L'amichevole cinefilo di quartiere

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Serenate. Parole e opinioni in libertà – Hulk

Ovvero, come prendere dai fumetti un inarrestabile gigante verde e renderlo plausibile. Più o meno.

Hulk è un personaggio dei fumetti nato dalla fantasia di Stan Lee e Jack Kirby nel 1962, pubblicato dalla casa editrice Marvel. Costituisce l’alter ego del timido scienziato Bruce Banner e corrisponde grosso modo alla versione fumettosa del celebre dualismo in stile Dottor Jeckyll e Mister Hyde.
Quando Banner, solitamente uomo buono, intelligente e docile, si arrabbia o più in generale prova emozioni molto forti dà inizio alla trasformazione, che lo porta a diventare incontrollabile.

Oltre al già citato romanzo di Stevenson, per creare il personaggio Lee ha preso spunto da altre due opere molto celebri, ossia Frankenstein  di Mary Shelley e Notre-Dame de Paris di Hugo, in particolare per quanto riguarda i tormenti interiori che rendono Hulk affine a Quasimodo.

Senza scomodare Lou Ferrigno, che ha dato muscoli e rabbia al bestione nella serie televisiva a cavallo degli anni ’70 e ’80, Hulk è comparso nella sua versione live action in tre film: Hulk (2003), L’incredibile Hulk (2008) e The Avengers (2012), interpretato da tre attori diversi.

Vediamo passo passo le varie rappresentazioni di questo personaggio.

In principio fu Eric Bana nel 2003.
Hulk, diretto da Ang Lee, è il primo film diretto dal regista taiwanese dopo la pellicola vincitrice dell’Oscar La tigre e il dragone (ammazza, che differenza) e in generale è un comic-movie abbastanza deludente con parecchi elementi ridicoli (i famosi rimbalzi stile pallina da ping pong nei canyon, i cani di Nick Nolte, il personaggio di Nick Nolte, Nick Nolte) e troppo prolisso, soprattutto nella prima parte.

Esteticamente qui il Golia Verde è una specie di gonfia Big Babol color gelatina con un contrasto di illuminazione rispetto al resto dell’ambiente che ricorda i lupi fatti con Paint di Twilight

Sommando a questo effetto visivo i difetti del film già citati (a cui sintetizzando si aggiungono una generale lentezza del ritmo e una regia-montaggio stile vignette da fumetto alla lunga fastidiosa e senza uno scopo vero e proprio) il risultato è ben sotto la sufficienza.

Una nota positiva è quello che dovrebbe essere il vero protagonista, ossia Bruce Banner. Nonostante Eric Bana non c’entri nulla con il personaggio, la sua è l’interpretazione più convincente e attinente al personaggio stesso, rendendo il film preferibile quando ha ancora tutti i vestiti addosso e non solo i boxer viola.

Scena tratta da “Hulk”, l’equivalente di un cazzotto in un occhio.

Poi fu il turno di Edward Norton.
L’attore migliore del trio come capacità interpretative toppa però clamorosamente.

Il suo L’incredibile Hulk infatti di incredibile ha ben poco, a parte il modo in cui siano riusciti a sprecare la bravura di Norton e di Tim Roth,  probabilmente capitato lì per caso.

Diretto da Louis Leterrier, che spero si rifarà con Now you see me – I maghi del crimine di prossima uscita, il film è troppo caotico e dark da un lato e stupido dall’altro, a causa anche di una sceneggiatura scarsa.

Il look del personaggio segue questa tendenza: basta anabolizzanti, pelle tirata come quella di un tamburo e umanità espressiva zero, per una enorme belva perennemente incazzata. Un film scadente sotto molti punti di vista ma in compenso è migliorata la fotografia, con una computer grafica meglio armonizzata con lo sfondo.

"L'incredibile Hulk". Cristo, prova con le tisane alle erbe.

“L’incredibile Hulk”. Cristo, prova con le tisane alle erbe.

Per finire il film che ha scatenato l’onanismo (nome chic per “masturbazione”) di tutti gli amanti dei fumetti.

In The Avengers abbiamo Mark Ruffalo nei panni di Banner e Hulk: come attore non mi dispiace, ma penso debba essere un po’ più selettivo nelle pellicole da interpretare, altrimenti rischia di essere ricordato più per le porcate che per le notevoli pellicole in cui ha recitato.

Il “Vincent D’Onofrio magro” qui dà il volto a un Banner decisamente sotto le righe, quasi schiacciato dalle personalità dei compagni di merende.
Considerato che anche lui è un membro dei Power Rangers moderni la sua sottomissione è fin troppo evidente, e risulta quindi eccessiva.

Come Hulk altro piccolo restyling: più “umano” nell’espressività, più realistico nel fisico e più simile al volto dell’attore che lo interpreta. Forse in questo caso L’Hulk migliore.

Ricapitolando, in nove anni tre film con tre attori diversi (viva la continuità).

Nessuna delle tre è una gran pellicola e tutti e tre i modi di rendere il personaggio hanno pregi (pochi) e difetti (parecchi).

IMHO come Banner meglio Bana, come Hulk meglio Ruffalo.

Hulk in “The Avengers”

E poi non dite che non vi voglio bene.

The Bourne Legacy

The Bourne eccetera.

TRAMA: Aaron Cross è un nuovo agente segreto della CIA uscito dallo stesso addestramento eseguito su Jason Bourne, che lo ha reso una perfetta macchina da guerra potenziando le sue capacità. A causa della volontà di insabbiare il programma, si ritroverà contro i vertici dello stesso reparto che l’ha creato.

RECENSIONE: Spin-off (più che sequel) della saga di Jason Bourne (interpretato da Matt Damon in The Bourne Identity (2002), The Bourne Supremacy (2004) e The Bourne Ultimatum (2007)), per la regia di Tony Gilroy (Michael Clayton (2007)), sceneggiatore della saga anche in questo capitolo, che sostituisce alla regia Paul Greengrass, questo spy-movie non arriva alla sufficienza, zavorrato dalla sua eccessiva somiglianza in alcuni tratti con il primo film della serie (possibile nuova trilogia?) e dalla durata eccessiva: 135 minuti sono tanti se non li sai gestire con continuità e dosando l’altalenarsi delle situazioni, e qui gli scarti sono veramente notevoli (considerando soprattutto l’inizio un po’ arrugginito): lo spettatore medio potrebbe faticare e annoiarsi, e questo costituisce la morte del film; inoltre si sente un po’ il mancato supporto di una regia che è sì sufficiente ma che forse avrebbe potuto mostrare più qualità in alcuni frangenti invece di limitarsi al compitino. La sceneggiatura è la classica “bournata” piena di intrighi, (evitate il film se non avete visto almeno uno dei precedenti, l’ideale sarebbe averli in mente tutti e tre) con badilate di nomi e personaggi utili per gli aficionados in modo da mantenere il trait d’union con gli altri, ma difficili da digerire almeno inizialmente per i neofiti. Nuovo protagonista della saga caratterizzata dalla enorme fantasia dei titoli è Jeremy Renner (che nonostante sia stato candidato all’Oscar come protagonista per The Hurt Locker, miglior film del 2008, e come non protagonista per The Town nel 2010, verrà ricordato per l’Hawk-Eye di The Avengers (2012), film rilevante come le mutande in un porno) che a fare l’eroe d’azione salva-situazioni-impossibili è bravo, ma vista la sua bravura a recitare con lo sguardo sarebbe forse un peccato si limitasse a quello; al suo fianco la Bourne girl Rachel Weisz (primi due episodi de La Mummia (1999 e 2001), assieme a Brendan “Indiana Jones dei poveri” Fraser, oltre ai più interessanti Agora e Amabili resti nel 2009) che interpreta la scienziata tutta testa che si ritrova in una situazione più grande di lei, personaggio clichè ma in film di questo tipo è ciò che passa il convento; il cattivo è il brizzolato (e redivivo) Edward Norton (American History X (1998), Fight Club (1999), La 25a ora (2002)), che a differenza dell’inguardabile L’incredibile Hulk (2008) salva la baracca interpretando con vigore patriottico un Tom enormemente avvantaggiato rispetto al suo Jerry, avendo a disposizione praticamente tutta la tecnologia esistente sul pianeta e sfruttandola in maniera asfissiante nei confronti dei protagonisti. Dal punto di vista tecnico spiccano in positivo la fotografia di Robert Elswit (vincitore dell’Oscar per Il petroliere (2008)) che passa in maniera abbastanza disinvolta dalle montagne alla città, da un continente all’altro, dal Manzanarre al Reno, e le musiche di James Newton Howard (5 nomination all’Oscar per la miglior colonna sonora, tra cui quella de Il fuggitivo (1993) più 2 nomination per la miglior canzone) che sottolineano adeguatamente i ritmi concitati della seconda parte di film.

Moonrise Kingdom – Una storia d’amore

Love is in the air.

TRAMA: Estate del 1965, in una piccola cittadina del New England. Sam e Suzy, due dodicenni innamorati, fuggono insieme gettando nel caos la piccola e pacifica comunità in cui vivono.

RECENSIONE: Per la regia di Wes Anderson (regista anche del cult I Tenenbaum, e de Il treno per il Darjeeling), che qui è anche sceneggiatore, un film bello e originale, un po’ “Stand by me” e un po’ “Bonnie & Clyde”; molto bravi e adatti alla parte i due giovani e sconosciuti protagonisti, il tondeggiante Jared Gilman e l’obliqua Kara Hayward, con un efficace coro di personaggi strampalati e stravaganti, elemento tipico della filmografia di Anderson; tra i personaggi secondari spiccano il poliziotto di Bruce Willis, che il divo in canottiera interpreta in modo molto pacato e sotto le righe, non avendo in mano armi pesanti o da scalare grattacieli pieni di criminali (“Hippy ya ye, motherfucker”), il ghostbuster Bill Murray come padre apatico e depresso, ed Edward Norton esaltato e metodico capo scout. L’efficacia del film sta nel passare in modo molto fluido e allo stesso tempo curato attraverso vari stati d’animo, creando una buona alternanza tra momenti divertenti, tristi, intensi e grotteschi, mantenendo comunque un sottotesto leggero e favolistico; questo elemento può ricordare, vagamente, la comicità e lo stile del famoso gruppo comico inglese “Monty Python”, soprattutto per quanto riguarda il lato esagerato e scanzonato. La fotografia è di Robert Yeoman, compagnone di Anderson, che si sbizzarrisce negli spazi aperti e nella impressionante natura del New England, luogo ideale per gli scout, qui in veste satirica e militareggiante; la colonna sonora, molto presente e inserita nel film, è di Alexandre Desplat (4 nomination agli Oscar). Una piccola chicca.

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