L'amichevole cinefilo di quartiere

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Gigolò per caso

gigolò per casoSon solo un recensor / scrivo elogi ma anche no / se un film fa schifo, giù accidenti…

TRAMA: Un vecchio libraio che ha appena dovuto chiudere la sua attività decide, per guadagnare dei soldi, di proporre un suo amico fiorista come gigolò e fargli da “protettore”.

RECENSIONE: Scritto, diretto e interpretato da John Turturro (di cui vi consiglio il divertente Romance & Cigarettes del 2005), Gigolò per caso è una delicata favola adulta, che riesce ad essere genuinamente ironica e allo stesso tempo dolce, mostrando reazioni emotive fragili ed intense.

Chiariamo subito un punto: questa pellicola non è (volutamente) realistica.

Abbiamo infatti:

  • Woody Allen come pappone ultrasettantenne (“il più bianco che si sia mai visto” cit. da Kick-Ass 2);
  • Lo stesso Turturro, che con tutto il dovuto rispetto non corrisponde all’archetipo del bell’uomo, nei panni di un apprezzato gigolò;
  • Come clienti del suddetto gigolò la coppia Sofia Vergara – Sharon Stone.

Cioè due che riescono a trasformare ogni appendice maschile in menhir devono ricorrere al sesso a pagamento.
sofia vergarasharon stone gigolò

 

Sicuramente.

Messi così, questi ingredienti potrebbero far presagire di primo acchito una delle più vergognose cazzate che la Settima Arte ricordi.

Si aggiunge infatti un’altra opera ad un filone cinematografico piuttosto scadente che sta avendo la ribalta negli ultimi tempi, ossia quello in cui persone “più che mature” fanno attività tipicamente giovanili, come avviene ad esempio nei recenti Il grande match Last Vegas.
A differenza però di questi ultimi film, intelligenti come sventolare la bandiera serba a Zagabria, Gigolò per caso riesce ad essere una piccola chicca, che nei suoi 90 minuti e spicci intrattiene facendo sorridere e, perché no, riflettere il pubblico.

gigolò per caso scena2

Il vero obiettivo di satira qui non è tanto l’età dei personaggi (che nei film prima citati era oggetto del 99,9 % delle battute), bensì l’ortodossia ebraica, che simboleggia in senso più ampio la chiusura mentale e affettiva, criticata appunto dal film.

La pellicola spinge infatti le persone a lasciarsi andare ai propri sentimenti, vivendo la vita con leggerezza e semplicità, senza badare ai preconcetti che la società impone in maniera talvolta opprimente.

La regia è molto intima, ed è caratterizzata da un gran numero di primi piani. Tale elemento sottolinea la vicinanza voluta da Turturro tra i personaggi e il pubblico, in modo che quest’ultimo possa focalizzare l’attenzione su di loro.
Abbondano quindi anche le scene in interni, che favoriscono tale riduzione delle distanze, mentre nelle poche scene in esterni la macchina da presa mantiene campi stretti non allargandosi a mostrare la città, evocata soltanto con nomi, scorci e piccoli elementi.

La sceneggiatura come già detto non deve essere presa seriamente e in modo pedante, ma come una sorta di fiaba, abbandonandosi alla sospensione dell’incredulità (qui giustificata, a differenza di altre pellicole immonde dove è inutilmente grossa come una portaerei).
Contano qui le emozioni, non i meri  fatti.

gigolò per caso scena

Turturro, accantonati (si spera definitivamente) i Transformers di Bay, dimostra le già menzionate sensibilità e misura anche in ambito recitativo, interpretando il gigolò per caso Fioravante in maniera delicata e quasi sommessa.
La sua recitazione è un sussurro, non un grido, e questo contribuisce alla curiosità dello spettatore, che vuole più dettagli sulla sua persona e prova una dolcezza mista ad empatia nei suoi confronti.

Woody Allen, che non recitava in film diretti da altri dal 2000 (Ho solo fatto a pezzi mia moglie, regia di Alfonso Arau), è qui nei panni del suo solito personaggio-feticcio: l’intellettuale ebreo sarcastico e balbettante.
Cioè se stesso.
Nonostante reciti più sopra le righe rispetto a Turturro riesce a contenersi mantenendosi nel “non protagonismo”, cosa che giova al film.

Il trio di donne è di tutto rispetto.
La Stone e la Vergara (meravigliose, complimenti alle mamme) come clienti hanno una presenza limitata per ciò che concerne lo sviluppo della storia e fanno la loro parte con brio e gusto.
E per chi ancora non abbia capito, sì, sono due gnoccone atomiche.
Vanessa Paradis segue la scia di Turturro come remissione e costrizione del proprio ruolo, risultando ancor più sotto le righe del collega.

Ottima colonna sonora, in cui spiccano Canadian Sunset di Gene Ammons e Tu si na cosa grande cantata dalla stessa Paradis.

Carino.

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: Dello stesso regista Romance & Cigarettes (2005), mentre sul tema “maschi in vendita” Un uomo da marciapiede (1969) e il sempiterno American Gigolò (1980).

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Lost in La Mancha

La sagra della sfiga.

TRAMA: Documentario sulla realizzazione di The Man Who Killed Don Quixote, film di Terry Gilliam del 2000 mai completato a causa della serie infinita di intoppi durante la sua lavorazione.

RECENSIONE: Quando decidiamo di andare al cinema noi paghiamo il biglietto, prendiamo i pop corn e ci sediamo in sala per guardare uno spettacolo su uno schermo. Ma cosa c’è dietro alle immagini che vediamo? C’è il lavoro di tantissime persone, che sono uomini e donne prima che professionisti. L’emblema di quanto possa essere complicata, lunga e frustrante dal punto di vista tecnico e umano la realizzazione di una pellicola è ben rappresentata da questo intelligente documentario.

Terry Gilliam (Le avventure del Barone di Munchausen, Paura e delirio a Las Vegas, Parnassus – L’uomo che voleva ingannare il diavolo), ex membro del gruppo comico Monty Python (Dio li benedica) ha sempre avuto come tallone d’Achille paradossalmente il suo più grande pregio: la ricchezza delle sue idee unite a una mente vulcanica. Essendo così entusiasta riguardo ad un progetto (a questo in particolare) la difficoltà più grande per i suoi collaboratori è riuscire a stargli dietro e a capire come materialmente le sue idee possano prendere forma. Unendo questo a un uso del budget piuttosto disinvolto con sforamenti notevoli e quasi abituali, il risultato è il lavorare ad un film stando sempre sul filo del rasoio. Come alcuni suoi collaboratori affermano, “Terry vuole fare un film di Hollywood senza [i soldi di] Hollywood, ed è impossibile”; “Fare un film con Terry è come cavalcare un pony senza sella”.

Come nuvola nera di Fantozzi abbiamo attacchi di panico e problemi di salute del protagonista Jean Rochefort, contratti stipulati in maniera difficoltosa con altri attori, condizioni meteo “ballerine” per usare un eufemismo, improvviso taglio del budget di un quinto (da 40 milioni a 32) per la fuga all’ultimo minuto di uno dei produttori, jet che sorvolavano l’area e che rendevano l’audio incomprensibile e dulcis in fundo una sceneggiatura ambiziosa (anche troppo) con tanto di viaggi temporali. Il risultato: pochissimi minuti di girato con Rochefort e Johnny Depp (scelto come coprotagonista); per la cronaca Vanessa Paradis, scelta come coprotagonista femminile, ha solo fatto una prova costumi.

Un interessante documentario sia per gli addetti ai lavori sia per i semplici curiosi che vogliono sapere cosa stia dietro ad un film. Lost in La Mancha, una pellicola di sul cinema.

La voce narrante è dell’attore Jeff Bridges.

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