L'amichevole cinefilo di quartiere

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“2001: Odissea nello spazio” torna al cinema

– Alla prima proiezione del film 241 persone uscirono in anticipo dal cinema, incluso l’attore Rock Hudson che dichiarò: «Qualcuno mi dirà di che diavolo si tratta?»
Arthur C. Clarke, autore del racconto a cui il film si ispira, disse una volta: «Se capisci il film abbiamo completamente fallito, volevamo sollevare molte più domande di quelle a cui abbiamo risposto».

– Sempre secondo Clarke, Stanley Kubrick voleva ottenere una polizza assicurativa dalla Lloyds di Londra per proteggersi dalle perdite economiche nel caso in cui fossero state scoperte informazioni certe sugli extraterrestri prima della pubblicazione del film.
La Lloyds si rifiutò.
Il celebre astronomo Carl Sagan ha commentato: «A metà degli anni ’60 non c’era nessuna ricerca sulla vita intelligente extraterrestre, e le possibilità di inciamparci accidentalmente entro pochi anni erano estremamente piccole: i Lloyds di Londra persero una buona scommessa».

– Secondo Douglas Trumbull, che curò gli effetti speciali, l’intero filmato girato è stato circa 200 volte la lunghezza finale del film.

– L’opera non è stata un successo finanziario durante le prime settimane della sua proiezione nelle sale.
La MGM, casa di produzione, stava già progettando di ritirarlo, quando fu persuasa da diversi proprietari di cinema a continuare: molti di loro hanno infatti registrato un numero crescente di giovani adulti presenti al film, che erano particolarmente entusiasti di vedere la sequenza “Star Gate” sotto l’influenza di psicofarmaci.
Ciò ha aiutato alla fine a rendere la pellicola un successo finanziario, nonostante le numerose reazioni negative iniziali.

– È stato cronologicamente l’ultimo film dedicato agli uomini sulla luna prima che Neil Armstrong e Buzz Aldrin vi si recassero nella vita reale.
Più di 40 anni dopo, ci sono ancora teorici della cospirazione che insistono sul fatto che questa non sia una coincidenza, sostenendo infatti che tutto il filmato del vero allunaggio sia stato un falso film diretto dallo stesso Kubrick riciclando scene e oggetti dei set.

– Avendo calcolato che una sola persona avrebbe impiegato 13 anni a disegnare e dipingere tutti i fondali necessari per inserire la navicella spaziale negli sfondi stellati, Kubrick assunse altre 12 persone, che hanno poi svolto il lavoro in un anno.

– Stanley Kubrick lavorò per diversi mesi con i tecnici degli effetti per ottenere un risultato convincente per la penna galleggiante nella sequenza dello shuttle.
Dopo aver provato molte tecniche diverse, senza successo, decise semplicemente di utilizzare una penna incollata con un nastro biadesivo su una lastra di vetro sospesa davanti alla videocamera.
In effetti, l’assistente dello shuttle può essere visto “staccare” la penna dal vetro quando la prende in mano.

– Non c’è dialogo nei primi 25 minuti del film (fino a quando una hostess parla al minuto 25:38), né negli ultimi 23 minuti (esclusi i titoli di coda).
Sommando queste due lunghe sezioni ad altre più brevi, nella pellicola ci sono circa 88 minuti senza dialoghi.

– L’idea iniziale per il dispositivo che alla fine sarebbe diventato il monolite nero consisteva in uno schermo trasparente, che avrebbe mostrato agli australopitechi come usare gli oggetti a mo’ di strumenti e armi. Clarke in seguito lo liquidò come “troppo ingenuo”.
Inoltre il computer HAL 9000 fu inizialmente pensato come un robot mobile, ma poiché Clarke temeva che questa visione dell’intelligenza artificiale sarebbe diventata irrimediabilmente obsoleta nei decenni successivi, si optò per l’onnipresente occhio rosso.

– L’unico Oscar vinto dal film fu per gli effetti speciali: venne assegnato a Stanley Kubrick e fu la sua unica vittoria su 13 nomination.
Tuttavia, mentre Kubrick ha progettato gran parte dell’aspetto del film e dei suoi effetti, molti dei tecnici coinvolti hanno ritenuto che fosse sbagliato che l’unico a riceverne i meriti fosse lui.
A seguito di questa controversia, l’Academy ha reso più selettive le sue regole di ammissibilità per il premio.

– Frank Miller, che interpreta la voce di controllo della missione, era un vero membro della US Air Force e un vero controllore: fu assunto perché la sua voce era la più autentica che i produttori potessero trovare per il ruolo.
Essendo nervoso, non riusciva a non battere il piede durante le sessioni di registrazione, e il suono veniva ripetutamente trasmesso sulle tracce audio; per ovviare al problema Kubrick piegò un asciugamano, lo mise sotto i piedi di Miller e per tranquillizzarlo gli disse di pronunciare le proprie battute attingendo al contenuto del suo cuore.

– Il sole e la luna crescente allineati l’uno con l’altra (nella scena di apertura) erano un simbolo dello zoroastrismo, un’antica religione persiana che precedette il buddismo e il cristianesimo e si basava sugli insegnamenti del profeta Zoroastro (noto anche come Zarathustra): in particolare questo allineamento simboleggiava l’eterna lotta tra la luce e le tenebre.
In modo abbastanza appropriato, il famoso “2001: A Space Odyssey Theme” è tratto da “Also Sprach Zarathustra” (“Così parlò Zarathustra”), il poema sinfonico di Richard Strauss basato su un libro di Friedrich Nietzsche, che contiene la sua famosa dichiarazione “Dio è morto”.

– I paesaggi preistorici africani mostrati all’inizio del film sono fotografie, non clip reali.

– Ad un certo punto della lavorazione, i Pink Floyd vennero contattati per eseguire la musica per il film, ma rifiutarono a causa di altri impegni.
Eppure ne mantengono una connessione: si dice infatti che la loro canzone “Echoes” dall’album “Meddle” possa essere perfettamente sincronizzata con la parte “Jupiter & Beyond the Infinite” del film.

– In origine Kubrick aveva chiesto al truccatore Stuart Freeborn di creare un aspetto primitivo, ma più umano, per gli attori che interpretavano gli australopitechi, ma non riusciva a trovare un modo per fotografarli in tutta la loro figura senza ottenere un X-rating dalla MPAA (dal momento che dovevano essere nudi) perciò si optò per un modello più peloso.
Con l’eccezione di due piccoli scimpanzé, tutti sono stati interpretati da esseri umani in costume, ed i primi spettatori si chiedevano dove Kubrick avesse ottenuto scimmie così ben addestrate.
In seguito egli scherzò sul fatto che il film abbia perso il premio Oscar per il Miglior Trucco verso John Chambers per “Il pianeta delle scimmie” perché i giudici non si rendevano conto che gli australopitechi erano davvero umani; in realtà non c’era nessuna lista di nomination effettive, poiché il premio ufficiale venne istituito solo nel 1981 e quello conferito a Chambers era meramente onorario.

– Per la scena della superficie lunare Kubrick aveva fatto importare, lavare e dipingere tonnellate di sabbia.

– Sia nel libro che nel film il nome del creatore di HAL, il Dr. Chandra, è stato quasi certamente scelto deliberatamente.
Chandra, oltre ad essere un comune cognome indiano, è infatti un nome della divinità lunare indù, e la parola “luna” in hindi. Il nome completo del Dr. Chandra, Sivasubramanian, può essere tradotto come “Caro sacerdote di Shiva”.
Shiva, il nome di una divinità suprema indù, ha come uno dei suoi significati “colui che non ammette imperfezioni”. Pertanto il Dr. Chandra, il creatore di un computer che si crede incapace di commettere errori, ha un nome univoco appropriato.
Arthur C. Clarke, che trascorse gran parte della sua vita in Sri Lanka (dove il buddismo è una religione importante e l’induismo è una religione minore), avrebbe quasi certamente conosciuto questi significati.

– Douglas Rain registrò le battute di HAL solo in post-produzione, poiché prima di lui vennero assunti e poi sostituiti altri attori.
Quindi Rain e Keir Dullea, che interpreta Dave, non hanno mai parlato direttamente l’uno con l’altro, e durante la lavorazione non si sono mai incontrati di persona.

– Dopo la proiezione in anteprima per i critici, le recensioni furono perlopiù negative. Tra queste vi furono:
“Qualcosa tra l’ipnotico e l’immensamente noioso” – The New York Times;
“Un film monumentalmente privo di immaginazione” – Harpers;
“Odissea nello spazio fallisce gloriosamente” – Newsday;
“La superba fotografia è una grande risorsa per una trama confusa e a lungo senza senso”- Variety.

– La posizione degli scacchi e le mosse che vediamo provengono da una partita giocata nel 1910 ad Amburgo, tra due giocatori di nome Roesch e Schlage.
Il computer afferma che la posizione finale è uno scacco matto in due mosse; in realtà il bianco non è obbligato a giocare la mossa suggerita da HAL (Axf3), quindi abbiamo uno scacco matto in tre mosse.
Un altro risultato della passione di Kubrick per gli scacchi è il personaggio Smyslov, dal nome di un campione russo.

Un film straordinario e rivoluzionario che torna eccezionalmente al cinema oggi e domani, in versione restaurata da Christopher Nolan, per festeggiare il suo cinquantenario.

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Dunkirk

«We shall fight on the beaches, we shall fight on the landing grounds, we shall fight in the fields and in the streets, we shall fight in the hills; we shall never surrender».

TRAMA: 1940. Durante l’avanzata dei panzer attraverso la Francia, soldati alleati francesi e britannici sono circondati dai pari tedeschi sulle coste della Manica: l’unica via di fuga è rappresentata da un’evacuazione via mare.

RECENSIONE: Per la regia di Christopher Nolan, Dunkirk è un film di rara potenza sensoriale, che racconta la cosiddetta “Operazione Dynamo” (così chiamata perché discussa con Winston Churchill nella stanza nel quartier generale della Marina al cui interno era collocata una dinamo che forniva l’elettricità) senza fronzoli che non siano funzionali all’esposizione narrativa stessa.

Abbandonando in parte uno dei difetti principali della sua filmografia (una costante megalolalia che, pur fautrice anche di citazioni entrate nella cultura pop, risulta talvolta fastidiosa e fine a se stessa), Nolan opta per una più confacente e scarna asciuttezza dialettica decisamente efficace, che infatti ben si adatta alla trama e ne rende più diretto l’impatto emotivo sul pubblico.

In uno scenario bellico caratterizzato da una opprimente sensazione di ansia e che, in quanto conflitto armato, dipende direttamente dalla volontà dell’uomo, l’opera pone le sue basi sui quattro elementi naturali, che incidono con cieca indifferenza sulle sorti dei personaggi coinvolti.

La terra è una gabbia senza sbarre, che vede dimenarsi sulla propria superficie quattrocentomila anime in pena strette nella doppia morsa del nemico e di alcune decine di miglia marittime impossibili da attraversare.
Di notevole impatto in particolare la sequenza iniziale del film, che eliminando i titoli di testa introduce lo spettatore nelle viuzze della cittadina francese in un deserto irreale, tenuto sotto scacco da un nemico invisibile ma letale.

La “terra” è anche ascrivibile alla nazione, alla patria, bramata da migliaia e migliaia di giovani stranieri in terra straniera ed ostile, una landa in cui l’ombra di un nemico mai visibile si allunga minacciosa a ghermire giovani vite.

Interessante il capovolgimento nel significato sia concreto che metaforico dell’acqua, alla quale comunemente viene affibbiata una connotazione positiva legata alla vita ed al suo sostentamento mentre incarna qui la doppia valenza di minaccia e speranza.

Se la seconda è dovuta all’incertezza sull’eventuale arrivo di aiuti britannici, con l’occhio di soldati e graduati che volge verso la foschia della Manica, la prima è legata al costante pericolo di annegamento, con navi e barche che possono improvvisamente mutare in sepolcri artificiali sotto i colpi ostili.

Acqua quindi tramite di spostamento ma allo stesso tempo terribile ostacolo, che può in pochi minuti tanto offrire aiuti quanto riempire polmoni: numerose sono in tal senso le scene in cui uno o più personaggi rischiano di affogare, e grazie ad una buona costruzione per immagini tali sequenze riescono ad essere opprimenti ed efficacemente ansiogene.

L’aria è il regno dei mezzi volanti, che alla guisa di angeli metallici possono assumere il ruolo di protettori o sterminatori.
Combattendo a centinaia di metri dal suolo una battaglia allo stesso tempo legata a quella terrestro/marittima (per il loro già citato ruolo offensivo o di supporto) ma anche avulsa da essa, poiché implica dinamiche belliche a se stanti e riconducibili nella loro dinamica ricca di contrattacchi quasi ad ancestrali duelli medievali, essi possono far pendere l’ago della bilancia del conflitto in pochi concitati secondi.
Ben resi dalla regia le schermaglie aeree, spettacolari ma senza essere ridicolmente esagerate.

Il fuoco è la morte. Pura e semplice.
Proiettili, bombe, siluri, esplosioni ed incendi sono presenza asfissiante, poiché anche i momenti di quiete possono essere repentinamente spezzati da un nuovo attacco, un nuovo pericolo o una nuova offensiva di varia fattura.
I visi tesi dei soldati, anche di comparsa, rendono bene l’idea di una situazione assai complicata, in cui è perenne la minaccia a livello del terreno, quanto del mare o dall’alto.

La fotografia esalta il secondo e il terzo elemento giostrando molto bene con l’azzurro e l’arancione, che vengono utilizzati in moltissime tonalità diversi (soprattutto il primo), dalle più accese e limpide fino alle più fosche e spente aiutando in questo modo la connotazione emotiva della scena.
Dopo Interstellar altro ottimo lavoro quindi di Hoyte Van Hoytema ed efficaci scelte di illuminazione e colore, grazie alle quali i soldati sono formiche marroni/nere che picchiettano la brulla spiaggia con il mare sullo sfondo, ad aumentare ancora di più la condizione di difficoltà umana di fronte all’atroce semplicità del territorio.

Ottima anche la colonna sonora del maestro Hans Zimmer, la cui quasi costante presenta contribuisce enormemente al crescendo di tensione all’interno dell’opera.
Molto efficace in particolare l’uso del ticchettio, suono legato indissolubilmente al trascorrere del tempo e a sua volta connesso quindi alle tre linee narrative dalle tempistiche differenti presenti nel film (una settimana per la terra, un giorno per l’acqua e un’ora per l’aria) e al Tempo come tema caro al regista.

Per rendere più efficace la coralità, buona la scelta nel casting di non dare prevalenza specifica a nessuno degli interpreti, creando invece molti piccoli ruoli che, come tessere di un mosaico, rendano tutte insieme il quadro generale.
Come nomi noti, oltre a Tom Hardy nei panni dell’aviatore si segnalano Kenneth Branagh, il premio Oscar Mark Rylance e Cillian Murphy, altro aficionado di Nolan e particolarmente bravo nel ruolo di un soldato traumatizzato dagli eventi.

Menzione speciale per il giovane Fionn Whitehead nei panni del soldato protagonista della sezione terrestre, la cui espressione perennemente corrucciata e le poche parole costituiscono tratti azzeccati nella costruzione del personaggio.

Dunkirk è in conclusione un’ottima pellicola, che racconta senza inutili spettacolarizzazioni e sovrastrutture una storia di uomini e di guerra, unendo ad una sceneggiatura tanto semplice nei contenuti quanto ben riuscita nella rappresentazione un comparto tecnico di tutto rispetto.

Notevole.

Interstellar

interstellar-locandina-italiana“You set my soul alight / Glaciers melting in the dead of night / And the superstars sucked into the supermassive”

TRAMA: Grandi cambiamenti climatici hanno devastato l’agricoltura terrestre, riducendo drasticamente le coltivazioni e di conseguenza il cibo. Un gruppo di scienziati decide così di intraprendere un viaggio spaziale per trovare luoghi in cui la vita sia possibile.

RECENSIONE: Diretto da Christopher Nolan e da lui anche scritto in collaborazione col fratello Jonathan, Interstellar è un’opera magnifica ed enorme, sia materialmente (170 minuti di durata) sia per i temi trattati e per l’impatto che l’elemento audiovisivo ha sul pubblico.

Dopo il trittico Batman Begins / Il cavaliere oscuro / Il cavaliere oscuro – Il ritorno, film che il grande pubblico ha molto apprezzato, e il trittico Memento / The Prestige / Inception, film che il grande pubblico ha molto finto di aver capito, Nolan porta sugli schermi una pellicola che strizza l’occhio agli autori di grandi opere fantascientifiche (Tarkovskij e Kubrick in particolare) riuscendo ad unire alcuni tra i basilari tòpoi della narrativa con un comparto tecnico eccellente, che contribuisce ad immergere e ad appassionare lo spettatore nella trama.

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La regia cerca più di stringere l’inquadratura su volti o porzioni limitate di spazio visivo piuttosto che lasciarsi andare a campi lunghi e lunghissimi strabordanti di effetti speciali: questi ultimi sono utilizzati massicciamente in situazioni specifiche, solitamente per meglio rappresentare la sensazione di pericolo o di ignoto.
Ciò è un bene perché in tal modo non vi è una genuflessione del director alla tecnologia, ma egli mantiene salda la presa sui comandi servendosi di essa come veicolo alla sua idea artistica.

È ovvio che i menzionati effetti speciali siano visivamente eccezionali, e grazie anche alla grandezza fisica dello schermo cinematografico riescono a creare immagini spettacolari, che hanno però il merito di non autocompiacersi, rimanendo quindi funzionali alla storia e non dando mai la sensazione di sgargiante carta da parati che cerchi di coprire un muro scadente.

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La sceneggiatura, come già accennato, è ricca di temi importanti, primo fra tutti il viaggio.

Elemento che da sempre affascina l’umanità, per sua natura desiderosa di oltrepassare i propri limiti (in questo caso fisico-materiali), qui il viaggio ha una forte connotazione di mistero: non solo, infatti, la destinazione è sconosciuta, ma anche il punto di partenza potrebbe venire a sgretolarsi dopo essere stato lasciato.

Come un navigatore che si appresti a salpare conscio che una volta staccatosi dalla terraferma essa potrebbe non esistere più come lui la ricordi, così i protagonisti intraprendono un viaggio basato sulla speranza, ma disperato al tempo stesso, con la mente proiettata in avanti per poter dare un futuro a ciò che hanno lasciato indietro.

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Oltre al viaggio abbiamo la massiccia presenza degli elementi fondamentali della natura: lo spazio e il tempo.

Lo spazio costituisce un tòpos importante in Interstellar perché l’alternanza tra il piccolo (il pianeta Terra) e il grande (lo spazio profondo) è alla base stessa dell’opera. L’umanità ha bisogno di spazio (materiale e vitale) perché quello in cui si trova non le permette più di prosperare, e attraverso lo spazio (cosmo) va alla ricerca di un possibile futuro.
Abbandonare le proprie certezze e le proprie difficoltà per buttarsi in un’area infinitamente più grande, cercando la luce di una candela nel buio di una gelida notte invernale.

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Se per quanto riguarda quest’ultimo aspetto alcuni elementi possono essere riconducibili a Inception, in cui lo spazio era l’elemento attraverso cui venivano “costruiti” i sogni, il concetto di tempo rimanda inevitabilmente alle prime due opere di Nolan, ossia Following e Memento, che personalmente ritengo il suo capolavoro.
La missione dei protagonisti è una corsa contro il tempo, il quale può però non essere lineare come noi lo conosciamo, ma subire delle modifiche radicali e al di là della umana comprensione.

A fare da contraltare a macroconcetti come viaggio, spazio e tempo vi è il tema della famiglia.

La famiglia, nucleo fondamentale della società secondo Aristotele, è la base dei rapporti umani.
Il pericolo, l’ignoto e altri elementi negativi o spaventosi dell’esistenza umana possono essere combattuti attraverso il sostegno delle persone a noi care, con le quali formiamo legami che lontananza e rapporti difficili non potranno comunque mai eliminare completamente.

L’affetto per la nostra famiglia ci spinge a oltrepassare i nostri limiti e tentare imprese talvolta impensabili, spinti non da ricchezze o ricompense materiali, ma dall’immagine di una persona amata nella nostra mente.

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Probabilmente centinaia di film orrendi hanno indurito il mio cuore di cinefilo, perché sinceramente non ero più abituato alla sensazione di magone davanti a uno schermo.
Molte scene sono davvero intense dal punto di vista emotivo, e devo ammettere che in più di un’occasione stava per prendere il sopravvento la commozione, dovuta sia alla profondità di alcune dinamiche narrative sia alla bravura degli attori, ben integrati nelle rispettive parti.

Visto che non sono così cattivo? È che mi disegnano così…

Protagonista Matthew McConaughey (Oscar per Dallas Buyers Club e recentemente in The Wolf of Wall Street True Detective): ottimo protagonista e ultimamente decisosi a recitare come Cristo comanda in film realizzati come Cristo comanda, riesce ad essere il fulcro della storia senza risultare un eroe stereotipato e bidimensionale. Anzi, la sua profondità caratteriale lo fa apprezzare ancora di più, perché non appare come una persona granitica e irrealistica ma come un padre normale che cerca solo di dare un futuro ai propri figli.

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Siccome a Nolan piace uscire con la stessa compa, anche in Interstellar sono presenti un paio attori con i quali ha già lavorato in passato, ossia Michael Caine e Anne Hathaway (Oscar nel canterino Les Misérables).
In generale tutto il cast (oltre agli attori già citati è presente l’ottima Jessica Chastain) è stato ben scelto, con ogni faccia che si incastra bene nel rispettivo character senza elementi fuori luogo o che stridono con l’ambito narrativo.

Ottima la colonna sonora di Hans Zimmer: essa riesce ad alternare potenza e silenzi, oltre ad essere usata ottimamente all’interno della pellicola, accompagnando in modo splendido e funzionale ciò che lo spettatore si trovi ad osservare. Tale elemento è molto importante, perché così facendo l’esperienza sensoriale del pubblico non è zoppa, ma si combina il video con l’audio aumentando la già citata immersione nell’opera stessa.

Ricapitolando: un film meraviglioso, con un’ottima regia, una sceneggiatura solida, temi importanti, intensità emotiva e una valida interpretazione da parte degli attori.

In Italia non incasserà una lira.

Il cavaliere oscuro

O muori da eroe o vivi tanto a lungo da scrivere recensioni.

TRAMA: Grazie a Batman e Harvey Dent, nuovo procuratore distrettuale di Gotham City, il crimine organizzato è in grossa difficoltà.
La situazione cambierà radicalmente con l’arrivo di Joker, uno psicopatico senza regole che getterà la città nell’anarchia…

RECENSIONE: Cosa dire del film che ha probabilmente raggiunto una delle più grandi vette del cinema supereroistico e che costituisce un ottimo prodotto anche come lungometraggio in senso ampio?

Beh, che è una vera bomba.

Diretto, come il primo capitolo (Batman Begins, 2005) da Christopher Nolan, Il cavaliere oscuro è probabilmente uno dei migliori punti di contatto tra due mondi che si pensavano incompatibili: da un lato il cinema d’azione tutta cagnara e grosso budget, dall’altro la pellicola qualitativamente di alto livello e realizzata come Dio comanda.
Unire successo di pubblico e di critica è un’impresa ardua come fare sette pranzi di nozze consecutivi (più per l’ignoranza del primo che per l’ottusità della seconda), ma grazie a quest’opera l’uomo pipistrello ha scolpito ancor di più il suo nome nell’immaginario collettivo del grande pubblico, diventando una gigantesca macchina da soldi e mantenendo allo stesso tempo l’amor proprio.

Invece di vendere il fondoschiena a prezzo di saldo al mercato rionale come alcuni importanti franchise hanno ahimè fatto (vero, Guerre Stellari?) qui si pensa sì ai verdi pezzi di carta con le effigi dei presidenti, ma senza tralasciare una lavorazione dignitosa alle spalle, che possa dare allo spettatore un prodotto dalla qualità importante.
Tutto infatti è ben curato: l’atmosfera della cupa Gotham City, con i suoi vicoli sporchi e malfamati tipici delle periferie delle grandi metropoli; i gadget spettacolari con cui l’eroe sgomina il crimine, che sono al contempo realistici (molti di essi infatti esistono anche nel mondo reale, seppur come prototipi); più in generale, il vasto universo del supereroe della DC Comics è stato portato su schermo in maniera ottima, mantenendo lo stile di Nolan per quanto riguarda l’uso delle inquadrature, dei colori freddi e delle scenografie.

Ottimo il cast, con ancora protagonista un Christian Bale sempre più massiccio e imponente: egli riesce con lo sguardo a trasmettere la propria emotività, formata principalmente da rabbia, senso di distacco e consapevolezza di dover proteggere i propri cari pur avendo debolezze.
Veramente notevole anche il cast di contorno, in gran parte ripreso dal primo film; seppur in maniera diversa rende una buona interpretazione anche Maggie Gyllenhaal, che sostituisce Katie Holmes come intraprendente fiamma del protagonista.
Per quanto riguarda i nuovi ruoli aggiunti, straordinario Heath Ledger, che prende spunto dai Joker precedenti (dal Cesar Romero nella serie con Adam West di metà anni ’60, fino al Jack Nicholson del film diretto da Tim Burton nel 1989) amalgamando il tutto e aggiungendo la propria visione del personaggio.
Degno di nota anche Aaron Eckhart nei panni di Harvey Dent, personaggio la cui evoluzione psicologica è stata resa magistralmente e che ha finalmente avuto il giusto spazio dopo quella specie di cialtrone saltellante di Batman Forever del 1995, interpretato da un Tommy Lee Jones evidentemente indietro con le bollette.

Da questi ultimi elementi si può capire perché Il cavaliere oscuro sia il capitolo dell’omonima saga preferito da molti: se si prende un supereroe come Batman, che ha circa una quarantina di nemici, e si inseriscono nella stessa pellicola i due più carismatici vuol dire che ti piace vincere facile.

A voler trovare difetti, una (piccola, dai) pecca del film è che nell’ultima parte la sceneggiatura si incaglia un po’ su se stessa, essendo presenti forse troppe sottotrame ed elementi che appesantiscono un po’ il plot, e ciò è un peccato. Sarebbe forse servita una conclusione più diretta, ma essendo il film basato sul concetto di caos chiudiamo un occhio e prendiamolo come un elemento voluto.

In conclusione un’opera veramente notevole.

Insomnia

E contare le pecore?

TRAMA: Alaska. Un detective in trasferta da Los Angeles manomette le indagini sull’omicidio di una liceale per evitare un’accusa. Verrà ricattato proprio dal killer…

RECENSIONE: Remake dell’omonimo film norvegese del 1997, questa pellicola del 2002 è un’opera ben diretta, scritta e interpretata, ambientata in uno scenario bluastro e senza vita.

Christopher Nolan pre-Batman dà un tocco molto particolare alla vicenda, caratterizzandola sia da una notevole introspezione psicologica dei personaggi (sceneggiatura di Hillary Seitz) sia da un loro movimento mentale e fisico, che in alcuni casi si fonde con la particolare natura selvaggia dell’Alaska.
Essa mette alla prova corpo e spirito e fornisce uno sfondo ideale per le tribolazioni vissute sullo schermo dalle persone, che in quanto deboli e fatte di carne hanno molti punti vulnerabili: anche i più duri possono capitolare e cadere fatalmente se colpiti quando sono sotto pressione, e il film mostra in maniera efficace tale aspetto, portando agli occhi dello spettatore le varie facce che compongono il dado emotivo e caratteriale dei personaggi.

La regia di Nolan mostra un buon uso della macchina da presa, decidendo in maniera efficace quando stringere sui volti e quando lasciare invece che siano gli ambienti esterni a parlare, cosa efficace e ad impatto vista la già citata bellezza dei paesaggi.
Ottimo anche l’uso dei colori freddi, presenti in una vastissima gamma di azzurri e grigi che caricano ancora di più l’atmosfera e accentuano le emozioni provate dai personaggi, quasi a trasporre i loro sentimenti su una tavolozza pittorica.

Passando al cast, grande lotta tra un Al Pacino rude piedipiatti e Robin Williams in un’insolita veste dark.
Il primo è una ragnatela di rughe e tormenti, molto spesso combattuto e in ansia; il secondo è molto più rilassato e serafico, anche nei lineamenti, quasi come fosse un putto del male consapevole della sua natura e perciò incurante delle conseguenze delle sue azioni. Anche in uno dei film considerati come minori del regista londinese questi due pesi massimi offrono performance all’altezza della loro fama.
Accanto a loro una Hilary Swank che nonostante il ruolo di poliziotta risulta molto più femminile di altre sue apparizioni, comunque ottime, come Boys Don’t Cry (1999) e Million Dollar Baby (2004).

In definitiva un bel film forse offuscato dai futuri successi del regista, trilogia su Batman (Batman Begins, Il cavaliere oscuro e Il cavaliere oscuro – Il ritorno) in primis.

Batman Begins

Let the games begin.

TRAMA: Il miliardario orfano Bruce Wayne decide di combattere la criminalità dilagante nella sua città. Dopo aver viaggiato per il mondo ed essere stato addestrato dalla potente Setta delle Ombre ritorna a Gotham City e crea un alter ego: Batman.

RECENSIONE: Per la regia dell’inglese Christopher Nolan e con un cast molto albionico (poi ci arriviamo), Batman Begins è un bel film che ha avuto un grande merito: inondare di nuova popolarità l’uomo pipistrello.

Questo personaggio, infatti, dopo i crimini contro l’umanità perpetrati da Joel Schumacher che rispondono al nome di Batman forever (1995) e Batman & Robin (1997) era in fase di stallo (per non dire moribondo), e ciò stonava con l’enorme successo che stava riscuotendo parallelamente la Marvel con nuovi film supereroistici.
Nolan lo ha resuscitato dalle ceneri con una pellicola molto gradevole, che oggi è abbastanza sottovalutata perché agli spettatori medi piace tanto farsi le seghe su quanto il Joker di Heath Ledger sia bello, bravo, figo e ben realizzato.
Ovviamente il popolo ha ragione, ma è un peccato non considerare l’origine della trilogia perché tralasciandola andrebbe perso qualcosa, un po’ come se Guerre Stellari fosse iniziato su Hoth (per favore ditemi che l’avete capita).

Tornando al film con protagonista il personaggio nato nel 1939 da Bob Kane, in questo film la regia è su ottimi livelli e utilizza molto accuratamente le inquadrature e i vari campi, che contribuiscono a rendere l’idea di movimento del personaggio: essendo un combattente sostanzialmente di tipo ninja questo fattore è molto importante, perché consente allo spettatore di capire la dinamicità dell’uomo pipistrello e apprezzare maggiormente le scene d’azione.

La sceneggiatura, scritta dallo stesso Nolan e da David Goyer, è strutturata su molti livelli: ciò crea diverse sottotrame parallele che risultano però ben amalgamate, non avendo quindi mai l’impressione di scene e dinamiche messe lì tanto per fare numero e casino; i personaggi sono tutti ben esplorati e sia i fan del fumetto sia i neofiti ne possono apprezzarne le sfaccettature, anche se alcuni di loro rimangono per poco tempo effettivo sullo schermo.

Per quanto riguarda gli attori ottima la scelta di affidare la parte di Wayne/Batman al gallese Christian Bale, che riesce ad impersonare i vari passaggi della maturazione del suo personaggio dando l’impressione di essere lo stesso ma al contempo diverso; abituato alle trasformazioni fisiche non gli sarà stato difficile accumulare una notevole quantità di muscoli, utili per pestare a sangue i cattivi.
Gary Oldman nei panni del commissario Gordon è praticamente perfetto, con l’attore inglese che per una volta non interpreta un pazzo omicida ma anche nel Lato Chiaro della Forza se la cava egregiamente; gli irlandesi Cillian Murphy (con uno Spaventapasseri ottimamente realizzato sia come aspetto sia come effetti speciali per quanto riguarda le allucinazioni) e Liam Neeson danno anch’essi un grande contributo al film con le loro interpretazioni.
In ruoli minori attori da 24 carati come Morgan Freeman (qui Lucius Fox, corrispettivo del Q di James Bond), Michael Caine personificazione eccezionale di Alfred, Tom Wilkinson nei panni sporchi di pummarola del boss italoamericano Carmine Falcone, Ken Samurai Watanabe e Rutger Hauer-“Io ne ho visti supereroi che voi umani non potreste immaginarvi”.
E Katie Holmes, ex Joey Potter di Dawson’s Creek come fiamma del protagonista non è neanche male.

Il cavaliere oscuro – Il ritorno

Che la fine cominci.

TRAMA: A otto anni da quando Batman è diventato fuorilegge per essersi preso la responsabilità della morte di Harvey Dent, grazie a una speciale legge la criminalità a Gotham è stata sgominata.
L’improvviso arrivo della ladra Selina Kyle e di Bane, un terrorista mascherato, portano Bruce Wayne a uscire dall’esilio.

RECENSIONE: Dopo Batman Begins (2005) e Il cavaliere oscuro (2008) si conclude con questo capitolo la saga del supereroe con il super conto in banca, ed è una grande conclusione.

Per la regia di Christopher Nolan (oltre ai precedenti due capitoli della saga regista anche dello straordinario Memento, che personalmente considero il suo capolavoro e di Inception) questo film riesce ad avere una durata quasi da opera lirica (pregate che i posti del cinema siano comodi) ma ad essere allo stesso tempo avvincente ed entusiasmante, oltre che semplice da seguire, nonostante come sempre la sceneggiatura del fratello di Christopher, Jonathan Nolan, sia molto articolata (anche senza i salti nel tempo tanto cari alla coppia) e ricca di personaggi, eventi e situazioni che si intersecano.

Questo fattore è evidenziato anche dal montaggio, molto ben curato sia nelle sequenze puramente d’azione (cosa abbastanza normale per un film su supereroi, dato che anche le porcate puntano a quello non avendo altro) sia per quanto riguarda i dialoghi, qui veramente molto intensi e profondi e che rivelano l’umanità dei personaggi; ciò dimostra un lavoro molto accurato nei confronti di tutti gli elementi della sceneggiatura, Deo Gratias.

Per quanto riguarda gli attori, Bruce Wayne è interpretato ancora da Christian Bale (già in The Prestige, sempre di Nolan, in cui era assieme a Michael Caine, qui nei panni di Alfred), che mette in pratica la sua grande duttilità fisica per prendere e perdere chili, rappresentando le varie fasi del suo personaggio, qui particolarmente in evoluzione.
Uno dei grandi lati positivi della saga, infatti, è che a differenza di molti film dello stesso genere anche l’alter-ego normale del personaggio è sviluppato in modo approfondito: ciò non significa far vedere Bruce Wayne al supermercato, bensì creare un approfondimento interiore e psicologico che non sia da “La Psicologia insegnata agli idioti”.
Bane, il personaggio mascherato (no, non quello vestito da pipistrello, l’altro) è Tom Hardy (nel già citato Inception e La talpa con Gary Oldman, qui Gordon); veramente grosso e incombente (fatto accentuato dalle numerose riprese dal basso) riesce a mantenere furia e vigore trasmettendoli solo con lo sguardo, cioè la parte più debole del corpo.
Selina, la ladra mascherata (no, non quello con la maschera antigas sulla bocca, l’altra) è Anne Hathaway (Il diavolo veste Prada, Rachel sta per sposarsi), su cui come Catwoman, personaggio storicamente ambiguo, scaltro e provoca – erezioni, non avrei scommesso una banconota da sei euro, vedendola ancora in versione Susanna tutta panna (Pretty Princess, film di una melensaggine irritante), e che invece riesce a rendere molto bene la donna gatto come movenze, dialoghi e atteggiamenti.

Scenografie eccezionali sia per quanto riguarda gli spazi aperti sia per le riprese della città, molto esplorata, forse più che nei precedenti due film, uso del sonoro intelligente e molto adatto alle situazioni.

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