando ci dovrebbero essere momenti di tensione.

Brad Pitt protagonista indiscusso e quasi sempre presente sullo schermo (simile in questo aspetto a Io sono leggenda con Will Smith, altro film con simil-morti viventi), e qui anche nelle vesti di produttore. Forse l’unica nota positiva del film ma anche la dimostrazione che un attore da solo, seppur bravo, famoso e carismatico, non possa sollevare più di tanto il livello di un film tanto pessimo. Il fatto che abbia speso soldi su questo progetto dimostra quanto ci tenga, ma il risultato è quello che è. Nei panni di sua moglie Mireille Enos, che si sta specializzando nel ruolo di lagnosa ed inutile Eva essendo stata anche a fianco di Josh Brolin in Gangster SquadRuoli minori per James Badge Dale, ex braccio destro di Guy Pearce-Killian in Iron Man 3 e per Pierfrancesco Favino.

Riassumendo: come film di zombie è scadente, come film d’azione è senza infamia e senza lode. Come film comico è ottimo!

Piccola considerazione personale. L’argomento “zombie” nell’ultimo periodo tira, non c’è niente da fare: film, serie televisive, videogiochi, fumetti (The Walking Dead è PRIMA una serie a fumetti), libri ecc… Questo è normale, ogni pugno di anni viene scovata dal mercato una vacca da mungere e si martella il pubblico solo con quel tipo di prodotto (ad esempio negli ultimi anni abbiamo avuto il filone “vampiri”). Quello che mi chiedo io (se vogliamo, ingenuamente) è: quando si verrà a creare un equilibrio tra distributori e pubblico per cui l’offerta possa essere varia e qualitativamente accettabile senza una saturazione di un particolare tema?

Cogan

Judging it softly.

TRAMA: New Orleans, 2008. Due criminali di mezza tacca rapinano una bisca clandestina a cui partecipavano i nomi grossi della malavita. Per risolvere la questione viene chiamato il killer Jackie Cogan.

RECENSIONE: Parafrasando per quanto riguarda il titolo la celebre canzone strappalacrime Killing Me Softly with His Song di Roberta Flack del 1973 questo ottimo film riesce nella non indifferente impresa di riesumare il genere noir, che era stato spedito in soffitta (“sottoterra” è un po’ cruento) qualche decennio fa insieme agli album fotografici dove il nonno porta i calzoni corti, vecchi giocattoli in disuso (e in disarmo) e il vestito della leva militare di papà. Per la regia di Andrew Dominik, che ha già diretto Pitt ne L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford e che qui cura anche la sceneggiatura, la vicenda si dipana attraverso una New Orleans in versione girone dantesco, dove le elezioni presidenziali del 2008 fanno da sfondo alle azioni di personaggi brutti, sporchi e cattivissimi in un gioco di fumo (parecchio) e sangue (altrettanto). Un grosso pregio del film è il realismo nelle situazioni e nei dialoghi, tipici da bassifondi e zone periferiche di una metropoli, che aumenta l’effetto immedesimazione dello spettatore ed è sottolineato dal ritmo dell’azione, solitamente lento (particolarità per un film del 2012 con cadenze da thriller) in cui non vi sono epici scontri a fuoco tra bande di rapinatori ed eserciti di poliziotti, ma un tentativo da parte dei vertici criminali di sistemare faccende interne in modo artigianale, senza eccessivo rumore. In tutto ciò sguazza Brad Pitt, che invecchiando acquista nuove espressioni, lavorando dal punto di vista recitativo più sui particolari come ad esempio i piccoli movimenti dei muscoli intorno agli occhi: credibile nel suo ruolo, sostenuto come sempre nella versione italiana da Sandro Acerbo, voce anche di Will Smith e di Michael J. Fox, assume in questo film caratteristiche paragonabili (molto lontanamente, si parla comunque di un mostro sacro) al grande Robert Mitchum (detective Marlowe e straordinario ne La morte corre sul fiume (1955)), con personaggi grigi come un novembre padano e che rendono la stessa atmosfera intorno a loro torbida. Talvolta ci si abbandona alle ormai classiche e stantie “filosofate” da killer, ma qui non sono eccessivamente stucchevoli. Tra gli altri compare anche James Gandolfini (indimenticabile Tony Soprano nell’omonima serie tv (1999-2007), protagonista anche di Romance & cigarettes (2005) di John Turturro) in un ruolo malinconico cucito su misura per lui, e grosso bentornato a Ray Liotta (Quei bravi ragazzi (1990), John Q (2002)) che dopo gli anni Novanta si era un po’ perso (per usare un eufemismo, ammazza che vaccate che ha fatto). La sceneggiatura cambia i punti di vista sull’azione saltando da un gruppo di personaggi ad altri, facendo capire a chi guarda il film tutte le sfaccettature che possono ruotare attorno alla stessa vicenda, fornendo un quadro completo; montaggio e fotografia eccellenti per quanto riguarda efficacia e scelte stilistiche e una colonna sonora curata fanno da corollario a un film insolito e notevole.

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