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Una poltrona per due

una poltrona per dueRecensire Una poltrona per due durante le feste di Natale è scontato quanto Italia 1 che trasmette Una poltrona per due durante le feste di Natale.

TRAMA: I due ricchissimi proprietari di una società finanziaria discutono se sia l’ambiente a determinare le abitudini di una persona oppure se sia rilevante la predisposizione di ognuno. Per scommessa decidono quindi di licenziare uno dei loro broker e di assumere al suo posto un senzatetto imbroglione.

RECENSIONE: Chiariamo subito un concetto: l’unica cosa che lega il film in questione al Natale è il periodo dell’anno in cui è ambientato, per il resto questa pellicola del 1983 è natalizia quanto Wall Street; ma dato che anche l’anno scorso avevo recensito un film natalizio, tra l’altro uscito proprio nei pressi di QUEL Natale (Le 5 leggende), continuo questa piccola tradizione.

Per la regia di John Landis (The Blues BrothersUn lupo mannaro americano a Londranon smetterò mai di citare questi due film), Una poltrona per due è una frizzante commedia che riesce ad appassionare e divertire nonostante le frequentissime messe in onda televisive, a differenza di vecchi nobili con nipoti ritrovati e di Babbi Natale a processo, che iniziano ormai a stancare.

Il merito di ciò va in gran parte a una pimpante coppia d’attori bene inseriti nei rispettivi ruoli, una regia che esalta le simmetrie dei due, con punti in comune e di contrasto, e una sceneggiatura sapiente nell’unire gag comiche efficaci a uno spaccato dell’alta finanza americana.

Da un lato abbiamo infatti i ricchi della Filadelfia benestante, che vivono in una sorta di Olimpo fatto di soldi, circoli del tennis e cocktail party, mente dall’altro ci sono barboni furbacchioni e prostitute (pardon “accompagnatrici”) che cercano di sbancare il lunario. Il numero che caratterizza il film è il due: due sono i disgraziati sfruttati, due sono i loro aiutanti e due sono gli antagonisti, miliardari tanto ricchi quanto avari. Distinzione manichea tra ricchi e poveri.

Il risultato? I secondi sono migliori dei primi, perché non peccano dell’arroganza e della supponenza tipiche di chi dall’alto di una posizione di comando o di potere socioeconomico si dimentica della fortuna che ha avuto o dell’impegno che ha messo per vivere nell’agiatezza, e scordandosene non fa sì che le sue fortune possano essere di conforto anche ad altri.

L’effetto Robin Hood come parabola di vita in cui la maggior parte delle persone vorrebbe venirsi a trovare. Perché, sì, vi do una notizia incredibile: al mondo sono di più i poveri.

Vedere in questo film Eddie Murphy (ottimamente doppiato da Tonino Accolla nella versione italiana) mette tristezza guardando le pellicole più recenti di questo bravo attore comico, alla cui carriera gioverebbe una raddrizzata; confrontare il Murphy degli anni ’80 con quello attuale è come paragonare Freddie Mercury a Umberto Balsamo, ma si spera che un barlume di qualità sia rimasta in lui.
Se Murphy è bravo sopra le righe, Dan Aykroyd è efficace recitando sotto di esse, dato che in questo modo mette in risalto le scene il cui il suo personaggio sbrocca, passando da agente di borsa ingessato a disgraziato comicamente determinato alla vendetta. Nonostante nella pellicola inizi come ricco yuppie rampante non risulta antipatico, ma anzi scatena nel pubblico reazioni di solidarietà e simpatia, cose non scontate.
Jamie Lee Curtis bella e brava nei (spesso pochi) panni di prostituta dal cuore d’oro, menzione per il simpatico maggiordomo di Denholm Elliott, ex Marcus Brody nella serie di Indiana Jones.

La programmazione di questo film è prevista il 24 dicembre 2013 su Italia 1 alle ore 21.10.

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: I due film di Landis sopra citati e le prime pellicole di Murphy, in particolare 48 ore (1982), Beverly Hills Cop (1984) e Il principe cerca moglie (1988), anch’esso di Landis.

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Serenate. Parole e opinioni in libertà – Letterina di Natale

Oh! Oh! Oh! Buon Natale a tutti!

Ovvero, lettera semiseria a Babbo Natale.

Caro Babbo Natale,

siccome sul grande schermo e in televisione sei stato interpretato centinaia di volte nel corso dei decenni, hai avuto moltissimi volti diversi. Io personalmente ti immagino pacioccone e bonario, una sorta di Russell Crowe grasso e vestito di rosso.

Anzi, un Russell Crowe vestito di rosso, punto.

Comincio subito dicendoti che non so se sono stato buono, per cui non so se io meriti dei regali o un autotreno di carbone.
Quello che posso dire è che quest’anno in amore del cinema ho speso (o come direbbero elegantemente i francesi “buttato nel cesso”) un sacco delle ore che Dio onnipotente mi ha concesso su questa terra, e visto il mio nobile intento spero che ai tuoi occhi questo conti qualcosa.

Dato che a Natale bisogna essere più buoni e altruisti (mentre negli altri 364 giorni dell’anno a quanto sembra si può tranquillamente essere stronzi), ho deciso di non chiederti nulla per me stesso, ma di proporti una lista di “regali” che tu potresti fare in nome della settima Arte e di tutti quelli che la amano veramente.

Ossia tutti i disgraziati come il sottoscritto.

Io te li elenco, caro Russell Natale, poi vedi tu:

1) Convinci Tim Burton a tornare a fare film nel suo stile, e non come quelle ultime cazzatine sconclusionate che ha partorito.
Dai tempi di Big Fish (2003) l’unica sua pellicola degna di nota è stata Sweeney Todd, e a questa ha alternato della robaccia come La fabbrica di cioccolato (povero Gene Wilder!) e Alice in Wonderland (povero Lewis Carroll! E povero me che l’ho pure visto in 3D.). Capisco che lui e Johnny Depp orgasmino ogni volta che si incontrano, ma la coppia sta diventando monotona e banale, segno della classica crisi dell’ottavo film.
Salvarsi in calcio d’angolo trasformando in lungometraggio il suo corto Frankenweenie di quasi trent’anni prima non vale.

2) Taglia i fondi a M.Night Shyamalan.
Che un regista dopo un paio di film azzeccati campi di rendita coi successivi è una cosa spiacevole ma può capitare. Ma che partendo da Il sesto senso si arrivi a quella vergognosa cagnata con padre Smith e figlio Smith che i comuni mortali chiamano After Earth è inaccettabile.
Digli che se uno non ha voglia di fare le cose non deve farle, e i megadivi con le loro idee bislacche e i loro figli incapaci da raccomandare possono anche arrangiarsi.

3) Dona un Oscar a DiCaprio perché se lo merita da troppo tempo.
Ok, sono d’accordo: prima di Titanic non se lo filava nessuno e da lì in poi è diventato il bagnatore ufficiale delle ragazzine. Crescendo però è diventato un signor attore, non fossilizzandosi sul ruolo di bel giovine innamorato ma dando vita a personaggi carismatici e complessi, mostrando le sue grandi doti attoriali.
Altrimenti perché Scorsese, Spielberg, Eastwood e Nolan avrebbero avuto così tanta fiducia in lui, secondo te?

3-bis) A proposito di Oscar, per Gary Oldman si potrebbe fare qualcosa? No, per dire, se hai del tempo…

4) Se la statuetta per uno dei due signori nominati sopra non riesci a trovarla, la soluzione è semplice: toglila a Nicolas Cage, dato che un Oscar a casa sua ha senso come Gerrard nella pubblicità dell’Xbox.
Già che ci sono questo lo metto come desiderio a sé stante…

5) Suggerisci al popolo italiano le modalità di utilizzo di quell’oscuro strumento forgiato dal demonio di cui solo i valorosi come Bruce Campbell osano pronunciare il nome: il telecomando.
La televisione dovrebbe essere sotto il controllo dello spettatore, e non viceversa.
Attraverso un uso sensato di questo oggetto si possono guardare programmi qualitativamente migliori, e quindi togliendo ascolti agli altri far sì che per le reti televisive sia sconveniente trasmetterli (pochi ascolti = le imprese non pagano per mettere la pubblicità dei loro prodotti quando tali programmi vanno in onda).
E magari in questo modo dei loschi figuri non salterebbero il fosso approdando dal piccolo schermo al cinema, tipo il clan di Fuga di cervelli

6) Dona una sceneggiatura a Michael Bay.
Essa è importante in un film come le tette per il successo di Katy Perry.
L’ultima pellicola di Bay, Pain & Gainnon è male, ha una buona interpretazione da parte degli attori ed è presente un’evidente denuncia nei confronti della società contemporanea, che basa il proprio successo su muscoli e soldi.

Ora che ci penso non sembra neanche che l’abbia diretta lui.

Dagli quindi la voglia di smettere con i robottoni (ha quasi cinquant’anni, mica otto) e di cercare sceneggiature buone.
O almeno discrete.
O almeno decenti.

7) Per finire ti chiedo un ultimo regalo.
I film pessimi hanno (o almeno avrebbero) come scopo far capire a me spettatore quali siano quelli veramente meritevoli.
Il solito discorso de “l’oscurità serve a capire cosa sia la luce” e balle orientali varie.

Fin per carità, sono d’accordo, ma potresti fare un giretto dalle parti di Hollywood e far sì che ce ne siano un pochino meno l’anno prossimo? Perché quest’anno ho visto delle robe talmente orrende che mi hanno fatto bestemmiare tutti i santi del calendario gregoriano.

Ti ringrazio in anticipo.

P.S. Probabilmente se la notte tra il 24 e il 25 passerai per di qua non avrò la biada per le renne, ma se a Rudoph, Gioberta e le altre tue bestie non dispiace gli posso lasciare da sgranocchiare il mio DVD di Independence Day.
Tanto la sua funzione più o meno è quella.

Uno che fa un mestiere ingrato.

Le 5 leggende

A Natale siamo tutti più buoni.
Forse.

TRAMA: Pitch, uno spirito maligno, vuole conquistare il mondo degli umani: i Guardiani Immortali si uniscono per impedire che la malvagia creatura rubi l’immaginazione e la speranza ai bambini.

RECENSIONE: Per la regia dell’esordiente Peter Ramsey, Le 5 leggende segue l’onda lunga del grande successo riscosso dalle pellicole sui supereroi “di gruppo” (i recenti X-Men The Avengers, e se torniamo molto indietro gli attillati e omosessuali Power Rangers) che uniscono le forze contro un nemico comune: in questo caso l’Uomo Nero, doppiato nella versione originale da Jude Law e paura atavica di ogni bambino . Nel gruppo dei buoni spiccano un sovietico e cazzuto Babbo Natale (con tanto di tatuaggi sulle braccia “buono” e “cattivo”, citazione se vogliamo del Robert Mitchum de La morte corre sul fiume), il Coniglio Pasquale in stile Crocodile Dundee doppiato da Hugh Jackman (icona australiana insieme ai koala e ai canguri) e la Fata dei Denti.

Che per essere una protettrice di bambini somiglia ad un colibrì gigante piuttosto inquietante.

Film realizzato dalla Dreamworks, mamma di Shrek, Madagascar e Kung Fu Panda (con relativi seguiti orrendi ed inutili), questa pellicola ha i difetti tipici delle opere appartenenti al relativo genere: personaggi umani piatti e poco caratterizzati, un cattivo che avrebbe dovuto essere sfruttato meglio narrativamente parlando e i soliti clichè dell’animazione occidentale.

Nulla di nuovo sotto il sole, quindi, ma comunque un film da salvare in quanto si è visto molto peggio: Le 5 leggende ha qualche freccia nel suo arco, soprattutto per quanto riguarda il comparto tecnico e visivo, con una realizzazione molto accurata in particolare degli effetti elementari come ghiaccio, sabbia e tenebre, e in senso artistico come spettacolarizzazione dei combattimenti.

Un’opera piuttosto “basilare” nella sua impostazione, con la presenza dei soliti orpelli che ricordano al pubblico dove la Dreamworks spenda i milioni, ma non un brutto film.

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