L'amichevole cinefilo di quartiere

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Tenet


If I could save time in a bottle

The first thing that I’d like to do
Is to save every day
‘Til eternity passes away
Just to spend them with you

TRAMA: Armato di una sola parola – Tenet – il Protagonista è coinvolto in una missione nel crepuscolare mondo dello spionaggio internazionale, che lo vedrà confrontarsi con il misterioso oligarca russo Andrei Sator per cercare di prevenire il conflitto per la sopravvivenza di tutto il mondo.

RECENSIONE:

Film tronfio e pregno di un gusto smaccatamente estremo per la ricchezza espositiva, talvolta così verbosa e annacquata da risultare un indigesto beverone per le meningi del pubblico, Tenet è un’opera che sublima tutto il cinema di Nolan in un unicum che è al tempo stesso un pregevole esercizio di stile tecnico e un’enucleazione narrativa troppo barocca ed intricata.

Una tracotanza falstaffiana nella scelta di elevare in potenza concetti quali il tempo, la consequenzialità e il destino che può essere o meno già scritto va ad imbastire un’opera la cui complessità si pone come uno scoglio netto per l’eventuale pigrizia di un pubblico maggiormente propenso al disimpegno.

Così è se vi pare, e se non vi pare è così lo stesso: Tenet non è un film facile, né considerando i suoi pregi, che vanno ad inserirsi in una direzione realizzativa che premia la quantità e l’elaborazione sulla linearità, tantomeno per i suoi difetti, legati ad una farraginosità evidente dovuta alla presenza di scene votate interamente alla spiegazione e ai non sempre felicissimi arzigogoli mentali che accompagnano ontologicamente i viaggi temporali.

Tenet è l’oscuro e freddo monolito piovuto dal cielo che non permetterà certo un balzo evolutivo da parte di chi vi entri in contatto, ma alla scimmia curiosa che vi si avvicini combattendo la sua repulsione per l’ignoto presenta un’opera che potrebbe tanto incrociare i suoi gusti, essendo tecnicamente ricca e dotata di scene dal notevole impatto visivo, quanto condurla facilmente al tedio, per la tendenza all’infarcire la torta della sceneggiatura con la glassa dei dialoghi megalolalici che abbracciano il cringe e la retorica spicciola.

Ottima la colonna sonora dello svedese Ludwig Göransson: potente ed enfatica, ben si sposa con le tematiche così di ampio respiro fornite dalla sceneggiatura, pompando con i bassi le sezioni più adrenaliniche ed action acuendo efficacemente la sensazione del pericolo futuro ed incombente che attende i personaggi, e su cui la trama ha parte fondante.

La fotografia, invece, tendenzialmente grigia e algida nella parte iniziale e più tiepida e terrosa in quella conclusiva, cerca notevole assistenza da parte dei colori primari: il rosso e il blu da archetipi principali dei due schieramenti di ogni battaglia (e araldi delle sensazioni archetipiche di caldo e freddo) vengono inseriti nella considerazione del tempo come elemento quasi concreto e fisico, diventando simboli di presente e futuro.
L’immanente ed il trascendente, anche per aiutare lo spettatore nella non linearissima comprensione della pellicola, vanno ad acquistare una connotazione meramente visiva che appunto permette in tal modo al pubblico di sfruttare il senso principale su cui si basa l’esistenza dell’homo sapiens, la vista, coniugando il fattore intellegibile con quello meramente percettivo.

John David Washington, figlio di Denzel, va ad interpretare un Protagonista quasi eastwoodiano nell’elisione della propria individualità anagrafica, incarnando più un modello generico che una persona specifica, poiché una rosa con un appellativo diverso ne manterrà comunque il profumo.
Determinato e combattivo talvolta quasi al limite dello stolido (causa, come già detto in precedenza, di una sceneggiatura purtroppo raffazzonata in alcune sue componenti), il non conoscere alcunché di specifico nel background dell’eroe o della sua vita al di fuori di quanto assistiamo durante la pellicola lo rende maggiormente pedina di una scacchiera in divenire piuttosto che soldato in una guerra senza esclusione di colpi: un Senza Nome inserito in un contesto apparentemente molto più grande di lui.

Quando il saggio indica che per Robert Pattinson siano ormai sideralmente lontani i tempi di Edward Cullen e Cedric Diggory, lo stolto guarda alle idolatranti fan delle sue performance giovanili, la cui piattezza risultò direttamente proporzionale alla presa esercitata su una parte di pubblico facilmente suggestionabile ed ormonalmente circuibile.
In realtà, l’attore londinese ha compiuto ormai da parecchi anni delle scelte di carriera intelligenti e basate molto più sull’elemento artistico precipuo delle opere in cui decide di partecipare rispetto a ruoli facili da blockbuster; sarà interessante in tal senso vederlo ereditare il mantello dell’uomo pipistrello nel prossimo adattamento del personaggio creato da Bob Kane.

Algida Elizabeth Debicki, che sfrutta una fisicità da niveo cigno per incarnare un personaggio femminile che è sia motore degli sviluppi di trama che suo obiettivo finale, in un percorso uroborico contorto e parzialmente farraginoso.
Né Eva, con la sua incapacità wildiana di resistere alle tentazioni, ma nemmeno una tormentata Ofelia che trova sollievo nell’annegamento per i suoi problemi amorosi; la Kat della Debicki è la principessa da salvare dal castello del drago Branagh, imprigionata in una torre d’avorio che la lega a doppio filo all’orco suo consorte: peccato averla resa meno combattiva di quanto il character avrebbe potuto richiedere, perché la caduta nello stereotipo della damsel in distress è ahimè un po’ troppo accentuata.

Al Sator di Kenneth Branagh mancano solo le corna e l’odore di zolfo che accompagni la sua comparsa per renderlo un diavolo fatto e finito; il magnate europeo è un personaggio di una negatività catramosa, che corrode ogni cosa che tocca rendendola marcia e decadente.
Molto, troppo bidimensionale, però, per renderlo un antagonista memorabile e resistente al passaggio del tempo, che probabilmente resetterà una figura non sufficientemente esplorata se non in una volontà di emergere, dominare e distruggere già vista tante, troppe volte.

Tenet è una pellicola per certi versi mastodontica, che presenta sicuramente difetti non di poco conto per quanto concerne i suoi ingorghi narrativi, che perciò mal si sposano con la complessità espositiva di cui è portatore, la quale avrebbe dovuto essere più precisa e a prova di contestazione.
Visivamente comunque assai piacevole, rimane un buon film pur risultando però inferiore ai precedenti Dunkirk e Interstellar, entrambi maggiormente sul pezzo per la combinazione di forma ricercata e contenuto artisticamente rilevante.

Forse un’occasione sprecata, probabilmente una pellicola i cui limiti possono risultare indigesti ad un pubblico in cerca di maggiore semplicità, sicuramente positivo pur non eccellendo.

Twilight

twilightAridatece Bela Lugosi.

TRAMA: Tratto dal romanzo omonimo di Stephenie Meyer.
La tormentata storia d’amore tra l’adolescente umana Bella Swan e il vampiro Edward Cullen nella grigia cittadina di Forks, nello Stato di Washington.

RECENSIONE:

Facile definire questa roba una schifezza.

Facile recensirlo negativamente.

Tanto “mainstream” il film, tanto “mainstream” demolirlo.

Credo però sia più utile e costruttivo spiegare perché una determinata opera sia di scarsa qualità, senza limitarsi a giudizi assoluti.

In certi casi è quindi necessaria una specie di… catarsi, immergendosi nel più oscuro putridume e uscendone poi rigenerati.

O cose così.

Questa pellicola, uscita nel 2008 e diretta da Catherine Hardwick, è l’esatto esempio di cosa voglia dire offrire al grande pubblico (e in particolare alle nuove generazioni) un prodotto preconfezionato, prestrutturato e predigerito per appiattirne ancora di più le capacità mentali e per tarpare le ali alla naturale spinta che porti al ragionare con la propria testa.

Dal punto di vista tecnico siamo di fronte ad un’opera meno che mediocre.

La regia è da ABC del cinema, il montaggio è confusionario per quanto riguarda i ritmi da imprimere alle sequenze ed è ulteriormente penalizzato da effetti speciali ampiamente rivedibili che vanno a condire da molt(issim)e scene francamente inutili ai fini dello sviluppo di trama.

A ciò si aggiunge una fotografia dai fastidiosissimi e perenni toni azzurro-verdi, che ha come unico risultato quello di spappolarti le cornee dopo un quarto d’ora.

Come tutte le pellicole basate pigramente sugli attori o sui personaggi da loro interpretati, lo sforzo in fase tecnica è quindi operaio ed elementare, già sapendo in partenza che nessuno spettatore avrebbe prestato attenzione a questi.

Male.

Come fa questa ad essere una fotografia da interni? Ma neanche in un ospedale!

Nonostante il colore predominante, no, non siamo in un ospedale.

Ma il problema non è quello.

Beh Dio, anche.

La pecca principale è che si offre ad un pubblico femminile giovane, formato per lo più da preadolescenti in fase di formazione psico-emotiva, un modello di ragazza completamente sbagliato.

Bella Swan, narrativamente parlando, NON FUNZIONA.

NON FUNZIONA come personaggio.

NON FUNZIONA come persona.

Bella Swan è una teenager che non fa assolutamente nulla se non farsi trascinare dagli eventi, dimostrandosi dipendente in modo perenne dai suoi due spasimanti e senza mostrare la benché minima partecipazione o trasporto in ciò che le sta succedendo intorno.

Un personaggio blando, che non possiede una caratterizzazione che la porti ad avere una personalità definita, passando invece il tempo a vegetare senza dare una scossa alla propria vita o alle proprie relazioni.

Il romanticismo del film è insulso perché un personaggio del genere costituisce un semplice corpo vuoto in cui la spettatrice possa immedesimarsi.

Capisco perfettamente che essere contesa da due bei maschioni sia un sogno sentimentale femminile piuttosto piacevole (vale anche coi sessi al contrario, state tranquille), ma se questa cosa poteva funzionare nei libri, il cinema è un mezzo espressivo differente.

Nel libro un lettore attraverso le parole che gli scorrono davanti agli occhi contestualizza ciò che viene descritto utilizzando la propria immaginazione: anche se un personaggio o un luogo ha una sua specifica descrizione sulle pagine, probabilmente ognuno lo immagina in modo diverso, perché fa parte della fantasia unire elementi oggettivi (ad esempio, se nel libro viene affermato che i capelli di Tizio sono castani, sono di quel colore e non biondi) a varianti soggettive (sì, ma castani di quale tonalità? E la lunghezza? E il taglio?).

Il libro si basa sull’immaginazione, il film sulla rappresentazione.

Non dare profondità introspettiva al personaggio principale (pur se la cosa è voluta) penalizza quindi il film, perché la pellicola viene a svolgersi non sullo schermo, ma dentro la testa di chi lo guarda.

E per chi non immagina fantasie sessuali su vampiri luccicanti, il film è noioso quanto assistere ad un pensionato ottantenne che si fa aiutare dal padre centocinquenne a compilare una dichiarazione dei redditi.

A ciò si aggiunge un’interpretazione da parte di Kristen Stewart che è positiva per la pellicola più o meno come fare il bucato in una betoniera.

Basta guardare i suoi occhi: un vuoto incommensurabile, senza un minimo barlume di vita al loro interno.

Cinque film così...

Sono veramente euforica.

E il problema è che non è una monoespressività divertente, come quella che ha Nicolas Cage in alcuni film.
Qui non si possono neanche fare troppe battute, nemmeno quando lei emette suoni strani tipo sospiri, mugugni, brontolii o borborigmi vari.
Si prende atto del fatto che non cambi mai espressione e non chiuda mai completamente la bocca.
Stop.

Lei farà della strada.

Spero col catrame in un cantiere.

Il suo partner? Scegliere tra lei e Pattinson riguardo a chi sia migliore in questo film è come scegliere a quale piede spararsi.

Lui mi è piaciuto in Cosmopolis (diretto però dal signor Cronenberg), ma qui passa un’ora e mezza a fare espressioni che dovrebbero essere da figaccione inarrivabile, ma che se le faceste ad una ragazza nella vita reale probabilmente vi porterebbero ad avere un’ordinanza restrittiva nei suoi confronti.

E gli altri?

No, quali “altri“? Il film è Bella&Edwardcentrico (nonostante poi si sviluppi un triangolo amoroso piuttosto improbabile), quindi tutti gli altri personaggi, che siano alleati o nemici, hanno uno spazio marginale che impedisce in alcuni casi persino una loro elementare caratterizzazione. 

Un film che dal punto di vista mentale ha gli stessi effetti che ha dal punto di vista fisico un’epidemia di colera.

Però obiettivamente avrebbe potuto essere peggiore.

Avrebbero potuto metterci anche Cage.

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: Tutto: se vi è piaciuta ‘sta roba amerete qualsiasi film con un ragazzo e una ragazza come protagonisti.

Oltre al danno ovviamente la beffa: questa saga ha fatto un successo al botteghino stratosferico, incassando circa 384 milioni di dollari per quanto riguarda il primo episodio e circa 3 miliardi e 340 milioni di dollari come serie totale di film.

Reazione da cinefilo:

Cosmopolis

Il cosmo della polis.

TRAMA: Eric Packer, rampante ventottenne con una carriera in ascesa, attraversa Manhattan a bordo di una limousine per andare dal barbiere. Durante il tragitto riceve nella sua auto i consulenti della sua azienda per affrontare una crisi finanziaria, e si ritroverà minacciato di morte.

RECENSIONE: Un gran film. Tecno-dramma in salsa filosofica, in cui in un arco temporale definito e compresso viene sintetizzato tutto l’universo umano (occidentale) nelle sue varie forme e nella sua immensa complessità. Vita e morte, sesso e istituzioni, ricchezza e miseria, capitalismo e anarchia si intrecciano in una tela di ragno complessa e incomprensibile, formando una valida rappresentazione di come il mondo si è trasformato grazie al dio Denaro e alla irrazionale razionalità umana.

Cronenberg (La mosca (1986), A history of violence (2005), Videodrome (1983)) si riscatta dal deludente A dangerous method (2011) e ritorna ai topos a lui tanto cari (la morte, la trasformazione, la debolezza interiore) confezionando un’opera sorretta da una sceneggiatura in cui conta il come, non il cosa, e che non esita a usare macchinazioni, mcguff ed ellissi per arrivare al punto focale, riuscendo su una base apparente semplice a costruire una cattedrale estremamente complessa e articolata.

I personaggi si muovono come fossero in una tragedia greca, soverchiati e schiacciati da forze fuori dalla loro comprensione e dal loro controllo, ed il vero miracolo cinematografico (ma anche non) Cronenberg lo attua riuscendo a far recitare Robert Pattinson (che sarebbe come ridare l’udito ai sordi o le gambe a Pistorius), attore che nei panni del vampiro luccicante aveva dato prove di inespressività quasi leggendaria e che qui oltre a recitare bene riesce a reggere un microcosmo di personaggi che gli ruotano attorno come satelliti, in un film che mascherato in una finta coralità nasconde un “one-man movie”

I dialoghi (rapidi e allo stesso tempo monolitici) sono eccezionali, ed è un continuo ping pong trai vari attori, con botte e risposte fulminanti e improvvisi cambi di argomento, il tutto sorretto da un montaggio ottimo e funzionale; la fotografia passa i vari cambi di luce, virando sempre su tinte scure, e non facendo mai abituare lo spettatore alla luminosità; musiche di Howard Shore, autore delle colonne sonore di vari film dello stesso Cronenberg, di Scorsese e della trilogia del Signore degli Anelli.

Oltre al protagonista vi sono Kevin Durand (Little John in compagnia del Robin Hood XXL di Russell Crowe e il mutante Blob nel marveliano e mediocre film dedicato a Wolverine), Juliette Binoche, che a fare il cioccolato è stata sostituita da Banderas e Paul Giamatti, che ci sta come un limone tra le cozze.

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