L'amichevole cinefilo di quartiere

Articoli con tag ‘nani’

Lo Hobbit – La desolazione di Smaug

lo hobbit smaug“Suvvia, Magò, hai detto “niente draghi”.”
“Ho forse detto “niente draghi viola”?”

TRAMA: Dopo essere miracolosamente scampati a un’imboscata degli orchi, Gandalf, Bilbo e la compagnia di nani si rimettono in viaggio alla volta della Montagna Solitaria, un tempo sede della capitale del regno di Erebor e ora dimora del terribile drago Smaug.

RECENSIONE: Seguito de Lo Hobbit – Un viaggio inaspettato, con lo stesso cast tecnico e artistico. La storia ormai è nota: far sì che i nani tornino nella propria terra natia abbandonata a causa di un drago, e per farci una trilogia di film da quasi tre ore ciascuno la si prende allo stesso modo in cui Amleto si approccia alla vendetta, ossia alla lontana.
Molto alla lontana.
Troppo alla lontana.

Il problema nel giudicare questa pellicola è che oggettivamente è realizzata molto bene, confermando l’elevata qualità della serie. Ciò non era scontato, perché visti gli enormi incassi delle quattro pellicole tolkeniane precedenti avrebbero anche potuto girare un film mediocre o peggio, confidando nel fatto che moltissimi sarebbero andati comunque a vederlo.
Quello che hanno fatto con Harry Potter Twilightpraticamente.

Non si può sorvolare però sul fatto che la divisone in più parti dello scarno romanzo Lo Hobbit sia stata frutto di una precisa e remunerativa scelta commerciale, la quale incontra difficoltà proprio nella brevità del romanzo da cui la pellicola è tratta. Per riuscire a farne una serie di film così lunghi si è annacquato il brodo talmente tanto da non sentire quasi più il profumo della carne e degli aromi usati per insaporirlo. Per tutta la pellicola si ha un continuo aprire parentesi, nella quasi totalità non chiuse, e ciò alla lunga infastidisce.

Si pecca inoltre nell’esagerato numero di personaggi secondari, che se ne Il Signore degli Anelli poteva essere un valore aggiunto, essendo un romanzo dai toni epici e dall’ampio respiro, qui zavorra eccessivamente il ritmo narrativo, con bruschi tagli da una scena all’altra e la perenne sensazione che questo film sia solo un riempitivo per arrivare alla terza pellicola.              

La desolazione di Smaug non è affatto un brutto film, quindi. Peccato sia utile come un pettine senza denti.

Dopo questa doverosa introduzione, che dire?

Se nella trilogia de Il Signore degli Anelli lo scopo della truppa era quello di distruggere un monile, la connotazione negativa della ricchezza è anche qui presente: il rettile sputafuoco infatti è sempre stato allegoricamente la rappresentazione dell’avarizia e della bramosia di ricchezze, caratteristica incarnata anche dai nani.
E dai produttori di questo film.

Dal precedente capitolo rimangono i personaggi principali. Bilbo è sempre interpretato da Martin Freeman, bene nella parte e con un personaggio estremamente più interessante rispetto al nipote Frodo, irritante nel suo continuo sfiorare la morte. Ottimi anche Ian McKellen come serafico Gandalf e Richard Armitage nei panni di Thorin. Il terzetto si conferma convincente quanto lo era nell’episodio precedente, e la loro personalità acquisisce nuove sfaccettature. Thumb up.

Per quanto riguarda le new entries abbiamo Bard, interpretato da Luke Evans, ex villain in Fast & Furious 6Lee Pace nei panni dell’etereo re elfico Thranduil e la coppia formata dal redivivo Legolas di Orlando Bloom e dalla Tauriel dell’ex “perduta” Evangeline Lilly, il cui personaggio è stato creato ex novo per rimpolpare il cast femminile della pellicola, dato che nei romanzi di Tolkien le donne sono frequenti quanto i barbieri aperti di lunedì.
Per ora è proprio quest’ultimo personaggio a risultare totalmente campato per aria, ma per dare un giudizio definitivo è necessario attendere l’ultima parte della storia.
Che arriverà tra un anno, mannaggia all’avidità.

Il drago Smaug è interpretato attraverso la tecnica del motion capture da Benedict Cumberbatch, che dopo aver sbancato la televisione con il suo Sherlock Holmes sta progressivamente conquistando anche il grande schermo (era l’antagonista in Into Darkness – Star Trek). Doppiato dallo stesso Cumberbatch nella versione originale, in italiano la creatura ha la voce di Luca Ward, scelta azzeccata e l’ennesima dimostrazione, se ancora ce ne fosse bisogno, di essere uno dei migliori doppiatori nella storia di questa professione.

Cumberbatch e la motion capture

Cumberbatch e la motion capture

benedict-cumberbatch-smaug-motion-capture-4

Recitare in posizione prona per meglio interpretare un personaggio quadrupede.

Il drago è forse l’unica ragion d’essere del film, essendo stato realizzato veramente molto bene sia dal punto di vista estetico sia per quanto riguarda l’uso che ne viene fatto. Alcune scene sono da mozzare il fiato per quanto sia maestoso fisicamente questo rettile, e l’attesa di vederlo in azione è stata quindi ripagata.

Sul lato tecnico niente di ulteriore da dire. Le musiche di Howard Shore sono eccezionali (peccato però non ci sia più il tema principale de Un viaggio inaspettatoossia Misty Mountains), così come la fotografia di Andrew Lesnie; è un vero peccato che il grande pubblico badi così poco a questi elementi, che uniti ai costumi e alle scenografie (ottimi entrambi) formano il background artistico che porta ad avere prodotti dalla elevata qualità visiva.
Traduzione: pensate anche agli attori, non solo ad essi.

Se vi è piaciuto potrebbero piacervi anche: personalmente Il Signore degli Anelli è l’unica opera che mi piaccia all’interno del genere “fantasy medievale”, per cui dico molto banalmente le precedenti pellicole di Jackson tratte da opere di Tolkien.

Lo Hobbit – Un viaggio inaspettato

Google Maps ci fai una pippa.

TRAMA: Bilbo Baggins intraprende un viaggio per reclamare il Regno Nanico di Erebor presidiato dal Drago Smaug. Accompagnato da tredici nani e dal mago Gandalf, vivrà un’avventura lunga e pericolosa.

RECENSIONE: Tratto dall’omonimo romanzo di J. R. R. Tolkien, è il prequel de Il Signore degli Anelli, la saga letterario – cinematografica sul trekking più famosa del mondo, e vede ancora alla regia e alla scrittura Peter Jackson, che ritorna in Nuova Zelanda affiancato dallo stesso cast tecnico e di collaboratori (a partire da Fran Walsh e Philippa Boyens), con il supporto di Guillermo Del Toro, che avrebbe dovuto dirigere il film in un primo momento, alla sceneggiatura.

A differenza del libro, che è unico, i film saranno tre, e ciò permetterà a Jackson di sfogare la bulimia venutagli dopo essere stato costretto a macellare lunghe parti della trilogia precedente: già a partire da questo film, infatti, sono stati aggiunti personaggi non presenti nel libro, per formare un legame più stretto tra le due saghe, ed evitare domande estemporanee del tipo “Ma l’anello non lo avevano già distrutto?”, “Perché Gandalf è ancora grigio?”, “Cos’è un Hobbit?”.

Bilbo è Martin Freeman (Guida galattica per autostoppisti, Watson nella serie tv inglese Sherlock), buon attore che riesce a interpretare bene la versione giovanile di un personaggio già conosciuto, risultando credibile sia come hobbit in generale sia come giovane Bilbo nello specifico; a differenza del nipote Frodo Occhi a Palla, l’Hobbit – Bond girl il cui compito era farsi salvare, mostra un minimo di indole combattiva in più e ciò gli attira più simpatia da parte del pubblico rispetto al parente. Gandalf è ancora Ian Mckellen (decenni di Shakespeare a teatro e lo ricorderanno per questo personaggio e Magneto, vabbè…) doppiato, in sostituzione dello scomparso Gianni Musy, da Gigi Proietti, grande attore/comico teatrale e televisivo (sì, va bene, è quello che dà la voce al Genio in Aladdin…) che riesce tuttavia a non sfigurare di fronte a questo grande doppiatore e a non cadere in un Gandalf stile “Whisky maschio senza rischio”; i nani, di cui vi sfido ad abbinare ad ogni nome la rispettiva faccia, sono tutti abbastanza caratterizzati e macchiettistici per divertire i più piccoli, e una menzione speciale va a Richard Armitage, che interpreta il suo Thorin Oakenshield sia come fiero principe guerriero (ci si dimentica che è alto un metro e quaranta) sia come uomo ferito interiormente, risultando in entrambi i casi molto nella parte.

Come al solito splendida fotografia di Andrew Lesnie, aiutato dai bellissimi (e molto vari) paesaggi neozelandesi, adattissimi per una storia di questo tipo; musiche ancora di Howard Shore (ha fatto vincere alla trilogia tre degli Oscar più meritati) che riprende i vecchi temi musicali, in primis quello della Contea, e aggiunge nuove tracce molto ben realizzate (ottima in particolare quella dei nani). Nel complesso un film ben fatto e curato, e se vi sono piaciute le dieci ore cinematografiche complessive per arrivare ad un Cristo di vulcano molto probabilmente vi piacerà anche questa scarpinata.

Tag Cloud