L'amichevole cinefilo di quartiere

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Men in Black: International


«Ah, Matt. Di là ci sono due tizi vestiti da impresari delle pompe funebri».
«Da che cosa?» 
«Devono essere sbirri della CIA o roba del genere.» 

TRAMA: Gli agenti H e M lavorano per la sezione londinese dei Men in Black e vengono coinvolti in un caso di omicidio di portata intergalattica.

RECENSIONE:

Quarto capitolo della saga a sette anni dall’ultimo episodio, Men in Black: International è un cesso immondo che ottiene il mirabile risultato di essere sia un orribile film di fantascienza quanto una tristissima commedia come anche un action banale.

Massacrato da una sceneggiatura più lenta, stupida ed inutile di un sorpasso fra tir in autostrada, per due interminabili ore della nostra esistenza terrena che non riavremo mai più si inanella infatti una serie sconclusionata di cliché (la recluta, il boss di grade fama, l’agente talentuoso ma cazzone) a cui presumo sfugga il sottile dettaglio relativo alla necessità, per un film, di intrattenere il pubblico.

Se la trama ha efficacemente contribuito ad espandere i miei testicoli alle stesse dimensioni delle protesi mammarie di Mia Khalifa, nemmeno la regia riesce a fornire un almeno momentaneo palliativo.
Il cinquantenne F. Gary Gray, al suo decimo lungometraggio, non ha ancora invero deciso se essere ricordato come un discreto mestierante (Il negoziatore, Giustizia privata, Straight Outta Compton) o come un risibile cioccapiatti (The Italian Job, Fast & Furious 8).

A meno che una ventina di primi e primissimi piani a Tessa Thompson (con un personaggio il cui stolido entusiasmo sarebbe da prendere a coppie di sberle finché non diventino terzetti) paro paro a quello che faceva Sonnenfeld non sia considerato uno stilema registico personale, ma ne dubito.

Perché lo faceva paro paro Sonnenfeld.

Sospirone di sollievo: pur non provando ad impegnarsi neanche lontanamente, al bietolone Chris Hemsworth viene fortunatamente affidata l’ormai classica scena a petto nudo, elemento altamente introspettivo dei suoi personaggi e attraverso cui possiamo intuirne sogni,  speranze e fragilità dell’anima.

Panca piana 1 – Recitazione 0.

Oltre ad un Liam Neeson francamente incommentabile, spero che in commercio esista uno psicofarmaco abbastanza potente da farmi dimenticare Rebecca Ferguson agghindata come se Moira Orfei e la Liz Taylor di Cleopatra si fondessero in una delle visioni allucinogene di Paura e delirio a Las Vegas.


Ritengo inoltre che se il CIO decidesse di elevare a sport olimpico l’essere rotti nel culo, i responsabili del marketing che hanno inserito nella locandina i Vermoni e Frank il carlino nonostante abbiano complessivamente meno di trenta secondi di screen time potrebbero sentirsi già con la medaglia d’oro in tasca.

Chiudo facendo rispettosamente notare che per fare ironia non ho sfruttato l’ovvio assist del neuralizzatore cancella memoria, a differenza di questo film che ha biecamente inserito una gag autoreferenziale su Thor così azzeccata da farmi bramare la morte.

Una vaccata tellurica.

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Speakers’ Corner – La ballata di Buster Scruggs

Diretto dai fratelli Coen e distribuito, dopo una fugace apparizione nelle sale statunitensi, in esclusiva sulla piattaforma Netflix (proiettare i film al cinema? Pff, eresia!), La ballata di Buster Scruggs è un’efficace antologia di fiabe nere inserite nel peculiare mondo del selvaggio West.

I sei episodi, della durata di circa venti minuti ciascuno, vanno a pennellare ritratti di Copley raffiguranti varie anime del Lontano Ovest: da rocamboleschi fuorilegge a vecchi cercatori d’oro, da impresari male in arnese a tenaci coloni, da diligenze erranti a fanciulle sfortunate, ogni individuo è tessera di un puzzle umano sociale ed economico caratteristico ed irripetibile.

Nonostante varie incursioni nel grottesco, l’atmosfera che si respira e nera e sulfurea come polvere da sparo, caratterizzata da uno spiccato fatalismo che, in connubio con un’impronta parabolica e quasi assurdamente pedagogica, rende le peripezie degli uomini crude favole degli sterminati Grimm che sono gli Stati Uniti.

Estremamente ricco il cast, che vede la presenza tra gli altri di Tim Blake Nelson, James Franco, Tom Waits, Zoe Kazan e Brendan Gleeson.

Di buona qualità tutti gli episodi (il primo, il più surreale è quello che presta il titolo al film), tra i quali spicca per impatto emotivo Meal Ticket, con Liam Neeson girovago di intrattenimento.

Consigliato.

Silence

silence-posterfilm_scorseseVows are spoken to be broken
Feelings are intense, words are trivial
Pleasures remain so does the pain
Words are meaningless and forgettable.

TRAMA: XVII secolo. Due padri gesuiti portoghesi partono per il Giappone con l’intento di ricercare il loro mentore, padre Ferreira, e radicare nelle isole la fede cristiana. Verranno presto a conoscenza, e ne saranno vittime, delle tremende persecuzioni che lo shogunato applicava ai danni dei convertiti al cristianesimo.
Tratto dal romanzo Silenzio (1966) di  Shūsaku Endō.

RECENSIONE:

Ambientato all’inizio del periodo Sakoku, politica autarchica e restrittiva nei confronti delle relazioni estere attuata in Giappone dal 1641 al 1853, Silence è un film estremamente ricco di temi che toccano vari campi dell’animo umano (religione, filosofia, storia, psicologia) e si condensano in un’opera cinematografica pregna e vibrante.

Il principale leitmotiv della trama, focalizzata sulla ricerca di un vecchio mentore perdutosi in un territorio lontano ed ostile (che può far avvicinare la pellicola al romanzo Cuore di tenebra ed al capolavoro cinematografico ad esso legato Apocalypse Now) diviene via via solo uno spunto per l’esplorazione del rapporto tra l’uomo e la fede.

Spunti importanti in tal senso derivano dallo sviluppo psicologico ed umano del portoghese Sebastião Rodrigues (un intenso Andrew Garfield), immerso insieme al collega ed amico Francisco Garupe in un Paese totalmente diverso per cultura e tradizioni rispetto all’Europa, e dovendovi aiutare la germogliazione della religione cristiana.

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Numerosi i paragoni verbali tra gli uomini ed il regno vegetale, con la dottrina gesuita paragonata ad una pianta che può trovare terreni più o meno favorevoli per la sua prospera crescita, e sul sottile legame tra radici umane più o meno forti ed un ambiente non necessariamente adatto alla gemmazione.
Uomo e natura divengono così tutt’uno, ed il mondo umano razionale viene paragonato alla naturalità di una normale crescita vegetale, unendo due importanti sfere dell’immanenza.

Il giovane religioso, inoltre, durante il corso della sua missione è pressato in maniera sempre più opprimente e affossante dal silenzio della divinità, che conduce l’uomo al dubbio ed alla spossatezza mentale oltre che fisica.
Immerso in una sofferenza endemica, Rodrigues lotta per trovare un conforto tanto umano (attraverso il rapporto con le poche popolazioni locali ancora fedeli alla dottrina cristiana e per questo perseguitate) quanto divino, affinché egli possa rinsaldare nel proprio cuore la certezza di operare nel giusto e sotto l’occhio benevolo di Dio.

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Importante poi anche il legame storico-economico tra le potenze europee ed un Giappone lontano ed esotico, inquadrato sotto un’ottica commerciale e di conquista da parte del Vecchio Continente, che attraverso i suoi emissari fatica però a comprendere storia e cultura del Paese orientale.
I giapponesi si chiudono a riccio non accettando un ruolo ancillare di reverenza europeista, reagendo con forza e terribile persecuzione nei confronti di una dottrina a loro estranea tanto per cultura vera e propria quanto per impostazione mentale di approccio al culto.
Per evidenziare tutta la ricchezza e l’importanza di questi spunti di riflessioni sono molto importanti i dialoghi tra il giovane Rodrigues e le figure che via via si trovi ad incontrare lungo la sua missione, dato che ognuna di queste gli offre spunti di confronto affinché possa aprire la sua mente per comprendere il Giappone.

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La religione diventa sforzo e fatica, non solo in una direzione esterna legata al proselitismo osteggiato dallo Stato, ma anche interiormente, con un Dio come già detto presente nell’animo ma assente in una dimensione materialista e pratica che possa fare da conforto per l’uomo debole.
Tale debolezza umana è messa in evidenza inoltre da uno dei personaggi secondari, che continuando a fallire e a cedere alle minacce simboleggia la difficilmente correggibile attitudine al peccato insita nell’uomo.

Il peccatore può cercare il perdono per le proprie mancanze attraverso una confessione catartica, ma tale meccanismo è destinato ahilui a ripetersi, in un circolo di sbagli e redenzione, con il suo animo irrimediabilmente vaso di coccio tra vasi di ferro.

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Visivamente ottima la fotografia di Rodrigo Prieto, con un uso quasi estremo dei toni di blu per gli esterni iniziali evidenziando l’oppressività e la tristezza dell’ambiente, uniti ad un’acqua (mare, fiumi e soprattutto moltissima pioggia) come fonte sia di vita che di afflizione derivante dal divino.

Con il passare dei minuti vengono usati via via toni più caldi nelle ambientazioni di interni, a simboleggiare sia il calore del conforto di gruppo sia il ribollire dell’animo del gesuita, via via sempre più insicuro e combattuto tra deliranti visioni messianiche e scontro con la dura realtà che aspra lo circonda.

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Ottimi tutti gli attori.

Andrew Garfield nonostante non abbia ancora raggiunto quella fama incontrastata presso il grande pubblico che consenta ad un interprete di reggere il film davanti ad uno spettatore digiuno di nozioni cinematografiche, alterna una vasta gamma di emozioni per il suo padre Rodrigues, mettendo in scena un personaggio molto più sfaccettato di quanto possa inizialmente sembrare.

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Adam Driver, dalla notevole trasformazione fisica (ventidue chili persi tra preparazione al ruolo e riprese) è un Garupe più ortodosso del compare ed in alcuni frangenti quasi più cinico, e ciò consente di avere un buon bilanciamento espositivo di coppia.

Piace infine rivedere Liam Neeson in un ottimo film autoriale dopo una lunga parentesi di ripetitivi action movies disimpegnati.

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Ottima anche la vasta gamma di interpreti giapponesi, tra cui spiccano Tadanobu Asano come interprete e punto di unione tra il gesuita ed il Giappone, Shinya Tsukamoto come devoto cristiano, Yōsuke Kubozuka nei panni di uno sfortunato peccatore e lo spietato quanto pratico Inoue di Issei Ogata.

Un’opera ricchissima di spunti di riflessione importanti, che molto si presta ad un dibattito seguente la sua visione e che tocca profondi temi dell’animo umano in modo efficace ed acuto.

Batman Begins

Let the games begin.

TRAMA: Il miliardario orfano Bruce Wayne decide di combattere la criminalità dilagante nella sua città. Dopo aver viaggiato per il mondo ed essere stato addestrato dalla potente Setta delle Ombre ritorna a Gotham City e crea un alter ego: Batman.

RECENSIONE: Per la regia dell’inglese Christopher Nolan e con un cast molto albionico (poi ci arriviamo), Batman Begins è un bel film che ha avuto un grande merito: inondare di nuova popolarità l’uomo pipistrello.

Questo personaggio, infatti, dopo i crimini contro l’umanità perpetrati da Joel Schumacher che rispondono al nome di Batman forever (1995) e Batman & Robin (1997) era in fase di stallo (per non dire moribondo), e ciò stonava con l’enorme successo che stava riscuotendo parallelamente la Marvel con nuovi film supereroistici.
Nolan lo ha resuscitato dalle ceneri con una pellicola molto gradevole, che oggi è abbastanza sottovalutata perché agli spettatori medi piace tanto farsi le seghe su quanto il Joker di Heath Ledger sia bello, bravo, figo e ben realizzato.
Ovviamente il popolo ha ragione, ma è un peccato non considerare l’origine della trilogia perché tralasciandola andrebbe perso qualcosa, un po’ come se Guerre Stellari fosse iniziato su Hoth (per favore ditemi che l’avete capita).

Tornando al film con protagonista il personaggio nato nel 1939 da Bob Kane, in questo film la regia è su ottimi livelli e utilizza molto accuratamente le inquadrature e i vari campi, che contribuiscono a rendere l’idea di movimento del personaggio: essendo un combattente sostanzialmente di tipo ninja questo fattore è molto importante, perché consente allo spettatore di capire la dinamicità dell’uomo pipistrello e apprezzare maggiormente le scene d’azione.

La sceneggiatura, scritta dallo stesso Nolan e da David Goyer, è strutturata su molti livelli: ciò crea diverse sottotrame parallele che risultano però ben amalgamate, non avendo quindi mai l’impressione di scene e dinamiche messe lì tanto per fare numero e casino; i personaggi sono tutti ben esplorati e sia i fan del fumetto sia i neofiti ne possono apprezzarne le sfaccettature, anche se alcuni di loro rimangono per poco tempo effettivo sullo schermo.

Per quanto riguarda gli attori ottima la scelta di affidare la parte di Wayne/Batman al gallese Christian Bale, che riesce ad impersonare i vari passaggi della maturazione del suo personaggio dando l’impressione di essere lo stesso ma al contempo diverso; abituato alle trasformazioni fisiche non gli sarà stato difficile accumulare una notevole quantità di muscoli, utili per pestare a sangue i cattivi.
Gary Oldman nei panni del commissario Gordon è praticamente perfetto, con l’attore inglese che per una volta non interpreta un pazzo omicida ma anche nel Lato Chiaro della Forza se la cava egregiamente; gli irlandesi Cillian Murphy (con uno Spaventapasseri ottimamente realizzato sia come aspetto sia come effetti speciali per quanto riguarda le allucinazioni) e Liam Neeson danno anch’essi un grande contributo al film con le loro interpretazioni.
In ruoli minori attori da 24 carati come Morgan Freeman (qui Lucius Fox, corrispettivo del Q di James Bond), Michael Caine personificazione eccezionale di Alfred, Tom Wilkinson nei panni sporchi di pummarola del boss italoamericano Carmine Falcone, Ken Samurai Watanabe e Rutger Hauer-“Io ne ho visti supereroi che voi umani non potreste immaginarvi”.
E Katie Holmes, ex Joey Potter di Dawson’s Creek come fiamma del protagonista non è neanche male.

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