L'amichevole cinefilo di quartiere

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TOP / FLOP 2014

stairway to heaven highway to hell

Ovvero il meglio e il peggio dell’anno appena trascorso. IMHO, ovviamente.

Dopo le edizioni 2012 e 2013 torna il mio breve riassunto dell’anno appena trascorso, con il meglio e il peggio di ciò che mi è capitato di vedere in questo 2014.

Per ogni film il link alla recensione.

N.B. Come sempre NON è una vera e propria classifica, i film sono inseriti in semplice ordine alfabetico.

Green thumbs up on white.

 

TOP 5 2014:

American Hustle – L’apparenza inganna di David O. Russell.

American hustle

Come sfruttare veramente bene un cast.

È verissimo che in questo film la regia sia molto operaia ed essendo un’opera sorretta interamente dagli interpreti ciò può mettere in secondo piano il comparto tecnico, ma avercene di film cast-centrici del genere.

Personaggi torbidi e complessi, ottime interpretazioni da parte dei cinque attori (Adams, Bale, Cooper, Lawrence e Renner) per una pellicola dal sapore teatrale.

Grand Budapest Hotel di Wes Anderson.

grand budapest hotel

Se lo avete in DVD provate a metterlo in pausa in un momento a caso: qualunque esso sarà, avrete un’inquadratura tranquillamente paragonabile a un dipinto.

Grande cura dei dettagli, fotografia eccezionale e presenza di altre caratteristiche tipiche delle opere andersoniane (mix tra leggero e drammatico, grande coralità, personaggi secondari caratteristici, gusto per l’assurdo) per una gemma di notevole bellezza.

Interstellar di Christopher Nolan.

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Concetti macro (tempo, spazio, umanità) e micro (famiglia) racchiusi in un’intelaiatura sci-fi ben curata, con ottimi comparti musicale e visivo che sanno accompagnare lo spettatore lungo una storia emozionante, non facendo pesare le abbondanti due ore e mezza di durata.

Pellicola notevole senza essere stucchevole, impreziosita da una buonissima prova dell’ex manzo McConaughey.

Lei di Spike Jonze.

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Come rendere interessante una delle storie più classiche e banali della narrativa.

“Lui e lei si incontrano, si innamorano e succedono cose” si adatta qui alla tecnologia di un futuro prossimo (ma con un occhio anche al nostro presente) raccontando del rapporto tra umanità e artificialità, corpi e astrattezza, sentimenti ed oggettività.

Ottimo Phoenix, buona colonna sonora, sceneggiatura dello stesso Jonze giustamente premiata con l’Oscar.

The Wolf of Wall Street di Martin Scorsese.

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La società plutocratica occidentale mostrata attraverso uno squalo (pardon, lupo) della finanza che ha l’eccesso come sua regolarità e una totale fedeltà alla promiscuità.

Pellicola che fa parteggiare lo spettatore per un personaggio negativo, che costruisce la propria carriera nell’illegalità arricchendosi, sniffando e scopando senza fine; ottima regia di Scorsese e grande interpretazione di DiCaprio, per una delle coppie artistiche dalla maggiore garanzia di qualità.

MENZIONE SPECIALE: Locke di Steven Knight, perché far appassionare lo spettatore a un film di un’ora e mezza in cui si vede quasi esclusivamente un tizio in macchina non era per niente semplice, e invece il buon Cavaliere c’è riuscito alla grande.
Ottimo Tom Hardy.

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Red thumbs down on white.

 

FLOP 5 2014:

Maleficent di Robert Stromberg.

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Quanti problemi ha questo film…

Regia operaia che scopiazza di qua e di là, dialoghi degni del TSO, scene inutili, scene senza senso, scene imbarazzanti, scene involontariamente ridicole, un prologo che dura un quarto dell’opera stessa.

Uno dei film peggiori degli ultimi dieci anni, che non ha ragione di esistere se non quella di cavalcare la recente stucchevole moda delle rivisitazioni delle fiabe.

Moda che mi avrebbe anche leggermente scassato il cazcensored nero.

Noah di Darren Aronofsky.

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Riddle me this, riddle me that: come si tira fuori un film di due ore e un quarto da un racconto biblico scarno come quello sul patriarca Noè?

Esatto: aggiungendo roba alla boia d’un Giuda!

Se già la presenza di un Russell Crowe in versione Gabibbo che salva l’umanità poteva far storcere più di un naso, mostri, magie, battaglie e nuovi personaggi non fanno altro che rendere ancor più ridicolo e inverosimile un racconto ancestrale del genere umano (il Diluvio è presente in molte religioni) di per sé inverosimile, adattandolo agli imbecilli gusti occidentali.

Se non altro visto con lo spirito giusto fa veramente molto ridere.

P.S. Se nella versione italiana il protagonista viene chiamato “Noè”, perché il titolo lo avete fatto scegliere a Piero Pelù?

Robocop di José Padilha.

robocop

Altro giro, altro remake.

Film talmente ipertecnologico da risultare una stucchevole baracconata, questa versione dell’uomo/robot poliziotto perde tutta l’artigianalità che ha reso l’originale del 1987 un cult.

Ciò lo rende un film artisticamente simile a tanti altri, ma dalla qualità complessiva decisamente bassa, e se non fosse il rifacimento moderno di una pellicola famosissima dubito che avrebbe attirato lo stesso numero di spettatori.

Protagonista senza alcun carisma, Gary Oldman capitato lì per caso e presente in troppe scene, Samuel L. Jackson che ormai lo pagano a cottimo, Michael Keaton tirato fuori dalla naftalina.

Aridatece l’ispettore Gadget.

Tartarughe Ninja di Jonathan Liebesman.

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Michael Bay e Jonathan Liebesman.

Sono un ragazzo che da bambino guardava questo programma in tv. E sapete perché mi sono cuccato questo putrido ammasso di merda di film?

Per voi.

Voglio sentirvi confessare, prima che io vi massacri. Voi le avete stuprate. Le avete ammazzate. Avete distrutto i loro fan.
Ditelo! Le avete stuprate! Le avete ammazzate! Avete distrutto i loro fan!

Semicitazione di Oberyn “Moment Act” Martell a parte, ora sapete la sensazione che ho provato guardando questa ignominiosa cagata, perpetrata da un mero prestanome di Michael Bay (qui nelle sole vesti di produttore) e che purtroppo però non si distingue minimamente dai film di MB regista.
Sceneggiatura scopiazzata, CGI a volte terrificante, Megan Fox troppo vestita per avere una scusa passabile per andarlo a vedere.

Uno schifo.

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Transformers 4 – L’era dell’estinzione di Michael Bay.

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Due ore e quaranta di robot giganti che si prendono a mazzate, esplosioni, product placement a livelli vergognosi e dialoghi stupidi come tirare un calcio ad un grizzly addormentato.
Ciò che mi fa più incazzare è che non ci provino neanche a camuffare questo abominio per un film normale, te lo sbattono proprio in faccia che di creare qualcosa di decente non gliene freghi un cazcensored nero.

L’equivalente di passare 160 minuti ad ascoltare un bambino che sbatte due pentole una contro l’altra.

Al momento in cui scrivo, questa vaccata è al decimo posto nella lista dei film di maggiore incasso nella storia del cinema, cosa di cui non avevo il minimo dubbio.

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MENZIONE SPECIALE: The Amazing Spider-Man 2 – Il potere di Electro di Marc Webb, perché è un film orrendo e mi sento moralmente in dovere di mettere qualcosa della Marvel nella Flop 5.

Scelgo questo e non Guardiani della galassia perché se l’altro è un’infantile cazzatona ma non mi aspettavo altro, questo pessimo capitolo sull’Uomo Ragno ha sbriciolato, oltre che le mie balle, le buone impressioni che il suo predecessore mi aveva lasciato.

Un film talmente bello che ha minato seriamente il futuro del relativo franchise, con voci di un (ENNESIMO) recasting date anche le dichiarazioni negative sul film dello stesso protagonista Andrew Garfield, che pare possa essere stato licenziato.

the amazing spiderman

Come sempre un ringraziamento a coloro che mi hanno seguito durante questo 2014 cinematografico, e un augurio a tutti di buon anno nuovo, che spero sia ricco di soddisfazioni.
E di buon cinema 😉

Mattia.

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Noah

noah-locandina“Allora Dio disse a Noè: “E’ venuta per me la fine di ogni uomo, perché la terra, per causa loro, è piena di violenza; ecco, io li distruggerò insieme con la terra. […]””
Genesi 6, 13.

TRAMA: Noè ha delle visioni di un diluvio apocalittico, e prende misure per proteggere la sua famiglia e le varie specie animali dal flagello che sta per arrivare.

RECENSIONE: Mettiamo le cose in chiaro.

Esistono casi in cui nonostante si guardi un film avendo aspettative scarse, la sua inaspettata qualità fa ricredere lo spettatore pessimista.

Non è questo il caso.

Noah è una boiatona immane.

Questo film, scritto e diretto da Darren Aronofsky, è infatti un’accozzaglia di scempiaggini: due ore e passa di ridicolo involontario quasi perenne in cui la serietà dei temi e degli attori mette ancora più in risalto le falle della trama, fin troppo arricchita rispetto a quella originale biblica con invenzioni assurde e troppo sopra le righe.

Non sarò infatti un esperto del Libro dei Libri, ma la storia di Noè la so (come il 99% delle persone, del resto) e un sacco di cose che si vedono nel film sinceramente non me le ricordavo.
E “non me le ricordavo” non per un mio principio di Alzheimer incombente, ma perché tali inserimenti sono degli aborti campati per aria con cui Aronofsky allunga il brodo fino ai già accennati 135 minuti.

Se nella prima parte si pigia l’acceleratore sul fantasy, con mostri (???) e magie (pardon “miracoli”) buttati lì a casaccio, nella seconda si esasperano gli psicodrammi familiari, utilizzando il bignami della psicologia come fosse la Bibbia (appunto), a cui attenersi pari pari senza aggiungere un minimo necessario di profondità.
Agli spazi aperti della speranza e della voglia di costruire materialmente (un’arca) e moralmente (un futuro per la propria specie) seguono quindi quelli chiusi dell’imbarcazione, in cui a farla da padrona è un’introspezione eccessivamente drammaticizzata.
Questa successione, essendo fatta malamente, diventa quindi troppo didascalica e facilona.

Un’ulteriore pecca della pellicola è la scelta da parte di Aronofsky di ricorrere in fase di regia ad un uso fin troppo massiccio della computer grafica. Potrebbe essere apprezzabile non voler utilizzare animali veri per non sottoporli allo stress del set, ma non vedere reali manco du’ capre ha come risultato quello di aumentare l’artificiosità di un’opera che come le precedenti di questo regista rischia di ridursi ad uno sterile esercizio di stile.

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La fotografia di Matthew Libatique (fedelissimo di Aronofsky) non è neanche tanto male in sé, ma ha il difetto di essere contagiata dalla già citata piattezza della pellicola: i passaggi dai grigi del segmento iniziale ai colori vivaci della prima metà, ai blu del Diluvio e ai bui dell’interno dell’Arca costituiscono un susseguirsi troppo meccanico per dimostrare personalità e stile.

Noè, la cui storia è la terza raccontata nella Genesi (dal capitolo 6,9 al 9,19 per l’esattezza) dopo quelle della Creazione e di Caino e Abele, diventa nella versione sotto acidi di Aronofsky una specie di capitano Achab pre-Melville, per cui il gravoso e importante compito diventa una cieca ossessione.
Niente capodogli per Russell Crowe, ma un’esaltazione abbastanza immotivata e rasente la pazzia, con il fardello della sopravvivenza ad una catastrofe che diventa più una causa di preoccupante spostamento mentale che un peso che porti empatia dal pubblico.

E non far provare empatia per il personaggio principale è un difetto leggerissimamente grave.

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Il supporting cast è poca roba.

O meglio, ci sono i premi Oscar Jennifer Connelly e Anthony Hopkins (cosa che mette una tristezza infinita), ma i loro ruoli sono troppo poco sviluppati per essere degni di nota.
L’unico appunto che si può fare  e che nella Bibbia i personaggi femminili non hanno granché spazio e sono quasi tutte donnacce a parte Debora e poche altre, per cui anche espandendo il ruolo della Connelly non si poteva pretendere molto di più.

Un altro elemento secondo me degno di menzione è la decisione di far “parlare” Dio attraverso immagini oniriche e non con le parole.

Evitati quindi i dialoghi tra la divinità e gli uomini, che nella Bibbia si possono sintetizzare in:

“Tizio, sono il Signore Dio tuo, devi fare questa cosa.”
“Perché?”
“Tu fidati.”

God-thumbs-up

Per concludere, brevi appunti per i produttori americani:

-Dopo decenni volete tornare al film biblico, genere che tanto successo ha avuto in passato?
È un’idea stupida: innanzitutto perché nel corso dei decenni i gusti del pubblico cambiano, e poi perché il concetto di kolossal come era concepito negli anni ’50 non è paragonabile alle grandi produzioni moderne, in cui i computer e gli effetti speciali hanno in gran parte sostituito quel lavoro “artigianale” e “materiale” che sbalordiva gli spettatori.

-Non si cerca di seguire la storia pari pari ma si fanno modifiche sostanziali perché il testo originale è troppo esile e sintetico?
È un’idea stupida: con la religione ogni minima modifica scatena polemiche. Esse da un lato attirano pubblico in sala, ma dall’altro te ne fanno perdere nei Paesi in cui i religiosi sono, diciamo, “poco aperti alle innovazioni” e non permettono la distribuzione del film nelle sale (nello specifico di Noah ciao ciao agli introiti da Pakistan, Bahrein, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Malesia e Indonesia).

-Si usano attori occidentali famosi cercando il botto di incassi sul mercato americano?
È un’idea stupida: i gusti del popolo yankee si basano sulla spettacolarizzazione esasperata e a casaccio (coff coff Il gladiatore coff coff), e rendere spettacolare un testo religioso consiste giocoforza nello snaturarlo, portando sugli schermi delle cazzate.

Tipo questa.

P.S. Piuttosto incomprensibile la scelta italiana di mantenere il titolo del film in inglese quando all’interno della pellicola il personaggio viene chiamato “Noè”.

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: I dieci comandamenti (versione del 1923 muta, versione del 1956) entrambi di Cecil B. DeMille e La Bibbia (1966) di John Huston.

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