L'amichevole cinefilo di quartiere

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L’ora più buia

Non ho nulla da offrire se non recensioni, sangue, fatica, lacrime e sudore.

TRAMA: Nel 1940 Winston Churchill, da pochi giorni Primo ministro della Gran Bretagna, deve affrontare una delle sue prove più turbolente e definitive: decidere se negoziare un trattato di pace con la Germania nazista o continuare la guerra per difendere gli ideali e la libertà della propria nazione.

RECENSIONE: IL Tottenham Hotspur Football Club è una società calcistica londinese fondata nel 1882 con sede nell’omonimo sobborgo di Londra.

Il nome Hotspur si riferisce a Sir Henry Percy detto appunto Hotspur, l’Harry Hotspur di cui si parla nell’Enrico IV di Shakespeare, e che viveva in quel luogo nel XIV secolo.

 

Non vincono un trofeo da dieci anni, l’ultimo trionfo europeo risale alla Coppa UEFA del 1984 e il più recente dei due campionati conquistati reca data 1961.

Nella sua rosa attuale sono presenti giovani di enorme qualità (dalla cintura in su Alli, Son ed Eriksen sopra tutti), colonne delle rispettive nazionali (il portiere francese Lloris, il difensore belga Vertonghen) ed altri giocatori interessanti, come il terzino gallese Davies e l’usato sicuro Llorente.

La stella della squadra è però il centravanti.

Harry Kane, soprannominato uragano (ovvia assonanza con il nome), ha vinto la classifica dei marcatori del campionato inglese negli ultimi due anni, è momentaneamente in testa a quella del 2017/2018 e con la casacca degli Spurs ha segnato in data attuale centoventisette goal in centonovantatré presenze.

Nel 2017 ha superato il record di reti in un anno in Premier League di Alan Shearer con un totale di 42 reti, diventando il miglior marcatore dell’anno in Europa con 58 reti all’attivo.

Nonostante questi dati eccezionali, la squadra si trova solo al quinto posto del campionato, mentre in Champions League, pur con un primo posto nel girone ai danni del Real Madrid battuto 3-1 a Londra, hanno pescato agli ottavi di finale la Juventus finalista perdente l’anno scorso.

Perché vi sto parlando di calcio invece che de L’ora più buia?

Perché vi sto parlando del Tottenham invece che del film?

Perché questo film È il Tottenham.

Una stella, alcune cose buone di contorno.

Ma poi basta.

Come il Tottenham ha la maggior risorsa nella punta, L’ora più buia spicca principalmente grazie alla prova a dir poco maiuscola di Gary Oldman.

Molto somigliante a Winston Churchill grazie ad un trucco di pregevole fattura, Oldman riesce a fondersi con il bulldog britannico non solo nel parlato (consigliatissima la visione in lingua originale) ma in tutta una serie di piccoli gesti, mosse e sfumature che sommate tra loro riescono a creare un’ottima mimesi tra attore e personaggio.

Dal sigaro fumato di gusto al bicchiere sempre pronto, dalla scorbutica impazienza fino al caloroso desiderio di combattere, il Churchill qui mostrato è un uomo fiero che si trova ad osteggiare una delle più grandi minacce della storia umana con atteggiamento risoluto ma non scellerato.

L’andamento ondivago tra il vigore iniziale e lo scoramento centrale, quando si fa ostica la pressione degli avversari, conferisce al Primo Ministro una connotazione umana che lo allontana da una graniticità che sarebbe stata deleteria e macchiettistica.
Il rapporto con la moglie e la dattilografa (rispettivamente Kristin Scott Thomas e Lily James, recentemente in Baby Driver), pur essendo queste figure piuttosto abbozzate, contribuisce all’emersione di un cuore d’oro sotto la patina burbera, arricchendo la gamma introspettiva del personaggio.

Apprezzabili per chi sia interessato alla Storia della prima metà del Secolo breve gli avvenimenti narrati e i vari riferimenti a quelli cronologicamente precedenti (il matrimonio tra Edoardo VIII e Wallis Simpson, la disastrosa campagna di Gallipoli); per uno spettatore più generalista, invece, possono essere utili due film: Il discorso del re, che fruttò l’Oscar a Colin Firth per il ruolo di re Giorgio VI interpretato qui da Ben Mendelsohn ed il recente Dunkirk.

Pregevole inoltre la resa storica, con una cura evidente nei costumi e persino nel filtro fotografico tali da rendere credibile e palpabile l’atmosfera degli anni quaranta.

Di contro, Joe Wright non riesce a conferire alla sua opera una regia stilisticamente apprezzabile, limitandosi ad un approccio piuttosto ordinario che, pur non essendo di per sé dannoso, difficilmente riesce ad esaltare la pellicola nel complesso.

Non bastano qualche carrellata, alcune inquadrature perpendicolari dall’alto ed un discreto uso della luce per elevare il film da un mero compitino, ed è un peccato considerando quanto un attore protagonista così eccelso avrebbe potuto creare se unito ad una regia ariosa e più ricca.

Anche la sceneggiatura, tralasciando l’ovvio fattore storico, ricalca un po’ troppo fedelmente alcuni stilemi classici: se gli avversari esteri come figure opprimenti e sempre più vicine possono risultare efficaci, non si può dire lo stesso dei banali nemici interni (capitanati dal visconte Halifax di Stephen Dillane, noto al grande pubblico come Stannis de Il trono di spade), del rapporto altalenante con il sovrano o della funzione meramente satellite dei due ruoli femminili già citati.

Alcune sequenze, poi, paiono piegarsi un po’ troppo pigramente nel concetto ed entusiasticamente nel contenuto al carisma del leader, sfuggendo ad una sobrietà che sarebbe stata ben più consona per il tono generale della pellicola, ironico sì ma sempre abbastanza equilibrato.

Magari la Juventus la battono lo stesso.

Magari l’Oscar a Gary Oldman lo danno lo stesso.

Ma rimane comunque il Tottenham.

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Apes Revolution – Il pianeta delle scimmie

pianeta scimmieCita vs Tarzan.

TRAMA: 10 anni dopo lo scatenarsi dell’epidemia (nata da una cura per l’Alzheimer testata sulle scimmie) i pochi umani superstiti cercano un modo per fermare il conflitto con gli stessi primati, diventati col passare del tempo sempre più intelligenti ed evolute.

RECENSIONE: Seguito de L’alba del pianeta delle scimmie, diretto da Rupert Wyatt, e reboot di una delle saghe cinematografiche più famose e iconiche della storia, Apes Revolution è un film d’azione che sfocia spesso e volentieri nell’analisi socio-politica spiccia.

La componente action e fantascientifica è infatti presente, ma sembra quasi avere una funzione ancillare nei confronti della rappresentazione delle “correnti” ideologiche delle due fazioni contrapposte.

Lo scontro è un’allegoria dei conflitti odierni tra propri simili, dato che qui la lotta è tra anelli della medesima catena evolutiva, e il focus della pellicola è ovviamente il rapporto difficile tra le due collettività dalle differenze (quasi) inconciliabili e con interessi (quasi) completamente diversi.

L’opera si allaccia inoltre al dubbio e non univoco concetto di “evoluzione”, sottintendendo che il progresso meccanico e oggettivo non renda una specie automaticamente migliore a com’era in precedenza se la fa degenerare verso la violenza e la lascia cadere nell’innata tendenza alla distruzione.

La regia di Matt Reeves (Cloverfield) alterna in maniera piuttosto sapiente scene di ampio respiro, con inquadrature letteralmente sature di esseri viventi (umani o scimmie), e altre in cui l’attenzione dello spettatore si focalizza su un unico personaggio, che riempie interamente lo spazio visivo.

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L’azione è presente, ma come già detto non in quantità eccessive o eccessivamente ignoranti, prediligendo in molti casi più l’aspetto politico-bellico che quello meramente violento; ciò contribuisce a rendere la pellicola più profonda rispetto ad altre di genere simile, non scadendo nel becero e dimostrando un certo fosforo in fase di regia.

La sceneggiatura di Bomback, Jaffa e Silver pone in risalto i già citati due gruppi in un modo che definirei “percorso tracciato da una pallina in una partita svolta a Wimbledon”.

In molti film di questa tipologia, si sviluppa nello spettatore una sorta di “tifo” per una o l’altra fazione; personalmente la trovo una cosa piuttosto infantile, ma tant’è.

Qui lo script fa rimbalzare le “simpatie” del pubblico per l’una o l’altra parte del conflitto alternativamente, mettendo prima in buona o cattiva luce uno dei due gruppi e successivamente invertendo il processo.

La conclusione che se ne trae è che tolleranza e lungimiranza non dipendono dalla specie di appartenenza, ma dal singolo: in ogni gruppo sociale, più o meno ampio che sia, ci sono elementi intolleranti, ottusi, assetati di potere e propensi alla guerra, così come individui più riflessivi, saggi e pacifici.

pianeta scimmie koba

Lo scienziato protagonista del capitolo precedente, mosso da nobili ideali ed interpretato da James Franco, è qui sostituito da Jason Clarke (ex George Wilson de Il grande Gatsby) e Gary Oldman (ultimamente in un altro reboot/remake, quello di Robocop, anche se sinceramente preferisco ricordarlo per ben altri ruoli); paradossalmente il fattore umano non è il più rilevante della pellicola, che spesso e volentieri preferisce concentrarsi sul gruppo al di là del Rubicone.

Cesare, il leader delle scimmie, è infatti il personaggio con la maggiore esplorazione psicologica, la quale lo rende il vero protagonista dell’opera.

Non sarà quello che commentò la battaglia di Zela del 47 a.C. con “Veni, vidi, vici”, ma questo imperatore delle scimmie è rappresentato come un sovrano illuminato, capace di gestire con fermezza il proprio clan unendo alla disciplina l’intelligenza e la lungimiranza.

Molto più umano di molti umani, Cesare è retto da una magistrale interpretazione di Andy Serkis, che compie un altro gran lavoro di recitazione e motion capture dopo Sméagol/Gollum (chi come me ha visto ISDA anche in lingua originale sa a cosa mi riferisco) e King Kong (forse un po’ “troppo” umano, ma comunque un notevole risultato), dimostrando che forse l’Academy dovrebbe aprire maggiormente ad interpretazioni di questo tipo.

Convenzionali? Forse no.

Degne di nota? Assolutamente sì.

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Nel complesso un buon film.

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: Il pianeta delle scimmie è una serie di otto film, scegliete quello che più vi aggrada.

Ma per favore NON il remake di Tim Burton.

RoboCop

robocopVivo o morto, tu leggerai questa recensione.

TRAMA: Detroit, 2028. Dopo essere stato gravemente ferito, un agente delle forze dell’ordine viene trasformato da una multinazionale nel settore tecnologico in un super poliziotto mezzo uomo e mezzo macchina.
Remake e reboot di RoboCop – Il futuro della legge di Paul Verhoeven (1987)

RECENSIONE:
Domande che teoricamente questo film dovrebbe far nascere:
-Fino a che punto siamo disposti a spingerci per proteggere le nostre strade?
-È eticamente giusto disumanizzare una persona, pur se per fini superiori?
-Nel futuro prossimo, quale sarà il rapporto tra la macchina in quanto mezzo e l’uomo come suo fruitore e controllore?

Domanda che effettivamente questo film fa nascere:
-Cosa ha fatto di male Verhoeven per meritarsi un altro sputtanamento di un suo film dopo Basic Instinct 2 (2006) e Total Recall – Atto di forza (2012)?

Premessa: Paul Verhoeven non è un regista che amo particolarmente, anzi probabilmente gli unici suoi due film che apprezzo sono proprio RoboCop Atto di forza (1990, famoso per avere la donna con tre seni e il mitico Schwarzy che “portava il culo su Marte”).
Per citare alcuni suoi lavori, in Basic Instinct (1992) se si toglie la splendida e torrida Sharon Stone che tirava più di un carro di buoi in discesa e un Michael Douglas sopra la media o poco più non rimane molto; Showgirls (1995) è un filmaccio in cui si vedono più seconde di seno al vento che recitazione; Starship Troopers (1997) L’uomo senza ombra (2000) penso che nonostante le buone premesse avrebbero potuto essere migliori.

Pur quindi non amando troppo questo regista olandese mi chiedo quale sia il senso di riesumare dopo decenni alcune sue creature (il poliziotto meccanizzato, l’operaio in realtà leader della ribellione e la patata di Sharon Stone) con film squallidi solo per raccattare soldi al botteghino, facendo oltretutto rimpiangere le opere originali.

Ma da dov’è che eravamo partiti…?
Ah già, RoboCop.

robocop vecchio e nuovo

Nero? Lo avete fatto… NERO?!

L’originale era caratterizzato fondamentalmente da tre cose: violenza, ironia e introspezione.

Qui ve le potete scordare.

La violenza, che nel primo episodio era volutamente esagerata, sopra le righe e caratterizzata da un numero impressionante di fiotti di sangue, qui è molto (troppo) standard, essendo paragonabile a quella di un qualsiasi film d’azione.
Le persone muoiono come potrebbero trapassare in un videogame PEGI 16 e ciò va ad inficiare il realismo e l’estrema crudezza della pellicola, che ne risulta quindi rabbonita.

Se la violenza è presente, ma in dosi e caratteristiche visive di minore impatto, gli altri due elementi sono semplicemente inesistenti.
Male, perché l’ironia assente e la caratterizzazione dei personaggi banale e didascalica tolgono quel minimo di profondità che un film di questo genere dovrebbe avere, conferendogli quindi lo spessore del domopak.

Il regista José Padilha (quello dei due Tropa de Elite, del 2007 e 2010 sulle favelas di Rio) non riesce a dare uno stile visivo chiaro al film, penalizzato anche da una non eccelsa fotografia di Lula Carvalho.
In particolare le scene d’azione sono girate in modo confuso, con un uso spropositato e quasi fastidioso dei muzzle flashes (gli effetti luminosi degli spari) uniti ad un montaggio che rende difficile la comprensione delle scene stesse allo spettatore.

Dead Man Downancora tu? Ma non dovevamo vederci più?

Joel Kinnaman

E gli attori? Il protagonista Joel Kinnaman non è molto espressivo, ma il suo ruolo non lo richiede quindi gliela si può far passare. Un elemento che nei film mi fa sempre molta tristezza è però un altro, ossia i grandi attori sprecati, come qui Gary Oldman, Michael Keaton e Samuel L. Jackson (o anche Commissario Gordon, Batman vecchio e Nick Fury, se siete più terra terra).
L’ex Dracula Oldman ha un personaggio a cui è dato uno spazio veramente eccessivo, Keaton non aggiunge molto ai soliti tycoon cattivoni e Jackson, visto recentemente in Django Unchainedè protagonista di intermezzi non solo inutili ai fini della trama, ma che rallentano anche il ritmo del film con la stessa grazia con cui un’automobile è rallentata da un muro di cemento.

In soldoni ci si chiede se fosse davvero necessario riportare sul grande schermo la versione grossa e cazzuta del robot Emiglio.

Secondo me no.

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: Blade Runner (1982), RoboCop – Il futuro della legge (1987) e Atto di forza (1990).

Che poi un poliziotto mezzo robotizzato si era già visto

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